Come lo scorso anno, il Giro delle Regioni chiude i battenti e premia Carlotta Borello, autentica dominatrice della challenge che mette il sigillo alla sua maglia di leader conquistando anche la tappa finale nella “sua” Cantoira, visto che si gareggiava in Piemonte. Carlotta è una ciclocrossista pura, diversa dalle sue colleghe/avversarie. Per lei il ciclocross è la prima specialità e la strada è davvero un’appendice, un tramite per la preparazione.
L’arrivo della Borello, per lei tre vittorie di tappa e la conquista della maglia davanti a Rizzi e GariboldiL’arrivo della Borello, per lei tre vittorie di tappa e la conquista della maglia davanti a Rizzi e Gariboldi
Un’estate con pochissima strada
In quest’annata è stato così anche di più e durante la stagione sono state ben più frequenti le sue uscite in gravel, dove ha colto risultati molto importanti tornando a vestire la maglia azzurra: «Quest’estate ho fatto una stagione un po’ alternativa. Non mi sono focalizzata solamente sulla strada come gli anni passati. I risultati dicono che è stata la scelta giusta, ma non mi riferisco solo al responso del cronometro, neanche al titolo italiano di gravel conquistato, ma alle sensazioni vissute. E’ stata una stagione molto varia, dove mi sono messa alla prova anche nelle Marathon di mountain bike, oltre alle gare su strada e gare gravel. Mi sto trovando bene anche come preparazione che ha influito su questa prima parte di stagione invernale».
Infatti nel ciclocross la Borello è partita subito forte, dominando il Giro delle Regioni: «In verità ho colto qualche vittoria in meno dell’anno scorso, ma sono arrivati comunque piazzamenti sul podio e in gare comunque importanti. In più è arrivata anche la convocazione all’europeo e quindi sono molto felice di essere riuscita a partecipare al mio primo europeo tra le Elite, quindi diciamo che non mi posso lamentare».
Sullo Zoncolan la gara più dura ma anche più soddisfacente per la piemontese nel Giro delle Regioni (foto Billiani)Sullo Zoncolan la gara più dura ma anche più soddisfacente per la piemontese nel Giro delle Regioni (foto Billiani)
Un europeo corso nel dolore
Che esperienza è stata, quella internazionale? «E’ stata molto impegnativa perché c’era veramente tanta sabbia e non ci sono abituata. Ho cercato di difendermi al meglio che potessi, nonostante non fossi in un periodo molto facile perché è mancata la mamma del mio fidanzato proprio il giorno prima della gara. Diciamo che di testa non ero al 100 per cento, ma ho cercato di onorare al meglio la maglia azzurra e dare il mio massimo».
Quanto contano le gare italiane, visto che non avevi avuto test prima della corsa continentale? «Quest’anno è stato un po’ più complicato, cioè confrontarsi solamente con le atlete italiane mi ha fatto arrivare un po’ al buio, ma non è colpa delle prove italiane che sono state di sicuro valore, internazionali, quindi abbiamo potuto fare gare impegnative che sono servite per arrivare in condizione. A dicembre comunque andrò a correre in Belgio, quindi mi confronterò con le più forti e capirò il mio valore».
D’estate la Borello ha privilegiato il gravel, vincendo il titolo nazionale e finendo seconda alle World Series in SardegnaD’estate la Borello ha privilegiato il gravel, vincendo il titolo nazionale e finendo seconda alle World Series in Sardegna
In Belgio per capire davvero chi è
La tappa che ti è piaciuta di più del Giro delle Regioni? «Sicuramente quella dello Zoncolan. Il percorso era veramente duro, con tanta salita, ma è servito perché era un po’ più dura rispetto ai soliti standard e è stata un test fondamentale nel corso della stagione. Tutti parlavano dell’altitudine, ma quella non è stato certo un fattore».
Ora che cosa ti proponi per questa stagione di ciclocross? «Sarò in Sardegna per la Coppa del mondo e poi, dopo Faé di Oderzo, andrò come detto in Belgio dal 20 dicembre fino ai primi di gennaio. Poi, chiusa la stagione invernale, devo ancora valutare, ma vorrei proseguire sulla falsariga di quest’anno, puntando molto alle gravel per portare in giro la maglia tricolore».
In campo maschile vittoria finale all’ultima tappa per Folcarelli, anche senza alcun successo parzialeIn campo maschile vittoria finale all’ultima tappa per Folcarelli, anche senza alcun successo parziale
L’esito delle altre categorie
Il Regioni ha chiuso i battenti a Cantoira con una gara Open maschile davvero accesissima. Non essendoci il leader della classifica Samuele Scappini, si è scatenata la lotta per cogliere la maglia all’ultima occasione. L’evoluzione della gara ha visto emergere Tommaso Cafueri e Antonio Folcarelli: alla fine l’ha spuntata il primo, uno dei pochi confermati all’UC Trevigiani, ma Folcarelli è corridore esperto e a un certo punto si è fatto i conti in tasca: meglio lasciar andare il friulano e assicurarsi, con la piazza d’onore, un nuovo trionfo nella challenge dopo quello dello scorso anno (e i 3 al Giro d’Italia…). Fra gli juniores maglia bianca conquistata da Tommaso Cingolani (assente a Cantoira ma già protagonista al suo primo anno nella categoria) e Azzurra Rizzi. Il Regioni chiude qui, ma gli impegni per lo staff di Fausto Scotti non sono minimamente finiti. Ma ci sarà tempo per pensarci…
Roberto Capello si trova in ritiro in Spagna, più precisamente a Girona, città ormai fulcro del ciclismo nei mesi invernali. La notizia, però, è che il giovane piemontese classe 2007 è insieme alla EF Education EasyPost. Infatti Capello, dopo una sola stagione con il Team Grenke Auto-Eder, passerà under 23 con il devo team della formazione americana. Un cambio di maglia non del tutto inaspettato, le voci sul suo futuro avevano già iniziato a girare la scorsa estate. Ora che però tutto è stato definito siamo venuti dallo stesso Roberto Capello incuriositi da questa scelta (in apertura Photors.it).
«In questo mini ritiro di inizio stagione – ci racconta Capello – mi sono già fatto una prima impressione della nuova realtà in cui sono arrivato. Abbiamo avuto anche modo di pedalare e prendere le misure con i materiali del prossimo anno».
Roberto Capello ha concluso la sua seconda stagione da junior nell’europeo di categoria (Philippe Pradier/DirectVelo)Roberto Capello ha concluso la sua seconda stagione da junior nell’europeo di categoria (Philippe Pradier/DirectVelo)
Primo contatto
Mentre le temperature in Italia crollano e diventano sempre più invernali, a Girona continua ad esserci un clima favorevole: ottimo per pedalare senza infreddolirsi troppo.
«Il clima continua a sorriderci – prosegue il piemontese – ci saranno tra i dieci e i quindici gradi. Una temperatura ideale per pedalare, anche se abbiamo fatto solo qualche breve uscita, giusto per qualche test e prendere le misure con il materiale nuovo. Cambiare squadra è sempre un po’ strano, tutto è nuovo, ma il team mi ha fatto subito una buona impressione. Siamo tanti, tra staff e corridori arriviamo a 250 persone».
Capello nel 2025 ha corso con il Team Grenke-Auto Eder (Robert Cachet/DirectVelo)Capello nel 2025 ha corso con il Team Grenke-Auto Eder (Robert Cachet/DirectVelo)
Partiamo subito, come mai lasciare la Red Bull?
Avrei avuto la possibilità di rimanere con loro nel devo team under 23. Però le prospettive di crescita e di trovare i miei spazi erano minori rispetto a quelle offerte dalla EF. Ho scelto una formazione più piccola (se così si può definire, ndr) così da avere più occasioni per giocarmi le mie chance.
Una scelta arrivata totalmente da parte tua?
Sì, ci pensavo già da maggio. La Red Bull ha i migliori atleti under 23, l’anno prossimo ci sarà il campione del mondo Lorenzo Finn, poi saliranno tanti miei compagni della Grenke e inoltre arrivano atleti come Magagnotti. Insomma, ho pensato che sarebbe stato difficile trovare lo spazio per mettermi in mostra. In corsa ci vanno cinque o sei atleti e se non dimostri di meritare il posto rischi di correre negli appuntamenti di secondo piano.
Il passaggio tra gli U23 lo farà con il devo team della EF Education Easy Post, una scelta per cercare maggior spazioIl passaggio tra gli U23 lo farà con il devo team della EF Education Easy Post, una scelta per cercare maggior spazio
Che prospettiva ti ha offerto la EF Education EasyPost ?
Mi hanno fatto firmare un contratto di quattro anni: uno nel devo team e gli altri tre nel WorldTour. Mi hanno rassicurato che avrò comunque modo di crescere e arrivare al livello richiesto per competere nella massima categoria del ciclismo.
Qual è questo livello?
Penso che la vera differenza sia adesso, tra gli juniores il livello si sta alzando ma sono pochi i corridori capaci di fare tanta differenza. Invece quando passi under 23 o pro’, il livello di tutto il gruppo diventa davvero elevato.
Con la maglia del devo team juniores della Red Bull ha conquistato 5 vittorie e 3 podi (Photors.it)Con la maglia del devo team juniores della Red Bull ha conquistato 5 vittorie e 3 podi (Photors.it)
Hai già corso un anno all’estero, cosa pensi di aver imparato?
A correre come richiesto a livelli internazionali, dove si attende poco e si attacca tanto. Le gare sono più nervose e questa stagione con la Grenke mi ha aiutato a fare un passo importante per la mia crescita personale.
Si sente tanto la differenza tra Austria e America?
Da quel che ho potuto vedere, EF e Red Bull sono molto diverse. La mentalità tedesca dà meno margine, mentre alla EF sono più aperti al dialogo e ad ascoltare un punto di vista differente. Ascoltano tanto l’opinione del corridore.
Hai conosciuto i nuovi compagni?
Tutti meno uno. Saremo quattordici nel devo team, la maggior parte saranno atleti americani, poi ci saranno anche ragazzi danesi, svedesi, un belga e infine io. Non mi fa strano essere l’unico italiano, alla fine l’anno scorso ho imparato anche a gestire questo aspetto. Mi sono rafforzato con l’inglese e mi sento più sicuro.
Capello si è messo in mostra anche con in nazionale: qui verso l’argento degli europei, incitato da Frigo che si era fermatoCapello si è messo in mostra in nazionale: qui verso l’argento degli europei, incitato da Frigo che si era fermato
La EF è un team tanto “colorato”, innovativo, che guarda ad aspetti anche esterni al ciclismo, lo si percepisce?
Da dentro tanto. Si sente un clima più “leggero” e tranquillo. Diciamo divertente.
Quando si parte ufficialmente?
Dopo questo ritiro praticamente iniziamo la preparazione. Nei mesi di dicembre e gennaio non avremo appuntamenti, il primo stage tra noi del devo team sarà a febbraioe inizieremo a correre i primi di marzo. Per il calendario avremo modo di capire bene come incastrare i vari impegni tra scuola, corse e ritiri. Quest’anno ho la maturità e va fatta nel miglior modo possibile.
Sedicimilasettecentosedici punti: tanti ne ha raccolti la XDS-Astana nel corso del 2025. Una quota che le ha consentito di concludere l’anno come quarta squadra in assoluto. Un traguardo importante, forse inaspettato, di sicuro cercato. Corazzate come Soudal–Quick-Step e Ineos Grenadiers le sono arrivate dietro. E la permanenza nel WorldTour, che solo un anno fa sembrava una chimera, si è trasformata in realtà. Un capolavoro di tutti come tende a sottolineare la foto di apertura.
La stagione 2025 si è rivelata una delle più riuscite nella storia della squadra, tolti i periodi in cui conquistava i Grandi Giri con atleti di un calibro enorme (Contador e Nibali giusto per citarne due): 32 vittorie, 72 podi e appunto quarto posto nel World Team Ranking 2025, il suo miglior risultato dell’ultimo decennio. Un aspetto interessante è che in questa analisi di dati la maggior parte dei punti è stata ottenuta nelle gare WorldTour (45 per cento), seguite dagli eventi ProSeries (29 per cento).
Alexandre Vinokourov (classe 1973) è il team manager della XDS-AstanaAlexandre Vinokourov (classe 1973) è il team manager della XDS-Astana
Dal Kazakistan: Vinokourov
Giusto qualche settimana fa, poco dopo il Tour di Guangxi, che segnava appunto il termine del calendario WT, Alexandr Vinokourov, general manager della XDS Astana finalmente si lasciava andare dopo tante tensioni. E si complimentava con la sua squadra.
«La stagione 2025 è stata davvero speciale per noi, poiché ha segnato il 20° anniversario del progetto Astana, fondato nel 2006. Abbiamo iniziato l’anno da outsider: eravamo fuori dalla zona di licenza WorldTour. Per assicurarci un posto nella massima divisione per i prossimi tre anni, dovevamo compiere qualcosa di simile a un miracolo e, sinceramente, non molti credevano che ce l’avremmo fatta. Devo sottolineare che tutti i nostri sponsor e partner hanno creduto in noi al 100 per cento. Vorrei esprimere la mia più profonda gratitudine al nostro partner principale Samruk-Kazyna e alla Sports Support Foundation SportQory per la fiducia riposta nella squadra e nel suo successo, per averci dato l’opportunità di crescere e svilupparci nelle condizioni esigenti dello sport professionistico d’élite».
Noi abbiamo raggiunto Vinokourov e gli abbiamo chiesto altro. Da segnalare che proprio Vinokourov era tornato in Kazakistan, la sua patria per celebrare questo successo e andare avanti con garanzie sul futuro.
Maurizio Mazzoleni e gli altri tecnici hanno studiato bene il piano di battaglia per raggiungere l’obiettivo WTMaurizio Mazzoleni e gli altri tecnici hanno studiato bene il piano di battaglia per raggiungere l’obiettivo WT
Insomma, Alex, la partenership con il main sponsor XDS è iniziata nel migliore dei modi?
XDS, che si è unita al nostro progetto in un momento molto delicato, fornendo al team non solo bici incredibilmente veloci e di alta qualità, ma anche un sostegno enorme. Un ringraziamento speciale a Freedom Broker per il supporto al progetto. E, naturalmente, la mia gratitudine va a tutti i nostri sponsor e partner: il successo di quest’anno e’ un successo condiviso.
Una grande stagione per XDS-Astana. Cosa ci racconti? Quali sentimenti provi?
Il sentimento è pazzesco, ovviamente. Siamo rimasti nel WorldTour. Siamo sopravvissuti, si può dire… E forse anche più che sopravvissuti. Avevamo un obiettivo: restare nel WorldTour e ce l’abbiamo fatta. E’ stata una nuova esperienza per noi. Quindi, incredibile.
Quando hai capito davvero che le cose stavano andando per il verso giusto?
Probabilmente subito, non appena sono arrivate le vittorie. Era così importante iniziare bene la stagione. Ci siamo fissati gli obiettivi, abbiamo calcolato le corse. Morgan, il nostro “ingegnere-tecnico”, ha fatto bene i calcoli… Chiaramente li ha fatti insieme ai nostri allenatori: il capo allenatore, Maurizio Mazzoleni, Vasilis Anastopoulos. Loro hanno selezionato le gare giuste. E l’obiettivo era, ovviamente, guadagnare punti. A volte anche più che inseguire vittorie. Sapevamo di aver bisogno di punti, e abbiamo lottato per ogni singolo punto. Quindi, già a marzo, abbiamo visto che eravamo sulla strada giusta, quando avevamo già guadagnato un margine di 2.000–3.000 punti sull’ultima squadra, la Cofidis.
L’arrivo in squadra di un atleta come Ulissi (in maglia rosa) è stato un grande impulso sotto ogni punto di vistaL’arrivo in squadra di un atleta come Ulissi (in maglia rosa) è stato un grande impulso sotto ogni punto di vista
Ci sono stati aspetti negativi in questo “viaggio-sfida”? Qualcuno da cui ti aspettavi di più?
Direi di no. Sergio Higuita ha avuto un po’ di sfortuna. È caduto all’inizio della stagione, in un periodo in cui contavamo su di lui forse più del solito. E anche Alberto Bettiol, sempre all’inizio dell’anno ha avuto qualche difficoltà, ma ha ritrovato la forma più avanti e ha dimostrato di essere un campione. E gli altri ragazzi hanno dimostrato quello che erano capaci di fare. Quindi, sono grato a tutta la squadra, a tutti i corridori e, naturalmente, allo staff.
Chi ti ha colpito in modo particolare?
Probabilmente su tutti, Christian Scaroni, che ci ha sorpresi e ha fatto un grande salto in avanti. Ha iniziato a credere in se stesso. Questo gli ha dato ancora più fiducia. Ha dimostrato in ogni gara che poteva lottare per le posizioni di vertice e vincere. Quindi, probabilmente Scaroni, se devo sceglierne uno. Sapevamo di cosa erano capaci gli altri. Aaron Gate è stata una piacevole sorpresa. I giovani si sono sviluppati bene. Per le prossime due stagioni, penso che sarà più facile. Contiamo molto sui nostri ragazzi.
Appunto, guardiamo avanti: ora come si ricomincia? L’obiettivo rimarrà sempre quello di fare punti o magari tornerete a correre in modo “tradizionale”, inseguendo vittorie?
Certo, vogliamo vittorie. Quest’anno nonostante tutto ne abbiamo ottenute 32. Penso che sia un risultato molto rispettabile, soprattutto rispetto agli anni passati. Non eravamo così performanti dal 2019, probabilmente. Quindi, finire tra le prime quattro del ranking è meraviglioso, non avrei potuto immaginare di meglio. Perciò, l’obiettivo è rimanere lì, nella top 10. Combattere per le vittorie quando ce n’è l’occasione. Gli obiettivi non cambiano.
Christian Scaroni è stata la news più bella per Vinokourov: 4 vittorie tra cui una tappa al Giro d’ItaliaChristian Scaroni è stata la news più bella per Vinokourov: 4 vittorie tra cui una tappa al Giro d’Italia
Sei di ritorno non solo dal Kazakistan ma anche dal primo breve ritiro a Montecatini: cosa hai detto ai corridori del 2025? E cosa dirai per il 2026?
Siamo stati a Montecatini. Non ci tornavamo da un po’, quindi penso sia una bella tradizione. Cosa ho detto ai corridori: «Grazie, ragazzi. Avete creduto in voi stessi. Abbiamo fissato un obiettivo e lo avete raggiunto». Quindi, grazie a tutti, ad ogni singolo atleta che ha lottato per ogni punto. E anche un grande grazie allo staff: hanno coperto tantissime corse. Tutti hanno messo impegno, quindi rispetto totale per tutti loro. In tre anni abbiamo fatto quasi 17 mila punti. Abbiamo battuto grandi squadre con budget il doppio del nostro. Come ho già detto, abbiamo dimostrato che ce la possiamo fare. E adesso sappiamo cosa possiamo fare. Sono orgoglioso di tutti loro.
E per il 2026?
Cosa gli ho detto? Come al solito, Astana forever!
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Drali Iridio in test. Taglia 54, 7,3 chili netti. Ruote Fulcrum da 57, pneumatici Continental, trasmissione Shimano Dura Ace. Una bici aero nata per correre.
Il soggetto è avere una bici aerodinamica, la bici protagonista è Drali Iridio. Una bici che mette da parte qualsiasi compromesso, è dedicata a chi ama spingere forte e tenere la velocità alta, una di quelle biciclette da “trattare male” per sfruttarne a pieno le potenzialità. Iridio è uno di quei mezzi che, più gliene dai e più ti dà.
Muscolosa, voluminosa e scolpita, oggettivamente bella e con molti dettagli di pregio, ricercati e distintivi che la rendono unica. L’abbiamo provata e ci ha colpito positivamente in diverse situazioni.
Geometria compatta, aggressiva, ma non estremaGeometria compatta, aggressiva, ma non estrema
La Drali Iridio del test
Una taglia 54 con un valore alla bilancia (rilevato e senza pedali) di 7,3 chilogrammi netti, considerando anche i due portaborraccia RaceOne (non in carbonio). Un peso comunque molto contenuto se consideriamo anche le ruote Fulcrum Speed 57, un vestito perfetto per questa bici, che al tempo stesso non è votato ad una leggerezza pronunciata (è necessario sottolineare che le Speed 57 sono leggere, pur avendo un’altezza di 57 millimetri, con un peso dichiarato di poco meno di 1500 grammi). Le ruote sono gommate Continental GP5000 (copertoncino) da 28 con camera d’aria in butile.
Trasmissione Shimano Dura Ace 52-36 e 11-30 (senza power meter), la sella di Selle Italia SLR kit carbonio. Il reggisella full carbon specifico per Drali Iridio, il cockpit integrato Drali anch’esso in carbonio (bello da vedere ed anche in questo caso perfettamente in linea con il concept espresso dalla Iridio). Il prezzo di listino parte dal kit telaio ed è di 5290 euro.
Drali Iridio in testIl nome annotato discretamente sul tubo orizzontaleLo sterzo nasconde la biciManubrio full carbon perfettamente in linea con il DNA della IridioC’è lo spazio per il magnete del power meter ShimanoForcellino UDHScatola centrale grande, non esagerata, ha la filettatura T47Molto belli e ben fatti, personalizzati, anche i perni passantiLa bussola filettata per il perno della forcellaSteli asimmetrici della forcellaDrali Iridio in testIl nome annotato discretamente sul tubo orizzontaleLo sterzo nasconde la biciManubrio full carbon perfettamente in linea con il DNA della IridioC’è lo spazio per il magnete del power meter ShimanoForcellino UDHScatola centrale grande, non esagerata, ha la filettatura T47Molto belli e ben fatti, personalizzati, anche i perni passantiLa bussola filettata per il perno della forcellaSteli asimmetrici della forcella
Le peculiarità di telaio e forcella
Drali Iridio adotta una fibra in alto modulo (HM) conlaminazione esterna MRB. Partendo dal tubo sterzo che adotta il suffisso Speed Taster. Adotta una sorta di rastrematura/svasatura centrale che si ispira ai telai in acciaio degli anni novanta e smorza leggermente la muscolarità della Iridio. Design e forme dei tubi sono influenzate dai dati NACA, con variazioni sul tema dovute alla personalizzazione fatta in casa Drali. Il seat-post è una lama se osservato frontalmente ed è assecondato da un blocchetto di chiusura integrato/nascosto nell’orizzontale. E’ disponibile con due arretramenti, 24 e zero off-set. Un buon range di scelta e la disponibilità dell’arretramento zero, a nostro parere, è fondamentale per questa categoria di bici e considerando le tendenze attuali della biomeccanica.
Il passaggio per le gomme, anteriore e posteriore è garantito fino a 34 millimetri di larghezza. Non in ultimo la forcella tutta in carbonio, con foderi sottili e arrotondati frontalmente che nella parte bassa mostra un design asimmetrico e le asole di sede dei perni sono ben fatte, integrate in modo ottimale.
Il piantone con la sua forma distintivaUna delle sezioni maggiormente distintiveLo sterzo con la sua svasatura centrale e superioreLa tubazione obliqua cambia i suoi volumi e “nasconde” i portaborracciaIl piantone con la sua forma distintivaUna delle sezioni maggiormente distintiveLo sterzo con la sua svasatura centrale e superioreLa tubazione obliqua cambia i suoi volumi e “nasconde” i portaborraccia
Due anni di sviluppo e un blend di soluzioni
Per contestualizzare ancora meglio la Iridio abbiamo chiesto anche a Manuel Colombo di Drali, strettamente coinvolto nel processo di evoluzione dell’azienda lombarda, così come nello sviluppo di bici e tecnologie produttive.
«Tutto il processo che coinvolge la Iridio – spiega – dal suo disegno alla produzione, è complesso e molto articolato. La bicicletta non è completamente prodotta in Italia come la Opale, ma è una sorta di blend produttivo italo/asiatico. Siamo intervenuti utilizzando le nostre skills in quei punti dove siamo realmente bravi. Ci siamo avvalsi di un partner asiatico, capace di mettere sul piatto standard produttivi e di tecnologie di altissima caratura per sviluppare quelle sezioni dove le tecnologie a noi disponibili non ci permettevano di raggiungere l’eccellenza.
«Questa scelta – prosegue Colombo – non è stata dettata dal risparmio. Inoltre, Drali Iridio è stato ed è per noi un esercizio che va ben oltre il proporre una bici aero concept, ma ha l’obiettivo di accontentare l’utente considerando aspetti tecnici che non sono esclusivamente legati alla sola aerodinamica».
Testata anche con le DT Swiss da 55Provata anche le Mavic da 45Testata anche con le DT Swiss da 55Provata anche le Mavic da 45
La nostra prova, i nostri feedback
E’ rigida e si sente parecchio, super performante anche per quello che concerne le geometrie. Ha un angolo del piantone molto drittoe uno sterzo piuttosto verticale che contribuisce ad accorciare il passo complessivo della bici al di sotto del metro di lunghezza. Per essere una taglia 54 di categoria aero, la Iridio è una bici corta. Agile e super scattante in diverse situazioni, ma è sulla capacità di mantenere alta la velocità il frangente dove fa la differenza. E’ bella tosta sull’anteriore, quanto sulla sezione centrale e in tutto il retrotreno.
Paga qualcosa in salita quando le pendenze vanno in doppia cifra per lunghi tratti, ma diciamo che non è il suo ambiente ideale e non è pensata per stare troppo tempo con il naso all’insù. Per avere una sorta di doppio confronto, l’abbiamo usata anche con ruote da 55 (le DT Swiss ARC 1100 Dicut di nuova generazione), oltre ad averla provata con un profilo da 45. Pensiamo al tempo stesso che proprio un cerchio da 45 sia il limite da considerare per la Iridio, scendere ulteriormente significherebbe snaturare il carattere della bicicletta.
Stabilità da primato, quasi inaspettata in discesa e nei cambi di traiettoria repentini. Inaspettata non perché la bici si mostri fuori equilibrio, semplicemente perché la rigidità ha un prezzo e una bici aerodinamica non è scontato che sia così stabile, precisa e anche facile da portare alla corda (in tutta sicurezza) come lo è la Iridio.
Una bici tanto sostenuta che non scompone mai, anche con il rapportone in salitaSuper velocissima e capace di mantenere la velocitàUna bici tanto sostenuta che non scompone mai, anche con il rapportone in salitaSuper velocissima e capace di mantenere la velocità
In conclusione
Gran bel mezzo, bici aero superlativa e super tirata in fatto di resa tecnica. Rigida e tanto grintosa, con una geometria marcatamente corsaiola che non lascia nulla al caso, non lascia nulla per strada. Non è una bici da passeggio ed una di quelle biciclette da vestire con l’abito adeguato, ovvero le ruote medie/alte. La performance che mette sul piatto va ben oltre il valore della bilancia e per sfruttarla al pieno delle potenzialità bisogna avere qualche malizia, far correre la bici e avere qualche watt aggiuntivo nelle gambe per stare su di giri.
ERBUSCO – Quando uno ha l’iride che gli brilla addosso non se ne vuole mai separare. Nemmeno a padel, Tadej Pogacar si è discostato di quei colori che indossa oramai dall’autunno 2024. Anzi, se li è fatti pitturare sui bordi della racchetta realizzata da MET che ricorda i grandi successi ottenuti proprio in quella stagione. Occorrerà aggiornare la grafica con qualche stella, vista la perla aggiunta nel 2025, ovvero il titolo europeo.
La collezione del re sloveno, anno dopo anno, si arricchisce di nuovi traguardi e già tutti sanno quali sono le gemme che ha messo nel mirino per quello venturo, ovvero quelle che ha sfiorato la scorsa primavera: Milano-Sanremo e Parigi-Roubaix. Questo weekend, tra una partita e una sfida al simulatore Red Bull, la leggenda vivente del ciclismo ci ha raccontato di come ha ricaricato le pile in vista delle nuove sfide.
Il punto di riferimento di Tadej Pogacar è sempre la compagna Urska ZigartIl punto di riferimento di Tadej Pogacar è sempre la compagna Urska Zigart
Contro Tiberi e Milesi al simulatore
Nella festa organizzata da A&J All Sports, è stato bello vedere l’asso del UAE Team Emirates XRG scendere in campo prima con il connazionale e astro nascente Jakob Omzrel (trionfatore al Giro NextGen 2025) e poi con un altro campione del mondo, Thor Hushovd. C’è da dire che, almeno sul campo da padel, era il norvegese a dettare i tempi, con tocchi da giocatore esperto. Soprattutto faceva effetto vedere che Tadej l’alieno sia un ragazzo come tanti nella vita quotidiana lontana dalla bicicletta. Con qualche colpo a vuoto con la racchetta come un qualunque giocatore della domenica o sorridente al volante pure quando prima Lorenzo Milesi e poi Antonio Tiberi l’hanno superato nelle sfide al simulatore della Formula 1.
Il manager Alex Carera se lo coccola: «E’ lo stesso ragazzo del 2019 e la nostra relazione non è cambiata di una virgola rispetto ad allora. Semmai, è molto più richiesto, perché è decisamente più famoso di allora, ma cerca di mantenere la stessa semplicità di sempre».
Pogacar ha giocato in coppia con Thor Hushovd, ma questa volta la vittoria è sfuggitaSulla racchetta da padel realizzata da MET nel 2024 le vittorie più belle di PogacarPogacar ha giocato in coppia con Thor Hushovd, ma questa volta la vittoria è sfuggitaSulla racchetta da padel realizzata da MET nel 2024 le vittorie più belle di Pogacar
Un campione immenso, una vita normale
Come se non bastasse, quando non si parla di ciclismo, Pogi è più loquace del solito: «Mi sono divertito un sacco a giocare con Thor. Ringrazio Alex e Johnny per aver reso così bello tutto questo evento. Divertente per una volta trovare il tempo di giocare a padel con altri colleghi ciclisti che condividono la stessa agenzia di management. Grazie a Thor qualche partita l’abbiamo vinta, ma purtroppo non sono riuscito a supportarlo a dovere e, per colpa mia, non abbiamo vinto il torneo, però è stato molto bello. Al simulatore, è stata molto avvincente la sfida finale con Tiberi, con sorpassi e controsorpassi nel giro conclusivo, ma lui è stato più bravo, riuscendo a superarmi proprio all’ultima curva. Nel complesso, è stata davvero una grande giornata».
D’altronde, dopo un 2025 a tutta, in cui gli obiettivi sono stati centrati, ma a volte con un grande dispendio di energie mentali, come ad esempio al Tour quando il ginocchio dava parecchi grattacapi, Tadej aveva tantissima voglia di staccare un po’ la spina. «Ho provato tantissime cose diverse, come avete visto ad esempio in questa giornata, nulla di speciale, un po’ quello che fanno tutti i ragazzi della mia età», ci ha raccontato. Il suo punto di riferimento è sempre Urska che si è divertita anche lei a cimentarsi nel padel così come altre colleghe, tra cui Elisa Balsamo.
Un’altra cosa che stupisce è che, nonostante l’assalto degli appassionati presenti all’Hub 4.0 (il circolo di padel di Rovato dove è cominciata la festa), Tadej abbia concesso foto e autografi a tutti quelli che gliel’hanno chiesto. Dai più piccini ai più grandi, senza dimenticare un tifoso speciale come Ernesto Colnago, passato a salutare il suo talento sul finire del pomeriggio e a farsi firmare qualche maglia iconica di questa incredibile stagione.
Più avvezzi al padel, Hushovd, Alex Carera, Beñat Intxausti (ex maglia rosa) e persino Ciccone: decisivi i consigli di Sinner?Più avvezzi al padel, Hushovd, Alex Carera, Beñat Intxausti (ex maglia rosa) e persino Ciccone
Primo ritiro a Benidorm
La prossima stagione scatterà ufficialmente il 10 dicembre da Benidorm (proprio dove Bugno bissò il suo titolo iridato) con il raduno della squadra. Ecco però che, quando si torna a parlare di ciclismo, Tadej cambia modalità e si fa subito serio, perché quando sale in sella non è uno che scherza.
«La mia stagione sarà divisa in due, prima le classiche, dopodiché la seconda parte sarà in funzione del Tour de France».
Come ci ha raccontato il ds Fabio Baldato all’ultimo Lombardia, Tadej nel 2025 ha attaccato tutte le volte che si è trovato da solo. Ma come fare a cogliere le due Monumento che mancano alla collezione? Tadej punta sull’ostinazione.
«In corse come la Sanremo e la Roubaix – dice – non è che servano troppe tattiche, bisogna soltanto andare e provarci. E, nel caso non funzioni, riprovarci ancora. Per ogni corsa la preparazione è differente e questo vale anche per corse iconiche come queste in cui la preparazione è differente rispetto a quella per il Tour. Abbiamo dei piani in mente, ma non abbiamo ancora studiato il calendario, ne parleremo tra qualche settimana quando ci raduneremo in Spagna».
Pogacar ha ammesso che Ganna e Van der Poel alla Sanremo lo spingono verso un livello sempre più altroPogacar ha ammesso che Ganna e Van der Poel alla Sanremo lo spingono verso un livello sempre più altro
Mental coach: no, grazie
Ciò che sembra sempre più possibile è che il suo esordio venga ritardato direttamente a marzo alle Strade Bianche, altra corsa che adora (come si vede dalla sua racchetta da padel) e che ha conquistato già tre volte. Nel ciclismo moderno, in cui si parla sempre più di numeri, Tadej prova a quantificare, ad esempio quello dell’ultima impresa dello scorso 11 ottobre che gli ha permesso di eguagliare nientemeno che Fausto Coppi.
«In una corsa come il Lombardia – dice – si bruciano più di 1000 KJ all’ora. Dunque, visto che lo sforzo dura in media sulle 6 ore o 6 ore e mezza, si può arrivare fino a 6500 KJ in totale. Direi che sono un bel po’». Alla domanda sull’idea o meno di avvalersi di un mental coach per lui che è sempre circondato da un bel carico di stress risponde secco: «No».
Non esiste una strategia particolare per vincere la Roubaix: andare, provarci e riprovarci Non esiste una strategia particolare per vincere la Roubaix: andare, provarci e riprovarci
Contro Ganna e Van der Poel
La lezione imparata dalla Sanremo 2025 e dal duello con Ganna e Van der Poel? «Che è molto difficile da vincere. Loro costringono me ad alzare il livello ogni anno, ma penso di costringerli anch’io a fare altrettanto. E’ un bello stimolo per tutti». Nibali consiglia di non essere ossessionato dalla Classicissima perché soltanto così è riuscito a vincerla, Hushovd rimane ammirato dal fatto che un corridore da Grandi Giri come Pogacar si sia trasformato in un cacciatore di classiche. «Davvero sensazionale quello che sta facendo», ci racconta il campione del mondo 2010 quando ci spostiamo alla serata nel non lontano club di Erbusco.
Anche qui è sempre Tadej il più atteso e la sua entrata in scena è degna dei divi di Hollywood, con gli speaker che continuano a elencare il suo sconfinato palmares mentre scende la scalinata e raggiunge il palcoscenico principale. Davvero comprensibile come spesso anche lui ami soltanto isolarsi e vivere la vita da ragazzo normale. Lo sloveno però non si tira indietro e si concede all’abbraccio del pubblico, firmando una maglia anche a un altro campione del mondo sulle due ruote, ma col motore: il centauro Marco Melandri.
L’incontro con Marco Melandri, la conoscenza e l’autografo sulla magliaL’incontro con Marco Melandri, la conoscenza e l’autografo sulla maglia
Una UAE diversa
Per quanto riguarda il Giro d’Italia, Tadej sposta il suo ritorno alla Corsa Rosa dal 2027 in avanti. «Sicuramente tornerò al Giro, mi piacerebbe moltissimo, ma la strada è ancora lunga. Adoro correre in Italia e sentire gridare il mio nome ed avere quell’accoglienza sulla Boccola come accaduto all’ultimo Lombardia è un qualcosa che mi carica moltissimo». E, a precisa domanda dei colleghi, non chiude la porta nemmeno all’incredibile ipotesi di disputare tutti e tre i Grandi Giri nello stesso anno. D’altronde, per un collezionista come lui, anche la Vuelta è un diamante ancora assente.
«Abbiamo una squadra fortissima. Sono contento dell’atmosfera che si respira nel nostro team – racconta ancora Tadej – e della relazione con i miei compagni». Poi ricorda il compagno festeggiato al Lombardia del mese scorso: «E’ stato fantastico correre con Rafa e abbiamo condiviso splendidi momenti e vittorie insieme. Ho imparato tantissimo da lui, sicuramente sentirò la sua mancanza, ma sono felice che abbia avuto una carriera strepitosa e sono fiero di esserne stato parte».
La classica torta di fine party, prima che gli atleti riprendano la preparazione per il nuovo annoBrindisi finale sul palco per gi atleti rappresentati dalla società dei CareraDa Ciccone in poi, in alto i calici per brindare a un grande 2025E certo Pogacar ha tanto da festeggiare…Brindisi finale sul palco per gi atleti rappresentati dalla società dei Carera
La salita preferita di uno che spiana qualunque pendenza? «Sinceramente non ne ho una particolare in corsa, perché in quel momento mi concentro solo su quello che sto facendo e a tirare fuori il meglio. Ci sono tanti posti però che adoro percorrere in allenamento. La Costa Azzurra offre tantissime opportunità e sono fortunato a vivere in posti così belli». Lo lasciamo agli ultimi momenti tranquilli con la sua giacca in tartan, che in queste ore ha già messo da parte per tornare a vestire l’amato completo iridato. Sanremo, Roubaix e Tour del 2026 non aspettano.
Analisi a tutto tondo del Tour di Pogacar con il "tecnico dei tecnici" della UAE Emirates, Matxin. Con una squadra in salute... le cose sarebbero potute andare diversamente
Due fratelli, uniti dalla stessa passione, dalla stessa doppia scelta strada-pista, ultimamente anche dalla necessità di cambiare squadra il che non è sempre un passaggio leggero per le sue implicazioni. Matteo e Sara Fiorin si ritrovano ad attendere il via del 2026 con tanti punti in comune. Lontani geograficamente, indirizzati verso obiettivi differenti ma legati come solo chi ha lo stesso sangue può essere.
Matteo in questa settimana è impegnato alla Sei Giorni di Gand, nella prova U23 con Davide Stella e la sua presenza non è casuale: «Per me è la prima volta qui e si sente che l’atmosfera è diversa da ogni altra gara su pista. Speriamo nei prossimi anni di correre anche quella elite, perché c’è un seguito fantastico».
La vittoria di Matteo Fiorin alla Vicenza-Bionde, la seconda nel giro di 24 oreLa vittoria di Matteo Fiorin alla Vicenza-Bionde, la seconda nel giro di 24 ore
Come giudichi in generale la tua stagione, sia per la strada che per la pista?
Bisogna fare due discorsi distinti. Per quanto riguarda la strada, di sicuro non è stato un inizio stagione ricco di soddisfazioni, nel senso che speravo di riuscire a vincere prima del 25 aprile quando ho vinto la prima corsa. E’ stato un anno dove sono migliorato tanto perché ho avuto la possibilità di allenarmi, cosa che l’anno scorso non era successa perché sono stato fermo parecchio tempo a causa degli infortuni. Ho raggiunto una buona condizione fino a inizio agosto, ma non ho avuto impegni per sfruttarla, poi a inizio settembre in una gara di rifinitura a Verona sono caduto, mi sono rotto la clavicola e lì è finita la mia stagione.
E per la pista?
Da inizio giugno in poi mi ci sono dedicato molto, anche perché gli impegni su strada scarseggiavano e quindi Salvoldi mi ha dato tanto spazio, mi ha fatto correre molto in giro per l’Europa e sono arrivati i risultati, come il bronzo nell’inseguimento a squadre al campionato europeo U23 di Anadia, quindi posso essere solo che contento. Dopo l’europeo ho fatto due 6 giorni, a Pordenone e Fiorenzuola e ho notato di essere migliorato davvero tanto su quel tipo di sforzo in pista di nelle gare di gruppo. Penso che sia la strada giusta.
Dopo l’esperienza all’europeo di febbraio, Matteo puntava ai mondiali, sfumati per un infortunioDopo l’esperienza all’europeo di febbraio, Matteo puntava ai mondiali, sfumati per un infortunio
Quando hai cominciato a pensare al cambio di società?
E’ una scelta maturata abbastanza naturalmente, visto che la MBH Bank, passando fra le professional, ha dovuto fare delle scelte. Io non sono riuscito a esprimere al meglio le mie potenzialità, quindi non si è mai concretizzata la possibilità di passare professionista. Quando poi sono stato contattato dalla Solme Olmo sapevo che aveva preso molti miei compagni di nazionale in pista, quindi ho pensato che fosse la scelta migliore.
E’ un po’ una scelta presa in comune accordo anche con Salvoldi, per potervi avere sotto mano con più facilità?
Credo che Giampietro Forcolin parlasse più dei ragazzi Arvedi che ha preso. E’ certo però che non avrò bastoni fra le ruote quando chiederò di andare in pista, ma non li ho mai avuti neanche quest’anno, quindi da quel punto di vista cambierà poco per me. E per quanto riguarda invece il discorso strada, magari avrò più occasioni di emergere con un treno ben strutturato. Ovviamente bisognerà trovare quell’intesa che serve, poi non sono l’unico velocista, quindi dovremmo anche fare delle scelte fra me, Anniballi e Fantini, ma ci conosciamo da tempo e non ci saranno problemi per decidere chi dovrà fare la volata e chi dovrà tirarla.
Durante l’estate il corridore di Seveso ha gareggiato molto su pista in tutta EuropaDurante l’estate il corridore di Seveso ha gareggiato molto su pista in tutta Europa
Cambiate squadra sia te che tua sorella, chi dei due si sente un po’ più ad affrontare un salto nel buio?
Sono due situazioni diverse, non ne abbiamo parlato. Lei viene da una WorldTour che è fallita, quindi è stata una scelta obbligata. Per quanto riguarda il salto nel buio, di sicuro nessuno ha la possibilità di fare una scelta sapendo effettivamente a cosa andrà incontro. Credo che tutti i cambi di casacca abbiano delle incognite.
Cosa ti aspetti ora dalla nuova stagione?
L’infortunio di settembre mi ha rovinato i piani, impedendomi di poter andare ai mondiali di Santiago. Dove avrei potuto provare a giocarmi un posto, anche se fortunatamente la concorrenza in questo momento è molto alta. Vorrei per questo ancor più partecipare all’europeo a inizio febbraio, perché sono più avanti nella preparazione rispetto a tutti, a causa dell’infortunio ho praticamente fatto un’off season molto anticipata. E quindi credo di poter arrivare con una buona condizione all’europeo. Su strada potermi giocare le carte in ogni volata a cui partecipo.
Un solo anno alla Ceratizit, poi i guai economici hanno costretto Sara Fiorin a cambiare ancoraUn solo anno alla Ceratizit, poi i guai economici hanno costretto Sara Fiorin a cambiare ancora
Sara va in Spagna, ma sarà come casa
Matteo giustamente sottolinea come le premesse per il cambio di squadra siano diverse, Sara è stata quasi costretta a trovarsi un nuovo team, approdando alla Laboral Kutxa. Lei comunque cerca di prenderla con filosofia: «In realtà mi sono trovata bene avevo preso le misure a questo mondo già dalla UAE, quindi non mi sono trovata in un ambiente totalmente nuovo. La stagione era iniziata alla grande, avevo fatto buoni piazzamenti all’UAE Tour, ho viaggiato tantissimo e devo ritenermi soddisfatta anche con la vittoria in El Salvador il 5 aprile».
Poi cosa è successo?
Al Giro d’Italia io puntavo alle tappe piatte, ce n’erano due e sono rimasta un po’ delusa dalla tappa con il passo del Tonale perché dopo essere rientrata nel gruppo, c’è stata la caduta in rotonda e fortunatamente non sono andata per terra. Sono riuscita a rimanere in piedi, ma il gruppo per la vittoria era ormai andato e mi è un po’ dispiaciuto perché un bel piazzamento secondo me sarei riuscita a portarlo a casa. Nella seconda tappa piatta invece non avevo proprio le gambe.
Il Giro Women è stato sfortunato per Sarà Fiorin, con la tappa alla quale puntava sfuggita per una cadutaIl Giro Women è stato sfortunato, con la tappa alla quale puntava sfuggita per una caduta
Poi però sei scomparsa dal calendario, una sola gara in Maryland…
La settimana dopo avevo l’europeo su pista ad Anadia, dove ho chiuso seconda nello scratch. Poi non avevamo più gare, la squadra si è trovata in difficoltà. Io ho fatto qualche gara su pista in estate e avrei dovuto finire lì, per l’America sono stata chiamata il giorno prima di partire perché una mia compagna si è sentita male.
Il contatto con la formazione basca quando è nato?
Fine settembre. Mi avevano già cercato l’anno scorso e mi ha fatto davvero piacere che si siano ricordati, vuol dire che credono nelle mie potenzialità e vedono in me una buona opportunità.
Quanto ha influito il fatto che si sta costruendo lì, nella squadra dei Paesi Baschi, un nocciolo importante tutto italiano?
Ci ho pensato, è una cosa che mi rende anche un po’ più tranquilla. Il fatto di poter parlare la mia lingua fa sempre piacere in squadra. Anche perché quest’anno ero l’unica italiana. Avere qualche compagna è sempre bello, soprattutto perché vivono anche vicino a me, quindi avrò l’occasione di allenarmi spesso con loro.
Sara Fiorin sul podio agli europei U23 di Anadia, argento nello scratch dietro la Brautigam (GER)Sara Fiorin sul podio agli europei U23 di Anadia, argento nello scratch dietro la Brautigam (GER)
Nella scelta del team quanto ha influito anche la possibilità che ti lascino fare la pista?
E’ un argomento che tiro sempre fuori in sede di contrattazione, perché è una cosa a cui tengo molto, la pratico fin da bambina e abbiamo esempi in Italia che dimostrano che si possa integrare bene con la strada. Nella squadra basca non ci sono molte altre che la fanno, ma per loro conta che non intacchi il calendario del team. Appena sapremo anche gli impegni su pista mi gestirò per fare il meglio in entrambe le situazioni.
La squadra nella quale sei entrata è veramente una multinazionale, perché ci sono molte nazioni che ne fanno parte e il gruppo italiano è quello più ricco, anche più delle spagnole stesse…
Io mi aspetto due anni di crescita in cui vorrei un po’ sistemare ogni tassello, a partire dalla preparazione, dalla nutrizione, anche a livello mentale. La preparazione è già avviata, ho anche cambiato preparatore e mi sto trovando molto bene. Sono sicura e fiduciosa che sia l’anno del grande salto di qualità.
Con Matteo vi trovate a cambiare squadra su basi differenti. Vi siete confrontati su questo tema?
No, sinceramente non ne abbiamo parlato, forse perché è avvenuto abbastanza naturalmente. L’ho visto molto tranquillo, poi è più bravo di me ad adattarsi alle nuove situazioni. E’ una sfida come lo è ogni cambiamento, che per me può sempre portare a qualcosa di buono.
Il ciclismo corre e cambia i suoi connotati. Fino a pochi anni fa si dava poco risalto alle gare per allievi sottolineando come in quella dimensione l’aspetto ludico dovesse mantenere la preminenza. E’ ancora così? Molti lo dicono, ma alla resa dei conti, assistendo alle gare, ci si accorge che ormai la categoria è vista come un vero e proprio antipasto degli juniores, come una porta d’accesso al ciclismo che conta.
La volata tricolore che ha premiato Tommaso Cingolani, già 1° nella crono, su Ceccarello e FioriniLa volata tricolore che ha premiato Tommaso Cingolani, già 1° nella crono, su Ceccarello e Fiorini
Ragazzini, ma dal fisico già strutturato
Ecco così che tutti quei principi di base, come il fatto che a quel livello il lavoro di squadra è ancora un concetto astratto, perdono valore. La categoria sta cambiando, non a caso i procuratori guardano già con sempre maggiore interesse a quanto avviene a quei livelli, vanno a caccia di talenti, ma il problema rimane sempre lo stesso: ci si dimentica spesso che la maturazione non ha gli stessi tempi per tutti
Innanzitutto dal punto di vista fisico: chi gira per le gare degli allievi si accorge che ci sono ragazzi di 15-16 anni già formati, strutturati e che sfruttano questo vantaggio fisico per emergere. Ma la maggior parte non è così, è ancora lontana dal raggiungere la sua conformazione ideale e definitiva: chi dà a questi il tempo di farlo? Il rischio di perdere di vista talenti importanti è concreto e il ciclismo italiano non può permetterselo.
In 336 gare si sono registrati 128 vincitori diversi e 266 ciclisti sul podio. Primato di presenze per Agnini, Alessiani ed Endrizzi con 21In 336 gare si sono registrati 128 vincitori diversi e 266 ciclisti sul podio. Primato di presenze per Agnini, Alessiani ed Endrizzi con 21
Si gareggia troppo?
Non è questo l’unico rischio: c’è anche il fatto che il calendario, stretto com’è nella fascia tra marzo e ottobre, è sovrabbondante. Abbiamo preso in esame 336 gare, se poi si considera che molti (per fortuna…) fanno anche altre attività, come il ciclocross invernale oppure la mountain bike in alternativa, ci si accorge che i ragazzi sono impegnati praticamente tutti i fine settimana. Ma parliamo di ragazzini impegnati con la scuola, che tra allenamenti e gare vivono un impegno alternativo che riempie le loro giornate. Forse anche troppo…
E’ un problema solo italiano? Assolutamente no. Una considerazione che emerge guardando la stagione è che ormai abbiamo una categoria che è copia conforme a quella successiva. Squadre di riferimento assoluto, trasferte in giro per l’Italia a ogni pié sospinto, ma c’è un altro dato che emerge: i confronti sempre più frequenti con gli stranieri. In Italia in questa stagione sono emersi spesso nuovi talenti sloveni, come quel Maks Olenik vincitore dell’ultima Coppa d’Oro battendo un suo connazionale. Le imprese di Pogacar stanno facendo proseliti, il movimento locale è in forte incremento come nel tennis avviene anche da noi…
Maks Olenik vincitore della Coppa d’Oro su Keun, suo connazionale. Gli sloveni hanno vinto più gare in Italia (foto Mosna)Maks Olenik vincitore della Coppa d’Oro su Keun, suo connazionale. Gli sloveni hanno vinto più gare in Italia (foto Mosna)
Le squadre di riferimento
L’analisi della stagione dice che ci sono squadre che rappresentano i fari della categoria allievi, portando a casa la maggior parte delle vittorie. Come la Petrucci Zero24 e il Team Iperfinish che spesso finiscono per accaparrarsi podi popolati solamente da loro rappresentanti. Questo significa che già a quell’età si fa la corsa per entrare in quei contesti, dove c’è anche una forte concorrenza interna. Come in ogni cosa, è un fattore che può avere una valenza positiva o negativa, dipende da come lo si guarda.
Che non si possa più parlare di una categoria dove l’agonismo e l’aspetto tecnico sono in secondo piano passa anche dall’evoluzione delle corse a tappe, in importante sviluppo. E che danno responsi importanti, ad esempio mettendo in evidenza Andrea Endrizzi, corridore del VC Marostica vincitore de Le Fiumane, prova su 5 frazioni e poi terzo al Giro delle Tre Province, vinto da Andrea Gabriele Alessiani.
Il podio de Le Fiumane, corsa a tappe vinta da Andrea Endrizzi su Zanei e BrustiaIl podio de Le Fiumane, corsa a tappe vinta da Andrea Endrizzi su Zanei e Brustia
Il primatista delle vittorie
Il portacolori del Petrucci Zero24 Cycling Team è sicuramente il corridore che si è messo più in luce in questa stagione: primatista di vittorie fra gli allievi con 11 successi, trionfatore al Gran Premio Liberazione a Roma, Alessiani rappresenta pienamente il discorso fatto prima, con uno sviluppo fisico prepotente tanto che a guardarlo si pensa di essere davanti a uno junior già formato e pronto per il grande salto.
E’ proprio in casi come il suo che bisogna lavorare di cesello, evitando la facile tentazione di fargli saltare le tappe. In fin dei conti, se si dice che è dagli juniores che si comincia a fare sul serio, una ragione ci sarà…
Alessiani vincitore del Liberazione a Roma. Un fisico già definito, che lo fa emergere in molti ambiti tecniciAlessiani vincitore del Liberazione a Roma. Un fisico già definito, che lo fa emergere in molti ambiti tecnici
L’effervescenza nelle Isole
Andando in profondità c’è però un altro elemento, per certi versi un po’ nascosto, che emerge ed è la forte vitalità che emerge da regioni solitamente considerate ai margini della grande attività, come Sicilia e Sardegna. Dove non solo si svolgono molte gare per allievi (magari all’interno di altre, con classifiche estrapolate) ma emergono anche buoni talenti, grazie soprattutto al fatto che c’è un forte scambio con altre regioni.
I migliori delle Isole vanno a gareggiare anche nel continente e alcune prove locali raccolgono adesioni anche da team di riferimento di altre regioni. Questo è un dato anche superiore a quanto avviene poi fra gli juniores, dove ad esempio l’attività siciliana è strettamente locale e quella sarda molto ridotta in paragone. Su questo aspetto bisognerebbe sicuramente lavorare.
Non solo biciclette. Van Rysel spinge forte anche nella categoria dei capi tecnici di alta qualità e dalla resa tecnica elevata. Il marchio francese diventa sempre più un marchio premium sotto ogni punto di vista, ma i prezzi restano al di sotto della media della categoria.
Abbiamo provato la giacca Racer2 e la calzamaglia RCR Extreme. Sono due capi davvero tecnici, ben fatti e curati nel dettaglio, minimali al primo impatto visivo, ma ricchi di soluzioni per nulla banali, votati al comfort,praticità e protezione. Ecco le nostre considerazioni.
Il brand di alto livello di DecathlonIl brand di alto livello di Decathlon
Van Rysel categoria Racer
Entrambi i capi oggetto del nostro approfondimento fanno parte della categoria Racered è la top di gamma Van Rysel. Racer2 è la giacca ergonomica ed aderente (vestibilità ProFit) con spessori ridotti (soprattutto nelle maniche), che non rinuncia a nulla in fatto di protezione. E’ composta da una membrana anti-vento esterna che al tempo stesso ha un buon potere idrorepellente. Internamente alterna tessuti dalla struttura diversa e con spessori differenziati, applicati in modo strategico. L’obiettivo è garantire una termoregolazione costante e una veicolazione del sudore all’esterno del capo, senza accumuli.
Ha complessivamente 5 tasche posteriori, 3 classiche ed una centrale con la zip, alle quali si aggiunge un’altra tasca esterna in rete. Tanto spazio accessibile che serve sempre e non guasta mai anche nell’ottica di uscite lunghe. Il tessuto delle tasche è parecchio elastico, vantaggioso. Colletto mediamente alto, finemente e leggermente imbottito in modo da non bagnarsi con il sudore, morbido in modo da adeguarsi in modo ottimale in caso di utilizzo di scaldacollo aggiuntivi. Zip lunga e sostanziosa, arricchita con un cursore dotato di bandella facile da raggiungere sempre. Inoltre la zona delle scapole presenta delle asole (coperte e protette) che aumentano la veicolazione dell’umidità verso l’esterno. Ottima scelta, una soluzione tanto semplice quanto efficace. E poi c’è il valore aggiunto della mezzaluna posteriore che all’occorrenza si allunga sui glutei, adattabile e idrorepellente. Una gran bella idea.
Taglio race non estremo, facile da indossareBretelle elastiche e forate, tessuti giro vita caldi e traspirantiTutte le pannellature dei capi sono (poco o tanto) idrorepellentiFondello di ottima qualitàTaglio race non estremo, facile da indossareBretelle elastiche e forate, tessuti giro vita caldi e traspirantiTutte le pannellature dei capi sono (poco o tanto) idrorepellentiFondello di ottima qualità
La calzamaglia RCR Extreme
E’ una salopette lunga. Disegnata, sviluppata e prodotta per chi vuole allenarsi intensamente anche quando le temperature scendono in modo importante. Cosa serve quando ci si allena con il freddo e si cerca intensità? L’atleta agonista necessita di libertà nei movimenti e adattabilità del capo. Al tempo stesso ha bisogno di protezione e di una giusta termicità dei tessuti che devono essere idrorepellenti nel modo adeguato. La salopette deve integrare un fondello adatto all’agonismo.
Il tessuto posizionato su fianchi e glutei, cosce e sulle gambe, fino alle caviglie alterna spessori e densità differenziate. Sulle articolazioni c’è una maggiore elasticità, mentre sulle sezioni meno soggette a rotazione movimento il tessuto caldo è completato da una membrana che protegge dal freddo (mai goffa e troppo rigida). Sulle caviglie il tessuto è molto sottile e privo di imbottiture, per evitare accumuli di umidità. Anche il giro vita ha spessori differenziati, caldo dove serve e più leggerezza dove è fondamentale garantire quest’ultima. Le bretelle sono molto elastiche e forate. Il fondello è prodotto da Elastic Interfacesuspecifiche Van Rysel (sempre una garanzia). E’ molto scarico al centro e nella sezione anteriore che funge come una “tasca”, pieno e sostanzioso ai lati (e punti principali di contatto). A nostro parere è un fondello che trova la giusta interfaccia con le selle moderne che presentano il foro/canale di scarico centrale.
Zip lunga con bandella facilmente accessibile e funzionaleTessuti interni alla giacca con struttura differenteI due sbuffi sopra le scapole, ottima soluzioneIl posteriore della giacca presenta una “coda” waterproof estraibile a piacereAnche durante l’attivitàTasche capienti ed elastichePeso della giacca in taglia S, sotto i 340 grammiZip lunga con bandella facilmente accessibile e funzionaleIl posteriore della giacca presenta una “coda” waterproof estraibile a piacereAnche durante l’attivitàTessuti interni alla giacca con struttura differenteI due sbuffi sopra le scapole, ottima soluzioneTasche capienti ed elastichePeso della giacca in taglia S, sotto i 340 grammi
In conclusione
Van Rysel cala un bell’asso pigliatutto con i due capi della gamma Racer. Sono belli e fatti bene, sono sfruttabili e pur avendo una vestibilità ergonomica/asciutta, non sono estremi, ovvero non fanno l’effetto sottovuoto. La giacca, in proporzione è ancora più versatile della salopette, quest’ultima maggiormente specifica per le giornate più fredde quando il vento freddo pizzica e infastidisce. A prescindere dall’utilizzo e dall’approccio soggettivo in termini di utilizzo, i due prezzi di listino valgono al 200% la tecnicità di RCR Extreme e Racer2. Rispettivamente 79,99 euro per la calzamaglia e 69,99 per la giacca, prezzi molto interessanti e abbondantemente al di sotto della categoria normalmente dedicata agli agonisti.
Quattro anni da corridore e poi altri ventisei in ammiraglia, a seguire, allenare, parlare e veder crescere giovani di generazioni tanto diverse ma con un’unica passione: il ciclismo. Le strade di Cristian Pavanello e della Borgo Molino Vigna Fiorita si sono separate dopo trent’anni, una scelta difficile ma necessaria. Il cammino intrapreso insieme è giunto a un bivio e non è stato più possibile proseguire l’uno accanto all’altro (in apertura Photors.it).
«Ho fatto il diesse per tanti anni – racconta Pavanello quando lo chiamiamo per raccontarci questa storia – ma non sono io il padrone di casa. In queste situazioni nel momento in cui non sei d’accordo con determinate scelte è il momento di voltare pagina. La stagione 2025 non è stata una delle migliori, ma in tanti anni di attività possono capitare delle annate storte. Abbiamo avuto degli infortuni che ci hanno rallentati, succede e si guarda avanti».
Cristian Pavanello dopo 26 anni lascia la Borgo Molino Vigna Fiorita (Photors.it)Cristian Pavanello dopo 26 anni lascia la Borgo Molino Vigna Fiorita (Photors.it)
Tuttavia le strade si dividono…
Chi è a capo del team ha voluto fare dei cambiamenti sui quali non mi trovavo d’accordo. Si è voluto inserire del personale nuovo che avesse un collegamento con squadre WorldTour, sinceramente mi è sembrato un passo fin troppo grande. E’ normale che dopo tanti anni si provi a cambiare, tutti cerchiamo di restare aggiornati e seguire i tempi.
Quale aspetto non ti ha convinto?
Si vogliono apportare determinati cambiamenti in una categoria, quella juniores, nella quale i ragazzi hanno ancora tante altre cose a cui pensare. Prima tra tutte la scuola. Il ciclismo in età giovanile e adolescenziale non dovrebbe essere visto come una professione, eppure questo già succede. Ci sono ragazzi che lasciano gli studi.
Il 2025 è stato un anno difficile ma non privo di soddisfazioni, qui la vittoria al GP Rinascita, la corsa di casa del team (Photors.it)Il 2025 è stato un anno difficile ma non privo di soddisfazioni, qui la vittoria al GP Rinascita, la corsa di casa del team (Photors.it)
Un mondo, in generale, nel quale si fa fatica a riconoscersi?
Sono arrivate anche qui (tra gli juniores, ndr) le società satellite dei team WorldTour. Per fronteggiare e competere contro queste armate non basta dire: «Facciamo come loro». Stiamo parlando di realtà con budget praticamente illimitati e un numero di personale decisamente superiore e qualificato. Per restare al passo con i tempi serve fare scelte ponderate, non basta la voglia di simulare ciò che fanno questi team.
In Italia è possibile?
Partiamo dal dire che il regolamento federale non aiuta, non è colpa della Federazione perché per aggiornarci serve tempo e mettere d’accordo tante teste (troppe forse, ndr). Ma facciamo un paragone.
I devo team juniores hanno alzato il livello, rendendo difficile per le squadre italiane il confronto, qui la Grenke Auto Eder in parata al 37° Trofeo GD Dorigo (foto Instagram/ATPhotography)I devo team juniores hanno alzato il livello, rendendo difficile per le squadre italiane il confronto, qui la Grenke Auto Eder in parata al 37° Trofeo GD Dorigo (foto Instagram/ATPhotography)
Prego…
Un devo team juniores può prendere ragazzi di tante nazionalità diverse, senza limiti (il Team Grenke-Auto Eder nel 2025 aveva nove ragazzi di sette nazionalità differenti, ndr). Una squadra juniores italiana può prenderne al massimo uno e poi due atleti con un punteggio superiore a 35. Va da sé che nel confronto non si parta ad armi pari, anche perché ogni domenica corri contro atleti di livello internazionale e noi abbiamo al massimo uno o due ragazzi che possono competere (ne è esempio il successo in parata della stessa Grenke-Auto Eder al Trofeo Dorigo, ndr).
Guardiamo all’estero ma il confronto è difficile?
E’ tutto completamente diverso, hanno capacità e metodi che per noi sono impossibili da replicare. Pensate al calendario, questi devo team possono correre all’estero quando vogliono. Lo staff e il personale sono pagati e fanno questo di lavoro. In Italia ci basiamo ancora sul volontariato: sacrosanto e per fortuna che esista, ma non si può competere.
In Italia il movimento juniores si è sempre basato su solide realtà, ma la crisi è evidente (Photors.it)In Italia il movimento juniores si è sempre basato su solide realtà, ma la crisi è evidente (Photors.it)
Impossibile farlo ora, ma in futuro?
Penso sia possibile, ma si deve fare tutto grado per grado. E prima di quei cambiamenti portati avanti dal team si devono fare altre cose. Ad esempio c’è il discorso dei materiali: biciclette, abbigliamento, ecc… I devo team si basano sulle squadre WorldTour, possono offrire all’atleta un supporto illimitato. Da noi avere due o tre biciclette, poi la bici da cronometro e kit nuovi ogni mese è impossibile.
Di squadre che sanno lavorare bene ce ne sono anche da noi…
Chiaramente davanti all’offerta dall’estero un ragazzo si fa attrarre, così come la famiglia. Sembra che in Italia non siamo più bravi a fare nulla, non penso sia vero. Abbiamo le nostre qualità, certo per competere con determinate realtà si fa fatica. Ma ci siamo sempre difesi.
L’accordo tra Borgo Molino e Coratti era stato siglato tra i due presidenti, Pietro Nardin e Simone Coratti. Poi il dietrofront di questi giorniL’accordo tra Borgo Molino e Coratti era stato siglato tra i due presidenti, Pietro Nardin e Simone Coratti. Poi il dietrofront di questi giorni
E’ notizia di qualche giorno fa che la Borgo Molino e il Team Coratti non si uniranno più.
Era un’iniziativa portata avanti da me, negli anni ne abbiamo fatte tante tra Italia ed estero. Non so come mai non sia proseguita la cosa. Io avevo fatto incontrare i due presidenti delle squadre che poi erano arrivati a trovare l’accordo, ma è saltato tutto. A mio avviso era una bella iniziativa. Va bene ambire al WorldTour (l’obiettivo dichiarato della Borgo Molino è diventare devo team entro cinque anni, ndr) ma prima sarebbe stato meglio aprire gli occhi e allargare il bacino d’utenza in Italia.