EDITORIALE / Pogacar un gigante, ma non perdiamo lo stupore

07.10.2024
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Il giorno dopo la vittoria di Pogacar al Giro dell’Emilia, Van der Poel ha vinto un’altra Roubaix, anche se questa volta si chiamava mondiale gravel. Una corsa piatta, più corta dell’Inferno del Nord, in cui l’olandese ha fatto valere la sua capacità illimitata di andare forte in pianura. Visto il livello dei rivali e la comodità della bici da fuoristrada, si capisce che Mathieu abbia avuto vita (quasi) facile nel lasciarsi dietro Florian Vermeersch a 13 chilometri dall’arrivo, con Stuyven ed Hermans vicini alla soglia dei 4 minuti. Ben altra fatica è costata la vittoria a Marianne Vos, che il giorno prima ha dovuto vedersela in un arrivo allo sprint con Lotte Kopecky.

La solitudine

Nel ciclismo dei fenomeni, la solitudine è un luogo spensierato in cui far valere la propria superiorità. E’ così da qualche anno a questa parte. Ne abbiamo avuto la conferma nella Roubaix dell’olandese e la riprova ai mondiali di Zurigo e poi a Bologna, dove Pogacar ha polverizzato le velleità dei rivali, prima ancora di polverizzarne la resistenza. Un post di Adriano Malori su Instagram rende perfettamente lo stato d’animo dei rivali al via.

«Immaginate di essere Evenepoel, Roglic, Pidcock. Siete alla partenza del Giro dell’Emilia e guardando verso destra, sulla linea di partenza, vedete questo personaggio qui fresco reduce da un mondiale dominato dopo la doppia corona Giro-Tour. A quel punto le alternative sono due: sperare in una sua foratura a 500 m dall’arrivo (500 m non prima se no fa in tempo a rientrare e vincere). Mandare tutti a quel paese, imprecando perché lui sia anche qui, ed entrare nella classica osteriaccia bolognese e finire la stagione a tagliatelle col ragù e sangiovese. Qualsiasi decisione uno prenda…lui vincerà lo stesso!!».

Evenepoel, Roglic e in mezzo Pogacar: con quale spirito gli altri due erano al via dell’Emilia?
Evenepoel, Roglic e in mezzo Pogacar: con quale spirito gli altri due erano al via dell’Emilia?

Il solo fenomeno

Il giorno dopo la Strade Bianche prendemmo parole per il titolo di un altro editoriale: «Il fenomeno è solo uno, si chiama Pogacar». Lo sloveno era alla prima corsa 2024 e se la aggiudicò con 81 chilometri di fuga solitaria. Sette mesi dopo, avuta la conferma del teorema di partenza, ci troviamo alle prese con un’imbarazzante sensazione di troppo. Non perché sia troppo il vincere dello sloveno o troppo il gap rispetto agli avversari. I numeri ipotizzati giorni fa con Pino Toni, sia pure con criterio empirico che potrebbe essere ridimensionato dalla realtà dei dati, mostrano che contro uno così c’è davvero poco da fare. Contro lui e anche qualcun altro della sua squadra. «Siamo all’Agostoni per vincere – diceva ieri mattina Roberto Damiani – e per fortuna Pogacar non c’è. Il guaio però è che ci sono Hirschi e Christen».

Quando lo svizzero ha vinto la corsa, quelle parole sono risuonate profetiche. Hirschi il prossimo anno andrà via con destinazione Tudor Pro Cycling. Sarà interessante vedere se il cambio di ambiente e di allenatori lo rallenterà o se continuerà in questa meravigliosa scia di vittorie. Il UAE Team Emirates è più che mai la squadra numero uno al mondo ed è così evidentemente in ogni suo comparto.

Strade Bianche, 81 chilometri di fuga e vittoria: il portentoso 2024 di Pogacar era iniziato così
Strade Bianche, 81 chilometri di fuga e vittoria: il portentoso 2024 di Pogacar era iniziato così

Tadej come Binda

Il senso del troppo di cui parlavamo poc’anzi si è riverberato in un pensiero forse poco sportivo durante la cavalcata di Pogacar sul San Luca: lo abbiamo trovato noioso, come se ormai lo stupore si stia affievolendo. Ammettiamo che il suo non essere italiano potrebbe aver contribuito a quella sensazione. Se al suo posto ci fosse stato Piganzoli, saremmo stati per tutto il tempo a incitarlo. Ma forse dopo un anno intero di Piganzoli solo al comando, da amanti del ciclismo e non tifosi di qualcuno in particolare, avremmo avuto la stessa reazione (Piga, tu intanto provaci, poi con la noia facciamo i conti!). E allora c’è venuto in mente quanto accadde con Binda nel 1930.

A causa della sua superiorità, il campione di Cittiglio fu pagato dagli organizzatori per non partecipare al Giro. Gli promisero 22.500 lire, una somma che copriva la vittoria finale più alcune tappe. Binda accettò e ottenne anche il permesso di partecipare ad alcuni circuiti contemporanei al Giro. Così con gli ingaggi raddoppiò la somma ottenuta per non partecipare. Poi andò al Tour, il primo per squadre nazionali, ma dopo una caduta e due tappe vinte, si ritirò. Quando gli fu chiesto il perché, disse che non aveva ancora ricevuto i soldi del Giro. Glieli diedero alla vigilia del mondiale di Liegi, che Binda ovviamente vinse.

Alfredo Binda, 5 Giri, 3 mondiali, 4 Lombardia, nel 1930 fu pagato per non correre il Giro (foto Wikipedia/Mondonico Collection)
Alfredo Binda, 5 Giri, 3 mondiali, 4 Lombardia, nel 1930 fu pagato per non correre il Giro (foto Wikipedia/Mondonico Collection)

La superiorità di Pogacar non ricorda quella di Merckx, cui tanti lo stanno accostando, quando piuttosto quella di Binda. Al giorno d’oggi pare che il Giro paghi i corridori perché vengano al Giro, non certo per lasciarli a casa. Pur continuando a pensare che il fenomeno sia solo lui, speriamo anche che i rivali, da Vingegaard a Evenepoel, passando per Van der Poel, Van Aert e Hirschi, trovino gli argomenti per avvicinarsi un po’. Altrimenti più che di strapotere, sentendoci come quelli cui non va mai bene niente, con una punta di bonaria invidia per gli amici sloveni, bisognerà iniziare a parlare di una simpatica dittatura.

Dietro l’arcobaleno di Pogacar, dalla nebbia sbuca Piganzoli

05.10.2024
7 min
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BOLOGNA – Ventiquattro come le vittorie stagionali. Ventiquattro come le ore che noi comuni mortali impieghiamo a realizzare le imprese che compie ad ogni gara. Ottantasette come le vittorie in carriera. Ottantasette come i chilometri di fuga solitaria totalizzati nelle ultime due corse disputate (a Zurigo sono stati 100 quelli dell’attacco, circa 50 quelli da solo). In mezzo alla nebbia e alla pioggia del Colle di San Luca si staglia l’arcobaleno di Tadej Pogacar che trionfa al Giro dell’Emilia col suo marchio di fabbrica.

La classica bolognese era di fatto la rivincita del mondiale di Zurigo, ad eccezione di qualche assenza, ma per il leader della UAE Team Emirates non è cambiato nulla a parte la sua fiammante maglia iridata. Tutti gli avversari più accreditati sulla carta – su tutti Evenepoel e Roglic, che sul San Luca ci aveva già vinto quattro volte compresa la crono del Giro del 2019 – sono letteralmente spariti in mezzo alle nuvole basse. O schiacciati dal caterpillar sloveno, se preferite. A tenere alta con onore la bandiera italiana ci ha pensato Davide Piganzoli, terzo al traguardo a ruota di Tom Pidcock. Una soddisfazione enorme per il valtellinese della Polti-Kometa essere sul podio assieme al campione del mondo e al campione olimpico della Mtb.

Super Piganzoli

Nella prima sfida dopo la gara iridata, Piganzoli ha risollevato con una grande prestazione sulle strade emiliane le sorti di un’Italia invisibile a Zurigo. Un risultato che col passare delle ore riuscirà a metabolizzare. Lo intercettiamo due volte a cavallo delle premiazioni e sebbene sia loquace il giusto, si vede che dentro ha un uragano di emozioni.

«Sicuramente in Svizzera abbiamo fatto fatica – attacca Davide – però oggi tanti giovani italiani erano davanti. Oltre a me, c’erano Pellizzari, Calzoni, Fortunato. Oggi il livello era molto alto e noi italiani abbiamo fatto molto bene. Certo, essere sul podio con Pogacar e Pidcock mi fa uno strano effetto e so che stasera me ne renderò conto meglio guardando le foto della corsa. Questo podio è un sogno che sta coronando tutto il lavoro che abbiamo fatto. Anzi ieri Ivan Basso mi aveva detto che avrebbe firmato subito per una top 10 tenendo conto del livello altissimo di partecipazione. Oggi lui era in ammiraglia e credo che sia rimasto contento. Spero che mi dica qualcosa di bello (ride, ndr)».

Uno show in maglia iridata. Pogacar attacca al primo dei 5 passaggi sul San Luca e non lo vedono più
Uno show in maglia iridata. Pogacar attacca al primo dei 5 passaggi sul San Luca e non lo vedono più

Salto di qualità

«Pogacar credo che sia il corridore più forte degli ultimi tempi – racconta Piganzoli riferendosi alla gara – e quando è partito non l’ho neanche visto, ve lo dico sinceramente. Personalmente sapevo di avere una buona condizione e mi sono gestito al meglio. Già al secondo passaggio sentivo di stare bene. Ho provato ad attaccare, ma ho capito che non si riusciva a fare la differenza, perché ci si ricompattava subito. Ho deciso di tenere le energie per il finale, volevo fare un bel risultato. Infatti sull’ultimo San Luca ho capito che mi stavo giocando qualcosa di importante. Quando sono partito mi sono detto che era l’occasione perfetta per far vedere quello che valgo e sono riuscito a dimostrarlo».

Rispetto all’anno scorso Piganzoli ha fatto un salto in avanti che forse nemmeno lui pensava di fare. Ci congeda dicendoci che nel suo finale di stagione ci sono ancora Tre Valli Varesine e Lombardia. Ha voglia di togliersi qualche altra soddisfazione. D’altronde, come ci conferma lui stesso, finire con una buona condizione è una bella iniezione di fiducia perché significa aver lavorato bene, sapendo staccare la spina nel momento giusto.

Gianetti non riesce più a trattenere lo stupore: con questo Pogacar è quasi impossibile restare delusi
Gianetti non riesce più a trattenere lo stupore: con questo Pogacar è quasi impossibile restare delusi

Pogacar show

Mancano poco più di cinque chilometri alla fine e Pogacar si è già involato tutto solo da un po’ verso l’ennesima impresa. Di fronte al megaschermo dopo il traguardo, c’è il general manager Mauro Gianetti che guarda il suo ragazzo sotto una fastidiosa pioggerella fine. Sfruttiamo quei minuti prima di poter essere travolti dal pubblico incontenibile.

«Qualsiasi maglia indossi – spiega Gianetti – Tadej va forte. Per lui è un momento magico. E’ andato in progressione da inizio stagione. E’ partito bene, poi al Giro ha alzato il livello e al Tour ha fatto un ulteriore passo in avanti. Dopo di che ha recuperato, si è messo sotto a lavorare con l’idea del campionato del mondo. Ed è riuscito a migliorare ancora qualcosina. Oggi non era in programma un attacco, ma le condizioni meteorologiche hanno fatto la loro parte. Ha seguito Evenepoel nel suo allungo, poi ha visto che erano tutti in difficoltà e che non riuscivano a mantenere il suo ritmo. Finirà con Tre Valli e Lombardia. Lui vuole sempre vincere, però è normale che non può fare il numero ogni volta. Le prossime sono gare diverse dall’Emilia, quindi vedremo come saranno. Oggi all’Emilia ci teneva molto perché negli ultimi due anni era arrivato secondo. E vincere con la maglia iridata è bellissimo anche per noi».

Dopo averlo atteso sotto la pioggia del San Luca, il pubblico si assiepa sotto al podio per Pogacar
Dopo averlo atteso sotto la pioggia del San Luca, il pubblico si assiepa sotto al podio per Pogacar

Il bagno di folla

Statisticamente Pogacar è il primo campione del mondo a trionfare in vetta al santuario bolognese perché nel 1992 quando vinse Bugno si arrivava ai Giardini Margherita ed anche questo fa parte del suo show. Tadej in conferenza stampa è rilassato, come sempre. Non tanto per le sue dichiarazioni che hanno riguardato la corsa di oggi – il difficile confronto tra il San Luca dell’Emilia e quello affrontato all’ultimo Tour – quanto più per saper gestire il seguito di gente che riesce ad attirare ogni volta che vince. Perché si sapeva che avrebbe vinto e come, ma i tifosi, principalmente ragazzini, impazziscono per lui. Siamo certi che le stesse scene si ripeteranno in Lombardia la settimana prossima.

Poker Longo

Se tra gli uomini il pronostico era scontato, anche nella gara femminile si può dire altrettanto. Elisa Longo Borghini sbaraglia la concorrenza centrando l’ottavo successo stagionale e il quarto in cima a San Luca.

«Oggi è stata una corsa bella – ci dice in mixed zone – rovinata purtroppo da un po’ di pioggia. Dopo Zurigo avrei voluto il sole, però è sempre bello correre in Italia con la maglia tricolore. Ci tenevo a vincere perché sapevo che Luca (Guercilena, il general manager, ndr) era qui e ha chiesto esplicitamente a tutta la squadra non di divertirci, ma di vincere. E ho eseguito l’ordine (sorride, ndr).

«Mi sono sentita bene in corsa, anche se ammetto di avvertire la stanchezza di tutta una stagione molto lunga iniziata a febbraio che terminerà fra circa una settimana. Il conto alla rovescia verso le vacanze è iniziato, però sono pronta a dare il mio supporto alla squadra anche nelle prossime corse, cercando di fare buoni risultati. Ho annunciato il mio cambio di formazione, ma fino al 13 ottobre correrò con la maglia della Lidl-Trek e sono molto felice di farlo. E fino al 31 dicembre sono sotto contratto con loro.

«Sicuramente – conclude – la prima vittoria qua al Giro dell’Emilia è stata bella perché era una della poche corse che vincevo all’anno e arrivavo dal quarto posto ai mondiali di Richmond. Questa è stata la più diversa perché di solito si risolveva sempre sull’ultimo muro verso San Luca, mentre stavolta sono riuscita ad allungare in discesa, cogliendo un’occasione. Come dicevo prima, ci tenevo a fare bene anche perché era l’ultima corsa con Ina Yoko Teutenberg. Spero di aver accontentato tutti».

Davide Cassani e il Giro dell’Emilia, una storia d’amore

04.10.2024
4 min
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Archiviato il mondiale di Zurigo, il gotha del ciclismo mondiale si sposta in Italia dove domani, sabato 5 ottobre, si correrà la 107ª edizione del Giro dell’Emilia. L’ex CT Davide Cassani quella corsa l’ha vinta ben tre volte, con la doppietta 1990-1991 e poi nel 1995 (foto in apertura). Lo abbiamo raggiunto al telefono per farci raccontare qualche aneddoto sull’Emilia e sulla mitica salita del San Luca, che sabato i corridori affronteranno 5 volte.

Il Giro dell’Emilia partirà domattina alle 11,10 da Corso Mazzini a Vignola. Via ufficiale in località Due Ponti
Il Giro dell’Emilia partirà domattina alle 11,10 da Corso Mazzini a Vignola. Via ufficiale in località Due Ponti
Davide, domani si corre il Giro dell’Emilia, una corsa a cui tu sei particolarmente legato

Quella era proprio la mia corsa. L’ho vinta tre volte, poi un anno ho fatto secondo e un altro terzo. Vuoi per il percorso adatto a me, vuoi perché è vicino a casa, ma insomma ero sempre lì. Poi ai miei tempi non si arrivava in cima al San Luca, ma la salita si faceva lo stesso.

Parlavi delle tue vittorie, ce le racconti?

Quella del 1990 è stata certamente una delle più belle della mia vita. E’ stato un insieme meraviglioso di prime volte. Era la prima volta che mio figlio veniva a vedermi in gara, in più era il giorno del suo primo compleanno. E proprio quel giorno ho vinto per la prima volta la corsa di casa mia. Indimenticabile. L’anno dopo, nel ’91, ho battuto un giovanissimo Ivan Gotti. Allora si arrivava in via Indipendenza a Bologna, nel finale siamo rimasti solo io e lui e ho vinto in volata.

Mentre la terza?

Era il 1995 ed è stata molto particolare, perchè fu la mia ultima vittoria da corridore, pochi mesi prima di ritirarmi. Dovevo partire con la nazionale per i mondiali in Colombia, ma chiesi ad Alfredo Martini di poter spostare il mio volo di un giorno. Lui, con la sua saggezza, acconsentì. Quel giorno stavo talmente bene che dissi ai miei compagni di tenere la corsa fino ai 50 chilometri dall’arrivo, che poi ci avrei pensato io. E così è andata.

Il Giro dell’Emilia 2023 è stato di Roglic, che sul San Luca ha preceduto Pogacar e Simon Yates
Il Giro dell’Emilia 2023 è stato di Roglic, che sul San Luca ha preceduto Pogacar e Simon Yates
Veniamo ai giorni nostri. Come vedi la gara di sabato?

Sabato c’è un uomo da battere e sarà difficilissimo per tutti gli altri, viste le caratteristiche sue e del percorso. Penso proprio che possa vincere la sua prima corsa in maglia di campione del mondo.

Immagino che tu stia parlando di Pogacar. Quindi non vedi alternative?

Dopo quello a cui abbiamo assistito domenica a Zurigo la vedo dura, molto dura.

Però negli ultimi due anni non è mai sembrato al top in questa gara, ha perso da Mas e da Roglic. Quasi la prendesse come una rifinitura per il Lombardia. 

Ma tenete conto che non è mai stato così forte e solido come in questa stagione. Credo che possa divertirsi e farci divertire.

Va bene, allora facciamo un gioco. Cosa faresti se fossi il DS di uno dei suoi rivali? 

Bella domanda. Il problema è che può contare anche su una squadra fortissima a sua completa disposizione. Evenepoel o qualcun altro potrebbe anche cercare di anticipare, ma a quel punto lui potrebbe mettere i suoi a tirare e poi partire in contropiede in prima persona. Sempre che non decida di partire da lontano, o da lontanissimo, direttamente lui, magari a tre o quattro giri dalla fine. Con una corsa così di invenzioni se ne possono fare poche secondo me.

Nel 2022 è stato Enric Mas ad alzare le braccia, staccando Pogacar e un indomito Pozzovivo
Nel 2022 è stato Enric Mas ad alzare le braccia, staccando Pogacar e un indomito Pozzovivo
Sembri proprio escludere qualsiasi scenario che non sia la vittoria del neo campione del mondo.

Sai, poi ogni gara fa storia a sé. Per esempio bisogna vedere quanto ha speso al mondiale, se quello sforzo magari gli è rimasto nelle gambe. Gli altri dovranno essere bravi nel caso a cogliere il momento, se mai dovesse manifestare qualche segnale di difficoltà. Ma ripeto: per come la vedo io, in una corsa così, con un corridore del genere, gli spazi per la fantasia sono abbastanza limitati.

Allora torniamo a te. Qual è il più bel ricordo che hai del San Luca?

Forse il più bello è la prima volta che ci sono stato con mio padre, da bambino. Mi ricordo che mi emozionò vedere dall’alto lo stadio del Bologna che è proprio lì sotto e capii subito che era un luogo magico. Poi ho visto arrivare il Giro d’Italia e il Tour, momenti in cui il San Luca è diventato a sua volta uno stadio. Uno stadio verticale e bellissimo che ha accolto migliaia e migliaia di persone da tutto il mondo. Come succederà di nuovo, per l’ennesima volta, anche domani.

Saronni e il primo Pogacar. La Vuelta della sua esplosione

03.10.2024
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Passano i giorni, ma l’eco della straordinaria impresa iridata di Tadej Pogacar non si spegne, soprattutto per come essa è arrivata. Per la dinamica che ha esaltato da una parte la sua follia, dall’altra la sua clamorosa superiorità sulla concorrenza. Sono ripartiti i confronti con i grandi del passato e c’è già chi afferma che siamo di fronte al più grande ciclista di sempre.

Andando più in là in questi discorsi di confronto che lasciano sempre il tempo che trovano, noi abbiamo voluto rispolverare il Pogacar dei primordi nel mondo dei professionisti, quel ventenne sloveno che si rivelò al mondo alla Vuelta 2019 con un terzo posto condito da tre vittorie di tappa. Giuseppe Saronni, che contribuì al suo arrivo alla Uae Emirates, ricorda bene chi era allora e le differenze con quello attuale.

Una delle tre vittorie di tappa alla Vuelta 2019, dove molti scoprirono il talento dello sloveno
Una delle tre vittorie di tappa alla Vuelta 2019, dove molti scoprirono il talento dello sloveno

Il ragazzino che sorprese tutti

«Io andrei ancora più in là nel tempo, all’anno prima e alla sua vittoria al Tour de l’Avenir che è sempre stata la corsa più importante della categoria inferiore. Già allora ci arrivavano testimonianze su questo sloveno bellissimo nell’andatura, nella posizione in bici, anche nella faccia limpida anche sotto sforzo. Si vedeva che aveva qualità non comuni, in salita staccava corridori che erano già nelle professional.

«Chi era presente alla corsa francese – prosegue – ci raccontò di imprese che fecero strabuzzare gli occhi a tanti e di Pogacar si cominciò a parlare con molta frequenza. Noi lo avevamo già contattato e dall’anno successivo era sotto contratto con noi. Appena passato di categoria ci mise poco ad ambientarsi, a vincere anche fra i grandi, soprattutto nelle piccole corse a tappe, conquistando quelle dell’Algarve, della California, ma soprattutto lo faceva con una facilità disarmante, che lasciava attoniti i diesse delle squadre avversarie. Procedeva passo dopo passo, ma si vedeva che stava bruciando le tappe e quindi decidemmo che fosse già maturo per farsi le ossa in un Grande Giro. Così lo portammo alla Vuelta e lì sbocciò il campione che conosciamo».

Pogacar vincitore dell’Avenir 2018: per Saronni è stato quello il momento della sua rivelazione al mondo
Pogacar vincitore dell’Avenir 2018: per Saronni è stato quello il momento della sua rivelazione al mondo

L’azzardo di cambiare le regole

A quel tempo però Pogacar era solito aspettare la fine delle tappe, piazzare la sua stoccata nei chilometri finali, ma già allora c’era l’impressione che quel modo di correre quasi lo annoiasse: «E’ un’ipotesi, solo lui potrebbe dare una risposta esauriente. Il principio è che quando stai bene e hai un potenziale come il suo, ti senti portato a fare cose anche illogiche come quella di domenica. Sei talmente superiore che sei in grado anche di cambiare le regole di corsa. Un’azione come quella era azzardata, non potevi sapere che cosa sarebbe successo dietro, se si sarebbero organizzati, inoltre se avevi forze sufficienti per portarla a compimento. Ora sappiamo tutti com’è andata…».

Saronni nei suoi primi anni di carriera ha convissuto con Eddy Merckx, al quale tutti avvicinano lo sloveno con il Cannibale che addirittura ha detto che gli è superiore. Fare confronti fra epoche diverse è difficile, ma Beppe li ha conosciuti bene tutti e due, in che cosa differiscono? «Non possiamo metterli di fronte, troppo diversi i periodi, la tecnica, la scienza del tempo. Ai nostri tempi non si parlava di preparazione, tabelle di allenamento, alimentazione, tutti temi che oggi sono all’ordine del giorno. Io ho un paio di foto con Eddy, fatte al mondiale del ’76 vinto da Moser che custodisco gelosamente: allora Merckx non faceva più paura, eppure aveva un carisma, meritava un rispetto enorme per quello che aveva fatto.

La voglia di vincere sempre

«Possiamo confrontarli dal punto di vista caratteriale, questo sì: Merckx sappiamo tutti che voleva vincere sempre. Per lui il mondiale e la gara di quartiere avevano lo stesso valore e le correva con lo stesso obiettivo. Tadej forse è da allora il corridore che più lo ricorda da questo punto di vista, non partecipa mai per il solo gusto di partecipare, ogni volta che inforca la bici vuole fare qualcosa, farsi vedere, provarci, a prescindere da quale sia il percorso».

Nelle dichiarazioni del dopo mondiale, Pogacar ha ammesso che teme di avere un tallone d’Achille nella Sanremo, che pure Merckx vinse ben 7 volte: «La Classicissima di allora era ben diversa proprio per le ragioni esternate prima: tecnica dei mezzi a disposizione, differenze dei corridori, preparazione… Il percorso della Sanremo permetteva anche di fare quelle differenze che oggi sono impossibili, sia perché è un tracciato molto semplice, sia perché a inizio stagione i corridori sono uniformati, vengono dalla preparazione invernale, sono tutti pronti e al massimo. Ma attenzione: proprio perché è semplice, la Sanremo è una corsa difficilissima da interpretare perché anche uno come Tadej non sa come esprimere la sua superiorità, non ci sono appigli per farlo, anche il Poggio è troppo poco. Non è un caso se coloro che l’hanno vinta con la maglia iridata addosso si contano sulle dita di una mano…».

Pogacar chiuse terzo a 2’55” da Roglic e alle spalle anche di Valverde. La maglia roja è un altro suo obiettivo
Pogacar chiuse terzo a 2’55” da Roglic e alle spalle anche di Valverde. La maglia roja è un altro suo obiettivo

Meglio la Roubaix della Sanremo…

E la Roubaix? Tadej farà come Hinault, che la corse e la vinse una volta sola e poi non ne volle più sapere? «Tadej l’ha già corsa da junior, sa che cos’è e sa anche che per certi versi è addirittura più facile rispetto alla Sanremo per lui. Io credo che quando vorrà e la preparerà a dovere potrà anche vincerla, a maggior ragione con condizioni climatiche estreme come c’erano quasi sempre quando correvo io mentre ora sono diventate piuttosto rare. Ripeto: la Roubaix ha quelle caratteristiche che possono esaltare la sua superiorità tecnica e tattica, la Sanremo resta un rebus, per questo è affascinante e lo sarà ancora di più».

Intuito Tratnik: arriva Pogacar, si rialza e lo lancia verso l’iride

03.10.2024
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ZURIGO (Svizzera) – «Ho capito che Tadej stava arrivando – dice Tratnik – perché quando con la fuga abbiamo iniziato la salita, avevamo un vantaggio di circa due minuti e mezzo. Poi improvvisamente è sceso a un minuto e mezzo: un minuto in meno in pochissimo tempo. A quel punto la moto passando mi ha detto che avevano attaccato. E poi, qualche minuto dopo, ho visto sulla tabella che il numero 22 aveva 20 secondi di vantaggio sul gruppo: il numero 22 era Tadej. Da lì ho capito che era da solo e in quel momento ho deciso di aspettarlo per cercare di fargli risparmiare un po’ di energia».

Restiamo ancora un po’ sul mondiale. Le parole di Vanthourenhout hanno riportato l’attenzione su Jan Tratnik. Averlo visto nella prima fuga, ha raccontato il tecnico del Belgio, faceva pensare che Pogacar si sarebbe mosso. E sia pure con imprevedibile anticipo, così è stato. A quel punto i belgi si sono ritrovati con l’inseguimento sulle spalle, mentre Tadej davanti scriveva la storia. Ma non era solo, con lui c’era il compagno di nazionale.

Tratnik, 34 anni, era al via del mondiale in supporto per Pogacar o Roglic
Tratnik, 34 anni, era al via del mondiale in supporto per Pogacar o Roglic

Attacco a sorpresa

Tratnik era là, solido e pronto. La sua è stata finora una carriera a metà fra il protagonismo e la generosità. E’ stato capace di vincere un europeo U23 a crono, poi una tappa al Giro e anche l’ultima Omloop Het Nieuwsblad. Ma ha anche scortato capitani come Caruso, Roglic, Kuss e Vingegaard verso grandi risultati. E questa volta si è ritrovato davanti al mondiale con il più giovane connazionale che a suo modo era partito verso un’impresa leggendaria.

«Sono venuto a Zurigo – racconta – solo per aiutare Tadej e Primoz. Non ho mai nemmeno pensato alle mie possibilità personali. Sapevamo che loro due erano i nostri capitani e siamo andati lì solo per aiutarli. Però non mi aspettavo di vederlo arrivare così presto. Quando sono andato in fuga, sapevo che in qualche modo Tadej avrebbe avuto un vantaggio dalla mia presenza, ma pensavo che si sarebbe mosso nel giro successivo. Mi ha davvero sorpreso che abbia attaccato così presto, il piano non era assolutamente questo».

Un giro dopo aver lasciato Pogacar, Tratnik si è fermato e lo ha atteso al traguardo col resto della squadra (foto Vid Ponikvar)
Un giro dopo aver lasciato Pogacar, Tratnik si è fermato e lo ha atteso al traguardo col resto della squadra (foto Vid Ponikvar)

A tutta fino alla cima

Immaginate la scena, oppure riavvolgete il nastro e andate a rivederla. Tratnik è nella fuga in cui viaggia anche Cattaneo. Sembra tutto normale, come può essere normale essere inseguito da un gruppo così pieno di campioni. Eppure di colpo si rialza e smette di collaborare. Gli altri lo guardano e qualcuno capisce.

«Quando i ragazzi della fuga hanno visto che non tiravo più – sorride – hanno capito che forse stava succedendo qualcosa dietro. Quando poi mi sono staccato e mi hanno visto rientrare con Tadej, hanno smesso immediatamente di collaborare. Sapevano esattamente cosa stavamo facendo. Tadej non mi ha chiesto niente. Io invece gli ho detto di stare seduto alla mia ruota e di non fare niente. Ci avrei pensato io fino alla cima della salita, poi però avrebbe dovuto cavarsela da solo. Il mio compito era quello e poi vederlo andare via a tutto gas.

«Le poche cose che ci siamo detti sono state per dirgli di stare calmo, che avrei tirato io. E una volta sulla cima, gli ho augurato il meglio possibile e gli ho detto che speravo che sarebbe diventato campione del mondo. Io invece dopo un altro giro mi sono fermato e ho chiuso lì il mio mondiale».

Tratnik assicura che anche il lavoro di Roglic è stato prezioso per la conquista di Pogacar
Tratnik assicura che anche il lavoro di Roglic è stato prezioso per la conquista di Pogacar

Il lavoro di Roglic

Dal prossimo anno, Tratnik tornerà con l’amico Roglic alla Red Bull-Bora. Eppure in nazionale ogni rivalità sparisce. Soprattutto quando, come quest’anno, tutta la squadra sa di poter portare in patria la maglia iridata, che per ultimo Mohoric era riuscito a conquistare nel 2013 da under 23.

«Con Tadej siamo buoni amici – dice Tratnik – ci alleniamo insieme a Monaco, a volte andiamo a cena insieme. Siamo amici ed è un tipo che mi piace. E’ davvero rilassato e un vero campione. L’atmosfera della nazionale attorno ai nostri leader era davvero buona. Anche Primoz ha fatto un lavoro incredibile. Forse non si è visto, magari la televisione non lo ha inquadrato, ma praticamente ha lanciato lui l’attacco di Tadej. Si è molto impegnato. Abbiamo vinto la maglia e chiaramente Tadej è stato il più forte, ma Primoz lo ha aiutato molto. E’ stato anche lui una parte importante di questa vittoria.

«La sera la squadra era felice. Abbiamo festeggiato davvero bene e non importa in quale team corriamo. Eravamo semplicemente felici che questa nuova maglia fosse in Slovenia e che tutti abbiano lavorato per portarcela. A partire dai corridori, tutti hanno fatto un lavoro incredibile e tutti si sono impegnati. C’era davvero una bella atmosfera anche da parte dello staff e delle persone che ci hanno aiutato. Posso dire che è stato davvero bello». 

Sul pullman, anche per Tratnik la foto ricordo della fantastica avventura iridata di Pogacar (foto Vid Ponikvar)
Sul pullman, anche per Tratnik la foto ricordo della fantastica avventura iridata di Pogacar (foto Vid Ponikvar)

Orgoglio sloveno

Il tempo di tornare a casa e mettere nella valigia i capi con i colori della Visma-Lease a Bike e Jan Tratnik tornerà a lavorare per la sua squadra. Per festeggiare il mondiale, ne siamo certi, ci sarà tutto l’inverno, prima di andare magari nel raduno di Soelden con cui la sua nuova squadra tedesca è solita aprire la stagione.

«Dal prossimo anno – ammette – sarò di nuovo in squadra con Roglic. Penso che Primoz sia una persona adulta e sappia che questa volta Tadej era il più forte ed è anche per questo che lo ha aiutato. Qui non ci sono rancori, alla fine, siamo tutti amici. Forse non è neanche questo. Siamo sloveni, quindi se possiamo aiutarci a vicenda, lo facciamo. Poi però nelle gare normali, gareggiamo l’uno contro l’altro. Quindi nessun rancore o risentimento per aver aiutato un rivale. Avevamo un obiettivo chiaro. Volevamo vincere questa maglia, volevamo farlo e tutto ha funzionato alla perfezione. E io sono davvero felice di averne fatto parte».

Tiberi e le corse di un giorno: ne ragioniamo con Bartoli

02.10.2024
6 min
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La prima presenza al mondiale per Antonio Tiberi ha portato tanta pressione, soprattutto dopo la vittoria al Giro di Lussemburgo, ma anche un’esperienza nuova. Ce lo aveva detto lo stesso corridore della Bahrain Victorious a fine gara.

«Fare corse di un giorno – ha detto alla fine della prova iridata – è sempre una fatica un po’ diversa dal solito. Ci sono degli sforzi che non si fanno abitualmente nelle gare a tappe, poi in un mondiale dove tutto si amplifica è veramente dura. La prima gara di un giorno che ho disputato quest’anno è stata la Liegi. Il mondiale, invece, è stata la seconda».

Al Giro di Lussemburgo Tiberi ha mostrato ottime qualità negli sforzi brevi richiesti dagli strappi
Al Giro di Lussemburgo Tiberi ha mostrato ottime qualità negli sforzi brevi richiesti dagli strappi

Piccoli passi

Tiberi ha poi espresso la voglia di migliorare in questo tipo di competizioni, dichiarando la volontà di inserirne altre nel calendario della prossima stagione. Riflessioni giuste e ambiziose di un ragazzo di 23 anni che solo nel 2024 ha mostrato di poter fare i passi giusti per entrare nella cerchia dei corridori di primo livello. Con lui, quando è entrato a far parte della Bahrain Victorious, lavora Michele Bartoli. Il preparatore toscano è la figura giusta da interpellare per analizzare al meglio il mondiale di Tiberi e parlarne apertamente. 

«A Zurigo – spiega Bartoli – Tiberi ha corso la seconda gara di un giorno della stagione, era logico potesse soffrire in qualche modo. E’ un tipo di sforzo al quale non è abituato ma, come in tutte le cose, se vorrà dedicarsi anche a questi appuntamenti dovremo prepararli con le giuste modalità. A seconda degli obiettivi si devono poi impostare allenamenti diversi».

La Liegi è stata la prima e unica corsa di un giorno disputata da Antonio prima del mondiale
La Liegi è stata la prima e unica corsa di un giorno disputata da Antonio prima del mondiale
Lo stesso Antonio ha detto di essersi accorto che gli manca l’esplosività per affrontare certi percorsi. 

Innanzitutto vorrei dire che di questo mondiale ognuno ha dato la sua interpretazione. Si era partiti con l’affermare che fosse per scalatori, ma se arriva terzo Van Der Poel non mi viene da pensare a un percorso per scalatori. Penso sia stato un mondiale opposto alle sue caratteristiche di base.

Quali sono?

Lui è un atleta da corse a tappe, considerando che nel 2024 ha disputato solo questo genere di appuntamenti è difficile immaginarlo in gare di un giorno. Poi può migliorare. Anzi, sono sicuro che se un domani dovesse correre di nuovo il mondiale, Antonio sarebbe in grado di competere con i più forti. Alla fine è arrivato terzo O’Connor. Però va tutto preso con calma, non dimentichiamoci da dove è partito Tiberi. 

Il ciociaro si è reso conto che anche in un grande Giro serve avere tanta potenza per rispondere agli attacchi dei più forti
Il ciociaro si è reso conto che anche in un grande Giro serve avere tanta potenza per rispondere agli attacchi dei più forti
Ovvero?

Nel 2024 ha dimostrato di poter ricoprire il ruolo di leader per un Grande Giro in una formazione WorldTour. Il suo quinto posto al Giro potrebbe entrare di diritto nelle più belle prestazioni dell’anno, se non ci fosse stato un certo Pogacar. Però arrivare in una squadra come la Bahrain e al primo anno dimostrare di poter fare il capitano, a soli 22 anni, non è poco. 

Come ha detto lo stesso Tiberi le corse di un giorno possono aiutare nel migliorare anche nelle gare a tappe?

Sicuramente. Anche perché gli sforzi anaerobici, come i lavori sui cinque minuti, alla soglia lattacida, VO2 Max e interval training sono entrati in pianta stabile nelle tabelle di lavoro anche dei corridori da corse a tappe. Chiaro che la differenza arriva a seconda del tempo che dedichi a questi allenamenti. Alla fine credo che si vinca con la prestazione. 

Tiberi ha programmato la stagione puntando su due grandi corse a tappe
Tiberi ha programmato la stagione puntando su due grandi corse a tappe
Spiegaci.

Le gare le vince chi riesce ad avere la miglior prestazione massimale, chi è abituato a soffrire. Anche per staccare gli altri in salita sei costretto a fare sforzi molto intensi e se non sei in grado di replicare alla prima risposta ti fanno fuori. I lavori lattacidi, come i cambi di ritmo, sono quel tipo di allenamento che migliora questo genere di prestazioni. Tiberi ha una caratteristica che lo può rendere un grande corridore.

Cioè?

La gestione del proprio sforzo. Riesce a non andare fuori giri mantenendo una prestazione altissima. Per altri corridori amministrarsi vuol dire abbassare tanto l’intensità dello sforzo. Antonio riesce a fare una prestazione massima senza mai subirla.

Al mondiale le premesse c’erano e secondo Bartoli, il suo preparatore, in futuro Tiberi potrà fare bene in questi appuntamenti
Al mondiale le premesse c’erano e secondo Bartoli, il suo preparatore, in futuro Tiberi potrà fare bene in questi appuntamenti
Un po’ come Pogacar, con i dovuti paragoni?

Per me guardare il super campione diventa controproducente. Pogacar può fare tutto, anche sbagliando, e non subire conseguenze. Gli basta un chilometro per recuperare totalmente e poi ripartire. Magari altri corridori un errore lo pagano e devono riposare una notte intera per recuperare pienamente. Tiberi per me è un super atleta e ha delle qualità che per la sua giovane età possono portare a tanto: un gran motore e ascolta bene il proprio fisico. 

Quindi si può pensare a un Tiberi protagonista nelle corse di un giorno?

Tanto dipende dal calendario. Se fa come nel 2024 dove ha corso Giro e Vuelta, è più difficile perché la programmazione ti porta a lavorare in un determinato modo. Se dovesse saltare il Giro potrebbe concentrarsi sulle Ardenne e prepararle al meglio. Oppure, se si sceglie di fare la corsa rosa dopo lo stacco di metà stagione, potrebbe lavorare in ottica San Sebastian e Lombardia. Questo lo deciderà lui insieme alla squadra. 

L’altra monumento corsa in carriera è stato Il Lombardia, nel 2021 con la Trek e nel 2023 con la Bahrain (qui in foto)
L’altra monumento corsa in carriera è stato Il Lombardia, nel 2021 con la Trek e nel 2023 con la Bahrain (qui in foto)
Era comunque la prima esperienza a un mondiale.

Una volta si diceva che per essere competitivi in gare come Fiandre o Liegi servissero due o tre anni. Ora solo perché uno o due corridori fanno bene subito, sembra che non ci debba essere il tempo di adattamento. L’opinione pubblica cambia con l’attualità dei fatti, ma non sempre questa è la regola. Le cose si costruiscono un mattone per volta, Bennati, che di ciclismo ne sa, ha già detto che Tiberi deve vivere certe gare per abituarsi e capirle. 

E poi non va buttato quanto di buono ha fatto, come la vittoria al Lussemburgo.

Quella era una corsa vicina agli sforzi che trovi in una gara di un giorno. Sforzi massimali sui 3 minuti e rilanci in cima allo strappo. Ero il primo a essere fiducioso in vista di Zurigo, poi però le giornate difficili capitano. Comunque va considerata l’emozione di vestire la maglia della nazionale e di correre un mondiale. Rimango della mia idea: se domani dovessero correre ancora Antonio lo metterei nuovamente tra quelli che possono fare bene.

Con Pogacar e la nazionale slovena è “iridata” anche Alé

02.10.2024
3 min
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Il trionfo della squadra slovena nella gara maschile su strada ai Mondiali di Ciclismo di Zurigo 2024, grazie alla straordinaria prestazione di Tadej Pogacar, ha portato ulteriore lustro alla collaborazione tra il team sloveno e Alé, un marchio noto per la grande qualità produttiva in ambito abbigliamento per il ciclismo. Questa partnership, iniziata nel 2022 tra Alé e la Federazione Ciclistica Slovena (KZS – Kolesarska zveza Slovenije), ha “vestito” alcuni dei più grandi ciclisti del mondo, come appunto Tadej Pogacar, Primoz Roglic e Matej Mohoric, nelle competizioni più prestigiose, tra cui mondiali, europei e Giochi Olimpici.

Pogacar sotto al traguardo di Zurigo diventa campione del mondo e con lui il suo kit Alé Cycling
Pogacar sotto al traguardo di Zurigo diventa campione del mondo e con lui il suo kit Alé Cycling

Momento storico

E il successo ottenuto ai recentissimi Mondiali di Zurigo rappresenta davvero il culmine di una collaborazione che ha già prodotto risultati di grande rilievo. La vittoria di Pogacar, supportato da un team a dir poco eccezionale, ha segnato un momento storico per il ciclismo sloveno, e Alé non ha tardato a congratularsi con il campione e con tutta la nazionale per la prestazione memorabile.

«E’ stato per noi un onore immenso vedere il logo Alé sul gradino più alto del podio ai mondiali di ciclismo su strada 2024 – ha commentato entusiasta Alessia Piccolo, Amministratore Delegato di APG, l’azienda che controlla il brand – collaborare con alcuni dei migliori ciclisti al mondo, grazie alla partnership con la Nazionale slovena di ciclismo, è un vero privilegio. Ringraziamo la KZS per questa grande emozione e ci congratuliamo con il vincitore e con tutto il team».

Alessia Piccolo con Tadej Pogacar
Alessia Piccolo con Tadej Pogacar

Partnership vincente

La partnership tra Alé e la Federazione Ciclistica Slovena non si limita solo alla fornitura di divise da gara, ma comprende anche l’abbigliamento tecnico sia per la stagione estiva che per quella invernale. I capi, inclusi i body utilizzati nelle competizioni, sono caratterizzati dal verde distintivo della Slovenia, conosciuto come “Slovenian Green”, abbinato a dettagli in blu scuro, creando un look elegante e riconoscibile. Questi capi appartengono alla collezione PR-S di Alé, una linea dedicata alle squadre professionistiche che utilizza le tecnologie più avanzate nel campo tessile per ottimizzare le prestazioni degli atleti. Ogni capo è difatti studiato nei minimi dettagli, con un “fit racing” pensato per migliorare l’aerodinamica e il comfort durante le gare più impegnative.

La collezione PR-S di Alé rappresenta il punto di incontro tra design all’avanguardia e performance, rendendo questi capi ideali per atleti di altissimo livello come quelli della nazionale slovena. La maglia indossata da Tadej Pogacar durante il suo trionfo è l’emblema di questa perfetta sinergia tra tecnologia e sport.

Con il primo posto ottenuto ai Mondiali di Zurigo, la partnership tra Alé e la nazionale slovena ha dimostrato ancora una volta di essere un connubio vincente, capace di portare i suoi atleti a dominare le competizioni più prestigiose del panorama ciclistico internazionale.

Alé Cycling

I cinque minuti a 700 watt di Pogacar. Chi poteva stargli dietro?

02.10.2024
9 min
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E’ quasi una abitudine, come si fa tra amici, ritrovarsi all’indomani di una grande corsa a commentarla con Pino Toni. Accadde con la fantastica Roubaix di Van der Poel e più di recente con il Tour di Vingegaard e la suggestione della Vuelta per Pogacar. Questa volta, appena rientrati da Zurigo, il tema della chiacchierata con il preparatore toscano, che ha avuto fra i suoi atleti anche Alberto Contador, Peter Sagan e il cittì azzurro Bennati, è il mondiale dello sloveno. Quei 100 chilometri di fuga non sono stati per caso, questa almeno la nostra sensazione.

«Secondo me – dice sorridendo – non è andato a tutta per tutto il giorno. Però nel momento dello scatto, ha fatto quella menata con i suoi soliti 5 minuti a 700 watt che li ha smontati tutti. Bagioli si è fatto male da solo a stargli dietro. Avrebbe potuto anche riprendersi, buttarsi nel gruppo e tirare il fiato. Ma quella che fa male è proprio la mazzata morale. E’ come essere in un gran premio di MotoGP. Sul rettilineo arrivi in scia a uno che vuoi superare, lo affianchi e quello allunga di 150 metri. A quel punto cosa fai?».

Cinque minuti a 700 watt?

Esatto. Secondo me, in un test di valutazione, lui nelle gambe ha 5 minuti a quasi 700 watt. E penso anche che potrebbe avere benissimo i 10 watt per chilo. Quando scatta ha la capacità di fare 700 watt per 5 minuti. Magari saranno stati 600 alti, ma comunque verso i 700. Del resto, Quinn Simmons che era dietro è stato staccato quando aveva un wattaggio medio di 743 watt. Magari li ha appena visti o li ha tenuti per 2 minuti, però vedendo i dati, per me Pogacar ha queste capacità. E una volta riportate in corsa, sono devastanti, perché gli altri sono lontanissimi da certi valori.

Se così fosse, saremmo davvero di fronte a un fenomeno.

Qui c’è una questione anche di forza, non soltanto di capacità fisiologiche. Forza e capacità di esprimere forza sui pedali. Quindi coordinazione, le leve giuste, i muscoli giusti. Questo ragazzo sembra una macchina perfetta. Dieci anni fa si pensava che i 500 watt sui 5 minuti fossero un numero già fuori dal seminato, lui però ha cambiato tutto. Magari un altro sulla salita lunga riesce a far valere il suo minor peso, le sue leve diverse, magari il suo miglior VO2 max. Però le differenze tra lui e tutti gli altri sono queste. Secondo me, per quello che posso intuire dall’esterno, Pogacar è uno che in una valutazione dei migliori 5 minuti, quindi non con la stanchezza addosso ma con un buon riscaldamento, ha una capacità che è più vicina a 700 Watt su 5 minuti che ai 600. Per me lui è uno che va vicino ai 10 watt/kg.

I dati degli altri

A conferma dei dati ipotizzati da Pino Toni arrivano i dati pubblicati su social molto aggiornati (in questo caso Knowledge is Watt), ripresi evidentemente dai file Strava dei diretti interessati. Risulta che Simmons e Sivakov per stare dietro a Pogacar avrebbero dovuto sottomettersi a dispendi energetici piuttosto brutali.

Per rispondere ai primi 41 secondi dell’attacco di Pogacar, prima di essere staccato, l’americano ha espresso una potenza media di 743 watt con una punta di 985 watt. Subito dopo di lui, lo stesso destino è toccato ad Andrea Bagioli.

Invece Sivakov, che Pogacar ha agganciato nella fuga, sullo strappo di Zurichbergstrasse è stato per 1’54” alla media di 641 watt (9,3 per chilo). Mentre sulla successiva salita di Witikon il tempo è stato di 4’38” a 483 watt (7 per chilo).

I pochi dati usciti del campione del mondo riguardano la performance complessiva. Si parla della media di 42,410 in 6 ore 27’30” per un consumo di 5.439 calorie, con 92 pedalate al minuto.

Pogacar è arrivato al mondiale 68 giorni dopo il Tour, correndo nel mezzo le due gare canadesi (foto Slovenian Cycling Federation)
Pogacar è arrivato al mondiale 68 giorni dopo il Tour, correndo nel mezzo le due gare canadesi (foto Slovenian Cycling Federation)
Non è andato a tutta, quindi secondo te si è gestito?

Ma diamine, certo: non è mica un ragazzo incosciente! Diciamo che è un esperto di fughe, pensate agli 81 chilometri con cui da solo ha vinto la Strade Bianche. E considerate che se fai 81 da solo su quelle strade, col rischio di bucare e di cadere e senza l’ammiraglia dietro per chissà quanto tempo, farne 100 di fuga al mondiale ti fa meno paura. Hanno parlato di rischio di suicidio tattico, per me è stato più rischioso quello che ha fatto per vincere a Siena. Non lo so, questo è così.  Si diverte a fare certe cose, c’è poco da fare.

Stando da solo ha speso tanto più di quello che avrebbe speso con una condotta più accorta?

Molto di più, perché bene o male la sua media diventa molto più alta. Azzardo un numero, posso sbagliare chiaramente. Metti che uno va a 370 watt, quindi a 0,8 della sua performance, ha consumato comunque 200 grammi di carboidrati l’ora. A prescindere che avessero previsto un’azione come quella, lui una borraccia fatta bene ce l’ha sempre. Ci sta che abbiano anche delle cose un po’ diverse, nel senso che tramite la borraccia riescono a buttare dentro anche i 100 grammi, aggiungi un gel e sei già a 140 grammi. Quindi è un bel rifornirsi e secondo me gli sono serviti tutti. Alla fine, secondo me, era tanto stanco. Ha fatto un numero, dietro non sono mica arrivati riposati…

Un bel rifornirsi per sostenere un bel consumare, quindi?

Il problema dei consumi è che li calcoli prevalentemente sul lavoro delle gambe, perché quando fai test li fai da seduto. Invece nel caso della corsa c’è un consumo più generale, perché ci sono tante vibrazioni e quindi consumi di più. E’ anche un’altra andatura, come quando Van der Poel alla Roubaix fece da solo più di 47 di media. E comunque anche Pogacar alla fine ha chiuso oltre 42 all’ora, non poco…

Secondo Pino Toni, Pogacar ha controllato per tutta la durata della fuga. Solo nel primo attacco ha dato davvero tutto
Secondo Pino Toni, Pogacar ha controllato per tutta la durata della fuga. Solo nel primo attacco ha dato davvero tutto
A fine corsa ha detto che probabilmente era stata una mossa stupida, ma secondo te quando uno così parte, davvero non pensa di poter arrivare? Quanto rischio c’è a questi livelli?

Secondo me lui ha fatto un’accelerazione. E’ partito non con la convinzione di andar via solo, ma di ridurre il gruppetto a una quindicina di persone e che i migliori gli andassero dietro. Erano ancora in tanti e di squadre diverse. L’avevano già allungato, però non abbastanza. Invece si è ritrovato da solo e ha gestito anche questo, tenendosi vicino prima Tratnik e poi Sivakov. Questo l’ha anche aspettato dopo lo strappo duro, perché gli ha permesso di respirare. Magari gli ha dato solo due cambi, però lui intanto non era da solo.

E’ Pogacar. Ha già fatto 80 chilometri di fuga alla Strade Bianche. Ha vinto Liegi, Giro e Tour e quando attacca ai meno 100, Evenepoel e Van der Poel non lo seguono?

Secondo me hanno provato la carta del “si ammazza da sé: si ripiglia e lo troviamo stanco”. Però diciamo che un pochino di fatica ce l’avevano anche loro a quel punto della corsa, nel senso che erano ognuno nel suo. Avevano la loro tattica, avevano in mente sicuramente qualcosa di diverso e volevano aspettare un pochino più avanti a fare la vera selezione. Anche perché quando è andato via Pogacar, c’era ancora tanto tempo. Hanno pensato che lo avrebbero ripreso per strada e lui sarebbe stato stanco. Capite che qui cambia tutto?

Cosa cambia?

Uno di questi che è in giornata cambia quelle che sono sempre state le tattiche del ciclismo. Cosa gli dici nel bus? Quando parte Pogacar, gli vai dietro? Lunedì ho mandato un messaggio a Daniele (Bennati, ndr) per dirgli: “Ti ho visto un pochino rammaricato, ma stai nel tuo, hai questi corridori qui, non potevi fare una selezione diversa e portare qualcuno di diverso”. Di fatto ci siamo ritrovati nella stessa condizione della Spagna, che con Ayuso, Mas e Landa si dice abbia dei campioni. Idem la Danimarca e la Germania. Purtroppo contro questi c’è poco da fare. Quando Bettiol non è in forma o ti dice di no, tolto anche il Ganna della Roubaix o della Sanremo dello scorso anno, tanto altro non abbiamo.

Quello visto all’arrivo è stato un Pogacar molto più stanco che nelle precedenti occasioni
Quello visto all’arrivo è stato un Pogacar molto più stanco che nelle precedenti occasioni
Tornando a Pogacar, nell’ultimo giro gli erano arrivati a 35 secondi, lui in salita ha dato una sgasata e li ha rimessi a 45…

Secondo me aveva tanti controlli cronometrici lungo il percorso. Ho visto la foto della borraccia, ma quella la preparavano e la davano lì al rifornimento. Però secondo me aveva persone sul percorso che gli davano i distacchi. Che poi bastava averne 5 o sei.

Secondo te è più sbalorditiva questa fuga o quella di Van der Poel alla Roubaix?

Sono entrambe belle cose, che però vengono in due momenti diversi della stagione. Secondo me è molto più apprezzabile questa del mondiale, soprattutto fatta da uno che quest’anno aveva già vinto la Liegi, il Giro d’Italia e il Tour de France. Prima del mondiale aveva già 22 vittorie. Trovare la forza per fare una cosa del genere è notevole.

Invece si può pensare che Evenepoel sia arrivato stanco al mondiale, avendo fatto e vinto dopo il Tour anche le Olimpiadi?

Allora, ho fatto un’osservazione. In tutti gli sport individuali, quello cioè dove conta tanto anche la testa, chi ha fatto le Olimpiadi ne è uscito martoriato. Nel tennis, i due che hanno fatto la finale sono usciti al secondo turno del torneo successivo. Secondo me anche mentalmente sono usciti tutti cotti. E poi, guardando il calendario del ciclismo, l’Olimpiade è quell’appuntamento in più che ti frega. E’ qualcosa che alla fine non riesci a metabolizzare. Tutte le stagioni hanno lo stesso schema, l’aggiunta delle Olimpiadi li ha stroncati tutti. E Remco a Parigi voleva fare bene.

Pogacar ha concluso la corsa consumando 5.439 calorie, pedalando a una frequenza media di 92 rpm
Pogacar ha concluso la corsa consumando 5.439 calorie, pedalando a una frequenza media di 92 rpm
Meglio di così, due ori in due gare…

E’ chiaro che è andato con grandi motivazioni, ma uno che vince due medaglie d’oro va giù anche di testa e di tensione. Qui si ragiona su percentuali minime che fanno grandissime differenze. E dopo il Tour, Evenepoel le Olimpiadi le ha dovute preparare: non c’è arrivato in scioltezza. Pogacar invece si è fermato ed ha avuto due mesi per recuperare e lavorare. Quindi forse anche la scelta di non andare a Parigi, se aveva già in testa il mondiale, gli ha permesso di arrivarci molto più fresco. Fermo restando, come ho già detto, che lui quest’anno poteva fare veramente tutto.