A sentirlo Patrik Pezzo Rosola dà l’impressione di essere uno di quegli adolescenti sornioni, una montagna di ricci neri e gli occhi attenti, pronti a scrutare qualsiasi cosa gli passi intorno. Il suo secondo anno nella categoria juniores si è aperto con la stagione di ciclocross, nella quale il figlio d’arte ha trovato ottimi risultati. Tra questi un secondo posto al campionato europeo di categoria, chiuso alle spalle di Filippo Grigolini, un risultato dolce-amaro digerito quasi subito e accompagnato da una vittoria lo scorso fine settimana.
Ora il secondo dei fratelli Pezzo Rosola è a casa a riposare dopo uno dei tanti allenamenti. La scuola è finita questa estate, ma in famiglia c’è sempre da dare una mano e papà Paolo e mamma Paola non lo lasciano troppo tranquillo.
«Stamattina mi sono allenato – ci racconta – ora mi sto riposando un pochino. Gioco alla Playstation e mi occupo di qualche faccenda domestica, diciamo che finita la scuola ho un po’ di libertà in più, ma non troppe».
Patrik Pezzo Rosola in maglia tricolore festeggia la vittoria ad Aigle ottenuta lo scorso fine settimana (foto FCI)Patrik Pezzo Rosola in maglia tricolore festeggia la vittoria ad Aigle ottenuta lo scorso fine settimana (foto FCI)
Come sta andando questo inizio di stagione?
Bene, tra poco partiremo per la prima tappa di Coppa del mondo di ciclocross con la nazionale, correremo a Tabor. Partirò giovedì, andrò su in camper insieme ai miei genitori, mentre il resto del team arriverà venerdì. Ho scelto di viaggiare con qualche comodità in più e di arrivare un giorno prima per allenarmi là.
Ti senti pronto per il debutto?
Sì, sono abbastanza fiducioso, la condizione c’è. Mi preoccupa leggermente il rapporto con il freddo. Fino ad adesso ci è andata bene, a Tabor però ci aspettano temperature minime sotto lo zero e non sarà facile. Anche perché domenica correremo alle 8,50 del mattino.
Patrik Pezzo Rosola ha conquistato un ottimo argento all’europeo di cross a inizio novembrePatrik Pezzo Rosola ha conquistato un ottimo argento all’europeo di cross a inizio novembre
Smaltita la delusione per l’europeo?
Sì, l’ho metabolizzata subito, anche perché la sera prima ho saputo che c’erano problemi con l’omologazione delle nostre bici (il problema per cui è stata squalificata Giorgia Pellizotti, ndr) e ho avuto modo di utilizzare quella di Mattia Agostinacchio. Considerando tutta la situazione, il secondo posto è stato un ottimo risultato.
In che modo hai approcciato questo secondo anno da junior?
Convinto, sapevo di essere uscito in crescendo dalla stagione passata. Nel ciclocross ho come obiettivi la Coppa del mondo e il mondiale. Il programma fatto insieme al team Guerciotti è interessante e volto a preparare al meglio ogni appuntamento. Dopo le prime tappe di Coppa correrò un po’ in Belgio con il team. Di quei posti mi piace l’atmosfera che si respira, nessuno vive il ciclocross come i belgi, mi diverto davvero tanto.
Nel 2026 Patrik Pezzo Rosola continuerà a correre con la Assali Stefen Makro su strada (Photors.it)Nel 2026 Patrik Pezzo Rosola continuerà a correre con la Assali Stefen Makro su strada (Photors.it)
Tra cross e strada hai fatto un primo anno da junior davvero convincente, sono arrivate anche per te le chiamate dei devo team?
Qualcuno è venuto a parlarmi, così come tutte le squadre italiane. La scorsa estate è venuta la Bora a parlarmi, con l’idea di farmi fare il secondo anno da juniores con loro. Ne ho parlato con la mia famiglia e il mio procuratore, ma non eravamo convinti. Io stesso non me la sentivo di fare un salto così grande ancora da junior.
Perché?
La Red Bull-BORA è un team forte e importante, dove però le richieste e le pressioni sono maggiori rispetto a una normale squadra juniores. Queste devo guardano già alla vittoria e chiedono risultati. Io invece ho preferito restare ancora con l’Assali Stefen Makro, così da crescere e stare tranquillo. Con la squadra mi trovo bene, staff e compagni li conosco, per cui non avevo motivo di lasciarli. Ho preferito fare le cose in maniera più regolare, concedendomi il tempo per crescere e maturare.
I risultati della scorsa stagione hanno acceso i riflettori sul più giovane dei fratelli Pezzo Rosola ma per i devo team ci sarà tempo da U23I risultati della scorsa stagione hanno acceso i riflettori sul più giovane dei fratelli Pezzo Rosola ma per i devo team ci sarà tempo da U23
Invece da under 23?
Lì il discorso cambia e passare in un devo team è un mio obiettivo. Dopo l’europeo di ciclocross qualche chiamata è già arrivata. Spero di concludere la stagione del fango con un accordo già in tasca. Mi piacerebbe anche trovare un devo team che mi faccia continuare a correre nel cross, ma questo si vedrà.
«Siamo orgogliosi di dare il benvenuto a NSN e Stoneweg nel nostro team – ha dichiarato Kjell Carlstrom – e di annunciare il nostro nuovo nome e la nostra nuova identità».
Non è bastato per trattenere Premier Tech, ma la metamorfosi della Israel Cycling Academy è ora avvenuta davvero. L’obiettivo di distaccarsi dalla bandiera israeliana è stato raggiunto e il gruppo sportivo guidato da Kjell Carlstrom proseguirà l’attività con un altro nome e una nuova affiliazione. Dopo le manifestazioni della Vuelta nei giorni più atroci del massacro di Gaza e la rinuncia (non si sa quanto spontanea) alle corse italiane di inizio autunno, la squadra ha deciso di svoltare.
«La società internazionale di sport e intrattenimento NSN (Never Say Never) e Stoneweg, una piattaforma di investimento globale con sede a Ginevra, in Svizzera – si legge nel comunicato – hanno stipulato una joint venture nel ciclismo professionistico su strada per rilevare la struttura dei team WorldTour e Development per la stagione 2026 (in realtà la Israel-Premier Tech era una professional, ndr). Di conseguenza, il nome della nuova squadra World Tour è NSN Cycling Team. Questo è un nuovo capitolo incredibilmente entusiasmante per il team e non vediamo l’ora di debuttare come NSN Cycling Team».
La Japan Cup è stata l’ultima corsa della Israel-Premier TechLa nuova squadra prenderà il nome di NCN Cycling Team, con licenza svizzera e base in SpagnaLa Japan Cup è stata l’ultima corsa della Israel-Premier TechLa nuova squadra prenderà il nome di NCN Cycling Team, con licenza svizzera e base in Spagna
Fra Svizzera e Spagna
La nuova squadra sarà affiliata in Svizzera, al pari della Tudor Pro Cycling e del Team Pinarello-Q36.5. La struttura sarà invece spagnola, con sedi a Barcellona e a Girona, vero hub del professionismo internazionale. Il perché dell’anima catalana si spiega anche col fatto che tra i fondatori di NSN c’è Andres Iniesta, leggenda del Barcellona e della nazionale spagnola.
La presenza in gruppo del vecchio team, nata come veicolo di propaganda per Israele, ha causato diverse contestazioni, al punto che lo sponsor canadese Premier Tech ha annunciato l’immediato ritiro dalla squadra, ritenendo “insostenibile” continuare a sponsorizzarla. I canadesi si sono accontentati di diventare per i prossimi due anni il primo nome della continental francese St Michel-Preference Home-Auber93.
«Questa opportunità – ha spiegato Jean Bélanger, Presidente e CEO di Premier Tech – si sposa perfettamente con le ragioni per cui siamo impegnati nel ciclismo da oltre 30 anni. Costruire ponti a tutti i livelli dello sport e contribuire allo sviluppo dei ciclisti del Quebec e del Canada».
Durante la Vuelta le proteste contro la presenza del team israeliano hanno più volte fermato il gruppo (foto Marta Brea)Durante la Vuelta le proteste contro la presenza del team israeliano hanno più volte fermato il gruppo (foto Marta Brea)
Il Tour de France sotto casa
La squadra ha cambiato nome, dalla prossima settimana dovrebbe essere in ritiro, mentre l’organico, i nuovi colori, i materiali (si parla di separazione da Factor Bikes con l’ingresso di Scott, rimasta fuori dalla Q36.5) e il programma delle gare saranno annunciati in seguito.
«E’ una sfida enorme per NSN immergersi nel mondo del ciclismo – ha detto Joel Borràs, Presidente e Fondatore di NSN – uno sport di portata così globale. E’ una fantastica opportunità per esplorare nuovi modi di comunicare e di entrare in contatto con uno sport in linea con i valori della nostra azienda».
«Il lancio del NSN Cycling Team – ha dichiarato invece Jaume Sabater, CEO di Stoneweg Group – è un momento di orgoglio per tutti noi e siamo incredibilmente entusiasti di lavorare con Kjell e l’intero team per garantire che possiamo raggiungere i massimi livelli nel ciclismo nei prossimi anni. Il ciclismo è uno sport che incarna valori in cui crediamo fermamente, dall’ambizione e dalla resilienza al lavoro di squadra e all’integrità. Il nostro nuovo team mira a incarnare questi principi e a ispirare la prossima generazione di ciclisti e tifosi».
Con il Tour de France 2026 che partirà da Barcellona, sede di NSN, è facile immaginare che per il nuovo gruppo si prospetta la ghiotta occasione di celebrare il fresco investimento.
Per pedalare d’inverno, lo sappiamo, occorre attrezzarsi bene. Gambe coperte e giacca pesante, copriscarpe, guanti e chi più ne ha più ne metta. Ma nella brutta stagione anche la bici necessita di un “abbigliamento” particolare, a partire dai copertoni.
Che differenze ci sono tra gli pneumatici estivi e quelli invernali? Come utilizzarli al meglio? L’abbiamo chiesto a Diego Costa, una vita da meccanico di altissimo livello e ora Head of Operations nel Tudor Pro Cycling Team.
Diego Costa è passato alla Tudor dopo anni alla Ineos. Dal 2026 sarà Head of Operations (foto Tudor Pro Cycling)Diego Costa è passato alla Tudor dopo anni alla Ineos. Dal 2026 sarà Head of Operations (foto Tudor Pro Cycling)
Diego, come prima cosa ci dici quali sono le differenze tra una gomma estiva e una invernale?
La differenza principale riguarda il rotolamento. Con quelle estive si cerca il massimo della performance e della velocità, ma si perde qualcosa per quanto riguarda il grip. Quelle invernali invece sono più strutturate come carcassa, quindi leggermente meno veloci,ma più aderenti. Una differenza che infatti si vede anche nel peso.
Alla Tudor siete sponsorizzati da Schwalbe, che modelli utilizzate e quanto pesano?
Durante la stagione montiamo sempre gli Schwalbe Pro One da 28 mm, anche a cronometro. Invece per l’inverno diamo ai corridori gli Schwalbe One 365 sempre da 28, uno pneumatico quattro stagioni. Pesano rispettivamente 260 e 360 grammi, quindi come dicevo c’è una bella differenza.
Il modello One 365 è più strutturato del Pro One, più resistente e più duraturo (e un po’ meno veloce)Gli Schwalbe Pro One, il modello usato dalla Tudor durante le competizioniIl modello One 365 è più strutturato del Pro One, più resistente e più duraturo (e un po’ meno veloce)Gli Schwalbe Pro One, il modello usato dalla Tudor durante le competizioni
Cambia anche la resistenza alle forature?
Esatto, i 365 hanno la protezione RaceGuard, oltre ad una carcassa più robusta e una mescola diversa. Per questo paga qualcosa in termini di resistenza al rotolamento, ma per gli allenamenti invernali vanno più che bene. Poi dipende anche dalle condizioni atmosferiche e da dove si abita. Abbiamo corridori spagnoli che usano sempre i Pro One, anche per avere sempre lo stesso setup. Allo stesso tempo ci sono altri corridori, per esempio gli olandesi, che utilizzano i 365 durante tutto l’anno.
E questo cambiamento tra pneumatici da allenamento e gara non si sente?
Molto poco direi, perché comunque giochiamo anche con le pressioni per fare in modo che abbiano le stesse sensazioni. Per esempio tenendo i Pro One a un gonfiaggio più basso.
A proposito di pressioni, quali sono quelle giuste per il modello invernale 365?
Parlando della versione tubeless, che consiglio senz’altro, noi le usiamo dai 4 a 5,3 bar. Secondo me anche per gli amatori durante l’inverno conviene certamente un copertone un po’ più robusto e più sicuro, e quello è un ottimo modello. Anche per quanto riguarda il design, il 360 ha le scanalature più accentuate di quello estivo, un dettaglio importante in questa stagione, quando spesso le strade restano umide anche con il bel tempo.
Negli Schwalbe One 365 anche la scanalatura è più marcata, per un migliore grip sul bagnatoNegli Schwalbe One 365 anche la scanalatura è più marcata, per un migliore grip sul bagnato
Torniamo un attimo alla vostra scelta durante le gare. Come mai avete optato per la misura da 28 mm?
Abbiamo esplorato molte combinazioni, fatto molti test, e quella sezione, nell’insieme del sistema copertone-ruota-bici, si è dimostrata la migliore. L’anno scorso per esempio utilizzavamo il 25 mm all’anteriore e il 28 mm al posteriore, da quest’anno invece siamo passati solo alla sezione più grande. E rimarremo così anche per la prossima stagione. Tranne che per le garesulle pietre, dove utilizzeremo i Pro One ma da 30 mm.
Qualcuno dei vostri durante l’inverno fa anche gravel? In questo caso che pneumatici consiglieresti?
Sì qualche corridore che abita in nord Europa lo fa, anche per diversificare la preparazione, ma è una cosa che chiedono direttamente loro. Per il gravel un’ottima opzione sono gli G-One Overland 365 da 40 mm, per i quali vale più o meno lo stesso discorso fatto per gli One 365 stradali. Sono degli pneumatici quattro stagioni, quindi con protezione antiforatura e con maggior durata, la scelta giusta per chi li usa a livello amatoriale senza l’ossessione del risultato agonistico
PESARO – Della Serata del Grande Ciclismo abbiamo già detto nell’editoriale di lunedì, parlando della rivendicazione di Garofoli a favore dei corridori italiani. Tuttavia la serata organizzata da Maurizio Radi e Giacomo Rossi ha visto sfilare sul palco anche alcuni dei migliori talenti marchigiani e fra questi non poteva mancare il Petrucci Zero24 Cycling Team allievi, il brand del Pedale Chiaravallese. Di loro abbiamo parlato più e più volte, quando ancora nessuno poteva immaginare che la squadra di Alberto Puerini sarebbe stata la dominatrice di stagione.
Nove successi con Tommasi Cingolani, fra cui il campionato italiano in linea e a cronometro. Sei con Edoardo Fiorini. Cinque con Filippo Cingolani. Dieci con Andrea Gabriele Alessiani e fra queste il Gran Premio della Liberazione a Roma, il Giro delle Tre Province in Emilia e il Giro dei Cinque Laghi in Veneto. Sono numeri da prendere con le molle, sempre di allievi si parla. Ed è positivo rendersi conto che identica consapevolezza ce l’ha il loro direttore sportivo Puerini.
Da sinistra, Giacomo Rossi e Maurizio Radi, gli organizzatori della Serata di Grande Ciclismo, con i loro ospitiLa quinta edizione della Festa del Grande Ciclismo si è svolta ancora una volta a PesaroEnzo Vicennati consegna a Gianmarco Garofoli il premio della serataDa sinistra, Giacomo Rossi e Maurizio Radi, gli organizzatori della Serata di Grande Ciclismo, con i loro ospitiLa quinta edizione della Festa del Grande Ciclismo si è svolta ancora una volta a PesaroEnzo Vicennati consegna a Gianmarco Garofoli il premio della serata
«Quando da ragazzini – ricorda Puerini – andavamo a correre in Romagna, già vedevi la differenza. Andavi a correre in Toscana e neanche ti presentavi, perché era tutto un altro ritmo. Abbassavano la bandierina, alzavi la testa e non riuscivi a capire quanti ce ne fossero davanti e la corsa era finita. Figuratevi in Veneto, cosa volevi fare? Quest’anno siamo andati al Nord e abbiamo sentito le altre squadre dire che si lottava per il secondo posto, perché c’eravamo noi. Per me è una bella rivincita. Prima, quando un marchigiano vinceva fuori regione, era un campione. Quest’anno siamo andati spesso e abbiamo vinto alcune fra le gare più importanti».
Già il 2024 era stato positivo, che cosa è cambiato quest’anno?
Molti ragazzi del primo anno sono cresciuti e migliorati, i risultati sono venuti per la loro crescita. Sin dall’inizio dello scorso anno, avevano preso la categoria allievi con una buona mentalità. Dopo un mese e mezzo di gare, avevano smesso di correre per fare bene, ma partivano per vincere, chiudendo la stagione con il titolo italiano della cronometro a squadre: la ciliegina sulla torta. Quest’anno abbiamo proseguito. Siamo partiti subito a mille e abbiamo vinto le prime due gare, le domeniche che non abbiamo vinto si contano sulle dita di due mani.
Alla Sarnano-Recanati, Fiorini precede Alessiani. E’ il 28 settembre, lo Zero24 Cycling Team dominaAlla Sarnano-Recanati, Fiorini precede Alessiani. E’ il 28 settembre, lo Zero24 Cycling Team domina
Li guardi e non pensi che siano allievi, sono molto più grandi rispetto a una decina di anni fa…
Dopo il Covid c’è stata un’accelerazione enorme. La mentalità che hanno ora forse prima non l’avevano neppure gli juniores. Qualche ragazzino che deve ancora formarsi e fa fatica c’è ancora, però secondo me il lavorare molto in palestra, che prima non si faceva, giova anche alla crescita. Sono strutturati fisicamente e mentalmente sono più focalizzati, hanno una marcia in più di quella che avevamo noi.
Forse proprio per questo bisogna stare attenti a non esagerare con i carichi di lavoro?
Bisogna distinguere tra ragazzo e ragazzo. Quello che ancora è indietro con la maturazione lo devi aspettare, non puoi esagerare. Devi dargli i tempi di recupero, stare molto attento alle fasi di crescita. Nel momento che il fisico sviluppa, non lo puoi stressare, perché ha bisogno di energie fisiche e mentali proprio per crescere, quindi devi andare tranquillo. In questo aiutano molto le nuove metodologie. Puoi controllare gli allenamenti, la forza, la frequenza. Il potenziometro, che prima sembrava chissà cosa, secondo me aiuta molto a preservare i ragazzi: di fatto non sbagli più. Per contro, non devi avere… fame. Devi pensare al bene dei ragazzi, non a vincere più corse possibili. Li devi far crescere, soprattutto mentalmente. Perché fisicamente crescono da soli, secondo natura.
Gorizia, Tommaso Cingolani precede Ceccarelli e Fiorni al tricolore. Per la Zero24 Cycling Team un giorno indimenticabileGorizia, Tommaso Cingolani precede Ceccarelli e Fiorni al tricolore. Per la Zero24 Cycling Team un giorno indimenticabile
Il direttore sportivo è anche psicologo?
Parecchio. Devi cercare di capirli, sapere quando è il momento del bastone e quando della carota. E quando si fidano, iniziano a confidarsi come se fossi un fratello maggiore o un secondo padre. Ti raccontano tante cose della scuola, magari quando hanno preso un brutto voto e devo spingerli a dirlo anche a casa.
Genitori, spesso la nota dolente: che rapporti hai con loro?
La prima cosa è che devono fidarsi, perché in quel caso è fatta. Ti lasciano il figlio e non hai problemi. Però è tosta, è la parte più difficile del direttore sportivo. Devi far capire che vuoi il bene di loro figlio, ma che li consideri tutti uguali. Non è sempre facile, perché c’è sempre quello con la puzza sotto al naso secondo cui non consideri abbastanza suo figlioo non fai abbastanza.
Il 24 agosto, Alessiani porta a casa il Giro delle Tre Province. Lo Zero24 Cycling Team è al suo fiancoIl 24 agosto, Alessiani porta a casa il Giro delle Tre Province. Lo Zero24 Cycling Team è al suo fianco
Come fai?
Non è facile, prendiamo i due Cingolani. Loro padre Francesco lo portavo a correre quando era esordiente, ha fiducia in me, però è anche uno che conosce bene il ciclismo. I Cingolani, anche nonno Amos, sono molto esigenti. Vogliono le cose fatte bene, ma è capitato che gli abbia detto: «Ricordati che qualche volta i tuoi figli vanno ancora a giocare a fare le capanne al fiume». Sono ancora ragazzini e non si può sempre considerarli dei professionisti, mentre loro sono molto professionali e guardano il particolare. E’ più facile avere a che fare con un genitore che non capisce niente di ciclismo e si fida, senza mai intromettersi. Se invece sbagli qualcosa, oppure qualcosa non va per il verso giusto, Francesco lo nota subito e ce lo fa notare. Non devi mai abbassare la guardia.
Ti sembra che ci sia un po’ di risveglio nel ciclismo marchigiano?
Qualcosa si muove, ma secondo me si può fare di più. C’è da lavorare sui vivai, sui ragazzini, sulle scuole di ciclismo. C’è da trasmettere la passione, il divertimento. E c’è anche da lavorare tanto sui giovani, perché purtroppo il ciclismo è accelerato e parecchi ragazzi smettono anche troppo presto. Servono anche nuovi tecnici, che siano preparati e parlino la loro stessa lingua.
A Roma la vittoria di Alesiani al GP Liberazione, successo di prestigio per lo Zero24 Cycling Team (foto Simone Lombi)A Roma la vittoria di Alesiani al GP Liberazione, successo di prestigio per lo Zero24 Cycling Team (foto Simone Lombi)
Che cosa intendi?
Guardo in casa nostra e per la preparazione mi aiuta Lancioni, che à un 2004 e fa Scienze Motorie. Tommaso Fiorini, fratello di Edoardo, il prossimo anno farà il direttore sportivo con gli esordienti. C’è un altro ragazzo del 2008 che già dall’anno veniva ad allenarsi con noi, anche se ha smesso di correre. Sta in bicicletta con loro e li tiene in riga perché è un po’ più grande. E poi c’è un altro del 2006 che tutte le domeniche vuole venire con noi a fare l’accompagnatore , anche solo per dare le borracce. Bisogna investire su questi ragazzi, perché ci sono ancora in giro i direttori sportivi di quando ero allievo io. Hanno passione, ma vivono nel ciclismo degli anni 80-90.
Avete avuto la tentazione di portare questo gruppo fra gli juniores?
Qualcuno ce l’ha proposto, ma non saremmo in grado di farlo. Ci avevamo provato con Mario Austero, però oltre che essere costosissimo, a mio avviso non siamo pronti per quel ciclismo. Bisogna essere strutturati bene. Se hai Fiorini, Cingolani e Alessiani, che è andato alla Pool Cantù, non puoi farli correre solo in Abruzzo, nel Lazio o in Emilia. Certe esperienze bisogna che le facciano, devi andare a fare la corsa a tappe, che ha dei costi notevoli. Preferiamo lavorare bene fra gli allievi, che in questi anni conta ancora di più.
Nella serata di Pesaro, Puerini insieme a Edoardo Fiorini con il trofeo Morfeo GadgetNella serata di Pesaro, Puerini insieme a Edoardo Fiorini con il trofeo Morfeo Gadget
Perché?
Perché bisogna essere bravi a costruire i ragazzi soprattutto a livello mentale e di maturità, di consapevolezza delle scelte e delle rinunce che dovranno fare. Devono capire che c’è la scuola, poi c’è il ciclismo e solo dopo viene tutto il resto. Se hai passione, le cose ti vengono facili, sennò si fa presto a mollare. E non possiamo permetterci di perdere i talenti migliori.
La tendinite non arriva per caso. Al di là di qualche predisposizione, deriva da un difetto dei materiali o di posizione. E poi ci sono i sovraccarichi
Michele Scarponi rivive in uno splendido libro scritto da Alessandra Giardini che sembra nata per trasferire le emozioni nelle parole. “Michele Scarponi, profondo come una salita” è una storia di storie, voluta dalla Fondazione che ne porta il nome e si impegna per l’educazione al comportamento stradale, alla cultura del rispetto delle regole e dell’altro. «La strada è di tutti – questo il suo slogan – a partire dal più fragile». Noi abbiamo estrapolato 6 passaggi per invogliarvi alla lettura.
«Michele Scarponi, profondo come una salita”: ecco il libro realizzato dalla Fondazione e scritto da Alessandra GiardiniLa Fondazione Scarponi, la famiglia e i suoi amici. La seconda da destra è l’autrice Alessandra Giardini«Michele Scarponi, profondo come una salita”: ecco il libro realizzato dalla Fondazione e scritto da Alessandra GiardiniNella contro copertina del libro, anche una splendida frase di Peter SaganLa Fondazione, la famiglia e i suoi amici. Accanto a Garofoli, Marco Scarponi e mamma FlaviaQui Orlando Maini, papà Giacomo con sua figlia Silvia. Poi Alessandra Giardini e Martinelli
A casa di nonno Marino
Cantalupo è un bar, una balera, una scuola d’infanzia, una fabbrica tessile, una ventina di case, tanti tanti campi. Un po’ di fossi, qualche albero e tanto ciclo. Michele scorrazzava dappertutto, senza fermarsi un attimo. Era nato trascinatore. Quando la sera finalmente lo mettevano a letto, si spegneva di colpo, stremato. Gli altri cugini erano quasi tutti più grandi di lui. Simone aveva la sua età ma era più alto e grosso. Soltanto con Juri, l’ultimo nato di quella tribù di maschi – Silvia, Serenella e Sara sarebbero venute dopo – Michele poteva fare la parte del grande. Soltanto a Juri un giorno di maggio confidò il suo sogno.
Avevano pranzato nella cucina del garage come facevano sempre nella bella stagione, e poi nonno Marino aveva acceso la radio per seguire la tappa. A casa Scarponi il ciclismo scandiva la vita come le stagioni della terra, ma era il Giro d’Italia l’unica corsa che contava davvero. La Tirreno-Adriatico passava fin troppo vicino, le classiche erano troppo a nord – chissà se esistevano davvero – e del Tour Marino e i suoi figli se ne fregavano. II Giro invece era reale, lo potevi toccare, sentire, qualche volta passava addirittura sotto casa. Le salite le conoscevano tutti, magari soltanto per sentito dire.
E’ il 2004, terzo anno da professionista: vittoria di tappa alla Coppi e Bartali prima del 4° posto alla LiegiE’ il 2004, terzo anno da professionista: vittoria di tappa alla Coppi e Bartali prima del 4° posto alla Liegi
Vincerò il Giro d’Italia
Michele non vinceva, non ancora: erano corse al massacro, tutte volate e spallate, e lui era troppo più leggero degli altri. Ma gli era bastata la prima pedalata per capire che quella sarebbe stata la sua vita. «Da grande voglio correre il Giro d’Italia, e vincerò io».
A casa Scarponi nessuno aveva mai immaginato di correre in bicicletta: erano appassionati, non corridori. Ma Flavia e Giacomo erano sempre stati convinti che uno sport bisognasse farlo, soltanto questo chiesero ai loro figli. Marco scelse il calcio e anche Silvia anni dopo avrebbe giocato a pallone fino alla Serie A.
Era stato un carabiniere, Mario Accorroni, a dare a Giacomo il consiglio giusto. Erano a Santa Maria Nuova, in piazza, Michele non era ancora stato fermo un secondo. «Mettilo in bicicletta, ‘sto monello».
Giro d’Italia 2011: Contador chiude in maglia rosa, ma con una squalifica pendente. La vittoria finale va quindi a ScarponiGiro d’Italia 2011: Contador chiude in maglia rosa, ma con una squalifica pendente. La vittoria finale va quindi a Scarponi
La profezia di Bartali
Michele era sempre il più piccolo di tutti, fecero fatica a trovare una bici della sua taglia, eppure con quelle gambette pedalava come nessuno. Aveva talento, a dispetto di un fisico che lo svantaggiava rispetto ai suoi coetanei.
Il primo successo arrivò il giorno in cui Michele compiva nove anni, domenica 25 settembre 1988, a Tolentino. (…). Era un’epoca in cui ancora le gare si correvano nel cuore dei paesi, non come adesso nelle zone industriali, con il traguardo sotto il centro commerciale. Era un mondo antico, e Michele sembrava un corridore di una volta, venuto fuori dalle parole del nonno Marino. Ci sarebbe stato bene anche con Bartali, uno così (…).
Anche nella smorfia di Michele in salita non era difficile rivedere la tigna di nonno Armando. Se nonno Armando era la parte istintiva, nonno Marino era quella razionale (…). Una volta da giovanissimo, Michele andò a correre in Toscana e nonno Marino non perse l’occasione di presentarlo a Gino Bartali. Che lo guardò e non ebbe dubbi: «Ma questo ha le gambette da corridore!».
Giro 2016: Michele, fermato da Slongo, attende Nibali. L’emblema del grande cuore di ScarponiGiro 2016: Michele, fermato da Slongo, attende Nibali. L’emblema del grande cuore di Scarponi
Il Giro 2011 e i gemelli
«Michele, il Giro l’hai vinto tu».
«Ma no che non l’ho vinto. Sul podio c’è andato lui (Alberto Contador, ndr), e in maglia rosa c’era lui».
«ll Giro l’hai vinto tu, Michele. Fattene una ragione».
Quando cominciarono a telefonargli Michele era al settimo cielo, ma la decisione del Tas non c’entrava affatto. Da qualche settimana lui e Anna avevano saputo che sarebbero diventati genitori, e adesso sapevano anche che avrebbero avuto due gemelli. Era un sentimento strano, che toglieva importanza a tutto il resto, e al contrario faceva sembrare tutto quanto amplificato. Ogni cosa era improvvisamente più forte, più veloce, più colorata.
A Michele continuavano a dire tutti di godersi questi mesi, ché poi con due bambini in casa la pace sarebbe finita, ma lui si sentiva come da piccolo alla vigilia della sagra delle noci di Storaco, quando faceva fatica ad addormentarsi per l’eccitazione di quello che lo aspettava il giorno dopo. Non vedeva l’ora che quei due nascessero, voleva toccarli, annusarli, vedere le loro facce, tenerli in braccio. E allontanarsi da Anna era diventato improvvisamente difficilissimo.
Cinque giorni prima dell’incidente in cui sarà ucciso, Scarponi conquista la tappa di Innsbruck al Tour of the AlpsCinque giorni prima dell’incidente in cui sarà ucciso, Scarponi conquista la tappa di Innsbruck al Tour of the Alps
Giro 2016, cuore da gregario
«Ho capito Paolo, aspettiamo lo Squalo». Lo disse con un sorriso. Era convinto che sarebbe bastato rallentare e aspettare il capitano. Ma Slongo fu più drastico. L’eventuale vantaggio di Nibali si sarebbe ampliato nel falsopiano che portava all’ultima salita. «Fermati. Prendi da mangiare e da bere per te e Vincenzo e riparti quando saranno vicini».
Michele non obiettò. Mise il piede a terra. Passarono alcuni corridori che Michele aveva staccato in salita prima, guardavano e non capivano. Scarpa fece l’occhiolino a Slongo: «Tra poco li riprendiamo».
Quando vide Nibali arrivare da lontano, Michele urlò: «Squalooooooo».
E riparti davanti al capitano. Lo guidò sul falsopiano e poi tirò ancora sull’ultima salita, fino a nove chilometri dal traguardo: uno sguardo d’intesa, poi toccò a Nibali. Quando arrivò al traguardo di Risoul, 6 minuti dopo il suo capitano, Michele sapeva che il Giro era riaperto. Guardò il tabellone con la classifica: Vincenzo era secondo a 44″ da Chaves. E le montagne non erano finite.
La quarta Liegi di Valverde arriva il 23 aprile 2017, all’indomani della morte di Scarponi, cui dedica vittoria e premiLa quarta Liegi di Valverde arriva il 23 aprile 2017, all’indomani della morte di Scarponi, cui dedica vittoria e premi
22 aprile 2017, l’ultima uscita
Martino lo chiamò quando era appena arrivato a casa, l’Operazione Giro d’Italia era partita e non bisognava trascurare niente.
«Martino, abbiamo fatto un clamoroso sbaglio».
«Quale sbaglio?».
«Non ho preso la bici da crono».
«Come faccio adesso a farti arrivare la bici da crono sull’Etna?».
«Sono sicuro che tu puoi».
E poi si buttò sul tappeto a giocare, i gemelli addosso a lui, con le maglie di leader del Tour of the Alps. Finalmente avevano visto il loro babbo vincere. Improvvisamente tutta la stanchezza passò, suoi figli riuscivano a trasmettergli quell’energia che in loro sembrava inesauribile. Crollarono tardi, ridendo. Prima di addormentarsi disse ad Anna che la mattina sarebbe uscito presto, per fare un’ultima sgambata, poi sarebbe stato tutto loro.
Appena sveglio andò in garage, prese la bici appoggiata alla parete che Giacomo e Tommaso avevano decorato per lui con le loro impronte colorate. Uscì prima che loro si svegliassero senza far rumore.
Il libro è disponibile contattando la Fondazione Michele Scarponi: tel. 347 5929666 – mail info@fondazionemichelescarponi.com
In queste ore Elia Viviani sta affrontando la sua ultima competizione. Per tradizione la 6 Giorni di Gand è la passerella per tanti di coloro che hanno scritto la storia della pista. Il veronese non si è privato di questo piacere, del saluto di un pubblico appassionato che non guarda al colore della bandiera nel tributare i giusti onori a chi ha dato tanto a questo settore.
Viviani insieme al belga Jasper De Buyst con il quale sta correndo la 6 Giorni di GandViviani insieme al belga Jasper De Buyst con il quale sta correndo la 6 Giorni di Gand
Silvio Martinello è stato anch’egli un grande protagonista della pista. Come Viviani ha saputo coniugare la disciplina del suo cuore con la strada, emergendo in entrambe. Sa bene cosa ha passato il veneto, soprattutto nelle ultime stagioni, dorate su pista ma tribolate su strada: «E’ sicuramente un momento opportuno – dice – e un palcoscenico ideale per chiudere. E’ un evento particolarmente sentito, che conosco molto bene perché ho partecipato e l’ho vinto in un paio di occasioni. In un Paese, il Belgio, dove il ciclismo è qualcosa di molto importante, pertanto sicuramente è l’occasione giusta per salutare il pubblico che lo ha seguito con affetto in tutti questi anni».
L’ultima parte di carriera di Elia è vissuta su due binari paralleli, la pista e la strada. La pista ha continuato a regalargli grandi soddisfazioni, su strada ha fatto sempre più fatica, pur riuscendo a trovare dei momenti per emergere. E’ normale questo andamento ondivago?
Lui è un corridore con le caratteristiche giuste per le grandi corse a tappe, dove i velocisti trovano il terreno più adatto, più opportunità per vincere. Negli ultimi anni le squadre si sono però focalizzate su altri obiettivi e non lo hanno convocato. Mi pare che abbia corso la Vuelta come ultima uscita in una grande corsa a tappe, che quest’anno non aveva propriamente un percorso adattissimo ai velocisti, pertanto ha avuto molte meno opportunità.Lui ha corso in squadre molto importanti in quasi tutta la sua carriera, team che guardavano alla classifica. Pertanto è stato un epilogo su strada al passo con i tempi attuali e in relazione alle sue caratteristiche atletiche.
Silvio Martinello, olimpionico su pista e due volte candidato alla presidenza FCISilvio Martinello, olimpionico su pista e due volte candidato alla presidenza FCI
Vincere per oltre 10 anni su pista secondo te è qualcosa che diventerà sempre più raro come su strada o ci sono più possibilità che si ripetano carriere come la sua?
Le opportunità rispetto ad un tempo, parlo della mia epoca, sono molte di più ora. Allora non c’erano gli europei, per esempio e poi i programmi di gara erano molto più asciutti. L’eliminazione dove ha vinto tre titoli mondiali, allora non faceva parte del programma, la sua sublimazione era alle Sei Giorni. Chiaramente non c’è nulla di scontato, bisogna avere la classe, l’attitudine, la determinazione, la concentrazione, la professionalità e la serietà che Viviani ha sempre avuto fino al termine della sua carriera.
La Lotto è stato l’ultimo dei grandi team che l’ha voluto con sé e con il quale Viviani ha vinto su stradaLa Lotto è stato l’ultimo dei grandi team che l’ha voluto con sé e con il quale Viviani ha vinto su strada
Ora che appende la bici al chiodo, secondo te cosa può dare ancora Elia a questo mondo?
Certamente molto in relazione alle esperienze che ha vissuto. Da ciò che leggo mi sembra che per lui ci siano opportunità sia all’interno di qualche formazione importante sia come collaboratore federale, in un ruolo manageriale. E’ la naturale conseguenza di una carriera luminosa dal punto di vista dei risultati. Di una modalità di comportamento sempre rispettosa sia della maglia azzurra sia delle varie scelte che lo hanno visto protagonista.
Che cosa intendi?
Non ha mai alzato la voce quando è stato estromesso da qualche selezione per il Giro d’Italia piuttosto che per il Tour de France. E’ sempre stato un corridore molto corretto e può dare qualcosa anche in un ruolo diverso. Ora per lui termina un capitolo e ne inizia un altro anche più complicato rispetto a quello agonistico. Perché è molto più complicata la vita giù dalla bicicletta rispetto a quella in sella…
Il veneto in gara a Santiago del Cile, nel mondiale dove ha colto l’ultimo alloro iridatoIl veneto in gara a Santiago del Cile, nel mondiale dove ha colto l’ultimo alloro iridato
Si è detto spesso in queste settimane che Elia con le sue imprese ha rilanciato il movimento della pista, ora secondo te c’è il pericolo che con il suo addio spengano le luci dell’attenzione oppure si è ormai innescato un circolo virtuoso?
Parto da queste ultime due parole: no, il circolo virtuoso non si è innescato e dico purtroppo perché c’erano e ci sono ancora tutte le condizioni per poterlo fare, ma non vedo segnali in questo senso. Elia è il frutto di un lavoro iniziato fin da giovane frequentando il centro di Pescantina e sfruttando la tanta attività che comunque era prevista in molte regioni d’Italia. Ora tutto questo si è spento.
Perché dici così?
Anch’io a un certo punto ho dovuto metterlo nel contratto che volevo la libertà di gestire la mia attività su pista con le squadre per cui correvo. Il suo è il frutto di una passione personale, di una grande attrazione nei confronti della pista che ha saputo gestire insieme a Marco Villa e ha aiutato certamente molti altri corridori di grande qualità come Ganna e Milan. Ma nonostante gli straordinari risultati che da due quadrienni i nostri atleti hanno raggiunto, questo circolo virtuoso non si è innescato.
Elia Viviani in una delle sue prime vittorie, al Giro delle Tre Province, ancor prima di passare professionistaElia Viviani in una delle sue prime vittorie, al Giro delle Tre Province, ancor prima di passare professionista
Perché?
Perché non si sono sfruttati gli straordinari risultati che sono arrivati. Invece sono stati usati per nascondere i problemi sotto il tappeto e non per innescare quel circolo virtuoso che invece una scelta lungimirante avrebbe consigliato. Così ci ritroviamo da molti anni con questo paradosso che abbiamo delle fortissime nazionali maschili e femminili su pista, ma senza avere un’attività di base, con gli impianti che sono lasciati alla buona volontà dei gestori, più o meno capaci, più o meno determinati, più o meno volonterosi di programmare la loro attività. Non esiste un progetto a livello nazionale che consenta ai vari centri di far crescere gli atleti e le atlete con un programma ben preciso. Tutto questo è il frutto della mancanza e dell’incapacità di programmare e di avere anche un minimo di visione. Il risultato è che abbiamo i talenti, ma li scopriamo per caso e nella maggior parte li perdiamo.
Cosa si rischia?
Si rischia di stare a secco come nei 15 anni dopo l’epoca Martinello-Villa e Collinelli, un ciclo che si è concluso con i Giochi di Sydney. Siamo stati fino al 2016, fino proprio a Viviani, senza toccare palla…
In attesa del Veneto e dei mondiali su pista, raccogliamo alcuni spunti da Viviani. Dalla Vuelta al ciclismo italiano, passando per i social e la sicurezza
Il passaggio di Matteo Sobrero dalla Red Bull-Bora alla Lidl-Trekè uno dei più curiosi e, se vogliamo, anche affascinanti per noi italiani. Il piemontese è un ottimo cronoman, un uomo di fiducia e un elemento della nazionale: vederlo entrare nella squadra di Luca Guercilena non può che farci piacere. Dopotutto, nella Lidl-Trek gli italiani sono sempre ben tutelati.
Matteo ci racconta proprio questo passaggio. Un cambio di casacca avvenuto in modo relativamente fluido e veloce nella seconda parte dell’estate. Da Sobrero vogliamo capire cosa lo ha convinto a scegliere il team statunitense e cosa va a fare in questo squadrone.
Matteo Sobrero (classe 1997) è uno dei punti fermi della nazionaleMatteo Sobrero (classe 1997) è uno dei punti fermi della nazionale
Partiamo dal passato: Matteo, eri in scadenza di contratto? Volevi (o potevi) restare in Red Bull?
Diciamo che l’ipotesi di restare c’è stata. Ma poi la squadra ha preso Remco e sono nati altri progetti. Contemporaneamente c’è stato l’interesse della Lidl-Trek e la cosa mi ha colpito subito. Li ho sempre visti come un team unito: un bel gruppo, sia tra i corridori che nell’insieme del team, quando magari ci trovavamo insieme in hotel o sul bus. Mi sembrava ci fosse armonia.
Perché, in Red Bull-Bora non era così?
Io andavo d’accordissimo con gli altri ragazzi, soprattutto con Giulio (Pellizzari, ndr) e Primoz (Roglic, ndr)... Però ogni anno c’era un rimescolamento, arrivavano o partivano atleti, e in quel senso l’idea del gruppo veniva un po’ meno. Si faceva più fatica a percepirla.
Tra poco ripartono i ritiri sul serio. Hai già avuto modo di stare con la Lidl-Trek?
Sì, sono stato alcuni giorni in Germania, preso una sede Lidl. Lì abbiamo fatto le consuete visite mediche e altre pratiche logistiche.
Un uomo così, che sa perfomare in pianura e su certi tipi di salite, in squadra è un valore aggiuntoUn uomo così, che sa perfomare in pianura e su certi tipi di salite, in squadra è un valore aggiunto
E cosa ti è parso di questo ambiente?
Che è molto grande e dotato: non mi sembra manchi nulla. Investono parecchio e puntano in alto. Anche nella preparazione, nella nutrizione, sono molto all’avanguardia: quei pochi giorni mi hanno dato grandi rassicurazioni. Si vede chiaramente che c’è un progetto per il futuro.
Qual è, secondo te, questo progetto?
Ambiscono a essere i migliori, come la UAE Team Emirates. E come loro stessi avevano aspirato quando leder era la Visma-Lease a Bike. Vogliono correre per vincere. È una cosa scontata, forse, ma per me è molto importante.
Quindi, tecnicamente siete sulla stessa lunghezza d’onda. E l’armonia che intravedevi da fuori?
È chiaro che ci sono stato solo pochi giorni, ma quello che mi ha colpito è che sì, sono un team di altissimo livello, ma c’è anche un rapporto umano più forte. È qualcosa che secondo me mancava nell’ultimo anno a Red Bull-Bora. Ma succede: in molti team. Alla fine sono aziende e tu devi performare.
Quale sarà il tuo ruolo in questo nuovo team? Sarai parte del “gruppo Ciccone”, del “gruppo Ayuso”?
È presto per dirlo! Per ora non ne abbiamo parlato nel dettaglio, ma credo che sarò più o meno la figura che ero in Red Bull: un corridore di supporto nei Grandi Giri. Anche se “supporto” non significa necessariamente che sarò sempre al servizio di un uomo di classifica.
Grazie alle doti da cronoman, Sobrero può fare bene nelle corse a tappe brevi che prevedono una tappa contro il tempoGrazie alle doti da cronoman, Sobrero può fare bene nelle corse a tappe brevi che prevedono una tappa contro il tempo
Puoi spiegare meglio cosa intendi?
In Lidl-Trek ci sono molti campioni. Potrei aiutare un corridore per la classifica o magari Nys, Pedersen, Milan… Non come ultimo uomo, chiaramente. Oppure, logicamente, potrei essere utile anche a corridori come Ayuso, Ciccone… Insomma un profilo flessibile.
E ti piace questo ruolo?
Sì, mi fa piacere lavorare per i compagni, soprattutto se sono campioni che poi sanno finalizzare. Quindi farò da supporto, ma quando ci sarà la possibilità potrò giocarmi le mie occasioni. Un po’ come è successo quest’anno in Polonia: ho avuto il mio spazio e sono andato a podio. So che su certe corse posso esprimermi: gare a tappe di una settimana con una crono possono andare bene per me. Ma anche in alcune corse di un giorno posso dire la mia. Tra l’altro loro cercavano proprio un profilo come il mio.
E della nuova bici cosa ci dici? La Trek Madone non passa certo inosservata…
Dico che “parla inglese”! Scherzi a parte, è una bici top, come quella da cui vengo. Le Trek mi incuriosivano già da tempo e in gruppo le guardavo sempre. Magari quando andavo indietro all’ammiraglia, o in gruppo nei rari momenti più tranquilli, un occhio glielo buttavo. Poi tra noi atleti ci scambiamo opinioni tecniche e a me piace aggiornarmi.
Qualunque sia l’argomento, dopo un po’ che ne parli con Guercilena ti accorgi che il suo approccio è sempre molto razionale. Analisi, sintesi, conclusione. E laddove l’ultima non sia possibile, viene sostituita da un’ipotesi o una domanda. Così è anche sul tema della sicurezza, dopo che la sua squadra femminile è stata squalificata per i GPS del Romandia, dopo che l’UCI ha proposto una serie di misure più posticce che incisive e la limitazione dei rapporti, subito vietata dal garante belga.
Nel frattempo le medie si alzano e non si capisce se e come sia possibile limitare le velocità del gruppo. Non si capisce nemmeno se sia necessario intervenire sulle bici, sulle strade o cos’altro. Probabilmente perché nessuno ha ancora fatto un’analisi completa e seria.
«Io sono convinto – dice il team manager della Lidl-Trek – che il discorso sicurezza debba passare attraverso dei materiali sicuri. Il miglioramento della velocità è insito nella tecnologia della performance. Per cui se anche si decidesse di limitare un materiale, la ricerca e lo sviluppo andrebbero comunque a svilupparne un altro più veloce. Si decide di imporre cerchi da 35? L’ingegneria porterà i cerchi da 35 a essere aerodinamici e con un momento di inerzia pari a quelli da 90, per cui certe limitazioni non saranno mai soluzioni durature».
Luca Guercilena è il general manager della Lidl-Trek. Negli anni è stato anche preparatore e direttore sportivoLuca Guercilena è il general manager della Lidl-Trek. Negli anni è stato anche preparatore e direttore sportivo
Il problema è che le performance migliorano, mentre le strade peggiorano…
Il discorso è esattamente questo. Uno dei punti da affrontare è l’attenzione alle protezioni sulle strade. Aiuterebbe un sacco se ci fosse un sistema efficace, che chiaramente sarebbe anche costoso, per proteggere determinati punti in modo migliore. E poi viene l’aspetto dei materiali, che però va studiato e pensato in modo scientifico. Servono dei regolamenti che garantiscano maggiore sicurezza e il modo giusto di applicarli. Ma secondo me non è tutto vincolato alla velocità.
Cos’altro c’è?
Una questione di approccio culturale. Bisogna mettersi nell’ordine di idee che a un certo punto si può anche frenare. Secondo me uno degli snodi è che la correttezza tra atleti è venuta un po’ meno, perché l’età media del gruppo continua a scendere. Di conseguenza la spavalderia dei 18 anni contrasta con la maturità degli atleti più grandi, che hanno un altro raziocinio nell’individuare il momento in cui è meglio frenare piuttosto che ammazzarsi.
Vuoi dirci che è possibile dire a un corridore di correre un po’ meno forte?
Parlo dei miei. Da un po’ abbiamo iniziato a dirgli: «Ragazzi, il rischio deve essere controllato. Nel senso che tra avervi fuori per tre mesi e fare secondo, fate secondo!». L’investimento che faccio su Ayuso, Ciccone, Milan, Skjelmose o Pedersen non è banale. Certo, per l’amor di Dio, se devi rischiare per la volata che vale la vittoria, allora rischia. Però se devi cadere nella curva a 70 chilometri dall’arrivo e stai fuori un mese, allora no. Devono frenare, perché il valore dell’atleta è talmente elevato che la sommatoria la fai a fine stagione, non sulla singola gara. Se devi vincere il Fiandre è una cosa, però non dirò mai a un corridore di rischiare l’osso del collo ai meno 20 dall’arrivo perché dobbiamo posizionarci bene in volata al Tour du Poitou-Charentes. Siamo tutti consapevoli che le cadute fanno male e secondo me la discussione dovrebbe essere molto più scientifica e analizzata in dettaglio.
Correre rischi va bene solo se serve per arrivare a vincere, dice Guercilena, altrimenti è meglio tirare i freniCorrere rischi va bene solo se serve per arrivare a vincere, dice Guercilena, altrimenti è meglio tirare i freni
Hai parlato della baldanza dei corridori di 18 anni…
Per le leggi del mercato l’età media del gruppo sta diminuendo. Mi ci metto anch’io, non voglio fare il buono e dire che gli altri sono cattivi. Facciamo passare gente che da un inverno all’altro passa dai 90 chilometri delle gare juniores ai 290 della Sanremo. E’ inevitabile che i rischi aumentino. Anche solo dal punto di vista fisiologico, la lucidità che può avere un ragazzino di 18 anni dopo 290 chilometri rispetto a quella di un professionista navigato, che ha già fatto esperienze graduali per arrivare a quel punto, è completamente diversa e quindi il rischio aumenta.
Secondo te il gruppo WorldTour sarebbe disponibile a una frenata sui passaggi così precoci?
Penso di no, per cui a livello teorico è molto bello, ma a livello pratico forse si fa davvero prima a mettere mani sui materiali e sulle biciclette. Però è chiaro che andremmo a scegliere la soluzione più facile pensando che sia la migliore. Secondo me invece un’analisi ha senso se la faccio in modo scientifico. Se applico dei criteri che abbiano un senso. Allora di fronte alla prova provata dei numeri, nessuno può fare delle contestazioni. Il problema invece è che ci basiamo sulle opinioni e continuiamo a non uscirne.
Come si fa un’analisi credibile?
Serve un gruppo di lavoro che analizzi le leggi del lavoro, coinvolgendo l’associazione corridori, i procuratori e i gruppi sportivi. Serve anche fare delle analisi a lungo termine, coinvolgendo degli esperti. Bisogna che nelle commissioni ci sia gente del nostro ambiente, ma l’analisi oggettiva e la soluzione devono provenire da persone con la capacità professionale e l’esperienza adeguata a risolvere il problema.
Se i corridori vanno a contatto di gomito, dice Guercilena, la caduta ne tira giù tanti, come quando cade un aereoSe i corridori vanno a contatto di gomito, dice Guercilena, la caduta ne tira giù tanti, come quando cade un aereo
Si dovrebbe partire da un’analisi più seria?
Abbiamo un’analisi analitica di un aumento sconsiderato delle cadute rispetto agli anni 70? Stiamo parlando del danno della singola caduta o stiamo parlando realmente del volume di corridori caduti e dell’entità dei danni? Non esistono statistiche longitudinali. Non siamo in grado di dire se si cada di più o di meno nei primi 100 chilometri piuttosto che negli ultimi 20. Suppongo che nei primi 100 chilometri cadi per distrazione, mentre negli ultimi 5 per il rischio in volata. Ma anche questa è un’opinione e con le opinioni non si trovano le soluzioni. L’opinione deve essere il punto di partenza, poi bisogna fare un’analisi reale e scientifica e affidare agli esperti l’incarico di trovare le risposte.
Avete raccolto dati statistici?
Negli ultimi 2-3 anni con i dottori abbiamo iniziato a farlo. In realtà il numero di fratture non è aumentato e non è vero che si cada di più. E’ diverso invece il numero di corridori coinvolti nella stessa caduta. Come quando cade un aereo rispetto agli incidenti stradali. I corridori sono tutti più freschi, sono tutti più allenati, il gruppo è compattissimo e, se si cade, si cade tutti insieme.
Hai parlato di opinioni come punto di partenza. Tu cosa faresti?
Investiamo in tecnologia per trovare un airbag nel casco o nella maglia che, se ti schianti, ti salva la testa e la colonna vertebrale. Investirei tonnellate di soldi su sistemi di airbag uguali per tutti, che ti proteggano nella caduta evitando l’infortunio. Perché le cadute ci saranno sempre, fanno parte del nostro sport.
La sicurezza secondo Guercilena passa per la tutela del corridore e poi la messa in sicurezza più seria delle stradeLa sicurezza secondo Guercilena passa per la tutela del corridore e poi la messa in sicurezza più seria delle strade
Come gli incidenti facevano parte della Formula Uno…
Però loro prima hanno trovato la tuta ignifuga, poi il casco. Poi sono intervenuti sui guardrail e a quel punto, anche se hanno limitato i motori, le velocità sono salite nuovamente. Il ciclismo è diverso, non si corre in un circuito con le vie di fuga e le protezioni, però secondo me il concetto di partenza deve essere individuare cosa davvero ti metta in sicurezza e poi andare a cascata su tutto il resto. Al centro dell’attenzione devono esserci il corridore e poi la struttura della strada.
Oppure si fa come dice Pidcock e si impedisce di fare il pieno di carboidrati…
L’ha detto come battuta, ma a livello teorico ha ragione. Limito l’apporto energetico e alla fine vince quello che ha più capacità di gestirsi. Se invece tutti hanno la possibilità di mettere 120 grammi di carboidrati, alla fine tutto il gruppo è in forze, perché ormai la nutrizione va in quella direzione. Ma cosa facciamo, limitiamo tutti gli aspetti nutrizionali che provano ad influire sulla vita normale? Sarebbe un lavoro controproducente e soprattutto anacronistico, perché lo sviluppo va in quella direzione. E secondo me lo sviluppo, qualunque sia l’ambito, va salvaguardato.
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ROMA – La premiazione della Coppa Italia delle Regioni si trasforma di colpo in un meraviglioso spot per il ciclismo quando vengono invitati a parlare Claudio Chiappucci, Alessandro Ballan e Paolo Bettini. Da un lato c’è Roberto Pella, il presidente della Lega Ciclismo Professionistico. Dall’altro c’è Flavio Siniscalchi, in rappresentanza del ministro dello sport Abodi. E quando i tre campioni, ben ispirati da Lucia Blini, raccontano la loro passione per lo sport, la sala ammutolisce. Siamo a Palazzo Rospigliosi, dall’altro lato della strada ci sono le Scuderie del Quirinale e poco più avanti la stessa sede del Presidente della Repubblica. Roberto Pella sfrutta i suoi contatti e lo fa bene: non si era mai visto tanto ciclismo a Roma e Roma sembra ben contenta di accoglierlo.
Chiappucci racconta quello che fa per valorizzare i territori. Ballan racconta dell’impegno con i più piccoli e il ciclismo femminile nella Giorgione in cui iniziò a correre. Bettini racconta del ponte culturale creato con la Grecia e dell’iniziativa del Pedale Rosso contro la violenza sulle donne. Il ministro delle pari opportunità Roccella annuisce, Pella fa la sintesi e sottolinea il tutto.
«Questi grandi campioni – dice – non solo ci hanno fatto sognare, non solo ci hanno fatto vivere delle emozioni, ma continuano a far vivere alle altre persone queste esperienze. Sostegno al settore giovanile, valorizzazione dei territori, impegno in favore degli altri. Dobbiamo ringraziarvi perché siete di esempio. Non solo per aver dato tanto, ma perché continuate a dare tanto al mondo dello sport e alla gente comune. Le iniziative che portate avanti sono importanti anche oltre il ciclismo».
Il momento iniziale con Bettini, Ballan e Chiappucci ha colpito i presentiRoberto Pella e accanto a lui Paolo Bettini, che ha parlato delle sue iniziative solidaliNell’altra metà del palco, Ballan, Chiappucci e Siniscalchi del Ministero dello Sport
Undici regioni, 800 Comuni
La Coppa Italia delle Regioni taglia il secondo traguardo, dopo che l’edizione 2024 si articolò in appena quattro tappe: poche per darle una valenza tecnica, ma fu il seme dell’idea che Roberto Pella avrebbe lanciato per il 2025. Questa volta le prove sono state 31, con ben altro riscontro. Il presidente ha grandi slanci e non è sempre facile stargli dietro e mantenere tutte le parole. Non tutto è stato fatto come annunciato, qualche prova non si è svolta, ma già per il 2026 si annunciano corse nuove ed è lo stesso Pella a dare l’appuntamento per la presentazione: 28 gennaio, ore 15, alla Camera dei Deputati.
«Lo scorso 27 febbraio – dice Pella aprendo la mattinata – alla Camera dei Deputati nasceva la Coppa Italia delle Regioni 2025, un progetto realizzato grazie ai ministri dello sport Andrea Abodi, della famiglia Eugenia Maria Roccella, degli esteri Antonio Tajani, del turismo Santanché. Un progetto che come Lega del Ciclismo abbiamo voluto costruire insieme alla Conferenza delle Regioni. Grazie alla Coppa Italia delle Regioni abbiamo fatto conoscere in Italia e nel mondo le nostre corse leggendarie. Abbiamo valorizzato le imprese sportive delle nostre atlete e dei nostri atleti. Abbiamo attraversato ben 11 regioni e oltre 800 comuni. Infine abbiamo fatto innamorare e rinnamorare milioni e milioni di italiani. Nessuno di noi si sarebbe immaginato un successo così grande, il nostro meraviglioso film ha avuto inizio così».
Scaroni, Velasco e Ulissi sono stati premiati dal ministro SantanchéI primi quattro della Coppa Italia delle Regioni: Scaroni che ha vinto, poi Velasco secondo, terzo Ulissi e quarto PiganzoliScaroni, Velasco e Ulissi sono stati premiati dal ministro SantanchéI primi quattro della Coppa Italia delle Regioni: Scaroni che ha vinto, poi Velasco secondo, terzo Ulissi e quarto Piganzoli
Scaroni e podio XDS Astana
Ci sono Scaroni, Velasco e Ulissi: tre uomini della XDS Astana ai primi tre posti e forse non è un caso. La squadra aveva bisogno di fare punti ed essere davanti in tutte le corse ha portato a questa classifica. C’è il quarto, Davide Piganzoli, in procinto di conoscere i compagni della Visma-Lease a Bike, superato da Ulissi proprio alla Veneto Classic, che si consola con la classifica degli under 25. C’è Mattia Bais, che ha vinto la classifica dei GPM, e con lui Stefano Zanatta per raccogliere il premio della classifica a squadre del Team Polti-Visit Malta.
«Sicuramente è un motivo d’orgoglio essere qui – dice Scaroni – per il lavoro che abbiamo fatto nell’arco di tutta la stagione. Una classifica del genere si vince facendo le corse che la compongono e cercando di restare sempre davanti. Sicuramente dalle corse in Toscana in avanti, si può dire che sia diventata un obiettivo, ne parlavamo anche con i ragazzi che sono venuti qua oggi. E’ diventata un obiettivo e l’abbiamo conquistata con un buon margine. Mi viene da sorridere se penso che tre anni fa ero sul punto di smettere per la vicenda della Gazprom. E’ servita soprattutto tanta resilienza, non è stato facile. Però dopo tre anni di crescita è arrivata questa soddisfazione e speriamo che ne arrivino tante altre nelle prossime stagioni».
Monica Trinca Colonel, premiata dal ministro della famiglia e pari opportunità RoccellaMonica Trinca Colonel, premiata dal ministro della famiglia e pari opportunità Roccella
La parità di genere. E di premi…
Fra le donne dei piani alti della classifica, c’è solo Monica Trinca Colonel, che racconta la sua caparbietà nel voler sfondare nel ciclismo. La lombarda ha concluso al secondo posto dietro Elisa Longo Borghini, collegata in videoconferenza al pari di Eleonora Gasparrini, prima fra le giovani. Alle sue spalle Gaia Segato, presente con Walter Zini, premiato per il successo della BePink-Imatra nella classifica a squadre.
«Volevo ringraziare fortemente le istituzioni presenti – dice la Longo – perché la Coppa Italia delle Regioni è un’iniziativa unica nel suo genere. E’ importantissima per far crescere il ciclismo in generale, ma soprattutto il ciclismo femminile che ne ha molto bisogno. Vorrei ringraziare il presidente Pella che ha fortemente voluto questa parità, anche per quanto riguarda i premi tra le classifiche maschili e le femminili. E ringrazio anche la Conferenza delle Regioni che ha aiutato a far sì che questa nuova challenge prendesse forma».
Roberto Pella ha fatto gli onori di casa: la Lega Ciclismo con lui ha cambiato marciaRoberto Pella ha fatto gli onori di casa: la Lega Ciclismo con lui ha cambiato marcia
Una grande occasione
C’era tanto ciclismo e tanti ne hanno approfittato per passare un paio di giorni a Roma, che stamattina li ha accolti con un bel sole, mentre ieri li ha costretti a rintanarsi in qualche accogliente trattoria vista la pioggia. Il presidente Pella annuncia per il prossimo anno una serie di circuiti serali che vedranno impegnati gli ex professionisti e si prenota con Fabretti per avere la diretta RAI. Si respira l’enorme possibilità che per il ciclismo può venire da un tale presidente di Lega, ma annotiamo ancora una volta l’assenza di rappresentanti della FCI che della Lega è genitrice (era presente Maurizio Brilli, presidente del Comitato Regionale del Lazio). Se i due enti riuscissero a parlare, forse davvero si potrebbero fare cose grandissime.
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