Un calendario da leader per Scaroni e si comincia subito…

Un calendario da leader per Scaroni e si comincia subito…

15.01.2026
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Quella vissuta da Cristian Scaroni nella stagione scorsa è stata una cavalcata trionfale, con 5 vittorie e ben 19 Top 10 fino a issarsi alla posizione numero 18 del ranking, secondo fra gli italiani. Un’annata bellissima che ha contribuito alla salvezza dell’XDS Astana, ma ora forse viene la parte più difficile perché bisogna confermarsi e il corridore bresciano, che ha un contratto fino al 2028, sa che l’attenzione nei suoi confronti sarà ben diversa.

L'XDS Astana si presenta nel 2026 con animo più sereno, ma anche con ambizioni importanti
L’XDS Astana si presenta nel 2026 con animo più sereno, ma anche con ambizioni importanti: qui Conci e Romele
L'XDS Astana si presenta nel 2026 con animo più sereno, ma anche con ambizioni importanti
L’XDS Astana si presenta nel 2026 con animo più sereno, ma anche con ambizioni importanti: qui Conci e Romele

Scaroni è pronto a iniziare, lo farà tra una settimana dopo il ritiro effettuato in Spagna e si sente dalle sue parole come ci sia anche una certa curiosità per capire a che punto è perché le prestazioni dello scorso anno lo hanno anche ingolosito: «Vengo da un inverno tranquillo, abbiamo fatto le stesse cose di sempre. Al ritiro di dicembre si fa tanto fondo, qualche richiamo di lavoro, ho conosciuto i nuovi corridori, niente di diverso. Ora però ho già un buon numero di chilometri nelle gambe e si avvicina il momento di cominciare a mettersi alla prova…».

Di diverso c’è il programma, però, perché è un calendario importante e già molto ricco, con Tirreno-Adriatico, le classiche delle Ardenne, il Giro d’Italia. La squadra ormai ti vede come un leader…

Sicuramente è importante che sia da parte mia che della squadra ci sia una fiducia reciproca e l’intento è quello di raccogliere più vittorie, più risultati possibili da qua in avanti. In questo le prospettive non sono cambiate molto rispetto allo scorso anno. Il mio calendario è variato tanto rispetto al 2025. Ho fatto corse di rilievo come il Giro d’Italia, Amstel, Freccia, Liegi, ma anche tante corse, magari di secondo piano, dove il livello era inferiore per andare a caccia di punti. Quest’anno l’esigenza non è così rilevante e si cercherà di puntare su un calendario un po’ più duro e di qualità alta.

Scaroni tornerà al Giro d'Italia con un team improntato agli attacchi da lunga distanza
Scaroni tornerà al Giro d’Italia con un team improntato agli attacchi da lunga distanza
SScaroni tornerà al Giro d'Italia con un team improntato agli attacchi da lunga distanza
Scaroni tornerà al Giro d’Italia con un team improntato agli attacchi da lunga distanza
Vederti emergere sarà più difficile?

Vedremo. Non ho rinunciato alle corse un po’ più abbordabili, chi mi conosce sa che il mio primo obiettivo è quello di vincere. Nelle corse di livello più alto, dove ci sono i grandi come Tadej e Remco (Pogacar e Evenepoel, ndr) è quasi impossibile. Di conseguenza qualche corsa più alla portata comunque ci sarà sempre per provare a vincere.

Tu però hai dimostrato che anche nei grandi appuntamenti ci puoi essere e puoi essere competitivo, come all’europeo dello scorso anno…

Sì, ormai a 28 anni ho iniziato a conoscere il mio fisico. So quando è il momento di mettersi a lavorare duramente e quando posso arrivare in condizione. Sicuramente l’europeo è stato l’appuntamento che mi ha dato una diversa consapevolezza di me, del mio valore, delle mie possibilità. Sapevo che ci sarei arrivato bene e l’ho preparato nei migliori dei modi, quest’anno cercheremo di fare la stessa cosa con tutte le corse più importanti che arriveranno.

Il 4° posto dell'europeo 2025 ha lasciato al lombardo una nuova dimensione. Ora è 18° nel ranking mondiale
Il 4° posto dell’europeo 2025 ha dato al lombardo una nuova dimensione. Ora è 18° nel ranking mondiale
Il 4° posto dell'europeo 2025 ha lasciato al lombardo una nuova dimensione. Ora è 18° nel ranking mondiale
Il 4° posto dell’europeo 2025 ha dato a Scaroni una nuova dimensione. Ora è 18° nel ranking mondiale
Quale può essere la classica dove le tue caratteristiche si sposano meglio?

La Freccia Vallone, quell’arrivo lì, così particolare è adatto alle mie caratteristiche. Già la Classic Var aveva un arrivo molto simile e lì ho primeggiato contro corridori come Lenny Martinez, Buitrago, Lapeira che su certi traguardi sono veramente esplosivi. Quindi la Freccia Vallone sarà sicuramente una delle corse più importanti della prima parte di stagione e per la seconda parte di stagione direi San Sebastian. Ma ci sono talmente tante corse nel mio programma che mi piacerebbe far bene in tutte.

Avrai anche quest’anno il Giro d’Italia…

Sì, alla fine abbiamo optato per la corsa rosa perché abbiamo visto che sulla carta ci sono più tappe dove può arrivare la fuga. Arriveremo al Giro con una squadra competitiva e improntata sull’attacco con Bettiol, Ulissi e tanti altri. Abbiamo scelto il Giro perché sembrerebbe favorire più fughe da lontano dove potersi infilare e quindi più possibilità di vincere.

Il bresciano Scaroni pounta forte sulla Freccia Vallone. Alla Classic Var '25 ha fatto le prove generali?
Il bresciano Scaroni punta forte sulla Freccia Vallone. Alla Classic Var 2025 ha fatto le prove generali?
Il bresciano Scaroni pounta forte sulla Freccia Vallone. Alla Classic Var '25 ha fatto le prove generali?
Il bresciano Scaroni punta forte sulla Freccia Vallone. Alla Classic Var 2025 ha fatto le prove generali?
Nelle corse a tappe la vostra squadra resta sempre orientata verso la ricerca dei traguardi parziali o cominciate anche a guardare alle classifiche?

Io credo che la squadra voglia portare avanti un progetto che ha iniziato l’anno scorso, quindi saremo sempre improntati su attacchi da lontano. Sicuramente avremo qualche corridore che potrà anche provare a far classifica, noi cercheremo di metterlo nelle condizioni di provarci a fare qualche bel piazzamento finale. La verità è che l’impostazione della squadra non cambierà, sempre tesa all’attacco e alla caccia di tappe.

Dove farai il tuo esordio e in che condizioni conti di presentarti?

In Spagna il 23 gennaio alla Clasica Camp de Morvedre e sicuramente conto di arrivarci bene. Ormai ho capito che, quando si va alle corse, o ci si va pronti per vincere o non ci si presenta. Comunque questa è un po’ la mia idea, quindi già il 23 sarà una corsa molto dura e adatta alle mie caratteristiche e proveremo a fare subito il risultato.

Tom Pidcock. Pinarello-Q36.5 Cycling Team, training camp, ritiro, allenamento (foto Pinarello-Q36.5 Cycling Team)

Pidcock, il Cile e l’altura: come, quando e perché?

15.01.2026
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Sabato scorso sono saliti sul volo verso Santiago del Cile, per il training camp in altura più esotico di questo inizio di stagione. I sette corridori guidati da Tom Pidcock (in apertura nella foto Pinarello-Q36.5 Cycling Team) e Quinten Hermans (più uno chef, tre massaggiatori, due meccanici, un direttore sportivo, un allenatore e un nutrizionista) trascorreranno tre settimane in una località di montagna rinomata per lo sci e la MTB estiva, chiamata La Parva, a due ore di auto dalla Capitale.

La scelta ce l’ha spiegata Kurt Bogaerts, lo storico allenatore di Pidcock e responsabile della performance, passato con lui nella squadra svizzera e in procinto di volare a sua volta in Sud America dopo i primi giorni del secondo ritiro di Javea, in Spagna.

«Si trattava di trovare soluzioni alternative – spiega – per un ritiro di allenamento in altura. Sul Teide ci sono un solo hotel e qualche rifugio, quindi la disponibilità è limitata. In più a gennaio si possono trovare condizioni avverse. Non c’è un motivo particolare per il Cile, magari in futuro andremo in Ecuador o in Colombia (sorride, ndr). Abbiamo pensato che il Sud America in generale abbia un clima favorevole e l’altitudine giusta. I due motivi principali sono questi. Non è economicissimo, ma quando si va in altura, è sempre così. La spesa maggiore è per i voli, l’alloggio è più economico e questo ci permetterà di stare oltre le tre settimane…».

Kurt Bogaerts, Alex Sans Vega, ritiro Spagna del Pinarello-Q36.5 Cycling Team
Uno scatto durante il ritiro attualmente in corso in Spagna: Bogaerts con il diesse Alex Sans Vega (foto Pinarello-Q36.5 Cycling Team)
Kurt Bogaerts, Alex Sans Vega, ritiro Spagna del Pinarello-Q36.5 Cycling Team
Uno scatto durante il ritiro attualmente in corso in Spagna: Bogaerts con il diesse Alex Sans Vega (foto Pinarello-Q36.5 Cycling Team)

Carico personalizzato

Diversi corridori in passato hanno scelto di fare la preparazione invernale in Sud America. Rota e Masnada in Colombia, come pure il Team Sky nel 2018. Solo che Froome per primo esagerò con i carichi di lavoro e impiegò tutta la primavera per rimettersi in sesto. Campenaerts ha fatto delle esperienze in Namibia. C’è una bella differenza fra dormire in alto, allenandosi sul mare, e trascorrere delle settimane oltre i 2.500 metri.

«Il motivo principale di questo viaggio – prosegue Bogaerts – è anche quello di rompere la routine di andare sempre negli stessi posti. Penso che sia un po’ demotivante. Così lo abbiamo proposto al gruppo e i ragazzi interessati hanno potuto farlo. Sono stati così entusiasti, che abbiamo dovuto mettere un limite, per poter seguire tutti nel migliore dei modi. Penso che fisiologicamente sarà più impegnativo, ma probabilmente saranno superiori anche i benefici. Ovviamente gestiremo il carico di lavoro di ciascun atleta e terremo d’occhio ogni giorno che il corridore sia in grado di progredire e che non peggiori».

L’entusiasmo per la novità

Santiago del Cile si trova a 570 metri di quota, gli appartamenti presi in affitto dal team poco sotto i 2.700. All’adattamento necessario prima di iniziare a lavorare in altura si sommerà il tempo per assorbire il fuso orario: attualmente la differenza è di 4 ore.

«Anche per questo ci siamo presi del tempo in più per adattarci – prosegue Bogaerts – e poi anche per recuperare dal viaggio, in modo da non arrivare affaticati alla prima gara della stagione. Il nostro luogo di allenamento è simile a Tenerife. C’è una montagna su cui alloggeremo, che si può scalare da diversi versanti. Sarà un ritiro senza un obiettivo preciso, per innalzare la condizione generale degli atleti, solo che le condizioni sono più impegnative dal punto di vista fisiologico.

«Allo stesso tempo, abbiamo visto i corridori davvero motivati e questo fa sì che siano arrivati laggiù preparati psicologicamente. Penso che sia un grande vantaggio andare in un posto nuovo e un nuovo ambiente. A giudicare dalle foto che ho ricevuto, sembra che i corridori siano piuttosto entusiasti».

Quinten Hermans, Pinarello-Q36.5 Cycling Team, training camp, ritiro, allenamento (foto Pinarello-Q36.5 Cycling Team)
Con Pidcock è volato in Cile anche Quinten Hermans, arrivato dalla Alpecin (foto Pinarello-Q36.5 Cycling Team)
Quinten Hermans, Pinarello-Q36.5 Cycling Team, training camp, ritiro, allenamento (foto Pinarello-Q36.5 Cycling Team)
Con Pidcock è volato in Cile anche Quinten Hermans, arrivato dalla Alpecin (foto Pinarello-Q36.5 Cycling Team)

La spinta di Pidcock

I sette corridori, più lo staff che si sta prendendo cura di loro, ripartiranno dal Cile il 5 febbraio, per arrivare in Europa il giorno dopo. Il debutto in gara è previsto a Murcia, il 13 febbraio: una settimana per rimettersi in sesto, smaltire il fuso orario e riabituarsi alle temperature più rigide di questa parte del mondo.

«Pidcock in passato ha sempre reagito molto bene all’altura – ragiona Bogaerts – quindi a cose normali questa preparazione dovrebbe essere vantaggiosa. Quando alla fine dell’anno abbiamo presentato l’idea, Tom è stato subito entusiasta. Le strade dovrebbero essere in buone condizioni, siamo partiti con sette/otto percorsi che già bastano per dare varietà, in attesa di scoprirne altri col passare dei giorni. Il vantaggio è che in Cile è l’inizio dell’estate, quindi a Santiago ci saranno circa 30 gradi, mentre sulla montagna saremo fra 15 e 20. Ci sono tutte le condizioni che servono.

«Abbiamo sommato le referenze di Ben Ronnestad (il coach norvegese citato da Matteo Moschetti, ndr) a quelle di alcune persone della federazione belga che hanno organizzato la spedizione per i mondiali su pista e di altri che vivono da quelle parti. Avevamo quattro, cinque contatti con persone che conoscono relativamente bene l’ambiente. Chissà, se le cose fileranno nel verso giusto, l’anno prossimo potremmo valutare di andare giù con un numero maggiore di atleti».

Pogacar, Van der Poel

Quando Pogacar non vince. L’analisi di Nicolas Roche

15.01.2026
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Parliamo spesso dei trionfi e dei numeri da capogiro di Tadej Pogacar, ma stavolta facciamo una fotografia, un’analisi, di quando il campionissimo della UAE Emirates non vince. Cosa gli manca quando succede? Perché? Commette degli errori? Un discorso che svisceriamo con Nicolas Roche.

L’irlandese, ex corridore, è oggi uno dei commentatori di Eurosport. Pochi come lui hanno una capacità di analisi e di sintesi. E soprattutto molte delle imprese del campione del mondo le ha viste di persona.

Roche, Pogacar
Nicolas Roche (classe 1984) è stato pro’ per 17 stagioni. Oggi è un commentatore di Eurosport e brand ambassador di Bianchi, con cui gareggia nel gravel
Roche, Pogacar
Nicolas Roche (classe 1984) è stato pro’ per 17 stagioni. Oggi è un commentatore di Eurosport e brand ambassador di Bianchi, con cui gareggia nel gravel
Dicevamo, Nicolas, le poche volte che Tadej Pogacar non vince. Andiamo gara per gara. E iniziamo dalla Milano-Sanremo, uno dei suoi muri in questo momento. Cosa non funziona secondo te?

Secondo me non è che c’è qualcosa che non funziona. Se guardi i tempi delle salite sono più veloci che mai, quindi non mi piace dire che se non ha vinto allora qualcosa non va. Devi avere rispetto per la concorrenza. Penso che la Milano-Sanremo sia una gara dove i velocisti vanno forte come i candidati alla vittoria e storicamente vediamo protagonisti Ganna, Van der Poel, Van Aert, Kwiatkowski, o prima Sagan. Sono corridori veloci, uomini da classiche che riescono a produrre potenze molto molto elevate sui meno di cinque minuti del Poggio, che alla fine è una salita che si affronta quasi a 40 orari di media. Sul Poggio c’è realmente un solo punto dove si può andare forte e provare a fare la differenza: una rampa a 1,5 chilometri dalla cima. Non solo, ma…

Ma, vai avanti…

Il vento gioca sempre un ruolo cruciale. Se è contro è più facile seguire perché si è a ruota. Se è a favore potrebbe aiutare chi attacca, ma in questo caso favorisce anche i corridori potenti che devono seguirlo. Per Pogacar è molto difficile. Anche partire forte sulla Cipressa non garantisce vantaggio: anche staccando qualcuno, sarebbe difficile per lui andare via con quel tratto di pianura nel mezzo. Quindi alla Sanremo lui non sbaglia, non fa errori. E’ che il livello dei velocisti attuali è talmente alto che a ruota su quelle salite riescono a resistere. Sì, Nibali ci è riuscito, ma oggi Van der Poel è più forte in salita rispetto a un Cavendish o a un Hushovd.

Secondo te non sbaglia neanche la volata? Quando si trova con Van der Poel: partire secco o partire lungo?

E’ difficile da dire perché Van der Poel in un’Amstel ha fatto una volata infinita, altre volte più corta sfruttando l’esplosività del cross. Se parliamo di Sanremo, a Pogacar per vincerla serve un colpo di fortuna o, meglio, un “colpo di gara”: l’attimo in cui gli altri si guardano. Ma per lui non è facile perché tutti lo marcano stretto. Oppure serve il maltempo: qualche occasione in più potrebbe averla.

Milano-Sanremo 2025, Poggio, Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Filippo Ganna
Pendenze troppo blande e salite troppo corte: per Pogacar è difficile staccare mostri di potenza come VdP, Ganna e in qualche caso anche Philipsen
Milano-Sanremo 2025, Poggio, Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Filippo Ganna
Pendenze troppo blande e salite troppo corte: per Pogacar è difficile staccare mostri di potenza come VdP, Ganna e in qualche caso anche Philipsen
Capitolo Roubaix: se l’è cavata bene, ma non ha vinto…

Si sapeva che sarebbe andato forte, tutti abbiamo visto i suoi tempi su Strava. Il problema è che la Parigi-Roubaix non è la Sanremo e non è il Tour de France: è una gara molto particolare, possono capitare mille cose, dalle forature alle cadute. Il posizionamento è determinante e si vede che le squadre con corridori abituati alla Roubaix stanno sempre davanti. Poi ci sono le performance, le qualità fisiche e quelle tecniche. Pogacar è molto bravo a guidare la bici, è agile. E per me ha fatto un numero l’anno scorso… forse uno di troppo, con quell’ingresso in curva così veloce. E’ anche stato un po’ sfortunato perché si era quasi ripreso. Non direi che gli è mancato qualcosa se non un po’ di esperienza rispetto a Van der Poel. Ma ciò che mi ha stupito è che un corridore che pesa 15 chili in meno rispetto agli specialisti riesca ad andare così forte sul pavé.

Dopo quella caduta Pogacar riparte con 20” di ritardo da Van der Poel, ma non chiude. Perché?

Forse perché per essere davanti, in quella posizione, aveva accumulato più stanchezza rispetto a Van der Poel, che era un po’ più “comodo”. Alla lunga ha speso più energie nervose e di posizionamento. Per me in questo caso la sconfitta è più un fatto di esperienza. Averla fatta quest’anno è stata una ricognizione importantissima per lui.

La curva sbagliata di Pogacar alla Roubaix: per Roche un’esperienza importantissima
La curva sbagliata di Pogacar alla Roubaix: per Roche un’esperienza importantissima
Altro terreno meno brillante per Pogacar: lo scontro a cronometro contro Remco Evenepoel

Lì è sorprendente Remco. Quando c’è una cronometro diventa un altro uomo. Lo vedo al Tour e ha una marcia in più contro il tempo. Ma è difficile dire perché Pogacar non vince o se sbaglia. Non è che Tadej abbia una brutta crono, anzi. Il suo setup è molto studiato, non si muove in posizione. Alla fine è il bello del ciclismo: viviamo un’epoca in cui abbiamo un corridore capace di fare tutto, ma in alcune gare trova uno specialista che lo sfida, come Van der Poel nelle classiche, Vingegaard in salita, Evenepoel a cronometro.

Andiamo avanti. L’ultima tappa del Tour, il Giro di Montmartre: cosa è successo?

Quel giorno Van Aert era mentalizzato “all in” sulla tappa finale del Tour de France. Ha messo tutte le energie e si è preso anche il rischio di cadere e perdere tutto. Con la pioggia sapeva che poteva essere la sua occasione. Forse senza pioggia avremmo visto un’altra gara. Pogacar aveva più da perdere.

Certo, anche se la tappa era stata neutralizzata bisognava comunque portare la bici al traguardo…

Se ricordate, dopo il primo passaggio erano rimasti davanti 30-40 corridori: quelli della generale e qualche coraggioso. Pogacar ci ha provato ma ha capito che non poteva rischiare di perdere tutto. Non aveva bisogno di vincere quel giorno, mentre Van Aert si giocava la stagione. In tv si vedeva chiaramente che faceva curve che l’altro non poteva permettersi.

Pogacar
Tour 2023, verso Laruns, sul Marie Blanque, Vingegaard ha staccato Pogacar, marcato da Kuss. Nonostante abbia migliorato sé stesso lo sloveno deve chinare la testa
Pogacar
Tour 2023, verso Laruns, sul Marie Blanque, Vingegaard ha staccato Pogacar, marcato da Kuss. Nonostante abbia migliorato sé stesso lo sloveno deve chinare la testa
Cosa manca a Pogacar quando non vince? Tu qualche errore lo hai notato?

Errori veri non ne vedo. Ci sono situazioni meno favorevoli: minor peso ed esperienza alla Roubaix, un percorso troppo veloce alla Sanremo. E poi c’è il valore degli avversari. Il livello del gruppo oggi è elevatissimo e, nonostante tutto, solo pochi corridori possono batterlo e solo in determinate condizioni. Quando Vingegaard gli diede un minuto al Marie Blanque tutti dissero che Pogacar non andava forte. Ma rivedendo i tempi Tadej impiegò addirittura 1’20” in meno rispetto a due anni prima. Non è Pogacar che ha avuto una giornata no, è Vingegaard che è andato più forte. A volte si fatica ad accettare quando il super campione perde.

E dell’Amstel Gold Race dell’anno scorso vinta da Skjelmose cosa dici?

Forse Pogacar era un po’ troppo sicuro, forse… Ma attenzione. Skjelmose è meno appariscente, ma è un ottimo corridore, e l’altro, Evenepoel, è un ex campione del mondo anche lui vincitore di molte classiche e corse di un giorno. Magari entrambi hanno sottovalutato Skjelmose. Come vedete, il valore dell’avversario conta.

Italia, Orlen Nations Grand Prix 2025

Amadori: i devo team, il nuovo ruolo del cittì e il dubbio sull’Avenir…

14.01.2026
5 min
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La categoria under 23 sta subendo continui rimescolamenti e decisioni che danno sempre più l’impressione della sua marginalità all’interno del ciclismo. Anche l’UCI ha dato un colpo abbastanza deciso eliminando la Nations Cup, una serie di corse a tappe che davano punti grazie ai quali si delineava una classifica delle nazionali. Questa serviva poi per decidere quanti corridori ogni Paese potesse portare ai vari impegni, tra cui il mondiale. L’Italia nelle ultime stagioni è stata ai vertici di questa classifica grazie al lavoro svolto da Marino Amadori, il cittì, e dai suoi ragazzi. 

Inoltre l’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) ha escluso le squadre professional dalle corse internazionali under 23. Una scelta che ha portato all’annullamento del progetto giovani dei Reverberi e che ha dato qualche problema alla MBH Bank, diventata professional proprio nel 2026 e che sulle gare internazionali under 23 puntava per far crescere i giovani (Nespoli, Bracalente, Cipollini e Chesini). 

Orlen Nations Grand Prix 2025
La Nations Cup permetteva alle federazioni nazionali di fare correre i propri atleti in prove di calibro internazionale
Orlen Nations Grand Prix 2025
La Nations Cup permetteva alle federazioni nazionali di fare correre i propri atleti in prove di calibro internazionale

Nuovi equilibri

In questo inizio di stagione Marino Amadori si trova nella posizione di dover pensare e progettare un 2026 diverso, con nuovi equilibri da trovare e un lavoro che cambia. Il suo ruolo rimarrà centrale per i ragazzi under 23, ma è evidente che nel tempo si è andato modificando. Basti pensare che lo scorso anno per la prima volta la nazionale non ha effettuato il classico ritiro a Sestriere per preparare il Tour de l’Avenir

«Siamo comunque pronti a iniziare – dice Amadori con il solito spirito – ci sono da capire alcuni meccanismi interni alla Federazione ma i macro obiettivi sono decisi. Avremo come sempre mondiali ed europei come focus della stagione, a questi si aggiungono i Giochi del Mediterraneo che si correranno in Italia (a Taranto, in Puglia, ndr)».

«Aver tolto la Nations Cup (della quale faceva parte anche il Tour de l’Avenir, ndr) – riprende il cittì – fa capire come i devo team siano ormai centrali nella crescita dei corridori. Noi come Federazione dovremo dare supporto ai ragazzi delle squadre continental e di club».

Campionati del mondo Kigali 2025, U23, Alessandro Borgo, PSimone Gualdi, Pietro Mattio, gesto dell'arco come Lorenzo Finn
Amadori ha costruito i suoi successi basandosi sulla forza del gruppo, il mondiale di Kigali ne è un esempio
Campionati del mondo Kigali 2025, U23, Alessandro Borgo, PSimone Gualdi, Pietro Mattio, gesto dell'arco come Lorenzo Finn
Amadori ha costruito i suoi successi basandosi sulla forza del gruppo, il mondiale di Kigali ne è un esempio
Cosa vuol dire non avere più la Nations Cup?

Dal mio punto di vista vuol dire non avere più degli appuntamenti fondamentali per poi costruire un gruppo coeso e forte che possa arrivare pronto a mondiali ed europei. Erano delle gare importanti, io arrivo dalla scuola di Alfredo Martini dove la squadra è tutto. Non avere il riferimento della Nations Cup fa la differenza, vedremo nelle prossime settimane di trovare un equilibrio insieme alla Federazione.

Quali saranno gli obiettivi ora?

Quello primario sarà fare qualche corsa a tappe in più per dare la possibilità ai ragazzi che non sono nei devo team di poter comunque avere un calendario importante, che permetta loro di crescere e fare esperienze di un certo livello.

Nel 2025 Amadori ha rinunciato al ritiro a Sestriere per preparare l’Avenir, i devo team hanno lavorato in autonomia
Nel 2025 Amadori ha rinunciato al ritiro a Sestriere per preparare l’Avenir, i devo team hanno lavorato in autonomia
Come cambia il calendario per la nazionale under 23?

Per questo dovremo parlare con la Federazione, ma la mia idea sarebbe di provare a fare qualche gara a tappe con una rappresentativa nazionale. Ad esempio cercheremo di capire quali squadre saranno escluse dal Giro Next Gen e con le gare all’estero trovare un modo di garantire comunque un’attività internazionale ai ragazzi di formazioni continental e club. 

Hai già individuato quale corsa?

Nel 2026 le gare che prima erano di Nations Cup e alle quali abbiamo sempre preso parte, come Orlen Nations Grand Prix, in Polonia e Corsa della Pace, in Repubblica Ceca, rimangono nel calendario come gare 2.2U (gare a tappe per under 23,ndr). Terranno aperte le iscrizioni alle nazionali e ai team. 

Amadori dovrà lavorare ancora di più con le formazioni continental e di club per creare una rete di supporto ai ragazzi
Amadori dovrà lavorare ancora di più con le formazioni continental e di club per creare una rete di supporto ai ragazzi
I devo team hanno spinto per avere sempre più controllo e infatti nel 2025 già si parlava di un Tour de l’Avenir a squadre…

Quest’anno il Tour de l’Avenir sarà misto: riservato alle squadre e alle selezioni nazionali. I migliori ragazzi del nostro Paese andranno con i team (Lorenzo Finn dovrebbe correre con la Red Bull-BORA-hansgrohe Rookies, ndr). E’ chiaro che con i migliori atleti impegnati con i devo team per noi sarà difficile competere, per questo con grande probabilità non ci saremo come nazionale.

Nemmeno con qualche ragazzo di formazioni continental o di club?

Non avrebbe senso, con loro mi piacerebbe fare un percorso di crescita che possa passare da gare a tappe di buon livello ma dove c’è margine per provare a fare qualcosa. Individueremo un gruppo di una decina di corridori con i quali costruire un percorso di avvicinamento al professionismo. 

Il tuo ruolo rischia di diventare quello di selezionatore più che di cittì?

Sì, si avvicina molto a quello che fa il cittì dei professionisti (Roberto Amadio, ndr) dove in base al lavoro dei vari team ti trovi a dover fare delle scelte in base a programmi e obiettivi scelti da altri.

Alec Segaert approda alla Bahrain-Victorious e ritrova suo fratello Loic, uno dei diesse e coach della squadra (foto Charly Lopez)

Segaert ritrova il fratello alla Bahrain e punta su classiche e Giro

14.01.2026
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E’ diventato grande in fretta Alec Segaert, senza andare di fretta. Il fiammingo di Roeselare – che compirà 23 anni fra due giorni – è approdato alla Bahrain-Victorious proseguendo nel suo processo di crescita graduale.

In ogni stagione ha saputo aggiungere una tessera al suo mosaico di esperienza e capacità, creando una base solida per diventare un corridore affidabile fino a guadagnarsi una sfida stimolante fuori dal suo Paese. Dopo quattro anni nella Lotto, nella nuova squadra Alec si (ri)unirà col fratello Loic, diventato nel 2024 uno dei coach e diesse della Bahrain (i due sono insieme nella foto di apertura) arrivando anch’egli dalla formazione belga.

Abbiamo conosciuto quel ragazzetto a maggio 2021 quando vinse in solitaria la gara juniores a Stradella sul percorso del Giro dello stesso anno. E quest’anno ce lo ritroveremo da pro’ dopo averlo visto in maglia rosa al Giro NextGen. Ne abbiamo approfittato quindi, dopo i ritiri in Spagna, per sapere come Segaert ha impostato il suo avvicinamento alla stagione.

Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028
Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028
Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028
Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028
In Bahrain ritroverai tuo fratello Loic, che è stato il tuo primo allenatore, e immaginiamo che tu sia felice di lavorare di nuovo con lui. Come pensi che sarà il vostro rapporto ora in una squadra WT rispetto al passato?

Di sicuro è molto bello essere ancora insieme a Loic nella mia nuova squadra. Anche prima siamo sempre stati in contatto, ma adesso sarà ancora meglio poter parlare di tutto con lui. Il nostro legame è molto solido, non cambierà nemmeno ora dove c’è un rapporto lavorativo più profondo. Anzi, credo che possiamo crescere insieme e crearci una carriera, io come corridore e lui come allenatore. In ogni caso vedremo come andrà.

Nel 2025 hai corso molto e ti è mancato solo il podio. Com’è stata la stagione nel complesso?

La scorsa annata non è stata male in generale. Ho sentito di aver fatto un grande salto in avanti. In effetti non sono riuscito a vincere e sarebbe stato bello farlo. Ci sono andato vicino più volte, come l’ultima gara disputata al Tour of Holland (terzo posto nella quinta ed ultima tappa, ndr).

Bilancio positivo quindi?

Assolutamente sì. Posso ritenermi soddisfatto di ciò che ho fatto nel 2025. Ho disputato tutte le grandi classiche del Nord e ho corso un Grande Giro (la Vuelta, ndr) che mi è servito per fare più esperienza. Spero che la vittoria arrivi presto quest’anno.

A crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in linea
A crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in linea
A crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in linea
A crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in linea
Raccogliamo il tuo spunto. Nel 2025 hai corso la Vuelta, che è stato il tuo primo Grande Giro. Come valuteresti quell’esperienza?

Certamente mi tornerà utile quest’anno. E’ stata molto buona. Alla Vuelta sono andato proprio come volevo. In diverse tappe sono riuscito ad entrare nelle fughe, come mi ero prefissato all’inizio. Sono contento di aver fatto una buona cronometro individuale alla diciottesima tappa (ottavo posto a 15” dal vincitore Ganna, ndr). Significa che stavo bene.

Cosa ti ha insegnato?

Con la squadra siamo andati bene. Ho scoperto un po’ più di me stesso. Ad esempio, insieme a De Buyst ho cercato di fare un buon lead-out per Viviani alle sue ultime corse. E’ stato molto bello correre con compagni così esperti e vincenti come loro.

Sei forte a cronometro, ma hai dimostrato di avere le carte in regola per le classiche e le tappe collinari. Che tipo di corridore pensi di essere diventato e quanto ritieni di essere cresciuto?

Sicuramente le cronometro sono un buon termometro per vedere se sei in forma o meno. Quella di andare bene nelle prove contro il tempo credo che sia una qualità che posso sfruttare anche in altri tipi di gare.

Segaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo grande giro, andando in fuga e lavorando nel treno di Viviani
Segaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo Grande Giro, andando in fuga e lavorando nel treno di Viviani
Segaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo grande giro, andando in fuga e lavorando nel treno di Viviani
Segaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo Grande Giro, andando in fuga e lavorando nel treno di Viviani
Sai già come sarà distribuita la tua stagione?

Penso che sarà suddivisa in due o tre parti. La prima si concentrerà sulle classiche, mentre nella seconda ci saranno le gare a tappe dove troverò le crono. Alla Bahrain voglio crescere come supporto per i compagni che puntano alle generali. Questo è un aspetto in cui spero di poter fare la differenza per la squadra.

In quali ambiti pensi di essere migliorato finora, sia in sella alla bici che fuori?

Come dicevo prima, ho lavorato nei finali di tappa nel treno dei velocisti. Non posso considerarmi una “ultima ruota”, però sto imparando molto in questo frangente e vorrei continuare a farlo anche qua. Per il resto nelle classiche mi sono migliorato molto sia nella posizione in gruppo che nelle tecnica di guida

In quali ambiti vorresti migliorare?

Grazie alla crescita di cui parlavo prima, potrei fare dei finali di alcune gare in modo più intelligente. Penso che questa sia una delle mie qualità più importanti. Quindi questo aspetto lo voglio migliorare ancora di più, sperando magari di usarlo per vincere.

Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d'Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)
Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d’Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)
Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d'Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)
Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d’Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)
Hai vinto diverse gare in Italia, un posto che ti ha sempre portato bene. Sarebbe bello vedere Alec Segaert al via del Giro…

Mi è sempre piaciuto correre in Italia e posso già dirvi che ci vedremo da voi a maggio. Non vedo l’ora di correrlo. Prima però ci saranno ancora tutte le classiche. Esordirò presto con corse in Spagna e Francia, ma per me la vera stagione inizierà con la Omloop Het Nieuwsblad, poi Fiandre e Roubaix. Ed infine mi preparerò a dovere per il Giro.

Quali sono gli obiettivi di Segaert per il 2026 con il Bahrain e con la nazionale?

La maggior parte dei miei obiettivi sono concentrati per la squadra. Fare bene alle classiche è il mio obiettivo più importante dell’anno. Poi ripeto: voglio aiutare i nostri leader delle generali al Giro o nelle gare a tappe di una settimana. Se tutto andrà bene, spero di essere convocato per europeo e mondiale col Belgio, ma c’è ancora tanto tempo per pensarci. Intanto cerchiamo di iniziare la stagione poi vedremo tutto.

Francesca Selva, allenamento, velodromo di Copenhagen

Il sogno olimpico di Selva che riscopre la velocità

14.01.2026
6 min
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Ha annunciato il cambiamento sui social. Ha scandito l’attesa da… influencer navigata e poi Francesca Selva ha rivelato che il prossimo step nella sua carriera di pistard passerà per la velocità. Dato che il terzetto della velocità olimpica che tenterà la qualifica per Los Angeles si sta ancora formando, il suo arrivo potrebbe diventare motivo di interesse.

Tuttavia non è (solo) questa la motivazione che ha spinto la veneziana al cambio di pelle. Alla base della decisione c’è stata un’importante presa di coscienza. I problemi fisici degli ultimi tempi hanno cambiato il suo motore, impedendole di tornare ai livelli migliori. La velocità le è sempre piaciuta e quelle intensità, per periodi ovviamente brevi, sono alla sua portata. Il cittì Ivan Quaranta non si è opposto, per cui il tentativo ha preso il via.

Francesca Selva ha pubblicato due post su Instagram il 2 e 3 gennaio per annunciare il cambiamento
Francesca Selva ha pubblicato due post su Instagram il 2 e 3 gennaio per annunciare il cambiamento
Dall’endurance alla velocità: un ritorno alle origini?

Ho sempre scherzato sul fatto di tornare velocista, perché mi è sempre piaciuto: in gara e in allenamento. La mia unica medaglia agli italiani in pista fu un secondo posto da junior nel keirin, al Vigorelli. Miriam Vece ancora se lo ricorda, perché lei fece terza. Quando però sono salita di categoria e ho deciso di lasciare la strada, le sole gare in pista erano quelle di endurance. La velocità non c’era, Miriam viveva al centro UCI di Aigle e le gare erano poche.

Sei soddisfatta della tua carriera finora?

I miei risultati li ho avuti, non avrei mai pensato di vestire la maglia azzurra e prendere una medaglia in Nations Cup (argento con Paternoster nella madison a Cali, in Colombia, nel 2022, ndr). Non ho rimpianti, ma oramai il mio corpo fa fatica a reggere i carichi di allenamento. Il livello si sta alzando tantissimo. Quello che tre anni fa mi ha fatto arrivare a una medaglia in Coppa adesso non basta nemmeno per provare a vincere una gara normale. Era arrivato il momento di prendere una decisione.

Questo calo si può attribuire alla miocardite post Covid che ti ha fermato nello scorso inverno?

Non lo so. Devo considerare che sin da quando ero esordiente di secondo anno, non ho mai fatto una stagione senza fermarmi. Forse un anno, non di più. Il continuo ripartire per problemi di salute influisce sulla base atletica generale che costruisci anno dopo anno. Arrivi a un livello, devi fermarti e poi ricostruisci da zero. Per anni la mia carriera è stata un continuo tira e molla e ho letto il problema dello scorso anno come l’ultima avvisaglia del mio corpo.

Nella madison di Nations Cup di Cali (Colombia) del 2022, Selva e Paternoster presero l'argento dietro Gulich-Valente. Terze Drummond-Wyllie
Nella madison di Nations Cup di Cali (Colombia) del 2022, Selva e Paternoster presero l’argento dietro Gulich-Valente. Terze Drummond-Wyllie
Nella madison di Nations Cup di Cali (Colombia) del 2022, Selva e Paternoster presero l'argento dietro Gulich-Valente
Nella madison di Nations Cup di Cali (Colombia) del 2022, Selva e Paternoster presero l’argento dietro Gulich-Valente
Come dire che il corpo ha ceduto e ti ha suggerito di fermarti?

Per fare endurance, ti serve… l’endurance, ma con questa continua necessità di ricostruirmi non ho mai potuto lavorarci. Ogni volta si cerca di tornare competitivi in pochi mesi e non avendo mai avuto dietro una grande struttura che mi desse tranquillità e dovendo pagare sempre tutto da me, ho sempre cercato di bruciare i tempi. Il corpo rispondeva, correre mi è sempre piaciuto, ma alla fine ho pagato il conto tutto insieme. E mi rendo conto che anche di testa non sono più disposta a giocarmi tutto per tornare al livello in cui ero, sapendo che comunque non sarebbe abbastanza per essere competitiva.

Durante l’estate hai corso e vinto nei Criterium in America, questo non ti ha incoraggiato a continuare?

Il Criterium è una cosa diversa, proprio per il livello di sforzo. Sono andata bene, mi sono divertita, però in tutte le gare che ho fatto in pista quest’anno, mi sono resa conto che non riesco neanche a tenere le ruote. E ovviamente non mi diverto più, soprattutto se devo spendere soldi e rimetterci in salute. Così ho chiesto a Diego Bragato se potevamo vederci e parlare. Volevo capire se valesse la pena insistere o tirare fuori questa idea che tenevo ben nascosta di dedicarmi alla velocità. Per il mio corpo sarebbe stato più facile arrivare a un buon livello atletico come velocista, perché sono sforzi che mi sono sempre venuti più naturali e più facili.

Bragato in quanto persona di fiducia o per il suo ruolo in Federazione?

Una via di mezzo, ma con l’ago della bilancia sulla persona di fiducia. Conosco Diego da prima che avesse un ruolo importante in Federazione, perché correvo con sua sorella. Al tempo stesso avevo bisogno di parlare con qualcuno che potesse darmi un consiglio onesto. Sei finita, lascia perdere. Oppure si può provare una carta diversa, con la consapevolezza di quello che accade sotto il cielo della nazionale. Ho pensato che fosse la persona giusta per capire se le mie fossero idee folli.

Selva sfinita a terra dopo un allenamento nel velodromo di Copenhagen
Selva sfinita a terra dopo un allenamento nel velodromo di Copenhagen
Selva sfinita a terra dopo un allenamento nel velodromo di Copenhagen
Selva sfinita a terra dopo un allenamento nel velodromo di Copenhagen
E cosa ti ha detto Bragato?

Secondo lui anche quando facevo il quartetto, mi ha sempre visto più con una nota veloce. Mi ha fatto capire che le atlete di endurance sono grandi campionesse e ce ne sono tante che valgono un titolo mondiale. Mentre con la velocità c’è una nuova storia da scrivere. Dopo averlo fatto con gli uomini, stanno cercando di creare un bel gruppo con le donne. Mi ha detto che non sarà mai la Federazione a chiedermi di cambiare pelle in modo così netto. Ma ha aggiunto che se ho voglia di mettermi in gioco, mi conviene farlo subito per non sprecare altro tempo. Così è iniziata la nuova avventura.

Si può dire che la prospettiva olimpica sia un ottimo incentivo?

Quest’estate sono stata a fare una perlustrazione del velodromo olimpico. Per il resto, io sono quella che non ha mai sognato di diventare una professionista, però uno scenario del genere mi rende ancora più motivata. Può essere tutto o niente. Chiaro che se tutto funziona, quello è l’obiettivo. E se non funziona, anche solo l’idea di aver pensato che poteva succedere, è già tanta roba. Il 90 per cento degli sportivi nel mondo non riuscirà mai neppure a pensare di potersi guadagnare quel posto, per cui è una molla importante.

A quali cambiamenti vai incontro, di cui sei già consapevole?

Sicuramente vivrò un cambiamento fisico, dovrò avere più massa muscolare. Mentalmente dovrò passare dal performare per 10 minuti a 45 orari, al farlo sotto il minuto. Questo aspetto, anche mentalmente, mi viene abbastanza bene, perché mi è sempre piaciuto. E’ complicato pensare che in un giorno di allenamento si tratterà di fare solo due volate. Saranno volate massimali: appena fatte, non devi essere in grado di parlare. Finora invece capitava di fare cinque ore con tre volate dentro, per cui difficilmente si dava tutto.

La Sei Giorni di Brema doveva essere l'ultima di Selva, ma una caduta in allenamento (travolta da una collega) ha anticipato i tempi  del cambiamento
La Sei Giorni di Brema doveva essere l’ultima di Selva, ma una caduta in allenamento (travolta da una collega) ha anticipato i tempi del cambiamento
La Sei Giorni di Brema doveva essere l'ultima di Selva, ma una caduta in allenamento (travolta da una collega) ha anticipato i tempi  del cambiamento
La Sei Giorni di Brema doveva essere l’ultima di Selva, ma una caduta in allenamento (travolta da una collega) ha anticipato i tempi del cambiamento
E’ il cambiamento più grosso?

Riuscire a dare il 150 per cento in dieci secondi sarà la sfida più grande. I velocisti si allenano tantissimo per andare a una gara, fare una qualifica di 10 secondi e poi è tutto finito, perché magari non l’hai fatta bene. Quindi in quei 10 secondi devi essere in grado di performare al massimo. Mentre se sei un atleta di endurance in una corsa a punti, se sbagli la prima volata, poi ne hai altre 12.

Hai parlato con le altre ragazze? Non temi di invadere il loro… orticello?

Con Miriam Vece sono in contatto da sempre, anche con lei ho sempre scherzato sul fatto che sarei arrivata per farle compagnia. Penso sia contenta che io abbia preso questa decisione, anche perché siamo amiche da 10 anni. Poi ci sono le altre ragazze che faranno con lei l’europeo e sono la Trevisan e Matilde Cenci. Con loro non ho parlato, so solo che faranno l’europeo a febbraio. Ma non mi sento di definirmi una minaccia. Per adesso non sono ancora né carne né pesce. Sto iniziando una cosa nuova, come ho detto anche a Ivan (Quaranta, ndr) quando gli ho parlato e mi ha chiesto: «Ma sei sicura?».

Hindley Jai

Dopo il danese ecco un altro big della corsa rosa: Jai Hindley

14.01.2026
4 min
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PALMA DE MAIORCA (Spagna) – Nella parata di stelle della Red Bull-Bora c’è anche lui, Jai Hindley. L’australiano è davvero simpatico, ha un sorriso dolce. E’ lui che viene a salutarci. Tenta anche qualche parola d’italiano (sua moglie è italiana). Capisce e parla la nostra lingua molto meglio di quel che lui stesso dice. Scambiamo qualche battuta, anche sul calcio e ci dice «Tifo Milan, perché mio suocero è un fan del Milan e mi ha contagiato!».

Ma soprattutto ci parla del Giro dItalia: «Sono contento di venire di nuovo al Giro». Un Giro che su carta potrebbe essere abbastanza adatto alle sue caratteristiche, se non altro perché si torna sul Blockhaus, dove vinse e si lanciò verso la conquista finale della maglia rosa.

«Eh sì – dice Jai – che bei ricordi, ma non basta. Speriamo di andar forte di nuovo». Non ci saranno Remco e Pogacar, okay… ma il livello si annuncia decisamente elevato. Almeida e Vingegaard, che giusto ieri ha ufficializzato la sua presenza, sono due mastini mica da poco.

Vuelta Espana 2025, La Farrapona, Giulio Pellizzari tira per Jai Hindley
Hindley e Pellizzari: leader della RedBull al prossimo Giro. Lo scorso anno Giulio aiutò Jai. E lui gli lasciò carta bianca verso El Morredero
Vuelta Espana 2025, La Farrapona, Giulio Pellizzari tira per Jai Hindley
Hindley e Pellizzari: leader della RedBull al prossimo Giro. Lo scorso anno Giulio aiutò Jai. E lui gli lasciò carta bianca verso El Morredero

Jai e Giulio

Hindley tornerà al Giro d’Italia con un ruolo profondamente diverso rispetto a quello di un paio di anni fa al Tour. Niente compiti da luogotenente, niente ombre ingombranti: la Red Bull-BORA lo ha indicato come co-leader insieme a Giulio Pellizzari, un binomio che unisce esperienza e slancio.

La squadra tedesca vuole due capitani complementari, in grado di proteggersi a vicenda e di garantire continuità in ogni contesto tattico, specie nelle tappe di alta montagna. E’ anche consapevole di quanto possa pesare la responsabilità condivisa.

«Per far funzionare la doppia leadership – dice l’australiano – serviranno fiducia, disciplina e nessun ego personale. Ma di questo sono tranquillo perché con Giulio mi trovo molto bene E anche alla Vuelta abbiamo dimostrato come sappiamo lavorare».

Hindley appare maturo, consapevole dei suoi limiti, ma anche del suo valore. Sa che la sfida è dura, ma non impossibile. «Il Giro è una grande occasione dopo stagioni un po’ sfortunate, ma serve fame».

Hindley Jai
Jai Hindley (classe 1996) è all’ultimo anno con la Red Bull, ma dice: «Non ho lo stress del rinnovo»
Hindley Jai
Jai Hindley (classe 1996) è all’ultimo anno con la Red Bull, ma dice: «Non ho lo stress del rinnovo»

Tutti al 101 per cento

Fame: concetto tirato in ballo anche ieri da Wellens. Hindley ha fatto un discorso molto interessante sul livello medio del WorldTour che continua a crescere senza tregua: «Si corre più forte, più a lungo, con margini di recupero sempre più esigui e con un’intensità che non assomiglia a quella di cinque anni fa. Non diventa più facile, vai solo più veloce. Tutti fanno tutto al massimo e non puoi permetterti neanche di lasciare l’uno per cento. Perciò: o ti adatti o resti indietro».

Nelle sue parole non c’è vittimismo, ma realismo. Il ciclismo attuale richiede quasi un’ossessione per il dettaglio ed eventuali novità da mettere sul piatto. E tutto questo ha un costo, soprattutto psicologico. «Non credo – ha detto Hindley – che i corridori di oggi dureranno 10-15 anni come un tempo».

In questa ricerca dei dettagli però il supporto della squadra diventa cruciale, vitale. Devi essere in quella giusta, fa capire Hindley. E allora il sorriso torna a stamparsi sul suo volto. La Red Bull sta lavorando molto bene e l’investimento Evenepoel ha portato nuova linfa. Test, preparazione, materiali, alimentazione… tutto è al top. Pensiamo solo al recente “pacchetto Specialized”, tra bici, accessori e soprattutto vestiario che garantirebbe un guadagno di 25 watt a 40 all’ora.

Jai Hindley
In ordine di marcia: Pidcock, Hindley, Almeida e Vingegaard all’ultima Vuelta. Potrebbero essere di nuovo loro i protagonisti del prossimo Giro
Jai Hindley
In ordine di marcia: Pidcock, Hindley, Almeida e Vingegaard all’ultima Vuelta. Potrebbero essere di nuovo loro i protagonisti del prossimo Giro

Si riparte dalla Vuelta

L’ultima Vuelta è stata per Hindley una svolta psicologica oltre che tecnica. Il quarto posto finale non è solo un ottimo risultato, ma un segnale dopo due stagioni che per motivi vari sono state per Jai lontane dai suoi standard. Di certo gli è mancata la costanza.

Il Giro che verrà, specie se ci dovesse essere anche Tom Pidcock, potrebbe essere il sequel dell’ultima Vuelta: i protagonisti sono gli stessi.

«Avevo davvero bisogno di un buon risultato alla Vuelta. Soprattutto per me – commenta Hindley – è stato importante tornare ad andare forte nella terza settimana. E dare continuità alla seconda parte di stagione». Ricordiamo che Hindley aveva lasciato il Giro per una bruttissima caduta che gli aveva procurato una commozione celebrale.

E sull’onda di questo ottimismo ha aggiunto: «A volte diamo per scontato quanto siano impressionanti alcuni dei campioni di oggi. Se sei pessimista, puoi pensare: cavolo, ci sono tutti questi ragazzi così forti adesso e non avrò la mia possibilità. Oppure puoi pensare: okay, ci sono tanti ragazzi fortissimi, ora devo davvero dare il massimo ed essere il più costante possibile. Se guardo i ragazzi che stanno vincendo la maggior parte delle gare, vedo che al momento il numero uno è probabilmente uno dei migliori ciclisti di tutti i tempi (il riferimento è rivolto chiaramente a Pogacar, ndr). Perciò se vuoi competere con lui devi dare il massimo».

Jonas Vingegaard, presentazione squadra e programmi 2026 (foto Visma Lease a Bike)

Vingegaard al Giro, assalto alla Tripla Corona

13.01.2026
5 min
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Se vincerà il Giro d’Italia, Vingegaard stabilirà un record che nessuno potrà togliergli: conquistare la Tripla Corona prima di Pogacar. E il primato – in questo duello estenuante e apparentemente scontato – rimarrà suo per sempre. Forse anche per questo, il danese ha confermato le voci che lo davano al via della corsa rosa. Giusto oggi infatti ha annunciato che a 29 anni farà il debutto nel Giro che in Bulgaria brinderà all’edizione numero 109.

Vingegaard non ha mai corso il Giro né in passato ha mai dato la sensazione di volerlo fare a tutti i costi. C’era soltanto il Tour, vinto per due volte. Poi lo strapotere di Pogacar e le emozioni provate vincendo la Vuelta del 2025 lo hanno persuaso ad ampliare l’orizzonte. Al punto da aver dichiarato, cogliendo molti alla sprovvista, che il ciclismo non è fatto soltanto di Tour.

«Aver vinto la Vuelta – ha spiegato ieri – ha avuto un ruolo nella mia decisione. Ho già vinto in Francia e in Spagna, ora voglio fare lo stesso in Italia. Questo sembra il momento perfetto per partecipare al Giro. Mi piacerebbe aggiungere la maglia rosa alla mia collezione».

L'inverno di Vingegaard è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)
L’inverno di Vingegaard, 29 anni, è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)
L'inverno di Vingegaard, 29 anni, è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)
L’inverno di Vingegaard, 29 anni, è passato senza contrattempi nel ritiro spagnolo (foto Visma Lease a Bike)

14 giorni prima del Giro

Il programma è ridotto all’osso. Debutto al UAE Tour (16-22 febbraio), poi Volta a Catalunya (23-29 febbraio) e da lì rotta sul Giro. Quattrodici giorni di gara e il consueto zaino pieno di altura, sopralluoghi e allenamenti precisissimi.

«Oltre alla volontà di Jonas – ha commentato il direttore sportivo Grischa Niermann – siamo convinti che correre il Giro migliorerà il suo livello al Tour. Certo che punteremo alla vittoria in Italia, ma il Tour rimane l’obiettivo più importante». 

Nel 2024 delle meraviglie, Pogacar arrivò al Giro con appena 10 giorni di corsa, riuscendo a vincerne sette: Strade Bianche, 4 tappe più la classifica del Catalunya e la Liegi.

Vuelta Espana 2025, Bola del MUndo, Jonas Vingegaard, Matteo Jorgenson
Il Tour resta centrale, ma la vittoria della Vuelta 2025 ha fatto capire a Vingegaard che la maglia gialla non è tutto
Vuelta Espana 2025, Bola del Mundo, Jonas Vingegaard, Matteo Jorgenson
Il Tour resta centrale, ma la vittoria della Vuelta 2025 ha fatto capire a Vingegaard che la maglia gialla non è tutto

Il sogno del Tour

Con due Tour vinti e l’ultima Vuelta nel cassetto, Vingegaard andrebbe inserito fra i più forti di sempre, eppure l’ombra della maglia gialla non gli permette di godere delle conquiste riportate. Va bene che il Tour non è tutto, ma è una bella fetta del totale.

«Il 2025 è stato un anno positivo – ha commentato – ma non eccezionale. Ho già vinto il Tour due volte, ma per me una stagione di vero successo dipende ancora dalla maglia gialla. Festeggiare un’altra vittoria a Parigi è quello che continuo a sognare».

Nei precedenti della sua squadra, Roglic vinse il Giro del 2023, poi mise da parte il Tour e fu terzo alla Vuelta. Mentre lo scorso anno, Simon Yates conquistò la maglia gialla, poi andò al Tour vincendo una tappa e aiutando il capitano danese nel duello contro Pogacar.

In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall'intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)
In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall’intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)
In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall'intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)
In ritiro, oltre a Vingegaard anche Van Aert in ripresa dall’intervento alla caviglia (foto Visma Lease a Bike)

Percorso non durissimo

Per Vingegaard, seguendo le indicazioni di Niermann, la partecipazione al Giro segna un nuovo approccio con il Tour. Si potrebbe anche pensare che la scelta sia stata dettata dal percorso che è sì impegnativo, ma non ai livelli di altre edizioni.

«Negli ultimi cinque anni – ha detto Vingegaard – la mia preparazione al Tour è stata sostanzialmente la stessa. Questa volta abbiamo scelto qualcosa di nuovo. L’organizzazione ha progettato un percorso fantastico. Forse non così impegnativo come negli ultimi anni e questo rende la combinazione di Giro e Tour un’opzione vantaggiosa per noi».

Le possibilità per lui non mancano, a cominciare dal primo arrivo in quota sul Blockhaus. Dominando la Tirreno-Adriatico del 2024, Vingegaard ha mostrato di apprezzare molto le pendenze del Centro Italia: gli avversari sono avvisati.

Tirreno-Adriatico 2024, 8 marzo: l’attacco di Vingegaard sulla salita di San Giacomo. Il danese si muove bene sulle salite del Centro Italia
Tirreno-Adriatico 2024, 8 marzo: l’attacco di Vingegaard sulla salita di San Giacomo. Il danese si muove bene sulle salite del Centro Italia

Il fantasma di Tadej

Pogacar non c’era poco fa quando Vingegaard ha annunciato i suoi programmi, ma era il classico convitato di pietra: l’innominabile, colui che ha il potere di mettersi di traverso e guastare i piani degli avversari.

«Vincere in Francia per la terza volta – ha spiegato Vingegaard – sarebbe incredibile, ma anche molto difficile. Potrebbe essere un’edizione più emozionante delle ultime due. Il Tour è diverso rispetto agli ultimi anni, i distacchi potrebbero essere inferiori. Tuttavia, si dovrà essere subito pronti per la cronosquadre di Barcellona. E’ una disciplina in cui investiamo molto tempo come squadra e sarà un modo speciale per iniziare la corsa. Ma l’attenzione è rivolta prima al Giro e poi al Tour. Questi sono i miei obiettivi principali. E sono estremamente motivato».

Pensate però che storia se Tadej scegliesse di partecipare al Giro prima del Tour (nei giorni del ritiro spagnolo, la voce in realtà girava). Se riuscisse a impedire che Vingegaard faccia centro, potrebbe poi andare a prendersi la tripla corona vincendo la Vuelta che ancora gli manca. Al campione del mondo non piace arrivare secondo. Ma questa ovviamente è fantascienza. Per ora teniamoci stretti la notizia di Vingegaard al Giro, cominciamo a capire dove potrà lasciare il segno e chi sarà capace di constrastarlo.

Tim Wellens, Pogacar

Wellens: «Giriamo in coppia e Tadej è sempre in testa»

13.01.2026
5 min
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BENIDORM (Spagna) – Tim Wellens, campione nazionale belga e ormai pedina chiave della UAE Emirates, è un corridore che ha saputo reinventarsi in qualche modo. Il suo arrivo nella formazione emiratina un po’ aveva colpito. In fin dei conti era un fiammingo della Lotto in un team votato, non solo ma soprattutto, ai Grandi Giri. Invece la sua professionalità, il suo carattere, il suo essere metodico e le capacità di leggere le corse ne hanno fatto un vero perno.

E’ soprattutto la sua amicizia con Tadej Pogacar a rappresentare un valore aggiunto per sé e per il team. Tra i due si è sviluppata una sintonia tecnica e umana che va oltre il semplice rapporto tra capitano e gregario di lusso. Wellens non è solo un uomo-fidato del fuoriclasse sloveno. I due si allenano insieme, vivono vicini a Montecarlo e possiamo garantirvi che quando il belga ha vinto la tappa a Carcassone, Pogacar era più felice che di un suo successo.

Tim Wellens
Tim Wellens (classe 1991) incontrato a Benidorm. Il campione belga ha un contratto con la UAE anche per il 2027
Tim Wellens
Tim Wellens (classe 1991) incontrato a Benidorm. Il campione belga ha un contratto con la UAE anche per il 2027

Wellens per sé e per Tadej

Il programma 2026 di Tim Wellens ricalca in buona parte quello della scorsa stagione, un’impostazione che il corridore belga considera un “vantaggio operativo”.

«Il mio calendario è quasi un copia e incolla del 2025 – ha detto Tim – Ci sono poche sorprese. Gli obiettivi principali sono le classiche e il Tour, per aiutare Tadej. E’ una routine positiva per me. La crescita della UAE Emirates passa anche da questo approccio. Abbiamo affinato i nostri processi tecnici e le nostre metodologie d’allenamento mirate. Fosse per me, correrei sempre con Pogacar, perché è bello ottenere risultati di squadra. Quando c’è lui è diverso ovviamente e il senso di squadra aumenta. Personalmente ora sento meno pressione, corro in modo più rilassato. Alla Lotto le prestazioni dovevano venire da me e se non succedeva era un problema, qui alla UAE Emirates ci sono altri 30 corridori che possono arrivare tra i primi cinque. Ovviamente la squadre vuole che io corra bene, ma non è un problema se per una volta non ci riesco».

Wellens inizierà con Omloop e Kuurne. E saranno subito grandi occasioni per lui, in quanto non ci sarà Pogacar. E poi quelli sono i suoi terreni di caccia preferiti. Niente Andalucia e altre gare prima. L’obiettivo è essere freschi il più possibile. Quindi farà tutte le altre classiche di primavera, ad esclusione della Liegi, e poi il Tour de France.

«Non andrò in Oman per aiutare Adam Yates e inizierò direttamente in Belgio. Però è bello stare tutti insieme qui a Benidorm. Per dire, ho avuto l’opportunità di stare con Jay Vine con il quale l’anno scorso non ho mai corso. Bene davvero: sono nella squadra migliore del mondo, con il miglior corridore del mondo. Da bambino non ci avrei mai creduto. Qui mi trovo bene e per me non c’è posto migliore. Il senso del gruppo è la nostra forza».

Tim Wellens
Quel giorno, Wellens è uscito molto presto, circa un’ora prima degli altri
Tim Wellens
Quel giorno, Wellens è uscito molto presto, circa un’ora prima degli altri

Allenamenti a sfinimento

Ma nel grande bar del bellissimo hotel di Benidorm, Wellens ha parlato molto del suo rapporto con Pogacar, qualcosa che è iniziato per lavoro, ma che man mano è diventata amicizia vera. Una volta proprio Wellens raccontò che suo padre era venuto dal Belgio e un giorno doveva fargli fare dietro motore. Si è aggregato anche Tadej dietro lo scooter. Ad un certo punto il papà ha accelerato: lui si è staccato. Pogacar lo ha saltato e si è accodato. «Lì capisci che ha davvero qualcosa in più», aggiunse Wellens.

Dal canto suo, lo sloveno ne apprezza l’affidabilità tattica, la capacità di interpretare i ritmi più estremi e il contributo nelle fasi decisive, insomma la sicurezza che può darti un compagno così. La loro amicizia, consolidata dentro e fuori dalle corse, crea un clima di condivisione tecnica che favorisce l’intero team.

«Pogacar – spiega Wellens – è davvero incredibile. E’ il più professionale di tutti. Tadej è forte, ma si allena anche molto. Sarebbe un errore pensare che per lui la vittoria sia qualcosa di facile e naturale. Ed è impressionante quanto sia resistente. Tante volte, per cinque ore giriamo in coppia e lui è sempre davanti, gli altri si alternano al suo fianco. Oppure facciamo la doppia fila – imita il gesto con le mani – e lui pedala in testa da solo al nostro lato. Quella che per lui è la zona 2, per noi è la zona 3.

«Ogni anno siamo stupiti dai progressi che continua a fare, perciò non mi sorprenderei se fosse così anche questa volta».

Tim Wellens
Pogacar, Wellens, Politt e Florian Vermeersch durante il sopralluogo sul pavè della Roubaix dello scorso dicembre (foto Instagram – Benoit Bernard)
Tim Wellens
Pogacar, Wellens, Politt e Florian Vermeersch durante il sopralluogo sul pavè della Roubaix dello scorso dicembre (foto Instagram – Benoit Bernard)

Sognando Roubaix

La preparazione dunque è molto spesso condivisa non è solo un confronto fisico, ma un ambiente di costante crescita: «Ognuno spinge l’altro a superare il proprio limite. E in tutto questo Tadej ha fame».

E a proposito di fame, non è un segreto che Sanremo e Roubaix siano due enormi obiettivi dell’iridato per questa stagione. Già a dicembre, a sorpresa, Pogacar e Wellens andarono in avanscoperta sulle pietre della Roubaix.

Ancora Wellens: «La ricognizione con Pogacar è stata “molto istruttiva”. Abbiamo fatto delle prove sui materiali e ci siamo confrontati sulle sensazioni di guida nei settori più ostici. Tadej ama quello che fa, è un ragazzo semplice, per me alla fine ci riuscirà e durerà ancora a lungo perché, foto a parte, vive tutto ciò senza lo stress di chi deve essere sempre al 100 per cento».

E sulla Sanremo? «Sappiamo che se dobbiamo vincerla dobbiamo scalare la Cipressa in meno di nove minuti». Come se fosse una cosa semplice! In realtà sotto ai 9′ ci andarono già l’anno scorso quando fermarono il corno ad 8’59”. Probabilmente Wellens si riferiva a ben più secondi… sotto ai nove minuti.