EDITORIALE / Privitera e le strade che ammazzano i ciclisti

21.07.2025
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Non conoscevo Samuele Privitera e non so se renderne grazie. Mi sarebbe piaciuto avere qualche esperienza condivisa con quel ragazzo entusiasta e solare, per contro tuttavia avrei attraversato i giorni della sua caduta e della morte rivivendo storie di ieri di cui porto ancora le cicatrici. Sono stati giorni pesanti, in cui ho toccato con mano lo sgomento di chi era sul posto e si trovava per la prima volta a contatto con la morte. Non ci si fa il callo, ma si impara il modo per tenerla a distanza, mettendo in atto dei meccanismi di autodifesa, che non sempre funzionano, ma di certo alleviano i colpi.

Il Giro della Valle d’Aosta è stato colpito da un’ondata di tristezza
Il Giro della Valle d’Aosta è stato colpito da un’ondata di tristezza

La famiglia del ciclismo

Ricordo come fosse ieri la caduta di Diego Pellegrini, al mio primo Giro della Valle d’Aosta, perché con lui avevo scherzato al via della tappa. Quella di Fabio Casartelli, che giusto prima di avviarsi aveva mostrato la foto del figlio Marco. Ricordo Wouter Weylandt, che non conoscevo tanto bene, ma era lì qualche ora prima e di colpo se ne era andato. La differenza a ben vedere la fa il fatto di conoscerli e aver condiviso il sogno, la rincorsa, il successo e anche il fallimento. Si fa parte della stessa famiglia e nelle famiglie succede anche questo.

Le statistiche della mortalità sulle strade dicono che ogni anno muoiono molti più ciclisti e anche più giovani di Samuele Privitera (in apertura foto @jcz__photos). Ma finché restano confinati nel conteggio e non hanno un nome, una storia e un sogno che ti coinvolgano, riesci a farli scivolare in modo più indolore. Se però nella statistica rimangono coinvolti (fra i tanti) Simone Tomi, Silvia Piccini, Tommaso Cavorso, Giovanni Iannelli, Davide Rebellin, Sara Piffer e mia zia Sandra che viveva a Bologna, allora capisci che è tutto vero.

Nei giorni della morte di Samuele abbiamo sentito parole dettate dallo sgomento, ma anche dalla brutta abitudine di drammatizzare i toni, quasi sentendosi in colpa per essere ancora qui, mentre lui non c’è più. Abbiamo sentito dire che il ciclismo è uno sport pericolosissimo, ma sarà vero?

Il Giro della Valle d’Aosta aveva anche altre ferite: questo il ricordo di Diego Pellgrini
Il Giro della Valle d’Aosta aveva anche altre ferite: questo il ricordo di Diego Pellgrini

A misura di SUV

Sono le strade a esserlo, italiane e non. Viviamo in un mondo a misura di automobile: veicoli sempre più grandi, veloci, violenti e insonorizzati. Un SUV di oggi ha lo stesso ingombro dei furgoni di un tempo, ma le carreggiate sono strette come 50 anni fa. Per farli rallentare non bastano i segnali di pericolo oppure ricordare che potrebbero esserci dei bambini che giocano: cosa gliene frega a un automobilista che ha fretta se travolge qualcuno? La donna che uccise Silvia Piccini proseguì e si presentò al lavoro.

Allora servono i dossi. Oppure si delimitano le corsie con vasi di calcestruzzo, rialzi e cordoli molto alti. Si è creata una geografia di ostacoli, che gentilmente vengono definiti arredi urbani e che dal mio punto di vista sono barriere architettoniche per chi vive la strada su due ruote, con o senza motore. Samuele è morto perché non si è accorto di un dosso del quale si sarebbe potuto fare a meno se la civiltà stradale fosse degna di questa definizione. Mattias Skjelmose è stato costretto a ritirarsi dal Tour perché si è trovato davanti, non segnalato, uno spartitraffico che lo ha fatto volare. Non serve a niente imporre cerchi più bassi e manubri più larghi se le strade sono queste.

Il dosso poco visibile che potrebbe aver provocato la caduta di Privitera
Il dosso poco visibile che potrebbe aver provocato la caduta di Privitera

Campi di battaglia

Il pavone Salvini, che si occupa di sicurezza stradale e infrastrutture e vuole legare a tutti i costi il suo nome a quel dannato ponte, dovrebbe essere più fiero di aver educato gli italiani a vivere civilmente sulle strade. Samuele Privitera è morto su un dosso che rappresenta il fallimento di questo tipo di educazione. Diverso il caso di Iannelli, ad esempio, probabilmente ucciso dall’assenza delle necessarie precauzioni in un rettilineo di arrivo. Diverso forse il caso di Diego Pellegrini, che in piena discesa trovò in traiettoria l’ammiraglia di un direttore sportivo che cercava di soccorrere il proprio corridore caduto. Non si venga a dire che il ciclismo è uno sport pericolosissimo, oppure si contestualizzi la frase.

Il ciclismo è uno sport pericolosissimo perché si svolge su strade come campi di battaglia. Siamo vittime del bullismo delle auto e delle trappole di chi cerca di arginarle. Se nelle vecchie zone di guerra i bambini continuano a morire ed essere mutilati per l’esplosione delle mine antiuomo, la colpa è loro che le hanno calpestate oppure di chi quelle mine le ha sepolte?

Il Valle d’Aosta riparte: Widar vince nel silenzio e nel dolore

18.07.2025
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GRAN SAN BERNARDO – Il Giro Ciclistico della Valle d’Aosta riprende dopo due giorni di dolore profondo, nel quale le parole sono state poche. In cima al Colle del Gran San Bernardo vince Jarno Widar, che come fatto ieri da Tadej Pogacar a Hautacam, indica il cielo (in apertura foto Giro della Valle d’Aosta). Si ferma e il massaggiatore del team Hagens Berman Jayco, presente dopo l’arrivo, gli stringe la mano. Al belga della Lotto Development tremano le labbra per il vento freddo e la commozione, poi parla: «Privitera e io abbiamo condiviso la stessa stanza due anni fa mentre eravamo in altura e siamo diventati amici. Era un ragazzo con un grande spirito da combattente. Volevo correre per lui e così ho fatto, questo successo è per Samuele».

La Hagens Berman Jayco è ripartita insieme a tutto il gruppo, nella mattina le squadre sono andate a fare un saluto e far sentire la loro vicinanza
La Hagens Berman Jayco è ripartita insieme a tutto il gruppo, nella mattina le squadre sono andate a fare un saluto e far sentire la loro vicinanza

Ripartire

Pré-Saint-Didier, sede di partenza della terza tappa, abbraccia il nome di Samuele Privitera e il suo ricordo. La Hagens Berman Jayco ha deciso, anche su richiesta della famiglia, di scendere in strada. Ai mezzi del team australiano si susseguono saluti e abbracci, per dare forza e supporto nel momento più difficile. Rimettere il numero sulla schiena rende ancora più reale il dolore e l’accaduto. La corsa riprende ed è giusto così, non perché si debba dimenticare ma per dare sostegno e ascoltare l’ultima richiesta di una famiglia che ha trovato la forza di non lasciare da soli i ragazzi e lo staff della Hagens.

Ieri la tappa annullata ha messo ognuno dei 125 corridori davanti a tante riflessioni. Le squadre, nel rimanere accanto ai propri ragazzi, si sono date da fare senza farli sentire soli davanti al dolore. C’è chi ha improvvisato una partita a bocce, chi ha pedalato in maniera blanda e chi invece sulla bici ha sfogato la frustrazione nell’aver perso un amico e un compagno di avventura. 

Prima della partenza, con corsa neutralizzata per 40 chilometri, c’è stato un minuto di silenzio in ricordo di Samuele Privitera
Prima della partenza, con corsa neutralizzata per 40 chilometri, c’è stato un minuto di silenzio in ricordo di Samuele Privitera

Il minuto per Samuele

La tappa inizia alle ore 12,25 con i primi 40 chilometri neutralizzati come scelto ieri tra organizzatori e team. Prima del via, in piazza a Pré-Saint-Didier, si è tenuto un minuto di silenzio in onore di Samuele Privitera. Sullo sfondo del palco alla presentazione delle squadre scorrevano le foto che ritraevano Privitera intento nel fare la cosa che più amava, pedalare. Oggi non è stata fatta una presentazione ufficiale ma gli atleti si sono recati liberamente al foglio firma. 

Poi tutti schierati, pronti per il via. I caschi si slacciano, gli occhiali da sole tolti e il silenzio che già regnava diventa ancora più profondo. Si parte, davanti c’è la macchina della giuria, dietro i quattro atleti della Hagens Berman Jayco e alle spalle il gruppo. 

Piede a terra

La corsa arriva, ad andatura controllata, al chilometro quaranta, ovvero il punto concordato tra i team e l’organizzazione nel quale il Giro della Valle d’Aosta avrebbe poi ripreso il suo corso. Negli attimi in cui la direzione corsa aspettava di dare l’inizio ufficiale della tappa, accorciata a 81,7 chilometri, dal gruppo arriva Filippo Agostinacchio. Il leader della corsa si è fatto portavoce degli animi e dei sentimenti dei corridori e sembra che non si voglia ripartire. Due minuti concitati nel quale l’organizzazione e la direzione di corsa mantengono il patto mantenuto: si corre. Se qualcuno non dovesse sentirsela rimane libero di fermarsi.

«Ho parlato con tutte le squadre – dice Agostinacchio ancora vestito di giallo sul traguardo – e c’erano tante voci diverse. Omrzel e Tuckwell volevano ritirarsi dopo il tratto neutralizzato, mentre non erano chiare le idee di altri. La decisione di non correre o di fare qualche richiesta diversa all’organizzazione andava presa ieri. L’organizzazione ha lavorato per mettere comunque in piedi il tutto e ripartire. Io ho deciso di farmi portavoce della maggioranza del gruppo, che alla fine ha voluto correre».

La decisione della Hagens

La notizia che la Hagens Berman Jayco sarebbe ripartita è arrivata nel pomeriggio di ieri. I genitori di Samuele Privitera hanno voluto fare al team quest’ultima richiesta.

«Ieri mattina – ci dice Koos Moerenhout, diesse del team – non abbiamo preso parte alla riunione dei diesse perché avevamo deciso di rispettare qualsiasi decisione presa dal gruppo. I diesse avevano trovato l’accordo per ripartire, insieme all’organizzazione, e per noi andava bene così. Dei nostri atleti solo Fergus Browning aveva deciso che si sarebbe fermato dopo i primi 40 chilometri. Degli altri tre corridori rimasti Rafferty e Moreira hanno poi avuto problemi e non hanno terminato la tappa di oggi».

«Capisco che molti ragazzi – conclude – una volta saliti in bici non se la sentissero di proseguire, quando sei di nuovo in strada tante sensazioni cambiano ed è normale avere qualche dubbio o non sentirsela a livello morale. E’ un momento difficile per tutti».

Domani il Giro della Valle d’Aosta ripartirà con Jarno Widar in maglia gialla, con un vantaggio di 1’ 48” su Aaron Dockx della Alpecin Development e di 1’ 53” su Jean-Loup Fayolle della Arkea B&B Continental.

Ad Hautacam per Samuele: Pogacar fa la cosa giusta

17.07.2025
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Il senso di questa giornata al Tour sta probabilmente nelle ultime parole di Tadej Pogacar, mentre sui rulli cercava di mandar via la fatica dalla testa e dalle gambe. La fronte imperlata di sudore e un bottino sin troppo ricco in cima al primo arrivo pirenaico. Hautacam non passa mai inosservato e così è stato anche stavolta.

«Penso che questa tappa sia per Samuele e per tutta la sua famiglia – ha detto il campione del mondo – perché è stato davvero triste. E’ stata la prima notizia che ho letto stamattina e mi sono ritrovato a pensare a lui nell’ultimo chilometro. A quanto può essere duro questo sport e a quanto dolore può causare».

Al via un minuto di raccoglimento e applausi per salutare Samuele Privitera, scomparso nella notte ad Aosta
Al via un minuto di raccoglimento e applausi per salutare Samuele Privitera, scomparso nella notte ad Aosta

Un minuto di applausi

Sarà l’emotività del momento o il ricordo di tutti gli amici che abbiamo salutato in questi anni, le parole di Pogacar hanno dato alla scena un sapore umano, a margine di uno show di potenza e forza che ancora una volta ha annichilito i rivali. Anche il Tour è stato scosso dalla notizia della morte di Samuele Privitera al Giro della Valle d’Aosta. In partenza il gruppo, con il Team Jayco-AlUla in testa, ha osservato un minuto di raccoglimento che si è concluso con l’applauso delle migliaia di persone accorse ad Auch per salutare la partenza del Tour.

«E’ stata una notizia devastante per tutta la famiglia Jayco-GreenEdge – ha dichiarato il direttore sportivo Mathew Hayman – ed è stato emozionante vedere il Tour de France fermarsi per un minuto per onorare la sua memoria. I nostri pensieri sono rivolti alla sua famiglia».

Giornataccia Visma

Ora che si fa la conta dei distacchi sul primo arrivo in salita, ci si rende conto che la classifica scoraggia già ogni volo di fantasia. Prima è naufragato Evenepoel. Poi abbiamo assistito al forcing interrotto della Visma-Lease a Bike, che ha dovuto fermarsi per non perdere Jorgenson. E quando si è arrivati alla salita finale, quelli del UAE Team Emirates si sono messi davanti e hanno stritolato Vingegaard e compagni. Se gli olandesi davvero avevano un piano, forse non avevano fatto i conti con l’oste iridato, che ha dato sul traguardo 2’10” al danese e 2’23” a Lipowitz.

«Penso che oggi Jonas si sentisse bene – ha commentato il direttore sportivo Grischa Niermann – ma sull’ultima salita, Pogacar è stato chiaramente il migliore. Jonas ha sofferto molto, è stata una giornata dura. Matteo (Jorgenson, ndr) non è stato bene, ma non possiamo biasimare i corridori. Avevamo una strategia, ma lui non ce l’ha fatta. Non è successo quello che speravamo, ma comunque Jonas si è dimostrato il migliore di tutti gli altri. Congratulazioni a Tadej e alla UAE Emirates, hanno dimostrato chi è il più forte».

I fantasmi di Hautacam

Non si vive nel passato e forse la Visma lo ha capito tutto in una volta. Se qualcuno credeva di poter ripetere la scena del 2022, quando Hautacam spense definitivamente le velleità di Pogacar, oggi avrà avuto un brusco risveglio. Un senso di positivo stupore che ha coinvolto anche il campione del mondo, che si è ripreso la maglia gialla con 3’31” su Vingegaard e 4’45” su Evenepoel.

«L’ultima volta che eravamo venuti a Hautacam – ha detto Pogacar – fu una storia molto diversa. Già la prima volta che feci la ricognizione di questa salita, pensai che fosse fantastica e non vedevo l’ora di affrontarla in corsa. L’unica cosa è che nel 2022 andai praticamente contro un muro. Stavo cercando di recuperare la maglia gialla, ma in quel periodo la Jumbo era troppo forte. Così ho cercato di dimenticare e non vedevo l’ora che arrivasse oggi. Tanti sono venuti da me a dirmi che sarebbe stata la mia rivincita e quando ci siamo avvicinati all’inizio della salita, la storia è parsa subito diversa rispetto ad allora. C’era di nuovo un corridore belga in testa, ma era Wellens e non Van Aert, e a tirare c’era la nostra squadra. Sono super contento di aver guadagnato tempo e di aver vinto su questa salita».

Healy ha onorato la maglia gialla, ha combattuto per tutto il giorno. Ha chiuso a 13’38”
Healy ha onorato la maglia gialla, ha combattuto per tutto il giorno. Ha chiuso a 13’38”

L’imbattibile Riis

Pogacar e tutta la sua squadra hanno corso utilizzando la Colnago Y1Rs, quella aerodinamica e leggermente più pesante della V5Rs. Il feeling con la bici è andato crescendo di corsa in corsa e probabilmente l’esigenza è sempre più quella di fare velocità, su pendenze mai severe come al Giro d’Italia.

Eppure, nonostante il suo strapotere, Pogacar non ha stabilito il record di Hautacam, che appartiene ancora a Bjarne Riis, per sua stessa ammissione dopato al momento di stabilirlo. Tadej ha percorso i 13,5 chilometri della salita (7,8 per cento di pendenza media) in 35’21” a 41″ dal record del danese che nel 1996 la scalò in 34’40”. Partito a circa 12 chilometri dall’arrivo, lo sloveno è stato nettamente in vantaggio sui tempi intermedi del danese, ma con il passare dei chilometri ha iniziato a calare il ritmo. Non è dato sapere se perché stanco o perché abbia ritenuto che non fosse necessario insistere avendo ancora un Tour intero da correre.

Il suo tempo è stato comunque di prim’ordine. Nel 2022 impiegò 37’39” dietro allo scatenato Vingegaard: due minuti peggio di oggi.

La vittoria più bella

In questa tappa del Tour che si è chiusa nel segno di qualcosa che abbiamo già visto, forse la cosa migliore da fare è accucciarsi nuovamente in un bozzolo silenzioso e dedicare gli ultimi pensieri a Samuele Privitera e al suo sogno spezzato di essere un giorno su queste strade. Non condividiamo la retorica del ciclismo diventato uno sport pericolosissimo, perché scava fosse comuni in cui non si fanno distinzioni.

Di certo, in questa inesorabile metafora della vita che è la strada, può capitare di doversi fermare a piangere un fratello che non c’è più. Per questo a nostro avviso, la vittoria più bella del Pogacar odierno è stata aver pronunciato le parole con cui abbiamo iniziato questo articolo.

Privitera: l’incidente, il sogno spezzato e le voci del gruppo

17.07.2025
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AOSTA – La notizia della morte di Samuele Privitera arriva pochi minuti prima della mezzanotte. Nel silenzio di una sala stampa ormai deserta e buia. Poche righe alle quali segue il messaggio di cordoglio dell’intero staff del Giro Ciclistico della Valle d’Aosta

La sala stampa della prima tappa del Giro della Valle d’Aosta era a poche centinaia di metri dall’arrivo. Nella festa di Filippo Agostinacchio una voce ci dice che Samuele Privitera è stato protagonista di una brutta caduta. La notizia ci accompagna fino al momento in cui ci sediamo per scrivere l’articolo che poi verrà pubblicato alle 19,09. La tappa è finita da qualche ora, ma in gruppo e tra gli addetti ai lavori circola la notizia di un brutto incidente che ha coinvolto il giovane corridore della Hagens Berman Jayco. L’attesa rende tutto straziante, a ogni squillo di telefono si teme che possa arrivare la notizia peggiore. 

Samuele Privitera (il secondo in maglia Hagens Berman da sinistra) durante il foglio firma della prima tappa
Samuele Privitera (al centro) durante il foglio firma della prima tappa

Ore di attesa

La prima comunicazione ufficiale da parte dell’organizzazione arriva intorno alle 19, il ragazzo è stato trasportato all’ospedale Parini di Aosta in gravi condizioni ed è sotto osservazione. All’ingresso del Pronto Soccorso ci viene comunicato che sono in attesa dei familiari di Samuele Privitera. Poi il silenzio. Arrivano anche due atleti dell’U.C. Monaco. A distanza di un’ora anche un diesse della Hagens Berman Jayco insieme a un agente di Polizia, hanno in mano il casco di Privitera che sembra integro. 

Il silenzio fa salire la preoccupazione. E mentre il telefono squilla, la notte arriva senza che dall’ospedale trapelino notizie sullo stato di salute di Samuele Privitera. Gli agenti di Polizia davanti all’ingresso del Pronto Soccorso dicono che una notizia ufficiale verrà rilasciata dall’organizzazione una volta arrivati i genitori. Sono le 23,52 quando viene pubblicato il comunicato ufficiale del Giro Ciclistico della Valle d’Aosta. Privitera non ce l’ha fatta. 

La voce dal gruppo

E’ difficile cercare di capire la dinamica dell’incidente di Samuele Privitera, una prima ricostruzione può arrivare solamente da chi era accanto a lui in corsa. Lorenzo Masciarelli, della MBH Bank-Ballan-Csb, era in gruppo nel momento dell’incidente. 

«Privitera – racconta Masciarelli – era due metri davanti a me. Venivamo da una curva che si affronta senza frenare, ci trovavamo intorno alla ventesima posizione in gruppo. Lui arrivava dall’esterno e ha preso un dosso artificiale di cemento che serve per rallentare le macchine. Non si è capito se non se ne sia accorto, però nel momento in cui è salito sopra ha perso la presa dal manubrio. Di conseguenza il sedere gli è scivolato sul tubo orizzontale del telaio ed è rimasto seduto. I piedi si sono sganciati ma ha cercato di rimanere in equilibrio. In quelle situazioni, spesso, rimetti una mano sul manubrio e rimani in piedi. Invece lui ha sbandato ed è andato contro una barriera di ferro. Un impatto così non l’avevo mai visto. Parlando con i ragazzi che avevo vicini, che come me avevano visto l’accaduto, ci siamo resi subito conto della gravità

«Quando l’ho visto andare verso la barriera mi sono spaventato e ho tirato i freni – continua – e gli sono rimasto dietro. L’impatto è stato bruttissimo, è arrivato contro l’ostacolo con la testa e il petto. Il casco, anche durante lo scontro con la barriera, è sempre rimasto sulla testa. Non ho capito come si sia sfilato. Il fatto però che fosse integro (o così pareva, ndr) mi fa pensare che le prime a colpire la barriera siano state altre parti del corpo».

Marco Milesi, ora diesse della Biesse Carrera, era in gruppo nel 1993 quando sulle strade del Giro della Valle d’Aosta morì Diego Pellegrini
Marco Milesi, ora diesse della Biesse Carrera, era in gruppo nel 1993 quando sulle strade del Giro della Valle d’Aosta morì Diego Pellegrini

Il ricordo di Milesi

La voce che ci ha avvisato dell’incidente di Samuele Privitera, arrivata dopo il traguardo, ce l’ha data Marco Milesi, diesse della Biessa Carrera Premac. Il quale nella mattinata di oggi ci ha raccontato quanto visto dall’ammiraglia durante la tappa. 

«Ho visto Privitera a terra – racconta – mentre passavamo sul punto dell’incidente. Andavamo piano perché c’erano diversi oggetti sparsi sulla carreggiata. L’ho visto fermo a terra, immobile, e subito ho capito che si trattava di un brutto incidente. Erano già presenti i medici intorno al corpo che si agitavano, ho visto anche un meccanico della Hagens (la squadra di Privitera, ndr) parecchio spaventato in volto. 

«Mi è subito tornato in mente – riprende dopo un attimo di silenzio, con voce profonda – la caduta di Diego Pellegrini, sempre qui al Valle d’Aosta nel 1993. Io ero in corsa, così come lo ero al Tour de France 1995 quando venne a mancare Fabio Casartelli, eravamo anche compagni di squadra. Ci sono tanti pensieri nella testa di un ragazzo in un momento del genere, soprattutto nelle gare dilettanti quando chi corre con te è spesso coetaneo e lo conosci fin da bambino. Capire se andare avanti o meno spetta ai ragazzi. Io nel 1995, al Tour, volevo tornare a casa. I miei genitori mi stettero vicini e mi dissero di tenere duro. Quel Tour de France lo finii, ma con una sofferenza enorme».

Samuele Privitera, ciclista ligure nato a Imperia, è venuto a mancare all’età di 19 anni, avrebbe compiuto i 20 il prossimo 4 ottobre. Dal 2024 correva con il team Hagens Berman guidato da Axel Merckx, mentre da juniores aveva vestito la maglia del Team Fratelli Giorgi.

Privitera: parole da adulto per il giovane della Hagens Berman

02.01.2025
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Samuele Privitera parla con la voce di uno che ha le idee chiare nonostante la giovane età. Il diciannovenne ligure ha chiuso il suo primo anno con la maglia della Hagens Berman, il team continental che dalla passata stagione è entrato nell’orbita della Jayco AlUla, diventandone ora il devo team. La prima annata da under 23 per Privitera ha un duplice significato: innanzitutto è arrivata la consapevolezza che il ciclismo è diventato una cosa seria. Inoltre il ligure ha capito che ogni dettaglio conta e niente può essere lasciato al caso

In questi giorni che hanno sancito il passaggio dal 2024 al 2025 Privitera era a casa. Un breve periodo di recupero dopo il primo ritiro in Spagna con la Hagens Berman, accanto ai colossi del WorldTour. 

«Mi sono e ci siamo allenati bene – ci dice – ad Altea eravamo tutti riuniti in pochi metri: team di sviluppo e WorldTour. Avevo già avuto modo a dicembre del 2023 di partecipare a un ritiro con i professionisti. L’ambiente Jayco è molto bello, si lavora sodo e bene. Tuttavia non si sente la pressione, si rimane sereni e tranquilli».

Samuele Privitera ha corso il 2024 con la Hagens Berman Jayco, devo team della Jayco AlUla
Samuele Privitera ha corso il 2024 con la Hagens Berman Jayco, devo team della Jayco AlUla

La crescita

A livello di atteggiamento l’anno appena concluso sembra aver lasciato dentro Samuele Privitera la voglia di far vedere che è pronto a diventare un corridore a tutti gli effetti. 

«Il primo ritiro è andato alla grande – continua – la squadra ha optato per fare tanto volume a bassi regimi. Tante ore in bici ma tutti insieme, per pedalare l’uno accanto all’altro e conoscere i nuovi compagni. Per quanto riguarda i miei valori devo dire che sono molto contento, non mi aspettavo di stare così bene fin da subito. Si vede che ho assimilato bene quanto fatto durante il 2024. Il periodo di stacco ha dato i suoi frutti».

Una prima stagione fatta di alti e bassi ma dalla quale ha imparato parecchio (foto Instagram)
Una prima stagione fatta di alti e bassi ma dalla quale ha imparato parecchio (foto Instagram)
Come consideri questo primo anno da under 23?

Ha avuto un po’ di alti e bassi ma è anche giusto che fosse così. Ho capito che bisogna lavorare e avere un atteggiamento serio. Quello che prima era un divertimento ora è un lavoro. La squadra mi permette di vivere con il ciclismo e sento di dover dare qualcosa in cambio. Non che ci sia pressione, ma consapevolezza che le cose vanno fatte in un determinato modo.

Ad esempio?

Ci sono delle persone che lavorano con lo scopo di farci andare in bici e di farlo nel migliore dei modi. Quindi a noi spetta il compito di essere professionali e avere il giusto atteggiamento. Se un giorno piove l’allenamento va fatto comunque, perché i risultati non arrivano senza la dedizione. 

Al Giro Next Gen Privitera ha avuto uno dei migliori momenti di condizione (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)
Al Giro Next Gen Privitera ha avuto uno dei migliori momenti di condizione (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)
Per quanto riguarda la risposta in gara, come giudichi il 2024?

Penso di essere arrivato al massimo della condizione quando ero al Giro Next Gen. Nonostante lo avessi iniziato con un malanno ho tenuto duro ed è arrivato anche un terzo posto nella tappa di Zocca. Poi da lì in avanti ci sono stati degli avvenimenti che mi hanno frenato in alcuni momenti. Cose piccole ma che per un ragazzo di 18 anni non sono facili da gestire. 

Tipo?

Avrei dovuto fare uno stage con la Jayco AlUla, ma alla fine hanno deciso di dare questa chance a un altro ragazzo. Non è una cosa che mi ha causato quale danno a livello morale, tuttavia è chiaro che nel mentre è difficile da gestire. Prepari certi appuntamenti e poi cambiano i piani. Succede, si impara a gestire la cosa. 

Nella tappa di Zocca, al Giro Next Gen ha raccolto un buon terzo posto (foto LaPresse)
Nella tappa di Zocca, al Giro Next Gen ha raccolto un buon terzo posto (foto LaPresse)
In un anno quanto sei cambiato?

Tanto. Quando ero in forma sono riuscito a ottenere anche dei buoni risultati. Ma la cosa fondamentale penso sia stata l’imparare a gestire le diverse situazioni. 

Sei passato da una formazione juniores a un devo team come hai vissuto il tutto?

Bene. Avevo una buona conoscenza dell’inglese e questo mi ha dato una mano. E’ stato un passo importante che consiglio anche ad altri ragazzi, si fanno delle esperienze da corridore vero. Non credo di essere troppo giovane, d’altronde se un ragazzo della mia età vuole mantenersi deve andare a lavorare. Quello che mi è richiesto è l’andare in bici ed essere professionale nel farlo. 

Nel finale di stagione è stato vittima di due cadute che gli hanno impedito di performare al meglio (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)
Nel finale di stagione è stato vittima di due cadute che gli hanno impedito di performare al meglio (foto Nicolas Mabyle/DirectVelo)
A livello atletico quanto sei cresciuto?

Molto, in particolare negli sforzi brevi e nell’esplosività. Sento di avere un motore diverso, con un picco maggiore. I passi più grandi sono arrivati durante questo inverno. 

Ora il programma cosa prevede?

A fine gennaio andremo in ritiro in Toscana, con tutta la squadra. Mi piace pensare che un team importante come il nostro venga in Italia ad allenarsi, è un modo per mantenere radicata la nostra tradizione ciclistica. L’esordio alle gare dovrebbe arrivare in Croazia a marzo, poi cercheremo di capire se farò qualche gara con i professionisti. Noi del devo team dovremmo avere degli slot alla Coppi e Bartali. L’obiettivo principale sarà il Giro Next Gen. Vorrei cambiare un po’ il calendario in primavera e saltare le classiche italiane under 23, come Recioto e Belvedere, per andare a correre la Liegi U23 e il Tour de Bretagne. Questa è la richiesta che ho fatto alla squadra, vedremo se saranno d’accordo. 

Allora in bocca al lupo e buon anno.

Grazie e buon anno anche a voi!

Il taccuino di Amadori: cosa ha detto il Giro Next Gen?

23.06.2024
4 min
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Il capitolo chiuso con il secondo Giro Next Gen ha lasciato delle tracce di qualcosa che già si sapeva, ma ora risulta confermato. C’è un ciclismo giovanile che viaggia a due velocità diverse, se non tre. Nella carrozza numero uno ci sono i devo team del WorldTour, squadre in cui gareggiano i corridori più forti e pronti al mondo dei grandi. Con maglie degli stessi colori delle squadre maggiori, per far capire che i cammini sono, in parte, già intrapresi.

Nel secondo vagone viaggiano le continental, non tutte meriterebbero di avere questa nomenclatura, ma il problema è da rimandare in altre sedi. Infine ci sono le squadre di club, invitate e mai protagoniste, divorate da ritmi che le hanno decimate giorno dopo giorno. 

Kajamini (a sinistra) è stato l’unico italiano che ha provato a reggere il ritmo in salita (foto NB Srl)
Kajamini (a sinistra) è stato l’unico italiano che ha provato a reggere il ritmo in salita (foto NB Srl)

Gli occhi di Amadori

In questa edizione il cittì della nazionale under 23 ha guidato una selezione di sei ragazzi, tutti provenienti da squadre escluse dal Giro Next Gen

«Dal lato tecnico si sapeva che sarebbe stato un Giro Next Gen con un bel lotto di partenti – spiega – di conseguenza c’era da aspettarsi questo divario. Avrei voluto vedere qualcosa in più in salita, ma si era visto alle prove di Coppa delle Nazioni che in questo campo eravamo indietro. In Polonia e Repubblica Ceca avevamo fatto due quindicesimi posti con Scalco e Crescioli. Un plauso va fatto a Kajamini e Pinarello, che sono entrati nei primi dieci e ai livelli visti al Giro Next Gen non è facile». 

Qualcuno è mancato…

Crescioli è stato male tutti gli otto giorni praticamente, si è ripreso solo alla fine. Mosca che era in squadra con me e lo avevo portato per testarlo è caduto subito. Il suo Giro Next Gen è durato solamente cinque chilometri. Quindi c’è stata anche un pochino di sfortuna.

Esclusi gli arrivi in quota gli italiani si sono fatti vedere.

Nei percorsi misti abbiamo fatto vedere che ci siamo, i ragazzi sono stati spesso presenti e competitivi. Anche nelle volate ci sono stati sprazzi di Italia con Conforti che si è lanciato con coraggio. Chiaro, non abbiamo vinto, ma essere lì a giocarsela è comunque incoraggiante.  

In volata la bandiera tricolore è stata difesa da Conforti (Vf Group-Bardiani) che si è sempre piazzato
In volata la bandiera tricolore è stata difesa da Conforti (Vf Group-Bardiani) che si è sempre piazzato
Forse il miglior giorno a Zocca, con Privitera terzo?

Non solo lui, quel giorno c’erano tanti ragazzi in fuga: Privitera per l’appunto ma anche Romele, Borgo e Peschi. Non era una giornata semplice per gli attaccanti, perché il gruppetto è uscito di forza a velocità assurde. 

Ora arrivano gli appuntamenti importanti per la nazionale: Avenir, mondiali ed europei.

Su quelli dovremo lavorarci. Dopo il Valle d’Aosta andrò in altura a Sestriere come ogni anno. Cercheremo di fare la squadra migliore per l’Avenir in primis e poi per europeo e mondiale.

Privitera in maglia Hagens Berman, classe 2005, ha fatto vedere sprazzi di talento (foto LaPresse)
Privitera in maglia Hagens Berman, classe 2005, ha fatto vedere sprazzi di talento (foto LaPresse)
Un Giro Next Gen che ha fatto vedere come i primi anni siano già forti.

I primi due (Widar e Torres, ndr) sono giovanissimi, ma anche i nostri si difendono bene, tra tutti Borgo e Privitera. C’è da dire che i corridori che arrivano dalla categoria juniores sono già bravi, preparati e all’altezza. Poi noi abbiamo anche tanti ragazzi 2005, oltre a Borgo e Privitera ci sono anche Gualdi e Turconi ad esempio. 

Poi ci sono stati anche alcuni assenti illustri tra i nostri…

I primi anni da noi soffrono del fatto che hanno la scuola e la maturità da affrontare. Però chi è venuto ha messo alle spalle una bella esperienza, in una corsa che non regala nulla. Ci è mancata la vittoria, ma a questi livelli non è mai facile imporsi.

A Zocca vince Artz, ma i riflettori sono tutti per Privitera

15.06.2024
4 min
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ZOCCA – Occhi azzurri e guance rosse per lo sforzo, Huub Artz si presenta alla conferenza stampa dopo il podio ancora con i segni della fatica addosso. L’olandese classe 2002 della Wanty-ReUz, che ha già in mano un contratto di due anni con il team WorldTour, centra il suo secondo successo stagionale. Prima di oggi aveva alzato le braccia al cielo nella Gent-Wevelgem under 23. A Zocca ha messo la firma su un’altra vittoria importante (in apertura foto LaPresse). 

«Oggi era la tappa giusta per me – dice Artz – sono veramente felice di com’è andata. Non sono ancora sicuro che tipo di corridore sono, sicuramente dopo la tappa di ieri non mi piacciono le salite lunghe. Penso di essere un corridore da Classiche o tappe come queste, con strappi brevi. L’anno prossimo sarà tutto da scoprire, spero di fare un bell’inverno e di crescere con i giusti passi. Magari sarò pronto per vincere subito oppure mi servirà un periodo di adattamento. Ho già corso con i professionisti, ma l’anno prossimo sarà sicuramente diverso».

Scatto di rabbia

48 secondi dopo Artz taglia il traguardo Samuele Privitera. Il volto tirato in una smorfia di dolore e le gambe che faticano a far girare i pedali. Anche lui è uno dei famelici ragazzi classe 2005 che in questo Giro Next Gen stanno prendendo ruoli da assoluti protagonisti. 

«Questa prima avventura al Giro Next Gen non è partita nel migliore dei modi – racconta – dopo la cronometro iniziale ho avuto febbre e raffreddore. A Pian della Mussa sono arrivato alla fine della tappa per miracolo, non nascondo che ho pensato di andare a casa. Anche ieri a Fosse ero ancora intasato, ma mi ero ripromesso che con la condizione che avevo era doveroso provare qualcosa. Così oggi, nei primi chilometri, ho fatto uno scatto e sono uscito dal gruppo. Mi ha seguito Isidore e siamo stati 20 chilometri al vento, spingendo al massimo. Sono rientrati anche gli altri sei ragazzi e siamo andati al traguardo di comune accordo».

Privitera, in maglia bianca, è stato il primo a rispondere all’attacco di Artz (foto LaPresse)
Privitera, in maglia bianca, è stato il primo a rispondere all’attacco di Artz (foto LaPresse)

Orgoglio e rivalsa

Nel momento più difficile della stagione ha tirato fuori dal cilindro la sua migliore prestazione. Sintomo di quanto bruciasse dentro di lui il fuoco della rivincita. 

«Ho pensato – spiega con energie nuove – che fosse tutto un fattore mentale. Mi sono detto che era giunto il momento di farsi furbo e provare a risparmiare qualcosa in pianura. Non ho dato proprio tutti i cambi e iniziata la salita finale ho spinto al massimo. Peccato perché sono arrivato a pochissimo dalla vittoria, è contata più la testa che le capacità. Oggi è un terzo posto di cuore. Il Giro Next Gen mi ha fatto crescere tantissimo, sia mentalmente che fisicamente. Resistere alla tentazione di abbandonare e fare terzo in una tappa del genere mi ha fatto fare uno step importante».

Sul traguardo è stremato, ma oggi ha dimostrato di avere tanta forza d’animo e di volontà
Sul traguardo è stremato, ma oggi ha dimostrato di avere tanta forza d’animo e di volontà

Dalla bici ai libri

Privitera, al suo primo anno da under 23 alla Hagens Berman Jayco, ha fatto passi in avanti da gigante. 

«Quest’anno – conclude Privitera – sono stato in costante crescita dall’inverno fino ad adesso. Prima di venire qui al Giro ero all’Alpes Isère e ho pedalato benissimo, con numeri molto buoni. Devo solo dire grazie alla squadra perché non ci manca mai nulla: nutrizionista, cuoco, massaggiatori… Axel Merckx in me crede tanto, è stato il primo a dirmi di non mollare, è un diesse con la “D” maiuscola. Domani finisce questa avventura e iniziano gli esami di maturità, quindi la testa andrà lì. Poi mi concentrerò sul ciclismo, che ad ora è diventato il mio lavoro, anche se non escludo di iscrivermi all’Università: Scienze Motorie».

Team Giorgi, bell’inizio e già c’è un talento per il WorldTour

23.03.2024
7 min
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Nel Team Giorgi ci sono almeno due aspetti che si sono ben radicati negli ultimi anni. La grande capacità di scouting e, quasi come diretta conseguenza, la capacità di sfornare talenti pronti per il grande salto in devo team di squadre WorldTour. A corredo di tutto questo poi non mancano i risultati, come sta avvenendo in questo avvio di stagione.

Un filotto di tre vittorie (in apertura Mellano, foto Rodella) e quattro piazzamenti nei cinque inanellati in ogni weekend di gara, cui si aggiunge anche un successo in Mtb, che stanno già facendo la felicità di patron Carlo Giorgi e del diesse Leone Malaga. Proprio col tecnico bergamasco, che guida la formazione juniores dal 2019 (e nel triennio precedente gli allievi), abbiamo approfondito la loro filosofia e la gestione dei ragazzi. Il recente passato della società di Torre de’ Roveri annovera diversi corridori usciti dal vivaio. Gli ultimi più importanti in ordine temporale sono Samuele Privitera e Luca Giaimi, ma prima ancora ci sono stati i fratelli Karel e Mathias Vacek e Alessio Martinelli. Adesso, come afferma Malaga, ce ne sono dei nuovi in rampa di lancio di cui sentiremo parlare.

Le tattiche di gara da rispettare sono un punto fermo del diesse Leone Malaga (foto Rodella)
Le tattiche di gara da rispettare sono un punto fermo del diesse Leone Malaga (foto Rodella)
Qual è l’intento del Team Giorgi?

Siamo sempre stati una società votata a valorizzare i talenti del nostro territorio. Da tre anni ad oggi, con la caduta dei vincoli, abbiamo iniziato a guardare fuori regione, però ligi alla nostra idea di non andare a prendere juniores di altre squadre, a meno che non fossero proprio loro a liberarsi e cercare noi. Lo abbiamo sempre fatto per rispettare le società concorrenti, visto che siamo in tante. Pensate che ora abbiamo solo due lombardi, nemmeno bergamaschi, oppure uno come Bernardi che arriva da Sampeyre, praticamente più vicino alla Francia che a noi.

Diremmo che ci state riuscendo bene. Come funziona il vostro servizio scouting?

Semplicemente o meno, il nostro presidente mi dà carta bianca e faccio praticamente tutto io. Conosco bene la categoria allievi e la tengo sotto osservazione, guardando anche ragazzi del primo anno in ottica futura. Mi muovo già ad inizio stagione, cerco di sentire le società e di conseguenza i corridori proponendo loro un programma. Non guardo necessariamente se vincono, preferisco vedere le prestazioni e gli eventuali margini di miglioramento. E direi che ormai si sa che faccio così…

Edoardo Raschi esulta a Volta Mantovana. Per il parmense subito vittoria al debutto assoluto nella categoria (foto Rodella)
Edoardo Raschi esulta a Volta Mantovana. Per il parmense vittoria al debutto nella categoria (foto Rodella)
Cosa intendi?

Faccio l’esempio più lampante di tutti. Ho preso Giaimi nel 2021 che non aveva mai vinto una corsa tra allievi ed esordienti. Ed oggi guardate dov’è andato (al UAE Team Emirates Gen Z, ndr)! Mi aveva impressionato facendo secondo in una gara grazie ad un grande numero. Così dalla Liguria ho ingaggiato anche lui oltre a Privitera, altro acquisto azzeccato che tuttavia aveva già vinto di più. E anche Samuele lo abbiamo piazzato in uno dei migliori devo team del mondo (la Hagens Bermans Axeon, ndr).

C’è un segreto per rendere possibili queste situazioni?

Credo che uno dei nostri migliori pregi sia quello di creare la giusta armonia fra i ragazzi. Lavoriamo molto sul piano mentale. Quest’anno abbiamo fatto acquisti importanti, ma vogliamo farli convivere e coesistere. Sono una persona che investe tantissimo tempo con i ragazzi per capire come stanno, cercando di aiutarli a risolvere gli eventuali problemi di qualsiasi natura. Non mettiamo pressione, da noi sanno che possono crescere in modo graduale e per ogni ragazzo pianifichiamo lavori ad hoc. Adesso arrivano da juniores che sono sempre più forti. Dobbiamo saperli gestire.

Sembra essere diventata una categoria dove non c’è più la pazienza di prima. Come vi comportate con le figure esterne al corridore?

Visto come stanno cambiando i tempi, personalmente non penso che il procuratore sia un male per un atleta, purché sia discreto e non interferisca col nostro lavoro. Finora i procuratori dei nostri ragazzi sono sempre stati molto seri con noi, anche se dobbiamo riconoscere che siamo stati bravi noi negli anni a creare un buon rapporto con loro e con i preparatori.

Con i preparatori come funziona?

Io faccio tabelle per i corridori, ma non ho alcun problema se il ragazzo ha già il suo allenatore, tanto vedo tutto su Training Peaks. E’ un impegno importante parlare con i preparatori per studiare i programmi migliori per i ragazzi, però mi piace perché posso mettermi in discussione ed imparare qualcosa da chi lo fa per mestiere. L’unica cosa su cui non transigo è un’altra.

Quale?

Nella tattica di gara la legge sono io (sorride, ndr). Nel pre-gara non voglio sentire nessuno da fuori che mi dica se è giusta o sbagliata. Dopo eventualmente, se abbiamo fatto male in corsa, ne possiamo discutere in modo costruttivo col fine di migliorarci.

Finora, risultati alla mano, sono andate molto bene le gare. Te lo aspettavi?

Sì e no. Raschi ha vinto subito all’esordio nella categoria attaccando come piace a me, nonostante si fosse mosso in funzione di un suo compagno. La settimana dopo Mellano ha ottenuto un successo sotto il diluvio frutto di un grande lavoro a livello psicologico fatto in inverno. Sette giorni più tardi, ha fatto secondo dietro ad Andreaus. Lui per me è già una scommessa vinta visto che arrivava da un 2023 non buono. Ci tengo a citare con soddisfazione anche il successo di Stenico nel Verona Mtb International (prova di apertura del circuito Italia Bike Cup, ndr) davanti a nomi importanti come il campione del mondo di ciclocross Viezzi e l’altro azzurro Bosio.

Quali sono i nomi del Team Giorgi da tenere sott’occhio per il 2024?

Il primo è proprio Mellano, un altro che ho preso da allievo con pochissimi punti e che l’anno scorso ha fatto una grande stagione con tre vittorie e trenta piazzenti nei dieci. Prima rischiava poco, aveva un po’ il braccino, adesso sta imparando a correre da leader. Non posso dirvi nome, ma su di lui si è già fatta avanti una WorldTour, sia per inserirlo nella prima squadra o nel loro devo team. Stessa situazione per Rosato, che è un primo anno, ma è già sul taccuino di tante squadre pro’ italiane ed estere. Entrambi sono nel giro della nazionale del cittì Salvoldi e vorrei farci arrivare anche Andreaus e Stenico.

Insomma, il lavoro non vi manca.

Assolutamente no. Siamo contenti della crescita di ragazzi di prospettiva come Quaglia o dei nuovi arrivati. Il Team Giorgi ha quindici juniores con doti importanti, che a turno correranno e si riposeranno. Noi li stiamo preparando a dovere senza alcuna esagerazione di allenamenti e portandoli in gare impegnative per farli migliorare sotto tanti punti di vista. Tutti avranno il proprio spazio.

Merckx ci presenta la nuova Hagens, con forze italiane

20.01.2024
5 min
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E’ un anno importante per l’Hagens Berman Jayco, dopo aver stretto una importante collaborazione con il Team Jayco+AlUla. Axel Merckx, che della squadra è il mentore, ha sempre detto che il suo non è un devo team, ma è un semplice riferimento per la squadra australiana, il che significa che anche gli altri team possono accedere ai suoi gioielli e provare a convincerli a firmare il contratto.

Per la formazione americana è un passaggio fondamentale anche dal punto di vista prettamente italiano, perché per la prima volta vestiranno la sua casacca due corridori nostrani, Samuele Privitera e Mattia Sambinello, arrivati non senza sorpresa alla corte del dirigente belga che molto crede nelle loro possibilità.

Per Axel Merckx gennaio in Canada dove studia la figlia Athina, ma ora si ricomincia…
Per Axel Merckx gennaio in Canada dove studia la figlia Athina, ma ora si ricomincia…

Ritorno dei ritiri in Toscana

La stagione del team è iniziata con una semplice presa di contatto a dicembre, ma il primo vero raduno, dove si lavorerà insieme e si prenderanno le misure alla nuova stagione avverrà nella prima decade di febbraio, in una sede diventata inconsueta, Castagneto Carducci. Sì, proprio quel territorio che nel secolo scorso era metà di quasi tutti i team professionistici italiani (e non solo…) vedrà i ragazzi dell’Hagens percorrere le sue strade, inizialmente gli europei, poi si aggiungeranno coloro che vengono da oltreoceano.

«Ci sono stati tanti cambi nella nostra squadra – ammette Merckx – ci ritroviamo con il 70 per cento del team rinnovato, è come ripartire da zero. E’ una bella scommessa, vediamo il gruppo come crescerà, ma servirà tempo e pazienza anche se so che la stagione ci regalerà i nostri momenti. Dobbiamo anche considerare che abbiamo in squadra molti ragazzi ancora alle prese con gli impegni scolastici, quindi è tutto un discorso in divenire».

Primo ritiro del team a dicembre con la consegna delle maglie. Ci si rivede presto in Toscana
Primo ritiro del team a dicembre con la consegna delle maglie. Ci si rivede presto in Toscana
La sensazione però è che, rispetto al passato, manchi il leader, il corridore di riferimento per tutti…

All’interno del gruppo un vero e proprio leader non c’è mai stato, forse qualcuno faceva più risultati di altri ma questo non influiva sui rapporti di forze. D’altronde nel team c’è anche chi ha già ottenuto risultati di un certo peso, ad esempio Hamish McKenzie bronzo ai mondiali U23 nella cronometro o Ben Wiggins sul podio iridato da junior sempre contro il tempo. La base c’è, serve il lavoro. Con il nuovo sponsor poi abbiamo più sicurezza e tranquillità anche perché il contratto ci copre per 3 anni, pur lasciandoci pienamente liberi e soprattutto lasciando liberi i ragazzi di fare le loro scelte.

Come va a proposito la collaborazione con il team australiano del WorldTour?

Molto bene, è parso sin da subito evidente che lavoriamo con la stessa mentalità. Vogliamo costruire qualcosa che invogli i corridori a venire, da qualsiasi angolo del mondo provengano. Come da noi, al Team Jayco-AlUla condividono la ricerca di un ambiente di lavoro tranquillo e all’insegna della concentrazione, di un impegno serio in qualsiasi momento della giornata, in corsa e fuori. Siamo ancora all’inizio, ma c’è molta condivisione d’intenti e un contatto pressoché continuo.

Hamish KcKenzie, bronzo mondiale U23 a cronometro, ha già fatto esperienze con il Team Jayco AlUla
Hamish KcKenzie, bronzo mondiale U23 a cronometro, ha già fatto esperienze con il Team Jayco AlUla
Da quest’anno il vostro team si veste anche di tricolore con due ragazzi italiani. Che impressione ne hai avuto?

Ottima, sono due giovani promettenti che hanno voglia di fare e che si sono approcciati a questa nuova realtà con lo spirito giusto. Non hanno un passato esaltante, non sono l’Herzog della situazione ma questo significa solo che hanno spazio per imparare e maggiori margini di crescita. La prima cosa che ho notato conoscendoli è che avevano voglia di esserci, di condividere quest’esperienza all’estero, fare qualcosa di diverso anche in una realtà non della loro lingua. Privitera era già stato con noi in ritiro nel 2023, Mattia si è mostrato serio e intelligente, sono molto ottimista su di loro.

Hanno avuto difficoltà di adattamento?

Nessuna, hanno mostrato subito voglia di lavorare e fatto gruppo con gli altri. Forse addirittura hanno “troppa” voglia di fare, ma lì sta a noi guidarli nella maniera giusta. Per il resto sono esattamente come gli altri, partono tutti dallo stesso punto, non ci sono capitani e gregari.

Il giovane danese Holm Jorgensen, qui vincitore di tappa all’ultimo Tour de l’Avenir (foto team)
Il giovane danese Holm Jorgensen, qui vincitore di tappa all’ultimo Tour de l’Avenir (foto team)
Il calendario lo avete già studiato?

Per sommi capi, ma ne parleremo in ritiro. Non sarà comunque molto diverso da quello del 2023, speriamo nell’invito al Giro Next Gen e di fare bene in quell’occasione come in passato. Inizieremo a marzo, con parte della squadra all’Istrian Spring Trophy e l’altra parte al Tour of Rhodes in Grecia.

Sei ottimista?

Mi sentirei di dire che sono semplicemente realista. Abbiamo una buona squadra e soprattutto abbiamo un progetto che non si esaurisce in questa stagione ma comprende tre anni, quindi abbiamo tempo per fare un buon lavoro. So che già quest’anno qualche risultato arriverà all’altezza delle stagioni passate, ma il nostro occhio dovrà guardare più lontano. E’ questo il nostro compito.