Ineos Grenadiers Academy, 2025, allenamento (foto INEOS Grenadiers)

Ineos Grenadiers Academy: talento, tante corse e i piedi per terra

22.12.2025
6 min
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Con un comunicato del 18 dicembre, il Team Ineos Grenadiers ha annunciato la nascita del suo team di sviluppo, su cui ragionava e lavorava da un pezzo. Non un devo team, ma una Racing Academy: in ordine di tempo, la squadra britannica e il Movistar Team sono state le ultime due ad essersene dotate.

Le parole di Geraint Thomas, nuovo direttore tecnico del team, aprono la porta sul passato visionario di British Cycling, la federazione britannica, che aveva scelto una base italiana e aveva affidato i suoi giovani migliori a Maximilian Sciandri.

«Il sistema dell’Academy – ha detto il nuovo direttore tecnico del team – ha avuto un ruolo fondamentale nel plasmare la mia carriera. Mi ha insegnato come essere un professionista: prendermi cura di me stesso, mantenermi in salute, essere organizzato e prepararmi adeguatamente. Tutte queste semplici abitudini e comportamenti mi hanno accompagnato per tutta la carriera».

Thomas, nuovo direttore tecnico del team, è diventato pro' dopo gli anni nella academy di British Cycling (foto INEOS Grenadiers)
Thomas, nuovo direttore tecnico del team, è diventato pro’ dopo gli anni nella academy di British Cycling (foto INEOS Grenadiers)
Thomas, nuovo direttore tecnico del team, è diventato pro' dopo gli anni nella academy di British Cycling (foto INEOS Grenadiers)
Thomas, nuovo direttore tecnico del team, è diventato pro’ dopo gli anni nella academy di British Cycling (foto INEOS Grenadiers)

Un progetto del 2020

Al centro della nuova Racing Academy battono il cuore italiano di Dario Cioni e quello di Simon Swatt. E proprio dal toscano inizia il nostro viaggio nella nuova struttura, composta da 12 atleti, fra cui due italiani: Nicolas Milesi e Davide Frigo.

«La prima volta che ho lavorato sul progetto di una devo – spiega Cioni – era il 2020: c’è voluto un po’ di tempo però alla fine ci siamo arrivati. Siamo giunti alla conclusione che sia una necessità, dopo che negli anni passati il management aveva voluto provare una linea diversa. Avevamo accordi con un team U23 tedesco e con una squadra juniores americana, ora rientra tutto in un progetto di ricerca del talento. Avremo almeno altre due collaborazioni che saranno annunciate prossimamente.

«Il passaggio ideale sarebbe che i corridori così selezionati approdassero alla Academy per poi salire nel WorldTour. Quest’anno siamo partiti da 12, l’ambizione per il 2027 è di salire a 15-16, possibilmente anche di più. E’ anche possibile però che qualcuno arrivi al professionismo da altre squadre, per questo occorre essere anche un po’ elastici. Immaginiamo ad esempio un ragazzo italiano che va ancora a scuola. Possiamo osservare anche il suo sviluppo in una squadra con cui collaboriamo, senza costringerlo a fare un’attività troppo internazionale che lo distolga dallo studio».

Dario Cioni è uno dei responsabili per Ineos del settore crono. Qui ai mondiali 2023 con la bici di Ganna e il meccanico Cornacchione
Dario Cioni è uno dei responsabili per Ineos del settore crono. Qui ai mondiali 2023 con la bici di Ganna e il meccanico Cornacchione
Quali sono i punti saldi dell’Academy?

In questa stagione non avremo un ritiro permanente, ma opereremo sulla base di ritiri durante l’anno. Dal 2027 l’idea è di avere invece una base fissa: il 2026 sarà un anno di studio anche per noi sul modo più efficace di gestire il programma. Avremo un calendario abbastanza intenso di gare, con l’obiettivo di farne circa 45 per ciascun corridore. Magari i quarti anni correranno un po’ di più e i giovani faranno meno. Però per noi la gara è fondamentale per sviluppare un corridore completo ed è quello che ci viene richiesto dal team WorldTour. Vogliamo ragazzi che sappiano leggerla bene e che non si riducano a essere troppo schiavi dei numeri in allenamento.

Ci sarà una struttura tecnica apposita per la Academy?

No, tutta la struttura fa parte della WorldTour. Avremo tutti un coinvolgimento. Io ad esempio continuerò a fare il lavoro sulle cronometro e le cronosquadre, però poi buona parte del tempo sarà dedicata alla gestione della Academy. Poi ci saranno un meccanico e un massaggiatore della WorldTour, che saranno principalmente con noi. Due allenatori che fanno sia WorldTour sia Academy. E fra i direttori sportivi stiamo inserendo anche Simone Antonini per fare un certo numero di gare con l’Academy. Nei ruoli rientra anche il discorso dello scouting, per cui c’è da fare un lavoro abbastanza vasto. In questo primo anno dovremo fare uno sforzo, con l’obiettivo di strutturarci in modo più completo per il 2027.

Con quali criteri sono stati scelti i 12 atleti di quest’anno?

Theodor Storm era già nell’ambito della nostra squadra, l’anno scorso era con la Lotto-Kern-Haus, mentre gli altri sono tutti nuovi arrivi. Volevamo alcuni corridori con più esperienza, per cui sono stati presi Nicolas Milesi, Cameron Rogers e Mattie Dodd. Josh Charlton viene dalla pista, ha poca esperienza su strada, però è uno dei quattro al mondo, assieme a Ganna, Milan e Lambie, che nell’inseguimento è andato sotto i 4 minuti. Vogliamo vedere cosa riusciamo a fare con lui, perché crediamo che abbia un bel potenziale. Anche lui stava cercando nuovi stimoli, visto che le Olimpiadi sono ancora lontane. E poi c’è anche Milkias Maekele, un corridore eritreo di terzo anno, molto interessante.

Davide Frigo, vicentino di 18 anni, è scalatore e fratello di Marco (foto INEOS Grenadiers)
Due gli italiani del team. Davide Frigo, fratello di Marco, vicentino di 18 anni, è uno scalatore(foto INEOS Grenadiers)
Davide Frigo, vicentino di 18 anni, è scalatore e fratello di Marco (foto INEOS Grenadiers)
Due gli italiani del team. Davide Frigo, fratello di Marco, vicentino di 18 anni, è uno scalatore(foto INEOS Grenadiers)
Partiamo proprio da lui, in che modo individuate il talento? Risultati, test…

Sono stati tutti selezionati per i risultati, poi abbiamo guardato i dati fisiologici e poi c’è stata una serie di colloqui che hanno portato alla decisione definitiva. Dei colloqui ci siamo occupati Simon Watts ed io, a volte insieme e a volte in autonomia. Ad esempio Davide Frigo lo avevo già visto alle gare, poi ci siamo conosciuti, ci ho parlato varie volte e in un secondo momento l’ha sentito anche Simon. Il colloquio, meglio se più di uno, fa capire molto.

Il fatto di lanciare la Academy è dipeso da una presa di coscienza di come va oggi il mercato?

Sicuramente Brailsford ha capito che il ciclismo è cambiato tanto dal 2010 ad oggi. Se guardiamo a che età diventavano professionisti, a che età diventavano competitivi, c’è una grossa differenza. E’ evidente che i migliori talenti non arrivano mai al mercato WorldTour, vengono intercettati prima. O se ci arrivano, ci arrivano con delle cifre astronomiche. In più come Ineos, siamo una squadra britannica e al momento in Gran Bretagna non c’è neppure una continental. Quindi c’era anche la voglia di farne nascere una, che possa essere riferimento per i ragazzi di lì.

I ragazzi sono venuti al primo ritiro con la WorldTour?

Sì, è stato il primo evento ufficiale. Fino ad allora non avevamo fatto niente insieme perché a ottobre ancora erano in definizione alcuni aspetti. Faremo un altro ritiro a dicembre sempre in concomitanza con quello della squadra WorldTour. La prima gara sarà il Tour of Rhodes e siccome è composto da una serie di corse, li porteremo tutti e daremo a ciascuno l’occasione per debuttare. Invece al momento non sono previsti ritiri in altura. Non è escluso che se qualcuno dei più esperti avesse già esperienze in questo senso, possano farlo individualmente. Però al momento, come ho detto, per noi la partecipazione alle gare è fondamentale, quindi privilegiamo questa all’altura. L’obiettivo principale è lo sviluppo del corridore, non vogliamo che diventino schiavi dei numeri.

Nicolas Milesi, 21 anni, viene da due anni nel devo team Arkea (foto INEOS Grenadiers)
Nicolas Milesi, 21 anni, viene da due anni nel devo team Arkea (foto INEOS Grenadiers)
Nicolas Milesi, 21 anni, viene da due anni nel devo team Arkea (foto INEOS Grenadiers)
Nicolas Milesi, 21 anni, viene da due anni nel devo team Arkea (foto INEOS Grenadiers)
Da quali gare sarà composto il calendario?

Faremo tutte gare di classe 2, forse fra quelle in linea ce ne saranno di classe 1, magari già a Rodi. Principalmente corse a tappe, anche se abbiamo mandato la richiesta per Gand-Wevelgem, Liegi, Fleche Ardennaise. Stiamo vedendo di prevedere anche alcune gare internazionali in Italia, anche se forse non riusciremo a farle tutte. Le gare nella WorldTour saranno abbastanza limitate nella prima parte della stagione per consentire il loro sviluppo, mentre nella seconda parte dell’anno ne sono state previste di più e diverse saranno in Italia.

Vi vedremo arrivare con il pullman della WorldTour e il solito spiegamento di mezzi?

E’ tutto in via di definizione, ma il punto di partenza iniziale è quello di non dare un pacchetto completo. Probabilmente useremo il camper per la maggior parte della stagione e il pullman semmai per corse target come il Giro Next Gen o il Tour de l’Avenir, anche se dobbiamo ancora ottenere l’invito. A livello di coaching e alimentazione, avranno un supporto, ma non al livello dei corridori WorldTour. I materiali saranno gli stessi come marchi, ma a un livello leggermente al di sotto. Guadagnarsi lo status di WorldTour con i relativi benefit fa parte dello sviluppo.

Giovanni Visconti, talent scout Jayco-AlUla

Mezz’ora con Visconti: la ricerca dei talenti tra juniores e U23

21.12.2025
6 min
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Abbiamo di recente visto quali sono i meccanismi che rallentano la rincorsa del ciclismo italiano, per capire cosa ci sia dietro la selezione operata dalle squadre WorldTour ci siamo rivolti a Giovanni Visconti che dallo scorso anno lavora con la Jayco-AlUla proprio come scout.

L’ex corridore siciliano, diventato grande in Toscana, dallo scorso anno lavora come scout per la Jayco-AlUla e fino a pochi giorni fa era in Spagna nella sede del training camp del team australiano. 

La ricerca dei talenti da parte degli scout dei vari team WorldTour è continua. E se durante la stagione si gira per il mondo andando a guardare gare a caccia di campioni o talenti nascosti, ora che le corse sono lontane si fa il punto su quanto fatto nei mesi precedenti.

«Sono stato con il nostro devo team (la Hagens Berman Jayco, ndr) – racconta Visconti – per vedere e stare un po’ con i ragazzi nuovi. Quest’anno la squadra è composta da quattordici atleti, di cui cinque sono primi anni. Sono tanti, in proporzione al resto della rosa, ma ci siamo resi conto che è utile fare così. Se non arriviamo a prenderli subito i ragazzi poi entrano in altre realtà e diventa difficile spostarli. Meglio farli entrare nel team giovani e farli crescere internamente, seguendoli passo dopo passo».

Hagens Berman Jayco
Giovanni Visconti è stato di recente al primo ritiro della Hagens Berman Jayco in vista del 2026
Hagens Berman Jayco
Giovanni Visconti è stato di recente al primo ritiro della Hagens Berman Jayco in vista del 2026
L’età media dei ragazzi si abbassa, per uno scout come cambia il lavoro?

Nel dividermi tra gare under 23 e juniores direi che ormai la proporzione è 25 per cento per U23 e 75 per cento sugli juniores. Lo scouting vero e proprio si fa con i ragazzi più giovani, poi può succedere anche di trovare un ottimo prospetto tra gli under 23. Ma è una dinamica legata a fattori esterni: un infortunio, un intoppo o non si è trovato bene con la squadra precedente. Ad esempio quest’anno nel devo team abbiamo preso Jed Smithson, arriva dalla Visma

Nella categoria juniores come ci si approccia?

Lì vai a fare il vero scouting, nel senso che c’è il tempo per provare a studiare il ragazzo e a vederlo in più occasioni. Si ha modo di parlare con lui, con la famiglia, l’allenatore e il procuratore. Sì, ormai l’80 per cento degli juniores è seguito da un procuratore

C’è differenza tra ragazzi di primo anno o di secondo?

Gli juniores di primo anno noi li cominciamo a studiare. Non siamo una squadra che va a prendere tanti primi anni, ci piacerebbe avere il tempo di vederli crescere, arrivare al secondo anno e magari poi approfondire la cosa. Se parliamo di far firmare uno junior cerchiamo di farlo al secondo anno nella categoria. Se poi c’è un corridore che merita e sappiamo di poter non arrivare in tempo, allora purtroppo dobbiamo accelerare le cose. Tante volte molte squadre si fidano della prima impressione e tagliano corto. Personalmente preferisco prendermi il giusto tempo. 

Il lavoro dello scout parte dalla categoria juniores (foto Team Giorgi)
Il lavoro dello scout parte dalla categoria juniores (foto Team Giorgi)
E’ una categoria complicata, nella quale incidono tanti fattori.

Si deve guardare a tantissimi aspetti, non sempre quello che ha vinto dieci gare ti assicura di diventare un professionista forte, anzi. Personalmente preferisco seguire quei profili dove riesco a vedere un bel margine di crescita, sia muscolarmente che mentalmente. 

Il primo contatto con un corridore come arriva?

Solitamente passiamo prima dalla famiglia, visto che alcuni sono ancora minorenni, e chiediamo il permesso di scambiare due parole con il ragazzo. Dopodiché parli con la squadra o il procuratore. Noi come Jayco preferiamo sempre fare un primo incontro, anche virtuale sulle varie piattaforme, tutti insieme: ragazzo, famiglia, diesse e procuratore. 

Con tutte queste figure coinvolte diventa come trattare con dei professionisti?

Quando fai il primo incontro ti rendi conto che in realtà non sono professionisti, ma dei ragazzini. Tuttavia l’atteggiamento che dobbiamo tenere è equiparabile a quello che avremmo con professionista, perché comunque parli con il diesse, l’allenatore, l’agente e di conseguenza dobbiamo presentare un progetto valido e costruito su misura. La realtà è che abbiamo a che fare con ragazzini che non ci assicurano veramente la riuscita della nostra scelta, ma ormai il mondo degli juniores è diventato semi-professionistico.

Giovanni Visconti, scout, U23
Giovanni Visconti è stato scelto dalla Jayco per il suo passato da pro’, l’occhio dell’ex ciclista fa la differenza nel trovare talenti
Giovanni Visconti, scout, U23
Giovanni Visconti è stato scelto dalla Jayco per il suo passato da pro’, l’occhio dell’ex ciclista fa la differenza nel trovare talenti
Numeri e test quanto contano?

I ragazzi ormai sono testati dalla mattina alla sera, accedere ai loro dati ti fa capire in che modo si allenano e quanto. Capita anche di richiedere un test in sede da noi, ma solo quando non abbiamo tanti dati a disposizione.

Quanto conta avere l’occhio dell’ex corridore?

La Jayco-AlUla mi ha preso proprio per questo. Riteniamo che non bastino solamente i numeri, ma c’è da prendere in considerazione tanto altro. Ad esempio mi è capitato di vedere alcuni ragazzi con atteggiamenti già troppo avanzati in gara, cosa che mi ha frenato dal farli firmare. Preferisco avere corridori sui quali penso di avere ampi margini di miglioramento

Vedi tanta differenza rispetto a quando correvi tu?

Premetto che vado a vedere gare internazionali, quindi con un livello alto, però sì. Ad esempio: l’ultima volta che ho visto il Lunigiana c’erano delle squadre che correvano per il capitano. Quando ero junior, si correva un po’ più all’arrembaggio. 

nazionali, juniores, Corsa della Pace, Repubblica Ceca
Visconti viaggia spesso alla ricerca di talenti, spesso va all’estero per seguire le gare internazionali
nazionali, juniores, Corsa della Pace, Repubblica Ceca
Visconti viaggia spesso alla ricerca di talenti, spesso va all’estero per seguire le gare internazionali
Hai detto che esiste il rischio di vedere squadre che ti “soffiano” via gli atleti, fa parte del gioco?

Sì, c’è poco da fare. Sento di rappresentare una grande squadra, che fa parte del WorldTour e con una struttura solida e ambiziosa. E’ chiaro però che vederne un’altra che vince o stravince può influenzare il ragazzo nelle sue scelte. Per noi è chiaramente un bell’aiuto quando la Jayco-AlUla vince tappe al Giro. 

La presenza dei procuratori non dovrebbe evitare questi rischi?

Mi auguro che i procuratori sappiano dare i giusti consigli al ragazzo, ma non è solo “colpa” loro, sarebbe riduttivo. Anche io da junior avevo il procuratore, ma la scelta finale era la mia. Mi arrivavano le varie proposte ma poi ero io a prendere la decisione ultima. Lì sta alla personalità del ragazzo, anche questo è un processo che si deve affrontare se si vuole diventare un corridore importante

Con gli under 23 come si lavora?

Vado a vedere le loro gare, anche se molto meno rispetto agli juniores, perché possono sempre emergere dei prospetti interessanti. Non tutti entrano nei devo team, qualcuno corre nelle continental o nelle squadre di club perché ha avuto bisogno di più tempo per maturare. E’ vero che ora fai fatica a trovare una sistemazione se da junior non vai forte, però ragazzi interessanti ce ne sono. 

Test e dati non mancano neppure fra gli juniores, ma spesso non bastano: serve anche vedere i corridori in gara
Test e dati non mancano neppure fra gli juniores, ma spesso non bastano: serve anche vedere i corridori in gara
C’è il rischio di perdere talenti?

Assolutamente. L’esempio che si fa sempre è che un corridore come Colbrelli non sarebbe mai diventato professionista ora. Lo hanno aspettato. 

Si riescono a tutelare questi atleti?

Mi piacerebbe avere la bacchetta magica e riuscire a farlo, ma è una cosa talmente grande che fermare tutto è impossibile. C’è da prendere atto che purtroppo va così, da un lato un mondo così professionale permette ai ragazzi di crescere al meglio, a discapito di chi necessita più tempo. Dispiace, ma c’è poco da girarci intorno.

Sram Force AXS, il nostro test

21.12.2025
8 min
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SRAM AXS, pochi fronzoli e tanta sostanza. Il nostro test sul lungo periodo, in un video che mette in luce le caratteristiche del nuovo gruppo, le accortezze per il suo montaggio e che mette alla prova il suo rendimento in una messa alla prova durata mille chilometri.

L’ultima versione del sistema Sram Force AXS si pone come riferimento per la fascia media del mercato. L’abbiamo definito come il discendente diretto del Red AXS, affermazione più che mai vera che prende ancora maggiore corpo dopo un test intenso e di lunga durata.

Le due più grandi differenze (rispetto al Red AXS) sono legate al peso ed al prezzo di listino. Il Red è più leggero a parità di configurazione, di circa 250/350 grammi, il delta di peso è ben distribuito tra i vari componenti, la parte del leone la recita la guarnitura. Sul nuovo Force è stato fatto un gran lavoro in merito alla riduzione dei rumori della trasmissione e sull’allineamento del deragliatore anteriore, oltre ad un impianto frenante che è al pari del Red. Lo abbiamo provato e queste sono le nostre considerazioni.

Sram Force AXS, pochi fronzoli e tanta sostanza. Il nostro test
Il cuore del pacchetto resta la trasmissione
Sram Force AXS, pochi fronzoli e tanta sostanza. Il nostro test
Il cuore del pacchetto resta la trasmissione

Race ready a tutti gli effetti

E’ stato provato nella configurazione 2×12 ed il nuovo Force è una macchina da guerra. Non sbaglia un colpo. Durante il suo processo evolutivo è cambiato, si è trasformato, si è arricchito. E’ diventato sempre più, soprattutto in termini di efficienza ed ergonomia, un sistema high-performance con un prezzo accessibile, sempre contestualizzato alle bici di media gamma race oriented. E’ stato anche semplificato. Nella versione 2×12 porta in dote un deragliatore ed un solo bilanciere posteriore (gamma road) che copre la scala pignoni fino alla 10/36.

Dal punto di vista dell’utilizzo è al pari del Red AXS. Funziona alla stessa maniera. Un sistema cambio che non è più veloce della concorrenza, nelle fasi di risalita e deragliata, ma non perde una cambiata neppure su asfalto al limite della praticabilità e non perde mai la tensione del bilanciere posteriore. Una volta abbinati i componenti, regolato e con una lunghezza corretta della catena (nel nostro caso 112 maglie, sempre importante per tutte le trasmissioni elettroniche), il Force non necessita di manutenzione ed aggiustamenti. La catena non ha bisogno di rodaggio ed assestamento.

L’ergonomia dei manettini

Sono uguali al Red AXS e hanno le leve in carbonio, mutuando completamente il sistema idraulico dell’impianto frenante, shape e superficie di appoggio delle mani. Sono uno dei punti cardine delle trasmissioni Sram di nuova generazione. Sopra c’è tanto spazio per il palmo delle mani e la distanza tra sezione alta e fulcro della leva è estremamente ridotto.

Cosa significa? La leva del freno è sempre a portata di dita ed il sistema frenante si attiva anche tirando (senza arpionare la leva) con forza ridotta. La sicurezza ne guadagna, così come un feeling immediato e diretto, ma anche quella sorta di confidenza che permette di mantenere la concentrazione sempre alta. Nonostante il profilo race, il design e la sagoma dei manettini gli permette di essere pienamente sfruttabile da differenti tipologie di utenza (non per forza solo gli agonisti).

Pedivelle in carbonio, più larghe, più belle

Trasmettono una sensazione di pienezza maggiore. Il design gratifica maggiormente. In tutto quello che riguarda il comparto centrale entra in gioco anche la qualità del movimento centrale. In occasione di questa prova non abbiamo usato un originale Sram, ma un Bikone con sedi e fusto completamente in alluminio, molto rigido, capace di influire anche sulla stessa rigidità di tutto il comparto.

La pedivella opposta alle corona ha sempre la ghiera in materiale plastico. Permette di regolare la battuta sul movimento centrale, tanto comoda, quanto delicata e ha bisogno di mani di velluto per essere gestita nel modo corretto.

Nuove corone e piena compatibilità

Le nuove pedivelle portano in dote anche un rinnovato sistema di ingaggio delle corone, sempre accoppiate, con o senza misuratore Quarq integrato. Il nuovo plateau si blocca al ragno della guarnitura come fosse un dado che scorre sulla superficie filettata, ma ci sono anche le viti Torx, come la versione precedente delle corone. Questa doppia soluzione permette di usare anche le corone “vecchie”. Per meglio contestualizzare questo upgrade abbiamo chiesto informazioni ad Alvise Rizzi di Sram.

«Questo Force è stato presentato ufficialmente a giugno – spiega – insieme al nuovo Rival. Rispetto al Red c’è un punto prezzo diverso, ma uno degli obiettivi di Sram è stato portare il comfort e l’efficienza del Red verso una platea più ampia di utilizzatori. I plus tecnici e le fasi di ammodernamento del Force hanno toccato ogni singolo componente, iniziando dall’ergonomia delle leve, passando da un deragliatore con dimensioni ridotte, fino ad arrivare alla doppia possibilità del power meter Quarq. Una versione prevede il misuratore inserito nel perno passante, una con integrazione nello spider. Per quest’ultimo è stato fatto un gran lavoro proprio in merito all’integrazione, si aggancia alle corone – conclude Rizzi – senza l’obbligo di separarlo dalla pedivella».

Sram Force AXS, pochi fronzoli e tanta sostanza. Il nostro test
L’impianto idraulico è una sorta di pre-confezionato pronto all’uso, non necessita di spurgo
Sram Force AXS, pochi fronzoli e tanta sostanza. Il nostro test
L’impianto idraulico è una sorta di pre-confezionato pronto all’uso, non necessita di spurgo

Ogni cosa al suo posto

Sram Force AXS è sempre wireless, non ha cavi (solo le guaine idrauliche), non ha batterie al di fuori delle due abbinate a deragliatore e bilanciere posteriore (le due batterie sono uguali ed intercambiabili, così come le due batterie a moneta dei manettini). I suoi componenti si possono associare prima di essere montati sulla bici.

Non è diverso neppure l’impianto frenante, “pre-confezionato” con il liquido DOT dentro i tubi idraulici e nelle camere di pinze e shifter. Un fattore da non trascurare è l’ermeticità migliorata di tutto il comparto idraulico, riscontrata prima sul Red, confermata anche sul nuovo impianto Force. Durante il primo montaggio è sufficiente la connessione, non è obbligatorio effettuare lo spurgo di eliminazione dell’aria. Un gran bel vantaggio per il meccanico professionista, per l’appassionato che si diletta ed un enorme risparmio di tempo.

Sram Force AXS, pochi fronzoli e tanta sostanza. Il nostro test
Tanto spazio per le mani e con tutta comodità
Sram Force AXS, pochi fronzoli e tanta sostanza. Il nostro test
Tanto spazio per le mani e con tutta comodità

I feedback dopo oltre 1000 km

Ci colpisce positivamente la totale assenza di assestamento dell’intero sistema e di ogni singolo componente, catena inclusa. L’impianto frenante, a parità di configurazione, è più efficiente (se messo a confronto con la vecchia generazione), soprattutto nel corso delle frenate prolungate, secche e perentorie.

Conserva quell’approccio on/off tipico di Sram, gli manca un pelo di modulabilità nella fase centrale e mostra i muscoli fin da subito. Un impianto che morde. L’ergonomia (delle leve, di tutto il corpo del manettino) e l’ampio range di regolazioni sono un aspetto che aiuta, non poco. Le pedivelle sono belle rigide.

Sram Force AXS, pochi fronzoli e tanta sostanza. Il nostro test
Performance di altissimo livello al pari degli alto di gamma
Sram Force AXS, pochi fronzoli e tanta sostanza. Il nostro test
Performance di altissimo livello al pari degli alto di gamma

In conclusione

Per gli amanti dei numeri: 2.760 grammi rilevati, con power meter, corone 48-35 e pedivelle da 172,5, pignoni 10-33, dischi 160/140, movimento centrale Bikone con fusto e calotte completamente in alluminio. Un bel valore alla bilancia, basti pensare che è perfettamente in linea con il Red più anziano. Questo peso ci ha permesso di montare una Giant TCR SL, con le Zipp 303SW (non superleggere), restando poco al di sopra dei 7,2 chilogrammi.

Se dovessimo considerare il prezzo di listino, la configurazione descritta (con il Quarq incluso) è di poco superiore ai 2.600 euro, per biciclette (ovviamente dipende molto dal marchio e dalle ruote) da gara, ma con un prezzo accessibile e giustificabile. Per diversi motivi un pacchetto completo come il Force ha molto senso, perché è super performante, è assemblato con materiali di pregio e si arricchisce ulteriormente con quell’impatto estetico mutuato dal top di gamma.

Sram é distribuita in Italia da Beltrami TSA e da Accell Italia.

Sram

Lorenzo Finn

Finn: il ritiro coi campioni e il Giro Next che già frulla in testa

21.12.2025
5 min
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PALMA DE MAIORCA (Spagna) – Capita che esci dall’hotel in cui alloggi in questa splendida isola delle Baleari e la prima persona che incontri sia Lorenzo Finn. O meglio, vedi due bici chiaramente della Red Bull-Bora appoggiate alla vetrina di un bar. Una è da cronometro e l’altra è da strada. Ti affacci e dentro ci sono Daniel Martinez e Lorenzo Finn che prendono un caffè.

Che strana coppia. Un giovane italiano e un veterano colombiano. Un passista-scalatore e un grimpeur. Ma il bello del grande ciclismo è anche questo. Alla fine una squadra è come una famiglia. E Finn è l’ultimo dei figli. Ma uno prezioso.

Qualche ora dopo ritroviamo Finn, stavolta in veste ufficiale, per le interviste di rito previste dalla squadra in questo pomeriggio di dicembre. A prima vista il ligure appare semplice, quasi timido, senza lo sguardo feroce di un Remco Evenepoel, per intenderci. Ma poi, quando risponde così, capisci tutto: «A dire la verità, sono le solite cose di novembre e dicembre, un po’ noiose: palestra, lunghi, tranquilli. Niente di emozionante. Non c’è l’adrenalina della corsa». Capisci che è un vero “animale” da gara.

Lorenzo Finn
Lorenzo pizzicato durante una pausa café in un sobborgo di Palma de Maiorca
Finn pizzicato durante una pausa café in un sobborgo di Palma de Maiorca
Lorenzo, ma dove ti trovi ?

Siamo a Palma di Maiorca, nel ritiro di dicembre con la squadra – replica Finn con orgoglio – ci stiamo preparando per l’anno prossimo. Da una parte c’è Roglic, dall’altra c’è Remco. Guardi dritto, trovi Lipowitz e poi vai a prendere il caffè con Martínez. Fa effetto, ma ormai questa è la nuova realtà.

Si pensa sempre che il giovane chieda consigli al veterano. E’ stato così o è successo il contrario?

Non è un questionario, si conversa come tra compagni di squadra. Domande vere e proprie no, ma quasi tutti mi chiedono quando farò il salto definitivo nel WorldTour.

E quando lo farai questo salto? E’ vero che sei stato tu a voler restare tra gli under?

Sì, è stata una decisione presa insieme alla squadra. Avevo firmato due anni fa, quando sono arrivato da junior nel devo team e non ho voluto cambiare questo patto. Ho ancora un anno da fare qui. In più ho comunque la possibilità di correre alcune gare con i professionisti. Il mio sarà un calendario misto. Senza contare che posso indossare la maglia di campione del mondo nelle gare under 23 ed è un bel privilegio.

Campionati del mondo, Kigali 2025, prova in linea U23, Lorenzo Finn fa il gesto dell'arco sul traguardo
Per il ligure doppietta iridata: juniores nel 2024 e under 23 nel 2025. Un talento in netta crescita
Campionati del mondo, Kigali 2025, prova in linea U23, Lorenzo Finn fa il gesto dell'arco sul traguardo
Per il ligure doppietta iridata: juniores nel 2024 e under 23 nel 2025. Un talento in netta crescita
E’ anche piuttosto raro…

Esatto. Cerco di godermi la stagione e di migliorare in vista dell’anno prossimo. Non conosco ancora nel dettaglio tutto il mio calendario, ma so già quali saranno le gare under 23: la Liegi-Bastogne-Liegi U23, il Giro Next Gen e il Tour de l’Avenir. Questi sono i miei obiettivi tra gli under.

Nel mezzo ci sarà anche qualche gara con i professionisti, magari come preparazione?

Sì, è così. Per esempio dovrei fare il Tour of the Alps, che è un appuntamento davvero importante. Poi, prima del Giro Next Gen, ci sarà anche il lavoro in altura.

A livello di allenamenti stai cambiando qualcosa? Continui ad aumentare i carichi?

Sì, di solito il mio allenatore deve un po’ frenarmi. Io sono sempre in spinta. Stiamo ultimando due settimane intense, piene di ore, test, lavori… e interviste. La voglia di fare bene è davvero tanta.

Lorenzo Finn
Lorenzo Finn (classe 2006) e Giulio Pellizzari sono le promesse italiane in casa Red Bull
Lorenzo Finn
Lorenzo Finn (classe 2006) e Giulio Pellizzari sono le promesse italiane in casa Red Bull
Qual è la cosa che senti più cambiata rispetto all’anno scorso?

Non saprei indicarne una in particolare. Per ora l’obiettivo è tornare al livello dell’anno scorso, ritrovare quella condizione. Lo stacco invernale ti toglie sempre qualcosa. Se devo parlare di cambiamenti concreti invece, ho rivisto leggermente la posizione in bici perché sono cresciuto. Piccoli ritocchi alle misure.

Ti abbiamo visto spesso in giro con la bici da cronometro. Come mai?

Perché questa settimana abbiamo fatto dei test aerodinamici e volevo riprendere feeling con la bici da crono. Inoltre farò una cronosquadre a Maiorca con la squadra del Tour, una bella occasione (e attestato di fiducia, ndr). Ma soprattutto perché voglio prepararmi bene per le cronometro che affronterò in stagione.

Lorenzo vuole la maglia rosa. Il lavoro per realizzare questo sogno è iniziato (foto La Presse)
Lorenzo vuole la maglia rosa. Il lavoro per realizzare questo sogno è iniziato (foto La Presse)
Qual è l’obiettivo principale della prossima stagione?

Fare un buon Giro Next Gen e lo stesso all’Avenir. Guardando al futuro, vorrei centrare questi due grandi obiettivi non per forza per vincerli, anche se ovviamente mi piacerebbe, ma per correrli bene. Per sentirmi competitivo in una gara a tappe lunga. Poi ci sono tante altre gare importanti: voglio dire la mia anche tra i professionisti, se non altro per aiutare la squadra e non dimentico il mondiale a fine stagione.

Più il mondiale o il Giro Next Gen?

Il mondiale l’ho già vinto, quindi direi che il Giro sarebbe davvero bello portarlo a casa. Non dico che ci sia il dente avvelenato per come è andata l’anno scorso, ma una maglia rosa è sempre speciale. E poi si corre in casa.

Stefano e Marco Garzelli

Dallo stop al sogno, la parabola dell’altro Garzelli

20.12.2025
6 min
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Raggiungiamo al telefono Marco Garzelli alle 9 di mattina, poco prima che inizi l’allenamento quotidianoNato a Valencia nel 2005, non è un caso che il suo cognome possa ricordarvi qualcosa. Infatti Marco è il figlio maggiore di Stefano, vincitore del Giro d’Italia del 2000, ora direttore sportivo e commentatore sportivo per la Rai. 

«Oggi faccio palestra e poi un’ora e mezza di rulli – ci dice subito – perché anche qui in Spagna da qualche giorno piove». Ma se lo abbiamo contattato non è per il fatto che si tratta di un figlio d’arte, ma per la sua personale parabola sportiva. Desueta e quindi interessante. Infatti Marco Garzelli ha ripreso a pedalare un anno fa, dopo aver completamente abbandonato il ciclismo per quattro anni. 

Marco Garzelli
Marco Garzelli da allievo, poco dopo ha deciso di smettere
Marco Garzelli
Marco Garzelli da allievo, poco dopo ha deciso di smettere
Marco, che tu andassi in bici era quasi inevitabile… o no?

Diciamo che avendo il papà che ho, la passione per il ciclismo c’è sempre stato in casa, l’ho vissuto fin da piccolo. Nel 2014 poi lui e mia mamma hanno fondato la Stefano Garzelli Academy e ho corso lì fino a quando ho smesso. Il più il mio nome è un omaggio a Pantani, che era un grande amico di mio papà. Io ovviamente non l’ho mai conosciuto per questioni anagrafiche, ma ho visto tanti video, mio papà me ne ha parlato molto, quindi la sua influenza c’è comunque sempre stata.

Venire da questa famiglia è stato solo uno stimolo o a volte anche un po’ un peso?

A volte le persone me lo chiedono, ma per me non c’è nessun lato negativo. Dipende da come si vive la cosa. Non devi compararti a lui, pensare di dover fare lo stesso. Devi pensare che sì, nel ciclismo ha fatto grandi cose, ma è uno stimolo. Avere un campione in casa è un supporto, qualcosa di rarissimo che pochi ragazzi hanno la fortuna di poter avere. Per cui per me non c’è stata nessuna pressione, ma il contrario.

Marco, come mai avevi deciso di smettere? 

Non sono mai stato un fenomeno, ma a 13 anni ho vinto alcune corse ed ero molto motivato. Poi nel 2020 sono passato allievo e lì ho iniziato a fare molta fatica. Mi allenavo bene, ma in gara qualcosa non funzionava. Anche l’inizio del 2021 è stato duro, non stavo bene, non ero felice, quindi non riuscivo nemmeno ad allenarmi nel modo giusto, finché ho lasciato tra aprile e maggio di quell’anno. Da quel momento in 4 anni sono salito in bici 2 volte, sono sparito completamente dal mondo del ciclismo. Non andavo nemmeno a guardare le gare di mio fratello minore. 

Marco Garzelli 2025
In questa stagione ha trovato casa alla ESSAX Svico Foundation, dove ha ritrovato la gioia di correre in gruppo
Marco Garzelli 2025
In questa stagione ha trovato casa alla ESSAX Svico Foundation, dove ha ritrovato la gioia di correre in gruppo
E poi cos’è cambiato? 

Durante tutto il periodo in cui non ho pedalato ho iniziato ad andare in palestra. L’anno scorso però quando qui a Valencia è venuta l’alluvione non si poteva andare da nessuna parte e tutte le palestre erano chiuse. Quindi un giorno, per fare un po’ di sport, ho fatto i rulli. Da lì poi ho ricominciato ad uscire in bici e, un po’ alla volta, ho ripreso a pedalare.

E la passione è tornata?

Vado in bici da tutta la vita, da quando avevo 5-6 anni. Il mio sogno fin da piccolo è sempre stato quello di diventare professionista. Tranne in quei 4 anni di pausa naturalmente, ma poi una volta rimesso in sella mi è tornata la voglia e l’idea di quel sogno, e ora sto lavorando molto per colmare il divario. 

Quindi quella pausa ti è stata utile?

La squadra con cui correvo prima di smettere era la migliore e i miei compagni erano i migliori di Spagna, vincevano quasi ogni gara. Però adesso hanno smesso quasi tutti. Quindi forse anch’io se avessi continuato avrei smesso, però definitivamente. Invece ho lasciato a 15 anni, prima di spremermi del tutto, e nel frattempo ho visto e fatto altre cose, mi sono dato il tempo di capire cosa volevo davvero. E in questo modo ora che sono tornato in bici lo faccio con la stessa passione con cui lo farebbe un bambino. Ma ora ho molta più esperienza. Certo, 4 anni senza toccare la bici sono tanti, ma per quello che stiamo vedendo il sogno di diventare professionista è fattibile. Quindi quella pausa è stata una grande opportunità per me.

Luca e Marco Garzelli
Marco con suo fratello minore Luca: dal prossimo anno correranno assieme tra gli U23
Luca e Marco Garzelli
Marco con suo fratello minore Luca: dal prossimo anno correranno assieme tra gli U23
Nel frattempo hai ricominciato anche a gareggiare?

Le prime già a febbraio di quest’anno, ma erano gare aperte a tutti, quasi amatoriali, e correvo da solo, senza squadra, per riprendere confidenza. Poi a maggio ho trovato una squadra, la ESSAX Svico Foundation, uno dei 3-4 team che ci sono qui a Valencia. Mi hanno dato questa grande opportunità e devo ringraziarli molto perché non è affatto scontato riprendere un ragazzo di 19 anni che è stato fermo così tanto.

E come ti sei trovato a pedalare tra gli U23?

Meglio del previsto. Mi ha sorpreso il fatto di riuscire a stare bene in gruppo, perché prima invece avevo un po’ di paura. Anzi era uno dei motivi che mi hanno fatto smettere. Invece quest’anno ho visto che stavo senza problemi nelle prime posizioni, sono a mio agio, me l’hanno fatto notare anche i miei genitori. Poi magari mi staccavo sulle salite, ma quella paura era scomparsa. Pensavo anche ci fosse più tattica tra gli U23, invece nelle gare di livello medio è ancora come nelle categorie giovanili, si corre un po’ contro tutti.

Marco Garzelli 2025
Il prossimo anno Marco Garzelli, in una nuova squadra, proverà a trovare la sua identità
Marco Garzelli 2025
Il prossimo anno Marco Garzelli, in una nuova squadra, proverà a trovare la sua identità
L’anno prossimo sarai sempre con loro?

No, andrò a correre alla Natural Greatness Rali Alè assieme a mio fratello, che sarà al primo anno U23. L’obiettivo è continuare ad imparare, perché non si smette mai. E crescere ancora. L’anno scorso partivo da un livello di -100, quindi questo è il primo anno in cui ho fatto una stagione diciamo normale. Voglio dimostrare il mio livello, anche a me stesso, devo vedere anch’io dove possono arrivare. Per ora ogni settimana vedo dei miglioramenti, anche dopo le gare, ma appunto è normale visto che avevo molta strada da recuperare.

Hai già messo l’occhio su qualche gara in particolare?

Una gara specifica no, anche perché devo ancora capire davvero che tipo di corridore sono. Per ora so di avere un buono spunto veloce e di potermela giocare in una volata ristretta, ma anche qui è tutto da scoprire. La preparazione sta andando bene e punto a fare bene nella prima parte di stagione. Per dimostrare che posso essere un buon corridore a tutti quelli che stanno credendo in me, ma soprattutto a me stesso. E poi vedremo.

Elisa Balsamo

Balsamo: watt, classiche e ambizioni. Elisa è già nel 2026

20.12.2025
5 min
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DENIA (Spagna) – Compostezza, eleganza cucita addosso e un grande sorriso. E’ così che Elisa Balsamo si siede a parlare con noi in questi giorni di pieno inverno. I lavori per il 2026 sono già iniziati e tutto sembra procedere per il meglio. Le prime distanze, le prime prove di volata, i primi test.

La cosa che più ci ha colpito è che, come vedrete, Balsamo parla sempre al plurale. Non c’è solo lei, ma lei e la squadra. Tipico dei campioni, un dettaglio che colpisce in modo positivo. La Lidl-Trek punta molto su di lei e la piemontese ne è evidentemente consapevole.

Al Tour de Suisse Women: la 5ª ed ultima vittoria del 2025. In precedenza aveva conquistato anche Trofeo Binda e Scheldeprijs
Al Tour de Suisse Women: la 5ª ed ultima vittoria del 2025. In precedenza aveva conquistato anche Trofeo Binda e Scheldeprijs
Elisa, partiamo dal 2025. Che anno è stato? Cosa c’è stato di buono e cosa di meno buono?

Direi che l’anno è iniziato in modo molto positivo. La primavera è stata più che buona, sono arrivati tanti risultati e tanti podi, quindi direi di essere soddisfatta. Forse è mancata una vittoria davvero importante, però sono sempre stata lì. L’estate invece è stata un pochino più difficile.

Come mai?

Abbiamo scoperto solo dopo che avevo passato un virus che mi ha compromesso un po’ tutta l’estate. Nonostante questo, anche il finale di stagione è andato abbastanza bene. Posso dire che è stata una stagione da archiviare bene, finalmente portata a termine senza intoppi troppo grandi. Dopo due anni con cadute così brutte non ci si riprende del tutto in una sola stagione, quindi per questo penso che sia stata un’annata positiva anche sotto questo aspetto.

Hai fatto un anno di volume tra corse e piazzamenti, senza intoppi. Ti dà fiducia?

Sì, dà fiducia a me e anche al mio staff, alle persone che lavorano con me in squadra. Abbiamo parlato, fatto dei meeting e tutti sono fiduciosi del fatto che questa stagione sia stata una buona base per il prossimo anno. Non vedo l’ora di iniziare.

Elisa Balsamo
Elisa Balsamo (classe 1998) con la divisa Lidl-Trek 2026. Come colonna sonora per questa foto ha scelto Dont’Stop Me Now dei Queen… che sia di buon auspicio!
Elisa Balsamo
Elisa Balsamo (classe 1998) con la divisa Lidl-Trek 2026. Come colonna sonora per questa foto ha scelto Dont’Stop Me Now dei Queen… che sia di buon auspicio!
E arriviamo alla solita domanda…

La Wiebes!

Sì, scherzi a parte. Non tanto per un confronto diretto, ma per impostare un discorso tecnico prendendola come riferimento. Si parla sempre di watt: come si possono tirare fuori per ridurre il gap con sprinter assolute come Lorena?

Bisogna trovare il giusto compromesso. Per una velocista che tiene anche sulle salite non troppo lunghe, come me, è difficile trovare l’equilibrio tra allenare lo sprint, la forza, il lavoro in palestra, le partenze e le volate, senza mettere su troppo peso e continuando a fare lavori per salite da 5 a 15 minuti. Quando si lavora di più su un aspetto, inevitabilmente si perde qualcosa dall’altra parte.

Si è sempre sul filo della lama…

E’ vero. Quest’anno penso comunque di aver trovato un buon equilibrio. L’idea di migliorare ancora qualche watt in volata c’è, ma l’obiettivo principale è riuscire a esprimerli alla fine di una gara dura. Ci sono atlete che magari fanno più watt di me, ma non riescono a farli dopo quattro ore di gara. Credo che il mio punto di forza sia proprio questo: riuscire a esprimere watt significativi dopo tante ore e tanti chilometri. E’ su questo che stiamo lavorando.

Elisa Balsamo
Tra gli obiettivi di Balsamo c’è la Roubaix: nell’ultima edizione chiuse nona
Elisa Balsamo
Tra gli obiettivi di Balsamo c’è la Roubaix: nell’ultima edizione chiuse nona
Quindi non solo volate di gruppo, ma anche qualche classica più impegnativa?

Non nascondo che i miei obiettivi principali per il 2026 saranno la Milano-Sanremo e la Parigi-Roubaix. Sono due gare difficili, non completamente piatte, dove bisogna comunque arrivare a giocarsi la volata. Se ci poniamo questi obiettivi è perché ho capito di essere un’atleta adatta a quel tipo di corse.

Il fatto che aumentino i chilometri ti piace?

Eh – sospira Elisa – è diventata una cosa un po’ devastante. Ci sono gare in cui è comprensibile aumentare la distanza, come la Sanremo. Lì ci può stare, anche perché negli uomini è famosa per i suoi 300 chilometri. Per il resto eviterei di continuare ad aggiungere chilometri: c’è il rischio di rendere le gare monotone nella prima parte, perché sono troppo lunghe. Secondo me siamo già a un buon livello, con chilometraggi giusti. So che non tutti la pensano così, perché per alcune ragazze subentrano caratteristiche fisiche diverse.

In che senso?

Ci sono atlete che in una gara di 100 chilometri non riescono a rendere, mentre in una da 160-170 sì. E’ una cosa molto soggettiva.

Elisa Balsamo
Intanto sono già iniziati i lavori per il treno. Balsamo è l’ultima: sarà lei a sprintare (screenshot a video)
Elisa Balsamo
Intanto sono già iniziati i lavori per il treno. Balsamo è l’ultima: sarà lei a sprintare (screenshot a video)
Hai fatto qualche intervento tecnico sulla bici?

Ho cambiato il manubrio. Ero rimasta l’unica in squadra a usare ancora quello vecchio. Ora è integrato e soprattutto non è pari misura sopra e sotto, nel senso la parte superiore è più stretta rispetto a quella della curva. E’ l’unico cambiamento, perché per il resto mi sono sempre trovata bene con tutto.

Chiudiamo con la pista. Il prossimo anno inizia la rincorsa a Los Angeles…

E’ vero, ma il mio obiettivo principale resta la strada. Nonostante questo sono tornata in pista per qualche allenamento, anche prima di venire qui in Spagna in ritiro. E continuerò ad andarci. Parteciperò agli europei a inizio febbraio, ma cerco di vivere la pista come un’attività complementare alla strada.

In che modo?

Sono sicura che i lavori in pista siano molto utili anche per la strada, per le mie caratteristiche. Più ci si avvicinerà a Los Angeles, magari bisognerà rinunciare a qualcosa su strada, ma non è la mia idea per il prossimo anno. L’obiettivo è tornare in pista dopo un po’ di tempo, ritrovare il feeling giusto e usare il lavoro in pista per raggiungere anche gli obiettivi su strada.

Leonardo Cover, meccanico FAS Airport Service-Guerciotti-Premac, Guerciotti

Un salto a Namur nel box del meccanico: le scelte tecniche

20.12.2025
4 min
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Il fine settimana scorso l’appuntamento di Namur è coinciso con il ritorno in Belgio della Coppa del mondo di ciclocross. Una gara attesa per tanti aspetti e punti di vista, il fascino del castello e il ritorno in gara di Van Der Poel (poi vincitore della prova) sono bastati per calamitare l’attenzione su questa piccola fetta di Belgio. Oltre all’avventura di Mattia Agostinacchio, del quale vi abbiamo raccontato, Namur ha rappresentato anche il ritorno di Lucia Bramati nella sua gara preferita del calendario. Due giorni nella terra del ciclocross, con fango, gente e un pubblico da grande appuntamento. 

La nostra curiosità si è trasferita però su chi questa prova l’ha vissuta dai box, Leonardo Cover è il meccanico della FAS Airport Service-Guerciotti-Premac. Per lui la trasferta di Namur era uno degli appuntamenti più impegnativi dell’inverno

«Lavorativamente è andata bene – racconta Leonardo Cover che in questo weekend è ancora impegnato con la Coppa del mondo – anche se Lucia Bramati ha avuto la sfortuna di forare proprio all’inizio della gara. Sono cose che capitano, soprattutto in un percorso come quello di Namur ricco di scalini e gradini da saltare».

Lucia Bramati, Namur, FAS Airport Service-Guerciotti-Premac, Namur 2025 (Photopress.be)
Lucia Bramati in azione nella tappa di Coppa del mondo a Namur (Photopress.be)
Lucia Bramati, Namur, FAS Airport Service-Guerciotti-Premac, Namur 2025 (Photopress.be)
Lucia Bramati in azione nella tappa di Coppa del mondo a Namur (Photopress.be)
La FAS Airport  Service-Guerciotti-Premac aveva la sola Lucia Bramati in gara?

Sì, a Namur era l’unica presente. Da questo punto di vista la trasferta è stata semplice, praticamente ero il suo meccanico personale. La gara siamo riusciti a gestirla bene, con i passaggi ai box e le scelte tecniche fatte il giorno prima della gara.

Andiamo con ordine, sabato si arriva e cosa fa il meccanico?

Monto la bici e faccio un primo controllo per capire lo stato di usura dei componenti più delicati come pastiglie dei freni e cuscinetti. Dopo gare con condizioni particolari, come quella in Sardegna dove c’erano sabbia e acqua, ho preferito fare un check subito. Di solito faccio un controllo completo della bici dopo ogni utilizzo.

Gazebo Guerciotti, FAS Airport Service-Guerciotti-Premac
Gazebo e mezzi del team sono stati portati a Namur da Leonardo Cover
Gazebo Guerciotti, FAS Airport Service-Guerciotti-Premac
Gazebo e mezzi del team sono stati portati a Namur da Leonardo Cover
Hai partecipato alla scelte tecniche di Lucia Bramati?

Sabato siamo andati a fare un giro a piedi sul percorso tutti e tre (Lucia Bramati, il diesse Luca Bramati e Leonardo Cover, ndr). Già da un primo sguardo si riesce a capire quale tubolare montare e le pressioni da utilizzare. 

Tubolare?

Sì, ancora preferiamo utilizzare questo tipo di copertoni perché abbiamo visto che lavorano meglio rispetto ai tubeless. I corridori si sentono più sicuri e inoltre hanno una buona risposta tecnica. A basse pressioni il tubeless rischia di stallonare nelle curve più impegnative.

Domanda cattiva: Lucia però ha bucato, sicuri siamo meglio?

E’ vero, però sono cose che nel ciclocross succedono. Inoltre non è stata l’unica a forare. Anche perché Lucia Bramati ha scelto pressioni davvero basse, 1,2 bar sia all’anteriore che al posteriore. Questo aumenta il rischio di foratura, infatti una volta tornata al box insieme a Luca Bramati abbiamo deciso di aumentare leggermente. Ma non è più servito, perché poi Lucia una volta fatto il cambio bici è andata fino alla fine. 

Leonardo Cover, meccanico FAS Airport Service-Guerciotti-Premac, Guerciotti
Con una sola atleta in gara la cura dei dettagli risulta più semplice, quando la squadra è al completo il lavoro si complica
Leonardo Cover, meccanico FAS Airport Service-Guerciotti-Premac, Guerciotti
Con una sola atleta in gara la cura dei dettagli risulta più semplice, quando la squadra è al completo il lavoro si complica
Quanto conta l’occhio del meccanico nella scelta tecnica?

Ho le mie esperienze, ma è il corridore a dover trovare il giusto feeling con la bici. Quindi le scelte finali sono sue, sia per la pressione dei tubolari che per la gamma di rapporti. 

Lucia Bramati a Namur cosa ha scelto?

Come rapporti l’opzione più corta possibile: monocorona da 36 all’anteriore e pacco pignoni 11-44. Lei aveva già corso qui e si ricordava della durezza del percorso, in particolare dello strappo che si trova a metà. Per cui ha optato per una pedalata agile. 

Leonardo Cover, meccanico FAS Airport Service-Guerciotti-Premac, Guerciotti
Lucia Bramati a Namur ha optato per tubolari Vittoria da 33 millimetri, larghezza massima concessa dall’UCI nel ciclocross
Leonardo Cover, meccanico FAS Airport Service-Guerciotti-Premac, Guerciotti
Lucia Bramati a Namur ha optato per tubolari Vittoria da 33 millimetri, larghezza massima concessa dall’UCI nel ciclocross
E’ un percorso davvero così tecnico?

Ci sono tanti strappi e discese tecniche. Un fattore da tenere in considerazione quando si va a scegliere il tipo di tassellatura del copertone. Infatti Lucia Bramati ha optato per scanalature da fango, anche se il terreno era abbastanza asciutto. Voleva evitare di non avere il giusto grip e rischiare qualche caduta. Da questo punto di vista è stata uno degli appuntamenti più tranquilli degli ultimi anni a Namur.

Di solito non lo è?

Un anno ha piovuto così tanto che i corridori cambiavano bici una volta a giro. Come meccanico in quel caso devi pulire il telaio dal fango e asciugare i punti delicati come manubrio e sella in meno di cinque minuti. Diciamo che le giornate a Namur possono essere più stressanti rispetto a quella di domenica scorsa.

CRO Race 2025, Damiano Caruso

La scelta di Caruso: prima il Giro, il resto si vedrà

20.12.2025
8 min
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E’ l’inizio dell’ultima stagione e Damiano Caruso si è seduto a tavola con l’intenzione di godersi anche l’ultima briciola, prima di alzarsi e seguire altrove il filo della vita. Le giornate nel ritiro di Altea si susseguono sempre uguali, ma la consapevolezza che sia tutto per l’ultima volta fa sì che gli sguardi siamo meno sbadati e le parole meno frettolose. Questo è almeno quel che ci è parso chiacchierando con lui con la leggerezza di quando ne hai viste tante e sai che i momenti in cui essere seri sono altri.

«Sto bene – dice – tutto in ordine. Sto anche bene in bici. Quest’inverno è andato tutto liscio, come speravo che andasse. Non ho avuto intoppi di salute o altro. Pensavo che mi avrebbe intristito essere di nuovo qui a dicembre, rivivendo per l’ultima volta quello che ho fatto per tanti anni, invece non sta succedendo. Mi dà motivazione, perché voglio farlo bene e mi sto divertendo».

Giro d'Italia 2025, Castelnuono nei Monti, Damiano Caruso con i figli Greta e Oscar
Visita parenti al Giro d’Italia: Caruso con i figli Greta e Oscar. La famiglia continua a vivere in Sicilia
Giro d'Italia 2025, Castelnuono nei Monti, Damiano Caruso con i figli Greta e Oscar
Visita parenti al Giro d’Italia: Caruso con i figli Greta e Oscar. La famiglia continua a vivere in Sicilia
Tiberi ci ha detto che farai il Giro, ma non hai chiuso la porta al Tour…

La verità è questa. Di base c’è il Giro, ho chiesto io di farlo perché mi piace l’idea. Col Giro ho un altro feeling. Però è vero che non ho chiuso le porte per andare anche al Tour, Tiberi ha detto bene. Sulla carta, lo sapete meglio di me, è sempre facile dire certe cose. Faccio il Giro, il Tour, la Vuelta, questo e quell’altro. Poi però bisogna vedere come va la stagione, come stai, quanto sei stanco fisicamente e mentalmente. Teoricamente Giro e Tour si potrebbero fare, perché la squadra mi sta mettendo nelle condizioni giuste, però dobbiamo vedere come andranno le cose.

Come si corre l’ultimo Giro? Non è stato infrequente che tu sia partito da gregario e ti sia ritrovato a fare classifica, no?

Se questi cuccioli cadono, si ammalano… Sono fragili (sorride, ndr), sono fragili. No, l’ambizione è quella di provare a vincere una tappa. Mi voglio fare quest’ultimo regalo e se riesco a farlo al Giro sarebbe la ciliegina sulla torta. Alla classifica non ci penso nemmeno, anche se dopo il quinto posto di quest’anno, uno potrebbe pensare che non sia andata poi male. Però voglio concentrare le energie per vincere una tappa, essere in supporto a Santiago (Buitrago, ndr) perché immagino che farà lui classifica e prendermi qualche soddisfazione personale.

E la soddisfazione personale esclude quindi la classifica generale?

Se faccio la classifica, so che le possibilità di vincere una tappa sarebbero molto esigue, come pure quelle di andare al Tour, perché sarei troppo stanco. Fare classifica t’impegna, non è solo la gara per sé. E’ tutto il contesto, devi rimanere sempre concentrato, non puoi mai mollare. Devi stare attento a mille cose. Se vado per la tappa, avrò di certo un’ottima condizione. Però un giorno vado in fuga e quello dopo, magari in una tappa di pianura, non avrò bisogno di limare. E alla fine si parla di tante energie spese o risparmiate nell’arco di tre settimane.

Il 2021 è stato uno degli anni più solidi di Caruso, che a Valle Spluga vince così la sua prima tappa al Giro, che chiuderà 2° alle spalle di Bernal
Il 2021 è stato uno degli anni più solidi di Caruso, che a Valle Spluga vince così la sua prima tappa al Giro, che chiuderà 2° alle spalle di Bernal
Parlaci della tua primavera, ti va?

A differenza dell’anno scorso, quando a febbraio ero già in ritiro, questa volta ho chiesto di andare a correre, proprio per il discorso che vi dicevo prima. Mi voglio godere ogni singolo momento. Quindi inizio alla Valenciana, di lì vado al UAE Tour, poi penso la Parigi-Nizza o la Tirreno: devono ancora dirmelo, ma ho lasciato alla squadra la libertà di scegliere in base a dove servo di più. Poi faccio la Milano-Sanremo, quindi il classico blocco di altura, Romandia e Giro. Niente classiche, perché sono nel periodo del ritiro.

Niente classiche, mentre quest’anno saresti dovuto andare al mondiale. Visto che sarà duro anche il prossimo, ci hai pensato?

Anche questo dipende da come si svolgerà la stagione. Immagino che se dovessi rispettare appieno il programma, quindi fare Giro e Tour, forse non troverei le energie per essere competitivo in un mondiale a settembre. La vedo dura. Però mi ha fatto piacere che un paio di settimane fa mi abbia chiamato Amadio, il nuovo commissario tecnico.

Che cosa ti ha detto il tuo vecchio capo della Liquigas?

Mi ha detto: «Guarda Damiano che a me dell’età che hai non interessa (Caruso ha compiuto 38 anni in 12 ottobre, ndr). A me interessa che se tu mi dici che sei della partita, sarai sempre nella nostra lista». Devo ammettere che mi ha fatto parecchio piacere, non essere scartato a priori è sempre un grande motivo di orgoglio. Perciò, se il programma lo prevedrà e sarà compatibile, perché no? Anche concludere questa storia con la maglia azzurra non sarebbe male, sarebbe bellissimo.

L’ultimo mondiale corso da Caruso fu quello di Imola nel 2020: arrivò decimo, migliore degli azzurri
L’ultimo mondiale corso da Caruso fu quello di Imola nel 2020: arrivò decimo, migliore degli azzurri
Caruso, come il vino buono, migliora invecchiando?

Non è che me lo aspettassi, diciamo che ho semplicemente continuato a lavorare con dedizione e con disciplina. Magari ha inciso anche il fatto che nella prima parte della mia carriera non mi sia spremuto più di tanto e adesso questo mi dà la possibilità di essere ancora solido. Era un ciclismo differente, al giovane appena passato si chiedeva semplicemente di crescere. Ti insegnavano il mestiere, ti lasciavano i tuoi tempi. E forse è anche colpa mia.

Di quale colpa parliamo?

Forse mi sono adagiato, credendo di aver raggiunto un livello già buono, invece ero ancora lontanissimo dall’aver trovato i miei limiti. Ho viaggiato per qualche anno in una comfort zone in cui facevo fatica, ma non il salto di qualità. In quel momento pensavo che andasse bene, convinto che col tempo sarei maturato. Invece le situazioni cambiano e sono riuscito ad autoimpormi un cambio di ritmo, che alla fine ha pagato. Dal 2019-2020 a oggi, sono sempre stato a livelli più che accettabili.

Hai parlato degli anni spartiacque del Covid dopo cui i corridori maturi hanno iniziato a pagare.

La verità è che se avevi raccolto prima, continuare a fare gli stessi sacrifici dopo quel periodo è diventato più difficile. Io mi sono detto che fin tanto che mi divertivo a fare questo lavoro, avrei continuato. Nel 2024 non mi sono divertito, infatti pensavo di smettere. Ho avuto cadute, malanni e altri intoppi e ho detto basta, così non era più divertente. Infatti pensavo che il 2025 sarebbe stata l’ultima stagione.

Damiano Caruso, Giro d'Italia 2025, Colle delle Finestre, Bahrain Victorious
Giro 2025, Colle delle Finestre. Con Tiberi fuori classifica, Caruso ha preso la squadra sulle spalle, chiudendo in 5ª posizione
Damiano Caruso, Giro d'Italia 2025, Colle delle Finestre, Bahrain Victorious
Giro 2025, Colle delle Finestre. Con Tiberi fuori classifica, Caruso ha preso la squadra sulle spalle, chiudendo in 5ª posizione
Invece?

Invece le cose cambiano. Ho dimostrato in primis a me stesso che il fatto di non andare forte non avesse ragioni fisiologiche, ma semplicemente era stato la conseguenza di una serie di circostanze. Nel 2025 ho dimostrato a me stesso che, facendo tutto bene e avendo anche un po’ di fortuna, evitando cadute e acciacchi vari, sono ancora competitivo e soprattutto mi diverto. E questo ha fatto la differenza.

Il tuo amico De Marchi ha ammesso che nell’ultima stagione da pro’ ha iniziato a guardare la squadra con gli occhi da direttore sportivo. Tu potresti pensare di diventarlo?

Non dico che non ci sto pensando, però non è un assillo. Mi sento ancora corridore, posso aver pensato a come sarebbe, ma non è un pensiero che la notte non mi fa dormire. Diciamo che se tutto va in un certo modo, il prossimo anno potrei anche provare a fare il direttore sportivo. Ma devo capire una serie di cose.

Quali cose?

Se è una cosa che mi si addice, se sono adatto e se mi piace. Se sono bravo abbastanza, se ho voglia di continuare a fare questa vita sacrificata, perché anche il direttore sportivo fa tanti giorni fuori casa. Non è comunque una cosa che escludo, ma potrebbe succedere.

Trofeo Laigueglia 2011, primo anno alla Liquigas: Caruso ne ha 24. Per lui il tempo di maturare e prendere le misure
Trofeo Laigueglia 2011, Damiano Caruso, Ivan Basso, Simone Ponzi
Trofeo Laigueglia 2011, primo anno alla Liquigas: Caruso ne ha 24. Per lui il tempo di maturare e prendere le misure
Che cosa ti sembra della squadra per il 2026?

E’ molto giovane, abbiamo tanti ragazzi. Inutile sottolineare che per età vinco a mani basse. Quando sono seduto a tavola, ci sono tutti ragazzetti di 21, 22 anni, uno ne ha 19 (Jakob Omrzel, il vincitore del Giro Next Gen, ndr). Però è una squadra che ha voglia di ripartire bene, ho notato subito un ambiente propositivo. Ragazzi che vogliono crescere e mettersi in evidenza. Qualcuno cerca conferme, qualcuno vuole dimostrare che vale tanto. Chiaramente è sempre difficile quando in gara devi confrontarti con una corazzata come la UAE, ma quello non è solo un problema del Team Bahrain, ma di tutte le altre 17 squadre del WorldTour. Mi piace dire che lavoriamo tutti al massimo delle nostre capacità, con ambizione e serietà, che sono due aspetti di cui non si può fare a meno. Vedremo alla fine che cosa saremo stati in grado di portare a casa.

Natale a casa?

Certamente. Sono stato sempre a casa anche prima di venire qui, perché con i bambini che vanno a scuola, non è facile spostarsi. Allora ho preferito fare delle brevi vacanze, dei weekend, giusto per stare insieme. Non ho avuto il tempo di prendermi dieci giorni per andare alle Maldive o da qualche altra parte. Primo perché non avevo il tempo e secondo, sinceramente, non avevo neanche la voglia. Giù da noi (Caruso vive alle porte di Ragusa, ndr) abbiamo la fortuna che fino a ottobre, novembre è praticamente estate. A ottobre si andava al mare, perché c’erano 26-28 gradi e si stava benissimo. Per cui le Feste le passiamo a casa, poi ritorno qui a gennaio, faccio un’altra decina di giorni e poi iniziamo a correre.

Martinez ha già scelto. Al Tour non si può rinunciare…

Martinez ha già scelto. Al Tour non si può rinunciare…

19.12.2025
5 min
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Si dice sempre che il primo anno è quello dell’apprendistato, quello che serve per prendere le misure. Per Lenny Martinez, che nel 2024 ha lasciato la Groupama per approdare alla Bahrain Victorious, è stato un anno ricco di emozioni, di momenti importanti soprattutto per definire chi realmente è il figlio d’arte transalpino, per darsi un ruolo.

Lenny viene da una stagione dove i giorni di gara sono stati ben 67, conditi da 4 vittorie, ultima proprio nella gara conclusiva dell’annata alla Japan Cup. Il suo bilancio non può essere che positivo: «Sono molto contento di quello che ho fatto. Non pensavo di vincere così tante corse World Tour davvero fantastiche, dalla Parigi-Nizza al Romandia fino al Delfinato, tutte prove con la crema del ciclismo attuale e io ho messo la firma su tappe prestigiose, ma non c’è stato solo quello. Essere 16 volte nella top 10, dall’inizio alla fine della stagione, credo che significhi molto, che dimostri la costanza ad alto livello. Sono davvero super felice, è stata una stagione di successo».

Il transaplino a braccia alzate alla Japan Cup, quarto successo stagionale con 32" su Baudin e Izagirre
Il transaplino a braccia alzate alla Japan Cup, quarto successo stagionale con 32″ su Baudin e Izagirre
Il transaplino a braccia alzate alla Japan Cup, quarto successo stagionale con 32" su Baudin e Izagirre
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A 22 anni hai già due esperienze al Tour de France: quale dei due hai vissuto meglio e ti ha dato più soddisfazioni?

Sicuramente quello di quest’anno. E’ stato il miglior Tour de France per me, per i progressi che ho fatto, per essere stato protagonista in alcune tappe alle quali tenevo anche se non sono arrivati squilli come ci si poteva attendere. Ma penso che sarà ancora migliore nei prossimi anni, è chiaro che voglio incidere di più.

L’ultima edizione è stata più dura fisicamente o mentalmente?

Penso che mentalmente un grande giro sia molto lungo, molto difficile. Non mi riferisco solo al Tour, ho fatto anche la Vuelta e so di cosa parlo. E’ la corsa più dura della stagione, incide sicuramente su tutto il resto, ma anche se è un grande sforzo fisico, la differenza si vede proprio nella tenuta mentale.

Martinez durante il media day, tra appuntamenti Tv e fuoco di fila di domande sul futuro
Martinez durante il media day, tra appuntamenti Tv e fuoco di fila di domande sul futuro
Martinez durante il media day, tra appuntamenti Tv e fuoco di fila di domande sul futuroMartinez durante il media day, tra appuntamenti Tv e fuoco di fila di domande sul futuro
Martinez durante il media day, tra appuntamenti Tv e fuoco di fila di domande sul futuro
Come si affronta l’ansia di una corsa di tre settimane dove ci si attende molto da te?

Molto incide l’approccio che si ha. Mi dico semplicemente: do il massimo, faccio del mio meglio ogni giorno e se funziona, funziona. Altrimenti non avrò comunque rimpianti, sapendo di averci provato davvero. So che non è facile, che ci si attende molto da me per il mio passato giovanile e per il fatto che si corre nella mia patria, ma tutto quel che posso fare è avere la consapevolezza di non aver trascurato nulla.

Ti capita mai di confrontare le tue esperienze con tuo padre?

Oh sì, credo che abbia passato la stessa cosa, l’ha già fatto. E a volte gli faccio domande a riguardo. A volte parliamo al telefono, e lui che ha sicuramente vissuto tutto sia in un ambiente diverso come la mountain bike, sia da professionista portandosi dietro la sua fama di atleta olimpionico, può ispirare anche me.

Al Tour c'era grande attenzione sul francese, visto come elemento promettente per la caccia alla maglia gialla
Al Tour c’era grande attenzione sul francese, visto come elemento promettente per la caccia alla maglia gialla
Al Tour c'era grande attenzione sul francese, visto come elemento promettente per la caccia alla maglia gialla
Al Tour c’era grande attenzione sul francese, visto come elemento promettente per la caccia alla maglia gialla
Hai lasciato una squadra con forte impronta francese per una multinazionale: perché questa scelta?

Volevo un cambiamento, crescere come persona, provare altre cose, andare all’estero, e lo dico in piena coscienza. E’ una scelta originata sicuramente dal discorso ciclistico ma non solo. Penso che provare cose nuove nella vita cambi davvero un uomo. Era un passaggio obbligato se volevo davvero crescere e credo che i frutti si stiano vedendo non solo dal punto di vista di vittorie e piazzamenti.

In un team francese, il Tour è vissuto con una pressione particolare?

Oh no, penso che sia lo stesso. Non cambia una volta che sei in sella, hai un compito a prescindere dalla maglia che indossi o dalla lingua che si parla nel team. E’ chiaro che per un francese il Tour ha un sapore particolare, i tifosi non ti chiedono altro che quello, ma sto davvero cercando di concentrarmi su me stesso, e fare le cose nel miglior modo possibile. So che ci sono aspettative, ma non devo pensarci e concentrarmi su quel che devo fare.

Puoi essere un corridore da corse a tappe, intanto per la classifica di quelle fino a una settimana?

Preferisco vincere le tappe. Almeno per ora, preferisco davvero puntare ai successi parziali. Forse un giorno cambierà. Preferirei vincere la classifica generale, è normale e vale per tutti, ma per ora adoro la sensazione di tagliare il traguardo davanti a tutti.

Lenny insieme ad Almeida, il loro duello ha infiammato l'ultimo Giro di Romandia
Lenny insieme ad Almeida, il loro duello ha infiammato l’ultimo Giro di Romandia
Lenny insieme ad Almeida, il loro duello ha infiammato l'ultimo Giro di Romandia
Lenny insieme ad Almeida, il loro duello ha infiammato l’ultimo Giro di Romandia
D’altronde nelle prove medio-brevi hai dimostrato che la classifica può anche essere un obiettivo, arrivando secondo…

Sì, è vero, avevo quasi vinto quella gara lottando alla pari con uno specialista come Almeida. Quindi penso che in futuro, forse, sarà possibile vincere gare come quella, lo spero davvero. Ma sono ancora giovane, so che serve tempo per crescere e imparare anche a gestire le corse in maniera diversa, se si ha quell’obiettivo.

Quali sono i tuoi obiettivi per la nuova stagione?

Non ho una corsa specifica nel mirino, a me interessa essere più forte dell’anno scorso, ottenere ottimi risultati, vincere gare importanti, questa è la cosa che conta. Il mio programma mi vedrà impegnato nelle corse francesi d’inizio anno, la Parigi-Nizza, le classiche ardennesi per poi passare dalle corse a tappe svizzere. Voglio davvero vincere, perché alzare le braccia in segno di vittoria è importante e per me vale più di tutto, sempre cercando di fare il meglio possibile.

Ma hai già scelto quale Grande Giro correre?

Ah, il Tour de France, questo è certo…