Suzuki rilancia con forza la propria collaborazione con la Federazione Ciclistica Italiana. Per la stagione in corso, il marchio automobilistico nipponico, sempre attento al mondo dello sport e dei grandi eventi, è presente in grande evidenza sulle divise delle Nazionali di ciclismo azzurre di tutte le discipline.
La prima consegna
Il sodalizio fra Suzuki e la Federazione Ciclistica Italiana è stato ribadito a Torino, presso la sede Italiana del marchio automobilistico. In questa occasione è stata consegnata al Presidente federale Cordiano Dagnoni(a sinistra nella foto di apertura) una Suzuki ACROSS Plug-in. La prima di una specifica flotta ibrida che consentirà allo staff, ai tecnici e agli atleti di spostarsi in modo rapido, sicuro e soprattutto rispettoso dell’ambiente.
La maglia della Nazionale con lo sponsor SuzukiSuzuki sarà presente sulle maglie delle Nazionali di ciclismo
Una collaborazione attiva dal 2016
«Siamo davvero entusiasti della partnership attiva con Suzuki – ha commentato il Presidente della Federazione Ciclistica Italiana Cordiano Dagnoni – una collaborazione avviata nel 2016 e che abbiamo scelto di proseguire. Suzuki è a tutti gli effetti un marchio molto vicino allo sport e che incarna valori in cui ci riconosciamo. Ha un grande occhio di riguardo nei confronti dell’ambiente, è tecnologico ed innovativo, proprio come il ciclismo di oggi. Suzuki inoltre sviluppa prodotti in grado di supportarci al meglio nei tanti chilometri che ogni giorno percorriamo lungo le strade del grande ciclismo internazionale. Un partner dunque sempre al nostro fianco nel cammino che ci condurrà ad una serie di importanti appuntamenti, come i Campionati Europei, i Mondiali e le Olimpiadi di Tokyo».
La Suzuki Across Plug-inLa Suzuki Across Plug-in che sarà data in dotazione alla Federazione Ciclistica Italiana
Sicurezza e rispetto ambientale
«Suzuki è orgogliosa di confermare il supporto alla gloriosa Federazione Ciclistica Italiana – ha ribadito il Presidente di Suzuki Italia Massimo Nalli – la presenza della nostra S sulla maglia azzurra degli atleti del ciclismo italiano è una vera e propria medaglia sul petto per il marchio Suzuki. Lavorare per un obiettivo, dare il massimo in una competizione, rispettare le regole e l’avversario, sono valori comuni sia del ciclismo che del marchio di Hamamatsu. La gamma 100% ibrida del marchio giapponese sposa temi molto cari a tutti i ciclisti: sportività, attenzione alla sicurezza stradale e rispetto della natura. Sulla strada rispettiamoci! La nostra libertà finisce dove inizia il rispetto di quella altrui. E tra le esigenze da soddisfare non dimentichiamo quelle del pianeta: la bicicletta sarà una delle soluzioni del futuro».
Stessi valori e stesso impegno
«La nostra ACROSS Plug-In è l’emblema dell’approccio alla mobilità sostenibile. Equipaggiata con sistemi di sicurezza efficaci che tutelano anche gli altri utenti della strada, ha una autonomia da best in class in modalità elettrica, senza emissioni nocive dallo scarico. Suzuki ritrova nel mondo dello sport, e in particolare in quello del ciclismo, i valori di cui si fa portatrice nella società e quando si cimenta in prima persona nelle competizioni motoristiche. Gli sportivi sanno bene quanto la volontà e la tenacia siano determinanti per superare i propri limiti e per raggiungere i traguardi più ambiziosi. L’impegno di chi spinge sui pedali ricorda quello profuso dai tecnici di Suzuki quando sono chiamati a studiare nuove tecnologie per permettere di offrire prodotti tecnologici ed efficienti, in grado di rendere migliore la vita dei nostri clienti e di primeggiare nelle corse, oltre che sul mercato».
A due mesi dall’elezione, Cordiano Dagnoni non si tira indietro quando si tratta di raccontare il suo impegno, ma il dato oggettivo è che le cose da fare sono tante e il tempo è tiranno.
«Sono a tutta – dice – attacco la mattina alle 8 e non me ne vado dall’ufficio prima delle 20. Questa è la prima telefonata extra. C’è tanto da fare. Pensavo di trovare una situazione più a posto. Tante cose erano ferme, come in un’azienda in cui non hai investito sulle macchine e la produzione è calata. Per dare una scossa, ho messo mano al settore della comunicazione perché il mondo viaggia veloce e dobbiamo stare al passo coi tempi. Ho chiamato Roberto Amadio alla Struttura Tecnica. E assieme a Mannelli dei Revisori dei Conti e Castellano, abbiamo già lavorato alla semplificazione per gli aspetti amministrativi rispetto ai Comitati provinciali e regionali. Modifiche, devo dire, molto apprezzate».
Assieme ad Amadio e Cassani alla Coppi e BartaliAssieme ad Amadio alla Coppi e Bartali
Andiamo con ordine, come sei arrivato al nome di Amadio?
Sono amico fraterno con Mario Scirea, ci allenavamo insieme. Abbiamo la stessa età. Mi ha fatto lui il nome. Ha detto, ricordandolo dagli anni alla Liquigas, che era la persona giusta per gestire il gruppo e il budget. Roberto si è dimostrato subito entusiasta. Ha seguito la campagna elettorale restando dietro le quinte e il suo nome è stato uno dei primi che ho portato avanti dopo l’elezione. E’ una figura che si integra bene con le altre, apprezzato da tutti: un vero valore aggiunto. E’ partito con molto entusiasmo.
La comunicazione?
E’ il modo per diventare visibili, appetibili, richiamare nuovi sponsor. Lavoriamo in stretta coordinazione. E poi sono molto fiero di Marcello Tolu, il Segretario Generale, come dire l’amministratore delegato dell’azienda, che da quattro anni era segretario della FitArco, la federazione del tiro con l’arco. Un romano a Roma, per me che sono a Milano è fondamentale, anche se martedì è stato tutto il giorno su con me.
Lo hai scelto tu?
Il Segretario viene nominato dal presidente, ma ha bisogno dell’avallo del Coni. Così qualche tempo dopo l’elezione sono andato a parlare con Malagò. Gli ho detto che avevo una richiesta e non poteva dirmi di no. Quando gli ho fatto il nome, si è buttato indietro sulla poltrona e mi ha chiesto come avrebbe fatto a portarlo via dal tiro con l’arco. Io ho ribadito che ne avevamo bisogno. E visto che in passato la Fci qualche grattacapo l’ha dato, Malagò mi ha chiesto di dargli 10 giorni e alla fine Tolu è venuto con noi.
Marcello Tolu è diventato Segretario Generale (foto Fci)Marcello Tolu è diventato Segretario Generale (foto Fci)
Cosa dici del Consiglio federale che si è formato?
Mi piace, pur avendo all’interno eletti di altre fazioni. E’ un bel gruppo. Siamo coesi, tutti hanno voglia di fare bene e per questo ho deciso di dare delle deleghe vere, non per finta. Significa che mi fido. Ci siamo divisi in base alle competenze, senza stare a litigare. Io ho tenuto per me il paraciclismo (perché credo sia un settore da tenere su), i Giudici di gara, l’impiantistica (che è legata alla promozione) e la nazionale.
Si vede qualche frutto dopo due mesi?
E’ stimolante e ci sono tante cose da fare. Si comincia a vedere l’entusiasmo di aziende che si avvicinano. Già la mia elezione e il cambio di presidente aveva generato curiosità, ora si cominciano a vedere i progetti e per i manager è più facile avvicinarsi a cose concrete. Tanti contratti ce li siamo trovati già in essere, per ora vanno bene così e poi se ne riparlerà.
Che cosa c’è da fare nell’immediato?
Le Commissioni, ma stiamo ragionando con calma per mettere le persone giuste nel ruolo giusto. Per fortuna non ho debiti elettorali, quindi posso scegliermi chi meglio ritengo e sulla base della competenza. Mi piace poter inserire qualcuno di cui mi fido. Ad esempio la Commissione dei Giudici di Gara si è fatta da sé. Ho chiesto al presidente Gianluca Crocetti di indicare lui i nomi con cui avrebbe voluto lavorare e guarda caso coincidevano con i miei. Non saranno nomine a buttar via, con due soli che lavorano e gli altri a non far nulla. Si deve creare un gruppo che funzioni.
Gianluca Crocetti è il presidente della Commission Giudici di garaGianluca Crocetti è il presidente della Commission Giudici di gara
Metterete mano al professionismo? Quello che è successo alla Vini Zabù non è il massimo…
Se ne è parlato. Il passaggio al professionismo merita una riflessione più serie di quanto fatto finora. Il metodo migliore a mio avviso era quello di quando correvo io, basato sui punti. Il sistema è andato in crisi quando si sono messe di mezzo le leggi sul lavoro, ma io credo che con il buon senso si possa gestire. Anche quello del pilota d’aereo è un lavoro, ma per arrivarci devi superare un esame e avere determinati requisiti fisici, non basta che il papà ti paghi il corso. Mi sembra assurdo che abbiamo speso così tante risorse per rifarci un’immagine e basta un caso così per rimettere tutto in discussione.
Com’è la vita del presidente federale?
Sono sempre a tutta, a dire tanto riesco a dedicare il 5 per cento del mio tempo all’azienda. Per fortuna ho due fratelli che sbrigano il lavoro e io posso dedicarmi alle rifiniture. Ieri c’era una riunione e ho mandato avanti loro. Io sono arrivato a riunione iniziata, loro hanno fatto il grosso e io sono arrivato per le ultime decisioni. Il prossimo appuntamento è venerdì a Riva del Garda all’ultima tappa del Tour of the Alps e poi domenica al Gp della Liberazione. Ma non mi lamento, sono contento di come stanno andando le cose.
La sua nomina ha destato molta sorpresa: nella prima riunione del nuovo consiglio federale, Roberto Amadio è stato nominato Presidente della Struttura Tecnica Nazionale Strada e Pista, acquisendo la carica da Ruggero Cazzaniga oggi vicepresidente della nuova Fci. Una scelta sorprendente soprattutto per la storia di Amadio, lungamente legato anche per trascorsi agonistici alla pista ma più facilmente identificato come uomo della strada, con un lungo e glorioso passato come direttore sportivo e team manager.
Una nomina che a molti è sembrata gettare un ponte fra la struttura federale e il mondo professionistico, spesso entità lontane e magari addirittura in contrasto, dando così seguito a quelle idee che il presidente Cordiano Dagnoni aveva specificato nella sua campagna elettorale.
«Quando ho iniziato ad avvicinarmi al mio nuovo ruolo – dice Amadio – mi sono accorto di quanto sia un compito arduo e soprattutto ampio. Riguarda regolamenti tecnici, stipula del calendario di attività, attribuzione dei campionati Italiani, gestione delle nazionali e tanto altro ancora. Il lavoro è molto, io porterò dentro e ci metterò tutta la mia esperienza acquisita in una vita, da corridore e dirigente, inserendomi in una strada già tracciata da Cazzaniga e dal segretario Giorgio Elli, che hanno già fatto molto e bene».
Amadio, qui con Davide Bramati, ha iniziato come Ds nel 1992 alla Jolly ComponibiliAmadio, qui con Bramati, ha iniziato come Ds nel 1992 alla Jolly Componibili
Può essere il primo passo verso un nuovo rapporto tra Fci e mondo professionistico?
Ci dovrà essere un forte e continuo dialogo con la Lega e le squadre, ma anche con gli organizzatori. E avendo vissuto in questo mondo per tanti anni, ci metterò tutto me stesso per favorirlo. Non sono due mondi contrapposti, anche se hanno compiti diversi, bisogna trovare le giuste sinergie.
Che cosa puoi fare dalla tua posizione per favorire la crescita di un vero e proprio team italiano di WorldTour?
Io credo che nella situazione attuale pensare a una squadra italiana al massimo livello sia prematuro, ma chiaramente bisogna lavorare tutti, nel proprio ambito, perché quest’idea un giorno si realizzi. La Fci può dare una mano e nella mia posizione farò di tutto per farlo, ma bisogna innanzitutto pensare a potenziare la Federazione in base agli impegni che le si pongono davanti: nel nostro caso specifico i grandi eventi internazionali a cominciare dalle Olimpiadi.
Con il quartetto dell’inseguimento Amadio vinse il Mondiale dell’85Con il quartetto dell’inseguimento Amadio vinse il Mondiale dell’85
Il progetto Club Italia
Chiacchierando con Cassani e non solo, si era parlato dell’idea di importare nel ciclismo l’idea del Club Italia, una sorta di squadra nazionale permanente che agirebbe come team continental e coinvolgerebbe i migliori talenti giovani delle varie discipline ciclistiche (strada, Mtb, pista, ciclocross) per far acquisire loro esperienza su strada.
Pensi che sarebbe possibile?
Sarebbe un progetto importante, nel quale possiamo muoverci come Federazione. La strada della multidisciplina è il ciclismo del terzo millennio, questo è indubbio. Un’idea simile c’era già negli anni Ottanta e diede buoni frutti, soprattutto per la pista. Sicuramente permetterebbe ai vari tecnici nazionali di lavorare su un club gestendo al meglio la preparazione e la programmazione degli appuntamenti. Ci si può ragionare…
E’ attraverso idee simili che può ripartire la crescita del movimento italiano di vertice o ci sono anche altri passaggi da pensare?
Per tutte le specialità serve programmazione, soprattutto oggi dove scienza e tecnologia sono arrivate a livelli da Formula 1 nel supporto dell’attività. L’Italia nel complesso sta lavorando bene, basta guardare gli enormi progressi della pista. Per la strada resto convinto che bisogna partire dalla base, lavorare con cura sulle categorie giovanili, juniores e under 23, per stimolare la crescita dei giovani talenti e invogliare sempre più gli sponsor a investire sul ciclismo. A tal proposito sono sempre scettico al pensiero che arrivi qualcuno che investa una valanga di soldi per creare un team di WorldTour, per questo dico che bisogna andare per gradi.
Con Nibali, Basso e il patron Paolo Dal Lago: era il 2012, il suo ottavo anno alla LiquigasCon Nibali e Basso: era il 2012, il suo ottavo anno alla Liquigas
Che cosa ti rimane delle tue esperienze in ammiraglia?
Tanti bei ricordi, legati soprattutto ai campioni con cui ho lavorato. Da Basso a Nibali a Sagan, ho avuto la fortuna di lavorare con loro imparando anche da loro. Questo mi ha dato una conoscenza dell’ambiente a 360°, senza dimenticare che le mie radici sono legate alla pista per la quale ho un amore inestinguibile. Spero di poter dare indietro parte di quello che ho ricevuto, attraverso questo nuovo incarico.
Che cosa ti auguri per questo quadriennio così breve?
La Federazione imposta il suo lavoro sulle Olimpiadi, noi siamo entrati in corso d’opera e Tokyo sarà frutto per lo più dell’impegno di chi c’era prima. Io guardo già a Parigi 2024 e mi piacerebbe che per allora potessimo dare importanti segnali in quelle discipline nelle quali per ora siamo ai margini, come ad esempio la velocità su pista. Tre anni sono pochi, lo so, per ottenere risultati di vertice, ma possiamo gettare una base solida, portando maturità ed esperienza nelle categorie giovanili, perché è da lì che nascono i campioni.
L’ultimo Consiglio Federale della Fci del quadriennio 2017-2020 ha rappresentato l’occasione per affrontare e definire alcune questioni ancora “sul tavolo”. Tra le delibere assunte, lo stesso Consiglio ha rinnovato la partnership per il prossimo biennio sia con Pinarello, partner fondamentale per l’attività di alto livello in pista e per dare forte continuità al progetto olimpico di Tokyo, e conCastelli per quanto riguarda l’abbigliamento tecnico. Un brand quest’ultimo oramai da molti anni vicino alla Federazione con l’obiettivo di garantire il massimo impegno per la realizzazione di indumenti altamente performanti.
A Ganna la prima Bolide
La prima Pinarello Bolide, è stata consegnata daFausto Pinarello aFilippo Ganna, presente Davide Cassani, nel 2015. Ganna aveva sfiorato il podio ai Mondiali Juniores di Ponferrada dello stesso anno nella prova a cronometro, e questa consegna già rientrava nell’accordo tra Pinarello e la FCI, in collaborazione con la allora società di appartenenza dello stesso Ganna, per permettere all’atleta di continuare la sua attività nazionale ed internazionale con un mezzo d’avanguardia, e alla Federciclismo di portare avanti il proprio progetto dedicato ai giovani talenti.
Fausto Pinarello con il telaio rosa per Geoghegan HartFausto Pinarello con il telaio rosa fatto per celebrare la vittoria di Tao Geoghegan Hart
Castelli e la maglia azzurra
«Il sodalizio con gli sponsor della Federazione, e dunque in primis della maglia azzurra – ha dichiarato il Presidente uscente della FCI Renato Di Rocco – è oramai una storia consolidata da anni che rappresenta un motivo di vanto ed orgoglio. Insieme abbiamo conquistato numerosi traguardi, ed insieme sono sicuro se ne conquisteranno altrettanti. La maglia azzurra prodotta da Castelli è sinonimo di appartenenza, e mai come nel corso di questi mesi così complicati rappresenta, ancor di più la cifra dei nostri valori e del nostro modo di essere cittadini del mondo».
Pinarello e Castelli con Filippo Ganna nell’illustrazione di Mr. HenkPinarello e Castelli… a bordo con Filippo Ganna nell’illustrazione di Mr. Henk
Hi-Tech per una frazione di secondo
Quando Castelli sviluppò la prima maglia aerodinamica per il ciclismo su strada, nell’ormai lontano 2006, tutti pensarono che fossero dei pazzi. A quel tempo, l’aerodinamicità si utilizzava soltanto nelle prove a cronometro. Abbigliamento performante significava solamente gestione della traspirabilità, e si poteva vincere il Tour de France con una maglia larga che era poco più di una t-shirt in poliestere. Persino gli esperti di aerodinamica si aspettavano vantaggi limitati, per questa ragione Castelli chiamò la prima maglia “Split Second” (letteralmente “frazione di secondo”).
Steve Smith, Brand Manager CastelliSteve Smith, Brand Manager Castelli
Esattamente allora come oggi, in Castelli già si pensava che valesse la pena inseguire anche un piccolo vantaggio. Alla fine, i benefici sono stati sostanziali, e senza ombra di dubbio si può affermare che Castelli ha completamente rivoluzionato il look dei professionisti in gruppo… non a caso un valido motto del brand italiano è “never stop improving…”.
Non è stato facile, ma anche per quest'anno il Giro d'Italia Ciclocross si svolgerà regolarmente. Organizza la Asd Romano Scotti. Colmata grazie ad altre società l'assenza di sponsor ed Enti locali. Sette date da Nord a Sud, dal Friuli alla Puglia. Ci sono quasi 3.000 praticanti in tutta Italia.
Gli sconfitti della contesa elettorale, Silvio Martinello e Daniela Isetti, hanno diversi stati d’animo, legati alle diverse aspettative e alla possibilità di vincere che ciascuno a suo modo si era in qualche modo attribuito.
Rischio ballottaggio
Martinello è arrivato secondo a 22 voti da Dagnoni. Sapeva che la sua unica chance sarebbe stata vincere al primo turno. Il ballottaggio sarebbe stato fatale contro Dagnoni, mentre sarebbe stato giocabile contro Isetti. Se da un lato era evidente che gli elettori di Isetti avrebbero dato sostegno a Dagnoni, il contrario non sarebbe stato così scontato.
«In questo momento – dice – c’è la delusione per non aver centrato l’obiettivo, ma insieme la serenità di aver lavorato per il meglio. Abbiamo fatto un gran lavoro, abbiamo parlato di ciclismo e criticità. Sono felicissimo che Norma Gimondi sia diventata vicepresidente, perché non era una cosa scontata. E’ molto preparata e appassionata, chissà che questa esperienza non sia utile per un altro futuro».
Silvio Martinell e Cordiano Dagnoni si sono sfidati al ballottaggio (foto Fci)Silvio Martinell e Cordiano Dagnoni si sono sfidati al ballottaggio (foto Fci)
L’impronta di Renato
Il dubbio che ti assale, dopo le tante… forchettate fra lo sfidante e il presidente uscente Di Rocco, è che lo stesso Renato a un certo punto abbia manovrato lo spostamento dei voti verso Dagnoni, pur di tagliar fuori Martinello. Le parole di Di Rocco, per cui si può essere soddisfatti per l’elezione di un uomo con un cammino importante in federazione, sono in qualche modo una conferma.
«E’ stata sicuramente un’elezione – conferma Martinello – con l’impronta di Di Rocco. Nel mio intervento ugualmente mi sono sentito di riconoscere il suo spessore e i suoi trascorsi. In ogni caso ora c’è un Consiglio Federale nel pieno dei suoi poteri, che non potrà certo negare le criticità che gli abbiamo mostrato».
Silvio non scappa
E adesso cosa sarà di Martinello, che in una conversazione ha sottolineato come il grande lavoro fatto non debba essere disperso?
«Non so cosa mi riserverà il futuro – dice – di certo non ho intenzione di uscire dal ciclismo, perché credo in questi mesi di aver parlato proprio di ciclismo. Sapevo che non sarebbe stato facile, soprattutto perché non ho mai fatto parte dell’establishment. E’ come alla fine di una corsa, cui hai partecipato sapendo di esserti preparato al massimo. Ho la serenità di aver fatto tutto bene. Ci sono anche gli avversari che fanno la loro corsa e se si viene battuti, occorre riconoscergliene merito».
Eccesso di onestà
Daniela Isetti mostra lo stesso distacco, ma basta guardarla negli occhi per capire che il distacco è davvero relativo.
«Quello che mi scoccia – risponde – è che non sono state mantenute le parole date. Sono stata convinta fino all’esito del voto che avrei potuto farcela, anche se per scaramanzia stavo zitta, dato che tutti mi avevano già attribuito la vittoria. L’unica cosa di cui forse potrei pentirmi è l’essere stata troppo sincera e trasparente, ma rifarei tutto, perché non posso cambiare la mia natura. Così come non posso non rivendicare le mie competenze. Non sono una persona che cova la delusione, ma devo ancora metabolizzare quello che è successo. Mi dispiace solo che la Fci perda un dirigente capace. E comunque l’Assemblea è sovrana e così ha deciso».
Ecco il nuovo Consiglio federale del presidente Dagnoni (foto Fci)Il Consiglio federale del presidente Dagnoni (foto Fci)
Voto incoerente
Il prossimo nodo da sciogliere per quanto la riguarda è la sua candidatura, proposta da Di Rocco prima di farsi da parte, come rappresentante italiana in seno all’Uci. Proprio questa nomina è stata oggetto di una vibrante obiezione da parte di Dagnoni.
«E’ un po’ presto per dire cosa farò – dice – ma non mi accanisco per avere una carica, come abbiamo visto invece alcuni in questa Assemblea. Unica cosa che ci terrei a sottolineare è che non credo che il risultato della prima votazione sia stata coerente con i valori e il lavoro fatto fin qui. E a chi mi chiede se non fosse possibile confluire sin da subito nel progetto di Dagnoni, risponde che l’ho escluso per una richiesta di riconoscimento dei valori in campo».
Gianni Pederzolli è il manager che in agosto ha organizzato 5 corse in 19 giorni nel Monferrato. Non è stato facile, ma bisognava continuare dopo Extra Giro
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Se c’è un’immagine che più di altre rimarrà negli occhi di chi ha seguito l’Assemblea Generale della Federazione, che ha portato all’elezione di Cordiano Dagnoni alla presidenza, è proprio l’abbraccio fra il presidente e Mario Valentini. Due minuti di una stretta che sapeva di conquista e dolore. Pochi sanno quanto il tecnico umbro sia stato determinante nel tessere la tela che ha portato all’elezione di Dagnoni, ma in quel momento ogni speranza di vittoria era priva di importanza. Ieri sera, infatti, il figlio Mauro si è spento dopo una lunga malattia. Aveva 53 anni.
«Credo che Mario sia venuto – dice Dagnoni a bassa voce – perché sapeva che Mauro ci teneva tantissimo. Eravamo d’accordo che se fossi stato eletto, lui sarebbe stato il mio uomo di fiducia su Roma. E questo ho tenuto a dirlo, nel primo incontro che abbiamo fatto a metà pomeriggio. Questo Consiglio Federale avrà 12 componenti: gli 11 eletti e poi Mauro da lassù».
Subito dopo la proclamazione, il nuovo presidente Fci saluta commosso Mauro Valentini (foto Fci)Il saluto di Dagnoni a Mauro Valentini (foto Fci)
Davanti al notaio
Dagnoni è appena stato davanti al notaio per firmare l’accettazione del mandato. Alla vigilia sembrava che tutti i voti dovessero convergere come per un plebiscito sul nome di Daniela Isetti. L’emiliana era la portatrice del programma più articolato, almeno quanto quello di Martinello era ricco di fatti ed elementi che a qualcuno devono essere parsi destabilizzanti. Il programma di Dagnoni era il più magro, con quella concezione della Federazione come un’azienda che lentamente faceva breccia negli ambienti che non hanno mai digerito troppo bene la burocrazia romana.
Via la cravatta
La tensione inizia a scemare ed è il momento dei pensieri in libertà, quelli con la cravatta slacciata. Coloro che hanno provato a fare interviste su programmi e provvedimenti hanno ricavato risposte prevedibilmente vuote.
«E’ un po’ come in una gara su pista – ammette il presidente – come uno dei tre europei che ho vinto sul derny. C’è prima la fase in cui tagli la linea, che dà una gioia effimera. Poi c’è la fase delle premiazioni, in cui capisci ma non del tutto. E poi c’è la fase del giorno dopo, quando ti svegli. Io sono ancora alle premiazioni. Di programmi e il resto si comincerà a parlare da domani».
Con i suoi tre vice: Cazzola, Gimondi e Cazzaniga (foto Fci)Con i tre vice: Cazzola, Gimondi e Cazzaniga (foto Fci)
Due giorni fa in uno scambio di messaggi, a fronte dei proclami dei rivali, ti dicevi tranquillo.
Mi sentivo che sarebbe andata bene. Partivo dalla consapevolezza di avere buona parte dei voti della Lombardia e già solo per questo gli altri partivano svantaggiati. E poi sapevo che in caso di ballottaggio con Martinello, sarei stato avvantaggiato. Chi avrebbe votato Isetti, non sarebbe confluito su Silvio.
Che cosa secondo te ha convinto i tuoi elettori?
Con il passare delle settimane, ci siamo resi conto che il profilo sobrio che avevamo scelto alla fine stava venendo fuori. Magari all’inizio non ci hanno ascoltato, perché c’era gente che faceva più rumore. Alla lunga però sono emersi i veri valori.
C’è qualcosa che hai letto nei programmi dei tuoi rivali che avresti voluto far tuo?
Posso dire quello che penso? I loro programmi erano troppo lunghi ed elaborati. Noi abbiamo voluto puntare su meno cose. Progetti concreti. Abbiamo scelto di concentrarci su quello che si può fare davvero. Per cui al momento giusto, si potrà partire.
Una firma solenne: il presidente accetta la nominaUna firma solenne: il presidente accetta la nomina
Con gradualità o tutto insieme?
Anche insieme. Nel mio stile di lavoro c’è da sempre la delega. Se lasci che a lavorare siano diverse professionalità, hai più canali aperti. Invece magari sui progetti più complicati si può agire con tempi diversi.
Inizialmente si disse che Di Rocco fosse dalla tua parte.
All’inizio Renato si era convinto che sia Daniela sia io avessimo il profilo giusto per essere buoni candidati. Alla fine però si è sbilanciato e si è spostato su Isetti e questo mi ha avvantaggiato, perché ha fatto capire quali fossero le forze reali in campo.
Un Consiglio federale con 7 lombardi su 11 eletti: cosa significa?
Un Consiglio a sorpresa. Ma adesso, come ho appena detto a tutti loro, siamo nelle condizioni perfette per dimostrare l’impegno per un’Italia ciclistica unita. Far crescere le regioni meno strutturate della Lombardia è un progetto che merita la massima attenzione.
Il momento in cui Cordiano Dagnoni riceve la chiamata di Ernesto ColnagoIl momento in cui Cordiano Dagnoni riceve la chiamata di Ernesto Colnago
Il telefono squilla, a questa deve rispondere. E’ Colnago. Fra i due c’è una lunga amicizia. Il presidente chiede scusa e si sposta. Dopo tanti anni nel segno di Di Rocco, la Federazione torna ad essere un affare lombardo, ma la sensazione che la mano lunga di Renato non sia del tutto estranea a questa elezione rimane. Andremo avanti tenendoci il buono e lasciando giù ciò che non funziona? La sfida per Dagnoni è appena cominciata.
Virginio Rapone è stato sconfitto alle elezioni federali abruzzesi. Un risultato che si aspettava. E che gli permette di analizzare la composizione dell'elettorato
Fabio Perego è il quarto candidato, quello che nessuno si aspettava, se non altro perché è stato impegnato fino all’ultimo nelle elezioni per il Comitato regionale lombardo. Poi, sconfitto, ha scritto il secondo programma: questa volta per la Presidenza federale.
Se i candidati vanno pesati per il curriculum, di sicuro Martinello è il primo della classe come atleta, ma Perego lo è indubbiamente per i ruoli ricoperti. Atleta e tecnico. Organizzatore e politico. Forse per questo, a detta dei delegati che nelle ultime settimane si stanno concedendo interminabili call su piattaforma digitale, Fabio è quello capace di dare risposte nello specifico.
Consonni-Fidanza oro: le foto dagli europei arrivano grazie alla collaborazione Uec-BettiniConsonni-Fidanza, Uec agli europei ha un contratto con Bettiniphoto
Il Direttore Generale
Il programma è stringato: 11 pagine condensate, che fanno trapelare le idee chiare e assieme il poco tempo avuto per stilarlo. Per leggerlo è sufficiente cliccare al link precedente, mentre vogliamo soffermarci su un paio di punti che hanno richiamato la nostra attenzione. Primo fra tutti il fatto che Perego sia l’unico a proporre la figura del Direttore Generale. A sgombrare il campo, la battuta che circolava era che Di Rocco avrebbe appoggiato chiunque gli avesse garantito quel ruolo. Perego ride e comincia.
«Sono l’unico che l’ha tirato fuori – dice – perché sono convinto che sia necessario. Il Direttore Generale può anche essere la stessa figura del Segretario Generale, perché alla fine sono molto vicini, però deve avere determinate caratteristiche. E’ una figura di coordinamento che per il raggiungimento degli obiettivi è fondamentale. Non può fare tutto il Presidente. Il Direttore Generale è una figura più completa, è quello che verifica il raggiungimento degli obiettivi, le varie commissioni, le varie componenti del Consiglio Federale. Se si tornasse a quando ognuno dei componenti del Consiglio aveva una propria competenza e un budget da gestire, sarebbe giusto anche che ci fosse una figura di coordinamento che verifichi l’andamento delle cose e riferisca al Presidente. Un direttore generale d’azienda è una figura di coordinamento ma anche di controllo.
Giudici di gara
Un aspetto su cui puntano sia lui sia Martinello è quello della riqualificazione dei Giudici di gara e dei Direttori di corsa.
«Se la Commissione dei giudici di gara e il suo Presidente non fossero nominati dal Consiglio Federale – dice Perego – ma all’interno della categoria, già avremmo un problema in meno. Si parla di autonomia, i giudici devono lavorare in autonomia perché non devono subite alcun tipo di influenza. Troviamo un sistema di elezione, ma nessuno potrà dire che il tale giudice è lì perché è amico di qualcuno. Tenete presente che i giudici non votano e tenete presente che la meritocrazia non sempre vince. La prima cosa è ridargli autonomia e poi forse alcune norme vanno riviste. Una è quella sul limite massimo di età: a 70 anni vai in pensione. Conosco persone che a 70 anni che sono meglio di quelle di 50. Per cui porterei il limite a 75 anni, valutando i singoli casi, in modo che i più esperti diventino una risorsa per i giovani, soprattutto all’interno delle Commissioni regionali. E poi c’è il limite dei 50 anni per prendere parte ai corsi di formazione. Io ho 54 anni e non potrei fare il giudice? Quel limite non va bene. Se anche recluti ragazzi giovani di 18-19 anni, dopo un po’ te li portano via e ti trovi senza giudici».
Delle Case e Bertolotti hanno fatto della Uec un modello di efficienzaDelle Case e Bertolotti hanno fatto della Uec un modello di efficienza
Direttori di corsa
I Direttori di corsa portano sulle spalle la responsabilità (anche penale) della carovana. E’ vero che è prevista un’assicurazione, ma è vero che un conto è dirigere una gara in pista, altrsa cosa portare in giro nei paesi gruppi di ragazzini.
«Queste persone vanno assolutamente formate – dice Perego – devono essere consapevoli di quello che stanno facendo, del loro ruolo. E quando in questo ruolo si raggiunge una certa professionalità, è giusto che in qualche modo si venga retribuiti, perché hanno delle responsabilità davvero importanti. Hanno bisogno di una tutela legale. Dovrebbero partecipare agli incontri con i Prefetti, col capo della Polizia. Per sicurezza e gestione della gara è il Direttore che comanda. E lui che dice fermiamo la gara o attraversiamo un fiume».
I tricolori
Un capitolo a parte del suo programma verte sugli standard organizzativi delle gare titolate: i campionati italiani su tutti. E’ possibile si chiede Perego che ciascuna prova tricolore, nello stesso anno, abbia standard differenti?
«Io farei come in altre federazioni, in Francia e in Belgio – dice – con una commissione (anche solo di 3 persone) che ha un capitolato tecnico a garanzia di uno standard organizzativo omogeneo almeno alle gare titolate. Ogni anno si organizzano decine di gare di campionato italiano, facciamo che i backdrop per le interviste siano omogenei? Che i palchi siano fatti allo stesso modo per montare pannelli pubblicitari di dimensioni concordate? Non è possibile avere un’organizzazione a Usmate e una a Trento. Agli sponsor devi vendere pacchetti uniformi. Ai tricolori di cross a Lecce hanno fatto tutto quello che potevano e anche di più. Potevano gestire meglio la zona box, sicuramente potevano fare meglio e ci sarebbero riusciti se la Federazione gli avesse mandato la sua commissione per dargli le linee guida. Diventa anche più facile perché alla fine la Federazione può mettere di mezzo i suoi fornitori e offrire le professionalità con cui lavorerà in modo continuativo».
I giudici di gara vanno formati, retribuiti e assistiti legalmenteI giudici di gara vanno formati, retribuiti e assistiti legalmente
Il fuoristrada
Il fuoristrada rappresenta più del 50 per cento dei praticanti. E come Martinello si sta circondando di personaggi che ne sono l’espressione, anche Perego drizza le antenne.
«Il fuoristrada secondo me – dice – occupa il 70 per cento dell’attività, insieme al Bmx. Il bimbo di 6 anni non lo porto in pista, lo porto con la Mtb regalata dal nonno al bike park di Usmate. Dobbiamo ripartire da qua, da questo progetto e far crescere i ciclisti di domani. Dobbiamo riprendere tutta l’attività e riportarla dove si può farla. Dove ci si può muovere. Ormai anche le stradine secondarie sono delle tangenziali. Mia moglie, che ha sposato uno che va in bici e che vive quasi di ciclismo, quando passa una volta all’anno una gara davanti casa e la fermano per 10 minuti mentre vuole andare al bar per fare colazione, perde la pazienza e dovreste sentire come sbotta. E qui entra in ballo il tema della sicurezza.
«Se andate sul sito della Federazione c’è una tessera, creata per la gente che usa la bici per andare al lavoro, messa lì come mille progetti buttati senza esser seguiti. Quelli che usano la bici per spostarsi in città possono diventare tesserati. Se noi diamo loro in primis una garanzia assicurativa, poi delle convenzioni con il meccanico, sconti sui vestiti, sconti su vacanze in bike hotel… Sono dati che nessuno sta guardando, ma si traducono in numeri che si possono vendere. La Federazione sul territorio c’è, ma devi lasciar lavorare i singoli Comitati».
Ai tricolori cross di Lecce hanno fatto del loro meglio, la Fci poteva aiutare a fare di piùAi tricolori di cross a Lecce si poteva dare più appoggio
Enti di promozione
Infine il movimento cicloturistico e quello amatoriale. Le Gran Fondo come volano per l’attività giovanile, i grandi al servizio dei piccoli. Secondo una strategia comune anche agli altri candidati. Con la differenza che Perego valta anche la collaborazione con gli Enti di promozione turistica.
«Si può fare la guerra che vuoi – dice – ma gli Enti sono emanazioni dirette di Confindustria e altri colossi. Di fatto devi trovare un sistema per collaborare e lavorare insieme. Il primo è uno standard di sicurezza e già quest’anno mi pare che abbiano obbligati ad avere il direttore di corsa. Dobbiamo sederci a un tavolo e trovare la quadra. Se gli dai appeal e gli dimostri qual è la differenza, allora riesci a portare a te i loro tesserati. Ma se continui a pensare che gli amatori siano dei bancomat, non funziona. Devi dare i servizi. Anche i Comitati provinciali ti aiutano ad organizzare, ma certo abbiamo costi di affiliazione molto superiori. Probabilmente perché loro non hanno nemmeno un carrozzone come il nostro da portarsi in giro».
Marketing e comunicazione
I dipendenti servono, ma bisogna che rendano per quello per cui sono pagati.
«Non è possibile che agli europei o ai mondiali della pista – dice Perego – la foto dell’azzurro che vince la medaglia venga dal cellulare di un addetto stampa. Non è possibile che la Fci non abbia un contratto con un fotografo che dopo 8 minuti ti mandi la foto di Ganna campione del mondo. La comunicazione e il marketing devono essere esterni, per bando, ma devono funzionare. E se non funzionano, si cambia. A noi serve uno standard di un certo tipo. La Uec è una società piccola, ha il suo fotografo, il suo operatore. Bisogna uscire dalla dimensione del volontariato…».
Dagnoni ha la sua storia nel ciclismo ed ha alle spalle anche trascorsi da industriale che lo inducono a ricondurre anche la Federazione ciclistica nell’alveo di un’azienda. Sia pure ripercorrendo dinamiche e toni che rievocano altre discese in campo, è impossibile non dargli atto che alcune delle sue critiche siano ben più che pertinenti. L’esigenza di un bello scossone è forse la cura più adatta per un organismo, talmente abituato ad avere i tempi rallentati, da non accorgersi nemmeno più dell’anomalia.
Prosegue il nostro viaggio nei programmi dei candidati alla presidenza. E dopo aver parlato con Daniela Isetti e con Silvio Martinello, oggi abbiamo fra le mani il programma dell’ex presidente del Comitato regionale lombardo: 11 pagine con l’idea di fare della Fci un’azienda.
Attorno a Montichiari si potrebbe costruire una foresteriaAttorno a Montichiari si potrebbe costruire una foresteria
La burocrazia
“Molto spesso – si legge nelle dichiarazioni di intenti iniziali – i vertici della FCI sono scollegati dalle problematiche della base. Per questo motivo sarà rivolta la massima attenzione alla ricostruzione di uno stretto rapporto tra la FCI centrale, gli organi periferici e le società, che possa garantire un riscontro costante con le realtà dei territori. Efficienza vuol dire anche facilitare la vita delle società, che sono il cuore pulsante della nostra struttura, attraverso un’attività di semplificazione, una sburocratizzazione al fine di rendere le procedure più veloci”.
Come avrà modo di ammettere lui per primo, la parola “sburocratizzazione” non è fra le più belle, ma rende bene l’idea.
«Già da Presidente del Comitato regionale lombardo – dice Dagnoni – soffrivo i legacci che ci erano imposti. Capitava che dopo una riunione si andasse a mangiare una pizza e finivo sempre col pagare io con la mia carta e poi presentavo domanda di rimborso. Altrimenti avrei dovuto chiedere tre preventivi e accettare il più vantaggioso. E’ una cosa che ci è stata chiesta anche per l’acquisto dei fiori per il funerale di Gimondi. Per la mia concezione di Federazione, le procedure vanno rispettate, ma bisogna anche puntare a sbloccare le situazioni. Le cose vanno semplificate. Nella mia azienda ho sempre coinvolto i collaboratori, facendoli sentire parte del progetto. Adesso invece sono lì come impiegati senza stimoli. C’è da lavorare per valorizzarli. E c’è da lavorare perché questa azienda si distingua per i servizi che offre.
«Non deve esserci soltanto il culto dei profitti, ma quello di essere accanto ai propri tesserati. Sto valutando anche l’ipotesi di ricreare le tessere fisiche, come le card degli abbonamenti di calcio, caricandoci dentro servizi e convenzioni che faccia sentire i ragazzi orgogliosi di averle».
I campioni possono essere testimonial per conquistare bambini al ciclismoI campioni possono essere testimonial per conquistare bambini al ciclismo
Il reclutamento
Un programma pratico, che non entra troppo nei dettagli e improntato all’agire dell’imprenditore che prima fa e poi semmai ne parla.
«Credo si possa definire un programma concreto – dice Dagnoni – perché se propongo di rifare la Sei Giorni di Milano, potete essere certi che ho già parlato con City Life e ho individuato anche il posto. E se parlo dell’Academy di Montichiari, è perché già da un po’ sono in contatto con il sindaco. Il velodromo è l’unico coperto in Italia, quindi è una risorsa. Ma ad esempio le nazionali spendono ogni anno dei bei soldi all’Hotel Garda, non sarebbe più funzionale costruire una foresteria, in cui giri sempre gente?
«Può esserci un’area commerciale. Ci può essere anche il centro estetico, casomai una mamma voglia farsi i capelli mentre aspetta i figli. Una struttura completa di tutti i servizi e anche la creazione di un centro di specializzazione. Si ricrea così il gruppo delle discipline veloci, da abbinare all’impianto di Bmx di Verona. Una struttura che preveda anche l’organizzazione di campus estivi, in cui alla presenza di tecnici federali, fai girare i bambini, portandoli in pista, a giocare con la mountain bike o sulla Bmx. E intanto li osservi e a loro magari viene voglia di cominciare. Al discorso delle scuole credo un po’ meno, per le difficoltà oggettive di mettere d’accordo le varie componenti, le poche ore a disposizione e i rischi cui si espone l’insegnante in caso di caduta».
La comunicazione
L’osservazione delle strade fa pensare che ci siano molti più praticanti che tesserati per la Federazione, soprattutto da quando il Covid ha messo in bicicletta schiera di appassionati dell’ultima ora cui magare sfugge anche l’utilità assicurativa di avere una qualsivoglia tessera.
«Sono convinto – dice Dagnoni – che non riusciamo a sfruttare il nostro potenziale. A parte i tesserati, c’è un pubblico molto più ampio. Il calcio può contare i suoi appassionati, perché i posti negli stadi sono numerati, noi abbiano un bacino di utenti esagerato che in qualche modo dobbiamo intercettare. Se riusciamo a sfruttarlo, diventiamo appetibili anche per le industrie che investono. Ho parlato con alcune persone e hanno detto che sarebbero disposte a puntare tanto su un progetto di qualità, mentre non sono interessate a mettere pochi soldi su qualcosa di poco spendibile. Bisogna dare per ricevere, ma credo che non si sia mai fatto.
«La Federazione è statica. Su Instagram mi arrivano le notifiche degli sport invernali, che quasi in tempo reale mandano i video delle gare e lo spot dello sponsor. La legge di Darwin dice che “solo chi sa adattarsi sopravvive e conquista il suo ambiente” e noi questo dobbiamo fare. Non credo serva molto per fare meglio, ma è certo che se sai comunicare, è anche più facile vendere il prodotto ciclismo».
Dagnoni non parla di tecnici, ma pensa a un rinforzo per Celestino nella MtbDagnoni non parla di tecnici, ma pensa a un rinforzo per Celestino nella Mtb
L’aggiornamento
Il ciclismo, ricorda, si è sempre basato sul volontariato. Questo un po’ stride (dal suo punto di vista) con la qualificazione che di tante figure ha determinato l’azione del Centro Studi. Il punto a dire il vero è un po’ controverso, perché si potrebbe percepire il rischio del passo indietro. Soprattutto là dove si vorrebbero fermare gli aggiornamenti lasciando a società e tecnici il compito di decidere su cosa aggiornarsi.
Si legge nel programma che il Centro Studi dovrà recepire le esigenze della base “per elaborare soluzioni efficaci finalizzate alla crescita del movimento. In concreto saranno le società e i direttori sportivi ad evidenziare necessità ed esigenze, per fornire al settore elementi per adeguare i contenuti e le modalità della formazione alle reali necessità. Sarà introdotto un sistema dei crediti che tenga conto dell’attività svolta effettivamente dai tecnici e che eviti, almeno parzialmente, i corsi (e i costi) di aggiornamento obbligatori previsti con un’attività alternativa di formazione”.
«Il Centro Studi – dice Dagnoni – ha esasperato la formazione, al punto che adesso anche gli Asa si fanno pagare per svolgere il servizio che fino a ieri era appannaggio della Protezione Civile. Sono d’accordo che ci sia bisogno di figure professionali, ma non di professionisti».
I tecnici azzurri
L’ultimo punto, lasciando gli altri alla lettura del programma completo, riguarda le nazionali. Si sa, quando arriva il nuovo Presidente, inizia di solito anche il ballo delle ammiraglie, a volte per il semplice voler cambiare e accontentare chi ha aiutato ad essere eletti.
«Ma non è il mio caso – dice Dagnoni – anche se dei nomi mi sono stati indicati. Sino alla fine dell’anno non si tocca nulla e questo è anche positivo, perché ci sarà il tempo di guardarsi in giro e valutare chi potrà rimanere e chi eventualmente non sarà confermato. E anche capire chi sarà disponibile per essere eventualmente coinvolto. Mi viene da dire che forse metterei mano nel settore fuoristrada, perché Celestino da solo non può farcela. Magari prevedrei l’aggiunta di un tecnico per dividere il cross country dalla marathon e anche valuterei la possibilità di collaborazione fra le varie discipline. Ad esempio il ciclocross potrebbe collaborare con la Mtb, trovando modo di integrarsi durante l’estate, quando l’attività per loro è ferma.
«In ogni caso ci saranno delle cose da fare con la necessaria gradualità. Prima farei un’assemblea con i Comitati regionali e quelli provinciali, allargando la platea e coinvolgendo tutti. C’è da mettere mano allo Statuto Federale, ci sono cose che non capisco. Bugno, che ben conosciamo, voleva candidarsi come mio vicepresidente ma gli è stato impedito dato che l’anno scorso non era tesserato. Potrei trovare un top manager d’industria, che abbia voglia di impegnarsi in Federazione e non potrei coinvolgerlo perché non è tesserato? C’è davvero tanto da fare…».
Tanto è organizzato e schematico il programma di Daniela Isetti, per quanto quello di Silvio Martinello è un fluire di idee: un ragionamento che va a toccare i vari aspetti della proposta evidenziando problemi e soluzioni. Due approcci completamente diversi, essendo tali anche i due candidati. Un documento di 25 pagine, suddiviso in capitoli come stazioni del viaggio.
«Immagino una Federazione – si legge in avvio – che ritorni a lavorare prioritariamente con e per la base, sostenendo i propri Comitati Regionali e Provinciali con un nuovo criterio, basato sul merito, di suddivisione dei contributi. I CR e i CP dovranno tornare alla loro funzione principale: rappresentare sul territorio il braccio operativo della struttura centrale. La FCI dovrà aiutarli a recuperare il terreno perduto dopo anni di gestione centralizzata che ha di fatto spogliato i comitati periferici (a parte qualche caso utile alla gestione del consenso) delle loro prerogative».
Tra i vari punti del programma integrale, alcuni hanno richiamato la nostra attenzione.
La velocità va rifondata. Non possono essere Villa e Salvoldi a occuparseneNon possono essere Villa e Salvoldi a occuparsi della velocità
Supporto alle società
Si legge nel programma: il supporto economico e formativo alle società di base, consentirà di interrompere e invertire il trend di decrescita, per consentirci di essere nuovamente attraenti e competitivi rispetto ad altre discipline sportive.
«Intendo le società – spiega Martinello – impiegate in tutta la filiera, dai giovanissimi agli juniores. Bisogna tutelarle da quella sorta di cannibalismo messo in atto da parte delle squadre più ricche, che ha portato a un impoverimento generale. Già è difficile reggere ai passaggi di categoria, ma se gli ordini di arrivo vengono decisi a tavolino da direttori sportivi che grazie ai soldi hanno a disposizione i migliori talenti, anche il reale livello di competizione viene inficiato.
«Le società – prosegue Martinello – devono essere aiutate a crescere. Dopo questa pandemia dovremo sostenerle, cercando nelle pieghe del bilancio, le risorse per non far pagare affiliazione e tesseramento. Come si è fatto nel 2020, quando sono stati stanziati 2 milioni di euro proprio per sostenerle. E poi bisogna trovare il modo affinché gli squadroni più ricchi abbiano un vincolo da rispettare nel tesseramento. E’ un problema noto da anni, cui non si è mai data una risposta».
Il ruolo di Rcs
Quando il programma affronta il settore strada, l’analisi del movimento è lucida. A fronte di una storia prestigiosa, l’organizzazione del ciclismo in Italia pecca di presunzione e il sistema traballa. I grandi sono sempre più grandi, i piccoli sono al limite dell’asfissia. L’esempio del ruolo svolto da Aso nel rilancio del ciclismo francese è un ottimo aggancio.
«E’ un punto di arrivo – ammette Martinello – altrimenti non ne veniamo fuori. Rcs prende 20 milioni di euro ogni anno dalla Rai, perché non pretenderne 21 e investire quel milione nella promozione del professionismo? Bisogna sedersi a un tavolo e occuparsi di tutto il calendario nazionale. Si può immaginare per tutte le corse un format che preveda 90 minuti di diretta, con uno studio in avvio e uno in chiusura, con un produttore che può essere la Rai. Quando Amici lascerà, chi prenderà in mano la situazione? Rcs ha la sua struttura, perché non pensare a un’economia di scala, che metta i pro’ al centro del sistema?
«Il ciclismo francese – incalza Martinello – 15 anni fa era messo malissimo, Aso se lo è caricato sulle spalle. Le corse stavano sparendo e gli sponsor volevano investire sul Tour. E il Tour cosa ha fatto? Li ha invitati a investire in nuove squadre, garantendo loro la wild card. Le 2 squadre WorldTour (fa eccezione la Fdj che c’era anche prima) e le 4 professional francesi sono figlie di questo lavoro. E’ legittimo che una società faccia profitto, ma se non costruisci il movimento, cosa ti resta? A Cairo hanno spiegato la situazione in questi termini? E’ un progetto ambizioso, ma a quel tavolo la Federazione può mediare, avendo la consapevolezza dei rischi per l’intero movimento».
A Cairo qualcuno ha spiegato che Rcs potrebbe avere un ruolo costruttivo, da cui avrebbe vantaggi a lungo termine?Cairo vuole intervenire a favore del ciclismo italiano?
Le nazionali
La maglia azzurra è il fiore all’occhiello, ma secondo Martinello l’organizzazione su cui sono basate le nazionali è figlia di retaggi superati. Il mondo anglosassone ha indicato la via già da anni.
«Il progetto – dice Martinello – prevede di mettere a capo delle nazionali un Team Manager con responsabilità dirette di coordinamento e di organizzazione. Non sarà un team privato, perché farà comunque capo al Consiglio federale. Si tratta del proseguimento del progetto che portai in Federazione nel 2005.
«Oggi ogni gruppo lavora col suo personale, mentre immagino una squadra di meccanici e massaggiatori trasversali a tutti. Una struttura molto più snella, composta anche da personale dipendente, che quando non è in giro, organizza materiali e magazzino. Serve maggiore efficienza operativa, dopo che è stato concordato un programma di lavoro pluriennale alla luce degli appuntamenti agonistici. La nazionale deve essere il gioiello di famiglia e deve godere anche di una comunicazione all’altezza. Non è possibile che l’unico in grado di renderla visibile sia Cassani, grazie al suo seguito personale. La comunicazione è un punto debole, la maglia azzurra deve essere oggetto del desiderio anche per chi vuole investire nel ciclismo. Da un’analisi dei bilanci fra il 2003 e il 2019 emerge che nel 2003 c’erano 810 mila euro di entrate dagli sponsor, nel 2019 siamo a 219 mila…».
La nazionale gode di grandi risultati e poca visibilità: la comunicazione è importanteLa nazionale gode di grandi risultati e poca visibilità
La velocità
Dopo anni di buio e disinteresse, la velocità su pista è diventata fortunatamente il pallino di tutti. Martinello la definisce “una lacuna vergognosa”.
«La lettura di Daniela Isetti sulle cause dell’abbandono – dice Martinello – è parziale e superficiale. La velocità ha bisogno di grande programmazione. C’è da mettere a punto un sistema per dare supporto agli atleti, con i Corpi militari, ma anche immaginando la nascita di una squadra da affidare al team manager. I fenomeni olandesi della velocità arrivano tutti dalla Bmx, tanto che accanto ai velodromi, c’è sempre un impianto per questa specialità. Perché nel progettare quello di Spresiano non se ne è parlato? Sono specialità intercambiabili e la Bmx è comunque una disciplina olimpica. Servono tecnici di livello che ora come ora non abbiamo. Non dico che si debba importarne da fuori, ma vanno mandati i nostri a fare stage all’estero. La Nuova Zelanda, grande come la Toscana, ottiene risultati in tutte le discipline olimpiche. Come mai?
«La nostra pista ha ottenuto risultati eccezionali grazie a due grandi tecnici come Villa e Salvoldi, ma non possono essere loro a occuparsi della velocità perché non ne hanno la competenza. Lo dimostra il fatto che Miriam Vece sia stata mandata ad Aigle, come accade ai Paesi in via di sviluppo. Ma se avessimo mandato un’altra ragazza, a quest’ora avremmo una squadra per la velocità olimpica».
La Bmx è specialità olimpica ed è alla base della velocità su pista: i fenomeni olandesi vengono da lìLa Bmx è specialità olimpica ed è alla base della velocità su pista
La sicurezza
Sicurezza nell’organizzare le gare, sicurezza nell’uso quotidiano. Se il bambino non può andare a scuola in bicicletta, magari non avrà mai la voglia di arrivarci prima del compagno e la bicicletta sarà sempre più lontana dal suo orizzonte. Il settore strada è a rischio.
«Qualche intervento nel Codice della strada c’è stato – dice Martinello – ma ci si è bloccati su quel 1,5 metri che non è la panacea di tutti i mali. Il legislatore dovrebbe sedersi al tavolo con la Federazione, lavorando a un modello educativo. Stiamo pagando un prezzo altissimo in termini di vite e di tesseramento. Nei Paesi in cui si sono fatti investimenti veri sulla sicurezza sono aumentati anche i tesserati. Per cui bisogna investire sugli impianti chiusi che permettono di fare attività in modo sicuro, ma insieme va aiutato chi ha la responsabilità di legiferare perché agisca nel modo giusto.
«Sul fronte degli organizzatori invece, che hanno costi notevoli, va creata la stessa economia di scala di cui si è parlato per le produzioni televisive, dotando i Comitati regionali e provinciali di infrastrutture e mezzi da mettere a disposizione delle società. Come vanno aiutati, magari anche con assistenza legale, i direttori di corsa, che hanno sulle spalle un peso incredibile».
Gli argomenti sono ancora tanti e spaziano dal sito web federale al doping, in cui viene stigmatizzata la gestione Uci dell’antidoping e anche la retroattività dei controlli, in cui all’aspetto punitivo fa affiancato quello educativo. La lettura del programma in questo caso completerà ottimamente il quadro.
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