Campionato italiano professionisti 2010, Conegliano, Giovanni Visconti

Ca’ del Poggio, 3 storie di gloria e di colori

13.04.2026
6 min
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In provincia di Treviso ieri un polacco della Bahrain Victorious Development, quello Jackowiak di cui vi abbiamo parlato dopo il Giro della Sardegna, ha vinto il Trofeo Città di San Vendemiano, lasciandosi dietro tutti in fila sei italiani e uno svizzero. Il bello della corsa è che si è decisa con i cinque passaggi del Muro di Ca’ del Poggio, che ha così fatto le prove generali per quando il 28 maggio da quelle parti passerà il Giro d’Italia.

Già, la corsa rosa si avvicina. Il WorldTour si lascia alle spalle le classiche del pavé e presto sarà tempo di Ardenne, mentre gli scalatori faranno le prove generali al Tour of the Alps. Poi non resterà che partire per la Bulgaria e a quel punto si conteranno i giorni.

E’ incredibile come questa stradella ripida fra i vigneti del Prosecco sia diventato un riferimento per il ciclismo e abbia scritto pagine della sua storia. Una storia fatta di fatica e di gloria, ma anche fatta di colori. E sono proprio i colori i protagonisti di questo viaggio a ritroso nel tempo. Il rosa di Alessandro Petacchi. Il bianco, rosso e verde di Giovanni Visconti. E i cinque colori dell’iride di Matej Mohoric, che passando di lì andò a conquistare il mondiale gravel.

Ieri a San Vendemiano la vittoria di Jan Michal Jackowiak, dopo cinque passaggi su Ca' del Poggio (foto Trofeo Città di San Vendemiano)
Ieri a San Vendemiano la vittoria di Jan Michal Jackowiak, dopo cinque passaggi su Ca’ del Poggio (foto Trofeo Città di San Vendemiano)
Ieri a San Vendemiano la vittoria di Jan Michal Jackowiak, dopo cinque passaggi su Ca' del Poggio (foto Trofeo Città di San Vendemiano)
Ieri a San Vendemiano la vittoria di Jan Michal Jackowiak, dopo cinque passaggi su Ca’ del Poggio (foto Trofeo Città di San Vendemiano)

La rosa di Petacchi

Petacchi fu il primo e in parte l’abbiamo raccontato con Mauro Da Dalto. Era il primo passaggio del Giro, nessuno sapeva cosa aspettarsi e tutti i corridori rimasero a bocca aperta per la gente che trovarono ad aspettarli.

Quel Giro era partito con una cronosquadre dal Lido di Venezia. Era il Giro del Centenario con Armstrong al via, ma nella prova di apertura, era finito in testa Mark Cavendish, vincitore della prova contro il tempo con il Team Columbia e capace di resistere al comando anche l’indomani, quando proprio Petacchi vinse a Trieste. La terza tappa arrivava a Valdobbiadene e nel finale avrebbe scoperto Ca’ del Poggio.

«Mi avevano descritto bene il muro di Ca’ del Poggio – ricorda Petacchi – perché Ongarato, essendo veneto, lo conosceva molto bene. Fortunatamente era abbastanza lontano dall’arrivo, quindi è stato fatto non fortissimo, però andammo forte. Ricordo che scollinai nelle prime posizioni, perché si cercava di far faticare Cavendish. E ci andò bene, perché Mark si staccò nel finale verso Valdobbiadene che un po’ saliva e io riuscii a vincere e a prendere la maglia rosa».

«Se non sbaglio si passava anche una volta dal traguardo – prosegue – quindi avevo visto un po’ che il finale tirava. Sul Muro c’era tanta gente, perché i veneti sono appassionati e poi, andando così piano per le pendenze, il pubblico poteva vederti bene. Per fortuna il Muro non era in finale e si fece di gruppo compatto, perché se fosse stato vicino all’arrivo, avrei faticato di più. Fu un momento particolare».

Fu una bella giornata, ricorda Petacchi, c’era anche il sole. Dal Muro tanti si spostarono all’arrivo di Valdobbiadene, dove Petacchi vinse la tappa e prese la maglia rosa.

Il tricolore di Visconti

Un anno dopo, nel 2010, il campionato italiano si correva da Conegliano a Conegliano, praticamente nelle zone di Pozzato che aveva conquistato il tricolore dell’anno precedente a Imola. Per i veneti quel tricolore sulle strade del Prosecco era un richiamo troppo forte. Ballan era il più motivato di tutti, ma anche lui dovette arrendersi alla furia di Giovanni Visconti, palermitano che un campionato italiano l’aveva già vinto nel 2007 a Genova al terzo anno di professonismo.

«Cosa ha rappresentato per me – chiede Visconti – il Muro di Ca’ del Poggio? Quel giorno all’italiano ha rappresentato uno specchio. Io davanti a uno specchio. Io che mi specchio e guardo finalmente il Visco ripagato dei suoi sacrifici. Ecco, esattamente quello. Perché me lo sono goduto».

Ca' del Poggio, Visconti i fuga è già passato da un pezzo: il gruppo dietro lascia fare è è stremato?
Ca’ del Poggio, Visconti in fuga è già passato da un pezzo: il gruppo dietro lascia fare e sbaglia i tempi dell’inseguimento. Secondo tricolore in arrivo
Ca' del Poggio, Visconti i fuga è già passato da un pezzo: il gruppo dietro lascia fare è è stremato?
Ca’ del Poggio, Visconti in fuga è già passato da un pezzo: il gruppo dietro lascia fare e sbaglia i tempi dell’inseguimento. Secondo tricolore in arrivo

«Passarci da solo con un sacco di vantaggio con l’ammiraglia dietro e involandomi verso un altro tricolore ha rappresentato il mio ciclismo. Quello fatto di molti più sacrifici rispetto ad altri per arrivare a una vittoria. Fu come guardarmi in faccia, perché era così ripido che avevo l’asfalto davanti agli occhi. Secondo me è questo che Ca’ del Poggio ha rappresentato per me».

La rabbia del Giro

Il palermitano, che l’anno prima dalla Quick Step era tornato alla ISD Neri di Scinto e Citracca, aveva il dente avvelenato perché la sua squadra non era stata invitata al Giro d’Italia e prese quella fuga come un fatto personale.

«In questo momento – disse invece lui dopo la vittoria – non so nemmeno cosa voglia dire Giro d’Italia. Ho saltato la corsa rosa e mi sono allenato, questa vittoria è il coronamento dei sacrifici e del tempo tolto alla famiglia. Merito più rispetto? Non spetta a me dirlo, però non voglio lamentarmi, sono contento di quello che ho, di mia moglie e di mio figlio che mi dà la forza».

Con la moglie Katy e il piccolo Thomas, commossi per il secondo tricolore
A Conegliano, dopo aver scalato da solo Ca’ del Poggio a ogni giro, Visconti vince il secondo tricolore davanti alla moglie Katy e al figlio Thomas
Con la moglie Katy e il piccolo Thomas, commossi per il secondo tricolore
A Conegliano, dopo aver scalato da solo Ca’ del Poggio a ogni giro, Visconti vince il secondo tricolore davanti alla moglie Katy e al figlio Thomas

L’iride di Mohoric

Il racconto di Mohoric è forse il meno dettagliato. Non perché lo sloveno non abbia cose da dire, ma perché nel mondiale gravel del 2023 a Pieve di Soligo, Ca’ del Poggio c’era, ma era lontano dall’arrivo. Il terzetto in cui viaggiava con Florian Vermeersch e Connor Zwift scollinò dal Muro con circa un minuto e mezzo di vantaggio.

«Ho sempre creduto nella vittoria – ha detto – in particolare perché ho resistito ad ogni tentativo di selezione e questo mi ha fatto capire che avevo le gambe. Avevo effettuato la ricognizione dei passaggi più importanti e sapevo che avremmo incontrato tratti super tecnici con salite ripide che si adattavano alle mie caratteristiche».

Matej Mohoric, mondiale gravel 2023
Sul percorso del mondiale gravel vinto da Matej Mohoric nel 2023 c’era anche il Muro di Ca’ del Poggio, che lo sloveno ricorda bene
Sul percorso del mondiale gravel vinto da Matej Mohoric nel 2023 c’era anche il Muro di Ca’ del Poggio, che lo sloveno ricorda bene

«Sapevo che dovevo provare qualcosa lì – prosegue – e ho notato rapidamente che gli altri erano in sofferenza. Mi sono divertito moltissimo, il percorso era bellissimo e conoscevo molte di queste strade, in quanto ci ho gareggiato da bambino».

I suoi sono gli ultimi cinque colori di Ca’ del Poggio, che aspetta le due maglie rosa: quella degli uomini in 28 maggio per il terzo anno consecutivo e poi subito dopo, il 31 maggio, quella delle donne, nella tappa di Caorle. Il Prosecco è già in fresco, fuori le bandiere. La festa sta per cominciare.

Il primato di Borgo, il primo vincitore del 2026

Il primato di Borgo, il primo vincitore del 2026

13.02.2026
5 min
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La stagione 2026 di Alessandro Borgo, la sua prima nel dorato mondo del WorldTour, è iniziata con un primato assolutamente inatteso e che brilla proprio considerando la giovane età del protagonista. Borgo è stato il primo italiano in assoluto a vincere su strada quest’anno, svettando il 18 gennaio scorso all’Al Salam Championship, la stessa prova degli Emirati Arabi che al femminile aveva visto svettare Lorena Wiebes.

Sprint mortifero per Borgo a Dubai, battendo il danese Johansen e il locale Jasim Al-Ali
Sprint mortifero per Borgo a Dubai, battendo il danese Johansen e il locale Jasim Al-Ali
Sprint mortifero per Borgo a Dubai, battendo il danese Johansen e il locale Jasim Al-Ali
Sprint mortifero per Borgo a Dubai, battendo il danese Johansen e il locale Jasim Al-Ali

Miglior biglietto da visita, il veneto di Conegliano non poteva presentare e anche dopo, al successivo AlUla Tour, Borgo si è rivelato prezioso per la Bahrain Victorious, nel supporto al capitano portoghese Afonso Eulalio. E’ vero che si trattava, nel caso del suo successo, di una prova nazionale, ma per un ventunenne che approda nel ciclismo che conta è sempre qualcosa di inatteso.

«Ovviamente non ero partito per vincere – afferma il corridore di Conegliano – era la prima esperienza e sopra ogni cosa c’era la curiosità. Sapevo però che poteva essere una gara, dato il vento e il deserto, che si poteva adattare a me. Nel finale siamo rimasti in 5 dopo un mio attacco e in volata ho avuto la meglio. E’ sempre bello vincere, un bel segnale d’inizio sia per me che per la squadra».

Borgo si è perfettamente adatto al team trovando subito grande coesione con i compagni, qui dietro Bauhaus
Borgo si è perfettamente adatto al team trovando subito grande coesione con i compagni, qui dietro Bauhaus
Borgo si è perfettamente adatto al team trovando subito grande coesione con i compagni, qui dietro Bauhaus
Borgo si è perfettamente adatto al team trovando subito grande coesione con i compagni, qui dietro Bauhaus
L’AlUla Tour era di livello superiore come partecipazione e come attenzione, come ti sei trovato?

Siamo andati con una squadra abbastanza forte e sicuramente c’erano i leader più esperti rispetto a me. Avevamo Bauhaus per le volate e Eulalio per gli arrivi in salita. Ho dovuto lavorare per loro, comunque ho fatto una bella impressione anche alla squadra, ho ricevuto molte attestazioni di stima e anch’io sono stato contento per quello che sono riuscito a fare, in particolare il primo giorno quando sono rimasto fuori dal primo ventaglio ma non dal secondo perché ero in una posizione sbagliata, ma nel finale ho comunque vinto la volata di gruppo.

Lo scorso anno hai fatto più esperienze con la squadra maggiore, ma adesso ne sei parte. Quanto è cambiato in base al tuo status?

Adesso sono un professionista a tutti gli effetti e se l’anno scorso andavo alle gare per fare esperienza, so che quest’anno avrò sicuramente i miei spazi in determinate prove e quindi è fondamentale farmi trovare pronto. La squadra è contenta, a me questo basta per darmi la carica per lavorare.

Borgo, a destra, con Mattio e Gualdi con cui ha protetto la fuga iridata di Finn nel 2025
Borgo, a sinistra, con Mattio e Gualdi con cui ha protetto la fuga iridata di Finn a Kigali
Borgo, a destra, con Mattio e Gualdi con cui ha protetto la fuga iridata di Finn nel 2025
Borgo, a sinistra, con Mattio e Gualdi con cui ha protetto la fuga iridata di Finn a Kigali
Tu, salvo Ormzel, sei il più giovane della squadra, come ti trovi a essere il ragazzino del gruppo, come ti trattano gli altri?

Questo per me era il mio punto iniziale, mi premeva entrare bene in squadra e non nascondo che la cosa mi metteva un po’ di tensione. Sono molto contento perché ci sono riuscito pienamente. Sono entrato proprio come il bimbo che arriva all’università. Mi sono subito accorto che avevo delle abitudini non da professionista, soprattutto l’alimentazione. Appena entrato, ho legato tantissimo con Matei (Mohoric, ndr), mi ha un po’ preso come un figliolo, sono sicuramente uno che può essere simile a lui come corridore e mi piacciono le gare dove lui ha vinto e va forte.

59 giorni di gara per Borgo nel 2025, con vittorie a Gand e all'italiano su strada, finendo 2° nella crono tricolore U23
59 giorni di gara per Borgo nel 2025, con vittorie a Gand e all’italiano su strada, finendo 2° nella crono tricolore U23
59 giorni di gara per Borgo nel 2025, con vittorie a Gand e all'italiano su strada, finendo 2° nella crono tricolore U23
59 giorni di gara per Borgo nel 2025, con vittorie a Gand e all’italiano su strada, finendo 2° nella crono tricolore U23
E’ lui il tuo riferimento in squadra?

Sì, lo ascolto molto, ma c’è anche il vantaggio di essere in un gruppo molto italiano, dove ho legato molto con Tiberi, Caruso, anche Buitrago. Mi sento a casa e di questo sono molto contento. Poi, avendo già corso l’anno scorso per più gare con la prima squadra, conoscevo già gran parte del team e avevo percepito una bella atmosfera. Devo dire che ogni volta che mi vedono fanno una battutina perché sono uno abbastanza aperto con le persone…

Essendo tu al primo anno, ti avranno chiesto soprattutto di essere di supporto ai più anziani, ma c’è intorno a te un progetto di crescita?

Assolutamente, questo mi spinge a mettercela tutta. Mi piacciono le gare in Belgio, le classiche, e quindi in quelle superiori sarà da aiutare il team, ma quelle esperienze importanti saranno sicuramente fondamentali per il mio sviluppo e la mia crescita.

Borgo sarà chiamato a supportare i capitani già dalle classiche, ma ci saranno altre occasioni per emergere
Borgo sarà chiamato a supportare i capitani già dalle classiche, ma ci saranno altre occasioni per emergere
Borgo sarà chiamato a supportare i capitani già dalle classiche, ma ci saranno altre occasioni per emergere
Borgo sarà chiamato a supportare i capitani già dalle classiche, ma ci saranno altre occasioni per emergere
Tornando un attimo alla trasferta in Arabia, che percorsi hai trovato e che esperienza è stata dal punto di vista personale?

E’ stato molto particolare, sia ciclisticamente parlando che a livello personale, perché non ero mai stato in quei posti, ma il ciclismo regala anche questo. Sono rimasto stupito dagli stradoni larghi come autostrade infinite, il vento cambiava, arrivava forte davanti o dietro. C’erano tratti dove col vento a favore si riusciva ad arrivare senza sforzo anche a 80 all’ora, ma appena giravi la curva, eri fermo perché ce l’avevi laterale o davanti, ma a me piacciono tutte queste cose…

Qual è il tuo desiderio per quest’anno?

Fare il maggior numero di esperienze nelle gare dove voglio provare a performare nei prossimi anni, le classiche più rinomate, la Roubaix, la Gand dopo averla vinta da Under 23. E voglio imparare il più possibile da persone come Matei che sicuramente sanno insegnare come si fa, lo dice la sua carriera…

Alessandro Borgo, Bahrain Victorious 2025

Borgo e il WorldTour: le sfide tra passato e presente

19.12.2025
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Alessandro Borgo quest’anno nel ritiro di dicembre della Bahrain Victorious ha cambiato tavolo, letteralmente. La scorsa stagione era seduto insieme ai ragazzi del devo team mentre ora è seduto accanto ai nuovi compagni di squadra del WorldTour

«Essere accanto a corridori che fino due anni fa guardavo in televisione – racconta Borgo – è strano, però se sono arrivato fin qui vuol dire che qualcosa di buono posso farlo pure io. Per cui sì, c’è emozione, ma quella giusta. All’inizio i due con cui mi sono sentito un attimo in soggezione, se così si può dire, sono stati Mohoric e Caruso. Il primo per la famosa vittoria alla Sanremo e quelle al Tour de France, mentre Caruso per quello che ha fatto nei Grandi Giri. Però si è subito creato un bel rapporto, sia con loro che con lo stesso Tiberi».

Alessandro Borgo è pronto a proseguire il suo cammino di crescita, dal 2026 sarà nel WorldTour
Alessandro Borgo è pronto a proseguire il suo cammino di crescita, dal 2026 sarà nel WorldTour
Sei uno che ama le sfide, arrivare nel WorldTour a cosa equivale?

Fino a tre anni fa non sapevo a cosa stessi andando incontro, il ciclismo era un gioco. Poi pian piano è diventato un lavoro. Negli ultimi due anni ho iniziato a pormi degli obiettivi, sono uno che crede molto in se stesso e mi ero prefissato di fare due stagioni da under 23 e poi entrare nel WorldTour. A livello personale sono contento di aver rispettato quello che mi ero prefissato. Ora che sono qui me ne sono posti degli altri. 

Di questi due anni da under 23 che bilancio trai?

Al primo anno arrivavo in una categoria nuova, in un ciclismo diverso e sempre più impegnativo. Avevo iniziato a fare le prime esperienze all’estero, con avversari molto forti. Sono entrato nella categoria senza sapere nulla al riguardo e senza aspettative. Dopo le prime gare in Belgio ho capito di essere a un buon livello. Il 2025 è stato l’anno della consacrazione, con due vittorie importanti (Gent U23 e il campionato italiano U23, ndr).

C’è qualche aspetto che avresti potuto o voluto fare meglio? 

Quando mi fanno questa domanda rispondo sempre che un rimpianto è il secondo posto di tappa al Giro Next Gen. Vincere avrebbe dato qualcosa in più. Mi ero imposto di fare un bel risultato di tappa all’Avenir, ma anche in quel caso non è andata secondo le aspettative. Tuttavia è stata una corsa che mi ha dato tanto, in termini di esperienza e consapevolezza

In che senso?

Nella tappa regina sono andato molto forte in salita, quella prestazione mi ha fatto crescere molto. Tanto da portarmi una convocazione al mondiale in Ruanda. Era un obiettivo fin dall’inizio della stagione. E’ stata un’esperienza indimenticabile, sia a livello personale che ciclistico. 

Con il senno di poi il mondiale in Ruanda era troppo duro?

Il percorso era esigente, ma se la corsa si fosse svolta in un altro modo avrei potuto dire la mia. Ha vinto Lorenzo (Finn, ndr) uno scalatore, e tra i primi dieci sfido a trovare un corridore che non lo sia.  

Campionati del mondo Kigali 2025, U23, Alessandro Borgo, PSimone Gualdi, Pietro Mattio, gesto dell'arco come Lorenzo Finn
Borgo insieme a Mattio e Gualdi sono stati gli alfieri che hanno accompagnato Lorenzo Finn nella vittoria iridata U23 a Kigali
Campionati del mondo Kigali 2025, U23, Alessandro Borgo, PSimone Gualdi, Pietro Mattio, gesto dell'arco come Lorenzo Finn
Borgo insieme a Mattio e Gualdi sono stati gli alfieri che hanno accompagnato Lorenzo Finn nella vittoria iridata U23 a Kigali
La stagione scorsa si è conclusa con il secondo posto nel campionato italiano crono a squadre…

Ci tenevo a far bene, più per i miei compagni Marco e Bryan (Andreaus e Olivo, ndr). Anche perché c’era il rischio che potesse essere la loro ultima corsa. Mi sarebbe piaciuto aiutarli a vincere una maglia tricolore. Hanno avuto degli anni difficili, purtroppo il ciclismo non regala nulla. Ripartire non è mai semplice e non tutti capiscono cosa vuole dire

Torniamo alle sfide, qual è quella di quest’anno?

Sicuramente voglio rubare con gli occhi dai più esperti, tra tutti Mohoric, che è l’atleta a cui sento di potermi ispirare. Il 2026 sarà l’anno delle esperienze, mi piacerebbe fare tante gare in Belgio e imparare a muovermi su quei terreni. 

Pensi che possano diventare le tue gare?

Direi di sì. Dico il Belgio ma intendo tutte le Classiche, con pavé, freddo, vento e muri. 

Borgo quest’anno ha già fatto qualche esperienza con i professionisti, qui in azione al Tour de Wallonie
Borgo quest’anno ha già fatto qualche esperienza con i professionisti, qui in azione al Tour de Wallonie
Ora che sei nel WorldTour lo spirito deve rimanere lo stesso di sempre? 

Sicuramente non posso andare con l’idea di vincere la Roubaix il prossimo anno, avremo un capitano e dovrò lavorare per lui. Siamo una squadra che si è ringiovanita tanto, con innesti interessanti come Alec Segaert. Entrambi siamo giovani e vogliamo emergere sulle pietre del Nord. Ovviamente in questi anni il leader sarà Mohoric e lavoreremo per lui, mettersi a disposizione di un talento del genere è ancora più bello. 

Tre anni fa non pensavi di poter essere qui, ora hai un pensiero su Borgo da qui a tre anni?

Penso di poter rispondere a questa domanda una volta terminata la mia prima stagione da professionista. Fino a quando non sei dentro e non corri è difficile capire cosa sia il WorldTour e le difficoltà a esso collegate. Anche solo entrare in un settore di pavé o andare alla presentazione dei team la mattina della Roubaix sono cose che posso solo immaginare ora. 

Allora ci diamo appuntamento a ottobre?

Va bene.

Bahrain Victorious

La Bahrain e il 2026: giovani, programmi, materiali. Pellizotti a te

08.12.2025
7 min
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E’ tempo di voltare pagina in casa Bahrain Victorious. Il 2026 si avvicina e la squadra è pronta a inaugurare una nuova fase, costruita su un mix di giovani talenti e guide esperte. Se da una parte salutano figure di riferimento come Andrea Pasqualon e Torstein Traen, dall’altra il team continua a puntare con decisione su un vivaio che negli ultimi anni ha iniziato a dare frutti importanti.

Per capire come si sta preparando il gruppo e quali saranno i punti chiave della prossima stagione, abbiamo parlato con Franco Pellizotti, direttore sportivo e figura centrale nella costruzione di questo nuovo corso. Con lui abbiamo provato a stendere un primo velo sui programmi, sulle ambizioni e sull’identità tecnica che la Bahrain vuole consolidare nel 2026.

Franco Pellizotti (classe 1978) è uno dei direttori sportivi della Bahrain-Victorious
Franco Pellizotti (classe 1978) è uno dei direttori sportivi della Bahrain-Victorious
Dicevamo, Franco, una Bahrain un po’ diversa, quella 2026: è così?

Arrivano un po’ di giovani. Negli ultimi anni stiamo investendo tanto su di loro perché andare a prendere corridori esperti costa molto. Abbiamo un bel vivaio dagli juniores al devo team ed è giusto attingere da lì. Secondo me questi ragazzi sono ottimi atleti e li inseriamo accanto agli esperti. E’ chiaro che magari a fine anno le vittorie non sono tantissime, ma se guardiamo al futuro abbiamo giovani molto promettenti. Non bisogna avere fretta: vanno fatti crescere bene, affiancandoli ai nostri “vecchi”, tra virgolette.

Anche perché ormai di vecchi ne avete pochi, tolto il “super vecchio”!

Alla fine abbiamo Damiano Caruso, che è un vecchio per davvero… ma solo anagraficamente. Potremmo dire che anche Matej Mohoric sia vecchio, ma ha 31-32 anni: è un vecchio relativo.

Quando arrivano questi giovanissimi di 18-20 anni, vale ancora la pena affiancarli ai “vecchi”, o magari dialogano meglio con pro’ di 23-24 anni?

E’ vero che molti giovani quando passano pro’ pensano già di sapere tutto, ma ce ne sono altri che sanno cosa vogliono, si fidano e ascoltano. E’ difficile trovare giovani che abbiano voglia di imparare davvero: è la vera sfida di questo periodo storico.

Antonio Tiberi e Damiano Caruso: una coppia consolidata. Stessi programmi anche nel 2026?
Antonio Tiberi e Damiano Caruso: una coppia consolidata. Stessi programmi anche nel 2026?
Togliamo Caruso, che ben conosciamo come corridore e come persona, chi è un ragazzo che invece vedi particolarmente sensibile con i nuovi giovani arrivati?

Direi Mohoric. Matej dispensa consigli a destra e a manca, soprattutto nelle gare in Belgio o nelle corse a tappe. Se fossi un giovane mi fiderei ciecamente di lui. Mohoric dà il 100 per cento per la squadra e per i giovani. Damiano è un altro che non ha problemi: basta vedere quel che sta facendo con Antonio Tiberi.

Che poi ormai Tiberi non è nemmeno più un giovanissimo…

Vero. Dieci anni fa sarebbe stato giovanissimo, oggi col ciclismo diverso che stiamo vivendo è uno pronto. E’ già al terzo anno con noi, il quarto da pro’. Di Damiano si è fidato molto: senza di lui non dico sia perso, ma sicuramente trova una guida importante. Ci sono giovani che vogliono ascoltare e altri che pensano di sapere già tutto, ma…

Ma?

Ma dopo un po’ di gare si accorgono che il ciclismo vero inizia lì, quando passi. Tutto quello che hai fatto prima ti è servito per il passaggio, ma poi si può azzerare. E’ da professionista che devi dimostrare quello che vali.

Bahrain Victorious
Uno dei cinque rinforzi 2026 della Bahrain è Alec Segaert, cronoman belga classe 2003
Bahrain Victorious
Uno dei cinque rinforzi 2026 della Bahrain è Alec Segaert, cronoman belga classe 2003
Questo è il periodo in cui s’inizia a parlare di programmi. Alcuni rumors dicono che Tiberi vorrebbe fare il Tour de France. E’ così?

Chiaro che ripetere sempre le stesse cose non dà stimoli. Il 2024 per lui è stato molto buono, al Giro d’Italia soprattutto, mentre il 2025 è stato sotto le aspettative. Magari un po’ di spirito di rivalsa in più ce l’ha. Prima di decidere attendevamo di vedere com’era strutturato anche il nuovo Giro. Sapete, a ottobre dire: tu fai il Giro e tu fai il Tour è spesso prematuro se non conosci i percorsi.

Appunto te lo abbiamo chiesto: dopo aver visto il Giro, qualcosa è cambiato? C’è una crono lunghissima e nessuna salita stile Mortirolo o Zoncolan…

Con una crono così lunga cambia tutto, per uno come Tiberi. Adesso staremo due settimane in Spagna e studieremo Giro e Tour in modo approfondito. In base ai percorsi e alle volontà degli atleti decideremo. E’ giusto ascoltare cosa vuole il corridore: alla fine in bici ci sale lui.

Tra i nuovi innesti c’è anche Jakob Omrzel: cosa possiamo aspettarci da lui?

Jakob vorrebbe già fare corse importanti. E’ talentuoso e ha dimostrato cose non comuni. La Bahrain, giustamente lo ha blindato per anni e per questo dobbiamo farlo crescere senza fare passi più lunghi della gamba. Alla fine ha fatto solo un anno da under 23: il ciclismo vero ancora non l’ha assaggiato. Lo inseriremo in qualche corsa importante, magari vicino a un leader altrettanto importante. Ma di certo lo schiereremo anche in gare meno dure, non WorldTour.

Bahrain
Jakob Omrzel vincitore del Giro Next Gen 2025 è la nuova stella della Bahrain – Victorious (foto La Presse)
Bahrain
Jakob Omrzel vincitore del Giro Next Gen 2025 è la nuova stella della Bahrain – Victorious (foto La Presse)
Perché?

Perché possa togliersi soddisfazioni e per non fargli perdere l’attitudine a vincere. Quest’anno ha dimostrato al Giro di Slovenia, con un quarto posto nella generale, e in Croazia che è un corridore affidabile per questo livello di gare.

Franco, l’hai detto tu prima: la stagione della Bahrain-Victorious non è stata super. Visto che dall’anno prossimo si riparte da zero con i punti WorldTour come correrete? Stile “stile Astana” oppure in modo classico cercando di vincere?

Nel tradizionale management meeting che facciamo dopo il Lombardia, lo abbiamo ripetuto: il nostro modo di competere è questo, cercare di vincere. Poi è chiaro che devi guardare anche ai punti perché comunque è importante, però non stravolgeremo il nostro modo di correre. Correremo come abbiamo sempre fatto… da squadra. Cercheremo di ben figurare nelle corse importanti. Se vai a guardare il numero di vittorie è chiaro che non è altissimo, ma chi ha vinto tanto? La sola UAE Emirates ne ha colte quasi 100, altre 50 e passa la Soudal-Quick Step che ha velocisti esperti e fortissimi. La Red Bull – Bora che ha un budget enorme, anche se non ha fatto una super stagione, ha mostrato di avere corridori di assoluto valore che sono stati costanti.

Mettiamoci anche che qualche vostro leader ha avuto varie sfortune…

Mohoric sono un paio d’anni che fatica a trovare continuità per vari motivi fisici, ma conosciamo il suo valore. Tiberi viene da una stagione sottotono. Martinez secondo me ha fatto molto bene, a parte il finale. Però il suo discorso è diverso.

In che senso?

Un ragazzo francese che lascia una squadra francese: per un transalpino spostarsi all’estero non è semplice. Per i francesi è più difficile lasciare la loro Nazione: storicamente è così. Parliamo di un ragazzo che è letteralmente uscito dal suo nido. Sono convinto che il prossimo anno farà ancora meglio.

Bahrain Victorious
La Oltre RC è il modello aero del Reparto Corse Bianchi: qui la livrea Bahrain presentata qualche giorno fa
Bahrain Victorious
La Oltre RC è il modello aero del Reparto Corse Bianchi: qui la livrea Bahrain presentata qualche giorno fa
In cosa deve migliorare Martinez?

Un po’ nella costanza, sulla performance più o meno ci siamo, ma credo che questa arriverà da sola. Lui più di altri ha dovuto adattarsi: ha trovato una lingua diversa. L’inglese lo parla, ma non come il francese che usava alla Groupama-FDJ. E per uno timido come lui può essere un ostacolo ulteriore. Anche noi dovevamo capire com’era il ragazzo. Vedere come si muoveva, come la pensava, com ‘era coi compagni. Lenny è un patrimonio che va tutelato senza fretta.

Domanda che rivolgiamo più al Pellizotti ex corridore che diesse: avete cambiato bici, da Merida a Bianchi. Com’è stato l’approccio?

Quando cambi un’azienda partner così importante dopo nove anni non puoi non essere titubante: sai cosa avevi, ma non cosa troverai. E invece abbiamo trovato un’azienda ambiziosa, con una grande voglia di migliorarsi. Bianchi non ha problemi ad investire, oltre a fornirci i materiali è disposta anche a lavorare in prima persona per migliorarsi, per sviluppare i prodotti. E’ ambiziosa.

I ragazzi hanno già entrambe le bici?

No, solo quella da strada. Ma torneranno dal training camp anche con quella da crono e la seconda bici da strada. Comunque tornando su Bianchi l’ho detto ai ragazzi: «E’ un marchio storico, io ci ho corso tanto e vinto anche un campionato italiano. Nel ciclismo, che è passione ed è uno sport che più di altri si lega alla sua storia, per me è un valore aggiunto. Insomma Bianchi è stata la bici di Coppi, Gimondi e Pantani».

Matej Mohoric, gravel mondiale Maastricht

Un pro’ si diverte quando corre? Lo chiediamo a Mohoric

20.10.2025
6 min
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Un pro’ corre sempre per il risultato. E’ vero, è ovvio, è pagato per questo. Ma è anche vero che può correre per divertirsi e quando ci riesce tutto assume un altro aspetto. E’ quel che ci ha raccontato, e che abbiamo visto dal vivo con Matej Mohoric reduce dal campionato del mondo gravel UCI.

Lo sloveno ama il suo mestiere ed ama anche il gravel. E’ la bici che più lo riporta a quando era bambino, ci racconta. E’ la bici con cui spingere, ma avere quelle sensazioni che vanno oltre. Quando ti senti tutt’uno con la bici. Mohoric ci racconta così com’è andato il suo mondiale, che lo ha visto salire sul terzo gradino del podio. Ma anche quel che significa, specie dopo tanti anni, riuscire ancora a divertirsi in bici. Ricorderete la sua discesa del Ventoux filmata da noi questa estate al Tour. Ma anche lo show di Maastricht.

Curve in appoggio, derapate, entrare killer in curva: Mohoric a Maastricht ha dato spettacolo (foto Instagram – Tornanti)
Curve in appoggio, derapate, entrare killer in curva: Mohoric a Maastricht ha dato spettacolo (foto Instagram – Tornanti)
Matej, come giudichi questo tuo bronzo? Sei soddisfatto?

Diciamo che se uno me lo chiedeva prima di partire avrei messo la firma. Perché il percorso quest’anno era ancora più facile rispetto all’anno scorso. C’erano meno tratti dove con le gambe potevi fare la differenza. Meno tratti tecnici, dove il gruppo si allunga. Quindi c’era più strategia, più tattica, dal punto di vista delle squadre.

Come è andata?

Dopo un’ora è andata via una fuga abbastanza pericolosa, con 6-7 corridori, dove c’erano anche tanti belgi e tanti compagni di squadra. In realtà sono andato a chiudere io, e poi sono partiti al contropiede quei quattro che hanno poi determinato la corsa, tra cui Florian Vermeersch. Lì ho capito che era il momento chiave. Ma, come ho detto, il percorso non era facile da gestire da quel punto di vista.

E dopo?

E’ successo come quando sono andato via con Tom Pidcock. Lui ha fatto il ritmo e io sono partito in contropiede: è difficile andare a chiudere su tutti. Alla fine, quando ero davanti, ho trovato il mio ritmo e le gambe, che comunque erano buone. Anche se ero tanto stanco dopo la stagione, dopo le ultime settimane davvero impegnative.

Nessun rammarico insomma…

Mi è dispiaciuto un po’ che il mio compagno di fuga, lo svizzero Stelhi, non ne avesse molta. Ma so che ha dato il suo massimo: quando tirava lui si vedeva che era stanco. Poteva anche stare a ruota e non dare i cambi, invece ha contribuito. Magari se al suo posto ci fosse stato Pidcock potevamo anche rientrare, anche se non era per niente facile. Florian è stato fortissimo e secondo me era il favorito numero uno. Se la merita tutta questa maglia. In questa disciplina è veramente forte. Già in Rwanda, ai mondiali, non potete capire che lavoro ha fatto per Remco Evenepoel. Si vedeva che stava davvero bene.

Matej Mohoric ha lottato come un leone. Alla sua ruota lo svizzero Stelhi
Matej Mohoric ha lottato come un leone
Matej, voi pro’ ormai siete quasi dei robot. I carboidrati all’ora, il casco aerodinamico, il guantino… Però grazie a te abbiamo visto che il professionista sa anche divertirsi. La discesa dal Ventoux questa estate, la guida show al mondiale gravel… Ti diverti?

Guardate, io ho iniziato ad andare in bici per questo. Perché è bello, perché ti diverti, perché mi piace guidare così. Quando uno ha la possibilità di farne il suo lavoro, e di conseguenza ha anche tanto tempo per fare pratica, diventa sempre più bravo. Magari non più veloce, ma più sicuro in quello che fa. In queste corse su gravel è anche più facile sfruttare, far emergere queste doti. Anche su strada è sempre importante sapere guidare la bici, ma nel gravel c’è ancora più differenza.

Quante volte hai usato la bici da gravel durante l’anno o prima del Mondiale?

Purtroppo noi professionisti non abbiamo tantissimo tempo: è uno dei problemi del nostro lavoro, che comincia a essere pesante dopo un po’ di anni. Siamo sempre di fretta. Tra allenamenti, gare e routine da pro’ non è facile trovare il tempo per le uscite con la bici gravel. Uno pensa che ci si potrebbe allenare ogni tanto…

Invece?

C’è sempre la tabella da rispettare ed è più comodo andare su strada: hai i tuoi parametri, i tuoi valori, puoi gestire lo sforzo. L’ho usata qualche volta per fare distanza, perché è un’uscita più semplice, senza lavori specifici. Quindi tornando alla domanda: credo di aver usato la bici gravel una decina di volte quest’anno.

In bici, anzi in gara, col sorriso… in pochi ci riescono (foto Instagram – Tornanti)
In bici, anzi in gara, col sorriso… in pochi ci riescono (foto Instagram – Tornanti)
Come concepisce Matej Mohoric la bici gravel?

Mi piace proprio perché non la considero come il mezzo di lavoro, come invece è la bici di allenamento su strada. E’ la bici del divertimento. Mi dà un senso di libertà. Mi fa sentire più connesso con la natura. Magari ci esco e faccio un giro non abituale, qualcosa di diverso per cambiare un po’. E anche per ricordarmi perché ho iniziato ad andare in bici, come quando ero piccolo. In generale vedi posti più belli, più selvaggi.

Con che gomme hai gareggiato al mondiale in Olanda?

Con un prototipo di Continental. Quest’anno devo dire che siamo migliorati tantissimo sotto questo aspetto. Negli scorsi anni devo dire di aver avuto fortuna, specie quando vinsi il mondiale in Italia: andò tutto bene e non eravamo così preparati tecnicamente. Nel gravel gli pneumatici e le ruote sono forse la cosa più importante della bici. Abbiamo studiato tanto e migliorato tanto. Oggi c’è tanta tecnologia e le gomme, anche se sembra assurdo, fanno davvero la differenza.

Beh, vediamo quanto ci investono i marchi…

Chiaro, soprattutto nel gravel devi trovare il giusto equilibrio tra velocità, grip e protezione. Se ti devi fermare per una foratura o perché usavi una pressione troppo bassa e rompi un cerchio su una pietra, è un problema. Ora esistono anche vari tipi di inserti da mettere all’interno del cerchio.

Tu l’avevi l’inserto?

Sì, e l’avevo montato su un cerchio particolare di Vision. La misura era 40, ma alla fine su quel cerchio era come fosse un 43 millimetri. A me piace andare forte nei tratti tecnici, sentire la velocità, controllare la bici che scappa…

Quest’anno la stagione su strada di Matej è stata a dir poco tormentata
Quest’anno la stagione su strada di Matej è stata a dir poco tormentata
Usciamo dal discorso gravel, Matej. La tua non è stata una stagione brillante come al solito. Come mai?

Nelle primissime gare stavo molto bene, quasi troppo. Avevo iniziato la preparazione presto e credo di essere andato oltre il limite del mio corpo. Dopo la prima corsa mi sono ammalato una prima volta, prendendo un’infezione batterica. Poi una seconda, una forte otite che mi ha costretto a prendere antibiotici. Subito dopo, il giorno prima della Strade Bianche, ho preso un’altra infezione, stavolta gastrointestinale, che mi ha distrutto. Da lì in poi non mi sono più ripreso.

E sappiamo che non è facile riprendersi in questo ciclismo…

Non andavo più avanti. Ho tenuto duro pensando di riprendermi nel periodo delle classiche, ma col senno di poi mi sarei dovuto fermare subito. Correndo da malato ho compromesso anche la seconda parte di stagione. Ho sbagliato anch’io a non fare uno stop totale e cercare di resettare tutto. Ho chiuso un po’ gli occhi e ho detto: sì dai, ce la faremo, e invece…

L’ultima domanda, Matej: Pidcock ti ha detto qualcosa sul fatto che guidi meglio di lui sul gravel?

Non penso che guidi meglio di lui – ride Matej – credo solo che quel giorno a Maastricht Tom fosse molto stanco dopo il Lombardia del giorno prima. Di certo in MTB non posso andare con lui… nel gravel, magari, me la gioco un po’ meglio.

Lunigiana: La Corsa dei Futuri Campioni, di ieri e di oggi

22.07.2025
6 min
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Il Giro della Lunigiana ha vissuto una delle sue giornate più importanti poco più di una settimana fa, quando un comitato di rappresentanza è andato a presentare la Corsa dei Futuri Campioni alla Sala Stampa della Camera dei Deputati. Un passo enorme per una manifestazione che da sempre raccoglie, e accoglie, i migliori talenti della categoria juniores da tutto il mondo. Sulle strade della Lunigiana e della vicina Liguria sono passati tanti nomi che poi si sono affermati anche ai massimi livelli del ciclismo

Perché prima di diventare campioni, questi corridori che tra poco scopriremo, sono stati ragazzi con un sogno da realizzare. Il talento gli ha permesso di emergere, ognuno in maniera diversa. Siamo però tornati a parlare di loro da una prospettiva diversa, non solo l’atleta ma anche la persona. Abbiamo voluto così raccontarli con gli occhi di chi ha potuto vedere un passaggio chiave della loro crescita, in un’età in cui si ha ancora spazio per essere davvero se stessi. Ricordiamo che la categoria juniores è riservata ai ragazzi di età compresa tra i 17 e i 18 anni.

I “vicini” francesi

Lucio Petacchi è il direttore del Giro della Lunigiana dal 2023, ma vive la corsa da dentro fin dal 2021. Sotto il suo sguardo appassionato e attento sono passati gli ultimi talenti che ora brillano sulle strade di tutto il mondo. Una rapida accelerazione al titolo di “Corsa dei Futuri Campioni” per il Giro della Lunigiana è arrivata proprio negli ultimi anni, quando i giovani campioni usciti da questa gara hanno mosso subito passi importanti anche tra i professionisti

«Il mio primo anno – racconta Lucio Petacchi – è stato quello di Lenny Martinez e Romain Gregoire, due talenti incredibili. In realtà tutte le mie edizioni sono state caratterizzate dai colori della bandiera francese visto che hanno vinto tre delle ultime quattro edizioni. Si vede che c’è qualcosa di diverso nel loro sguardo. Sono concentrati e determinati, sanno di avere gli occhi puntati addosso, questo però vale per tutti i ragazzi. I francesi però si guardano parecchio intorno, sono curiosi sul territorio che li circonda. Qualcuno chiede delle specialità culinarie, degli usi e delle tradizioni della Lunigiana».

Gli azzurri

Il Giro della Lunigiana è per molti il primo banco di prova a livello internazionale, le Rappresentative Regionali portano i loro ragazzi a confrontarsi con atleti da tutto il mondo. Nelle passate edizioni c’è stato spazio anche per un atleta di casa: Lorenzo Mark Finn.

«Finn – dice ancora Lucio Petacchi – è un ragazzo di un’educazione e un talento incredibile. E’ molto disponibile e con lui si è parlato tanto dei percorsi visto che conosce benissimo le strade. Inoltre è un ragazzo molto attento anche ai diversi temi sociali, come Giro della Lunigiana ci siamo impegnati nel portare avanti alcune proposte legate al primo soccorso e non solamente in gara».

«Sono passati tanti ragazzi da noi – prosegue – anche perché per tanti italiani questa gara rappresenta il primo vero appuntamento internazionale della loro carriera. Molti conservano un ricordo indelebile ed è bello vedere come ognuno porti con sé qualcosa di diverso».

Gli anni passati

Una delle figure storiche del Giro della Lunigiana è quella di Alessio Baudone, alla guida della corsa per diversi anni. Il suo ricordo è radicato e profondo, in una corsa internazionale ma che ha visto comunque dei cambiamenti

«Credo ci sia stato un prima e un dopo Evenepoel – ci spiega con una risata – lui mi ha fatto impazzire. Partiva e salutava la compagnia anche in tappe pianeggianti. Era qualcosa di incredibile. Era l’Evenepoel che arrivava dal calcio e aveva quell’atteggiamento tipico, un po’ polemico. Ricordo che nella cronometro a Castelnuovo di Magra perse per un secondo da Matias Vacek. Fece una polemica incredibile, diceva di aver vinto lui. Però era di un altro livello, ho visto tanti campioni ma nessuno straripante come lui».

«Un altro ricordo che conservo è di Matej Mohoric – continua – in discesa andava davvero forte, come ora. Stargli dietro con la macchina era difficilissimo, a volte mi veniva istintivo dirgli di rallentare. Vincenzo Nibali, invece, vinse ma fu dominante in salita. Staccava tutti di ruota. Erano ragazzi diversi da quelli di ora, meno “professionisti”. Vedevi che il ciclismo era la loro passione ma prima che potesse diventare un lavoro c’era ancora tanto da fare. Con Evenepoel, e il fatto che dopo il Lunigiana sia passato subito nel WorldTour, si è aperta una rincorsa ai giovani».

Mohoric, quante difficoltà. «Ma ora sono in ripresa»

07.04.2025
4 min
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Anche se non è stato appariscente in corsa, ieri piano piano si è rivisto. Era nel gruppo di Ganna a giocarsi un buon piazzamento. Stiamo parlando di Matej Mohoric, il grande assente di questo spezzone di stagione. Nelle sette gare prima del Fiandre aveva collezionato tre ritiri, un forfait e due piazzamenti oltre il 100° posto: non certo un rendimento da Mohoric. A Oudenaarde invece qualcosa è cambiato.

Ma come mai? Cosa è successo al bravissimo e sempre aggressivo atleta della Bahrain-Victorious? A dircelo è stato proprio lo sloveno, pizzicato nei giorni del Fiandre, in piena campagna del Nord. Come sempre Mohoric è stato chiaro e ha parlato apertamente.

Matej Mohoric (classe 1994) in questa prima parte di stagione ha avuto qualche difficoltà di salute, ma non ha perso il sorriso (foto Bahrain-Victorious)
Matej Mohoric (classe 1994) in questa prima parte di stagione ha avuto qualche difficoltà di salute, ma non ha perso il sorriso (foto Bahrain-Victorious)
Dunque Matej, cosa succede?

Succede che ho preso un virus durante l’opening weekend di inizio marzo (Omloop Het Nieuwsblad e Kuurne, ndr) e le cose da quel momento si sono complicate. Sembrava stessi meglio, ma poco prima della Strade Bianche ho avuto un altro problema… anche peggio del primo. Ora però mi sto riprendendo.

Che virus hai avuto?

Sono stati due per la precisione: il primo è stata una semplice infezione batterica all’orecchio, un malanno di stagione invernale direi. Virus che però mi ha costretto a prendere degli antibiotici. Il secondo invece è stato molto più forte, un virus gastrointestinale preso per qualcosa di poco pulito che devo aver ingerito. E’ stato davvero fastidioso e lungo.

Questa situazione ti ha portato a modificare qualcosa nel tuo calendario?

Alla fine le mie corse le ho fatte, anche perché già all’opening weekend non sembrava una cosa impossibile o così grande. Ma la seconda volta… Nei giorni della Strade Bianche ero ko. Un morto a letto! Tanto è vero che a Siena non sono partito. Speravo di stare meglio a Sanremo, invece come dicevo è stata più tosta del previsto.

Lo sloveno in azione sui muri e il pavé: è in ripresa e magari alla Roubaix sarà al livello che gli compete
Lo sloveno in azione sui muri e il pavé: è in ripresa e magari alla Roubaix sarà al livello che gli compete
Voi corridori oggi siete come macchine di Formula 1 e quando state male rischiate di portarvi dietro la cosa a lungo. Avete mai pensato con il tuo staff di fermarvi?

Fermarsi per queste corse non è facile però. Significava saltare i miei obiettivi stagionali. Il mio prossimo obiettivo è il Tour. Magari ho sbagliato, magari ho fatto bene… Ma queste sono le mie corse, vivo per queste gare. Non farle sarebbe stato un colpo importante per l’intera stagione. Comunque, come ripeto, ora sento di stare meglio.

Cosa significa, Matej, “sento di stare meglio”? Lo dicono i numeri del computerino o c’è altro?

No, no… Lo sento io, lo sento sul corpo: quando sono sotto sforzo, quando recupero, quando sono in bici. Noi siamo sempre al limite, quando sei magrissimo, quando sei sempre tirato, sei anche più vulnerabile. Ma al tempo stesso senti come reagisce il tuo corpo quando vai bene.

Ora qual è il tuo programma?

Farò la Roubaix e poi credo anche l’Amstel, ma vedremo…

Chi vedi bene per queste gare?

Pogacar e Van der Poel sono più forti, ma poi nel ciclismo ci sono tremila variabili… e questo è il bello, no? Non sai mai come potranno andare davvero le cose.

Saranno i favoriti anche per la Roubaix?

Sì, forse ci sarà qualcuno in più, ma restano i più forti del momento. Poi lì conta un po’ di più anche la fortuna.

La grande villa che funge quartier generale della squadra di Mohoric in Belgio (foto Bahrain-Victorious)
La grande villa che funge quartier generale della squadra di Mohoric in Belgio (foto Bahrain-Victorious)
Sappiamo della tua meticolosità, Matej: come avete lavorato in ottica materiali?

Questo inverno abbiamo fatto parecchio lavoro. Avevamo fatto anche un bel po’ di sopralluoghi in occasione del weekend di apertura. Con i materiali siamo a posto. Ora speriamo di raccogliere qualcosa di più. Noi in Bahrain Victorious ci crediamo, sappiamo che possiamo arrivare dove meritiamo di essere.

Si vociferava che le pietre di Fiandre e Roubaix fossero più sconnesse del solito. E’ vera per te questa cosa?

No, no… Le pietre sono sempre quelle, magari chi l’ha detto doveva sgonfiare le gomme!

Come passi le giornate in questa campagna del Nord?

Noi siamo fortunati. Rispetto agli altri team, da qualche anno prendiamo in affitto una grande casa in campagna e anziché stare ognuno chiuso in stanza, abbiamo una grande sala comune dove ci ritroviamo. Guardiamo i film, le altre corse, che commentiamo insieme, giochiamo a carte… Così è davvero bello!

Alé ancora con la Federazione slovena: insieme fino al 2028!

31.03.2025
3 min
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La Federazione Ciclistica Slovena (KZS) e Alé hanno recentemente svelato la nuova livrea ufficiale che verrà indossata dalle nazionali di ciclismo. Questo design esclusivo accompagnerà gli atleti nelle competizioni più prestigiose, tra cui i campionati mondiali ed europei di tutte le discipline ciclistiche, le Olimpiadi di Los Angeles 2028 e numerosi altri eventi internazionali.

Alé, brand tutto italiano e di vertice nel settore dell’abbigliamento tecnico per il ciclismo, fornirà a tutti gli atleti divise all’avanguardia, studiate per garantire il massimo delle prestazioni. L’equipaggiamento include completi estivi e invernali, oltre ad accessori tecnici progettati con un’attenzione particolare all’aerodinamicità, al comfort e all’innovazione.

Il “Slovenian Green”, colore iconico della nazionale, resta il fulcro del nuovo design, arricchito da eleganti sfumature geometriche in blu scuro sul petto. I pantaloncini, anch’essi in blu scuro, riprendono i dettagli grafici della maglia, creando un look distintivo e sofisticato. Questa nuova divisa appartiene alla collezione PR-S di Alé, sviluppata per le squadre professionistiche e realizzata con tessuti di ultima generazione, capaci di offrire una vestibilità “racing” e un’aerodinamicità ottimale.

Nel 2025, la nazionale slovena sarà rappresentata da alcuni dei ciclisti più talentuosi del panorama internazionale. Oltre al campione del mondo in carica Tadej Pogacar (nella foto di apertura in azione ai trionfali mondiali di Zurigo 2024), Primoz Roglic e Matej Mohoric, indosseranno la nuova divisa anche atleti del calibro di Jan Tratnik, Domen Novak, Luka Mezgec, Urska Zisgart e Marusa Tereza Serkezi, campionessa europea juniores XCO. Anche le selezioni nazionali di mtb e BMX porteranno in gara i colori della Slovenia con l’abbigliamento firmato Alé.

La collaborazione tra Alé e la Federazione slovena proseguirà quindi fino alle prossime Olimpiadi
La collaborazione tra Alé e la Federazione slovena proseguirà quindi fino alle prossime Olimpiadi

Verso nuovi trionfi

«Siamo davvero entusiasti di continuare a vestire la nazionale slovena di ciclismo – ha dichiarato Alessia Piccolo, Amministratore Delegato di APG – ovvero una delle selezioni più forti al mondo, con atleti straordinari. Per noi di Alé, essere al loro fianco nei più importanti eventi internazionali è motivo di grande orgoglio. Questa collaborazione ci permette non solo di contribuire alle loro performance, ma anche di ricevere feedback tecnici preziosi per migliorare costantemente i nostri prodotti».

La partnership tra Alé e la Federazione Ciclistica Slovena è stata estesa fino al 2028, un rinnovo anticipato che testimonia il valore di questa sinergia. 

«Già prima dei Campionati del Mondo dello scorso anno». Ha commentato Pavel Mardonovic, il Presidente della Federazione Ciclistica Slovena «Dove Tadej Pogacar ha conquistato la medaglia d’oro, avevamo deciso di prolungare la nostra collaborazione. Alé rappresenta un partner affidabile, capace di offrire ai nostri atleti abbigliamento di altissima qualità, frutto di innovazione e ricerca costante. Con questa nuova divisa, Alé rinnova il proprio impegno con il movimento ciclistico sloveno, offrendo ai nostri corridori capi progettati per esaltare le loro performance e accompagnarli verso nuovi trionfi».

Alé

Pasqualon, cominciati i doppi turni fra Tiberi e Mohoric

19.03.2025
3 min
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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Mentre Antonio Tiberi è sul podio finale della Tirreno-Adriatico e squadra Ayuso, pensando probabilmente alla rivincita da prendersi al Giro, Andrea Pasqualon è sulla strada che fa il punto con se stesso. Ancora una volta il suo lavoro lo ha visto al fianco del giovane capitano, facendo l’impossibile per tenerlo davanti. Anche pilotandolo nell’impresa impossibile di contrastare Ganna nella volata al traguardo volante, grazie alla quale Pippo si è preso il secondo posto nella generale.

«Alla fine abbiamo centrato l’obiettivo di portare Antonio sul podio – dice Pasqualon – siamo un po’ rammaricati per il secondo posto sfumato, però con un Ganna così era difficile mantenerlo. Pippo si è rivelato molto forte in salita e anche allo sprint, perché ne ha fatto uno fenomenale al traguardo volante. Abbiamo provato a contrastarlo come team, abbiamo lavorato bene, abbiamo portato anche Antonio a sprintare. Speravamo che facesse secondo, ma purtroppo c’era anche di mezzo anche la maglia a punti di Milan e quindi Jonny ha fatto secondo».

Tirreno, tappa finale di San Benedetto del Tronto: a ruota di Ganna, Pasqualon prepara lo sprint di Tiberi
Tirreno, tappa finale di San Benedetto del Tronto: a ruota di Ganna, Pasqualon prepara lo sprint di Tiberi
Siete passati dall’essere secondi per un secondo ad aver perso il piazzamento ugualmente per un secondo…

Però il podio è venuto, quindi l’obiettivo è raggiunto. Il team è contento e anche io sono soddisfatto. Scortare Antonio è sempre un piacere, perché pur essendo un campione, è un ragazzo molto umile e genuino. Merita davvero di avere compagni di squadra leali e che lo aiutino per raggiungere il suo obiettivo che poi è l’obiettivo di tutti.

La Tirreno è stata un passo verso il Giro?

Un banco di prova. Il modo di lavorare che avete visto sarà quello che adotteremo anche al Giro d’Italia. E io personalmente sono soddisfatto della mia condizione, in crescita in vista della Sanremo e soprattutto delle classiche del Nord. Dovevo portare a casa una gamba buona e sono felice di esserci riuscito. Così ora potrò aiutare Matej (Mohoric, ndr) nella stagione delle classiche che sta per cominciare.

Diciamo che il tuo ruolo non conosce soste: con TIberi per la classifica, con Mohoric per le classiche…

Sicuramente avrò qualche spazio, però alla fine rimango in ballo tutto l’anno. Corro tantissimo, però mi piace essere al fianco di capitani come Mohoric e Tiberi, dato che farò il loro stesso programma.

La Sanremo lancia la stagione delle classiche: qui Pasqualon al GP E3 di Harelbeke nel 2024
La Sanremo lancia la stagione delle classiche: qui Pasqualon al GP E3 di Harelbeke nel 2024
Come fai?

C’è un solo modo e cioè andare forte tutto l’anno. Quindi non potrò avere tanti picchi di forma, ma dovrò essere costante e performante sino in fondo.

Sono anche due leader diversi, come si fa per stargli accanto?

Matej è abbastanza calcolatore, Antonio invece no, segue di più le sensazioni. E’ un po’ più pazzerello, però mi piacciono entrambi. Diciamo che uno è già un corridore esperto, l’altro invece va educato

Una risata, gli occhiali di nuovo sul volto e poi si avvia in direzione del pullman prima di tornare a casa. Mancano pochi giorni alla Sanremo, da sabato la stagione delle classiche entrerà nel vivo. Ci sarà da sgomitare, pedalare e stringere i denti. E quando si avrà la sensazione che la fatica sia finita, sarà tempo di tirare il fiato e tuffarsi nella grande avventura del Giro d’Italia. Forse per questo una volta li chiamavano i forzati del pedale?