La lotta psicologica contro Tadej. Ma lui è una roccia

09.07.2024
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Come di consueto nei grandi Giri i giorni di riposo diventano i giorni delle conferenza stampa. E ieri ad Orleans, nel cuore della Francia, è sembrata andare in scena una sorta di sequel della frazione degli sterrati. Sono intervenuti tutti e tre i protagonisti: Tadej Pogacar, Jonas Vingegaard e Remco Evenepoel. Che in modo più o meno diretto si sono risposti l’un con l’altro.

Vingegaard ha mandato a dire ad Evenepoel che il suo non collaborare non era mancanza “di palle”, ma d’intelligenza tattica. Remco dal canto suo si è ricreduto da una parte, dicendo che è stato un peccato che il danese non abbiano insistito, ma ha aggiunto anche che avrebbero potuto guadagnare 3′-4′ se Jonas avesse contribuito all’azione.

E’ da Bologna che Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel stanno dominando il Tour
E’ da Bologna che Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel (che s’intravede in primo piano) stanno dominando il Tour

Parla Tadej

E poi c’è lui, sua maestà Tadej Pogacar. E’ sua la conferenza stampa più attesa. Pogi ha affrontato la giornata di riposo con grande tranquillità a quanto sembra. La sgambata, il caffè con i compagni… e uno stuolo di giornalisti e fotografi al seguito.

«Sono abbastanza contento – ha detto l’asso della UAE Emirates – di come sia andata sin qui. L’anno scorso dovevo colmare il gap in questo momento. Al massimo sono arrivato a 9” dalla maglia gialla, adesso ne ho 33” di vantaggio su Remco. Non è troppo. Ma stanno arrivando le grandi battaglie e anche Jonas e Primoz (Roglic, ndr) sono vicini e i distacchi faranno presto a cambiare con le tappe che ci aspettano, specie dalla quindicesima in poi».

Sguardo rilassato, capello moderatamente spettinato… la semplicità e la naturalezza di questo gigante sono tutte qui.

Semplicità che resta intatta anche quando, inevitabili, arrivano le domande su Vingegaard.

«Io e Remco – ha detto Tadej – volevamo vincere verso Troyes, Jonas no. L’ho visto molto concentrato su di me. Quando si muoveva Remco, Jonas non si preoccupava. Penso che abbia un po’ paura. Vedremo come andranno le cose nelle tappe di montagna».

E poi la risposta delle risposte: «Se sento la sua pressione psicologica? Se provano a battermi mentalmente non ci riescono», ha tuonato laconico Pogacar con quella naturalezza di cui dicevamo, ma con una determinazione da far paura. Erano gli stessi occhi della mix zone dopo Valloire. Gli occhi di chi non è appagato.

«Gli altri stanno lottando anche per se stessi. Corrono contro di me. Ci sono abituato. Non mi fa male, io devo solo essere quello che posso essere».

Tadej Pogacar e a ruota Jonas Vingegaard: il film di questo Tour
Tadej Pogacar e a ruota Jonas Vingegaard: il film di questo Tour

Il piano di Vingegaard

Come ha scritto anche il nostro direttore domenica sera dopo la frazione di Troyes: “Pogacar attento, la trappola di Vingegaard è già scattata”, si parla di questo piano. Piano che lo stesso danese più volte ha menzionato. Un piano già iniziato probabilmente. Ed è quello dell’attesa. Attesa delle tappe giuste e di una condizione che, come ha ribadito lo stesso Vingegaard, va in crescendo.

«L’anno scorso i Visma erano fiduciosi per il finale – ha detto Pogacar – adesso stanno giocando la stessa carta. Puntano tutto sull’ultima settimana. La cosa non mi disturba. Ma quest’anno sono più fiducioso anche io. Ho la maglia gialla, di cui sono contento, e se tutto andrà come dovrebbe andare avrò buone gambe anche nella terza settimana e nelle ultime tre tappe in particolare». Le ultime tre tappe, quelle che dovrebbero far scattare il piano di Vingegaard e della Visma – Lease a Bike.

«Non sono affatto stupito della sua condizione- ha proseguito lo sloveno riferendosi a Vingegaard – Quando ho saputo che sarebbe venuto al Tour, mi era chiaro che sarebbe stato ben preparato. Poi ho capito dalla seconda tappa che era prontissimo. Abbiamo scalato il San Luca più veloce della storia, abbattendo il record di ben 20”. E Jonas ha resistito bene. Lui è molto concentrato e questo si vede quando siamo in gruppo».

Pogacar ed Evenepoel, tra i due sembra esserci un bel feeling
Pogacar ed Evenepoel, tra i due sembra esserci un bel feeling

Voglia di montagna

Più volte Pogacar ha parlato dell’attesa e della voglia di affrontare le montagne. Davvero sembra si diverta quando corre, nonostante le pressioni. Per esempio ha detto che parla spesso con Remco e che si sta divertendo a gareggiare con lui in questo Tour de France.

Come per il Giro d’Italia e come per gli altri Tour de France, qualcuno gli imputa che sta sprecando troppe energie. Ma è anche vero che sin qui l’unico scatto davvero “forzato” è stato proprio quello di Troyes. Ci stava che a Bologna volesse testare il grande rivale, che da parte sua oggettivamente poteva non essere al top in una frazione che richiedeva esplosività e che da tanto tempo non gareggiava. Tanto è vero che quando Tadej ha visto che Vingegaard era lì, non ha insistito fino alla fine. Ma a quel punto sapeva con chi aveva davvero a che fare. 

«Non ho visto tutte le prossime tappe – ha concluso Pogacar – ma conosco alcune delle salite che ci aspettano sui Pirenei. Pavel Sivakov vive lì e non vede l’ora di scalare il Plateau de Beille. E lo stesso Adam Yates. Anche io non vedo l’ora che arrivino i Pirenei, mi hanno sempre fatto bene. Si preannuncia un fine settimana davvero scoppiettante».

Dopo il 55, ecco il 38: il segreto dell’agilità di Pogacar

08.07.2024
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Sulla bici di Pogacar, assieme alla corona da 55 richiesta lo scorso anno per contrastare il 54×10 di Vingegaard, gira un ingranaggio interno da 38 denti. Una guarnitura 55-38 che permette allo sloveno di essere veloce nelle discese e agile come gli piace in salita. Eppure, tanto è semplice scriverlo, per quanto è difficile da mettere in atto.

La realizzazione delle due corone avviene ugualmente nelle officine di Carbon-Ti che al UAE Team Emirates fornisce anche dischi per freni (leggeri oppure aerodinamici), guarnitura monocorona per la crono e la doppia guarnitura a 4 bracci per la bici da strada.

«La lavorazione non cambia – spiega Marco Monticone – la progettazione per il 38 da abbinare al 55 è completamente nuova. Il know how di partenza è lo stesso, ma il prodotto è completamente nuovo. Le macchina al CNC sono state riprogrammate e anche in tempi rapidi, dato che la richiesta del 38 è arrivata abbastanza all’improvviso e di recente».

La proposta di Chiesa

Chiunque si sia divertito a riassortire la propria guarnitura sa che non tutti gli abbinamenti sono compatibili e certo il salto di 17 denti fra il 38 e il 55 è un bell’ostacolo da superare.

«Infatti il succo del discorso – prosegue Monticone – è far funzionare il 38 con il 55 e per questo c’è stato un grandissimo lavoro. Il deragliatore Shimano in uso alla UAE Emirates è progettato per il 54-40: se si vuole fare qualcosa di diverso, bisogna che il deragliatore continui a lavorare bene. Ci abbiamo lavorato e alla fine siamo riusciti a prototiparlo. L’idea di partenza era di usarla per i Grandi Giri nelle tappe di montagna, in modo che Pogacar possa mantenere il suo ritmo di 90-95 pedalate al minuto. Eppure quando Alberto Chiesa ce l’ha proposto (parla del capo meccanico del team, ndr), abbiamo pensato che fosse una follia».

Pogacar ha ricevuto il 38 nei giorni della Liegi ed ha subito voluto usarla, vincendo
Pogacar ha ricevuto il 38 nei giorni della Liegi ed ha subito voluto usarla, vincendo

Debutto alla Liegi

Eppure la sfida era stimolante e nei computer dei progettisti di Carbon-Ti le varie ipotesi hanno cominciato a prendere forma. Hanno fatto vari test, fino a vedere uno spiraglio.

«L’abbiamo costruita – sorride Monticone – e gliel’abbiamo consegnata. Pogacar ha chiesto di montarla e poi, come fa di solito, l’ha usata in gara. Nel 2023 gli avevamo fornito le guarniture in carbonio e lui le usò come prima volta per vincerci il Giro delle Fiandre. Non credevamo che l’avrebbe usata, invece alla Liegi ha fatto un test per sua iniziativa. Ha visto che funziona e da allora non l’ha più tolta. E adesso tutti la vogliono».

EDITORIALE / La sicurezza è un obiettivo, ma si agisca sulle cause

08.07.2024
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Ieri mattina il Tour de France si è fermato per rendere omaggio ad André Drege, scomparso in seguito a una caduta al Tour of Austria (in apertura la squadre del norvegese – Team Coop-Repsol – schierata al via dell’ultima tappa annullata). La statistica dei corridori morti in gara è un elenco impietoso di lapidi che fortunatamente negli ultimi anni si è andato assottigliando. Infatti, sebbene le immagini, i social e l’emotività che scatenano facciano sembrare che ci troviamo al centro di una strage, la situazione della sicurezza oggi è molto migliore rispetto a un tempo.

Scossi dall’emotività della giovane morte norvegese, negli ultimi giorni siamo tutti a chiederci che cosa si possa fare per cambiare il corso di questo destino. Si ipotizza di dotare i corridori di airbag o altre soluzioni tecniche. Se arriveranno, quando arriveranno e non stravolgeranno la pratica sportiva, saranno ben accette.

Non ci sono notizie sulla dinamica della caduta di Drege, ma si parla di problemi alla ruota posteriore. Aveva 25 anni
Non ci sono notizie sulla dinamica della caduta di Drege, ma si parla di problemi alla ruota posteriore. Aveva 25 anni

La chiarezza di Bettiol

Intervistato ieri su Rai 2 da Silvano Ploner alla partenza della nona tappa del Tour, Alberto Bettiol ha usato parole amare, ma di grandissimo buon senso.

«Purtroppo questo è uno sport pericoloso – ha detto il campione italiano – e dispiace tantissimo. Sono delle disgrazie, c’è poco da dire. Sul discorso sicurezza, lo dico sempre che fra gli sport non estremi, il ciclismo è il più estremo. Alla fine rischiamo la vita tutti i giorni, rischiamo la vita in allenamento e in gara. Io paradossalmente mi sento molto più sicuro al Tour de France che in allenamento, sinceramente, per la quantità di dottori, di ambulanze sempre al seguito, telecamere ovunque. Quindi in teoria in gara siamo abbastanza sicuri.

«Penso che in Austria sia stata una fatalità. Da quello che si è sentito, è andato dritto in una curva ed è accaduto rovinosamente. Cioè, cosa vuoi fare? Alla fine il ciclismo è questo, è duro da accettare, però non vedo quali siano gli accorgimenti che possiamo prendere. Non è che possiamo togliere le discese nel ciclismo, bisogna stare attenti. Non era in un gruppo, era da solo nella discesa del Grossglockner. Sono fatalità».

Serse Coppi, a sinistra, fratello di Fausto: morì al Giro del Piemonte del 1951 (foto CapoVelo)
Serse Coppi, a sinistra, fratello di Fausto: morì al Giro del Piemonte del 1951 (foto CapoVelo)

25 dal 1948 ad oggi

Nel solo 1904, quando si correva più in pista che su strada, morirono sette corridori in velodromo. Su strada persero un fratello i due grandissimi del ciclismo italiano. Giulio Bartali morì nella Targa Chiari del 1936, gara regionale toscana. Serse Coppi morì al Giro del Piemonte del 1951. Dal dopoguerra ad oggi, sono 60 i corridori che ci hanno lasciato per cadute, investimenti, arresti cardiaci o malori di ogni genere avuti in corsa. E’ una statistica che raggruppa anche dilettanti e corridori della mountain bike, altri rimasti vittime di cadute e altri di malori per ogni genere di motivo.

Restando in ambito professionistico, dal 1948 ad oggi, gli atleti scomparsi in gara per caduta o incidente sono 25. Nomi come Coppi, Fantini, Santisteban, Ravasio, Casartelli, Sanroma, Kivilev, Weylandt, Demoitie, Lambrecht, Mader e il recentissimo Drege suscitano ricordi in ognuno di noi. Ebbene, i numeri dicono che la mortalità dei professionisti in gara è di un corridore ogni tre anni. In proporzione muoiono molti più ciclisti in allenamento o nella vita quotidiana (197 nel 2023). Quello sì sarebbe un fronte cui dedicarsi con grande ardore, ma ciò non toglie la necessità di operarsi per la sicurezza di chi corre.

La morte di Senna diede forte impulso alla revisione di aspetti tecnici in F1 sul tema sicurezza (foto Getty Images)
La morte di Senna diede forte impulso alla revisione di aspetti tecnici in F1 sul tema sicurezza (foto Getty Images)

La sicurezza della Formula Uno

Una riflessione va fatta, affinché non sembri che si voglia guardare dall’altra parte. La Formula Uno negli anni è intervenuta in modo drastico sulle normative tecniche. I fattori di rischio sono stati ridotti, con una netta accelerazione dopo la morte di Senna quanto a dispositivi di protezione e sicurezza. Ma già prima erano state eliminate le minigonne. Eliminato l’effetto suolo. Fatti interventi sulla misura delle gomme, sui propulsori e sulla misura delle ali. Chiaramente, essendo uno sport che si svolge in circuito, è stato possibile intervenire anche sui percorsi. In più i piloti sono stati dotati di dispositivi di sicurezza personali che non devono certo trasportare con la forza delle loro gambe. Sarebbe curioso uno studio che metta in relazione la velocità e l’esposizione fisica al rischio di un pilota così protetto rispetto a un ciclista.

Nel ciclismo servì la morte di Kivilev nel 2003 per imporre l’uso del casco, ma poco si può fare sui percorsi. E’ impossibile eliminare discese e curve, anche se la nascita di SafeR dovrebbe servire proprio per valutare le scelte troppo incaute. Si possono scegliere le strade con più attenzione. Si possono evitare i passaggi inutilmente pericolosi. Ma come immaginare di eliminare la discesa del Galibier in cui Pogacar e Pidcock nel 2022 dipinsero quelle traiettorie al limite? Non si può snaturare lo sport. E non si può neppure pretendere di correre in autostrada, se le statali sono strette per le velocità attuali. E forse il tema è proprio questo: le velocità attuali, le strade di sempre e il loro rapporto con la sicurezza degli atleti.

Questa la discesa capolavoro di Pidcock dal Galibier nel 2022
Questa la discesa capolavoro di Pidcock dal Galibier nel 2022

Intervenire sui materiali

Le case produttrici spingono verso performance pazzesche, ma come recita lo slogan: la potenza senza il controllo è nulla. Allora, non potendo arrestare la fisiologia degli atleti, si può forse intervenire sulle biciclette? Tutti i corridori di ieri che abbiano usato una bici da gara attuale concordano col fatto che sia estremamente più facile guadagnare velocità, da chiedersi come facessero ai loro tempi ad andare ugualmente forte. Avevano telai in acciaio e geometrie meno estreme, ma per questo più stabili (guarda caso, come Pidcock!). I cerchi bassi e gomme più strette. Oggi che abbiamo conoscenze e materiali che potrebbero rendere più sicura la guida estrema, forse dovremmo renderci conto che trasformare le biciclette in missili da gara in alcuni frangenti compromette la sicurezza del corridore.

Le strade negli anni sono rimaste le stesse, le velocità sono aumentate a dismisura: è chiaro che le criticità aumentino. E allora perché ad esempio nei tapponi alpini non vietare l’uso di ruote ad alto profilo, mantenendo però le gomme più larghe e i freni a disco? Oppure, mantenendo le ruote alte, perché non rendere obbligatorio il passaggio a gomme da 32 con cui aumenta la superficie di contatto con l’asfalto? Se è stato possibile costringere le case automobilistiche a ridisegnare le Formula Uno, quali argomenti potrebbero opporre le aziende che producono “semplici” bici?

Alla partenza della tappa di ieri, tutto lo sgomento sul volto del norvegese Kristoff
Alla partenza della tappa di ieri, tutto lo sgomento sul volto del norvegese Kristoff

Non è a nostro avviso mettendo uno zaino con l’airbag che si risolve il problema della sicurezza, ma sia benvenuto se non peserà due chili e sarà compatibile con il semplice pedalare. E visto che non è possibile intervenire sul buon senso dei corridori e la loro capacità di rallentare, allora forse può avere un senso ridurre i dispositivi grazie ai quali la velocità si moltiplica. Tutto ciò detto, scordiamoci che uno sport che si disputa su due ruote possa diventare stabile o esente da pericoli. Battersi perché lo diventi significa cambiare la sua natura.

P.S. La causa della caduta di Drege potrebbe essere in una foratura e l’impiego di un sistema di ruote su cui ci sono più dubbi che certezze. Se così fosse, sarebbe confermato il fatto che il progresso non può avvenire a spese dei corridori. E l’incidente in questo caso sarebbe colposo e non fatale.

La seconda chance di Raccani, tornato a fare ciò che ama

08.07.2024
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Per certi versi la vittoria di Simone Raccani al Giro del Veneto è stata una delle principali sorprese di questo scorcio di stagione. Perché rilancia il nome di un corridore che pur essendo ancora molto giovane (ha solo 23 anni) ha già vissuto una totale altalena di emozioni su due ruote, tanto da essere uscito da questo mondo per poi rientrarci. Cosa decisamente non comune.

Il podio dell’ultima tappa del Giro del Veneto, con Raccani fra Piras e Roganti (Photors)
Il podio dell’ultima tappa del Giro del Veneto, con Raccani fra Piras e Roganti (Photors)

Un successo il suo che cambia molto le prospettive: «Ci voleva davvero, spero di continuare su questa strada anche perché adesso la stagione propone molte gare a me adatte, con arrivi in salita e ci arrivo con la gamba buona, quella che ti capita non così spesso. Il mio obiettivo ora è il Giro del Friuli dove voglio fare classifica e ripetere l’exploit del Veneto, ma chiaramente in un contesto internazionale decisamente più qualificato».

Com’è arrivata la vittoria nella corsa a tappe?

E’ stata una prova molto particolare, con le prime due tappe annullate per maltempo. Nella terza sono andato un po’ in crisi allo scollinamento per poi riagganciare i primi, ma non ne avevo per giocarmi la vittoria. Ero comunque tra i primi e per com’era andata la giornata era già abbastanza. Sapevo che tutto si sarebbe giocato nella tappa conclusiva su una salita che conosco bene, dove avevo già vinto nel 2019 da junior. All’inizio c’è stata subito selezione, a 7 chilometri dal traguardo eravamo rimasti in pochi, i migliori, quelli in lotta per la classifica.

La vittoria a Schio è stata decisiva per la conquista del Giro del Veneto
La vittoria a Schio è stata decisiva per la conquista del Giro del Veneto
E poi?

Io sapevo quali erano i punti duri, dove fare la differenza. Con me sono rimasti Masciarelli e Meris che aveva la maglia di leader, ma a 4 chilometri dal traguardo su un altro punto duro li ho staccati e a quel punto è diventata una sfida contro il tempo, dovevo ribaltare la classifica. Tra l’altro questa vittoria è anche una sorta di ringraziamento mio per la squadra che ha la sede vicino, a Castelfranco, in una tappa è venuto anche il patron ad assistere.

Sei molto legato a lui?

Non potrebbe essere altrimenti. E’ stato proprio Egidio Fior che di sua iniziativa mi è venuto a cercare l’inverno scorso, convincendomi a rimettermi in gioco. Io avevo mollato a settembre chiudendo con la Eolo Kometa, ma non era stato per dissidi o altro. Ho passato un brutto periodo, non c’ero più con la testa, avevo deluso le aspettative che tutti avevano quand’ero passato junior ma che avevo soprattutto io. Non saprei neanche dire perché, c’entra la brutta caduta del GP Industria e Artigianato, ma difficile ripresa, ma non saprei trovare una vera spiegazione. E’ solo che le cose non erano andate come speravo.

Nel 2019 Raccani aveva vinto il titolo regionale junior, precedendo Alessio e De Pretto (Photors)
Nel 2019 Raccani aveva vinto il titolo regionale junior, precedendo Alessio e De Pretto (Photors)
Fior ha trovato le parole giuste?

Sì, mi ha spinto a rimettermi in gioco. Mi sono preso un paio di settimane per riflettere, per capire se potevo davvero onorare un simile impegno perché quando ti arriva una seconda possibilità, sai che non puoi sprecarla, anche perché era stata una sua iniziativa che meritava rispetto. Non è stato semplice, i primi mesi sono stati durissimi, ho fatto davvero tanta fatica, ma ho trovato un supporto eccezionale nella squadra. Se mi sono rimesso in sesto è stato anche grazie a loro.

E’ stato più difficile fisicamente o mentalmente?

Forse a livello di testa. Non correvo da mesi, le prime gare sono state davvero pesanti, non è facile ritrovare il ritmo gara. Oltretutto io sono ormai Elite, ho superato il limite di età e il calendario non propone così tanti eventi per quelli come me non potendo fare le gare regionali. C’è stata anche l’occasione di affrontare i pro’, al Giro d’Abruzzo e non ero andato neanche malaccio, anche se ancora non ero io. Poi al Giro della Provincia di Biella è arrivato il podio che è stato un bel segnale, la vittoria al Memorial Tortoli, altri piazzamenti. Dove correvo riuscivo ad emergere.

La sua condizione era apparsa in crescendo già al Memorial Tortoli, vinto di forza
La sua condizione era apparsa in crescendo già al Memorial Tortoli, vinto di forza
A questo punto che cosa ti proponi?

E’ difficile trovare un obiettivo specifico. Io voglio onorare al meglio questa seconda chance, ovunque si corra, a qualsiasi livello, poi si vedrà. Con la squadra non ci siamo presi alcun impegno per la prossima stagione, qualsiasi cosa me la dovrò meritare con i risultati.

C’è chi ti segue a livello di contratti?

Sì, la GL Promotion e devo dire loro grazie perché non mi hanno abbandonato, anche dopo il mio ritiro, pur sapendo che li avevo messi in difficoltà e che non avevo tenuto fede alle aspettative. Chiunque avrebbe mollato, loro no, hanno continuato a credere in me, nelle mie qualità e li ringrazio per questo.

Raccani è tornato a correre quest’anno nelle file della Zalf, che ha creduto in lui (Photors)
Raccani è tornato a correre quest’anno nelle file della Zalf, che ha creduto in lui (Photors)
Evidentemente, vista la tua vittoria, è stata la scelta giusta…

Anche perché rispetto a quando sono passato U23, è evidente che il livello si è alzato. Vincere a questi livelli fa ben sperare, ora devo solo continuare su questa strada. Quel che conta è che ho ritrovato la motivazione, posso ancora fare bene.

Il San Luca di Marangoni, una bolgia gialla e chiassosa

08.07.2024
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La seconda tappa del Tour De France, con la doppia ascesa al San Luca sul finale, fin dalla presentazione è stata sicuramente la più attesa delle tre frazioni italiane. Vuoi per la durezza dello strappo, vuoi per i portici monumentali che lo accompagnano per tutta la sua lunghezza, vuoi per la storia che si porta dietro. Dall’epica cronoscalata di Magni con il tubolare tra i denti fino alle più recenti sfide tra i big al Giro dell’Emilia. Oramai da mesi, quindi, un’infinità di appassionati si era data appuntamento lì, quel giorno. Tra loro c’era anche Alan Marangoni, ex professionista e ora volto di GCN Italia.

Alan è rimasto tutta la giornata in quella bolgia di tifo, passione, rumori e colori che abbiamo visto tutti in televisione. Ci siamo fatti raccontare da lui l’atmosfera che ha vissuto aspettando per ore, assieme a migliaia di persone, lo storico passaggio del Tour De France su una delle più celebri salite italiane.

Alan Marangoni, la compagna Lisa e il pubblico del San Luca
Alan Marangoni, la compagna Lisa e il pubblico del San Luca
Alan, intanto ti chiediamo in quale punto della salita ti sei piazzato per vedere il doppio passaggio dei corridori.

Io ero a tre quarti del drittone che c’è dopo la curva delle Orfanelle, un punto in cui spesso si fa la differenza e i corridori si vedono molto bene. Pogacar invece stavolta è scattato un po’ dopo, approfittando della fine del rettilineo dove la strada spiana leggermente.

Come ti è sembrato il San Luca “francese” rispetto ai passaggi al Giro d’Italia e dell’Emilia?

La cosa che ho notato subito è stata la densità, in senso proprio fisico, del pubblico. Al Giro dell’Emilia anche, ovviamente, c’è sempre parecchia gente, ma il giorno del Tour era tutto ad un altro livello. Dietro le transenne c’erano ovunque file e file di persone assiepate una dietro l’altra, incredibile. E poi soprattutto il rumore. Non avete idea della quantità di casino che c’era, impossibile da capire guardando dalla tv… Secondo me perché tanti erano lì anche solo per essere presenti all’evento, per poter dire in futuro dire “Io c’ero” e passare una giornata di festa e sport.

Il pubblico non entra dietro le transenne: alcuni sono sulla strada
Il pubblico non entra dietro le transenne: alcuni sono sulla strada
Dovessi quantificare, a spanne, quanta gente c’era in più rispetto alle altre volte in cui ci sei stato?

Bella domanda, ci ho pensato anch’io. Quello che ho visto per certo è che all’Emilia nella prima parte della salita onestamente non c’è molta gente. Tutti di solito si piazzano nella seconda metà, quella più dura e spettacolare. Al Tour invece era tutto pieno, “murato di gente” già dai primi metri dopo l’Arco del Meloncello. Direi che forse c’era il doppio della gente rispetto al Giro dell’Emilia.

Per quanto riguarda invece il tipo di pubblico hai notato delle differenze?

Sicuramente ho visto molti più stranieri. Belgi, colombiani, francesi, sloveni, come è normale che sia in una manifestazione del calibro del Tour, che quando arriva moltiplica tutto, anche le nazionalità.

Marangoni in bici sul San Luca: per tre volte nello stesso giorno
Marangoni in bici sul San Luca: per tre volte nello stesso giorno
Ci racconti qualche nota di colore che ti ha colpito?

Per il nostro canale abbiamo fatto un esperimento, cioè salire sul San Luca tre ore prima del passaggio della corsa per registrare un video lasciando solo i suoni ambientali, senza commento. Beh, quando sono passato sulla curva delle Orfanelle c’era una quantità di tifo, rumore, casino generale che quasi mi faceva cadere per terra. Pazzesco, quasi mai ho visto una cosa del genere. E la cosa bella era che non c’era una tifoseria particolare, come invece a volte capita al Tour e al Giro, con le varie fazioni. Quel giorno tutti incitavano tutti, in continuazione. Poi ho notato anche un’altra differenza, rispetto all’Emilia…

Cioè?

Il flusso continuo di gente che saliva in bici. Per ore e ore fino a che non hanno bloccato la strada, è stata una processione senza fine di persone in bici. Di tutti i tipi: dalla mamma con la bici elettrica con i bambini, al papà che trainava con una corda il figlio, fino ovviamente agli amatori. Ma quelli che facevano scattare l’ovazione generale erano i bambini piccoli che salivano da soli, lì c’era proprio un tifo da stadio.

La vista dal drone dà l’idea della distribuzione di pubblico sul San Luca
La vista dal drone dà l’idea della distribuzione di pubblico sul San Luca
Quindi nonostante il caldo l’attesa dei corridori non è stata troppo lunga e faticosa.

Per niente, anzi. Ero lì fin dal mattino e, anche se in effetti il clima non era dei più miti e c’era appunto tantissima gente, quelle ore sono passate molto velocemente. Perché davvero quel giorno è stata una festa continua, per la città, per l’Italia, per tutti i tifosi di ciclismo.

Pogacar attento, la trappola di Vingegaard è già scattata

07.07.2024
7 min
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Quando pochi giorni fa Jonas Vingegaard ha detto di avere un piano cui si atterrà come lo scorso anno, ci è venuto il sospetto che il piano sia pressoché lo stesso. Far sfogare Pogacar e poi staccarlo nel finale. Perché ciò accada, occorre che lo sloveno cali e il danese cresca. Entrambi i fattori sono motivo di curiosità. Pogacar potrebbe calare, avendo corso (e vinto) il Giro. Il fatto che Vingegaard cresca è avvalorato dalle sue parole, d’altra parte è sconfessato da ciò che accadde lo scorso anno a Pogacar. Tadej si spense, per quel che disse, non avendo avuto il tempo per allenarsi a dovere dopo la frattura dello scafoide: perché mai dovrebbe averlo avuto Jonas dopo un incidente ben più grave?

Pogacar: «Una tappa divertente»

Frattanto, in attesa di capire quale sia il piano di Vingegaard, anche oggi il Tour ci ha regalato una tappa effervescente, ma anche da decifrare. I tratti di strada bianca hanno prodotto spettacolo e costretto a inseguire chi, come Roglic, si è fatto pescare nelle retrovie quando il settore numero due ha costretto parecchi corridori a mettere piede a terra. Al contempo hanno messo le ali a chi, come Pogacar, si esalta laddove la sfida diventa estrema.

La maglia gialla ha fatto capire subito di non aver bisogno della squadra. Ha prima attaccato in un tratto in discesa. Poi ha allungato il gruppo. E alla fine ha agganciato Evenepoel nel suo tentativo di attacco e con lui (e Vingegaard) si è riportato sulla fuga. Essendo per i fuggitivi una presenza evidentemente sgradita, i tre si sono rialzati. E quando tutto sembrava essersi calmato e che Pogacar avesse accettato di correre da maglia gialla, il suo ulteriore attacco ha costretto Laporte e Jorgenson a inseguire per chiudere il buco. Vingegaard avrà preso paura? Pogacar alla fine avrà vantaggi da questa operazione, dato che domani tutti potranno riposare, oppure i fuochi d’artificio si sommeranno nelle sue gambe?

«Una tappa divertente – dice Pogacar – non mi aspettavo che sullo sterrato ci fosse così tanta ghiaia. C’erano davvero tantissime pietre e sabbia, quindi è stato difficile e anche divertente passarci sopra. La prossima volta farei il giro nella direzione opposta, in modo da avere vento a favore fino al traguardo. Io ho guardato Remco, lui ha guardato me. Ci siamo detti che saremmo potuti andare fino all’arrivo, ma non ha funzionato. Ho avuto delle grandi gambe nella tappa più difficile sinora di questo Tour. Mi sono sentito davvero bene e non vedo l’ora che con la prossima settimana sui Pirenei inizieremo le vere montagne. La prossima crono ci sarà solo alla fine, sono super felice che le cose vadano così, ho fiducia. Abbiamo una buona squadra, ho buone gambe, mi sento bene e sì, mi sto divertendo»

Oggi è stato chiaro che la Visma ha corso da squadra per rintuzzare gli attacchi di Pogacar
Oggi è stato chiaro che la Visma ha corso da squadra per rintuzzare gli attacchi di Pogacar

Turgis: «Una tappa leggendaria»

La vittoria di giornata è andata ad Anthony Turgis, francese di 30 anni della Total Energies, con poche vittorie e tanti piazzamenti, come quello dietro Mohoric nella Sanremo del 2022 o quello dietro Can der Poel a Waregem nel 2019. Le mani nei capelli dopo l’arrivo danno la dimensione dello stupore di un corridore che nel finale ha avuto la freddezza giusta.

«E’ pazzesco – dice – sono anni che corro il Tour de France, questo è il mio settimo, con l’obiettivo di vincere una tappa. Avevo vinto a tutti i livelli, mi mancava una corsa WorldTour e ora arriva una tappa al Tour de France, una tappa leggendaria. Abbiamo avuto una giornata molto importante. Ho visto formarsi il gruppo di testa e non mi sono arreso nonostante ci fosse gente più forte di me. Sapevo che Jasper Stuyven avrebbe attaccato nel finale. Volevo che gli altri mi portassero il più avanti possibile. Era una questione di chi interpretava il gioco nel modo più intelligente. Ma è davvero difficile essere in testa al Tour de France. Questa vittoria è fantastica per la squadra. Siamo venuti per una vittoria di tappa e l’abbiamo ottenuta».

Evenepoel: «Una tappa da capire»

Remco Evenepoel sta correndo come se i Tour de France nelle sue gambe siano già tanti. In realtà il debuttante belga attinge a piene mani dal suo grande talento e su questo percorso era venuto per due volte, scoprendo anche qualche sorpresina. A detta del suo direttore sportivo Lodewyk infatti, gli ultimi sei settori sono stati resi più scorrevoli rispetto ai sopralluoghi effettuati. Ma poco cambia: quando a 70 chilometri dall’arrivo ha attaccato come sulla Redoute, Remco non ha mostrato alcun timore reverenziale.

«La giornata è andata bene – spiega non ho sofferto molto e mi sentivo bene sullo sterrato. Sapevo che Tadej avrebbe attaccato e sono riuscito a rimanere con lui quasi tutto il tempo. C’è stata solo una volta in cui mi sono trovato in una brutta posizione e penso che i miei compagni di squadra non siano stati abbastanza aggressivi da riportarmi in testa al gruppo. Sono rimasto sorpreso, ma la cosa si è risolta subito.

«Peccato che quando eravamo in tre, Vingegaard non abbia voluto collaborare per aumentare il vantaggio. Avevamo la possibilità di tornare sul gruppo di testa e giocarci la tappa, ma rispetto la tattica della Visma: hanno scelto di giocare in difesa. Qualunque cosa accada, mi adatto alla situazione. Prima della partenza, avrei accettato di buon grado di ritrovarmi con questa classifica nel giorno di riposo. Quello che d’ora in avanti verrà in più, sarà tanto di guadagnato. Ora mi concentrerò sulla difesa di questo posto».

Primi segni di vita per Van der Poel: il campione del mondo segue il suo cammino di crescita verso Parigi
Primi segni di vita per Van der Poel: il campione del mondo segue il suo cammino di crescita verso Parigi

Vingegaard: «Una tappa inutile»

Jonas Vingegaard ha corso buona parte della tappa con la bici numero 7 di Tratnik, il cui compito dichiarato dalla partenza era proprio quello di stare vicino al capitano e cedergli la sua Cervélo in caso di foratura. Per questo, quando il cambio ruota Shimano si è affrettato per cambiargli la ruota, lo slovacco li ha lasciati andare via. Voleva la sua bici di scorta, non avendo ormai più velleità di arrivare al traguardo con quelli davanti.

«Sono molto sollevato – dice Vingegaard – dal fatto di essere arrivato sano e salvo al traguardo, senza perdere altro tempo e con solo due forature. Una quando sono salito sulla bici di Jan e poi, a dire il vero, ho anche forato negli ultimi tre chilometri, ma ho potuto finire la tappa sulla bici. Penso di dover ringraziare tutti i miei compagni di squadra, sono andati molto bene oggi. Tratnik mi ha dato la bici ed era perfetta. Il cambio è stato rapidissimo, non sono nemmeno finito nella scia delle ammiraglie. Il resto dei ragazzi mi ha tenuto davanti per tutto il tempo. Sono entrato in ogni settore in prima posizione e l’ultima volta mi hanno aiutato a inseguire Pogacar quando da solo non ce l’avrei fatta. Dopo questa tappa, sono in grande debito con loro. 

«E’ stata proprio una giornata molto stressante – ammette il vincitore degli ultimi due Tour – non nascondo che fossi preoccupato. Non penso che abbiamo bisogno di percorsi così. Vanno bene per la Strade Bianche, ma quella è un’altra corsa. Credo sia stato un rischio inutile, che ha favorito Pogacar più di me. E’ stato il più forte e su questi percorsi è favorito più di me. Lo vedevo più sciolto e soprattutto un corridore con il mio peso su certe strade non è a suo agio. Il tratto in cui ha attaccato probabilmente era il settore più sconnesso e ho rischiato anche di cadere, non controllavo bene la bici. E’ stato bene avere dei compagni intorno. In quel momento non c’erano né Roglic né Evenepoel, ma l’obiettivo non era guadagnare, solo salvarsi e allora è stato meglio riprendere Tadej e poi aspettare».

Pericolo scampato per Vingegaard che continua la sua lenta risalita
Pericolo scampato per Vingegaard che continua la sua lenta risalita

E quando gli viene chiesto come mai sorrida di più quest’anno e sembri più rilassato, Vingegaard risponde come pure Roglic lo scorso anno al rientro dalla caduta della Vuelta. «Forse dopo l’incidente – dice – ho capito cos’è la vita. Ho capito di cosa si tratta e ho capito che riguarda più la famiglia che il ciclismo. Quindi penso che in un certo senso sento meno pressione e mi diverto un po’ di più».

Pogacar arriva al riposo con la maglia gialla e un bel gruzzoletto di vantaggio. Eppure la sensazione guardando Vingegaard è che oggi il vincitore della corsa sia stato lui. Vedremo nei prossimi giorni in cosa consista il suo famoso piano…

Inizia (con una vittoria) il sogno rosa di Longo Borghini

07.07.2024
4 min
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BRESCIA – A strappare la prima maglia rosa di questa edizione del Giro d’Italia Women è Elisa Longo Borghini. Le aspettative sono state rispettate, non senza qualche brivido visto il solo secondo di ritardo di Grace Brown. La Lidl-Trek piazza due atlete sul podio, dietro alle due già citate arriva l’australiana Brodie Chapman. Elisa Longo Borghini ha aspettato silenziosamente che tutte le atlete finissero la loro prova, visto che è stata una delle prime a prendere il via questa mattina. Un’attesa lunga che si scioglie in qualche lacrima di commozione a coronamento di un bel sogno che è solo all’inizio probabilmente. 

«In una cronometro – ha detto la neo maglia rosa in conferenza stampa – è abbastanza difficile capire come andranno le altre. Al primo intertempo dall’ammiraglia mi avevano detto di avere undici secondi su Kopecky, che sono diventati venticinque sul traguardo. Devo dire che quando Grace Brown ha tagliato il traguardo con quel colpo di reni, ma dietro di un solo secondo, ho detto: “ok ce la posso fare”. Poi è stata una lunga attesa fino alla fine».

Finalmente la maglia rosa

Il via del Giro d’Italia Women, il primo targato RCS Sport & Events, avviene da Piazza della Loggia. Nel centro della città, a cavallo tra la storia lontana e recente di Brescia, la più grande paura per le atlete arriva dal cielo. Le nuvole grigie scaricano qualche goccia nella mattinata, durante la ricognizione, ma danno tregua nel momento in cui la corsa prende ufficialmente il via. 

«Non ci si abitua mai – racconta – soprattutto se è una vittoria di questo calibro. Mai niente è scontato, devi sempre faticare per vincere. Dopo lo scorso anno questa maglia rosa sicuramente significa tanto e voglio ringraziare la mia squadra per il supporto. Ora andiamo avanti, la corsa è lunga ma abbiamo un piano per i prossimi giorni».

Alla domanda se dopo un secondo e un terzo posto questo possa essere l’anno giusto per portare la maglia rosa fino alla fine si concede un gesto di scaramanzia. «E’ un Giro lungo – analizza – che finisce a L’Aquila. Penso che sarà una bella settimana, ora non voglio pensare alla fine ma vivere giorno per giorno e fare del mio meglio ogni tappa. E’ anche bello approcciarsi ad una corsa in questa maniera perché mi permette di godermi questa benedetta maglia rosa». 

Di nuovo a cronometro

Longo Borghini si mette alle spalle la delusione di aver perso il titolo nazionale per una squalifica arrivata poco più di due settimane fa. Quella di Brescia è una cronometro che ha un sapore diverso, visto anche il solco scavato con le rivali per la classifica generale. La sconfitta di giornata è Lotte Kopecky, quinta sul traguardo, che paga 25 secondi nei 15,7 chilometri della prova odierna. Più di un secondo a chilometro. 

«Da qui alla fine il cammino sarà sicuramente lungo e in salita – spiega con una risata –  è vero le avversarie sono lontane. Però non bisogna mai abbassare la guardia, è un Giro d’Italia Women con tante frazioni che possono essere un tranello. Come detto la squadra qui è molto forte, per la Lidl-Trek non ci sono solamente io, ma c’è anche Gaia Realini

Le avversarie sono lontane, prima su tutte proprio Lotte Kpecky, ma il Giro è appena iniziato
Le avversarie sono lontane, prima su tutte proprio Lotte Kpecky, ma il Giro è appena iniziato

Sguardo a Parigi

Il percorso di questa seconda metà di stagione per Longo Borghini è iniziato con il Tour de Suisse, poi i campionati nazionali a cronometro e su strada. Da lì Elisa è andata in ritiro sul San Pellegrino sotto la guida del cittì Sangalli per preparare l’appuntamento olimpico.

«Da dopo il Giro, fino a Parigi – conclude – starò a casa tranquilla ad allenarmi. E’ stata una bellissima emozione essere convocata per la terza volta alle Olimpiadi. Oggi ci tenevo a fare bene, per dimostrare che a cronometro vado forte. E che a Parigi non partirò giusto per il gusto di farlo. La convocazione è anche un segnale del buon lavoro che abbiamo fatto insieme alla squadra. Siamo partiti da lontano, con tanto tempo passato nel velodromo e su strada ad allenarsi».

Forlì, serata per Fabio. Lampi di una storia dura e dolcissima

07.07.2024
8 min
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FORLI’ – «Se fosse arrivato secondo – dice Maggioni – Fabio non avrebbe alzato le mani. Era un grande corridore, lui voleva vincere, era un campione. Ne ho visti pochi in corsa avere la sua lucidità e puntare dritto all’obiettivo. Lui voleva vincere e questo secondo me fa la differenza tra chi partecipa e chi punta al massimo risultato possibile. Fabio avrebbe fatto una carriera da campione, l’ho sempre detto. Era un atleta di classe, aveva questo spunto e aveva soprattutto la caparbietà nel voler arrivare all’obiettivo. E poi sarebbe stato un buon padre e un buon marito. E noi continuiamo a ricordarlo, divertendoci e provando a far divertire anche gli altri, con lo spirito che lui ci ha lasciato».

La sala si è riempita, i racconti hanno coinvolto il pubblico (foto Valentina Guardigli)
La sala si è riempita, i racconti hanno coinvolto il pubblico (foto Valentina Guardigli)

Il tempo non guarisce

Forlì, sera d’estate al Grand Hotel. Annalisa Rosetti, moglie di Fabio Casartelli, ha radunato gli amici di un tempo alla vigilia della gran fondo che porta il suo nome: La Casartelli. Suona strano raccontare questa storia all’indomani della morte di André Drege al Tour of Austria, con quel senso di quasi colpa perché il tempo ha sanato queste ferite. In realtà il tempo non ha sanato un bel niente, ci ha costretto semmai alla rassegnazione.

A 29 anni di distanza il dolore resta e per questo Annalisa ha chiesto che la serata serva soprattutto a ricordare il campione olimpico di Barcellona 92 e non le immagini del Tour 1995. Invito raccolto, a costo di lasciare il Tour de France per qualche giorno. E quando in testa alla sala si ritrovano i compagni di una volta, sembra di tornare indietro nel tempo. Storie di dilettanti, di uomini che sognavano di diventare grandi, senza tutta la scienza che oggi a 18 anni li trasforma in macchine da guerra.

Bulli e gentiluomini

«Non si può raccontare tutto», scherza Roberto Maggioni, campione del mondo della cronosquadre juniores nel 1986 e atleta olimpico a Seoul 1988. Ha corso con Casartelli alla Domus 87, la squadra di quel Locatelli cui a un certo punto voltò le spalle, non riconoscendosi nel suo ciclismo. Maggioni aveva circa due anni più di Casartelli.

«Se Fabio fosse stato qua questa sera – prosegue – avrebbe fatto casino come sempre, perché in vita sua ha sempre fatto casino. Ci siamo divertiti tanto, abbiamo riso tanto, abbiamo fatto un po’ di stupidate. Eravamo bulli – dice gonfiando il petto – era bello, avevamo vent’anni ed eravamo bulli e ci comportavamo da bulli. Lui è stato quello che mi ha iniziato al rito del festino al Ventolosa…».

Mamma Rosa e papà Sergio Casartelli (foto Valentina Guardigli)
Mamma Rosa e papà Sergio Casartelli (foto Valentina Guardigli)

I festini del Ventolosa

Il Ventolosa era un vecchio albergo, sede del ritiro della squadra bergamasca. Locatelli lo gestiva come fosse un monastero o una casa delle penitenze, con il vecchio Jair che doveva fare la spia, ma spesso era dalla parte dei corridori o fingeva di non vedere.

«Io ero appena arrivato – prosegue Maggioni – e lì non si mangiava, avevo fame. Avevamo tutti fame, quindi quando ci trovavamo facevamo dei festini segreti in cui prendevamo dolci e quant’altro e ce li mangiavamo. Avevamo fame, quindi la prima sera che io ero in ritiro, vado nella camera che Fabio divideva con Fagnini. Erano una coppia indissolubile e gli chiedo quando si sarebbe fatto il festino. E lui mi risponde: “Stai calmo Maggio, stai calmo. Siediti lì. Ogni cosa ha il suo tempo”.

«Mi siedo, lui chiama gli altri e lo vedo prendere il cacciavite e una sedia. Si avvicina alla finestra, sale sulla sedia. Io non capisco: cosa sta facendo? E lo vedo che smonta il cassone della tapparella, lo apre e dentro è pieno di roba da mangiare. Il tempo che arrivassero tutti e finalmente ho capito cosa fosse il festino».

Maggioni, Peron, Gualdi e Consonni, quattro campioni del mondo (foto Valentina Guardigli)
Maggioni, Peron, Gualdi e Consonni, quattro campioni del mondo (foto Valentina Guardigli)

Trenta paste per la vittoria

La magrezza a tutti i costi, che negli anni successivi produsse persino qualche caso di anoressia, ma che fra quei ragazzi del 68-70 si combatteva con la sfrontatezza della trasgressione.

«Quell’anno – prosegue Maggioni – Fabio vince la corsa di Diano Marina. Io attacco, ma mi prendono all’ultimo chilometro. Lancio una volata lunghissima, parte lui, imperiale, e vince. Si va al bar di nascosto, per festeggiare. Sopra al bancone c’era un vassoio con delle mattonelle così, che se ne mangio una adesso, ci vogliono 4 giorni per digerirla. Chiede al barista di darcele tutte e 30. “No no – dice il tipo del bar – quelle sono pesanti per voi che siete atleti”.

«Lo stesso ci dà questo vassoio, noi eravamo in 7-8 e le abbiamo spianate in due secondi. Il tipo ci guardava allibito, ma noi eravamo bulli (ride, ndr) e allora per esagerare, Fabio chiese altre quattro brioche. Erano le nostre scorribande quando eravamo insieme. Questa serata ricorda molto la bellezza di Fabio e il suo stile».

Conti, Fontanelli, Simoni e Perona (foto Valentina Guardigli)
Conti, Fontanelli, Simoni e Perona (foto Valentina Guardigli)

Arrivo alla Motorola

I racconti si susseguono. Ci sono Mauro Consonni, campione del mondo. C’è Andrea Peron, campione del mondo e argento olimpico. C’è Mirko Gualdi, campione del mondo e azzurro alle Olimpiadi di Barcellona, mentre Casartelli e Rebellin non ci sono più.

«A parte Fondriest che era andato per primo alla Panasonic nel 1988 – racconta Peron – con Fabio fummo i primi ad andare alla Motorola, una squadra americana. Io a differenza sua parlavo un po’ di inglese, lui prometteva che avrebbe studiato, ma intanto non cominciava mai. Jim Ochowitz, il manager, faceva leva su di me perché lo spingessi. Al primo ritiro gli parlava chiedendogli delle cose e Fabio non andava oltre rispondergli sì o no, qualunque fosse la domanda. Poi qualcosa imparò, ma ricordo che se in squadra volevamo sapere qualcosa sugli avversari e sulla corsa, dovevamo parlare con lui. Dopo pochi chilometri di gara, sapeva tutto di tutte le squadre». Si faceva capire in inglese, francese, spagnolo e sospetto anche in tedesco…».

Per Annalisa e Marco, un’immersione nell’affetto per il loro Fabio (foto Valentina Guardigli)
Per Annalisa e Marco, un’immersione nell’affetto per il loro Fabio (foto Valentina Guardigli)

La dieta dissociata

«Eravamo insieme per un mese prima delle Olimpiadi – racconta Gualdi – c’era Fabio e c’era Rebellin. Loro due erano in una doppia e io ero da solo. Al pomeriggio andavo in camera loro e stavo lì. Davide era sempre in palestra, faceva gli addominali e lo stretching. Io mai e Fabio nemmeno. Così facevamo scherzi. Un giorno il massaggiatore viene tutto preoccupato che sua figlia va per la prima volta in vacanza col moroso. E noi per prenderlo in giro iniziamo a dirgli che diventerà nonno. Finisce lì, con lui che fa gli scongiuri. Facciamo le Olimpiadi, Fabio le vince e a settembre ci ritroviamo con quel massaggiatore. Che ci punta il dito e dice che siamo due poco di buono. E quando gli chiediamo perché, risponde che presto diventerà nonno. Noi scherzavamo, era quello lo spirito che c’era.

«Come ricordo che a quel tempo si faceva la dieta dissociata. E quando tre giorni prima della gara completavi lo svuotamento dei carboidrati, non andavi avanti. Ricordo che tre giorni prima di vincere i mondiali in Giappone nel 1990, il mercoledì non riuscivo a tornare in hotel, anche se mancavano solo tre chilometri. E Fabio, che non l’aveva mai fatta, tre giorni prima delle Olimpiadi era in crisi nera. Non aveva forze e passai delle ore a rassicurarlo, dicendo che avrebbe funzionato. E alla fine andò bene…».

Questo sorriso resterà per sempre nei cuori di chi ha amato Fabio (foto Valentina Guardigli)
Questo sorriso resterà per sempre nei cuori di chi ha amato Fabio (foto Valentina Guardigli)

La medaglia d’oro

I momenti si succedono. Mauro Consonni racconta di quando in inverno andavano insieme in baita per mangiare… sano. Ci sono il racconto di Marcello Siboni e poi quello di Roberto Conti, che accolse Casartelli neoprofessionista all’Ariostea, apprezzandone l’umiltà. Le parole di Fabiano Fontanelli e Davide Perona, che corsero con lui alla ZG Mobili.

Le immagini della vittoria di Barcellona toccano dentro, con Fabio, Dekker e Ozols che alzano le braccia all’unisono. Quelle condivise da Marco Casartelli in cui suo papà lo tiene in braccio – 3 mesi lui, 25 anni Fabio – fanno male per quanto sono dolci. Si potrebbe andare avanti per ore, con quel senso di amarcord cui Fabio non si sarebbe sottratto. Nella hall dell’hotel ci sono i cimeli delle Olimpiadi. La Colnago rossa, con quei pignoncini dietro da chiedersi come facessero. La medaglia d’oro. La maglia celeste, in quella prima variazione rispetto al solito azzurro, per il grande caldo. Ci sono le foto giù dalla bici. C’è quello che Annalisa ha avuto il coraggio di cercare dentro cassetti che non apriva da anni e che là dentro non dovranno tornare mai più. Forse serviva questo choc per ripartire, con il senso di colpa di essere fortunati che tanto tempo sia passato e Marco ricordi il suo babbo come una goccia d’acqua. Fabio in qualche modo sarà con noi per sempre. In altre case, in questo momento, tanta leggerezza non è possibile. Questa serata, a pensarci bene, è anche per loro.

Addio Geminiani, uno degli ultimi eroi a due ruote

07.07.2024
5 min
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“Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita”. E’ un verso di Paolo Conte dedicato a Bartali, ma potrebbe benissimo adattarsi anche a Raphael Geminiani, che ci ha lasciato alle soglie del secolo di vita. In lui convivevano due anime: quella delle origini romagnole derivate dal padre Giovanni, emigrato in Francia, a Clermont Ferrand nel 1924 lasciando il suo negozio di biciclette a Lugo di Romagna per non sottostare al giogo fascista (Raphael parlava perfettamente il dialetto romagnolo, mentre faceva più fatica con l’italiano). L’altra era quella fieramente francese, quasi pugnace, fumantina, come un eroe dei romanzi di Rostand.

Raphael Geminiani era nato il 12 giugno 1925. Ha vinto 19 corse, laureandosi campione di Francia nel 1953
Raphael Geminiani era nato il 12 giugno 1925. Ha vinto 19 corse, laureandosi campione di Francia nel 1953

La litigata con Robic

Ne sapeva qualcosa Robic, uno dei grandi rivali che hanno attraversato la sua epopea. Al Tour del 1952 Geminiani era suo compagno di squadra. Verso Namur l’ordine era proteggere la maglia gialla di Nello Lauredi, ma lui tirava e tirava, Robic faticava e diceva di essere in crisi. Solo che quando è scattato Coppi, proprio Robic gli è andato dietro.

Tornati in hotel, Raphael sentì il compagno esprimersi in maniera non proprio lusinghiera nei suoi confronti: «Non volevo fare come quel coglione di Gem che lavorava per uno che era alla frutta…». Salito in camera, Robic trovò davanti a sé un Gem furibondo, che gli ficcò la testa nella tazza del water…

Al Tour Geminiani fu 2° nel ’51 e 3° nel ’58, perdendo per la rivalità dei suoi connazionali (foto Flickr)
Al Tour Geminiani fu 2° nel ’51 e 3° nel ’58, perdendo per la rivalità dei suoi connazionali (foto Flickr)

Il lusso “assaggiato” alla Bianchi

Geminiani, soprannominato “Le Grand Fucil” per il suo fisico alto e allampanato proprio come la canna di un fucile era uno che in salita andava forte nonostante si portasse addosso non poco peso, ma questo limitava il suo raggio d’azione e Raphael fu lesto a comprenderlo. Non era un capitano, poteva essere un vincente, sicuramente era un luogotenente di lusso e infatti i big se lo contendevano. Coppi lo volle con sé alla Bianchi, con cui condivise il trionfale Giro del 1952.

«Alla Bianchi si viveva nel lusso – raccontò qualche anno fa su L’Equipeti massaggiavano le gambe con acqua di colonia, io ero abituato a passarci l’alcol quando andava bene… Fausto era mio grande amico, ma anche con Bartali andavo d’accordo. Un giorno mi disse che avevo sbagliato: se fossi passato con lui alla Legnano, lui avrebbe “distratto” Coppi e mi avrebbe fatto vincere quello stesso Giro. Chissà se aveva ragione…».

Alla Bianchi il transalpino accompagnò Coppi alla conquista del Giro 1952, vincendo la classifica degli scalatori
Alla Bianchi il transalpino accompagnò Coppi alla conquista del Giro 1952, vincendo la classifica degli scalatori

La ricerca degli sponsor

Naso grosso e cervello fino, si dice. Geminiani era molto moderno. Intuì ad esempio che l’epopea del ciclismo meritava di essere sfruttata anche dal punto di vista economico, ma si poteva fare solo coinvolgendo realtà diverse, elevando la sua popolarità: «Non potrò mai dimenticare il Tour del 1947, la folla di gente a Parigi. Capii in quel mentre che davvero la guerra era qualcosa che ci eravamo messi alle spalle». Questa popolarità, Geminiani la spese andando a cercare sponsor al di fuori del territorio prettamente ciclistico: la Saint Raphael Geminiani Dunlop del 1954 fu uno dei primissimi esempi di team con uno sponsor non appartenente al mondo delle due ruote.

Questa sua saggezza seppe spenderla anche quando chiuse la sua carriera: per molti anni è stato apprezzato direttore sportivo, con scelte mai casuali. Ebbe a che fare da dirigente con Anquetil avversario dei suoi ultimi anni da corridore ma negli anni Settanta portò alla Fiat France anche un Merckx pronto a sparare le sue ultime cartucce. Investì su Stephen Roche incantato dal suo clamoroso anno della tripletta Giro-Tour-mondiale. Infine capì prima di altri il grande patrimonio dato dal ciclismo colombiano, dirigendo Herrera e Parra, primi campioni di una lunga serie.

Con Anquetil e Gaul. Dopo il 1960 Geminiani fu il diesse dello stesso Anquetil in molti suoi trionfi (foto L’Equipe)
Con Anquetil e Gaul. Dopo il 1960 Geminiani fu il diesse dello stesso Anquetil in molti suoi trionfi (foto L’Equipe)

Testimone del dramma di Coppi

Con Geminiani se ne va anche il testimone diretto della scomparsa di Fausto Coppi e in fin dei conti, quel dramma è legato anche a questa sua lungimiranza. Il francese infatti aveva capito che c’era possibilità di monetizzare la grande popolarità ottenuta andando alla ricerca di nuovi contesti (una politica che l’Uci ha sposato negli ultimi anni, lui l’aveva capito molto prima). Raccoglieva lauti ingaggi per criterium da correre in Africa, dove a fronte di assegni cospicui e un impegno sportivo molto relativo c’era anche la possibilità di farsi una bella vacanza tutta spesata.

Nel 1959 coinvolse anche il suo amico Fausto Coppi: «Bobet non può venire, ti va di venire con me in Alto Volta?”. Una delle ultime notti, le zanzare invasero la loro stanza e li punsero a ripetizione. Tornati a casa, Geminiani chiamò Fausto col quale era in trattativa per portare corridori da affiancare a Bahamontes: «Sai, Gem, da quando sono tornato non sto molto bene». «Neanch’io». Stessa camera, stesse zanzare, stessa malaria, cure diverse: la sua fortuna fu che le sue analisi, portate all’istituto Pasteur di Parigi evidenziarono la malattia, la cura di chinino lo salvò a un passo dalla morte, quel passo che l’Airone non riuscì a compiere, curato con antibiotici assolutamente inutili.

Al passaggio del Tour da Lugo di Romagna gli era stato dedicato uno speciale striscione
Al passaggio del Tour da Lugo di Romagna gli era stato dedicato uno speciale striscione

Il ciclismo che non c’è più

Geminiani era il più anziano detentore della maglia rosa, indossata per 3 giorni nel 1955, ma soprattutto era uno degli ultimi testimoni di un ciclismo che sapeva d’avventura, di passaparola, di imprese epiche. Delle quali, se eri fortunato, restava qualche foto sbiadita dallo scorrere del tempo. Qualcosa che, nell’era del ciclismo tecnologico fatto di radioline e rigide tabelle d’allenamento, di informazioni che ti arrivano nello spazio di microsecondi, è anche difficile da immaginare per chi non c’era…