Viaggio nel tempo con Moser, fra invenzioni, bici e trofei

29.04.2022
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Maso Villa Warth, è questa la fantastica cornice in cui vive Francesco Moser, dove ci sono il cuore del suggestivo podere e la cantina di famiglia. Nel piccolo paese trentino di Gardolo, “Lo Sceriffo” produce vini insieme ai suoi figli e nipoti. Oltre alle pregiate vigne, tuttavia, è presente un museo che ripercorre tutta la carriera del campione, fra trofei, maglie e bici.

Moser è considerato da molti un “innovatore” che ha segnato un prima e un dopo nell’evoluzione del ciclismo. Dalle vittorie sulle proprie bici, alle trovate tecniche originali per le cronometro e i Record dell’Ora. Un uomo che ha scritto pagine di storia di questo sport e che ancora oggi è un riferimento per i suoi tentativi di innovare sotto il punto di vista atletico e tecnico. Per l’occasione gli abbiamo rivolto domande e provocazioni tra il ciclismo di oggi e quello passato. Riprendendo il filo di un discorso che la settimana scorsa ha acceso gli animi, in tema di Roubaix, gambe e materiali.

Il museo si trova all’interno del Maso Villa Warth a Gardolo (TN)
Il museo si trova all’interno del Maso Villa Warth a Gardolo (TN)

L’innovazione su strada

Seppure le sue scoperte tecniche abbiano rivoluzionato un modo di interpretare questo sport, per quanto riguarda il ciclismo su strada nelle corse in linea lo sviluppo era in linea con i tempi.

«Quando correvo io – racconta Moser – non c’erano studi mirati per le corse da un giorno o le classiche. Sì certo, si facevano modifiche specifiche per alcune gare. Per esempio per la Parigi-Roubaix, montavamo delle forcelle specifiche rinforzate e uno strato di gomma piuma sul manubrio, aumentandone la sezione. Le pressioni delle gomme venivano adeguate. Oggi vengono fatti studi anche per singole corse». 

Passato e presente

L’albo d’oro della Roubaix vede il nome di Francesco Moser per tre volte di fila, dal 1978 al 1980. Oltre ad alcuni accorgimenti tecnici c’era una talento naturale che andava oltre ogni innovazione possibile. 

Il modo di correre di oggi è così distante da modo di correre di una volta in una corsa come la Parigi-Roubaix?

No. La Roubaix è una corsa senza tempo, ci vogliono gambe e talento sempre. I cambi di ritmo dovuti agli allenamenti che ci sono oggi sono sicuramente differenti, ma nel complesso no. 

Oggi vediamo corridori fare tutti i tratti del pavè a bordo strada…

E’ normale. Si è sempre fatto, anche quando correvo io con l’asciutto si cercava la lingua di terra sul lato per guadagnare scorrevolezza. La vera Roubaix è bagnata. Come quella che ha vinto Sonny Colbrelli. In quel caso devi stare a centro strada per ottimizzare il più possibile la scorrevolezza delle pietre. Nel suo caso poi avevano corso prima le donne quindi si era creata anche un’ulteriore patina che di certo peggiorò le condizioni del manto stradale. 

Moser ha vinto tre Parigi-Roubaix consecutive dal 1978 al 1980
Moser ha vinto tre Parigi-Roubaix consecutive dal 1978 al 1980
Che bici utilizzavi quando hai vinto le tre Roubaix consecutive?

Dopo la prima Roubaix vinta con la Benotto, iniziai ad usare le mie bici. Il telaio era realizzato da De Rosa con tubi Columbus appositamente più robusti per affrontare il pavè. Il cambio era il Campagnolo Super Record, mentre le ruote erano Mavic. Il peso oscillava tra i 9 e i 10 chili.

Se i corridori di oggi corressero con le bici di una volta cambierebbe qualcosa?

I tempi cambiano, ma l’atto fisico rimane lo stesso. In certi ambiti come la cronometro e i Record dell’Ora i materiali facevano la differenza, ma nelle corse di un giorno ancora adesso le differenze sono minime. 

Anche la preparazione è molto differente da quella di una volta. Pensi si stia arrivando ad un limite?

Oggi si corre e ci si allena tutto l’anno. Ci sono corridori belgi che non smettono mai di correre. Fanno anche il ciclocross. Vincono e quindi hanno anche un ritorno. Ho dei dubbi per quanto tempo possano andare avanti a farlo. Noi l’inverno nemmeno ci allenavamo. 

Hai visto la vittoria di Evenepoel alla Liegi?

Sì, mi ha stupito il modo in cui è scattato. Sembrava dovesse vincere il gran premio della montagna. Gli è slittata la ruota due volte. Mi è piaciuto e mi ha impressionato. 

La bici utilizzata per il doppio Record dell’Ora di Messico 1984
La bici utilizzata per il doppio Record dell’Ora di Messico 1984

Contro il tempo

Passeggiando nel fantastico museo dedicato alla sua carriera, spiccano tra le bici marchiate Moser, i prototipi utilizzati per le prove contro il tempo. E’ già, perché oggi a volte si polemizza e si fanno dibattiti su trovate tecniche come reggisella telescopici, tubeless e per anni sui freni a disco. Ma negli anni ’70 e ’80 “Lo Sceriffo” ha vinto corse e conquistato record anche grazie alle sue intuizioni tecniche (i racconti di Francesco sulle soluzioni tecnologiche di quegli anni sono raccolti in “Francesco Moser. Un uomo, una bicicletta”, libro a cura di Beppe Conti).

Oggi i regolamenti sono sicuramente più stringenti e vedere test di quel tipo è impensabile. Ma guardandosi indietro e vedendole a pochi centimetri, si assapora un ciclismo che non si poneva limiti e che non aveva paura di spingersi oltre ogni barriera fisica

Le due bici innovative usate per Stoccarda ’87 (con la ruotona) e Messico ’94 (in primo piano)
Le due bici innovative usate per Stoccarda ’87 (con la ruotona) e Messico ’94 (in primo piano)

La bici per il Record dell’Ora 51,151, che dà il nome anche al suo spumante più pregiato, è quella che spicca in mezzo alle altre. Forse per la sua vernice lucida e le curve futuristiche. Fatto sta che anche Francesco, quando ne parla, prova un trasporto che fa capire l’importanza di quell’opera d’arte a due ruote

Infine le altre due famosissime bici utilizzate per gli altri due record. Quella di Stoccarda 87’, caratterizzata dalla “ruotona”. Per chiudere con la bici utilizzata per Messico 94’, nella posizione lanciata dallo scozzese Graeme Obree e poi replicata con telaio Moser, caratterizzata dalla “Superman Position”.

Milesi 2022

Milesi come Mattio, ora con una Roubaix in più

25.04.2022
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Un paio di settimane fa, parlando con Pietro Mattio ci aveva accennato a quella sana rivalità che sta nascendo nell’ambiente con Nicolas Milesi, che si trasborda dalla strada alla mtb e viceversa. Dopo aver sentito il piemontese non potevamo non ascoltare l’altra campana, solo che nel frattempo quest’ultimo ha messo nel carniere un appuntamento importante, la sua prima esperienza alla Parigi-Roubaix juniores e lo ha fatto in maniera encomiabile, con un 17° posto, primo degli italiani, che ha molto valore.

Parlare con lui non è semplice. Le sue giornate sono piene, tra scuola, allenamenti e trasferte così si finisce per prendere un appuntamento in tarda serata e dalla sua voce si sente che quella esperienza sulle pietre gli è rimasta nel cuore prima ancora che nei muscoli doloranti: «E’ qualcosa di unico. Mi è piaciuta tanto, sin dalla ricognizione non stavo nella pelle per disputarla. Avevo capito che mi potevo trovare a mio agio e così è stato, ci tenevo a far bene perché era la mia prima convocazione nella nazionale su strada e credo di aver onorato la maglia azzurra come meglio non si poteva». 

Milesi Roubaix 2022
Nicolas Milesi è giunto 17° a Roubaix, a 32″ dal vincitore lussemburghese Michotte (foto Philippe Seys)
Milesi Roubaix 2022
Nicolas Milesi è giunto 17° a Roubaix, a 32″ dal vincitore lussemburghese Michotte (foto Philippe Seys)
Quanto ti è servita la tua esperienza in mountain bike?

Tantissimo su quel percorso. Ci sono settori dove se sai guidare riesci non solo a procedere con maggiore sicurezza ma anche a guadagnare. Conta più la tecnica che le gambe, anche se poi chiaramente la resistenza ha un peso, ma su questo ero tranquillo grazie alla preparazione svolta con Luca Quinti.

Mattio ci raccontava della vostra rivalità che passa da un mezzo all’altro, anche tu hai questo saltare di disciplina in disciplina anche nello stesso weekend…

Con Pietro siamo amici, ci confrontiamo spesso proprio perché condividiamo questa passione per la multidisciplina. Ho letto del suo weekend, anch’io ho fatto la gara al sabato a Nalles in Mtb, ma ho avuto molti problemi con il fango e non è andata bene (è finita con un ritiro, ndr). Meglio alla domenica su strada dove sono rientrato nei primi 20, poi è arrivata la bella notizia della convocazione in azzurro.

Milesi Verona 2022
In mtb Milesi è protagonista all’Italia Bike Cup, con un 2° posto ad Albenga (foto Billiani)
Milesi Verona 2022
In mtb Milesi è protagonista all’Italia Bike Cup, con un 2° posto ad Albenga (foto Billiani)
La vostra duttilità è qualcosa di assolutamente nuovo nel ciclismo italiano, da che cosa nasce per te?

Bella domanda, se si pensa che fino a quando ho corso fra gli Allievi 2° anno non avevo neanche mai preso in mano la bici da strada. Un giorno, dopo che avevo vinto il titolo italiano di categoria nella mountain bike, il diesse della Ciclistica Trevigliese, Diego Brasi, mi ha proposto di provare e mi ha iscritto al Campionato Regionale. Poteva essere un salto nel buio, forse un po’ troppo per un neofita, invece ho chiuso 5° e la volta dopo sono giunto secondo. Così si è deciso per la doppia attività.

Una scelta loro o sei stato tu a chiederlo?

No, sono sempre stati favorevoli, anzi posso dire che lo scorso anno ero il solo a seguire il doppio calendario, ora invece ci sono altri due ragazzi della società che fanno lo stesso. I benefici sono evidenti.

Milesi pietre 2022
Sul pavé della Roubaix Milesi ha potuto sfruttare le sue doti di guida da biker (foto Seys)
Milesi pietre 2022
Sul pavé della Roubaix Milesi ha potuto sfruttare le sue doti di guida da biker (foto Seys)
Pratichi ciclocross?

No, perché fino all’inverno 2020-2021 ho fatto sci alpinismo a livello agonistico. L’ultimo inverno invece sono stato fermo per un incidente avuto a settembre, dovevo riprendere la preparazione e non avevo possibilità di inforcare gli sci. E’ una specialità che mi piace molto, ora è anche diventata disciplina olimpica, ma io voglio investire tutto nel ciclismo, credo che anche i prossimi inverni saranno dedicati alla preparazione su due ruote.

In base ai tuoi risultati su strada, anche tu sembri il classico passista-scalatore…

Direi di sì, in salita tengo, ma quel che amo è arrivare al traguardo da solo, fare davvero la differenza. Credo però che la mia evoluzione sia ancora parziale, ad esempio non ho mai disputato una cronometro e se non vai bene contro il tempo, che passista sei?

Da simili caratteristiche emerge un corridore che potrebbe far bene nelle corse a tappe.

Lo spero, ma come ho detto bisogna fare esperienza per capirlo. Lo scorso anno ho partecipato al Giro della Lunigiana, sono finito terzo fra i primo anno e 15° in assoluto, un risultato più che soddisfacente, ma è solo un risultato. In salita c’è gente che va più di me, che è più leggera – io peso 60 chili – diciamo che è un po’ tutto da scoprire.

Podio Roubaix junior 2022
Il podio della Parigi-Roubaix per juniores, con Michotte (LUX), fra l’estone Pajur e il francese Lozouet (foto Seys)
Podio Roubaix junior 2022
Il podio della Parigi-Roubaix per juniores, con Michotte (LUX), fra l’estone Pajur e il francese Lozouet (foto Seys)
Continuerai a fare la doppia attività?

Finora l’ho fatto, ma ora le sovrapposizioni sono troppe. Ci sono molte gare importanti nel calendario su strada e non bisogna dimenticare che c’è anche la scuola. Per ora la mtb la metto da parte, d’altronde sono dell’opinione che è meglio fare una sola cosa ma bene, che rischiare di far troppo e non ottenere nulla. Poi più avanti vedremo, soprattutto nel 2023 faremo le scelte necessarie.

Guardando un po’ più in là ti vedi come un corridore alla Van Der Poel o Pidcock, in grado di seguire strade diverse nello stesso anno?

Stiamo parlando di fenomeni assoluti, è difficile fare come loro. Quando avrò fatto le mie esperienze e capito dove potrò emergere, dovrò fare una scelta. Il mio obiettivo è avere un futuro nel ciclismo, trovare un ingaggio importante, vedremo come e dove.

Prossimi obiettivi?

Beh, visto come sono andato alla Roubaix ora guardo con molto interesse all’Eroica del 22 maggio, credo che si sposi bene alle mie caratteristiche.

Pasqualon e l’emozione della prima Roubaix a 34 anni

22.04.2022
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Il primo italiano ad entrare nel velodromo di Roubaix domenica è stato Andrea Pasqualon che ha tagliato il traguardo in 19ª posizione. La curiosità è che l’atleta della Intermarché-Wanty-Gobert all’età di 34 anni era alla sua prima apparizione alla classica delle pietre. Il veneto se ne intende di debutti “tardivi“, avendo debuttato lo scorso anno al Giro d’Italia. Nel sentirlo si potrebbe dire che la gioia non l’abbia ancora smaltita, anche se qualche rimpianto ce l’ha. Una cosa è sicura: l’anno prossimo alla partenza da Compiègne ci vorrà essere, la Roubaix gli è entrata nel cuore e nelle gambe.

Per Pasqualon, in quarta posizione, questa è stata la prima Parigi-Roubaix
Per Pasqualon, in seconda posizione, questa è stata la prima Parigi-Roubaix

Un debutto tardivo

«Ero sicuramente uno dei debuttanti più vecchi – dice ridendo Andrea, che ci risponde da casa – è stata un’esperienza fantastica, volevo tanto farla. Un corridore, almeno una volta in carriera dovrebbe fare una corsa del genere. Io l’ho sempre tralasciata perché con la squadra si preferiva farmi correre anche nelle Ardenne e quindi diventava difficile riuscire ad inserirla nel calendario. Quest’anno, complice il cambio di calendario, si è pensato di andarci. Scelta non fu mai più azzeccata di questa».

Pasqualon ha già disputato ben 30 giorni di gara da inizio stagione, con belle prestazioni nelle classiche del Nord
Pasqualon ha già disputato ben 30 giorni di gara da inizio stagione, con belle prestazioni nelle classiche del Nord

L’avvicinamento

Quando si debutta a 34 anni nella classica più caotica di tutte, si gioca anche con l’esperienza maturata in anni di corsa. Per questo Pasqualon non si è mai scomposto ed ha vissuto i giorni di vigilia con serenità.

«Nei giorni precedenti alla gara – riprende – non ero agitato, al contrario di quanto si possa immaginare. Anche i miei compagni erano stupiti, Kristoff continuava a chiedermi come mai non avvertissi tensione o agitazione. La risposta, se vogliamo, sta nell’ingenuità della prima volta. Non avendola mai corsa, arrivavo senza un metro di paragone e questo mi ha tenuto all’oscuro di tutto. Anche la mattina della partenza non ero teso, la piazza era piena di gente, ma devo dire che al Fiandre l’effetto ottico è maggiore».

Per lui una discreta dose di fortuna, nessuna caduta e soltanto due salti di catena
Per lui una discreta dose di fortuna, nessuna caduta e soltanto due salti di catena

L’importanza della ricognizione

Le pietre della Roubaix Andrea le aveva già assaggiate il giovedì, durante la ricognizione pre-gara. Con la squadra avevano deciso di ispezionare tutti e 30 i tratti di pavé, per prendere dimestichezza e appuntarsi nella mente i momenti cruciali.

«La ricognizione è stata fondamentale – spiega – io avevo il compito di inserirmi nelle fughe e di rimanere davanti. Così quando dopo 40 chilometri il gruppo si è spezzato a causa dei ventagli, mi sono trovato in testa ed ho affrontato i primi tratti con più “tranquillità”, anche se eravamo comunque un gruppo di 30-35 corridori. Durante la ricognizione del giovedì, mi ero già giocato il jolly nel tratto numero 4 riprendendo la bici al volo evitando la caduta. Una volta in corsa, me ne sono ricordato e l’ho affrontato con maggiore attenzione e nelle prime posizioni, evitando le numerose cadute».

Qualche rimpianto

Il racconto del passista della Intermarché continua spedito anche se dal tono di voce si percepisce un leggero tocco di amaro.

«Se proprio devo essere sincero – racconta con trasporto Andrea – qualche rimpianto ce l’ho. Nel tratto di pavé dove ha attaccato Van Aert, eravamo in una ventina nel gruppetto, io ero a metà e sono rimasto un po’ sorpreso. In realtà non ce ne siamo resi conto, si è creato un buco di cento metri ed all’uscita del tratto di pavé ormai erano andati. E’ una corsa dove devi essere attento al mille per cento e non puoi perdere neanche un centimetro da chi ti precede. La condizione c’era, arrivavo da un periodo di corse intenso e sapevo di stare bene. Quell’attimo di indecisione mi è costato la top ten che sentivo di poter raggiungere».

Pasqualon ha solcato per la prima volta il magico velodromo di Roubaix
Pasqualon ha solcato per la prima volta il magico velodromo di Roubaix

Considerazioni sparse

Con il senno di poi verrebbe da chiedersi cosa sarebbe successo se Andrea si fosse cimentato prima in questa gara, anche se lui stesso spegne un po’ l’entusiasmo.

«Me lo sono chiesto anche io – ci confessa – però devo dire una cosa. Ora, a 34 anni, ho una considerazione diversa delle mie potenzialità e maggiore consapevolezza. Se l’avessi fatta anni fa magari sarei rimbalzato sulle pietre e le avrei odiate. Una cosa che ti rimane dentro, a livello di emozione, è la gente a bordo strada. In certi tratti come Mons en Pévelè o Carrefour de l’Arbre era davvero vicina, qualcosa di davvero emozionante. Certamente un ostacolo in più, basti vedere la caduta di Lampaert. Però è fantastico, sembra di stare su un tratto alpino o dolomitico, dove un imbuto di gente ti accoglie con colori e profumi incredibili».

Dalla sua voce si percepiscono la grinta e l’emozione che questa gara gli ha donato, come quella di entrare per la prima volta nel velodromo. Pieno di polvere e stremato, ma con la gioia e la volontà di volerci riprovare, ormai stregato dalla magia delle pietre. 

Il corridore della Intermarché è rimasto stupito dal pubblico e dal calore dei tifosi sui settori di pavé
Il corridore della Intermarché è rimasto stupito dal pubblico e dal calore dei tifosi sui settori di pavé

Ora famiglia, poi ritiro

«In questi giorni – conclude – sono stato praticamente fermo fino a ieri (mercoledì, ndr) ho fatto giusto qualche sgambata con gli amici, un recupero attivo. Invece, da giovedì a martedì starò completamente fermo. Tra gennaio e aprile ho già fatto 30 giorni di corsa. Ora stacco, mi godo la famiglia e poi si va in altura 4 settimane per iniziare a preparare il Tour. Le prime due settimane starò da solo, mentre le altre 2 arriverà la squadra che con me farà la Grande Boucle».

Roubaix 1964: «Il nostro vento, come la vostra tecnologia»

21.04.2022
5 min
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«Io c’ero in quella Roubaix del 1964, andammo davvero fortissimo. Si alzò un vento tremendo, un po’ a favore e un po’ di traverso. Le strade erano bagnate. Se avessimo avuto le bici di oggi, la nostra media non l’avrebbe battuta più nessuno…».

Yvo Molenaers ha 88 anni e in quella Roubaix, che ha detenuto la media record fino alla vittoria di Van Avermaet del 2017, si piazzò al terzo posto. Davanti a tutti arrivò Peter Post, subito dietro Benoni Beheyt in maglia di campione del mondo. E se l’ex iridato, cui quella maglia costò il resto della carriera, è rimasto legato al ciclismo tramite suo nipote Guillaume Van Keirsbulck che corre alla Alpecin-Fenix, Ivo Molenaers è il papà di Danielle, moglie di Valerio Piva, attuale tecnico della Intermarché-Wanty-Gobert. La storia è ben nota. Il mantovano alloggiava nell’hotel di Molenaers quando l’Ariostea veniva a correre al Nord e alla fine in Belgio decise di metter su famiglia.

Siamo venuti a trovarlo dopo l’acceso dibattito provocato dall’Editoriale di lunedì scorso su quanto contino in una prestazione i materiali, il meteo e le gambe dei corridori. Lui annuisce e il viaggio comincia.

Nel 1964 Peter Post vinse la Roubaix a una media poco inferiore a quella di ieri e con una bici “nuda”
Nel 1964 Peter Post vinse la Roubaix a una media poco inferiore a quella di ieri e con una bici “nuda”

Tempesta di vento

Yvo è in gran forma. A volte per farsi capire occorre alzare un po’ la voce, ma l’intervento di sua figlia con il fiammingo contribuisce a rendere più fluida la conversazione. Classe 1934, è stato professionista dal 1956 al 1967 con qualche vittoria e podi di peso. Nell’hotel, il celebre Hove Malpertuus, alloggiano l’Astana e ovviamente la Intermarché, nel parcheggio i meccanici stanno finendo di riporre le bici sui camion.

«Una vera tempesta di vento – racconta – ma più o meno gli stessi settori di pavé, non ricordo esattamente i chilometri. Usavo una bici normale, con il telaio d’acciaio. La stessa di tutte le corse, solo le gomme un po’ più grosse, perché a quei tempi il pavé non era bello… pettinato come oggi. Nessuno se ne prendeva cura. Fino al giorno prima ci passavano i contadini con i carri e i trattori. Così la mia bici pesava 12 chili, ma anche io ne pesavo 80. Il pavé mi piaceva, non è mai stato un grosso problema. Davanti avevo il 41-52 e dietro 5 rapporti. Il più grosso sarà stato un 21».

L’offerta di Post

Peter Post era un mago delle Sei Giorni e sapeva che il più delle volte le corse si risolvono con le gambe, ma spesso un buon accordo può mettere al riparo dalle sorprese. Oggi non si può più fare, Vinokourov e Kolobnev sono finiti a processo proprio per una Liegi, ma allora ci si indignava meno. Si correva ancora per rabbia e per amore…

«Eravamo in quattro – ricorda Molenaers – due per squadra. Benoni ed io della Wiels-Groene Leeuw, Post e Bocklant della Flandria-Romeo. A dire il vero attaccammo in sei, però Gilbert Desmet bucò e non riuscì più a rientrare. Mentre il sesto (ride, ndr) non ricordo chi fosse. Un paio di volte provai anche ad attaccare sul pavé, dove ero più forte. Così a un certo punto, Post venne a proporre a me 50 mila franchi belgi per arrivare insieme nel velodromo. E scoprii poi che ne aveva offerti 35 mila anche a Beheyt per lo stesso motivo. Si vede che io gli facevo più paura. Comunque quando non sei sicuro di vincere, intanto prendi i soldi. E per la volata contavo su Beheyt, che dei due era il più veloce. Così avremmo vinto e diviso anche i premi del vincitore».

Vento e tecnologia

La storia insegna che Post li infilò tutti e che alla fine pagò il suo debito con il contributo della squadra. Ma il punto con Ivo Molenaers è capire la differenza fra correre una Roubaix con i materiali attuali e farlo con quelli dell’epoca. Lui allarga un sorrisone bonario e pacioso.

«Penso che fare il corridore oggi – dice – per certi versi sia più facile, visti i materiali e l’allenamento. Visto anche che in corsa sai tutto quello che succede grazie alle radio. Noi partimmo all’attacco e d’accordo che c’era il vento, però magari non avremmo avuto quella media se ci avessero detto che avevamo due minuti e mezzo sugli inseguitori. In quel ciclismo si andava sempre a tutta. Fummo anche fortunati, perché davanti alle corse non c’erano tutte le auto di oggi, ma sono sicuro che quelli dietro beccarono anche un bel fango. La loro media, vento o no, fu per forza più bassa. Facevamo qualche chilometro in più, visto che si partiva da Saint Denis, alle porte di Parigi, non da Compiegne. Sento i ragionamenti di Valerio (Piva, ndr) sulle bici dei suoi corridori. Si parla di ammortizzazione, di ruote in carbonio, di prove da fare prima per scegliere le pressioni. Tutta questa tecnologia è quello che per noi fu il vento. E per il resto sta ai corridori pedalarci sopra…».

Danielle, figlia di Yvo, splendida padrona di casa
Danielle, figlia di Yvo, splendida padrona di casa

La beffa di Cerami

Ci offre una birra e intanto apre una scatola di foto e ricordi. Il contratto con una squadra, copia carbone dell’originale scritto a macchina e firmato in calce. Una vecchia foto della Carpano. E poi un ritaglio di giornale della Roubaix del 1960.

«Quella l’avrei vinta io – dice mettendosi una mano sulla fronte – c’era Simpson davanti e io dietro a 100 metri. Dietro ci inseguiva Cerami. Bucai a 18 chilometri dall’arrivo. Due giorni prima avevo vinto la Anversa-Ougrée, battendo proprio Cerami. Ebbene Pino mi passò davanti mentre sistemavo la ruota e andò a vincere la Roubaix…».

Sidi Wire 2: una settimana indimenticabile tra Amstel e Roubaix

19.04.2022
3 min
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Anche la Parigi-Roubaix 2022 è stata vinta da un atleta con ai piedi le scarpe Sidi Wire 2. Dopo il trionfo di Colbrelli dello scorso anno tra fango e pioggia, questa volta ci ha pensato Van Baarle a portare a casa la pietra più pesante del mondo. Quella vinta dal corridore olandese è stata una Roubaix dove polvere e vento hanno caratterizzato la corsa. Questi ultimi successi sono la dimostrazione di come le scarpe Sidi siano in grado di performare al meglio in ogni situazione. 

Con Sidi la Ineos è riuscita ad imporsi su tutti i terreni, a dimostrazione della versatilità del modello Wire 2
Con Sidi la Ineos è riuscita ad imporsi su tutti i terreni, a dimostrazione della versatilità del modello Wire 2

Una settimana magica

Quella di Sidi è stata una settimana di corse davvero intensa e ricca di emozioni. Infatti, prima di conquistare per il secondo anno di fila il velodromo di Roubaix, era arrivata anche la vittoria all’Amstel Gold Race. A trionfare sul traguardo di Valkenburg, con un gran colpo di reni, è stato Michal Kwiatkowski. La particolarità? Anche il corridore polacco ha vinto con addosso le Sidi Wire 2. 

Un delicato equilibrio

Le Sidi Wire 2 sono delle scarpe estremamente tecniche. Studiate e sviluppate per avere un equilibrio che favorisce la migliore prestazione su tutti i terreni. Una delle sue particolarità è nel sistema di chiusura, che, con il suo meccanismo centrale, permette un’equa distribuzione della tensione sul collo del piede. E’ stato aggiunto anche un innovativo pulsante che, se schiacciato, fa alzare una levetta per avere una miglior regolazione in corsa. Potrebbe essere stato anche questo uno dei segreti che hanno permesso a Van Baarle di vincere domenica.

Micro regolazioni 

Il tallone è uno dei punti più delicati da far calzare all’interno della scarpa. Sidi ha ideato un sistema di regolazione che rinforza lo spoiler e migliora la calzata, permettendo di stringere il tallone in modo che non scalzi durante gli sforzi della pedalata.

Ogni lato del tallone può essere regolato in modo indipendente, per una calzata perfetta. Per una regolazione personalizzata, girare la vite verso il segno (più) per stringere il meccanismo e verso il segno (meno) per allentarlo.

Sidi

EDITORIALE / Bene tutto, ma servono le gambe

18.04.2022
4 min
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Alla fine servono le gambe, i garun per ricordare Alfredo Binda che ancora oggi avrebbe tanto da dire. Mohoric probabilmente avrebbe vinto la Sanremo anche senza il reggisella telescopico e Van Baarle ha conquistato la Roubaix su una Pinarello priva di accorgimenti particolari: la stessa con cui fra pochi giorni la squadra correrà la Freccia Vallone, poi la Liegi e a seguire Giro e Tour. L’olandese della Ineos Grenadiers ha tuttavia riconosciuto che essersi dedicati nell’inverno a un vero setup da classiche gli ha permesso di avere a disposizione una bici performante e sicura. Ruote, gomme giuste alla giusta pressione (foto di apertura), ricognizioni, nastro, rapporti, il guida-catena per la guarnitura, il giusto abbigliamento e pedalare.

Il Team DSM non ha usato la regolazione di pressione in gara: Degenkolb ha avuto già abbastanza da fare…
Il Team DSM non ha usato la regolazione di pressione in gara: Degenkolb ha avuto già abbastanza da fare…

Il sistema DSM

Nella settimana che conduceva alla Roubaix, complice anche la licenza rilasciata dall’Uci per un sistema di regolazione della pressione, si sono scatenati quasi tutti a caccia del dispositivo di Scope Cycling che avrebbe permesso di aumentare e ridurre la pressione delle gomme in funzione del tipo di terreno. Più dure su asfalto e più morbide sul pavé. Lo avrebbe usato il Team DSM. Dopo il reggisella di Mohoric, eravamo tutti pronti a un’altra spallata. Invece…

Invece si trattava di una trovata di marketing, la stessa che non è riuscita nel caso di Mohoric, perché lo sloveno si è arrangiato da solo e nessuno ne sapeva niente.

La Cervélo di Van Aert e la Lapierre di Kung: bici top, senza troppe stranezze
La Cervélo di Van Aert e la Lapierre di Kung: bici top, senza troppe stranezze

Era credibile, tornando alla DSM, che in quell’inferno di polvere e pietre, un corridore si mettesse anche a variare la pressione delle gomme?

L’auricolare nelle orecchie. Il computer da guardare. La necessità di ricordarsi di mangiare. La guida su quel fondo dissestato. Gli spettatori che si sporgono. Le traiettorie imprevedibili. No, non era credibile! Non per ora, almeno…

Rinviato al Tour

«Dal 2020 – si legge nel comunicato della squadra – il Team DSM e Scope stanno lavorando a un sistema di gestione della pressione degli pneumatici che consente ai ciclisti di gonfiare e sgonfiare le gomme mentre sono in bicicletta, di cui l’UCI ha approvato l’uso all’inizio di aprile. Questa settimana sul pavé ha confermato che possiamo essere fiduciosi nel sistema e nel nostro setup generale, ma abbiamo deciso di fare il nostro debutto al TDF dove lo utilizzeremo nella tappa sul pavé.

Le squadre Specialized avevano il modello Roubaix, dotato di doppia ammortizzazione
Le squadre Specialized avevano il modello Roubaix, dotato di doppia ammortizzazione

«La Parigi-Roubaix – prosegue il comunicato – è una delle gare più caotiche del calendario e richiede la completa concentrazione dei corridori sull’intera lunghezza di 259 chilometri. Per questo motivo, i ciclisti devono essere completamente tutt’uno con la propria bici e controllare tutti i componenti in modo intuitivo. Non vediamo l’ora di dedicare altro tempo alla guida con questo sistema ed essere parte di quello che siamo fiduciosi sarà un grande cambiamento in questo sport».

Gambe e coraggio

Vedremo se al Tour de France lo utilizzeranno davvero. Forse lo affideranno a qualcuno fuori classifica o senza particolari velleità di risultato.

Sarà per caso, ma le tre bici sul podio della Roubaix non avevano particolari ammortizzazioni al di fuori delle ruote e dei fattori precedentemente citati. E mentre in sala stampa ci si meravigliava per la media molto alta della corsa, ci siamo messi a fare di conto, andando a ripescare chilometri e tempo della Roubaix del 1964, vinta da Peter Post (olandese della Flandria Romeo) in 5 ore 52’19” alla media di 45,129, distanza di 265 chilometri.

Nel 1964 Peter Post vinse la Roubaix a una media poco inferiore a quella di ieri e con una bici “nuda”
Nel 1964 Peter Post vinse la Roubaix a una media poco inferiore a quella di ieri e con una bici “nuda”

Ben 58 anni dopo, sulla distanza di 257,2 chilometri e con telai e ruote da fantascienza (leggere per conferma l’approfondimento con Fabio Baldato), Dylan Van Baarle ha vinto a 45,792 di media.

Guardate la foto dell’arrivo di Post. Guardate la sua bici. Saremo sempre pronti ad approfondire e raccontarvi delle bici e delle trovate più geniali, convinti che la tecnica sia parte fondante del nostro mondo e che le aziende di settore spacchino il capello in quattro per consegnare ai corridori i mezzi più performanti. Ma diteci – guardando quella foto in bianco e nero – se non è vero che alla fine le corse si vincono con gambe e coraggio.

La nuova Ineos d’assalto che piace tanto al capo Brailsford

18.04.2022
5 min
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Si cominciava a pensare che fossero passati di moda, con Uae Team Emirates e Jumbo Visma che si stavano facendo largo con milioni e campioni e la Ineos Grenadiers verso la fine di un ciclo. L’incidente di Bernal è piombato sulla squadra come una maledizione. Non avere un potenziale vincitore di Tour dopo averne portati a casa 7 in 10 anni pareva il segno della resa. Invece i corridori di sir David Brailsford hanno cambiato passo e registro. E con aprile sono venute le vittorie di Martinez e Rodriguez ai Paesi Baschi, poi l’Amstel di Kwiatkowski, la Freccia del Brabante con Sheffield e ieri infine la Parigi-Roubaix di Van Baarle.

Da un olandese all’altro: il diesse Knaven primo a Roubaix nel 2001 e ieri Van Baarle
Da un olandese all’altro: il diesse Knaven primo a Roubaix nel 2001 e ieri Van Baarle

Ellingworth decisivo

Per questo ieri il capo è stato il primo ad andare incontro all’olandese, abbracciandolo come fece con i suoi campioni della maglia gialla. Se ne è stato per un po’ al centro del prato rimirando da lontano il podio, poi non poteva più fingere di non vedere i gesti e ci ha raggiunto alla transenna. 

«Io penso che ci siamo focalizzati sui Grandi Giri per tanto tempo – ha detto – ma ci sono due grandi corse in questo sport: il Tour de France e la Parigi-Roubaix. Abbiamo vinto il Tour un po’ di volte, ma non ci eravamo mai organizzati per domare il pavé. Perciò questo è come un sogno diventato realtà. Va dato grande merito a Rod Ellingworth (l’head coach dai capelli rossi passato per un anno al Team Bahrain, poi tornato alla base, ndr). Gli abbiamo dato tanta fiducia, lui è tornato nel team e sta lavorando davvero duramente. Per vincere qui eravamo consapevoli del fatto che si devono prendere dei rischi. Ebbene, non sono sorpreso, soprattutto dai giovani. Ad esempio Ben Turner ha fatto appena un paio di classiche sul pavé quest’anno ed è alla prima stagione: lo avete visto che grinta?».

Dopo 7 Tour negli ultimi 10 anni, Brailsford raggiante per la prima Roubaix
Dopo 7 Tour negli ultimi 10 anni, Brailsford raggiante per la prima Roubaix
Hai temuto che l’incidente di Bernal sarebbe stato un colpo fatale per voi?

E’ un grande danno, questo è certo. Questo sport si muove velocemente, non devi lamentarti e bisogna adattarsi velocemente. Spero che Egan torni presto nel team, ma nel frattempo mi godo i corridori che si prendono le proprie responsabilità, che si divertono alle gare. Devo dare merito a questo gruppo di ragazzi, perché hanno portato altro brio, il desiderio e il divertimento all’interno della squadra e tutti ne beneficiano. 

Ti aspettavi che Van Baarle potesse vincere la Roubaix?

Dylan era già stato vicino a vincere un paio di volte in modo importante. Un mondiale e il Fiandre. Corre bene ed è interessante osservare che per vincere questo tipo di gare serve gente con esperienza. Penso anche alle due settimane tra il Fiandre e la Roubaix. Penso che in questi giorni lui abbia capito come fare. E’ un ottimo corridore se mantiene la sua freschezza e credo che possa avere grosse possibilità. E’ sempre concentrato, ha imparato lungo la via. I suoi 10 anni di esperienza hanno dato frutto tutto in una volta, per un giorno speciale.

Ganna guida l’attacco della Ineos: Brailsford conquistato da tanta grinta
Ganna guida l’attacco della Ineos: Brailsford conquistato da tanta grinta
Ma intanto la Ineos… ingessata del Tour sta cambiando pelle…

Abbiamo parlato molto questo inverno a proposito del nostro modo di correre. Da quando abbiamo vinto il Giro con Tao (Geoghegan Hart, ndr) gareggiamo in maniera molto diversa. Dopo il 2020 ci siamo detti che sta bene a tutti se riusciamo ad essere un pochino più incisivi e aggressivi. Correre sempre tra i primi, assumerci più rischi. E piano piano questa mentalità sta arrivando nella squadra. La dinamica è cambiata.

Come mai?

Il merito è molto legato ai giovani che si sono scrollati di dosso i vecchi schemi. Hanno dato un forte impatto. Tom Pidcock è uno che vuole sempre attaccare. Ragazzi che prendono rischi e si fanno avanti quando vedono un’opportunità. Devo dire che Castroviejo e Thomas sono cresciuti con un’altra mentalità, ma non si tirano indietro. Devo dare merito a Geraint per la scelta di rimanere. Ha vinto il Tour, ha vinto le Olimpiadi, è uno tra i corridori più esperti nel gruppo eppure sta ancora imparando.

Wiggins distrutto dopo la Roubaix in moto con Eurosport, ha provato per anni a vincerla in bici
Wiggins distrutto dopo la Roubaix in moto con Eurosport, ha provato per anni a vincerla in bici
E’ finito il tempo del Team Sky tutto attorno a un solo capitano?

Sono passati dieci anni, credo che stiamo correndo con il collettivo. Oggi (ieri alla Roubaix, ndr) abbiamo creato il gap e poi lo abbiamo gestito vincendo la corsa. Questi ragazzi gareggiano più come gruppo unito con l’attitudine di correre rischi. Abbiamo passato gli ultimi 10 anni a organizzarci per vincere il Tour e oggi abbiamo bussato ad una porta che era chiusa fino all’anno scorso. Ero convinto che l’avremmo vinta nel 2021 con Gianni Moscon. Quando raggiungi un traguardo così, è bello poter dire che ogni singolo membro della squadra ha contribuito al successo.

La Roubaix di Van Baarle nata dall’argento di Leuven

17.04.2022
6 min
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«Dopo il secondo posto di Leuven – dice Van Baarle – mi è scattato il clic giusto nella testa. Quella medaglia d’argento è stata un momento per me importante. Ho parlato a lungo con il cittì Moerenhout. Mi ha ripetuto fino allo sfinimento che dovevo credere di più in me stesso. Ho ascoltato le sue parole. Ed ecco che cosa è successo».

Un’anca fratturata

C’è di più. Il vincitore della Roubaix, trent’anni il 21 maggio, racconta e intanto un collega olandese ci rivela un piccolo aneddoto che dà la misura della fiducia con cui Dylan Van Baarle ha sbranato gli ultimi chilometri della Roubaix.

Alla Vuelta dello scorso anno Dylan era caduto, riportando una piccola frattura dell’anca. Il mondiale per lui era finito prima ancora di cominciare, invece per qualche strano motivo, Moerenhout ha iniziato a dirgli di crederci. A due settimane dal mondiale, Van Baarle non riusciva neppure a camminare e alla fine quella medaglia d’argento si è trasformata nel lasciapassare per una nuova vita.

Van Baarle ha tagliato il traguardo con 1’47” su Van Aert. Nel 2021 era finito fuori tempo massimo
Van Baarle ha tagliato il traguardo con 1’47” su Van Aert. Nel 2021 era finito fuori tempo massimo

«Sto ancora realizzando quello che mi è successo – dice – quando sono entrato nel velodromo, mi sono voltato per controllare che fosse tutto vero. Gli ultimi metri sono stati super speciali, ma non sapevo se fidarmi della radio. Ti dicono i distacchi, ma non volevo festeggiare troppo presto. Io non ero mai entrato per primo in un velodromo, semmai per ultimo. L’anno scorso sono finito fuori tempo massimo. Poi ho visto Dave sulla riga (David Brailsford, general manager di Ineos Grenadiers, ndr) e ho capito che era vero. Non so descrivere quello che mi è successo. Quasi non so (sorride, ndr) cosa ci faccia questa pietra davanti alla mia faccia».

Mentalità speciale

Le labbra sottili, lo sguardo fisso che in certi momenti trasogna. Un metro e 87 per 78 chili, il perfetto tipo da Roubaix. L’accenno di pizzetto e la calma nel raccontarsi. Ritirato dalla Vuelta per la caduta di cui abbiamo detto. Secondo al mondiale di Leuven. Fuori tempo nella Roubaix di Colbrelli. Quest’anno, secondo al Fiandre e primo alla Roubaix. Quando nella testa scatta l’interruttore giusto, davvero non ci sono limiti.

«Potrei scrivere un libro sulla mia mente – dice – quello che mi viene in mente di dire adesso è che su quello scatto di fiducia ho costruito il mio inverno. Serve una mentalità speciale per entrare bene nelle corse, il ciclismo è cambiato molto negli ultimi due anni. Ora si attacca da lontano per fare la corsa dura e mettere i rivali sulle ginocchia per quando si farà la vera selezione. E questo modo di fare è diventato il mio punto forte. Quando ho capito che avrei potuto attaccare, Ben Turner è venuto a dirmi che lui era completamente vuoto, mi ha passato un gel e ha fatto l’ultima tirata perché potessi tornare davanti».

Ganna ha ottenuto il 35° posto, con la sensazione che la squadra lo abbia un po’ abbandonato
Ganna ha ottenuto il 35° posto, con la sensazione che la squadra lo abbia un po’ abbandonato

Il setup vincente

Il Team Ineos ha fatto la corsa dura dal secondo settore di pavé. La vittoria ora fa passare tutto in secondo piano, ma certo vedere Ganna abbandonato dai compagni mentre era alle prese con una foratura e poi con un salto di catena sarebbe parsa una nota stonata, se Van Baarle non avesse vinto.

«Cercavamo la grande vittoria nelle corse del pavé – dice – Thomas ci era arrivato vicino, Moscon ce l’aveva quasi fatta. Quest’inverno abbiamo provato i materiali e ormai abbiamo un setup all’altezza dei team migliori e questo fa la differenza per competere al massimo. Abbiamo iniziato a crederci e questo è quello che è successo. Intendiamoci, se posso scegliere tra l’asfalto e il pavé, scelgo l’asfalto. Ma adesso so che posso muovermi bene anche sui sassi. Ho deciso di attaccare prima dell’Arbre, a capo di una giornata in cui non c’era qualcuno da guardare in particolare. In una Roubaix così veloce, era importante essere nel posto giusto, senza guardare nessuno».

Per tutta la durata della conferenza stampa, Van Baarle non ha mai neanche guardato il sasso della Roubaix
Per tutta la durata della conferenza stampa, Van Baarle non ha mai neanche guardato il sasso della Roubaix

Malinconia Van Aert

L’ultima battuta è per la pietra, che per tutto il tempo della conferenza stampa non ha mai guardato né toccato, quasi in segno di rispetto. Invece adesso si ferma. Ci poggia sopra una mano e fa un sorriso da bambino felice.

«Non ho ancora pensato a dove la metterò – ammette – ma visto che a Leven non mi hanno dato nessun trofeo, devo trovare il modo di sistemarla vicino alla mia medaglia d’argento. Forse dovrò comprare un tavolo apposta».

Mentre si alza, incrocia Van Aert che sopraggiunge. Un saluto fugace, una punta di malinconia e poi un sorriso nello sguardo del belga. Van Baarle ha vinto la Roubaix, ma nella conta dei secondi posti – lui non ne sarà certo contento – il belga è davvero imbattibile.