EDITORIALE / I giornalisti, quelli che non cambiano

22.07.2024
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NIZZA (Francia) – «E’ cambiato veramente tutto – diceva qualche giorno fa Andrea Agostini, numero due del UAE Team Emiratesl’unica categoria che non è cambiata è quella dei giornalisti».

E’ stata una delle frasi che più ci è risuonata nella testa in questi lunghi e frenetici giorni al Tour de France, probabilmente sentendoci chiamati in causa vista la lunga militanza in gruppo. Il mondo è cambiato completamente, le sale stampa sono piene di facce nuove. Ci sono all’opera tanti ragazzi super tecnici, che non hanno vissuto minimamente il ciclismo degli anni 90 e quello subito successivo. Ci sono pochissimi italiani. Facendo i conti a spanne, tolti gli inviati di RAI Sport con il curiosare competente di Silvano Ploner, il Tour de France 2024 (nella sua parte francese) è stato seguito da cinque fotografi italiani e tre giornalisti (3-4 in più sono arrivati per le ultime due tappe). Tutto il resto che avete letto, anche su testate prestigiose, è stato confezionato da casa telefonando oppure utilizzando gli audio che gli addetti stampa inviano nelle chat dei vari team.

Non serve andare alle corse e spendere. Arrivano gli audio. Le conferenze stampa sono online. Se ti accontenti di avere gli argomenti di tutti gli altri, hai risolto il problema. Per certi editori e certi direttori è manna dal cielo. Speriamo di cuore che la differenza si noti.

La partenza da Firenze è stata vissuta come uno splendido spot cui si è dato poco seguito
La partenza da Firenze è stata vissuta come uno splendido spot cui si è dato poco seguito

Andare alle corse

Non è un bel modo di lavorare. Le corse bisogna seguirle, anche se questo ha un costo e adesso che lavoriamo in proprio lo sappiamo anche meglio. Ma è soltanto guardando in faccia l’atleta, il tecnico o qualunque interlocutore che si riesce a capire effettivamente il senso del suo discorso. Soltanto percorrendo le strade e respirandone l’aria si coglie il senso delle parole. E’ solo immergendosi nel bagno di folla attorno ai pullman che si capisce il consenso di questo o quel campione. Averlo visto al Giro o in qualche Tour di anni fa non basta per raccontarlo oggi. Aiuta, ma non basta. Ogni corsa ha la sua storia, ogni epoca le sue particolarità.

Qualsiasi giornalista che si rispetti, chi scrive per primo, avrebbe voglia di stare fuori ogni santo giorno, ma spesso la sua aspirazione si infrange davanti ai no delle amministrazioni o, peggio ancora, dei direttori. I quali certamente vengono dagli anni in cui il ciclismo era meno presentabile di oggi. E il guaio è fatto.

Il silenzio o l’evidenza ignorata per scelta ha portato agli anni bui da cui Pogacar vuole tenersi giustamente alla larga
Il silenzio o l’evidenza ignorata per scelta ha portato agli anni bui da cui Pogacar vuole tenersi giustamente alla larga

La memoria che aiuta

C’è però un’altra sfumatura nel discorso di Andrea Agostini sulla quale abbiamo ragionato a lungo. La sua frase era venuta fuori parlando dei continui sospetti sulle prestazioni di Pogacar. E’ opinione comune, da noi condivisa, che l’attuale sistema antidoping, il passaporto biologico e la reperibilità Adams siano un ottimo deterrente rispetto alle abitudini malsane di una volta.

Le stesse parole pronunciate ieri da Pogacar nella conferenza stampa danno la sensazione di una generazione meno propensa al compromesso. Forse perché questi ragazzi preferiscono pensare con la loro testa e non ascoltare i consigli di chi già c’era: in questo caso, si dovrebbe definirlo un bene. Aver parlato così significa che il ragazzo ha gli attirbuti, non ha paura di metterci la faccia e si capisce che provi fastidio a dover rispondere per gli errori di gente che correva quando lui non era ancora nato.

Non dimentichiamo però che altre generazioni di corridori giurarono sulla loro trasparenza, in primis sua maestà Lance Armstrong. Salvo scoprire che era tutto finto. Qualcuno scelse di non vedere e ordinò di non farlo. Altri ci provarono e furono messi all’indice. Per questo avere dei giornalisti che ne abbiano memoria non è assolutamente un male. Anzi, forse è una necessità. Ricordiamo bene quando l’irlandese David Walsh fu messo all’indice ed emarginato dallo stesso Armstrong e dai suoi sodali, salvo poi vincere tutte le cause in cui l’americano lo aveva trascinato. Fu lui in qualche modo la chiave per smascherare il programma di doping del team americano.

Nella conferenza stampa di ieri a fine Tour, Pogacar ha usato parole precise: «E’ da stupidi rovinarsi la salute per delle corse»
Nella conferenza stampa di ieri a fine Tour, Pogacar ha usato parole precise: «E’ da stupidi rovinarsi la salute per delle corse»

Il caso di Piccolo

La fiducia è un valore assoluto che va conquistato e mantenuta. Abbiamo applaudito Pogacar perché ci sembra un personaggio credibile, ma verremo meno al nostro lavoro se abbassassimo completamente le antenne e ci fidassimo soltanto di quello che ci viene detto. Questo non significa tornare a un clima di caccia alle streghe o dare un’interpretazione a due tinte di qualsiasi cosa farà Tadej di qui in avanti. C’è già chi lo fa e ci basta.

Significa però osservare, fare la domanda in più e guardarlo negli occhi mentre risponde. Documentarsi e studiare. E questo puoi farlo meglio se ci sei, lo schermo è inaffidabile. Lo sloveno dà la sensazione di essere al di sopra di queste problematiche: evviva per lui, per il ciclismo, per tutti noi. Purtroppo l’episodio che ha coinvolto Andrea Piccolo di recente fa capire tuttavia che il male è ancora nella testa di alcuni atleti. Forse mal consigliati da personaggi del passato. Forse incapaci di pensare che si possa andare avanti con le proprie forze. Oppure forse dediti ad altro e convinti di aver trovato il modo per fare meno sacrifici.

Il Tour del 2024 ha offerto decine di spunti che sono stati colti bene dagli inviati presenti sul posto
Il Tour del 2024 ha offerto decine di spunti che sono stati colti bene dagli inviati presenti sul posto

Racconta, non fare il furbo

In questo mondo che è cambiato tanto, davvero gli unici a non essere cambiati (forse in parte) siamo noi? C’è bisogno soprattutto di giornalisti bravi: conoscerne arricchisce e possiamo garantirvi di averne incontrati tanti sulle strade del Tour, anche molto giovani, ma animati da quel fuoco speciale che riconosci se l’hai addosso. Persone disposte a non avere orari, a lavorare (se serve) nel cuore della notte e a guidare per centinaia di chilometri, per portare a casa una storia originale. Racconta – diceva un vecchio maestro, purtroppo inascoltato – non fare il furbo. Per gente così a bici.PRO c’è sempre posto. Quelli che rielaborano i loro articoli copiando, incollando e rassegnandosi all’omologazione, continuino pure sulla loro strada. Ma forse questo mondo che così tanto è cambiato di loro davvero non ha bisogno.

Gare tra gli U23 anche da pro’: Rossato spiegaci tu

22.07.2024
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Giovani, professionisti e professionisti giovani: ormai sempre più spesso vediamo questa commistione tra devo team (o team satellite) e prime squadre. Una commistione che sta variando rispetto a qualche tempo fa. Oggi si mischiano le gare tra le due categorie sempre di più e questa regola vale anche per chi è “più” pronto.

Oggi, chiaramente nel rispetto dei limiti d’età, si passa da una corsa under 23 ad una con i professionisti. Il che non è una novità, ma quello che abbiamo visto quest’anno in VF Group-Bardiani ci ha un po’ sorpreso. 

Prendiamo il classico esempio di Giulio Pellizzari. In inverno già si sapeva che avrebbe disputato il Giro d’Italia dei pro’, dopo qualche gara con i pro’ vedi il Laigueglia e la Coppi e Bartali, comunque ricca di giovani, è stato poi portato al Giro del Belvedere e poi al Palio del Recioto. Una scelta su cui riflettere. E le riflessioni le abbiamo fatte direttamente con Mirko Rossato, direttore sportivo che ha in cura il settore giovanile della VF Group-Bardiani.

Rossato in riunione con i suoi ragazzi al Giro della Valle d’Aosta
Rossato in riunione con i suoi ragazzi al Giro della Valle d’Aosta
Mirko, siete la squadra che per prima in Italia ha insistito forte sui giovani, nella spola tra professionismo e dilettantismo ci ha colpito il fatto di far fare gare U23 anche a corridori più maturi, sempre under 23 ovviamente. Pensiamo a Pellizzari, ma anche a Pinarello.

Innanzi tutto è un discorso di programmazione che si fa ad inizio anno per tutti i corridori. Nel caso di Pellizzari e Pinarello, ma anche degli altri che hanno già due o tre anni di attività tra gli under 23, non è altro che un’attività progressiva.

In che senso?

Nel senso che l’attività con i professionisti va fatta in modo crescente. Pian, piano poi quando vedi che i ragazzi sono pronti e possono affrontare le gare dei professionisti allora gli fai fare un’attività con loro. Il tutto come accennavo legato anche ad un discorso di programmazione generale per l’attività con i pro’.

Spiegaci meglio.

Devi sempre sistemare e programmare le varie formazioni con gli altri ragazzi del team più vecchi di loro. In breve: non puoi lasciare a casa un Marcellusi, un Tonelli o un Covilli per far correre il giovane a discapito di quello più grande. Noi abbiamo la fortuna che i nostri ragazzi possono fare l’attività elite, ma quella under 23 non va dimenticata nella programmazione. Serve, perché  comunque sono ancora giovani e serve anche perché in questo modo mantengono il piglio di correre per vincere e non per partecipare. E questo è importante.

Pinarello al Tour of the Alps, anche lui classe 2003 come Pellizzari, ha fatto gare con i pro’. Presto il salto avverrà anche per lui
Pinarello al Tour of the Alps, anche lui classe 2003 come Pellizzari, ha fatto gare con i pro’. Presto il salto avverrà anche per lui
Sei entrato nel pieno del discorso. A forza di prendere legnate con i pro’ magari si rischia di abbatterli moralmente. E questo vale anche per chi magari ha già due se non tre stagioni di spola tra under 23 e pro’?

Va che comunque ci sono delle situazioni di gara anche negli under 23 molto interessanti. In questa categoria vanno forte, fortissimo e almeno in certe gare non c’è poi una grande differenza tra i grandi e i piccoli. Al tempo stesso però il livello è talmente alto tra gli stessi pro’ che il giovane mediamente fa fatica, pertanto cerchi di lavorare anche a livello psicologico. 

Sembra un passo indietro ma non lo è…

Se tu gli dai degli obiettivi dove può far bene già questa da sola è una buona cosa. Fatto questo, ogni tanto li metti con i grandi. In questo modo cosa succede? Che gli lasci la possibilità di avere sempre una mentalità vincente, ma nello stesso tempo quando vanno con i grandi sanno che devono fare esperienza e crescere senza troppe pressioni… ecco questo è l’obiettivo di squadra. Faccio un esempio.

Vai…

Per l’anno prossimo, avendo preso altri ragazzi juniores, Pinarello, Scalco, Palletti, Conforti, Biagini faranno un’attività maggiore con i professionisti e io lavorerò di più con i nuovi arrivati. Ma questo non significa che gli stessi terzi anni anni non facciano qualche gara importante negli under 23.

La programmazione parte dall’inverno e coinvolge sia i giovani che i più grandi
La programmazione parte dall’inverno e coinvolge sia i giovani che i più grandi
Il criterio di questo “yo-yo” dunque è quello di un passaggio al professionismo incrementale?

Abbiamo sempre fatto così. Quando siamo partiti con questo progetto abbiamo iniziato a fare un’attività under 23 di alto livello, correndo le gare più importanti, confrontandoci sempre con i migliori under 23 al mondo. Ed è questo confronto di qualità che ci permette di capire davvero il livello dei ragazzi. Al primo anno, verso fine stagione gli facciamo fare un po’ di attività con i professionisti. L’anno successivo, gli riduciamo le gare under e magari fanno un’attività che è “50-50”. Al terzo anno, magari sarà un 80 per cento con i professionisti e un 20 con gli under.

Quando capisci che un ragazzo è pronto per correre anche con i pro’?

Quando il ragazzo under 23 è in condizione e va forte in questa categoria. Allora può competere con i grandi, cercando di finire le corse. Perché attenzione: è importante finire le corse dei pro’ altrimenti non migliori. Quindi quando vediamo il rendimento in corsa, quando vediamo che i valori sono buoni allora capiamo che il ragazzo è pronto e che quello è il momento giusto per fargli fare il salto.

Jonas al Tour, l’azzardo ha pagato. Zeeman racconta

22.07.2024
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MONTECARLO (Principato di Monaco) – Merijn Zeeman resta in piedi davanti a noi, rispondendo alle domande, un po’ perché ci tiene e un po’ perché la sottile pioggerella offre refrigerio nella domenica torrida. A Tour ormai finito, anche se l’ultima crono nel momento in cui parliamo non s’è ancora corsa, abbiamo deciso di vederci chiaro. E’ possibile che dopo l’incidente, in questo sport così misurato, la Visma-Lease a Bike pensasse di avere a disposizione uno Jonas Vingegaard nella condizione ottimale?

Il discorso non torna, soprattutto se lo scorso anno abbiamo accettato che Pogacar non fosse arrivato al suo massimo per la frattura dello scafoide, che non aveva certo toccato polmoni e costole.

«Jonas ha fatto un’ottima gara», dice il capo dei tecnici della Visma, che dal 2025 sarà nel calcio di serie A, nella squadra di Alkmaar. «Voglio dire prosegue – ha fatto quello che poteva e penso che sia stato molto bravo e molto forte. Ha trovato in Pogacar un avversario migliore che ha meritato di vincere, ma Jonas può comunque essere orgoglioso di ciò che ha fatto qui».

Zeeman è stato il capo dei tecnici della Visma: dal prossimo anno passerà al calcio nella squadra di Alkmaar (foto Anp)
Zeeman è stato il capo dei tecnici della Visma: dal prossimo anno passerà al calcio nella squadra di Alkmaar (foto Anp)
Onestamente, puoi dire che sia arrivato al Tour al suo meglio?

E’ quello che pensavamo, come pensavamo che il divario con Pogacar sarebbe stato inferiore. Eravamo molto fiduciosi e penso che comunque Jonas avesse raggiunto un livello molto alto. Il Tour non è una grande cronometro, in cui vince sempre il migliore. C’è anche una componente tattica o la capacità di stare fuori dai guai. E poi speravamo che Jonas sarebbe cresciuto durante il Tour de France. Ora il lavoro sarà continuare a migliorare per arrivare ancora meglio il prossimo anno.

Che cosa ha perso durante l’incidente?

Ovviamente non ha potuto allenarsi per molte settimane: sdraiato in un letto d’ospedale, non ha potuto fare alcun esercizio. In questi casi perdi tutto e devi ricominciare da capo ed è quello che ha fatto. E’ stato un puzzle molto difficile, Jonas era davvero in guai seri. Quando ha ripreso ad allenarsi, si è messo in moto il meccanismo per portarlo pronto al Tour. Però allenarsi è una cosa, ma essere competitivo è un’altra.

Eri sicuro che potesse rimettersi in forma?

Non ho mai disperato, perché settimana dopo settimana ha iniziato a migliorare, quindi penso che in questo senso abbia fatto un ottimo lavoro. Abbiamo sempre avuto fiducia però non siamo mai stati certi che alla fine l’avrebbe fatta. Siamo molto orgogliosi che alla fine ci sia riuscito e abbia fatto un’ottima gara.

C’è mai stato un piano B?

Qualunque fosse la situazione, siamo partiti dicendo che non avremmo mai gettato la spugna. Nessun piano B. Naturalmente abbiamo dovuto fare i nostri calcoli, avendo subito qualcosa da recuperare. Come i due Tour precedenti, anche questo in avvio sembrava disegnato per Pogacar. Rientrare in modo così esplosivo dopo tanta assenza non è stato il massimo.

Vingegaard era pronto, ma non al suo massimo: prevedibile dopo tanto infortunio
Vingegaard era pronto, ma non al suo massimo: prevedibile dopo tanto infortunio
La caduta ha lasciato qualche strascico?

Non dobbiamo dimenticare che è stata molto violenta. Non è stata solo una clavicola rotta, ma diverse costole e il pneumotorace. Oltre a tutto il resto, rimane la paura per una caduta così estrema. Dopo il Delfinato sono andato a Tignes e gli ho parlato molto proprio di questo.

L’anno scorso si è parlato molto del polso di Pogacar, l’incidente di Jonas è stato molto peggiore. Avete mai pensato di usarlo come scusa?

No, perché sarebbe anche poco rispettoso nei confronti di Pogacar. E’ un vincitore che merita, è stato il miglior corridore e merita che nessuno cerchi di sminuire la sua vittoria accampando scuse.

Vingegaard è nato il Danimarca il 10 dicembre 1996. Ha vinto i Tour del 2022 e 2023
Vingegaard è nato il Danimarca il 10 dicembre 1996. Ha vinto i Tour del 2022 e 2023
Avete già individuato gli ambiti su cui lavorare per il prossimo anno?

Ci stiamo pensando, ma in assoluto è qualcosa che dovremo individuare nei prossimi mesi. Qualcosa che dobbiamo scoprire, discutere e analizzare: è troppo presto dirlo ora. Di certo un Pogacar così forte diventa la nostra miglior motivazione per rimboccarci le maniche e fare il massimo il prossimo inverno. Un avversario così forte diventa lo stimolo migliore per lavorare meglio e di più.

A conclusione del discorso, troviamo che la Visma-Lease a Bike non potesse permettersi di arrivare al Tour senza il vincitore uscente. La squadra ha perso appeal da quando lo sponsor più ricco è uscito di scena. Senza più Roglic e con Kuss infortunato, andare al Tour soltanto con il convalescente (anche lui) Van Aert sarebbe stato un ridimensionamento difficile da accettare. Il secondo posto finale, viste le premesse, vale anche più dell’oro.

Invece Evenepoel non ha dubbi: terzo posto al gusto di vittoria

22.07.2024
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NIZZA (Francia) – Dei tre del podio, Evenepoel è quello che ha qualcosa da dire e non vede l’ora di tirarla fuori. Il ragazzo è orgoglioso e non si tiene niente in bocca, per cui quando un giornalista gli chiede il perché della commozione dopo l’arrivo della crono, ecco che parte l’affondo.

«Voi belgi – dice guardandolo dritto – avete sempre dubitato di me. Continue domande se fossi convinto o a che scopo andassi al Tour. Ebbene, ecco perché sono venuto. Finire terzo dietro Pogacar e Vingegaard, con un grande gap alle mie spalle, dimostra che io ci sono. Ci sono state di continuo pressioni dal mio Paese. Dal mio punto di vista, sono molto orgoglioso di quello che ho fatto. La gente a volte non capisce quanto carico metta sulle spalle con i suoi commenti. E’ stato detto anche che il secondo posto alla Parigi-Nizza non era abbastanza. Ecco perché ero emozionato…».

A dire il vero neppure lui era troppo convinto di poterlo fare. Dalla vittoria nella Vuelta a oggi sono passati diversi insuccessi al Giro e la stessa corsa spagnola non l’ha più visto dominante come nel 2022 in cui volò poi in Australia per prendersi il mondiale di Wollongong.

Dopo l’arrivo Remco ha ceduto all’emozione di tre settimane ad altissimo livello
Dopo l’arrivo Remco ha ceduto all’emozione di tre settimane ad altissimo livello
Un grande risultato.

Questo podio è uno dei risultati maggiori della mia carriera. Ho vinto un mondiale, ma correre il primo Tour e finire dietro i due migliori al mondo è un grande conquista per me stesso. Penso che il risultato di oggi mostri quale fosse il livello di questa corsa. Sono il campione del mondo della crono, ma sono finito alle loro spalle. Vanno fortissimo.

E’ immaginabile un confronto fra la Vuelta che hai vinto e questo podio?

I numeri che faccio adesso sono più alti rispetto alla Vuelta che ho vinto. Ogni anno andiamo più veloci, in salita, in pianura e nelle crono. Penso che questo podio parli per il mio futuro. Essere terzo dietro ai due corridori che negli ultimi 5 anni hanno lottato e preso la maglia gialla per me è come una vittoria. Il loro vantaggio sta nella grande esperienza.

Evenepoel voleva vincere la crono, ma l’ordine di arrivo ricalca la classifica finale. Per lui, terzo posto
Evenepoel voleva vincere la crono, ma l’ordine di arrivo ricalca la classifica finale. Per lui, terzo posto
Anche tu sei caduto con Vingegaard, pensi che questo ti abbia penalizzato?

Jonas è caduto esattamente nello stesso posto, abbiamo avuto lo stesso percorso, anche se il suo infortunio è stato peggiore del mio. Per questo non credo che mi abbia condizionato. Direi di no.

Terzo dietro i primi due al mondo: che effetto fa?

Dimostra che la base c’è per essere forse un vincitore del Tour. Quello che devo fare è lavorare sulle mie capacità. Le salite più lunghe. Mettere insieme un’esperienza superiore. Non voglio parlare male della mia squadra, ma si è visto che avevamo meno esperienza della UAE, della Visma, della Ineos… Penso che il primo step sia crescere come squadra, mentre io devo diventare più forte alla luce di questa esperienza. Dobbiamo costruire, chiaramente non domani (sorride, ndr), ma nei prossimi mesi. Guardare questo Tour servirà per imparare.

Remco nuova maglia bianca: un giovane che ha vinto due Liegi e due mondiali…
Remco nuova maglia bianca: un giovane che ha vinto due Liegi e due mondiali…
Ti ha stupito essere rimasto tanto freddo quando gli altri andavano via in salita?

E’ l’insegnamento di questo Tour. Se c’è qualcuno migliore di te, continua a fare le tue cose. Anche nella crono, Tadej è stato eccezionale. Io mi sono ritrovato di nuovo molto vicino a Jonas. Potrebbe non essere stata la mia migliore cronometro, sul Col d’Eze non sono stato irreprensibile. Ma sono riuscito a recuperare terreno in piano. Presumo che ci sia ancora molto margine e che sicuramente tornerò per provare a vincere. Come vorrei dire che non ho rischiato tanto in discesa su questo percorso così rischioso perché ho davanti due grandi obiettivi olimpici e con la squadra abbiamo concordato di non rischiare cadute.

Tempo di far festa?

Decisamente, per brindare a qualcosa di speciale: la maglia bianca e il podio finale. Oggi potrebbe essere stata l’unica volta nella mia carriera in cui sono salito sul podio finale del Tour. Godiamoci il presente, da domani mi concentrerò completamente sulla cronometro olimpica perché voglio vincerla.

Vingegaard indeciso: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

22.07.2024
4 min
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NIZZA (Francia) – Nel raccontarsi davanti alla platea dei giornalisti, Vingegaard comincia a pensare che forse tanto male non gli è andata. Essere arrivato secondo dietro un Pogacar così forte ha smesso di bruciare come nei primi giorni, quando non riusciva a capacitarsi che, nonostante i suoi numeri stellari, l’altro fosse così tanto più forte. Ora, messa insieme la consapevolezza di una preparazione frettolosa e il livello del rivale che invece continua a parlare di perfezione, anche le sue risposte suonano meno ferite. Anche se dentro si vede che ci sta male. E basta guardarlo negli occhi per capire che sta combattendo fra le sensazioni che prova e le parole che può dire.

«Arrivare secondo al Tour de France – dice – è sempre un grande risultato dopo quello che è successo. Quando avrò tempo di riflettere, magari fra qualche settimana, sarò anche orgoglioso di questo risultato. Ho creduto a lungo di poter vincere. Però a Isola 2000 mi sono sentito davvero male. Quando ho tagliato il traguardo ero davvero vuoto e quel giorno ho capito di dover cambiare la mia mentalità. Passare dall’attaccare al difendermi da Remco».

Con il ragionamento, Vingegaard ha capito che il suo secondo posto è una conquista
Con il ragionamento, Vingegaard ha capito che il suo secondo posto è una conquista

Voleva lasciare il segno anche nell’ultima crono ed è per questo che ce l’ha messa tutta. Aveva ancora negli occhi lo splendido giorno di Combloux al Tour del 2023, quando rifilò 1’38” a Pogacar. Ma gli anni non sono tutti uguali e questa volta il risultato si è invertito: Pogacar ha vinto e lui è arrivato secondo a 1’03”. L’ultima crono di un Grande Giro è il confronto fra energie residue ed è per questo che, in modo molto onesto, il podio di giornata ricalca quello nella classifica finale.

Hai pensato che non poteva essere tutto come prima, con quello che hai avuto?

Di sicuro non è stato facile tornare in gruppo. Non avevo paura, ma quando hai una caduta come quella, non sai mai come reagirai nelle varie situazioni. Essere in gruppo, magari in discesa. Sono stato per tre settimane super concentrato, certi giorni ho avuto un livello, certi giorni era diverso. Credo che con la preparazione che ho avuto, io abbia fatto anche bene.

Vingegaard ha chiuso il Tour in crescendo: la condizione sta arrivando. La caduta lo ha penalizzato
Vingegaard ha chiuso il Tour in crescendo: la condizione sta arrivando. La caduta lo ha penalizzato
Un fatto di qualità o di quantità?

Ho avuto solo un mese e mezzo di vero allenamento e in precedenza sono stato per due settimane in ospedale con otto giorni in terapia intensiva. Ho perso tanto lavoro. Questo mi fa credere che facendo la giusta preparazione, io posso fare molto meglio. Per il prossimo anno sarebbe già buono non rompermi ogni osso della parte superiore del corpo e non bucarmi un polmone. Essere sano sarebbe già un bel passo avanti, guardando anche i miglioramenti atletici e tecnici che magari posso ancora fare.

Hai pensato per qualche momento di poter riaprire il Tour?

Quando ho vinto la tappa a Le Lioran, ho creduto che avrei potuto vincere il Tour de France e magari anche qualche giorno prima. Poi a Plateau de Beille ho fatto i miei migliori 40 minuti, guardando i valori di potenza. Tadej è stato più forte. Per un po’ ho sperato che calasse, ma non è successo. Per questo ha meritato di vincere.

Adesso nella conta dei Tour, Pogacar guida per due a uno. Il 2025 è già nell’aria
Adesso nella conta dei Tour, Pogacar guida per due a uno. Il 2025 è già nell’aria
Il fatto di tornare competitivo è stato più mentale o fisico?

Bella domanda, ma direi mentale. Alla fine dell’anno, a novembre, ero così stanco che avrei avuto bisogno di diversi giorni per staccare completamente e invece non l’ho fatto. Partecipare alla Vuelta ha cambiato la mia stagione. Così quando si è trattato di ripartire dopo l’incidente, ero già stanco e ho dovuto affrontare un grande combattimento con me stesso. Non sapevo neanche se avrei mai più pedalato. Così sono arrivato già provato all’inizio del Tour. Ed è questo il motivo per cui questa volta non andrò alla Vuelta. Adesso ho davvero bisogno di riposare e capire che cosa sia meglio per me.

Notte fonda in sala stampa, arriva Pogacar. Stiamolo a sentire

21.07.2024
8 min
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NIZZA (Francia) – Immagina di iniziare a scrivere il pezzo sulla vittoria di Pogacar al Tour alle 21,39. Hai poco da sviolinare, meglio andare sul concreto. Tadej entra nella grande sala stampa con tanta voglia di andare a festeggiare. Poi si siede e lo vedi che il rispondere alle domande di tante voci diverse lo riporta con il pensiero al fruscio della strada, il vociare del pubblico, l’adrenalina dei momenti. E allora per una ventina di minuti è come se davanti agli occhi scorressero le immagini di corsa, disegnate dal suo ricordo.

La conferenza stampa è l’ultimo atto di Pogacar in queste tre settimane trionfali
La conferenza stampa è l’ultimo atto di Pogacar in queste tre settimane trionfali
Hai di nuovo la maglia gialla, che effetto fa?

Non posso descrivere quanto sono felice dopo due anni difficili al Tour de France. C’è sempre stato qualche errore, quest’anno invece è andato tutto alla perfezione. Penso che questo sia il primo Tour in cui ho avuto piena fiducia ogni giorno. Anche al Giro ricordo di aver avuto una brutta giornata, ma non dirò quale. Invece il Tour de France è stato fantastico. Mi sono divertito dal primo giorno fino ad oggi. E avevo un così grande supporto dietro di me, che non potevo deludere nessuno, quindi mi sono divertito anche per loro.

Di quali errori parli?

Nel 2022 la Jumbo-Visma, con Roglic e Vingegaard, ha pizzicato l’unico giorno in cui non ero super e io li ho assecondati correndo male. Mi hanno stroncato. Così l’anno dopo volevo fare tutto alla perfezione. Ho fatto una stagione pazzesca. Ho vinto la Parigi-Nizza, il Fiandre, l’Amstel, la Freccia Vallone, poi sono caduto alla Liegi e mi sono rotto il polso. E’ crollato tutto, sono andato giù di testa. Sono arrivato al Tour senza fiducia ed è finita come avete visto. Quest’anno è stato tutto perfetto.

Avevi detto di volerti godere il pubblico e hai vinto la crono…

E’ stata una partenza davvero fantastico sulla griglia della Formula Uno. Uno dei migliori circuiti di Formula Uno al mondo, penso il migliore in assoluto. Durante la crono non ho avuto altri aggiornamenti tranne il primo intermedio di Remco, ma alla fine mi sentivo molto bene. In cima alla prima salita, stavo benissimo. Nella mia testa avevo tutte le volte che Urska mi ha odiato per averla costretta a fare la strada della crono in ogni allenamento. L’abbiamo provata così tante volte quest’anno, che non ho voluto sciupare l’occasione. Quando corri una tappa del Tour e ti alleni tanto sulle sue strade, vuoi anche vedere cosa puoi fare. La gente intorno mi ha dato una motivazione supplementare.

E alla fine è arrivata anche la doppietta Giro-Tour…

Non ci avrei mai pensato. Alcuni dicevano che il Giro sarebbe stato una rete di sicurezza casomai non fossi riuscito a vincere il Tour, ma questo è un anno incredibile. Vincere il Tour de France è un altro livello, fare le due cose insieme è ancora superiore. Sono super felice e davvero orgoglioso di averlo fatto. Il prossimo passo? Credo che Van der Poel stia benissimo con la maglia di campione del mondo, ma quest’anno voglio prenderla io. Vorrei avere almeno per una volta la maglia iridata, ma tutto sommato c’è tempo. Fare un bel mondiale sarebbe la ciliegina sulla torta.

Tanti non sono riusciti a gestire bene il tempo fra il Giro e il Tour, tu come lo hai passato?

In modo molto semplice. Dopo il Giro, ho passato un po’ di tempo con Urska, che mi aiuta a staccare mentalmente. Poi siamo andati insieme a Isola 2000. Lei si preparava per il Giro di Svizzera e i campionati nazionali. In Svizzera ha fatto una top 10 e in Slovenia ha vinto entrambe le maglie. E’ stata una preparazione che volevamo entrambi e che è andata bene. Un paio di allenamenti duri e il tempo è passato bene.

Hai detto più di una volta che si è trattato di un Tour pazzesco. Che momento di ciclismo stiamo vivendo?

Penso che negli ultimi due anni abbiamo detto spesso che questa è la migliore era del ciclismo, con le migliori gare di sempre. Se non fossi coinvolto io stesso, potrei anche dire che questa è la migliore era del ciclismo di sempre, almeno per le classifiche dei Grandi Giri. Il livello di questo Tour, con Remco, Jonas e Primoz finché c’è stato, è semplicemente incredibile. C’erano una grande attesa e grandi aspettative, per un grande spettacolo che indubbiamente c’è stato. Ognuno a un certo punto ha mostrato le palle. E’ stato un grande show. E alla fine sono felice e orgoglioso di esserne uscito vincitore. Penso che tutto il ciclismo ora possa festeggiare questo bel momento di competizione.

Qual è stato il momento più emozionante di questa serata?

La squadra è stata eccezionale. Siamo stati insieme tutto il Tour, una super atmosfera sul pullman, mai un momento di tensione. Questa squadra è il mio sogno che si è avverato. Devo dire che non ho ricordi molto chiari di questa giornata, ma stare sul podio con loro è uno dei momenti di gioia che porterò con me per il resto della mia vita. Il Galibier invece mi ha fatto capire che ero sulla strada giusta.

Perché fai sempre fatica a parlare di Marco Pantani?

Vorrei che Marco riposasse in pace. Non è stato un corridore del mio tempo. So che in Italia lo amano. Siamo passati su alcune salite dove lui si allenava. Il Giro ha la Salita Pantani. Quest’anno ho sentito tanto parlare di lui, in Italia. Non saprò mai come lo avete vissuto, ma credo che sia stato uno dei grandi. Diciamo che quest’anno è stato celebrato come merita.

Sembra che tutto ti riesca facile, non sembri neanche stanco: lo sei almeno un po’?

Sono super stanco, per questo ho bisogno di recuperare. Voglio vedere gli amici, la famiglia, stare con Urska, perché gli ultimi quattro mesi sono stati full gas. Quando a dicembre abbiamo fatto il programma e ho scelto il Giro non potevo prevedere sino in fondo quanto sarebbe stato pesante. Però abbiamo azzeccato il programma delle gare. Non ne ho fatto tante e alla fine con il giusto bilanciamento, è riuscito tutto alla perfezione. Ovviamente non guasta avere buone gambe (sorride, ndr).

Con la sua Colnago gialla sul palco: un altro muro abbattuto da Tadej Pogacar
Con la sua Colnago gialla sul palco: un altro muro abbattuto da Tadej Pogacar
Cavendish ha battuto il record, tu potresti attaccare quello dei cinque Tour…

Parliamo del record di Mark, perché tutti volevano che lo battesse e addirittura in gruppo tifavamo perché ne vincesse un’altra. Ci ha sempre creduto, anche quando aveva quasi smesso. Si merita il suo posto nella storia di questo sport. Quando ai record di Pogacar, non voglio vedermi nei record, forse lo farò a 30 anni. Ora voglio vivere giorno per giorno e se anche non tornassi più al Tour, sarò ugualmente soddisfatto.

Qualcuno ha parlato di te come di un extraterrestre. Pensi che sia giusto sospettare?

Ci saranno sempre dubbi, perché il ciclismo è stato devastato prima dei miei anni. Chiunque vinca ha gelosie e haters. Se non hai haters, non hai successo. Penso che nel ciclismo la WADA e l’UCI investano molti soldi per rendere questo sport pulito. Credo che il ciclismo sia uno degli sport più puliti in generale e lo è a causa di quello che è successo tanti anni fa. Ora non è più come allora, rischiare la salute è super stupido. La carriera arriva a 35 anni, poi c’è ancora un lungo periodo per godersi la vita. E’ stupido rischiare la vita per delle stupide corse. Vogliamo vincere, ci dedichiamo anima e corpo, ma alla fine è divertimento, vincere non è la cosa più importante. E’ importante essere in salute e non c’è motivo di spingere il corpo oltre i suoi limiti, usando chissà che cosa. E ora ragazzi, grazie, siete stati fantastici, ma io me ne vado.

Si alza. Si avvia con il suo giallo che illumina il cammino. Posa con dei bambini per una foto e poi si avvia con passo spedito verso l’uscita. L’applauso lo accompagna giù dalle scale. La sua serata speciale sta per iniziare. E se l’è davvero meritata.

A Torres la tappa. A Widar il Valle d’Aosta con brivido

21.07.2024
6 min
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CERVINIA – Mamma mia se si era messa male per Jarno Widar. Una partenza shock per il belga della Lotto-Dstny Devo. E per fortuna che la pioggia gli piaceva. Il via in discesa sotto il diluvio ha fatto più danni forse dell’intero Giro della Valle d’Aosta. Dopo 6 minuti di gara c’erano corridori ovunque. E Widar era rimasto dietro. Tra l’altro è partito persino senza mantellina, tanto è vero che per un tratto aveva addosso quella di un altro team.

Caos nelle fasi iniziali, anche Dostiyev tira forte per rientrare sui primi. Poi ancora un frazionamento (foto Giro VdA)
Caos nelle fasi iniziali, anche Dostiyev tira forte per rientrare sui primi. Poi ancora un frazionamento (foto Giro VdA)

Paura Widar

Con la partenza in discesa sul bagnato può succedere di tutto. A perdere un quarto d’ora basta un attimo. Golliker e la Alpecin Deceuninck fanno il diavolo a quattro. Chi è dietro paga dazio. Va giù anche Ludovico Crescioli. Rojas è davanti. Dostyev non si sa. Il caos.

Dopo una mezz’ora di gara, grazie a Kamiel Eeman e al Saint Pantaleon le cose tornano a posto. Eeman, compagno di Widar, si ferma ad aspettarlo e poi inizia a menare come un fabbro per il suo capitano. E’ una manna questo apporto: anche se il distacco non si riduce, smette di dilagare. Kamiel darà talmente tutto che finirà fuori tempo massimo. 

Il resto lo ha fatto il folletto belga sulla salita. Richiude sui primi e di fatto termina lì sia la rincorsa, che il suo Valle d’Aosta ormai in cassaforte.

«Vero – racconta Widar – un inizio difficile in cui stava precipitando tutto. C’è stata una caduta del ragazzo davanti a me. Gli ero ad un metro e ho pensato: “Cavolo e adesso?”. A tanti ragazzi non importava di questo inizio e non tiravano. Così mi sono ritrovato a 20”. Ero arrabbiatissimo con me stesso, tutti cadevano in gruppo e io ero dietro. Non sarei mai riuscito a tornare sul mio compagno di squadra che mi stava aspettando. Kamiel ha fatto davvero un ottimo lavoro nel tenere il gruppo vicino. Poi sono rientrato e tutto è andato bene».

L’arrivo trionfante di Torres (classe 2005) a Cervinia dopo 36 chilometri di fuga solitaria (foto Giro VdA)
L’arrivo trionfante di Torres (classe 2005) a Cervinia dopo 36 chilometri di fuga solitaria (foto Giro VdA)

Torres che tempismo

E proprio mentre rientra Widar, ecco che scatta Pablo Torres, altro 2005 terribile. Il suo tempismo è eccezionale. Non dà modo all’unico corridore in grado di staccarlo di prendergli la ruota, affaticato com’era dalla lunga rincorsa.

Lo spagnolo della UAE Emirates Gen Z fa subito il vuoto. Lo abbiamo atteso per tutto il “Petit Tour” e alla fine è arrivato. Forse lo ha fatto anche grazie ai consigli di chi gli diceva di stare a ruota di Widar. Di pensare a risparmiare energie e a sfruttare il fatto di essere lontano in classifica. Ad esclusione delle ruote di Widar (che era dietro), lo spagnolo ha eseguito tutto alla lettera.

Sul traguardo raccoglie la testa fra le mani, quasi non ci crede: «Non ho iniziato il Giro della Valle d’Aosta nel modo migliore – racconta – ma ho sempre cercato di fare il meglio possibile per la generale. Ho finito bene e per questo sono super contento.

«In realtà dovevo attaccare nell’ultima salita, dovevamo vedere che ritmo c’era. Ma se il ritmo non fosse stato troppo veloce, avrei potuto attaccare nella salita precedente. E visto che sentivo di avere buone gambe ho deciso di partire lì, lontano».

Nel finale Torres, che ha sempre spinto un rapporto lungo, cede un po’, ma la salita di fatto terminava a due chilometri dall’arrivo.

«Non credevo fossi il primo, non ci credevo però ero contento. Sapevo che avevo i primi inseguitori più o meno a 2′, lo chiedevo alle moto, e di conseguenza mi regolavo anche sul loro passo. Solo nel finale avevo un po’ meno, ma ormai l’arrivo era vicino».

Con quella maglia Pablo Torres era osservatissimo dal pubblico aostano, d’altra parte è la stessa di Tadej Pogacar. «Per arrivare lì, con Pogacar, serve un grande lavoro. Nella WorldTour sono ad un livello altissimo. Cosa direi a Tadej? Che è un corridore fortissimo, che mi dà tantissima motivazione e che un giorno mi piacerebbe diventare come lui o arrivargli il più vicino possibile».

Anche oggi sul Saint Pantaleon Widar ha dato spettacolo recuperando oltre 1’30” alla testa della corsa (foto Giro VdA)
Anche oggi sul Saint Pantaleon Widar ha dato spettacolo recuperando oltre 1’30” alla testa della corsa (foto Giro VdA)

Podio di livello

Sul podio, ai lati di Widar, salgono il kazako Ilkhan Dostiyev, che ha attaccato Ludovico Crescioli, il quale si è staccato. Ma a sua volta Ludovico ha staccato Vicente Rojas, naufragato verso Cervinia. 

«Dopo aver ripreso i migliori – prosegue Widar – mi sono sentito tranquillo. Non li biasimo per avermi attaccato, fa parte delle corse. Ho anche pensato a vincere la tappa ad un certo momento, ma ormai Torres aveva quasi 3′ di vantaggio, quindi era finita. A quel punto ho semplicemente controllato ad un ritmo facile, salendo con Dostiyev».

A fare il bello e cattivo tempo quindi è stato Widar, ormai per tutti il Pogacar del Valle d’Aosta. Jarno fa quasi fatica a parlarne sotto il punto di vista tecnico e dei paragoni. Sa che è un accostamento importante. Ma è anche ambizioso e non nega di voler fare molto bene un giorno. Mentre è più espansivo quando gli chiediamo chi sia il suo campione preferito.

«I miei preferiti sono Pogacar e Van der Poel. Loro sanno dare spettacolo, attaccano da lontano e sono determinati in corsa. Non hanno paura di esporsi. Io ho sempre e solo pedalato sin da quando ero bambino. Il ciclismo è, ed è stato, il mio unico sport. Sono cresciuto guardando loro». E forse capiamo perché tiri così tanto!

E ora Avenir

Il Giro della Valle d’Aosta ci ha di nuovo regalato una corsa di grande livello come detto. Quasi tutti i protagonisti che abbiamo visto in questi cinque giorni saranno gli stessi che vedremo in Francia, all’Avenir (18-24 agosto). Crescioli vuol fare bene, Torres idem e chiaramente anche Widar che, proprio come Pogacar potrebbe siglare una doppietta storica. Intanto già ha messo nel sacco la doppietta Giro Next e Valle d’Aosta. L’ultimo a riuscirci fu Sivakov, che oggi vediamo dov’è.

«Ora farò un po’ di riposo – conclude Widar – poi andrò in Francia in ricognizione sulle tappe dell’Avenir e quindi ancora un po’ di allenamento a casa, dove proverò ad aumentare ancora un po’ la mia condizione».

Jarno, fiammingo, vive a Wellen, Est del Belgio, quasi al confine tra Fiandre e Vallonia. «Quando devo fare cinque ore e le salite vado in Vallonia, altrimenti se devo fare due ore facili resto nella pianura delle Fiandre. Le grandi salite? Le faccio nei ritiri invernali quando vado in Spagna».

Persico, la Cina e la prima vittoria: un viaggio nel viaggio

21.07.2024
5 min
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“Vincere aiuta a vincere” è una frase tipica dello sport. Non perdere il feeling con la vittoria ti permette di sapere sempre cosa fare quando poi ti trovi lì, a giocarti tutto in 200 metri. Davide Persico ha tenuto allacciato il fil rouge con il successo al suo primo anno da professionista. Di per sé questa è già una buona notizia, non si tratta di un passo semplice. Il corridore bergamasco, passato nel 2024 tra le file della Bingoal-WB, aveva già sfiorato il gradino più alto del podio alla sua prima gara in Colombia. Solo un Gaviria in grande spolvero lo aveva preceduto. In Cina, al Tour of Qinghai Lake, Persico non ha trovato nessuno in grado di batterlo. Così per lui è arrivata la prima vittoria di stagione e, di conseguenza, la prima con i professionisti. 

«Una vittoria – spiega da casa mentre lotta ancora con il fuso orario e le sue conseguenze – che testimonia come abbia lavorato bene nell’ultimo periodo. Dopo qualche mese difficile in primavera ho ripreso il ritmo con le gare, prima in Slovacchia e poi, per l’appunto, in Cina. Vincere fa sempre bene, ogni tanto serve un buon risultato per continuare a lavorare. E’ come un’autovalutazione e devo dire che sono contento».

Una corsa in un Paese lontano diventa anche un modo per immergersi in quella cultura (foto Tour of Qinghai Lake)
Una corsa in un Paese lontano diventa anche un modo per immergersi in quella cultura (foto Tour of Qinghai Lake)
Anche se è una vittoria ottenuta dall’altra parte del mondo?

Non sarà una gara europea, ma come in ogni corsa devi avere le gambe buone, altrimenti non vinci. Magari non era il livello che si trova da noi e anche questo non è esattamente vero. Alla fine c’erano tante squadre professional oltre alla nostra: Burgos-BH, Caja Rural, Corratec e Vf Group Bardiani. Ed erano presenti anche due formazioni WorldTour: Astana e Alpecin.

Un livello che rimane alto. 

Lo si ripete sempre, ma non ci sono corse di secondo livello. Le squadre cercano punti per le classifiche UCI, poi certe corse sono il giusto palcoscenico per i giovani. 

I panorami sono stati spesso montani, viste le altitudini alle quali si svolgeva la gara (foto Tour of Qinghai Lake)
I panorami sono stati spesso montani, viste le altitudini alle quali si svolgeva la gara (foto Tour of Qinghai Lake)
Che corsa è stata per te?

A due volti. La gara si è svolta interamente sopra quota 2.500 metri con passaggi anche a 4.000 e si sentiva. Non avevo fatto un periodo di adattamento in altura prima di partire, quindi i primi giorni ho sofferto un pochino. Sono stato bravo a non spingere al massimo fin da subito, ho gestito gli sforzi e le gambe rispondevano bene, giorno dopo giorno. 

La svolta quando è arrivata?

Dalla quinta tappa, dove ho fatto un secondo posto che mi ha fatto capire di essere migliorato. Il giorno dopo è stato quello in cui mi sono sentito meglio in assoluto, anche se la tappa è stata parecchio dura. Era la più lunga, 206 chilometri, con un freddo invernale. Sembrava di essere tornati alle corse di marzo quando senti il profumo della canfora usata per scaldare i muscoli. 

Che tipo di percorsi avete trovato?

C’era tanto vento in generale e l’aria rarefatta faceva pesare alcuni sforzi. Nella tappa che ho vinto c’è stata fin da subito tanta confusione, con i ventagli che hanno spaccato il gruppo. Dal canto mio sono rimasto tranquillo fino all’ultimo GPM a quota 4.115 metri. Da lì è stata tutta discesa fino al traguardo e in volata ho preso le ruote di Zanoncello e sono riuscito a batterlo. 

Come ti sei trovato a correre per la prima volta così lontano da casa?

Partivo un po’ prevenuto. Tizza ed io ci siamo organizzati per portarci da casa molte cose che pensavamo ci sarebbero potute tornare utili. Abbiamo messo in valigia anche un fornelletto elettrico, un bollitore, caffè e pasta. Poi alla partenza ci trovavamo con gli altri italiani e scambiavamo qualche parola, c’era competizione, ma si è creato anche un bel gruppo. E’ anche capitato che la sera, dopo cena, ci trovassimo per mangiare un pezzo di crostata e parlare un po’. 

Nonostante fosse dall’altra parte del mondo non sono mancate le foto di rito con i tifosi
Nonostante fosse dall’altra parte del mondo non sono mancate le foto di rito con i tifosi
La gara com’era organizzata? 

Devo ammettere che sono molto bravi, a livelli a volte migliori delle corse europee. Le strade venivano chiuse molto prima del passaggio della corsa e a bordo strada c’era sempre tanta gente a vederci. Mi è capitato di vedere gente che vive a 3.500 o 4.000 metri nelle loro abitazioni tipiche. In quei momenti sei lì a correre con il freddo addosso e pensi che loro in quelle zone ci abitano, probabilmente è stata la cosa più strana che ho notato. 

Il fuso orario è stato pesante da gestire?

Il viaggio è lungo, ci abbiamo messo quasi due giorni. Così come al ritorno, considerando che la squadra aveva prenotato lo scalo ad Amsterdam e poi io avevo anche il volo per l’Italia. Ero in giro già da prima, avendo corso allo Slovacchia, avevo qualche preoccupazione riguardo a come avrei gestito praticamente tre settimane fuori casa. Alla fine è andata bene, l’ho vissuta giorno dopo giorno e sono rimasto piacevolmente colpito. 

Le strade larghe e il vento hanno scombussolato spesso lo svolgersi della gara (foto Tour of Qinghai Lake)
Le strade larghe e il vento hanno scombussolato spesso lo svolgersi della gara (foto Tour of Qinghai Lake)
Ora la fiducia c’è, va sfruttata?

Spero di recuperare bene dalle fatiche di queste trasferte e di arrivare allo Czech Tour in condizione. Non ci saranno grandi occasioni, visto che l’unico arrivo in volata sarà nella prima tappa. Ma vedremo come andrà.

Trevigliese, in Francia una trasferta che vale tanto

21.07.2024
5 min
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Guardando l’ordine di arrivo de l’Ain Bugey Valromey Tour, prova a tappe francese del calendario juniores, si rimane impressionati: è un vero campionato del mondo per le corse di più giorni, con un podio regale (1° l’iridato Withen Philipsen, 2° il francese Seixas, 3° il nostro Finn) considerando che la partecipazione era riservata non a selezioni nazionali, ma a squadre di club. Fra questo c’erano anche due team italiani e uno di questi era la Ciclistica Trevigliese (in apertura foto Simona Bernardini).

Per la Ciclistica Trevigliese è stata la seconda esperienza in Francia. Nel 2023 vinse una tappa con Donati (foto Simona Bernardini)
Per la Ciclistica Trevigliese è stata la seconda esperienza in Francia. Nel 2023 vinse una tappa con Donati (foto Simona Bernardini)

Una presenza, quella della formazione lombarda, non casuale, come spiega il suo diesse Luca Damato: «Avevamo già partecipato lo scorso anno, prendendo contatti con la società organizzatrice. Ci siamo trovati bene e loro sono rimasti soddisfatti delle nostre prestazioni così abbiamo programmato il nostro ritorno, La gara francese è per noi la punta di uno sforzo che affrontiamo per tutto l’anno. Noi non puntiamo alle gare regionali, non c’interessa raccogliere il maggior numero di vittorie in gare facili, il nostro interesse è far crescere i nostri ragazzi in un contesto adeguato, far capire sin dalla loro giovane età che cos’è il ciclismo di alto livello».

Affrontate però un livello altissimo per questo…

E’ importante che i nostri si confrontino con il massimo della categoria, quindi con squadre che dietro hanno tutto il peso e l’esperienza delle formazioni WorldTour. Gare così, con un livello simile di partecipazione e con percorsi così selettivi, in Italia non le trovi. Al di là dei risultati, diventano esperienze di vita: alcuni di questi ragazzi proseguiranno e faranno del ciclismo il loro mestiere, altri un domani potranno dire di aver pedalato con i migliori, con quelli che in futuro, ne siamo sicuri, saranno protagonisti in tv.

Tommaso Bosio è stato il migliore del team lombardo, finendo 27° a 14’50” (foto Bernardini)
Tommaso Bosio è stato il migliore del team lombardo, finendo 27° a 14’50” (foto Bernardini)
Quanto costa una trasferta simile?

Considerando tutto abbiamo speso intorno ai 4.000 euro, il che in un budget come il nostro è un investimento importante, che ne assorbe una larga fetta. Ma come detto è importante per far crescere i nostri ragazzi, considerando anche che ormai si sa come procuratori, osservatori, team professionistici guardino alla categoria junior perché l’età generale si è abbassata.

Con quanti mezzi e quante persone siete partiti alla volta della Francia?

Eravamo con 6 corridori più io e un altro responsabile, un fisioterapista e un meccanico. Avevamo un furgone più l’ammiraglia. Ogni corridore disponeva di una bici per la gara più un muletto. Insomma, è stata una trasferta impegnativa, ma bisogna dire che rispetto allo scorso anno avevamo dalla nostra molta esperienza in più e sapevamo muoverci meglio.

La corsa a tappe francese è stata di livello elevatissimo, quasi un mondiale a tappe
La corsa a tappe francese è stata di livello elevatissimo, quasi un mondiale a tappe
A conti fatti che esperienza è stata?

Lo scorso anno siamo stati più fortunati a livello di risultati con una vittoria di tappa e la classifica dei traguardi volanti. L’avvicinamento però non è stato semplice, con 3 corridori, tra l’altro quelli su cui puntavamo per la classifica che hanno avuto problemi di salute proprio nell’immediata vigilia della gara. Agostinacchio poi ha avuto problemi alle tonsille che l’hanno costretto al ritiro nella prima tappa. I ragazzi si sono ben disimpegnati, Bosio ad esempio ha chiuso la prima giornata al 6° posto. In generale bisogna dire che i primi andavano davvero fortissimo e che le squadre principali hanno un po’ “cannibalizzato” la corsa. Al di là dei piazzamenti, come quelli di Bosio stesso e Donati nei primi 10, quel che conta è però aver visto i ragazzi crescere e migliorare dalla prima all’ultima giornata.

Confrontandosi con gli altri che deduzioni ne hanno tratto?

Che c’è una grande differenza rispetto alle normali corse che si affrontano, per i ritmi sostenuti e per i percorsi. E’ una corsa molto dura, quasi uno shock per le andature tenute e sì che i nostri erano tutti atleti con alle spalle esperienze anche in nazionale. C’è un grosso gap, ma dobbiamo considerare che molti di quelli affrontati erano team inseriti nelle filiere WT.

Anche in terra francese Albert Whiten Philipsen si è dimostrato pressoché imbattibile (foto Bardet)
Anche in terra francese Albert Whiten Philipsen si è dimostrato pressoché imbattibile (foto Bardet)
Da quest’anno però il calendario italiano presenta più appuntamenti a tappe…

E’ questa la strada per colmare quella distanza. E’ fondamentale investire sulle corse a tappe perché è lì che un corridore si forgia. Le prove regionali, le tante corse d’un giorno arricchiscono solo il numero delle vittorie, potranno far felice lo sponsor ma ai ragazzi servono poco. Dobbiamo anche prendere esempio da organizzatori come quelli dell’Ain Bugey Valromey, quasi un Tour in miniatura, con un’attenzione spasmodica per la sicurezza. Dobbiamo seguire l’esempio e investire anche in Italia sulle corse a tappe perché i percorsi per farlo ci sono. Per i team sarà un impegno economico non di poco conto, ma serve…