Allenare i giovanissimi, l’esperienza virtuosa di Simone Tortato

26.11.2025
7 min
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Simone Tortato ha corso fino ai dilettanti, poi un infortunio l’ha fermato ad un passo dal professionismo. La passione però non è mai svanita e, dopo aver continuato a correre da amatore, quattro anni fa ha creato nel suo paese, Marcon in provincia di Venezia, una squadra di giovanissimi, i bambini dai 7 ai 12 anni.

Un’esperienza di ciclismo dal basso all’insegna del divertimento e dell’educazione, più che della competizione a tutti i costi.  Un’esperienza che è cresciuta di stagione in stagione dando a Tortato molte soddisfazioni, sia sportive che umane. L’abbiamo contattato per farci raccontare questa storia.

Tortato giovanissimi
Tortato, (al centro) quattro anni fa ha deciso di dare un’opportunità ai giovanissimi del suo paese, Marcon in provincia di Venezia
Tortato giovanissimi
Tortato, (al centro) quattro anni fa ha deciso di dare un’opportunità ai giovanissimi del suo paese, Marcon in provincia di Venezia
Simone, come avete cominciato?

Siamo nati come una normale società amatoriale, l’ASD Velodrome Marcon, il prossimo anno sarà la nostra decima stagione. A fine 2022 un mio amico mi ha detto che a suo figlio della categoria giovanissimi sarebbe piaciuto iniziare col ciclismo, e se potevamo pensare a qualcosa, quello è stato il “LA” per iniziare. Il primo anno con quattro bambini, poi sempre di più. Avendo tanti amatori abbiamo contato sulla solidarietà, senza sponsor. Tutt’ora non abbiamo l’ammiraglia e dobbiamo fare nel nostro meglio con i genitori.

Un esperimento che però ha attecchito subito… dove vi allenate?

Dopo il primo anno con quattro bambini, l’anno scorso siamo arrivati ad una decina, e quest’anno a quindici. Le prime due stagioni andavamo ad allenarci in un bike park un po’ lontano, a circa 30 chilometri da Marcon, il nostro paese. Quest’anno per fortuna il Comune ci ha dato l’uso prioritario di un parco poco utilizzato, che stava diventando zona degradata. E noi in questo modo l’abbiamo valorizzato.

Tortato giovanissimi parco
Gli allenamenti dell’ASD Velodrome Marcon si svolgono in un parco della città, come anche alcune gare
Tortato giovanissimi parco
Gli allenamenti dell’ASD Velodrome Marcon si svolgono in un parco della città, come anche alcune gare
Quindi più mtb che strada, giusto?

Esatto, ci stiamo orientando più sulla mtb proprio per questo, perché non possiamo allenarci nei parcheggi pubblici, e in strada tanto meno. Abbiamo puntato fin da subito più sul gioco e sull’educazione che sulla competizione.

Cioè?

Abbiamo visto che per le famiglie è molto più semplice far venire i figli agli allenamenti due volte a settimane che alle gare, anche a livello logistico. Perché per venire al parco possono partire direttamente da casa in bici, invece alle gare magari c’è da organizzarsi una giornata intera. Quindi abbiamo deciso che per noi la competizione sarebbe diventata secondaria. Questo ha creato un ambiente più giocoso e attrattivo, anche perché nelle gare c’è già molto agonismo anche a tra i giovanissimi. Noi invece cerchiamo di andare solo agli eventi dove premiano tutti.

Tortato giovanissimi parco
A quell’età il ciclismo è un modo per ritrovarsi e stare assieme anche al di fuori della scuola, un’opportunità di socializzazione
Tortato giovanissimi parco
A quell’età il ciclismo è un modo per ritrovarsi e stare assieme anche al di fuori della scuola, un’opportunità di socializzazione
E questo funziona?

Assolutamente sì. Per esempio tra no non usiamo più la parola “ultimo”. L’ultimo è quello che non viene, che non partecipa, non chi arriva dopo gli altri. Se siamo in sette si va dal primo al settimo, in modo che nessuno si senta “ultimo”, ma parte di un gruppo. Anche perché poi comunque chi ha i numeri poi emerge lo stesso. Un altro esempio. Il figlio del mio amico di cui parlavo era predisposto a correre e vinceva comunque. Al punto che poi quando è passato esordiente, con un’altra squadra, ha vinto il campionato italiano. L’abilità di un allenatore è quella di adeguarsi a chi ha di fronte, deve assecondare le diverse caratteristiche dei ragazzi, specie a quell’età. Quando hai davanti molti bambini, tutti diversi, devi lavorare con queste due varianti, educative e di performance. In questo modo è possibile creare  un ambiente accogliente sia per il campioncino che per chi viene solo per la compagnia, e vengono tutti volentieri. 

Si sente dire spesso però che in questo modo si sfavoriscono i più meritevoli… 

Non è vero. Sono ormai quattro anni che alleno, e ho un bambino che è con noi fin dall’inizio ed è arrivato sempre ultimo. Ma continua a venire perché si diverte, ed è il mio orgoglio, anche più del campione italiano. Anche perché se lo perdi poi cosa fa? Magari qualcosa di meno educativo per lui. A quell’età i bambini devono sentirsi nella loro dimensione, che non vuol dire tarpare le ali ai più forti, anzi. E lo dico da agonista, da uno che ha corso in tutte le categorie fino ai dilettanti e a cui piace la competizione. 

Tortato giovanissimi bici
Circa una volta al mese i giovanissimi dell’ASD Velodrome Marcon vanno ad allenarsi al velodromo, con le bici da strada
Tortato giovanissimi bici
Circa una volta al mese i giovanissimi dell’ASD Velodrome Marcon vanno ad allenarsi al velodromo, con le bici da strada
Come si svolge un allenamento dei giovanissimi?

Abbiamo questo parco in cui abbiamo costruito un circuito, che è una modalità semplice e funzionale. In questo modo i ragazzini più performanti possono continuare a girare, e quelli che fanno più fatica possono fermarsi ogni tanto e riprendere quando se la sentono. Cosa che in strada non sarebbe possibile. Ora che siamo in paese intercettiamo i locali, perché ci siamo accorti che uno dei problemi più grossi, specie per le mamme, è quello di caricare la bici in bici in macchina. Invece poter partire da casa e venire direttamente in bici col bambino fa tutta la differenza del mondo. Ogni tanto li porto in pista a Portogruaro, dove c’è uno dei migliori velodromi italiani. Lì imparano altre tecniche di guida con le bici da strada.

Le bici le fornite voi?

Col tempo piano piano ne ho recuperate una decina, quindi sono della squadra e le forniamo noi. Altrimenti quasi nessuno la comprerebbe, anche perché poi dopo 2 anni devono cambiarla, quindi è fondamentale. Il problema più grosso è dove trovare i ricambi, e forse la Federazione dovrebbe prendere in considerazione questo problema. Perché la mtb ce l’hanno tutti, ma la bici da strada invece no. Dobbiamo trovare delle soluzioni per avvicinare sempre più bambini senza che diventi un costo proibitivo per le famiglie. Perché poi il talento lo tiri fuori dai grandi numeri, è più facile trovarlo tra 1000 che tra 100 o tra 10. Quello che vedo invece è che ci sono sempre meno squadre, meno gare.

Tortato giovanissimi bici
Il ciclismo tra i bambini, secondo Tortato, dovrebbe puntare più sull’inclusione che sull’agonismo, aprirsi ad ogni tipo di bici e livello di competenze
Tortato giovanissimi bici
Il ciclismo tra i bambini, secondo Tortato, dovrebbe puntare più sull’inclusione che sull’agonismo, aprirsi ad ogni tipo di bici e livello di competenze
Cosa dovrebbe fare secondo te la Federazione in questo senso?

Cercare di semplificare al massimo, magari facendo un passo indietro su alcune restrizioni. Adesso per far nascere un squadra occorrono delle bici con tutti i crismi, altrimenti è un problema. Noi come squadra abbiamo organizzato quest’estate il gioco-bimbi, un evento aperto ai bambini non tesserati, appoggiati alla sagra di paese. Abbiamo avuto 91 partecipanti, un grandissimo successo, al punto che tanti poi mi hanno chiamato per sapere come abbiamo fatto. Il segreto sia dare il più possibile l’accessibilità dal basso, dalle scuole, nelle sagre, fare in modo che sia uno sport più aperto. Dove anche se uno viene con la bici da casa va bene lo stesso. Invece una gara vera e propria, con le ammiraglie e le bici belle, magari è respingente per alcuni. Si deve ripartire dal ciclismo popolare. Noi non a caso siamo passati da 4 a 15 iscritti così, dando accessibilità.

Avete novità in serbo per il 2026?

Faremo quello che abbiamo fatto finora, ma cercando di migliorare ancora. Abbiamo già nuovi bambini che vogliono provare e genitori che si mettono a disposizione, cosa che per noi è un importante valore aggiunto. Anzi sono molto contento delle persone attorno a noi, perché c’è una grande sensibilità a riguardo, sposano la nostra filosofia. Poi quando i giovanissimi iniziano ad avere 11-12 anni cominciamo a metterci un po’ alla volta dell’agonismo per chi vuole. Ma da piccoli secondo me non serve a niente, anzi può essere controproducente.

Tortato giovanissimi
I numeri degli iscritti continuano a crescere, un segnale che il format funziona
Tortato giovanissimi
I numeri degli iscritti continuano a crescere, un segnale che il format funziona
Simone, ultima domanda. La soddisfazione più grande in questi anni?

L’anno scorso ho avuto tre esordienti selezionati dal Veneto per i campionati italiani che avevano corso con me. Quindi vuol dire che anche a livello tecnico facciamo bene. Ma cerco sempre di concentrarmi sul singolo, sulle sue necessità, che sono uniche e particolari. Non a caso ho avuto due grandi soddisfazioni in questi anni. Aver vinto i campionati italiani e avere ancora con me quel bambino che è sempre arrivato ultimo. Una bellissima sintesi del mio modo di allenare i più giovani.

Renato Favero, Soudal Quick-Step Development 2025

Favero: la scuola della Soudal e l’esame con la Biesse

26.11.2025
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Il periodo di riposo di Renato Favero ha tardato un po’ di più rispetto agli altri ad arrivare, infatti il corridore che dal 2026 sarà con la Biesse Carrera Premac di Marco Milesi e Dario Nicoletti ha corso i mondiali elite su pista in Cile. Solo una volta terminati i suoi impegni con il quartetto e l’inseguimento individuale ha potuto trovare la meritata pausa invernale. Una quindicina di giorni prima di riprendere la preparazione il 10 novembre. Prima in maniera leggermente più blanda con qualche sessione di palestra, della corsa a piedi, il tutto intervallato da qualche uscita in mtb

Renato Favero, Italia, mondiali pista 2025, Santiago del Cile, inseguimento individuale
Renato Favero, Italia, mondiali pista 2025, Santiago del Cile, inseguimento individuale
Renato Favero, Italia, mondiali pista 2025, Santiago del Cile, inseguimento individuale
Renato Favero, Italia, mondiali pista 2025, Santiago del Cile, inseguimento individuale

Già all’opera

Nel momento in cui lo chiamiamo Favero ha appena finito una sessione di rulli, è quasi sera ma la giornata lo ha portato a fare un check insieme al suo preparatore per capire se gli esercizi in palestra vengono fatti nella maniera corretta. 

«Un controllo che ha confermato che sto facendo tutto bene – dice Favero con un sorriso – però ci siamo presi il giusto tempo, quindi non ho avuto modo di uscire in bici, così ho recuperato con una sessione di rulli. Adesso sono ufficialmente entrato nel vivo della preparazione. Non ho ancora avuto modo di conoscere personalmente i nuovi compagni e lo staff, ma dovrei farlo a dicembre ai primi test. Oppure ci sarà il tempo di farlo a gennaio con il ritiro a Denia, in Spagna. Negli anni al devo team della Soudal Quick-Step andavamo ad Altea, lì vicino. Cambia il nome della cittadina ma non quello delle salite e delle strade che faremo (sia Denia che Altea si trovano nella Comunità Autonoma Valenciana, ndr)». 

Favero (al centro) insieme a Giami e Grimod (rispettivamente a destra e sinistra) ha vinto il titolo iridato nell’inseguimento individuale da juniores (foto Uci)
Favero (al centro) è da anni nel giro della pista azzurra e da juniores ha vinto il titolo iridato nell’inseguimento individuale (foto Uci)
Che off-season è stata quella dopo il mondiale su pista in Cile?

Rilassante, sono andato in vacanza con i miei amici della pista: Etienne Grimod e Luca Giaimi. Praticamente tra mondiale e ferie abbiamo passato un mese abbondante insieme. Abbiamo un bellissimo rapporto e stare con loro è davvero piacevole. 

Dal mondiale sei tornato soddisfatto?

Speravo di fare qualcosa di meglio. Il quartetto è andato abbastanza bene alla fine, siamo arrivati a pochi decimi di secondo dal podio. Alla fine eravamo un quartetto pressoché giovane, quindi va bene così, anche perché le altre nazionali avevano un livello davvero alto. Mentre, nell’inseguimento individuale pensavo di andare molto più forte. Tuttavia dopo una stagione lunga e con le fatiche del quartetto non è stato semplice fare una buona prestazione. 

Renato Favero, Soudal Quick-Step Development 2025
Renato Favero è passato under 23 con la Soudal Quick-Step Development nel 2023
Renato Favero, Soudal Quick-Step Development 2025
Renato Favero è passato under 23 con la Soudal Quick-Step Development nel 2023
Possiamo dire che dal prossimo anno prenderai il posto di Grimod alla Biesse? Gli hai fatto qualche domanda?

Siamo sempre in contatto e in questi due anni ha sempre parlato bene della Biesse, quindi non gli ho fatto tante domande perché sapevo già tante cose. Quando ho scoperto che non avrei più continuato con la Soudal Quick-Step ho capito che all’estero sarebbe stato difficile trovare spazio. Nel momento in cui mi hanno detto dell’interessamento della Biesse Carrera ho accettato subito, credo siano la miglior continental italiana e così ho firmato con loro. 

Perché le strade tue e della Soudal si sono separate?

A inizio luglio mi hanno detto che non avrei proseguito il mio cammino in Belgio, sinceramente il perché non mi è mai stato detto. Penso si aspettassero qualcosa in più nella prima parte della stagione, periodo nel quale ho fatto più fatica. Avevo firmato un contratto di due anni con il devo team e al termine hanno deciso di non continuare.

Renato Favero, Soudall Quick-Step Development, Paris-Roubaix Espoirs (foto Freddy Guérin/DirectVelo)
Favero ha deciso di seguire la strada delle Classiche, qui alla Paris-Roubaix Espoirs nel 2024 (foto Freddy Guérin/DirectVelo)
Renato Favero, Soudall Quick-Step Development, Paris-Roubaix Espoirs (foto Freddy Guérin/DirectVelo)
Favero ha deciso di seguire la strada delle Classiche, qui alla Paris-Roubaix Espoirs nel 2024 (foto Freddy Guérin/DirectVelo)
Ti saresti aspettato qualcosa in più da te stesso?

Credo di aver imparato tanto nel mio periodo alla Soudal Quick-Step, anche se non proseguirò con loro ho accumulato un bagaglio di esperienze importanti. Mi hanno insegnato il loro modo di correre, la loro mentalità e io mi sono messo alla prova in un ambiente tanto diverso dal nostro. 

E’ stato difficile?

Devi essere forte mentalmente, perché si passa tanto tempo via da casa ed è difficile trovare qualcuno che parla la tua lingua. Rispetto alla Borgo Molino, dove ho corso da juniores, è tutto diverso e grande. Quando sono arrivato ho fatto dei test e mi hanno detto che avrei potuto scegliere se far parte del gruppo delle classiche o delle corse a tappe. Ho optato per le classiche anche visto il mio fisico (Favero è alto 192 centimetri, ndr). 

Molti ragazzi partono con in testa le Classiche, ma è difficile affermarsi, per te è stato così?

Correre in Belgio, o in generale al Nord è molto diverso dal farlo in Italia. Tra pavè, vento, muri e tutto il resto c’è molto da imparare e il salto è ampio. Inoltre il modo di correre in gruppo è totalmente differente, si attacca sempre e le corse escono dure e selettive, anche perché ogni dieci minuti qualcuno attacca. 

Questo è ciò che hai imparato?

Sì, soprattutto quest’anno e in particolare nella seconda metà di stagione. Mi sono messo tanto alla prova, lanciandomi in azioni e fughe fin da inizio gara. E proprio ad agosto ho trovato la mia prima vittoria in una gara nazionale. Per me è stata una conferma di quanto fatto. 

Renato Favero, campionato italiano under 23 a cronometro, 2025
Favero torna in Italia consapevole di avere ancora ampi margini di crescita, una disciplina su cui vuole lavorare è la cronometro
Renato Favero, campionato italiano under 23 a cronometro, 2025
Favero torna in Italia consapevole di avere ancora ampi margini di crescita, una disciplina su cui vuole lavorare è la cronometro
Marco Milesi ha detto che in Italia troverai percorsi diversi, credi possa essere comunque un passo importante per crescere ancora?

Le corse del calendario italiano sulla carta sono più toste, con salite lunghe e strappi importanti. Penso sia una cosa positiva per me e non mi spaventa, anzi mi stimola. Tornare in Italia dopo due stagioni in un devo team mi dà la carica, voglio dimostrare di essere tornato più forte di prima. Ci sono ancora tanti margini, uno di questi è la cronometro. Non avevo mai corso una gara contro il tempo e al campionato italiano under 23 ho colto un bel quarto posto. Quindi sono fiducioso di quanto posso fare nella prossima stagione.

Giro di Lombardia 2025, Tadej Pogacar

Pogacar, la provocazione di Rowe, l’analisi di Archetti

26.11.2025
6 min
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Pogacar non avrebbe vinto il Tour con una bici di 10 anni fa, parola di Luke Rowe. Nel 2015, come per tutta la sua carriera, il gallese correva nel Team Sky. Un metro e 85 per 72 chili, l’attuale direttore sportivo della Decathlon Ag2R incarnava il modello del perfetto gregario di Froome e quell’anno, per la prima volta, lo scortò alla vittoria. Lo avrebbe fatto anche del 2016 e nel 2017. Aiutò Thomas nel 2018, mentre si ritirò nel 2019 quando il Tour lo vinse Bernal, nel primo anno in cui la squadra divenne Team Ineos.

Intervenendo al podcast Watts Occurring, di cui era ospite assieme al suo ex capitano Geraint Thomas, il gallese è finito a parlare di Pogacar e delle sue vittorie. E ha pronunciato le parole che sono rimbalzate sui social e decine di altre piattaforme giornalistiche.

«Siamo arrivati al punto in cui le bici aerodinamiche – ha detto – sono così leggere da usarle anche nelle tappe di montagna. Ho visto alcuni numeri, dei dati in galleria del vento, che confrontati con quelli delle bici che usavamo prima, danno differenze enormi. Si ottengono costantemente miglioramenti aerodinamici. Se mettessimo qualcuno come “Pogi” su una bici di sei-otto anni fa, il divario sarebbe enorme. I progressi che le bici hanno fatto negli ultimi anni sono enormi».

Che cosa succedeva nel mondo delle bici dieci anni fa? E quali differenze ci sono fra quelle di allora e le attuali? Rowe ha ragione? Scontato che ci siano stati dei progressi, quali sono stati i più incisivi? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Archetti, capo meccanico della nazionale, attualmente alla Lidl-Trek, dopo una carriera davvero lunga. Lui nel 2015 era alla IAM Cycling, primo approdo dopo gli anni della Liquigas e prima di arrivare alla Lampre e da lì alla UAE Emirates che ne derivò. Archetti conosce bene Pogacar, avendo lavorato anche con lui.

Che cosa c’era di diverso dieci anni fa rispetto ad oggi?

L’unica cosa diversa che ci può essere sono le ruote e le gomme. Perché Shimano ha ancora i gruppi elettronici come allora. I telai in carbonio sono di altra concezione, ma comunque erano in carbonio. Se andiamo a vedere, la grande differenza sono le ruote e le gomme.

Quali fattori nello specifico fanno la differenza?

Secondo me, il fatto di avere il canale più largo, usando i tubeless con le misure di adesso, può fare la differenza. Ci vengono dati dei numeri secondo cui al momento le ruote sono più performanti. Rispetto a quelle di dieci anni fa, invece di esserci i tubolari ci sono i tubeless. Al posto delle ruote da 15, ci sono quelle da 60. Questo è stato lo sviluppo più grande. Altro discorso sono invece le geometrie dei telai…

Abbiamo chiesto a Giuseppe Archetti, bresciano della Lidl-Trek, di guidarci nei miglioramenti tecnici degli ultimi 10 anni
Abbiamo chiesto a Giuseppe Archetti, bresciano della Lidl-Trek, di guidarci nei miglioramenti tecnici degli ultimi 10 anni
Vale a dire?

Il posizionamento dei corridori ha spinto a rivedere le misure. Gli assetti in sella sono stati stravolti. Una volta su 10 corridori, avremmo avuto 2 reggisella a zero gradi, ora ne abbiamo 8 perché sono tutti spostati in avanti. E’ tutto al limite e anche il freno a disco concorre…

Che cosa c’entra il freno a disco?

Può fare la differenza, però se ne potrebbe parlare a lungo. Sono convinto che a causa dei freni a disco si arriva sempre più vicini al limite. Si stacca all’ultimo momento e con il peso tutto in avanti, non hai margine per recuperare un errore.

Rowe dice che i telai aerodinamici fanno la differenza.

Io vedo che quando vanno in galleria del vento, l’ultima delle voci su cui indagano è la bici. Potrebbe sembrare un controsenso, in realtà significa che la differenza la fa quello che c’è sopra alla bici. Che poi abbiano fatto tutti questi nuovi disegni performanti, sempre da quello che risulta sulla carta, è un fatto. Veloci lo sono davvero, ma secondo me Pogacar vincerebbe anche con la Graziella. E’ lui che fa la differenza, non la bicicletta.

Andando a memoria, al Team Sky erano molto gelosi del grasso e dei lubrificanti che usavano…

Anche adesso stanno tornando di moda le catene cerate. E se prima erano cose per pochi, oggi sono uno standard acquisito: le hanno tutti. Per carità, le bici sono importanti, ma la verità è che vanno più forte perché tutti hanno il preparatore e il nutrizionista e perché sanno come gestirsi leggendo i watt. Si è alzato il livello di tutto il gruppo e le medie sono cresciute. Mi viene da ridere quando si enfatizza questo dato.

Perché?

Una volta partivano a 50 all’ora per 40 chilometri. Poi ne facevano 150 a 32 di media, infine gli ultimi 50 chilometri li volavano a 55 all’ora. Certo che oggi le medie sono più alte, perché tutti vanno più forte e tutti sono più preparati. In più partono forte e non mollano mail. E poi ci sono le biciclette. Sicuramente a livello meccanico qualcosa è migliorato, ma secondo me non è la bici che li fa volare. Anzi, secondo me le bici sono quelle che a volte li fanno cadere.

A livello di sensazioni quali sono le differenze del corridore nuovo quando riceve la bici per l’anno successivo?

La prima cosa che notano sono le ruote. Poi si parla del feeling con le gomme, che è una questione di abitudine. Perché se uno arriva da Continental e deve passare a Pirelli, ha bisogno di tempo per abituarsi. Quanto alla posizione in sella invece non ci sono grandi differenze.

Le nuove ruote Enve Pro con cui Pogacar ha dominato l’ultimo Tour de France (foto Alen Milavec)
Le nuove ruote Enve Pro con cui Pogacar ha dominato l’ultimo Tour de France (foto Alen Milavec)
Abbiamo parlato di ruote, i corridori sono concordi nel parlare soprattutto del perno passante.

Certo, perché la ruota è più rigida e puoi guidare diversamente. Puoi avere un controllo superiore sulla bici, ma comunque c’è sempre da spingere, a meno che non la porti a spasso. Di diverso ci sono anche i cablaggi, ora le bici funzionano meglio, però la grande differenza la fa il corridore là sopra. Se si sposta di 3 centimetri rispetto a come erano messi prima, i valori cambiano dal giorno alla notte.

Quindi la bici conta, ma non è così decisiva?

A livello di numeri ci sono bici migliori di altre, non discuto. Ma se metti Ciccone o Formolo sulla bici da crono di Pogacar, siamo certi che avrebbero dei miglioramenti così grandi?

Rowe ha ragione? Difficile dirlo, forse sì o forse no. Il margine di Pogacar sui suoi rivali è talmente ampio che i secondi persi quotidianamente per una bici meno scorrevole non basterebbero per annullarlo. Su tutti, ma non su Vingegaard. Forse con una bici di 10 anni fa, unitamente a una maglia e un casco meno aerodinamici del body e del MET attuali, il suo vantaggio sul danese non sarebbe più molto rassicurante. Sarebbe una corsa a handicap, del tutto anacronistica e improponibile. Si fa per parlare e far parlare, è chiaro. Ma qual è il senso di un confronto del genere?

77 Coppa Dino Diddi - Agliana (Pt), allievi, gruppo (photors.it)

Allievi precoci o forti davvero? Un tema spinoso

25.11.2025
4 min
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Ci sono ancora gli allievi mingherlini e minuti, destinati col tempo a crescere, fino a diventare dei veri corridori? Oppure la prorompente fisicità di questo periodo lascia spazio solo ai fisici più sviluppati, chiudendo le porte in faccia agli altri? Siamo certi però che i risultati ottenuti da atleti in anticipo sui tempi della crescita siano destinati a ripetersi anche in età più adulta?

I ragionamenti di Alberto Puerini, direttore sportivo marchigiano, e le statistiche elaborate nei giorni scorsi da Gabriele Gentili meritano un approfondimento. Per questo ci siamo rivolti a Diego Bragato, responsabile del settore performance della Federazione. Il suo compito, fra gli altri, è quello di testare i corridori più giovani: soprattutto gli juniores, ma anche gli allievi di secondo anno e i giovani di Silvia Epis per gli Eyof, il Festival Olimpico Estivo della Gioventù Europea. E’ solo una sensazione che gli allievi siano mediamente più strutturati che in passato?

«E’ una cosa generale – risponde Bragato – fisicamente sono più strutturati. Finalmente, dopo anni che lo ripetiamo nei corsi di formazione, sta passando l’idea che dobbiamo guardare l’atleta prima che il ciclista e quindi strutturalmente da qualche anno i ragazzi sono soprattutto atleti».

Diego Bragato è il responsabile del Team Performance della FCI e con Villa tecnico della nazionale femminile della pista
Diego Bragato è il responsabile del Team Performance della FCI e con Villa tecnico della nazionale femminile della pista
Può essere anche, come dice Puerini, la conseguenza di un maggior ricorso alla palestra?

C’è più attenzione, perché probabilmente nelle palestre c’è più professionalità. Sanno valutare il momento in cui effettivamente si può iniziare a lavorare anche sulla forza. Appena un ragazzo ha raggiunto la maturità fisiologica, sessuale e ormonale per assimilare i lavori sulla forza, è giusto lavorarci. Probabilmente come evoluzione siamo arrivati al punto in cui questo momento si è un po’ anticipato.

Esistono ancora gli allievi mingherlini che hanno bisogno di più tempo?

Ci sono, ne abbiamo ancora alcuni che devono sviluppare, ma in percentuale minore rispetto a qualche anno fa.

C’è il rischio che la precocità degli altri diventi per loro un ostacolo insormontabile?

Sì, certo, anche come conseguenza del fatto che si cerca di performare al meglio negli juniores. Quelli che tendono a maturare dopo purtroppo vengono danneggiati, infatti secondo me non bisogna dimenticarsi che alcuni hanno tempi di maturazione diversi. Bisognerebbe guardare anche indietro e lasciare una finestra aperta negli under 23 a chi viene fuori un po’ dopo. Perché comunque negli juniores c’è una grande differenza fra essere nati a gennaio oppure a dicembre.

Per quello che vedi dai test, si tende a lavorare di più con gli allievi?

Non ho in mano molti dati, però seguo quelli che fanno risultati importanti ed effettivamente i carichi di lavoro sono aumentati. Questo, come dicevamo, per il fatto che la categoria juniores è diventata ancora più importante. E’ come se gli juniores di oggi fossero gli U23 di ieri e di conseguenza gli allievi lavorano come gli juniores di qualche anno fa. Detto questo, secondo me è ancora prematuro aumentare il volume di lavoro negli allievi, perché le differenze fisiologiche di sviluppo sono ancora più marcate che negli juniores. La differenza tra l’età cronologica e l’età biologica è ancora molto ampia, quindi è presto per volere certe prestazioni.

Le Fiumane, 1ª tappa, Andrea Endrizzi (VC Città di Marostica)
Con 8 vittorie, 11 secondi posti e 2 terzi, Andrea Endrizzi del VC Marostica è stato uno degli allievi più in vista del 2025 (photors.it)
Le Fiumane, 1ª tappa, Andrea Endrizzi (VC Città di Marostica)
Con 8 vittorie, 11 secondi posti e 2 terzi, Andrea Endrizzi del VC Marostica è stato uno degli allievi più in vista del 2025 (photors.it)
Gli allievi hanno ancora i rapporti limitati: bene o male?

Per come la vedo io, un bene. Magari ci fa perdere qualcosina a livello internazionale, perché quando da juniores si mescolano le carte, chi ha già lavorato con certi rapporti anticipa i tempi. Però secondo me non è un problema: volendo lavorare nella giusta prospettiva di tempo, hai tutto il tempo per recuperare quel gap.

Credi che il passaggio ai rapporti liberi sia ancora un ostacolo molto alto?

Se parliamo degli atleti con cui lavoriamo noi, non lo è. Sono atleti strutturati, grandi, fisicamente forti. Ma se penso alle società che hanno in mano anche i ragazzi non ancora sviluppati fisicamente, la situazione è più difficile da gestire. Dovranno essere bravi a gestire il passaggio.

E brave dovranno essere le squadre degli juniores italiane e straniere – ci permettiamo di annotare – che cadono sempre più di frequente nel facile tranello di prendere i ragazzi che vincono tanto a 16 anni, lasciando scivolare via coloro che avrebbero le potenzialità per farlo in maniera importante dopo i 20. Tutto e subito: non è mai stata una regola redditizia nella vita quotidiana, figurarsi in uno sport faticoso come il ciclismo.

Tubeless o camera d'aria, cosa è più veloce? I dati del nostro test

Tubeless o camera d’aria, quale è più veloce? I dati del nostro test

25.11.2025
6 min
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Oltre le preferenze individuali. Una volta su strada un tubeless è più veloce di un copertoncino con camera d’aria in TPU di ultima generazione? Il nostro non è un test empirico, al tempo stesso non è scientifico, ma si basa su dati effettivi che abbiamo catalogato durante le nostre prove, reali su strada.

Si argomenta su diversi fronti la ricerca strenua della prestazione, dei numeri e di quanto le nuove soluzioni tecniche siano vantaggiose, facendo guadagnare velocità e risparmiare energie. Oltre le cifre da etichetta, ci siamo messi alla prova. E’ solo una questione di numeri, oppure anche le sensazioni possono avere il loro peso e la loro importanza? Ecco cosa abbiamo rilevato.

Tubeless o camera d'aria, cosa è più veloce? I dati del nostro test
La sezione battezzata è stata quella da 28
Tubeless o camera d'aria, cosa è più veloce? I dati del nostro test
La sezione battezzata è stata quella da 28

Pirelli PZero Race RS, TLR e tube type

Abbiamo scelto di sviluppare questo test prendendo come base di lavoro la sezione 700×28, una sorta di misura universalmente riconosciuta (ad oggi) e accettata da tutti (più o meno). Stessa tipologia di pneumatico Pirelli, ovvero il PZero Race RS, ovviamente nelle due versioni, TLR tubeless ready e quello tube type specifico “solo per le camere d’aria. Non abbiamo usato le camere in butile, ma le nuove in TPU della categoria RS. Medesima bicicletta per entrambe i test, stesse ruote e misuratore di potenza.

Si tratta di un test eseguito nel mondo reale del ciclismo pedalato, non quello dei dati virtuali. A prescindere dal tratto di strada, la forma di sviluppo della prova può essere mutuata e replicata da chiunque, in qualunque situazione. Per quanto ci riguarda abbiamo individuato un tratto di strada in salita (usato normalmente per i test di materiali e bici in genere): 4,87 chilometri con un dislivello positivo di 225 metri. In salita perché era necessario filtrare quante più variabili possibili.

Inoltre è necessario documentare la differenza di peso tra le due configurazioni. 670 grammi per i pneumatici tubeless ready, con 60 cc di liquido in totale e le due valvole (da 60 millimetri). 530 grammi con i due copertocini, abbinati alle due camere in TPU SmartTube RS (valvola da 80): 140 grammi di differenza.

Tubeless o camera d'aria, cosa è più veloce? I dati del nostro test
Ci siamo divertiti a mettere a confronto i due setting, sempre a parità di base di lavoro
Tubeless o camera d'aria, cosa è più veloce? I dati del nostro test
Ci siamo divertiti a mettere a confronto i due setting, sempre a parità di base di lavoro

I numeri del test

Ci siamo basati su una potenza media di 300 watt in entrambe le prove. Con l’abbinamento copertoncino/SmarTube RS in TPU abbiamo percorso il tratto in salita in 12 minuti e 42 secondi ad una velocità media di 23 chilometri orari. Con la configurazione tubeless il tempo è stato di 12 minuti e 38 secondi. La velocità media di è stata di 23,1.

Quattro secondi risparmiati in meno di 5 chilometri a parità di tutto, di setting, condizioni meteo e naturalmente gestione della prova. Un’enormità se i 4 secondi fossero moltiplicati per una distanza di 100 chilometri e 1.500 metri di dislivello.

Le sensazioni

Nel complesso abbiamo percorso diversi chilometri, splittando da una configurazione all’altra. Il tubeless è presente ormai ovunque nel corso dei nostri bike test, fattore che ci offre un vantaggio nella lettura ed interpretazione delle sensazioni. A parità di categoria (le gomme Pirelli RS appartengono ad un segmento performance) i tubeless ready offrono un range molto più ampio in fatto di gestione delle pressioni. Non si tratta solo di peso del ciclista, ma tipologia di ruote e loro canale interno, larghezza effettiva dello pneumatico una volta montato sul cerchio, feeling soggettivo. I tubeless si adattano (quasi) sempre. Hanno una maggiore capacità di filtrare, dissipare e spalmare su una superficie più ampia le vibrazioni e se gonfiati alla giusta pressione, difficilmente trasmettono l’effetto rebound o di eccessiva secchezza.

La parte negativa è principalmente legata alle fasi di montaggio, tallonatura e gestione del liquido anti-foratura (sempre obbligatorio), che deve essere di buona qualità. Talvolta far tallonare un tubeless è faticoso e può essere necessario uno strumento (compressore) per dare la prima botta secca allo pneumatico. Il liquido al suo interno dovrebbe essere controllato almeno una volta ogni due settimane. Un tubeless mostra la sua piena efficienza se controllato sistematicamente.

Tubeless o camera d'aria, cosa è più veloce? I dati del nostro test
Liquido addensato e indurito all’interno del tubeless, un fattore da considerare
Tubeless o camera d'aria, cosa è più veloce? I dati del nostro test
Liquido addensato e indurito all’interno del tubeless, un fattore da considerare

Minor peso non è sinonimo di velocità

I copertoncini con camere d’aria in TPU fanno risparmiare dei grammi, sono più semplici e veloci da montare un po’ per tutti. Il binomio è molto più secco nelle risposte (se messo a confronto con i tubeless), ha un range ridotto di pressioni ottimali di esercizio e subisce molto di più i rigori dell’asfalto. Il potere dissipante è ridotto. Può essere vantaggioso per chi ama risposte immediate e molto dirette da parte delle gomme.

Rispetto a un tubeless (considerando anche la pessima qualità media delle nostre strade) si fora più facilmente, anche se una camera in TPU è superiore ad una in butile, per qualità, peso, tenuta e longevità. Se dovessimo pensare ad una configurazione copertoncino/camera d’aria, ad oggi ci risulta complicato considerare il butile. Un tube in TPU è decisamente superiore e anche più sicuro.

In conclusione

Non è solo una questione di velocità e di tempi di percorrenza che si riducono. Uno pneumatico tubeless ready è una sorta di all-round, prescindere dalla categoria dello pneumatico. E’ adatto a differenti situazioni e proprio l’ampio range di pressioni di esercizio lo rende “plasmabile” a tante categorie di utenza. Con un tubeless da strada è possibile percorrere tanti chilometri anche con pressioni ridottissime, impensabili per un copertoncino. La nota negativa del tubeless resta ancora oggi il liquido sigillante anti-foratura. E’ davvero un impiastro. Al tempo stesso però, permette di chiudere un foro quando si pedala e spesso ci si accorge di aver bucato solo a fine giro.

Oggi come oggi una configurazione con la camera pone dei limiti. Facciamo nostra una considerazione di Samuele Bressan, Product Manager di Pirelli. «Copertoncino e camera d’aria oggi – ci ha detto – hanno un senso per quell’utenza che utilizza la bici poche volte in un arco temporale di più giorni. Questo lasso di tempo può essere uno svantaggio per i tubeless e per gli accumuli di liquido anti-foratura che si possono creare».

Un altro aspetto da considerare, a nostro parere, è la possibilità di montare una camera d’aria in TPU combinandola ad uno pneumatico tubeless. La gomma ha uno spessore maggiore rispetto ad un copertoncino classico, offre garanzie più alte in fatto di protezione, è più longevo e si può evitare di usare il lattice.

Pirelli

Sivakov e l’overthinking. Un problema diffusissimo

Sivakov e l’overthinking. Un problema diffusissimo

25.11.2025
5 min
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In un’intervista su Cyclingnews a fine stagione, Pavel Sivakov ha confessato come la sua esperienza sia cambiata con il passaggio alla UAE e la coesistenza con Pogacar: «La mia crescita si è frenata per cause mentali più che fisiche. Mi sono messo troppa pressione, cercando di fare troppo per quello che potevo. Nel confronto con Tadej mi accorgo che ha la capacità di rimanere calmo e non stressarsi. Io mi stressavo anche per piccoli dettagli e questo mi rallentava. Anche Paul Seixas è così, non va in overthinking, prende la pressione come parte del gioco. Tutto dipende dal fatto se correre ti piace davvero».

L'overthinking è l'affastellarsi di pensieri negativi nella propria mente (foto Getty Images)
L’overthinking è l’affastellarsi di pensieri negativi nella propria mente (foto Getty Images)
L'overthinking è l'affastellarsi di pensieri negativi nella propria mente (foto Getty Images)
L’overthinking è l’affastellarsi di pensieri negativi nella propria mente (foto Getty Images)

Pensare in modo eccessivo e ripetitivo

Il tema dell’overthinking, che coinvolge anche altre discipline sportive, anche quelle che hanno uno sviluppo temporale molto più breve di una corsa ciclistica, è sempre più centrale nel mondo professionistico. Partiamo da che cos’è attraverso l’esperienza della dottoressa Paola Pagani, mental coach che lavora con tanti ciclisti anche di alto livello.

«Partiamo da che cos’è l’overthinking. Dobbiamo considerarla come la tendenza a pensare in modo eccessivo, ripetitivo, a situazioni, problemi, decisioni e spesso porta a focalizzarsi soprattutto su quello che può andare storto, su possibili errori, sulle conseguenze negative. Per un ciclista professionista potrebbe manifestarsi come un continuo ripensare alle strategie di gara, con gli errori connessi a quei timori che possono essere legati alla prestazione».

Che influsso ha?

Questo tipo di pensiero finisce col consumare le energie cognitive, quindi crea stress, ansia e va a sabotare la lucidità mentale. Alla fine si ci si ritrova con poche energie e con la mente offuscata.

Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Paola Pagani, mental coach che tra i tanti ciclisti ha seguito anche Sonny Colbrelli nella sua ripresa
Quanto influisce il carattere di una persona, quanto anche il passato, le vicende trascorse, specialmente quelle legate al mestiere del ciclista?

Sicuramente le vicende passate influiscono, perché noi attraverso le esperienze che facciamo, ci creiamo le nostre convinzioni. E quando ce l’hai, vediamo le cose della nostra vita attraverso quei filtri. Quindi sicuramente le esperienze del passato hanno una grande importanza. Teniamo presente che il cervello umano non è progettato per farci vincere, ma per farci sopravvivere, non per la prestazione massima. Ma che cosa significa sopravvivere? Significa anticipare rischi, minacce, quindi tende a monitorare costantemente l’ambiente intorno alla ricerca di pericoli e di problemi.

Come influisce tutto ciò sulla prestazione?

Se il cervello non è allenato, nei momenti di pressione come una gara il sistema nervoso attiva i circuiti di allerta e quindi viene innescato quel ciclo di stress che va a incrementare tutto il sistema di vigilanza e riduce la capacità di focalizzarsi su quali sono i compiti chiave legati alla performance di quel momento. Se permettiamo al cervello di agire in questo modo, è come se giocasse contro di noi, ma lo fa per salvaguardarci. Ma noi possiamo allenare il nostro cervello perché giochi dalla nostra parte.

Paul Seixas è, secondo Sivakov, un giovane che sta emergendo proprio per la sua gestione dello stress
Paul Seixas è, secondo Sivakov, un giovane che sta emergendo proprio per la sua gestione dello stress
Paul Seixas è, secondo Sivakov, un giovane che sta emergendo proprio per la sua gestione dello stress
Paul Seixas è, secondo Sivakov, un giovane che sta emergendo proprio per la sua gestione dello stress
Ha un influsso sul rendimento di un corridore?

Assolutamente sì. Se io in una situazione vedo soltanto rischi e pericoli, sicuramente il mio rendimento cala, c’è perdita di reattività, calo della fiducia e cioè se noi andiamo a vedere i campioni e gli altri, vediamo che il livello di autostima nei primi è decisamente superiore. Questo perché i primi hanno saputo anche allenare consciamente o inconsciamente la propria mente perché sia un’alleata.

Sivakov diceva che sta cercando di imparare come ovviare all’overthinking proprio stando al fianco di Pogacar. E’ possibile?

Io posso dire come alleno i miei ragazzi. Innanzitutto bisogna lavorare per migliorare l’autostima e la fiducia. Si va a lavorare con tecniche di reframing, di dialogo interno positivo. Si va a considerare una routine che sia di maggior successo. La persona distingue tra quelli che sono pensieri utili e pensieri che lo stanno sabotando, quindi alleniamo l’abilità di scegliere in maniera consapevole su cosa focalizzarsi anche quando si è sotto pressione. Utilizzo strumenti che derivano dalla mindfullness, quindi tutto quello che è respirazione consapevole. Spezzo il pensiero ciclico e mi focalizzo sull’azione oppure su un altro strumento provando a simulare mentalmente diverse situazioni di gara per allenare la risposta emotiva e comportamentale.

Sivakov ha raccontato di ispirarsi a Pogacar per gestire lo stress negativo
Sivakov ha raccontato di ispirarsi a Pogacar per gestire lo stress negativo
Che cosa significa?

Significa simulare mentalmente come se effettivamente io stessi facendo quell’esperienza. Quello che vedrei se fossi lì, quindi vedo le mie mani sul manubrio, la bicicletta, le ruote, l’asfalto. Ascolto i rumori, il mio respiro, le voci, quindi tutto quello che succede in una situazione del genere e sento la sensazione che voglio sentire in quel momento. Mi alleno a sentire quella sensazione così è più facile che poi in gara io riporti quello stesso schema. E per di più altri strumenti che si possono utilizzare anche in gara sono delle parole chiave.

Quali?

Uno scalatore può ripetersi “veloce, veloce, leggero, leggero”. Un velocista “veloce e potente”, insomma delle parole chiave che portano la mente a focalizzarsi su quei concetti, quelle qualità andando a interrompere il circolo vizioso di pensieri negativi.

In base proprio alla sua esperienza, il problema dell’overthinking è diffuso?

Diffusissimo, nel senso che è una cosa talmente automatica che è molto più diffusa di quanto si pensi, anzi Sivakov è già avanti perché si è reso conto di esserne vittima, ha consapevolezza e quando si diventa consapevole di qualcosa, allora è lì che si può fare qualcosa per cambiarlo.

Polti, preparazione, ripartire zero

Off season sempre più corta: davvero bisogna ripartire da zero?

25.11.2025
5 min
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Siamo in una fase intermedia tra off season (quasi del tutto terminata) e ripresa. Già tra qualche giorno ricominceranno i ritiri, ma quando si sente dire «Riparto da zero» da parte di ragazzi che sono stati fermi un paio di settimane e hanno messo su forse due chili, viene spontaneo chiedersi se sia poi vero che si riparta davvero da zero.

E questo quesito lo abbiamo posto a Samuel Marangoni, preparatore della Polti-VisitMalta. Con lui, già a suo tempo, avevamo parlato dello stacco, del debriefing e di come questa fase fosse necessaria. Stavolta orientiamo il discorso sulla ripresa (in apertura foto Borserini).

Samuel Marangoni, preparazione, ripartire zero
Samuel Marangoni è uno dei preparatori della Polti-VisitMalta (foto Borserini)
Samuel Marangoni, preparazione, ripartire zero
Samuel Marangoni è uno dei preparatori della Polti-VisitMalta (foto Borserini)
Samuel, c’è dunque davvero bisogno di dire che si riparte da zero?

Io direi di sì. Prendo il nostro caso: quest’anno siamo arrivati a fine stagione con tante gare per quasi tutti. Così, insieme agli altri preparatori, abbiamo programmato uno stacco consistente. La maggior parte dei ragazzi ha fatto tre settimane praticamente senza alcuna attività.

Però si sente ancora di atleti che corrono a piedi, camminano, nuotano…

Poi qualcuno qualcosa se la concede per piacere personale, ma quasi tutti, anche quelli che hanno corso fino a fine stagione, hanno fatto tre settimane di stop. Vero, non si riparte da uno zero assoluto, però dopo tre settimane la condizione è al minimo e bisogna ripartire con calma, con una corretta gestione dei carichi. Da lì poi si riprende il programma di lavoro per arrivare ai ritiri pronti a lavorare un po’ più forte.

Però, se prendo un ragazzo di 22-27 o 25 anni, quindi nel pieno delle forze, che fino a tre settimane prima faceva SFR da 5’, perché dovrebbe ripartire da 3’? Perché dovrebbe fare solo un’ora e mezza? Quanto realmente si perde?

C’è una perdita fisiologica nello stare fermi, soprattutto perché noi dobbiamo considerare tutto questo discorso è rapportato ad un livello altissimo. Se io amatore mi metto in forma e poi sto tre settimane fermo, non mi cambia la vita. Ma quando il fisico è portato al limite, dal punto di vista metabolico e strutturale, tre settimane sono tante.

Ripartire con volumi e intensità basse, cioè “da zero”, serve al fisico e anche alla mente
Ripartire con volumi e intensità basse, cioè “da zero”, serve al fisico e anche alla mente
E cosa cambia?

Si perde dal punto di vista muscolare e metabolico. La FTP, per esempio: se fai un test a dicembre in ritiro non è la stessa che faresti a febbraio, marzo o luglio. Ci sono differenze soggettive, noi calcoliamo circa un 10 per cento di perdita nella fase di ripresa. Quindi abbassiamo la FTB e tutti gli altri parametri. Anche se nelle prime settimane non fai lavori specifici di FTP, è comunque il riferimento generale e lo adattiamo fino al ritiro, quando faremo i primi test.

Quindi un professionista di altissimo livello che non tocca la bici da tre settimane non dovrebbe fare subito quattro ore?

Dal mio punto di vista no. Poi c’è chi lo fa e non ha problemi, perché quando ripartono spesso si sentono anche bene: sono riposati e freschi. Fisicamente ci riuscirebbero anche. Ma nella costruzione di un programma che li deve portare a performare a fine gennaio-inizio febbraio a mio avviso non è ideale. Per noi è più corretto partire con calma. Tanto alle 4-5 ore ci arrivano in due, massimo tre settimane. Dopo tre settimane di allenamento fanno già cinque ore e mezza. Non servono quattro mesi per tornare a fare sei ore.

Domanda che può sembrare sciocca: se finisco bene la stagione e dopo il riposo riparto dal livello a cui ero, non potrei crescere di più? E’ come non spezzare mai la linea di crescita…

Sì, nell’immediato avresti la sensazione di essere pronto prima. Ma oltre al fatto che la crescita non è infinita, devi pensare a lungo termine. La stagione è lunga: devo performare come detto a gennaio-febbraio. E poi in estate e a fine stagione, alternando i giusti carichi e scarichi. Questo è il momento in cui bisogna scaricare dalla fatica accumulata e ricreare la base su cui costruire una stagione intera. Il riposo e la sua graduale ripresa vengono spesso dimenticati, ma sono parti fondamentali dell’allenamento: in off-season soprattutto, ma anche durante l’anno. L’equilibrio tra carico e riposo è essenziale e in questa fase si lavora anche su quello.

Sin qui, Samuel, abbiamo parlato di fisiologia e numeri, invece a livello mentale quanto conta ripartire da un’ora e mezza invece che da quattro ore?

Il fattore mentale conta forse più di quello fisico. Le due-tre settimane di stop e la ripartenza dolce danno sicurezza. Il corridore si è staccato dalla bici e dal ciclismo per qualche giorno, riparte con voglia di lavorare e sa che grazie alla progressione quotidiana arriverà alle 5-6 ore con la giusta tranquillità.

La bilancia resta il “nemico” numero uno per i corridori durante lo stacco
La bilancia resta il “nemico” numero uno per i corridori durante lo stacco
Un tempo la parte più difficile dello stacco di fine stagione era non mettere su troppi chili. Lo è ancora? Anche perché dover rincorrere oggi è impossibile: bisogna essere al 100 per cento sin dalla prima gara…

Sì, è ancora una parte molto impegnativa. Qualcuno mette su anche un po’ di più di due chili. Credo che la gestione alimentare sia una delle cose più difficili per i ragazzi, molto più dell’allenamento. Chiunque abbia corso, anche a livelli inferiori, lo sa: mantenere l’attenzione sull’alimentazione non è semplice.

Anche per questo c’è chi va a correre, chi cammina, chi nuota?

Sì, anche per evitare di ritrovarsi a dicembre con cinque chili da perdere. Peggio ancora se ci si presenta a gennaio: in quel caso anche la squadra di certo qualcosa ti fa notare. Lo sforzo per rientrare nel peso ideale è minore se non si esagera nella pausa. Concedersi qualcosina è normale, ma nella ripresa diventa molto più semplice rimettersi in ordine. Però capita ancora che qualcuno si lasci andare un po’ troppo e debba poi lavorare oltre il dovuto tra dicembre e gennaio per rientrare nei parametri.

Pochi giorni fa, tra le righe, Tosatto ha detto che più o meno le cose che si fanno sono quelle: ebbene rispetto ai 20 anni cosa cambia tra stacco e ripresa?

Per me non molto a dire il vero. Forse l’unica vera differenza è che ci si poteva lasciare andare un pelo di più, soprattutto dal punto di vista del peso. Questo perché si aveva un po’ di margine in più per recuperare. Ma per il resto tempistiche e ripresa erano le stesse.

Valentina Scandolara e Guido Bontempi sulla moto del regolatore di gara al Tour of Guangxi

Scandolara: «Mi piace vivere le gare dal lato organizzativo»

24.11.2025
5 min
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Classiche e percorsi mossi erano i suoi terreni preferiti quando correva e vinceva. Ora Valentina Scandolara si trova a suo agio in qualunque tipo di corsa… da regolatore di gara. Un compito che si aggiunge a quelli di diesse, talent scout e manager potendo dire serenamente che stia diventando una (ex) atleta completa.

In questa fase della sua carriera post agonistica, sta avendo un ruolo importante un gigante del passato come Guido Bontempi che è una colonna nei servizi motociclistici di scorte tecniche. Al Tour of Guangxi maschile e femminile, l’ultima gara WorldTour di una stagione sempre più infinita, Scandolara ha esordito sulla moto guidata proprio dall’ex velocista della Carrera, formando una coppia di altissima qualità per quel tipo di lavoro. Per una giramondo come lei è stata un’esperienza inedita che le ha fatto scattare un’ulteriore scintilla.

Scandolara ha corso per 15 stagioni. Il suo "occhio" e la sua esperienza sono molto utili per il suo nuovo ruolo
Scandolara ha corso per 15 stagioni. Il suo “occhio” e la sua esperienza sono molto utili per il suo nuovo ruolo
Scandolara ha corso per 15 stagioni. Il suo "occhio" e la sua esperienza sono molto utili per il suo nuovo ruolo
Scandolara ha corso per 15 stagioni. Il suo “occhio” e la sua esperienza sono molto utili per il suo nuovo ruolo
Valentina com’è andata in Cina?

E’ andata molto bene. Ero emozionata perché ho visto il Tour of Guangxi evolvere sotto tanti punti di vista, specie per la sicurezza. Io lavoro per la ProTouch Global di Robert Hunter, l’ex pro’ sudafricano, che è un’agenzia di management sportivo. Non abbiamo solo la procura di diversi atleti, ma curiamo da vicino anche alcune gare. Il Tour de Suisse lo organizziamo completamente noi così come il Tour of Guangxi maschile, mentre aiutiamo l’organizzazione della gara femminile. Ecco perché mi sentivo così inizialmente, ma con accanto uno come Guido mi sono tranquillizzata subito.

Ti sta facendo da mentore?

Lui per me è un riferimento assoluto. Guido dopo che ha smesso di correre ha davvero fatto di tutto: direttore sportivo, regolatore e ora esperto motociclista. Mi ha insegnato tanto e mi consigliava di diventare una regolatrice di gara già da tempo. Mi ha spinto a seguire tanti corsi perché, come mi dice sempre lui, possono sempre tornare utili. Infatti in quest’ultimo periodo ho fatto i corsi di scorte tecniche e moto staffette organizzati dalla FCI.

Al via della gara Scandolara ha notato scetticismo per un regolatore donna, però sapeva come farsi rispettare
Al via del Tour of Guangxi, Scandolara ha notato scetticismo per un regolatore donna, però sapeva come farsi rispettare
Al via della gara Scandolara ha notato scetticismo per un regolatore donna, però sapeva come farsi rispettare
Al via del Tour of Guangxi, Scandolara ha notato scetticismo per un regolatore donna, però sapeva come farsi rispettare
Grazie alle sue indicazioni hai avuto meno difficoltà nella gestione in gara?

Quello senza dubbio, anche perché ci vogliono tremila occhi per stare attenti ad ogni cosa. Noi non siamo né giudici né commissari, ma persone che conoscono molto bene il percorso di gara che devono gestire la parte non sportiva. Non possiamo dire nulla se un atleta sta in scia prolungata ad un’ammiraglia però possiamo intervenire sulle manovre moto di fotografi od operatori tv che stanno troppo vicino ai corridori. Oppure, come in Cina dove non ci sono strade alternative a quelle della corsa, organizziamo il passaggio del convoglio di altri mezzi.

Quanto conta essere stata un’atleta?

Certamente perché ti rendi conto subito di tante cose. Sai come pensa un corridore in gara o come può reagire in certe situazioni. Ad esempio le traiettorie che fanno quando e dove vogliono rientrare in gruppo dopo aver superato il traffico di ammiraglie e altri mezzi. Oppure in altri punti del percorso. Per i ruoli che riguardano la sicurezza a mio avviso è importante che ci sia un ex atleta.

Hai qualche aneddoto da raccontare del Tour of Guangxi?

Non molti per la verità, giusto un paio che mi sono rimasti impressi. Appena arrivata, sia dopo le riunioni che soprattutto al via della corsa, ho notato alcuni sguardi di scetticismo nel vedere una donna come regolatore di gara. Sono abituata a queste cose ormai. Fortunatamente essendo stata in ammiraglia, so come farmi capire bene fin da subito. L’altro aneddoto riguarda un momento in corsa.

Spiega pure.

Riprendo ciò che dicevo prima. Nel finale del Tour of Guangxi femminile si era avvantaggiata in discesa Anna Henderson (che poi ha vinto, ndr) e la stava affrontando a grande velocità. Su di lei avevo lasciato un’auto dell’organizzazione guidata da un cinese, ma sono dovuta ritornare ben presto su di loro perché lui le stava davanti in modo pericoloso. Non si era reso conto, e forse non se lo aspettava minimamente, quanto potessero andare forte in discesa anche le ragazze. Gli ho detto di lasciarle più spazio e si è risolto tutto.

Il tuo congedo dall’Esercito Italiano ti ha permesso di essere attiva su più fronti?

Sono stata con loro per dodici anni e gli sono grata per il supporto che mi hanno dato in tutti quegli anni. Avevo ottenuto il servizio permanente, ma è stata una decisione mia l’anno scorso quella di uscirne. Avevo in ballo la realizzazione di alcuni progetti e una parte di essi stavano e stanno prendendo corpo. Sono sempre impegnata anche con la Down Under Cycling Academy di ciclisti che arrivano da lontano o da altri sport con l’obiettivo di portarli ad un livello più alto.

Henderson vince il Tour of Guangxi, ma in un tratto di discesa Scandolara ha dovuto metterla in sicurezza per una moto troppo vicina
Henderson vince il Tour of Guangxi, ma in un tratto di discesa Scandolara ha dovuto metterla in sicurezza per un’auto troppo vicina
Henderson vince il Tour of Guangxi, ma in un tratto di discesa Scandolara ha dovuto metterla in sicurezza per una moto troppo vicina
Henderson vince il Tour of Guangxi, ma in un tratto di discesa Scandolara ha dovuto metterla in sicurezza per un’auto troppo vicina
Come sta andando?

Molto bene anche quello. Inizialmente, grazie ai miei trascorsi lavorativi in Australia, prendevamo atleti elite australiani o neozelandesi, con donne under 27 per consentire loro di correre almeno le gare open in Italia. Dall’anno scorso abbiamo allargato anche ad atleti U23 o juniores che vengono anche da Israele o Canada. Abbiamo una base nel veronese a Ronco all’Adige dove fanno camp di due mesi insegnandogli il ciclismo europeo e seguendo test e programmi di Luca Zenti, preparatore della UAE Team ADQ. Quest’anno siamo riusciti a far partecipare due australiane al Giro Women con la Mendelspeck (McCarthy e Nicholson, ndr).

L’agenda di Valentina Scandolara è già piena per il 2026?

Vedremo cosa mi riserverà anche questo nuovo ruolo di regolatore. Mi piace stare da questa parte del ciclismo e mi piace questo compito. Non avevo mai considerato troppo il lato organizzativo delle gare, però vorrei continuare a seguirlo e magari scoprire altri aspetti.

Sei Giorni di Gand 2025, Elia Viviani, ritiro

EDITORIALE / Le domande su Viviani team manager azzurro

24.11.2025
5 min
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Elia Viviani saluta dalla Sei Giorni di Gand e diventa il nuovo team manager delle nazionali. Prende il posto di Amadio, che prende il posto di Villa. Quest’ultimo lascia la nazionale dei professionisti su strada, tiene le crono e torna a pieno titolo nella pista donne, affiancando Bragato. Lo annuncia il comunicato successivo al Consiglio federale del fine settimana. Nulla cambia per il resto, neppure la sensazione di una architettura suggestiva, ma forse un po’ rischiosa.

Chi sia Viviani non lo scopriamo oggi. Chi scrive lo conosce, lo intervista e ha iniziato a parlarci da quando era un U23. Sarebbe stato bello semmai che negli anni lo avessero scoperto anche altri addetti ai lavori che, ipnotizzati dalla strada, non hanno mai riconosciuto al veronese il prestigio che merita. Elia ha costruito la sua carriera fra pista e strada. Ha sacrificato a volte l’una e più spesso l’altra, diventando però uno dei pochi atleti nella storia dello sport italiano ad aver vinto medaglie in tre diverse edizioni delle Olimpiadi. E’ sempre stato un professionista meticoloso, già da ragazzino stupiva per la concretezza delle risposte e la lucidità nel progettare gli obiettivi. Dopo 16 stagioni da professionista, 90 vittorie su strada (fra cui un titolo europeo), 3 medaglie olimpiche su pista (una d’oro), 11 medaglie ai mondiali su pista (3 d’oro), 22 medaglie agli europei su pista (15 d’oro), avrebbe tutto il diritto di fermarsi, studiare e scegliere la sua strada. E’ pronto per fare il team manager delle nazionali?

L’esperienza di Villa alla guida dei pro’ è durata un solo anno, con risultati molto interessanti
Campionato del mondo Kigali 2025, prova su strada professionisti, Marco Villa e Giulio ciccone, dopo corsa
L’esperienza di Villa alla guida dei pro’ è durata un solo anno, con risultati molto interessanti

Un tutor per Viviani

Magari sì, glielo auguriamo di cuore. Di certo, conoscendolo, Elia non farà mancare l’impegno e cercherà di portare nell’ambiente azzurro le idee e le soluzioni ipotizzate in tanti anni da corridore, osservando e vivendo le realtà delle squadre in cui ha militato. Basta per gestire il movimento azzurro? Avrà un tutor che lo affiancherà? Amadio, che ha ricoperto il ruolo fino ad oggi e da nuovo tecnico della strada non avrà per un bel pezzo giornate frenetiche, si incaricherà della sua formazione? E’ questa la strada più logica e probabilmente il motivo per cui Viviani ha accettato la proposta azzurra. Le scelte dell’ultimo Consiglio federale fanno pensare infatti alla grande voglia di coinvolgerlo e alla necessità conseguente di disporre il resto.

Giusto ieri, Villa ha dichiarato di essere stato sempre consapevole che il suo ruolo di tecnico della strada fosse a tempo determinato. In realtà, in questi mesi ha spesso parlato al futuro: lo faceva immaginando il suo lavoro o quello del futuro tecnico? Quando il 23 febbraio venne annunciato il nuovo assetto delle nazionali, nel non confermare Bennati, le parole del presidente Dagnoni non lasciavano intuire che ci fosse nell’aria un avvicendamento a breve termine. «Il valore indiscusso di Villa – si leggeva nel comunicato – ci ha convinto in questo cambiamento. A lui l’incarico sicuramente più difficile in questa fase storica, ma anche di maggior prestigio».

Forse se Viviani si fosse fermato all’inizio della stagione, l’assetto varato ieri sarebbe stato anticipato di nove mesi. Ma Elia, che ha più volte ribadito di non aver mai pensato di fermarsi senza averci riprovato alle sue regole, ha probabilmente scombussolato i piani di chi lo vedeva già team manager all’inizio del 2025.

Campionati dle mondo pista 2025, Santiago del Cile, Roberto Amadio, Elia Viviani
Ha fatto passare Viviani fra i pro’, lo ha seguito da team manager su pista e ora Amadio lo aiuterà nel nuovo incarico
Campionati dle mondo pista 2025, Santiago del Cile, Roberto Amadio, Elia Viviani
Amadio ha fatto passare Viviani fra i pro’, lo ha seguito da team manager su pista e ora lo aiuterà nel nuovo incarico

Amadio e il Consiglio

Roberto Amadio diventa il tecnico dei professionisti: ha l’esperienza per quel ruolo e un parco di azzurri giovani e con personalità tutte da costruire. Rinunciando a lui come manager, la Federazione si indebolisce in un ruolo cruciale oppure è consapevole che Roberto potrà svolgere il doppio incarico, affiancando Viviani. La parte burocratica del lavoro federale non gli è mai piaciuta, alcuni consiglieri si sono spesso lamentati delle sue assenze, ma avendo la pelle dura e sulle spalle l’esperienza da manager di squadre WorldTour, Amadio è riuscito ad arrivare fin qui dai giorni di Tokyo.

Già durante l’estate si sussurrava della volontà di una parte del Consiglio di modificare il suo incarico: va capito se fare di lui il tecnico della nazionale vada considerato una promozione. Non è consuetudine, almeno nel WorldTour, che un team manager diventi direttore sportivo, semmai il contrario: l’esempio di Luca Guercilena è lampante. Di certo la nuova qualifica di Amadio ha liberato spazio per Viviani. A quest’ultimo basterà essere stato un campione per navigare nelle dinamiche della politica federale? Amadio ha ammesso più volte che quando si è abituati a intervenire in modo rapido per superare una necessità, è difficile dover chiedere il permesso a chi non ha neanche la completa consapevolezza del problema. Forse, non avendo alle spalle alcuna esperienza da manager, Viviani troverà meno sconcertante certe dinamiche che per Amadio sono state spesso indigeste.

Campionati del mondo Kigali 2025, Rwanda, Ruanda, Segretario generale FC Marcello Tolu, presidente Cordiano Dagnoni, Lorenzo Finn iridato U23, Gianni Vietri consigliere federale
Da sinistra, il segretario Tolu e i presidente Dagnoni: questo il tandem che guida la FCI. A destra, dopo Finn, il consigliere Vietri
Campionati del mondo Kigali 2025, Rwanda, Ruanda, Segretario generale FC Marcello Tolu, presidente Cordiano Dagnoni, Lorenzo Finn iridato U23, Gianni Vietri consigliere federale
Da sinistra, il segretario Tolu e i presidente Dagnoni: questo il tandem che guida la FCI. A destra, dopo Finn, il consigliere Vietri

Il passo più lungo

L’inverno in arrivo ci offrirà la possibilità di cercare risposte alle tante domande di questo lunedì freddo e piovoso. Le Olimpiadi di Los Angeles non sono tanto lontane e la pista azzurra è nella delicata situazione di avere più da perdere che da vincere. Siamo arrivati molto in alto e serve un cambio di passo per salire ancora, lavorando sugli atleti e contemporaneamente sullo sviluppo dei materiali. Quanto alla strada, i pochi mesi di gestione di Villa hanno segnato un risveglio di interesse e di entusiasmo. Probabilmente Amadio proseguirà sull’identica strada, avendo condiviso con Villa la maggior parte delle scelte.

Ora il quadro appare stabile. Restiamo dell’avviso che un professionista scrupoloso come Viviani meriterebbe il tempo per studiare e affrontare il mondo del lavoro con una formazione più completa. Accettare questo incarico azzurro è forse il passo più lungo della sua carriera sempre molto controllata. Per fortuna avrà attorno persone consapevoli del suo valore, che lo supporteranno al meglio possibile.