BRUGHERIO – Filippo Grigolini sta macinando risultati e chilometri in questa stagione di ciclocross, la seconda nella categoria juniores. Un friulano che corre per una squadra marchigiana, il Team Cingolani Specialized. Ha 17 anni Grigolini, li ha compiuti il 7 ottobre scorso, un mese dopo ha conquistato anche la maglia di campione europeo a Middelkerke, davanti al compagno di nazionale e rivale Patrik Pezzo Rosola. Alto e magro, ma quando spinge sui pedali esprime una potenza impressionante, soprattutto quando si arrampica su pendii che invogliano gli altri a poggiare il piede a terra. Lui no, pedala e al massimo si alza sui pedali.
Un friulano, nella patria italiana del ciclocross è facile appassionarsi a questa disciplina e l’amore verso il fango per Grigolini arriva abbastanza presto.
«Mi sono avvicinato al ciclocross – racconta – quando ero G6. E’ iniziato tutto grazie a dei miei compagni di squadra più grandi, loro già correvano sul fango e io seguendoli mi sono appassionato».
Filippo Grigolini alla partenza del campionato italiano ciclocross juniores insieme al compagno di squadra Tommaso Cingolani Filippo Grigolini alla partenza del campionato italiano ciclocross juniores insieme al compagno di squadra Tommaso Cingolani
Dal Friuli alle Marche
Il passaggio dalle realtà della sua zona al Team Cingolani è stato rapido, ormai sono due anni che Filippo Grigolini corre con la formazione marchigiana che da quelle parti è uno dei riferimenti per chi ama il fuoristrada.
«Corro con loro da due stagioni – prosegue il campione europeo juniores in carica – perché mi avevano chiamato quando ancora ero allievo. Il rapporto che si è consolidato è davvero bello, quando sono venuto al Team Cingolani mi sono trovato bene e non me ne sono più andato. Ogni anno corro la stagione del ciclocross con loro».
Fuori dal camper del Team Cingolani incontriamo Filippo GrigoliniFuori dal camper del Team Cingolani incontriamo Filippo Grigolini
Cosa ti ha attirato del ciclocross?
La disciplina in generale è molto bella. Mi piace molto l’arrivo al campo di gara, il riscaldamento, provare il percorso, la tecnica che c’è. E’ un gran divertimento.
Hai fatto anche mountain bike?
Ho corso in mtb fino ad allievo secondo anno, ho vinto il campionato italiano allievi e poi ho deciso di iniziare a fare strada una volta passato juniores. Avevo sentito questa esigenza di cambiare, di mettermi alla prova in qualcosa di diverso.
E com’è andata?
La scorsa stagione si è trattato del primo approccio a questa disciplina, tanto diversa rispetto alla mtb. Tutto è andato abbastanza bene, c’è stato qualche inconveniente con il team ma da quest’anno cambio e spero che tutto possa andare per il meglio.
Filippo Grigolini in azione a Brugherio al campionato italiano con alle spalle Patrik Pezzo RosolaFilippo Grigolini in azione a Brugherio al campionato italiano con alle spalle Patrik Pezzo Rosola
Cosa ti è piaciuto delle corse su strada?
La parte tattica, le strategie da utilizzare in corsa e capire come ci si deve muovere in gruppo. Imparare le fasi cruciali e muoversi di conseguenza.
Sono già arrivati a cercarti dalla Francia, alla tua porta ha bussato la Decathlon CMA CMG U19 (la formazione juniores)…
Con loro correrò nelle gare internazionali, stiamo un po’ decidendo quale calendario fare e come dividere gli impegni. Da febbraio, finita la stagione del ciclocross, inizierò ad essere seguito da loro a livello di preparatore. Mentre nelle corse nazionale correrò con la Autozai Contri. Le due formazioni stanno iniziando a parlare.
Quindi non correrai solo con la Decathlon?
No no, però loro ci tengono a fare un percorso insieme anche perché nel 2027 passerò under 23 con loro.
Filippo Grigolini ha debuttato su strada nel 2025 con la maglia della Borgo Molino (foto Instagram)Filippo Grigolini ha debuttato su strada nel 2025 con la maglia della Borgo Molino (foto Instagram)
Hai già avuto modo di conoscere la nuova realtà internazionale?
Sì, vedere atleti più grandi è bello. Ho già fatto qualche ritiri con gli under 23 e questo ti fa crescere e soprattutto imparo tanto.
Come va con il francese?
Non c’è (ride, ndr), ma parlo bene l’inglese quindi ci capiamo e comunico con tutti. E’ il bello di essere in un team internazionale.
Spaventa o incoraggia questo nuovo percorso con la Decathlon?
C’è un pochino di paura, ma positiva perché sono felice di essere entrato in una squadra come questa. Sarà un bel capitolo, o almeno spero.
Riesci a conciliare gli impegni scolastici?
Sì, sto continuando gli studi al liceo scientifico Marinelli, nella mia città: Udine. Mancano gli ultimi due anni (Grigolini è in quarta, ndr) e si tira dritto. Sto continuando la scuola anche perché mi diverto, mi piace stare con i miei compagni. E’ stancante ma non voglio concentrare tutto sulla bici già a questa età, rimane una parte normale della vita. Svegliarsi la mattina e sapere di dover andare in classe è bello.
Faccia a faccia con Chris Mannaerts, manager del ciclocross di Flanders Classics. Ecco come è nata l'idea di correre sulla neve. E qual è il vero obiettivo
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Davide Toneatti, dopo quasi nove mesi lontano dalle corse, tornerà in gruppo al Santos Tour Down Under, in Australia. Un ritorno alle gare che aprirà la sua stagione 2026, l’ultima al momento in maglia XDS Astana Team ma nella quale vorrà ritagliarsi uno spiraglio per emergere e proseguire insieme al team che gli ha dato fiducia nel suo passaggio su strada. A breve Toneatti (in apertura alla presentazione della Scheldeprijs il 9 aprile 2025) e compagni partiranno verso la terra dei canguri, e nel lanciarsi verso nuovi traguardi il ragazzo di Tolmezzo si dice fiducioso. I problemi che lo hanno tenuto lontano dalle corse sono ormai alle spalle ed è ora di guardare con coraggio al futuro.
«E’ la mia prima volta in Australia – racconta Davide Toneatti – e sento di stare bene, i valori sono ottimi. Ci sarà da riprendere familiarità con il ritmo gara. Ho già fatto tutti i protocolli di adattamento al caldo, avevamo iniziato dal ritiro di dicembre. Mentre per il fuso orario il dottore della XDS Astana ci ha dato una tabella per regolare il ciclo del sonno ed evitare impatti negativi».
Dopo tre anni nel devo team, il 2026 sarà per Toneatti la seconda stagione WorldTour con la XDS AstanaDopo tre anni nel devo team, il 2026 sarà per Toneatti la seconda stagione WorldTour con la XDS Astana
Torni a mettere il numero sulla schiena, sensazioni?
Finalmente! Manca ancora una decina di giorni, qualcosa meno, però non vedevo l’ora. Poi più mi avvicinerò al debutto e maggiore sarà l’adrenalina.
Che mesi sono stati?
Impegnativi, più mentalmente che fisicamente. Mi sono sempre allenato, ma è stato tosto vedere gli altri miei compagni andare forte e vincere senza la possibilità di essere con loro e dare il mio contributo alla grande rimonta.
Ti sei fermato dopo la Roubaix, è successo qualcosa in quella gara?
No, la Roubaix è stata la mia ultima corsa del 2025, ma non c’entra nulla. Mi sono fermato un paio di settimanedopo, per un problema di salute che dovevamo risolvere.
13 aprile 2025, la Parigi-Roubaix è stata l’ultima gara per Davide Toneatti, poi il lungo stop dalle corse13 aprile 2025, la Parigi-Roubaix è stata l’ultima gara per Davide Toneatti, poi il lungo stop dalle corse
A proposito di cosa?
E’ stato un problema cardiaco emerso sotto sforzo, nulla di grave ma me ne sono accorto insieme al dottor Corsetti. Diciamo che in allenamento ho avuto un avvertimento, così mi sono fermato per precauzione.
Quanto sei stato fermo?
Appena ci siamo accorti del problema sono stato per una decina di giorni senza toccare la bicie mi sono sottoposto a una prima operazione, era il mese di giugno. Poi ho fatto altri quattordici giorni senza pedalare a ottobre per fare un’altra operazione. Nulla di invasivo, ma ci siamo accorti che nel primo intervento chirurgico il problema non era stato risolto completamente.
Come ti sei allenato?
Fino alla prima operazione in maniera normale, seguendo le tabelle, anche perché eravamo convinti di tornare in gruppo. Una volta ripartito, quando ci siamo accorti che il problema non era stato risolto, mi sono fermato nuovamente. Questa volta con l’idea di non tornare ad allenarmi seriamente fino a fine stagione.
Toneatti è entrato alla XDS Astana nel 2022, lasciando il ciclocross e concentrandosi totalmente sulla strada (foto Instagram)Toneatti è entrato alla XDS Astana nel 2022, lasciando il ciclocross e concentrandosi totalmente sulla strada (foto Instagram)
In che senso?
Sarei dovuto tornare a correre a fine agosto, ma quando mi sono fermato nuovamente era chiaro che la stagione sarebbe finita senza poter tornare in gruppo.
Quando hai ripreso a lavorare seriamente?
A metà novembre, ma non è stato facile. Quando ti succede qualcosa del genere perdi un po’ di certezze e la sicurezza che avevi. Nei primi allenamenti dopo l’operazione, quindi a fine ottobre, avevo tanti pensieri per la testa. Poi più si va avanti, più la testa si libera e torni sereno.
Dopo tanti mesi lontano dalle gare come riparti?
Insieme alla squadra abbiamo deciso di partire presto per tornare nei meccanismi del gruppo. Farò il Tour Down Under, le altre due gare di un giorno in Australia e poi il UAE Tour. Questo primo blocco servirà per riprendere la mano, poi dovrei fare il Laigueglia e la campagna del Belgio.
Che 2026 deve essere?
Nelle prime uscite senza obiettivi, penso ci vorrà un attimo per capire a quale punto sono. Un conto sono i valori, un altro è la gara. Adesso capirò dove e come migliorare, poi da marzo si potrà parlare di obiettivi.
Dopo aver assaggiato le pietre del Nord nel 2025 ora Toneatti vuole concentrarsi sulle classiche delle ArdenneDopo aver assaggiato le pietre del Nord nel 2025 ora Toneatti vuole concentrarsi sulle classiche delle Ardenne
Perdere la scorsa stagione quanto è stato difficile dal punto di vista tecnico e atletico?
Tanto. Sarebbe stata un’annata importante per togliersi qualche dubbio, così da puntare forte sul 2026. Purtroppo lo stop forzato mi ha costretto a rimandare alcune cose.
Quali?
Sarebbe stato interessante capire come avrei reagito alle corse più dure, ho avuto modo di vedermi all’opera sul pavé del Fiandre e della Roubaix. Posso dire che sono tanto diversi e per mie caratteristiche mi sento più incline ai muri, comunque peso 65 chilogrammi e sulle pietre della Roubaix mi manca qualcosa in termini di potenza pura.
Dove vorrai arrivare nella prossima stagione?
Mi piacerebbe capire come vado nelle corse più dure e impegnative. Cercherò di capire qual è il mio limite e avrò modo di farlo nelle Ardenne visto che dovrei fare l’intera campagna. La mia idea è di non essere un corridore da corse a tappe, ma da gare di un giorno. Ci sarà da capire quali.
Non sono passate inosservate le parole di Marco Frapporti. Il corridore della Vini Zabù Ktm ha detto che a parità di watt espressi rispetto ai corridori del WorldTour, questi andavano […]
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Non solo Pellizotti. Dietro la figlia d’arte, si sta sviluppando una generazione di ragazze che si stanno rivelando di alto livello internazionale. Basti pensare a una prima assoluta come quella di Heusden-Zolder, prova del Superprestige con due azzurre ai primi due posti, Nicole Azzetti e Elisa Bianchi. Proprio quest’ultima è cresciuta esponenzialmente nelle ultime settimane, allargando la forza d’urto del movimento italiano anche al femminile dopo i trionfi dei pari età.
Elisa fa parte di quel nutrito gruppo di cicliste della nuova generazione capace di eccellere in più discipline, visti i suoi ottimi risultati anche su strada. I suoi inizi sono stati, come per tanti, legati alle radici familiari: «Il ciclismo è una passione trasmessa da mio papà che faceva mountain bike. Il cross l’ha proposto lui prima a mia sorella più grande. Io vedendo loro ho chiesto di provarci, prima con la mtb, poi ho iniziato il ciclocross».
Per la Bianchi anche la Coppa del mondo è stata foriera di soddisfazioni: quarta a Koksijde (foto Facebook)Per la Bianchi anche la Coppa del mondo è stata foriera di soddisfazioni: quarta a Koksijde (foto Facebook)
Ora quali discipline affronti?
Faccio strada, pista e da quest’anno ho preso il ciclocross più seriamente. Quella che però mi identifica di più è la strada. La mountain bike l’ho praticata perché piaceva a mio papà, ma è stato lui stesso che mi ha portato a fare qualche gara su strada e ho iniziato a capire che mi piaceva di più il fatto che c’era anche strategia, non solo prestazione fisica, poi è in ballo tutta la squadra e questo mi diverte di più. Mi sono detta di provare a fare quella benee allora mi sono buttata lì.
Quest’anno hai avuto un’autentica esplosione, soprattutto a livello internazionale. Da che cosa dipende?
L’anno scorso, soprattutto nel cross, ho avuto un periodo un po’ difficile. Sbagliavo ad alimentarmi, sotto consiglio di persone che non erano pienamente conoscenti del dell’ambito, così ho avuto dei problemi ormonali. Ero junior al primo anno ed è lì che si comincia ad accumulare esperienza, io ho perso tempo. Questa cosa mi ha un po’ condizionato anche mentalmente e quest’anno ho cambiato appunto il mio preparatore, ma abbiamo dovuto fare un lungo percorso per uscire dal periodo in cui ero. A livello di testa ancora mi manca quel qualcosa in più, penso però che quest’anno sia tutto diverso, appunto perché ho cambiato la mia alimentazione, il mio modo di lavorare.
Su strada corre per la BFT Burzoni VO2 e nel 2025 ha vinto la classifica del Lunigiana (foto Facebook)Su strada corre per la BFT Burzoni VO2 e nel 2025 ha vinto la classifica del Lunigiana (foto Facebook)
Quanto ha influito l’esempio di Giorgia Pellizzotti e dei risultati che ha ottenuto nella scorsa stagione?
Io e Giorgia ci siamo sempre scontrate fin da piccole. E quindi per me vedere che comunque lei riusciva ad avere quei risultati mi spronava a dire «Ok, come fa lei, posso farlo anch’io». Per me è un importante punto di riferimento, nonostante sia sempre una mia avversaria. Mi ha aiutato tanto perché già l’anno scorso è riuscita a ottenere i suoi risultati. Mi ha dato la forza di rimettermi in sesto. L’anno scorso ho pensato anche di dire basta con il ciclocross, perché non riuscivo come volevo. Lei mi ha spronato, insieme alla mia compagna di squadra, Nicole.
Quanto conta avere due atlete di livello internazionale del tuo stesso Paese?
Questa cosa mi piace perché anche restando in Italia posso valutare la condizione e gareggiare a un livello molto alto.
L’arrivo di Heusden-Zolder con la Azzetti e la Bianchi insieme. Vittoria alla prima (foto Superprestige)L’arrivo di Heusden-Zolder con la Azzetti e la Bianchi insieme. Vittoria alla prima (foto Superprestige)
Come perla di questa stagione c’è la gara di Zolder, il secondo posto spalla a spalla proprio con Nicole….
E’ stata una bellissima giornata, io in quella gara stavo veramente bene ma lei ha trovato il momento giusto per provarci, io sono riuscita a farle il buco. Mi sono messa in seconda posizione in un pezzo tecnico per mettere in difficoltà le altre e consetirle di avvantaggiarsi. Io poi sono riuscita a staccare le altre e raggiungerla. Non ce la siamo giocata, nel senso che comunque lei era davanti, mi ha aspettato e perciò mi sembrava giusto lasciare a lei la vittoria.
Su strada, che atleta sei?
Non l’ho ancora capito del tutto, so di non essere una scalatrice pura perché su salite lunghe non credo di essere all’altezza delle ragazze che ci sono adesso. Mi difendo su strappi brevi e non sono proprio lentissima in volata, ma sto ancora cercando di capire chi sono e posso essere.
Nel quartetto su pista la Bianchi ha ottenuto l’argento agli europei e ai mondiali junior 2025 (foto Facebook)Nel quartetto su pista la Bianchi ha ottenuto l’argento agli europei e ai mondiali junior 2025 (foto Facebook)
E su pista quali discipline prediligi?
Ho provato solamente il quartetto perché appunto ho iniziato nel 2025, quindi sarebbe stato esagerato buttarmi proprio in mezzo al gruppo. Al campionato italiano ho comunque provato, ma per adesso prediligo il quartetto.
Cosa ti aspetti da quest’anno appena iniziato?
Spero di riuscire aa ottenere grandi risultati sia nel ciclocross che nelle altre discipline, sicuramente una cosa che spero di riuscire a fare è maturare a livello di prestazione mentale, di maturare sotto quell’aspetto, perché mi manca ancora un po’ la sicurezza, ho sempre la paura di sbagliare che mi blocca un po’, quindi spero di riuscire a migliorare questo aspetto che secondo me è la parte più importante. Su strada spero di avere un’occasione nelle Nations Cup e al campionato italiano. Poi se arriverà una convocazione per un europeo o un mondiale sarà il massimo. Su pista sono convinta che come quartetto potremo prenderci grandi soddisfazioni.
Per la lombarda si prospetta un anno impegnativo e senza soste, tra ciclocross, strada, pista e… la scuola (foto Facebook)Per la lombarda si prospetta un anno impegnativo e senza soste, tra ciclocross, strada, pista e… la scuola (foto Facebook)
Tre discipline che ti prendono tutto l’anno, come riesci a conciliare tutto ciò con la scuola?
Faccio il liceo scientifico Luzzago e devo ringraziare i professori perché mi capiscono tanto, mi aiutano, sono sempre aggiornati sui miei successi, come anche quando non vado benissimo. Sono contenti di quello che sto facendo e me lo dimostrano aiutandomi ma comunque interessandosi anche oltre i miei voti, alla persona che sono.
E se un domani la tua carriera evolvesse tanto da trasferirti all’estero?
Lo farei perché per adesso il ciclismo è tutto quello che voglio nella mia vita e quindi farei qualunque cosa per riuscire a realizzare il mio sogno.
Succede ogni volta che a comandare c’è qualcuno che non abbiamo votato. In politica è un ritornello costante. Prima con Craxi, Andreotti, Ciampi, Berlusconi, Prodi, Monti, Renzi, Conte, Draghi e ora Meloni: le bandiere di tutti gli schieramenti possibili. La gente non va a votare e poi si lamenta. Le tasse aumentano o non diminuiscono. I fondi per la ricerca spariscono. Gli ospedali perdono pezzi. I carburanti aumentano. Non si va più in pensione e tutto il campionario delle (giuste) insoddisfazioni. Ma se quel giorno hai preferito andare al mare, perché ti lamenti?
Succede anche nel ciclismo, che siano Omini, Carlesso, Ceruti, Di Rocco e ora, per la seconda volta, Dagnoni. Le cose non vanno, chi comanda ovviamente sostiene il contrario e la gente alla base coltiva varie frustrazioni. Qui se non altro la lamentela è giustificata dal fatto che non si possa effettivamente votare. Lo fanno i delegati, ma chi controlla cosa scrivono nel segreto dell’urna?
Alla vigilia dell’ultima elezione, quelli di Martinello avevano contato i numeri ed erano molto più che ottimisti: il giorno dopo vissero una debacle clamorosa. Che cosa era cambiato nella notte? Non votano le società, non votano i singoli, come invece sarebbe giusto. E alla fine ti trovi davanti ai problemi e alle rivendicazioni di chi probabilmente avrebbe votato diversamente e non può farci niente.
Finn iridato U23 con il CT Amadori e il presidente FCI Dagnoni. La medaglia è azzurra, il lavoro di preparazione l’ha fatto la Red BullFinn iridato U23 con il CT Amadori e il presidente FCI Dagnoni. La medaglia è azzurra, il lavoro di preparazione l’ha fatto la Red Bull
Un modello superato
Le regole del ciclismo sono vecchie di 50 anni e non cambiano. Quello che ha detto ieri Enrico Mantovanelli sugli juniores è sacrosanto. Nessuno governa la categoria – in Italia e nel mondo. Nel nome del diritto europeo, chiunque sia appena maggiorenne o abbia genitori consenzienti fa come vuole. Tanti si lamentano, però intanto l’ultima volta che si è trattato di scegliere, hanno votato per gli stessi, che evidentemente per alcuni lavorano bene. Intanto cosa succede al ciclismo italiano? Si restringe, perde società ed è sempre più limitato a poche regioni, che a loro volte hanno numeri in calo.
Il Sud è sparito. Quanto tempo passerà prima di poter raccontare nuovamente le storie di Fina, Galati, Nibali, Visconti, dei due Caruso, Tiralongo, Napolitano, Di Grande e Palumbo? Che cosa fa la FCI per rilanciare il ciclismo del Meridione?
Mentre ci teniamo stretti Damiano Caruso e Fiorelli, ricordiamo l’esperienza di Sciortino, che ha preferito l’università ai pochi soldi di rimborso che avrebbe ricevuto in Lombardia. Forse non aveva le giuste motivazioni. Oppure forse non è più il tempo di corridori kamikaze che lasciano casa a 16 anni per rincorrere la fortuna in uno sport che non dà più certezze.
Al momento non è possibile fare attività regolare nelle regioni al di sotto della Toscana. Le squadre pronte ad accoglierti al Nord sono sempre meno e meno ricche. E se a 22 anni non hai sfondato, devi tornartene a casa – bocciato – senza nulla in mano. Scegliendo di vivere diversamente, a 22 anni sei laureato e magari trovi anche un posto di lavoro.
Giro della Lunigiana 2022, al centro Sciortino: un atleta valido, che però a un certo punto ha preferito lo studio al ciclismoGiro della Lunigiana 2022, al centro Sciortino: un atleta valido, che però a un certo punto ha preferito lo studio al ciclismo
La paranza dei bambini
Un utente di Facebook ieri ha scritto: «Procuratori, rovina del ciclismo!». Vero o falso? Se nessuno scrive una regola che limiti le concentrazioni di agenti per la stessa agenzia e di atleti per singolo agente, c’è poco da puntare il dito.
Gli agenti lavorano sulle percentuali, normale che si siano messi in caccia di donne e ragazzini. Sulle prime qualcuno faceva il prezioso, poi ha visto il livello degli stipendi e con grande disinvoltura ha rimesso in tasca i preconcetti. Sui secondi nessuna remora, accade da sempre, solo che adesso l’età minima si è abbassata.
Il giorno dopo la vittoria di Cunego ai mondiali juniores di Verona, quindi nel lontano 10 ottobre del 1999, guidammo fino a Cerro Veronese per intervistare il fresco campione a casa sua. E la mattina alle 8,30, nella cucina, a prendere il caffè con Damiano e sua madre, c’era già Alex Carera. Parliamo di 26 anni fa, niente di nuovo.
Quello che c’è stato di nuovo nel frattempo è stato il Covid. Non siamo abbastanza psicologi per spiegarlo, ma sottoporre a forti pressioni dei ragazzi che sono stati bambini e pre-adolescenti durante il lockdown e nei due anni successivi significa fare dei grossi danni senza averne la consapevolezza.
Vengono trattati come adulti prima del tempo, spesso lasciano la scuola o ne scelgono una online. Viaggiano con la promessa di lauti guadagni e magari hanno alle spalle famiglie cui quei soldi cambierebbero la vita. Tutto sul ciclismo, tutto sulle loro spalle: costi quel che costi. Se sfondano, applausi. Se tornano a casa, sconfitti e bocciati dopo almeno sei anni senza fare altro che pedalare, chi si prenderà cura di loro?
Garofoli fu mandato al devo team della DSM nel 2021, ma non era pronto per un simile salto. Si è salvato grazie alle sue qualitàGarofoli fu mandato al devo team della DSM nel 2021, ma non era pronto per un simile salto. Si è salvato grazie alle sue qualità
Il ruolo della Federazione
La Federazione è ferma su schemi superati. Se vuoi fare di tuo figlio un corridore, lo iscrivi a una società, non ti rivolgi alla sede locale della FCI. Avete mai visto un manifesto federale su strada o in qualche scuola in cui si invitino i bambini a praticare ciclismo? L’accesso allo sport avviene tramite i privati e, dove i privati non ci sono, il ciclismo sparisce.
Ha ancora senso che si continuino a prevedere delle rappresentative regionali per i campionati italiani juniores (in apertura il podio 2025, con Carosi primo su Pezzo Rosola e Pascarella – immagine photors.it) e per il Giro della Lunigiana? Nei dilettanti sono state eliminate da anni e se hanno un senso fra gli juniores è proprio per sostenere l’attività nelle regioni in cui le squadre non ci sono. Fa bene la Sicilia con Alessandro Mansueto, che si arrampica sugli specchi per mettere insieme il pranzo con la cena, ma forse avrebbe più senso modificare l’approccio e dare continuità all’azione.
Il World Cycling Center dell’UCI a Aigle è l’esempio di quello che si potrebbe fare ad esempio a Montichiari per gli atleti del SudIl World Cycling Center dell’UCI a Aigle è l’esempio di quello che si potrebbe fare ad esempio a Montichiari per gli atleti del Sud
La svolta necessaria
Perché non prevedere una foresteria federale, al pari dell’UCI World Cycling Center di Aigle, in cui per periodi definiti possano alloggiare i ragazzi del Meridione, facendo attività in modo continuativo, evitando il costo di viaggio e degli hotel? Al pari dei britannici e degli australiani, che fissarono la base in Toscana e in Lombardia: per un siciliano o un sardo, un calabrese o un pugliese – visti i prezzi dei biglietti – fare ciclismo in Italia è come farlo in Francia o in Belgio.
Forse le società come quella di Mantovanelli troverebbero interessante partecipare a questo tipo di spesa, perché sarebbe il modo di visionare nuovi atleti, vedendo l’utilità di contributi attualmente versati senza riscontro. Un solo progetto organico, che preveda fasi di reclutamento in tutta Italia.
Non sarebbe interessante, ad esempio, che nel velodromo di Palermo (al momento aperto al calcio e non al ciclismo), quello di Monteroni, a Lanciano o a Marcianise due volte all’anno si facessero test di valutazione dei ragazzi interessati e che, sulla base dei valori riscontrati, si portassero in questo centro di sviluppo al Nord?
La Federazione dovrebbe fare promozione, invece a volte sembra che si limiti a contare le medaglie. Le medaglie arrivano perché i tecnici federali sono bravi, ma anche perché le società investono sugli atleti e per questo ottengono appena una pacca sulla spalla. E’ un po’ come continuare a seminare gli stessi terreni con identica coltura: i contadini lo sanno bene, dopo un po’ il terreno diventerà arido e il raccolto sarà insoddisfacente. Continuando sulla stessa strada di sempre, il rischio è proprio questo.
Qualcuno dirà: i soliti discorsi che si fanno d’inverno, poi comincia la stagione e non se ne parla più. E’ vero, l’inverno è il momento migliore per ragionare e progettare, la stagione è la fase di osservazione in cui le criticità vengono a galla. Cari tesserati, per cosa votereste se domani vi dessero la possibilità di farlo?
BENIDORM (Spagna) – Puntualmente come ormai accade da qualche anno ecco che dopo aver parlato con i corridori scendono in campo loro, Javier Sola e Jeroen Swart, rispettivamente preparatore di Tadej Pogacar ed head of performance della UAE Emirates. Sono i due preparatori più attesi, ricercati e avvolti dal mistero se vogliamo, grazie ai grandi trionfi dello sloveno e al modo in cui li ottiene.
Una volta si pensava subito in modo sospetto, oggi invece (per fortuna) si cerca di capire e scovare quali metodologie di lavoro si usano. E per metodologie, come ci hanno fatto capire i due tecnici stessi, non si tratta solo di tabelle da svolgere in sella, ma preparazione a secco, nutrizione, integrazione in gara, materiali. Ormai l’atleta in corsa è il risultato di un “pacchetto” a 360 gradi (in apertura foto Fizza).
Per Sola gran parte del miglioramento di Pogacar è dovuto al lavoro a secco (foto Facebook)Per Sola gran parte del miglioramento di Pogacar è dovuto al lavoro a secco (foto Facebook)
Non solo in bici
E’ nella struttura di allenamento quotidiano che emerge la prima grande differenza rispetto a quanto finora percepito dal grande pubblico che si chiede sempre come fa Pogacar a fare certi attacchi, come fa a fare fughe di 100 chilometri o giù di lì da solo.
«Il lavoro di forza e condizionamento fuori dalla bici – spiega Sola – non è un accessorio ma un pilastro centrale della programmazione. Tutto è preparazione. E’ soprattutto grazie al lavoro fatto sulla forza che nel 2025 è migliorato. Questo gli ha anche consentito di migliorare la sua conformazione corporea». Tradotto, una piccola percentuale di massa magra in più: meno grasso, più muscolo.
«Non ci sono rischi nei suoi attacchi solitari” perché la potenza e la resistenza derivano da basi costruite con anni di lavoro specifico. Il concetto di equilibrio tra resistenza aerobica e forza muscolare è essenziale per sostenere gli sforzi prolungati in salita, nelle cronometro e nelle transizioni di gara. E in questo Tadej è fortissimo, ma è qualcosa che abbiamo costruito e che stiamo costruendo negli anni. Mettiamoci poi che lui diventa sempre più esperto. E la sua efficienza aumenta, lo abbiamo visto soprattutto a crono».
«Quest’anno continueremo a lavorare sulla forza e l’alta intensità», ha aggiunto Sola. Poi è anche vero che durante gli allenamenti in Spagna, più di qualche volta Pogacar è rientrato un’ora dopo gli altri. La cara vecchia base aerobica insomma non è mancata.
Sola (a sinistra) e Swart, i due esponenti del settore tecnico della UAE EmiratesSola (a sinistra) e Swart, i due esponenti del settore tecnico della UAE Emirates
Quali margini?
E poi c’è il tema che ha tenuto banco a Benidorm, vale a dire i margini di Tadej Pogacar. Ne ha ancora? Ha toccato l’apice? E’ addirittura in una fase discendente? Quest’ultima opzione, da quel che abbiamo visto anche nei recenti KOM stabiliti su Strava (che contano fino ad un certo punto, ovviamente) e da quel che ci dicono tecnici e compagni, è l’ipotesi meno probabile. Ma è chiaro che la sua crescita non sarà infinita.
«Tadej – dice Sola – ha dei margini. Pogacar non ha ancora raggiunto il limite assoluto delle sue possibilità. E’ ancora possibile aumentare forza e intensità senza compromettere la gestione dello sforzo complessivo. Ma non chiedetemi quanto sia questo margine perché non ho la sfera di cristallo».
«Non si tratta di rivoluzione – ha detto Swart – né di aggiungere volume di lavoro, ma di ottimizzazione continua: incrementare piccoli ma significativi aspetti della performance per trasformare il già eccellente in straordinario. Certo che non è facile, bisogna trovare quell’equilibrio dinamico tra sforzi al limite e capacità di recupero che permette di sostenere attacchi prolungati e di ripetere esplosioni di potenza nelle giornate più dure. Probabilmente ancora non conosciamo davvero il limite reale di Tadej».
Questa incertezza ci lascia riflettere. Forse non lo sanno davvero, ma è certamente uno spunto geniale dal punto di vista degli stimoli. Non solo per l’atleta, ma anche per l’intero staff. «L’obiettivo dichiarato è rendere il corridore non solo più forte, ma più intelligente nella gestione delle energie, capace di adattarsi alle diverse fasi di corsa con precisione strategica. Non si tratta solo di watt».
Da quello che emerge è come se lo sloveno lavorasse “a comparti stagni”, lasciateci passare questa espressione. Parte aerobica e lavori ad alta intensità: cicli dell’uno e cicli dell’altra. E tutto sommato sono aspetti che potrebbe realizzare bene, alla fine Pogacar ha un calendario ben dipanato e poco fitto per numeri di giorni di corsa. «Vogliamo una comprensione più profonda delle reazioni fisiologiche complessive – dicono i due tecnici – consentendo così di spingere i limiti personali senza però esporre il corridore a rischi inutili».
Secondo Swart (e come ci dice sempre Pino Toni) l’utilizzo sapiente dei carbo ha rivoluzionato il fronte delle prestazioniSecondo Swart (e come ci dice sempre Pino Toni) l’utilizzo sapiente dei carbo ha rivoluzionato il fronte delle prestazioni
Nutrizione, integrazione e tecnologia
E’ un altro pezzo del puzzle: nutrizione e integrazione durante le gare non sono più aspetti secondari, ma componenti integrate del progetto prestazione totale. Nel corso delle discussioni Swart e Sola hanno chiarito come ogni sforzo fisico sia pianificato in stretta connessione con ciò che il corridore assume, fra alimentazione e integrazione, prima, durante e dopo la competizione.
«L’intento – dice Swart – è sempre quello di mantenere l’omeostasi energetica (cioè la capacità del corpo di mantenere un equilibrio dinamico tra l’energia assunta e quella consumata, ndr), il più possibile stabile, evitando i cosiddetti “buchi” metabolici che possono compromettere il rendimento nel finale. Dieci anni fa assumere 60 grammi di carboidrati l’ora sembrava impossibile, oggi i 120 sono la prassi». Detta in parole poverissime, l’alimentazione gioca un ruolo cruciale nel rendimento di Pogacar, e non solo lui chiaramente, in particolare la gestione dei carboidrati. La UAE è un laboratorio continuo.
E stando in tema di integrazione sempre Swart ci ha tenuto a sottolineare che la UAE Emirates non utilizza più la tecnica di respirazione artificiale del monossido di carbonio. Quasi una risposta, allora preventiva, a quel che ha detto l’MPCC qualche giorno fa.
E qui torniamo a quanto detto all’inizio. Non si tratta solo di tabelle quando si parla di preparazione. Per farlo, la squadra si avvale di strumenti tecnologici avanzati per monitorare in tempo reale parametri come glicemia, risposta alla fatica e variabili biometriche individuali. Materiali e attrezzature entrano in gioco a completare questo quadro: biciclette, componenti e indumenti sono scelti non solo per la leggerezza o l’aerodinamica, ma per come contribuiscono al comfort e all’efficienza del gesto atletico.
«Non si tratta più solo di pedalare forte – dice Swart – ma di farlo con la massima coesione di sistema. La nutrizione, quindi, è calibrata con precisione: fonti di carboidrati a rilascio graduale, elettroliti per l’equilibrio idrico, e integrazioni mirate nei momenti topici della tappa e degli allenamenti. L’allenamento ad alta intensità (che richiede molti carboidrati, ndr) è stato un ambito che ha registrato una grande evoluzione in termini di ricerca nell’ultimo anno e noi l’abbiamo colto bene».
Ancora una volta tutto ciò ci dice come il ciclismo professionistico sia divenuto ormai una scienza della performance, dove ogni variabile è misurata, analizzata e ottimizzata per produrre il massimo risultato.
BRUGHERIO – La foto dei campionati italiani di ciclocross è racchiusa nel duello che ha visto protagonisti Patrick Pezzo Rosola e Filippo Grigolini. Una sfida a colpi di sorpassi, guida, tecnica, fango e strappi fatti con il sangue in gola. Il sipario si apre alle 9,10 del mattino, quando ancora il Parco Increa è avvolto da una luce fioca che scalda poco o nulla. Sul percorso inizia il valzer della gara juniores, con i due giovani diavoli che fanno la felicità di Pontoni finalmente a duello. Nessun colpo è proibito, non si escludono giochi di posizione e scenari che cambiano giro dopo giro.
Ci hanno provato a mischiare le carte in tavola, eppure la legge del più forte ha premiato chi ha saputo soffrire di più. Patrick Pezzo Rosola concede il bis e la maglia tricolore per la categoria juniores non cambia proprietario, con buona pace di Filippo Grigolini che oggi non è riuscito ad esprimere il suo miglior passo.
A Brugherio si sono assegnate sei maglie tricolore: juniores, U23 ed elite, uomini e donneIl cittì Pontoni si copre dal freddo pungente e scrive, oggi era l’occasione giusta per prendere tanti appuntiA Brugherio si sono assegnate sei maglie tricolore: juniores, U23 ed elite, uomini e donneIl cittì Pontoni si copre dal freddo pungente e scrive, oggi era l’occasione giusta per prendere tanti appunti
Uno pari
I colori che distinguono la maglia di campione europeo brillano sotto al sole di Brugherio, e Filippo Grigolini per un momento ha allungato provando a dettare il suo ritmo e mettere in difficoltà l’amico e rivale Patrick Pezzo Rosola. Ma il figlio d’arte ha avuto la caparbietà di non farsi mettere dietro, rilanciando e ripartendo dopo ogni ostacolo, curva, pendio.
«E’ importante aver confermato il tricolore conquistato da junior di primo anno – spiega Patrick Pezzo Rosola – e ci tenevo tanto visto che è la corsa di casa per il team FAS Airport Service-Guerciotti-Premac. Ho trovato subito un buon feeling con il percorso, che essendo ghiacciato è risultato più veloce e scorrevole. Sono riuscito a guidare meglio di Filippo (Grigolini, ndr) nelle parti di contropendenza, lì ho scavato il margine giusto per vincere, che alla fine è stato di soli tre secondi».
La sfida più intensa è stata quella che ha visto protagonisti Patrick Pezzo Rosola e il campione europeo juniores Filippo GrigoliniIl divario tra Pezzo Rosola e Grigolini al traguardo è stato di soli tre secondi Nella gara femminile è arrivata la doppietta firmata Ale Colnago con Nicole Azzetti ed Elisa BianchiLa sfida più intensa è stata quella che ha visto protagonisti Patrick Pezzo Rosola e il campione europeo juniores Filippo GrigoliniIl divario tra Pezzo Rosola e Grigolini al traguardo è stato di soli tre secondi Nella gara femminile è arrivata la doppietta firmata Ale Colnago con Nicole Azzetti ed Elisa Bianchi
Il rimpianto
Filippo Grigolini scende dal camper del Team Cingolani Specialized con il ciuffo biondo che gli copre gli occhi e sorride. Subito si capisce che il giovane friulano ha messo la delusione alle spalle con la velocità che solo i ragazzini sanno avere. Qualcosa non è andato nella direzione voluta, Grigolini fa spallucce e sa di poter contare su altre occasioni sempre contro l’avversario e amico Pezzo Rosola.
«Ora il conteggio tra me e Patrick (Pezzo Rosola, ndr) è di uno a uno – ci dice – vedremo al mondiale di febbraio chi riuscirà a portarsi a casa l’ultimo simbolo a disposizione, quello più importante. Oggi è stata una giornata strana, nella quale ho fatto fatica a trovare il mio ritmo e spingere fino in fondo. Probabilmente ho sbagliato qualcosa nelle scelte tecniche, non ho trovato la pressione giusta per i copertoni e sentivo di non pedalare al massimo delle mie possibilità».
Il percorso con l’aumentare della temperatura è diventato sempre più tecnico, qui Viezzi in un passaggio tecnico che lo ha costretto a sganciare il pedaleMattia Agostinacchio non ha vissuto la sua miglior giornata, con un quarto posto finale che non lo soddisfaElisa Ferri conquista il tricolore per le donne under 23 davanti a Gaia Santin e Beatrice FontanaIl percorso con l’aumentare della temperatura è diventato sempre più tecnico, qui Viezzi in un passaggio tecnico che lo ha costretto a sganciare il pedaleMattia Agostinacchio, EF Education EasyPost, campionato italiano under 23 2026Elisa Ferri conquista il tricolore per le donne under 23 davanti a Gaia Santin e Beatrice Fontana
La legge di Viezzi
Ritmo e scelte tecniche, un binomio difficile da mettere insieme perché il fango del percorso al Parco Increa cambia velocemente. Le temperature si alzano e danno un piacevole sollievo alla pelle dei presenti, che si godono qualche grado in più. Il terreno però diventa insidioso e guidare difficile, in alcuni tratti di contropendenza gli atleti sembrano pedalare sulle uova. Così quando entrano in gioco gli under 23 uomini lo scenario è completamente diverso, non cambia però il risultato con Stefano Viezzi (insieme a Pezzo Rosola nella foto di apertura) che trova la giornata giusta dopo tanto tempo e scava un solco tra sé e gli altri.
«Il percorso non era facile – racconta Viezzi dietro al palco in attesa di ritrovare il tricolore – ho anche preso un paletto e mi si è rotto un rotore che chiude la scarpa destra. Samuele Scappini e Tommaso Cafueri me l’hanno fatta sudare questa vittoria, sono partiti bene ma io ho tenuto sempre il mio passo. Quando sono rientrato sapevo di dover stare davanti, soprattutto nelle parti più tecniche in modo da poter decidere le traiettorie. Rispetto alla prova del mattino il fango era completamente differente, i primi due giri sono serviti per trovare le misure e capire come muovermi.
«Il tricolore – conclude – era uno degli ultimi obiettivi della stagione, l’altro sarà il mondiale. Ora ho le due gare finali di Coppa del mondo e voglio provare a giocarmi le mie chance per la classifica. Il mondiale sarà un’altra gara secca e aperta, senza un grande favorito, quindi sarà importante arrivare pronto e rifinire bene la condizione».
Le prove elite sono state caratterizzate da due domini, tra le donne è toccato a Sara CasasolaNella prova maschile Filippo Fontana ha dettato il suo passo dal primo metroLe prove elite sono state caratterizzate da due domini, tra le donne è toccato a Sara CasasolaNella prova maschile Filippo Fontana ha dettato il suo passo dal primo metro
Agostinacchio rallenta
Il giovane Agostinacchio, Mattia, non è mai riuscito ad essere parte dei giochi nella prova under 23. Una flessione dopo l’ottima partenza di novembre e dicembre che però ci può stare. Al primo anno nella categoria e con il pensiero del cambio squadra alcuni meccanismi che prima venivano naturali possono diventare più pesanti. Non serve spaventarsi, ma prendere fiato e guardare al mese di febbraio con la consapevolezza di avere le carte giuste per restare in partita, il titolo europeo da primo anno U23 non si conquista per caso.
«Sono già due settimane che faccio fatica a trovare la prestazione – racconta Mattia Agostinacchio una volta smaltita la delusione – devo capire che problema ho, sia fisicamente che mentalmente non sono stato bene. E’ partito tutto con i due ritiri nelle ultime prove in Belgio, a Dendermonde e Loenhout. Forse è più una cosa di testa, anche a livello atletico sento però di non essere al massimo. Magari è solo un periodo negativo da buttare alle spalle, vediamo come proseguirà la stagione. Domani parlerò con la squadra. Pensavo di essere migliorato questa settimana, ma evidentemente c’è qualcosa che non va».
Il 16 luglio rimarrà una data scolpita nel cuore di tante persone, il giorno in cui un incidente ha portato via Samuele Privitera, durante la prima tappa del Giro della Valle d’Aosta. Nella vita di chi lo ha conosciuto qualcosa si è fermato, lasciando intatto il ricordo di un ragazzo di appena 19 anni che amava la bicicletta in maniera viscerale e profonda. I mesi sono trascorsi, ma l’ultimo saluto a Privitera è arrivato solamente la settimana scorsa, il 3 gennaio, sulle strade della sua Liguria in un evento chiamato “Ride for Privi”.
«Mattia Gaffuri ed io volevamo fare qualcosa per ricordare Samuele Privitera – racconta Asbjorn Hellemose – così abbiamo deciso di farla il 3 gennaio (sabato scorso, ndr). La Ride for Privi è stata organizzata da Gaffuri e da me insieme a Luca Vergallito, Chiara Doni e Nicholas Calipa, il suo migliore amico, erano sempre insieme, inseparabili. Ho pensato tanto a Nicholas in questi mesi, così come ho pensato ai genitori di Samuele (in apertura Hellemose insieme alla madre di Samuele, ndr). Anche loro sono venuti alla Ride for Privi, avevano un rapporto speciale, quando eravamo insieme sentivo spesso Privitera parlare con sua madre e suo padre».
La Ride for Privi si è svolta lo scorso 3 gennaio 2026 ed è partita da OspedalettiLa Ride for Privi si è svolta lo scorso 3 gennaio 2026 ed è partita da Ospedaletti
L’orgoglio
In questi mesi non sono mancati i segni e i gesti di affetto verso un ragazzo che è stato capace di entrare nel cuore di tutti. Privitera è stato capace di aprirsi un varco nella vita di molte persone grazie alla sua genuinità e alla voglia di stare con gli altri, non per necessità ma per condividere una passione e l’amore verso questo sport.
«La pedalata ha voluto ricordare Samuele Privitera – continua Hellemose – ma è stato anche un qualcosa per i genitori che da un momento all’altro si sono trovati senza un figlio. Vederli lì con noi è stata la cosa che mi ha colpito maggiormente, erano contenti e orgogliosi che tanta gente volesse bene a Samuele (i partecipanti alla Ride for Privi sono stati quasi 200, ndr). Hanno anche voluto parlare prima che la pedalata prendesse il via, ci hanno detto di fare una stagione pensando a Samuele. E’ stato un momento molto emozionante, ma che ci ha dato tanta forza per andare avanti portando “Privi” con noi».
Privitera lavorava insieme a Mattia Gaffuri, che da qualche anno era diventato il suo preparatore (foto Instagram)Privitera lavorava insieme a Mattia Gaffuri, che da qualche anno era diventato il suo preparatore (foto Instagram)
Quando hai conosciuto Samuele Privitera?
Qualche anno fa, era ancora junior. Mattia Gaffuri era diventato il suo preparatore e durante l’inverno abbiamo pedalato spesso insieme in Liguria per allenarci. In bici si creano sempre relazioni forti, per me è difficile instaurare un rapporto altrettanto profondo con qualcuno. Privitera ed io ci siamo visti tante volte, anche a Livigno durante alcuni ritiri. L’ultima volta che abbiamo passato del tempo insieme era venuto a casa mia perché voleva partecipare allo Swatt Criterium.
Cosa ti ha colpito di lui?
In Privitera ho sempre rivisto un po’ me stesso, parlava tanto e faceva moltissime domande. Era un ragazzo curioso, pronto a imparare da tutti. La prima volta che l’ho visto ho pensato avesse un carattere speciale, aperto ed estroverso. Era uno che amava gli scherzi, ma non per prendere in giro qualcuno, senza mai essere cattivo. Era capace di stare con tutti e di tornare a casa la sera potendosi guardare allo specchio.
A destra Privitera insieme ad Hellemose, i due si allenavano spesso insieme sulle strade liguriA destra Privitera insieme ad Hellemose, i due si allenavano spesso insieme sulle strade liguri
Di cosa parlavate in bici?
Tutto. Del ciclismo ma anche delle cose normali della vita. Naturalmente si parlava anche della sua carriera, della speranza di vederlo passare nel WorldTour con la Jayco (Privitera correva nella Hagens Berman, devo team Jayco, ndr). Era un ragazzo che lavorava parecchio, sempre concentrato e attento.
Che rapporto ne era nato?
Era il nostro “fratellino” (così lo chiamava Hellemose, ndr). Privi cercava di capire, imparare e apprendere. Seguiva quello che gli diceva il suo preparatore Gaffuri, ma voleva comprendere il perché di certe scelte.
Il giorno della sua scomparsa te lo ricordi?
Siamo rimasti tutto sotto shock, per me è stato importante rimanere tutti vicini, uniti. Nei giorni successivi ho parlato con Gaffuri e avevamo già deciso di fare la “Ride for Privi” in suo onore. Inizialmente doveva essere fatta nel mese di dicembre, poi con i ritiri e gli impegni di tutti abbiamo deciso per il 3 gennaio. Abbiamo fatto un post su Instagram e tutti abbiamo poi fatto girare l’iniziativa sui social.
Hellemose ha conosciuto Privitera quando ancora era junior e correva con il Team Fratelli GiorgiHellemose ha conosciuto Privitera quando ancora era junior e correva con il Team Fratelli Giorgi
Com’è stato pedalare tutti insieme per la prima volta senza di lui?
Per me era anche la prima volta che tornavo in Liguria dal giorno della sua scomparsa, è stato difficile capirlo e probabilmente con questa giornata tutto è diventato ancora più reale.
Il percorso come lo avete deciso?
Inizialmente ci siamo spostati sulla ciclabile che da Ospedaletti porta a Imperia, abbiamo fatto andata e ritorno. L’abbiamo scelta per non intralciare il traffico e per permettere a tutti di pedalare con noi in sicurezza. Poi abbiamo fatto un giro su fino a Perinaldo, una strada che Gaffuri e Vergallito fanno spesso e che hanno chiamato il “circuito mondiale”.
DENIA (Spagna) – Quando si parla con un direttore tecnico, in questo caso il performance manager, di un team si riesce ad avere un quadro generale di come quello stesso team si muoverà in stagione. La volta scorsa abbiamo parlato con Matxin per quanto concerne la UAE Emirates, stavolta siamo andati in casa della Lidl-Trek. Qui il leader tecnico è Josu Larrazabal, preparatore basco dalla sensibilità unica nel sapere entrare nella testa degli atleti e anche nelle gambe (in apertura foto Lidl-Trek).
Da Ayuso a Milan, da Pedersen alla Balsamo, la squadra diretta da Luca Guercilena e dallo stesso Larrazabal si appresta ad affrontare una stagione importantissima. Inutile nascondere che gli obiettivi sono davvero giganti. Inizia, tra l’altro, anche un nuovo triennio WorldTour. Il mercato è stato sostanzioso, non ultimo l’arrivo di Derek Gee e con la Visma – Lease a Bike che perde uno dei suoi leader, Simon Yates, ecco che la Lidl-Trek può davvero diventare l’anti-UAE.
Josu Larrazabal è il Performance Manager della Lidl-TrekJosu Larrazabal è il Performance Manager della Lidl-Trek
I pistard italiani
Il primo argomento gettato sul piatto riguarda i nostri atleti, in particolare i tre pistard e sprinter delle due Lidl-Trek, quella maschile e quella femminile. Ci riferiamo, ovviamente, a Jonathan Milan, Simone Consonni ed Elisa Balsamo. Quest’anno inizia la qualificazione olimpica, va da sé che il mix asfalto-parquet torna centrale.
«Certamente – attacca Larrazabal – il pass olimpico è qualcosa di cui teniamo conto e a cui teniamo anche come squadra per il blasone che ci dà. Nel costruire i programmi lo facciamo sempre insieme alla vostra Federazione. Tra poco, a febbraio, c’è l’Europeo, poi le prove di Coppa del Mondo sono dappertutto. Si deve girare per tutto il pianeta e dobbiamo trovare l’equilibrio con la strada. La qualifica inizierà soprattutto partendo dal mondiale però. E sarà importante fare un po’ di punti soprattuttolì».
Negli ultimi anni Larrazabal e la nostra Federazione hanno dialogato, Salvoldi e Bragato in primis, ma anche Villa, gli interlocutori principali. Il tutto va poi mescolato con i programmi e le richieste degli atleti. Anche Larrazabal, insomma, ha il suo bel “Tetris” da fare. Anche perché i tre atleti in questione sono tutti fortissimi, tutti medagliati olimpici e iridati e vanno gestiti al meglio.
«Non saprei dire chi tra di loro è più attaccato alla pista, perché sono davvero appassionati. Forse però dico Simone (Consonni, ndr), perché fa anche più gare durante l’anno, ogni tanto fa anche qualche “Sei giorni”… anche se non sono più sei giorni. In più va detto che rispetto a lui, Elisa e Jonny hanno obiettivi importanti su strada, mentre Consonni ha un ruolo che gli permette di girare maggiormente sul parquet e far diventare la pista anche un extra allenamento, con qualche blocco di lavoro specifico. Forse è proprio questo aspetto che condiziona la mia percezione».
Elisa Balsamo, come Consonni e Milan, da quest’anno tornerà ad aumentare i periodi in pista (foto Lidl-Trek)Elisa Balsamo, come Consonni e Milan, da quest’anno tornerà ad aumentare i periodi in pista (foto Lidl-Trek)
L’arrivo di Ayuso
E’ però Juan Ayuso il vero terremoto (in positivo) del 2026. Il talento spagnolo modifica e incide moltissimo sui piani della Lidl-Trek. Prima la squadra tedesca andava ai Grandi Giri con intenti specifici: conquistare tappe e maglie a punti. Nel 2025 le hanno vinte tutte e tre: Pedersen al Giro d’Italia e alla Vuelta e Milan al Tour. Pertanto le formazioni erano fatte con un determinato criterio. Ora le cose cambieranno. Anche perché l’investimento Ayuso è di quelli grossi, grossi. Si parla di 2 milioni l’anno per cinque stagioni.
«Juan è un corridore che ti cambia la squadra – continua Larrazabal – Hai un ciclone. Lui e Skjelmose hanno fatto un anno eccezionale, sono competitivi dall’inizio alla fine, dall’UAE Tour fino al Lombardia».
Larrazabal sposta subito il discorso sull’organizzazione del team, aspetto cruciale secondo il suo punto di vista: «Tante volte facciamo la doppia se non tripla attività e con due leader fai fin dove puoi. Adesso ne abbiamo un terzo e questo inizia a moltiplicare le opzioni per noi. Faccio un esempio: andiamo con Skjelmose alla Parigi-Nizza e Ciccone alla Tirreno-Adriatico come abbiamo fatto l’anno scorso, ovunque andrà Juan saranno già almeno in due leader. E in quelle situazioni di corsa, quando hai due corridori di quel livello, come squadra sei già messo in un’altra situazione. Poi ovviamente Juan ha fatto vedere che a crono va fortissimo, che nelle classifiche generali va bene e allora aggiungiamo anche del potenziale, non solo un corridore in più. Ayuso ha un potenziale altissimo e siamo veramente motivati».
Juan Ayuso (classe 2001) ha firmato un contratto quinquennale con la Lidl-TrekJuan Ayuso (classe 2001) ha firmato un contratto quinquennale con la Lidl-Trek
Un lavoro certosino
Ayuso è un talento cristallino e non si discute, però ha uno spigolo: il suo carattere, la sua forza e il suo limite al tempo stesso. Che poi è quello che lo ha fatto rompere con la UAE. Un carattere così forte va gestito ed è questa probabilmente la sfida maggiore di Larrazabal e Guercilena.
«Ditemi però chi tra i grandi leader non si arrabbia?». Noi ribattiamo che Ayuso però si arrabbia un po’ di più. Allora Larrazabal continua. «Magari lo hanno fatto arrabbiare! Si parte sempre da zero. Non possiamo giudicare, non sappiamo cosa c’è dietro. È successo più di una volta. Corridori che arrivano da una squadra circondati da voci: “hai sentito”, “hanno detto”… No, la realtà è che ti trovi un’altra persona di fronte. Ora siamo noi, lui Ayuso e l’ambiente in cui ci troviamo. Sono sicuro che vedremo un altro Juan. Sull’Ayuso che ho conosciuto negli ultimi due mesi, non ho niente da dire. Stiamo creando un rapporto come quello che abbiamo con Ciccone, con Skjelmose o Pedersen».
«Ovvio che sono corridori esigenti: staff, materiali, tattiche, atleti che puntano sul dettaglio. Ma, ragazzi, siamo anche abituati a tutto ciò. Abbiamo avuto Cancellara, Degenkolb, Contador, Nibali… non siamo nati due giorni fa».
Intanto Ayuso si sta integrando bene. Sembra aver legato subito con due dei leader di questo gruppo, Mads Pedersen, manco a dirlo, e Giulio Ciccone, con il quale Ayuso aveva un ottimo rapporto già prima di cambiare squadra. I due parlottavano spesso in gruppo. «Secondo me – aggiunge Josu – anche perché sono culturalmente vicini. Anche Verona e Bagioli gli sono vicini. Insomma quelli con cui correrà di più».
Il motore di Ayuso non si discute, discorso diverso per il suo carattere. Ma Larrazabal dice: «Qui ripartiamo da zero»Il motore di Ayuso non si discute, discorso diverso per il suo carattere. Ma Larrazabal dice: «Qui ripartiamo da zero»
Nel motore di Juan
Larrazabal è soprattutto un tecnico però. Okay la serenità psicologica, ma per sfidare Pogacar e compagnia bella serviranno soprattutto le gambe. Tante gambe. In quanto a numeri Ayuso non è lontano, ma un gap c’è ed è innegabile.
«Ci credete – spiega il basco – se vi dico che da quando lo abbiamo preso non ho guardato ancora un dato di Ayuso? Certi numeri, certi aspetti così strettamente tecnici li ha in mano il suo allenatore, Aritz Arberas.
«Hanno fatto il piano dell’anno. So che sta crescendo e quest’anno ha fatto ancora un passo rispetto all’anno scorso. Tutto ciò mi ricorda quando prendemmo Milan. Mi dissero: “Josu vuoi l’accesso ai dati di Jonathan?” No, non mi serve, risposi. Milan vince le corse e so come le vince. Che dato devo vedere? Qua non è il dato, qua è la corsa. Juan ha battuto Ganna a crono. Ha vinto in salita contro grandi campioni. Per questi aspetti ci sono allenatori che stanno già sul pezzo. Io devo gestire altre cose di Juan: il suo adattamento alla squadra, il suo programma, il suo piano dell’anno, i ritiri, il performance team che lo segue. Il mio incarico è quello di coordinare tutto il lavoro che c’è intorno a lui: nutrizionista, psicologo, dottore, direttore, allenatore».
Tom Skujins, talento lettone, di pura sostanza… Oltre a lui la Lidl-Trek vanta una lunga lista di campioniTom Skujins, talento lettone, di pura sostanza… Oltre a lui la Lidl-Trek vanta una lunga lista di campioni
Una Lidl-Trek in crescita
L’ultimo aspetto menzionato da Larrazabal ci è parso fondamentale. Ci dà un quadro d’insieme del suo lavoro e di quello del team. «Coordinare lo staff tecnico del ragazzo». Ma di leader in Lidl-Trek ce ne sono diversi. E allora forse il ruolo più delicato di Larrazabal (e anche di Guercilena) è quello di trovare l’equilibrio fra i campioni.
Pedersen, che appare davvero il leader numero uno se non altro per il suo carisma, è stato molto chiaro quando c’è stato da spartire i grandi appuntamenti con Milan. Tuttavia sa mettersi a disposizione e pretende (giustamente) supporto quando serve. Parole chiare, obiettivi ben segnati a inizio stagione e così si procede.
Sarà più delicata la convivenza fra Skjelmose e lo stesso Ayuso, però viste le sfide a cui sono chiamati probabilmente sarà la strada a decretare leadership e quant’altro. Devono sfidare Pogacar, Vingegaard e Remco nelle maggiori gare a tappe e anche in qualche classica. In questo gioco di equilibri potrebbe avere un ruolo cruciale Ciccone, che è si chiamato fuori dalle classifiche per i Grandi Giri, ma è uno di sostanza, che sa fare gruppo ed è anche un leader riconosciuto.
E poi c’è la lunga lista dei battitori liberi a cominciare da Quinn Simmons a Lennard Kamna, dato in ripresa. Da AndreaBagioli all’astro nascente Albert Philipsen, senza dimenticare un corridore di una sostanza mostruosa, poco appariscente magari, ma sempre presente quando serve: Toms Skujins.
«Siamo consapevolidi essere chiamati a grandi sfide – conclude Larrazabal – ma come detto non è la prima volta che abbiamo tanti campioni e con caratteristiche tanto diverse. Quel che posso dire è che possiamo vincere, magari anche il Tour, ma certo non il primo anno. Il nostro è un progetto al lungo termine e abbiamo il vantaggio che i nostri leader sono giovani. Ma per vincere le grandi corse non basta che sia forte il leader, tutta la squadra deve crescere».
Alla base non tutto va come viene raccontato e neppure l’UCI sembra tanto sintonizzata sulle reali necessità degli juniores. I devo team e i procuratori passano attraverso il gruppo pescando a strascico, mentre a chi investe su un atleta di talento spettano indennizzi il più delle volte simbolici. Considerando che la categoria è ormai il vero accesso al professionismo, sarebbe forse il caso di ridiscuterne le regole.
Di questo avviso è senza alcun dubbio Enrico Mantovanelli, general manager dellaAutozai ContriTeam (in apertura con Alessio Magagnotti), che ci offre un viaggio avvincente tra le sue perplessità e le difficoltà che incontra nella gestione della sua squadra.
A partire dallo scorso anno, la Autozai juniores ha avviato un processo di crescita per tenere il passo dei team esteri (photors.it)A partire dallo scorso anno, la Autozai juniores ha avviato un processo di crescita per tenere il passo dei team esteri (photors.it)
Che cosa succede?
Succede che negli ultimi due anni la categoria juniores ha subito una trasformazione enorme, non accompagnata da un’adeguata attenzione da parte delle istituzioni. Il movimento sta vivendo un momento difficile. Il numero di ciclisti praticanti su strada è in netta diminuzione, anche per problemi di sicurezza. Inoltre c’è un’esposizione della categoria a livelli altissimi, anche sopra agli U23. Questo ha spinto le società a un adeguamento del budget, per stare al passo con le realtà che arrivano dall’estero. La Grenke-Auto Eder arriva alle corse con un camion, 20 biciclette Specialized, divise, preparatori: un team chiaramente superiore a quelli italiani.
E ormai non sono soli…
Come loro ci sono la Visma, la Education First e tante altre squadre stanno facendo una filiera anche negli juniores. Si rischia che i pochi corridori buoni che ci sono, vadano a correre in queste società. Perciò alcuni si sono rimboccati le maniche per far fronte a questo sistema, altri hanno chiuso e altri ancora si sono salvate per il rotto della cuffia.
Che cosa significa rimboccarsi le maniche?
Noi abbiamo trovato un processo di rinnovamento e aumento del budget, che negli ultimi due anni è raddoppiato. Abbiamo avuto la fortuna di avere un atleta come Magagnotti che ci ha portato ad un livello altissimo, ma abbiamo sperimentato problemi da cui si capisce che l’UCI e la FCI non stiano capendo dove sta andando il movimento degli juniores.
Magagnotti ha vinto 16 corse su strada al secondo anno da juniores, più titoli mondiali ed europei in pista (immagine Contri-Autozai)Magagnotti ha vinto 16 corse su strada al secondo anno da juniores, più titoli mondiali ed europei in pista (immagine Contri-Autozai)
Su cosa ti basi?
Vi faccio proprio l’esempio di Magagnotti. Corridore da 16 vittorie su strada, due titoli mondiali e i campionati europei. Al primo ritiro con la Red Bull ha già fatto vedere i suoi valori, è uno che salvo imprevisti scriverà una pagina di ciclismo. E’ inammissibile che una società WorldTour venga a prendere il nostro corridore e ci paghino 4.500 euro di punteggio, che è il tetto massimo previsto dalla Federazione.
Senza alcuna trattativa?
Non abbiamo possibilità di dialogo con queste società, per capire se ci vengono incontro con qualcosa. Eppure quando noi abbiamo preso Magagnotti allievo dalla Forti e Velociabbiamo speso gli stessi 4.500 euro di punti, più altri 2.500 che abbiamo dovuto dare al Comitato regionale. In questi anni abbiamo investito sull’atleta. Ritiri, preparazioni, portarlo ovunque, mettergli una squadra a disposizione, dargli del materiale tecnico al suo livello. Ti capita di avere un gioiellino come lui, lo cedi e con le entrate che ne derivano, dovresti riuscire a proseguire l’attività.
Invece no?
Succede a noi e anche ad altri. I procuratori arrivano a prendersi i corridori fin dagli allievi, quindi a maggior ragione quello degli juniores è un mondo molto seguito. Non ci sarebbe niente di male, innanzitutto, se si rivedesse questo tetto massimo di punteggio che una società under 23 deve pagare per un atleta di questo livello. Altrimenti le società vanno a morire. Basta che l’anno prossimo saltino un paio di sponsor e anche noi chiudiamo. Poco importa che abbiamo fatto crescere Magagnotti e prima Affini, Mozzato, Zana e a suo tempo Rebellin.
Mantovanelli spiega che prendendo Magagnotti dalla Forti e Veloci, ha supportato la squadra trentina con materiale tecnicoMantovanelli spiega che prendendo Magagnotti dalla Forti e Veloci, ha supportato la squadra trentina con materiale tecnico
In che modo una società WorldTour potrebbe venirvi incontro?
Quando abbiamo preso Magagnotti dalla Forti e Veloci di Trento, così come facciamo con altre squadre, abbiamo avuto un minimo di riconoscenza verso la società dove l’atleta è cresciuto. Non in termini economici, ma di caschi, ruote, materiali. Una mano su qualcosa la diamo. Questo non avviene al livello superiore, anche se le WorldTour muovono budget di 60 milioni di euro. Nella trattavia con loro andrebbe prevista una normativa a parte.
Parlavi dei Comitati regionali.
La FCI sta facendo di tutto per non venire incontro alla società in termini di costi e non ha ancora capito che il ciclismo è uno sport, non è politica. Nel momento in cui io do un peso superiore ai Comitati regionali, è evidente che li porto dalla mia parte. Se però questo avviene a discapito delle società, non mi sta più bene. Se vado a prendere un corridore fuori regione, devo pagare i punti al suo Comitato regionale. Ma perché devo pagare questi punteggi? Cosa ha fatto il comitato regionale per questi ragazzi? Il Presidente Dagnoni dice che il Comitato regionale investe nel settore giovanile.
Non è vero?
No! Investe per creare della burocrazia, per creare delle visibilità, creare degli interessi di voti che a me, come società ciclistica, non interessano. Altro esempio, quest’anno per motivi nostri abbiamo spostato la sede legale e l’affiliazione da Verona a Trento. Ho dovuto pagare al Veneto i punteggi dei corridori che erano già miei, semplicemente perché ho spostato la sede da Verona a Trento. Ho buttato via più di 5 mila euro, che avrei potuto investire sulla mia squadra e sui miei corridori, invece li ho dati a chi non so cosa ci farà.
La Grenke-Auto Eder è il team juniores della Red Bull-Bora-Hansgrohe e ha mezzi tecnici ed economici superiori alla mediaLa Grenke-Auto Eder è il team juniores della Red Bull-Bora-Hansgrohe e ha mezzi tecnici ed economici superiori alla media
Cosa ci farà?
Una volta questo sistema era stato fatto per disincentivare il cambio di regione, ma oggi i corridori sono talmente pochi, che se non si spostano non si riesce a fare le squadre. Oggi il corridore veneto, anche se corre per una squadra trentina, quando va ai campionati italiani o al Lunigiana, corre con la maglia della regione dove risiede. Quindi perché devo dare dei soldi al Comitato veneto se i miei corridori veneti, se convocati, indosseranno la maglia del Veneto e non quella del Trentino?
Cosa c’è ancora?
I campionati italiani juniores non possono più essere per rappresentativa regionale, perché la gara viene falsata completamente. Lo scorso anno c’erano più di 30 corridori della Lombardia e quattro corridori del Trentino. Come fai a correre in quella maniera? Almeno diamo la possibilità alle prime 10-15 società del ranking nazionale di portare 5 corridori e per quelle al di sotto di un certo punteggio si faccia la rappresentativa regionale.
Cosa cambierebbe?
Se il mio corridore vince il campione italiano, lo vince con la maglia regionale. Ma farebbe fatica perché l’anno scorso Magagnotti, appena si muoveva, ne aveva dieci sulle ruote e non poteva farci niente. Quindi, perché fanno tutte queste cose? Per dare dei contentini ai Comitati regionali, perché sono poi quelli che appoggiano la struttura nazionale e che votano in un certo modo.
Nelle gare juniores in cui si corre con rappresentative miste, ciascun corridore milita nel team della regione in cui risiedeNelle gare juniores in cui si corre con rappresentative miste, ciascun corridore milita nel team della regione in cui risiede
Che cosa faresti?
Se vogliamo che il ciclismo degli juniores vada avanti e la categoria abbia un senso e soprattutto per competere con il resto delle strutture a livello europeo, dobbiamo cambiare assolutamente il registro. Dobbiamo mettere da una parte la politica e guardare di investire nel ciclismo. Gli juniores non sono una categoria promozionale, il mondo è cambiato. I costi sono aumentati.
Non si può più fare finta di niente?
Quando correvo io, ogni settimana c’erano corse a Padova, Treviso, a Verona, a Mantova… Oggi se ne sono 3-4 al massimo in tutta Italia e sono tutte gare di un certo livello. Vuol dire che le spese per portare gli atleti sono aumentate. E le squadre iniziano a chiudere – come hanno chiuso il Team Giorgi e la Aspiratori Otelli – e non è detto che l’anno prossimo chiudiamo anche noi. Qualcuno dovrà spiegare perché le società chiudono?
ll tema merita attenzione e si somma al quadro critico che l’avvento dei devo team ha prodotto fra gli under 23. Fare ciclismo di qualità restando in Italia è possibile, altrimenti perché verrebbero in massa dall’estero per prendere i nostri talenti? Si dia però alle squadre la possibilità di essere competitive, alleggerendo un carico che non spetta a loro sostenere. Può essere davvero questo sistema di tasse e gabelle a tenere in piedi le attività dei Comitati regionali?
Quanto servono le corse a tappe per i giovani? Molto. Vi riportiamo l'esperienza di Capecchi con i suoi ragazzi del CR Umbria. Pochi aggiustamenti e le cose già erano cambiate