Gadret: un viaggio fra ricordi e osservazioni (sensate) sul Tour

21.07.2024
5 min
Salva

NIZZA (Francia) – Dopo lo stupore per i magnifici numeri sulle salite di questo Tour, trovarci davanti a uno scalatore puro mette addosso la tenerezza di una specie estinta. Lui è sempre uguale, minuto, pieno di tatuaggi, con lo sguardo gentile e insieme furbo. Da quando era magrissimo, ora ha messo i chili giusti, ma quando John Gadret inizia a parlare è come se il tempo non fosse passato (in apertura la sua vittoria di Castelfidardo al Giro del 2011, davanti a Rodriguez e Visconti).

La sua carriera si è conclusa nel 2015, con le ultime due stagioni alla Movistar e una vita intera alla Ag2R La Mondiale. Dal 2023 è direttore sportivo di una squadra dilettantistica alsaziana, il Velo Club Unité de Schwenheim. Inoltre collabora con ASO per alcune gare come Delfinato, Freccia e Liegi. Al Tour de France indossa i colori di E.Leclerc, catena di supermercati e ipermercati che da anni sponsorizza la corsa.

Gadret, classe 1979, è al Tour con E.Leclerc, una catena di ipermercati e supermercati francesi fondata nel 1949 da Edouard Leclerc
Gadret, classe 1979, è al Tour con E.Leclerc, una catena di ipermercati e supermercati francesi fondata nel 1949 da Edouard Leclerc

L’idea di farci due parole, oltre all’occasione per salutarlo, nasce proprio dalla premessa di questo articolo. Il ciclismo attuale ha ridisegnato le categorie. E’ raro che le squadre si accontentino di avere nelle proprie fila degli specialisti, fatti salvi cronoman e velocisti. Gli scalatori sono stati fagocitati dai passisti e a ben vedere in testa agli ordini di arrivo ci sono sempre più degli atleti completi. E se una volta la presa in giro era che il corridore completo è quello che va piano dappertutto, gli attuali vanno forte senza o quasi punti deboli.

Cosa ti sembra di questo Tour?

E’ stato velocissimo, anche nei suoi giorni più duri. I corridori hanno fatto uno spettacolo molto bello. E’ molto difficile oggi essere uno scalatore, anche essere un corridore deve essere tanto complesso. E’ quello che ho detto ieri ai miei ospiti e penso che sia dovuto ai materiali. C’è stata una grande evoluzione. Penso che al giorno d’oggi non potrei più fare il ciclista, perché è diventato un lavoro pieno di schemi. Ma obiettivamente vanno tutti molto veloce.

Vingegaard è diverso da Pogacar: è più leggero, uno scalatore moderno eppure anche lui super completo
Vingegaard è diverso da Pogacar: è più leggero, uno scalatore moderno eppure anche lui super completo
A Plateau de Beille abbiamo visto un nuovo record: quanto secondo te è dovuto agli atleti e quanto ai materiali?

Dicono che Pogacar abbia battuto Pantani, ma se guardiamo la classifica della tappa, ci sono 10 o 12 corridori che hanno fatto meglio. Per questo dico che dipende dai materiali, ma anche dal modo di essere corridori. Non voglio dire che siano più professionali di prima, ma di certo si giovano di una grande evoluzione.

Che cosa c’è nell’orizzonte del ciclismo francese?

Vinciamo tappe, ma nel complesso penso che purtroppo non vedremo presto un corridore francese vincere una classifica generale. A livello dilettantistico cerchiamo di allenarli correttamente, ma penso che poi diventi tutto più difficile al livello superiore. E poi forse anche i media ne fanno dei grandi campioni anche prima che diventino professionisti.

Però intanto Pinot ha smesso, Bardet resiste: non resta che aggrapparsi ai più giovani.

Il giovane che arriva e spinge di più è Romain Gregoire che corre alla Groupama-FDJ. Penso che Lenny Martinez possa diventare un corridore molto bravo anche in un Grande Giro. Quest’anno ha scoperto il Tour e penso che per lui sia stato difficile. Ma dopo loro due, bisogna davvero grattare e grattare ancora per trovare i corridori francesi che possano arrivare su un podio importante.

E.Leclerc è in carovana da anni come sostenitore del Tour (foto Ugo Breysse)
E.Leclerc è in carovana da anni come sostenitore del Tour (foto Ugo Breysse)
Si dice che Martinez cambierà squadra, la Bahrain Victorious sarebbe la sua scelta. Pensi faccia bene a lasciare la Francia così giovane?

Sì, penso di sì. Con tutto il rispetto che ho per Marc Madiot, penso che se cambia squadra, sia che vada in Bahrain o in un’altra squadra all’estero, per lui sarà una scelta molto importante. Penso che darà una spinta alla sua carriera.

Anche tu hai avuto i tuoi infortuni: pensi sia possibile che Vingegaard sia arrivato al Tour nella forma migliore?

No, penso che nella prima settimana sia stato bene, poi ha iniziato a perdere smalto. Ma davanti a quello che sta facendo in questo Tour de France, c’è da togliersi il cappello, perché la sua non è stata affatto una caduta banale. Il secondo posto non è ancora preso, manca la crono, ma ieri ero convinto che lo avrebbe perso. Lo avevo visto in difficoltà, invece ha saputo reagire benissimo.

Quali sono stati i giorni più felici della tua carriera?

Il più bello è stato quello di Castelfidardo in cui ho vinto al Giro d’Italia del 2011, con il terzo posto in classifica dopo la squalifica di Contador. Ho amato l’Italia. Quando ho saputo che il Tour de France sarebbe partito da Firenze, ero super felice. E poi siamo passati sulle strade di Marco Pantani, il mio idolo da giovane. Una partenza davvero intensa.

Martinez ha debuttato al Tour soffrendo. Cambierà squadra nel 2025?
Martinez ha debuttato al Tour soffrendo. Cambierà squadra nel 2025?
Un francese che ha ricordi migliori del Giro che del Tour?

Con i miei scatti e quella vittoria di tappa sentivo di aver guadagnato più carisma nel gruppo del Giro d’Italia piuttosto che qui in Francia. Scarponi era un gran burlone, ma un bel giorno mi disse: «Mi ricordi Pantani, hai il suo stesso aspetto». Le sue parole mi colpirono.

Vai ancora in bici?

Ci va mia nipote, quindi una volta a settimana devo andare a fare un giro con lei. Ma per il resto corro molto a piedi, col ciclismo ho chiuso: è troppo faticoso. Molto meglio guardarlo in tivù.

Sull’ultima salita, per Vingegaard l’onore delle armi

20.07.2024
7 min
Salva

COL DE LA COUILLOLE (Francia) – La faccia di Remco Evenepoel sul traguardo dice davvero tutto. Sbuffa. Sgrana gli occhi. In certi giorni sembra un personaggio dei cartoni. E’ partito dalla fornace di Nizza per mettere in croce Vingegaard e per un po’ c’è anche riuscito. Sul Col de la Colmiane, penultimo di giornata, la Soudal-Quick Step si è mossa come uno squadrone che prepara l’attacco. E quando poi sulla salita finale il belga ha mollato i tre colpi che a suo avviso avrebbero dovuto risolvere la partita, Vingegaard ha deciso di metterlo a posto. Quando Landa si è spostato e Vingegaard ha chiuso sul primo allungo, Remco s’è voltato e ha supplito la mancanza di altri gregari con il ritmo provvidenziale fatto da Almeida per Pogacar.

Il primo Tour

Per essere al primo Tour, Remco ha messo le cose in chiaro. E se domani, come si pensa, vincerà la cronometro, si potrà dire che la tenuta sulle tre settimane sia un problema risolto. Il prossimo step sarà capire se potrà vincere il Tour de France, ma su quello magari lavorerà il prossimo anno nella squadra che lo accoglierà. Parlano tutti della Red Bull, staremo a vedere.

«Abbiamo provato a mettere un po’ di pressione su Vingegaard – dice Evenepoel – ma sfortunatamente non ha funzionato. Abbiamo giocato e perso, ma possiamo essere orgogliosi di ciò che abbiamo dimostrato in questo Tour. Ho attaccato due volte, ma si è visto che Tadej e Jonas il Tour lo hanno già vinto. Hanno molta più esperienza, la loro cilindrata al momento è molto più grande della mia. Devo solo accettarlo, ma sono contento di quello che ho potuto mostrare. Penso che ho ancora tanto lavoro specifico da fare per seguire o addirittura attaccare quei due. E intanto domani voglio vincere la crono, voglio concludere il Tour con un bel ricordo. Spero di riuscirci».

Il sollievo di Jonas

Stamattina un divertente siparietto è stato colto dall’obiettivo del fotografo. Nell’incontro casuale andando alla partenza, Van Aert ha avvertito Remco di non fare brutti scherzi con il compagno Vingegaard. Punzecchiature fra giganti belgi, il più delle volte avversari. Lo sguardo di risposta di Remco è stato infatti da monello impertinente: era chiaro che avrebbe provato e lo ha fatto.

La Visma-Lease a Bike si è stretta attorno al piccolo capitano zoppicante. Da invincible armada che lo scorso anno vinse Giro, Tour e Vuelta, è bastato che perdessero uno sponsor come Jumbo e che la sfortuna ci mettesse mano e subito il loro mondo si è ridimensionato. Roglic è partito. Vingegaard e Van Aert sono caduti. Kuss s’è ammalato. Van Hooydonck ha smesso per i problemi cardiaci. Solo Jorgenson è parso all’altezza del progetto. E chissà che il mercato in corso non porti via altri pezzi pregiati.

Quando Evenepoel ha finito la spinta, Vingegaard ha contrattaccato, portando con sé Pogacar
Quando Evenepoel ha finito la spinta, Vingegaard ha contrattaccato, portando con sé Pogacar

«E’ stata una tappa dura e calda – dice Vingegaard – mi sono sentito molto meglio rispetto a ieri, quando ho avuto le gambe peggiori di sempre. Ero completamente vuoto. Sono contento di come sono andato oggi. E’ un grande piacere ritornare a questo livello. Mi sono sentito benissimo quando Evenepoel ha accelerato e ho deciso di rilanciare quando stava per attaccare di nuovo. Ed è quello che ho fatto.

«A quel punto ho corso principalmente per guadagnare su di lui e non necessariamente per la vittoria di tappa. Evenepoel è il miglior cronoman del mondo, tre minuti sembrano tanti, ma non si sa mai. Sono certamente felice di aver potuto guadagnare un minuto oggi. Domani farò tutto il possibile per mantenere il mio secondo posto. Tadej sempre a ruota? Ognuno ha la sua tattica, non lo giudico per questo. Probabilmente al suo posto avrei fatto lo stesso. Non aveva bisogno di tirare, gli stava bene così».

La quinta vittoria ha evidenziato la differenza di forze fra Pogacar e Vingegaard
La quinta vittoria ha evidenziato la differenza di forze fra Pogacar e Vingegaard

Pogacar, sono cinque

Alla fine infatti la vittoria se l’è presa Pogacar, come era prevedibile. Ce lo chiedevamo giusto ieri dopo il successo di Isola 2000: davvero qualcuno credeva che avrebbe corso al risparmio? Eppure lui lo conferma.

«E’ stato un giorno super duro – dice – per noi la fuga poteva andare. Eravamo tutti insieme e tenevamo il gruppo compatto, correndo da squadra. Quando la corsa è esplosa sulla Colmiane, la Quick Step ha fatto un grande ritmo e a quel punto ho capito che l’ultima salita sarebbe stata dura. Remco ha provato diversi allunghi. All’ultimo però, Jonas ha fatto un contrattacco ed io ero davvero al limite. Ho recuperato alla sua ruota. Pensavo che Carapaz avesse una chance, ma Jonas ha insistito per tenere lontano Remco e lo abbiamo preso.

«Perché ho vinto? Non si lasciano le tappe ai rivali più vicini. Abbiamo dato tempo alla fuga, che ha avuto grandi possibilità. In altre occasioni sono stati i velocisti a riprendere, non siamo stati sempre noi. Ma io sono pagato per vincere. E’ una pressione, devo portare a casa il risultato, altrimenti non va bene. Se puoi, fai bene a vincere».

L’onore delle armi

Vingegaard in parte l’ha colpito, quasi che anche lui fosse pronto a sottoscrivere il sorpasso di Evenepoel. E mentre annota che in fondo avrebbe preferito il finale dei Campi Elisi, perché domani partendo alle 15,45 la sua giornata sarà lunghissima, un pensiero va al rivale degli ultimi tre anni.

«E’ stato nuovamente un duello fantastico – dice Pogacar – bello da vedere. Penso che Jonas abbia avuto dei giorni difficili, invece oggi ha dimostrato di non essere facile da battere e di essere un vero combattente. Ha dato tutto. E alla fine, nonostante quello che ha avuto, ha fatto davvero un bel Tour».

Per Tadej si avvicina il momento della terza maglia gialla. La prima venne quasi per caso nel 2020 all’ultimo giorno. Voleva vincere la crono in salita per non tornare a casa a mani vuote, ma dice che il secondo posto era già tanto. La seconda, nel 2021, la vinse con una giornata a tutta nel diluvio di Le Grand Bornand, che gli permise di amministrare.

«Quest’anno invece – spiega – ho tenuto un livello più alto, nonostante avessi più pressione dopo due anni che venivo battuto. In quest’ottica, penso che la tappa più importante che mi ha dato più fiducia sia stata la prima sul Galibier. Una grande vittoria. Mi ha dato la speranza che avrei potuto davvero vincere il Tour».

La legge di Widar è una prova di forza. Tappa e maglia a Champoluc

20.07.2024
6 min
Salva

CHAMPOLUC – Lo vede è lì. E’ da 45 chilometri che lo insegue a testa bassa, spingendo come un ossesso. Due chilometri all’arrivo. Lo acciuffa. Meno di un chilometro all’arrivo: gli scatta in faccia e se ne va. Una grinta pazzesca, una forza delle natura. Jarno Widar è stato spietato oggi con Vicente Rojas. Per il belga della Lotto-Dstny Devo il più classico dei “tappa e maglia” al Giro della Valle d’Aosta.

Una tappa lunghissima. Difficile, che in tanti pensavano potesse mettere in crisi il re del Giro Next, rimasto con un solo uomo. E la stessa cosa Ludovico Crescioli, maglia gialla al via da Saint Vincent, visto che i suoi compagni non erano degli scalatori. Invece Jarno non ha fatto una piega. E già scattano i paragoni con Pogacar, per la fame, per la forza.

Partenza complicata. Alla fine ne esce una fuga a sette della quale fanno parte tra gli altri anche Vicente Rojas e Matteo Scalco della VF Group-Bardiani e anche Filippo Agostinacchio. Scalco fa un lavoro eccezionale per il compagno cileno. Il quale da parte sua si porta a casa quasi tutti i Gpm e a fine giornata si consola della beffa della vittoria con la maglia a pois.

VF Group all’attacco

Sullo Tsecore si decide, forse, l’intero Valle d’Aosta. Widar per un attimo smette di tirare, iniziano gli scatti e lui risponde con veemenza. Solo l’ex maglia gialla, Dostiev, lo tiene. Davanti anche Rojas resta solo. Inizia un lungo duello a distanza. Il cileno davanti, il belga dietro, con a ruota il kazako.

Nel vallone finale, in leggerissima ascesa, il vantaggio di Rojas è quasi di un minuto. Sembra fatta anche perché il vento è a favore. Invece…

«Invece nel finale ero un po’ stanco – ci racconta Rojas dietro al palco in attesa di vestire la maglia dei Gpm – e sono saltato sia di gambe che un po’ anche di testa. A mentre fredda posso dire sia andata così. Forse anziché insistere potevo farmi riprendere e giocarmi il finale in volata».

Rojas però è sereno. Sa di aver dato tutto e non ha poi tutti questi rimpianti. Domani ha ancora una chance.

«Verso Cervinia ci sarà ancora una tappa dura. Io poi vado sempre meglio con il passare dei giorni. Il ciclismo inoltre è sport di squadra e la mia è forte. A proposito, ringrazio i ragazzi che mi hanno dato una mano oggi. Domani ci riproverò».

E la squadra potrebbe essere l’unica crepa per far vacillare Widar. Lui infatti di compagni ne ha uno solo. Nel tratto pianeggiante iniziale potrebbe far fatica a difendersi. Però è anche vero che ha mostrato una forza incredibile e su Rojas vanta oltre 2′ di vantaggio.

Nel finale azione clamorosa di Widar che va a prendersi tappa e maglia
Nel finale azione clamorosa di Widar che va a prendersi tappa e maglia

Jarno o Tadej?

Widar invece davvero in certi momenti ricorda Tadej Pogacar. Stamattina al via, Jarno era il ritratto della tranquillità. Ad un tratto gironzolava per Saint Vincent e con tutta calma ci ha chiesto dove fosse il foglio firma. Poi eccolo spianato sulla sua Orbea. Mani fisse sulle leve e giù a stantuffare.

Ha demolito ad uno ad uno tutti gli avversari. Non si è innervosito quando nel falsopiano, adatto ai passistoni, il kazako non gli dava i cambi e all’ultimo chilometro ha dato un colpo da finisseur. E pesa appena 52 chili (per 167 centimetri di altezza).

Mentre divora gli ormai noti orsetti gommosi, Widar racconta: «E’ stata una tappa difficile, ma io ero tranquillo. Mi sono sempre sentito molto bene. Nel finale ho chiesto a Ilkhan Dostiyev di aiutarmi negli ultimi chilometri. Ha detto che non poteva farlo, che non ce la faceva e così ho fatto tutto io. Ma avevo paura. Non lo conoscevo molto bene, ma come abbiamo visto nella prima frazione è veloce».

Animale da gara

Come Pogacar, Widar dopo la tappa era quello più fresco. Segno che sta molto bene. Il suo finale famelico non è stato cosa da poco. Chiunque si sarebbe accontentato della maglia gialla. E avrebbe contestualmente risparmiato qualche energia in vista di domani.

«Negli ultimi chilometri – continua il suo racconto Widar – ci ho creduto. Però sono diventato strabico per un chilometro, guardavo avanti e dietro. Mi sono detto supero una rotatoria e vado. Ho aspettato il triangolo rosso dell’ultimo chilometro, appena l’ho visto mi sono detto: “Vediamo cosa succede” e sono andato».

«Il momento più difficile di oggi? Forse l’inizio della tappa. C’è stata una grande lotta per andare in fuga e io ero nelle retrovie. Avevo bisogno di andare davanti. Aspettavo le salite quindi. Sapevo che gli ultimi 50 chilometri erano una follia! E io queste salite non le conoscevo e neanche questa zona dell’Italia».

Domani verso Cervinia è attesa pioggia e lui da buon belga dovrebbe aver un certo feeling con il meteo avverso. «Va bene! Ovviamente a nessuno piacciono la pioggia e il freddo, ma la pioggia all’inizio è un’ottima cosa per me. Sì, penso che sia perfetto».

Crescioli tenace

Ma un plauso lo merita anche Ludovico Crescioli. Il suo sogno giallo è durato 24 ore. Certe pendenze sono troppo per lui. O più semplicemente è stato troppo questo Widar.

«Oggi – ha detto l’atleta della Technipes #InEmiliaRomagna – è stato un tappone molto duro. Mi sono staccato sullo Tsecore e ho cercato di gestirmi al meglio. Già avevo perso contatto nella salita precedente. Ero rientrato, ma poi non c’è stato nulla da fare. A quel punto mi sono ritrovato con Torres e ci siamo dati i cambi fino all’arrivo. E tutto sommato è un buon quarto posto alla fine. 

«All’inizio, visto il caos che c’è stato nei primi chilometri con mille tentativi di fuga ho provato anche io ad entrarci però non è andata. Da parte mia sono contento. Ho dato il massimo e ora sono terzo nella generale. Domani c’è un podio da difendere. Se si pensa all’Avenir? Sì, ma prima voglio finire al meglio questo Giro della Valle d’Aosta»

Giro d’Italia Women: il punto finale dall’interno

20.07.2024
5 min
Salva

A chiusura di un cerchio iniziato a gennaio, con la presentazione del primo Giro d’Italia Women, è il momento di trarre un bilancio conclusivo. Sono passati sette mesi da quel pomeriggio grigio nel quale dall’alto di Palazzo Regione, a Milano, è stata lanciata la Corsa Rosa al femminile. La prima sotto la gestione di RCS Sport & Events. La gara è ormai alle spalle e il successo di Elisa Longo Borghini, conquistato dopo otto tappe vissute sul filo dei secondi, brilla ancora nei nostri occhi (in apertura foto LaPresse). Per capire l’importanza di un passo del genere siamo entrati in ammiraglia con gli stessi diesse che ci diedero il loro parere sullo svolgersi del Giro d’Italia Women

Un passo in avanti

Di sicuro quel che emerge dai colloqui fatti con i diesse è la grande capacità della macchina organizzativa di RCS nel dare un Giro d’Italia all’altezza dei professionisti. 

«E’ un atto dovuto – spiega Fortunato Lacquaniti, diesse della Ceratizit-WNT – il movimento femminile è cresciuto parecchio. All’estero questo passo era già stato fatto, con A.S.O. che ha preso in mano il Tour de France Femmes. Per non parlare della Classiche del Nord. Mancava la risposta italiana, per fortuna è arrivata, ed è stata ottima. Possiamo dire di aver messo la marcia in più che mancava, ora tutti e tre i Grandi Giri sono al livello che questo movimento merita. Tornerà, con grande probabilità, la Milano-Sanremo femminile, sempre gestita da RCS. Che la gestione fosse in mano loro si è visto, il primo passo è stato fatto».

I servizi di motostaffette e giuria sono stati gli stessi del Giro d’Italia uomini
I servizi di motostaffette e giuria sono stati gli stessi del Giro d’Italia uomini

Il montepremi

La chiave di lettura di Walter Zini, diesse della BePink Bongioanni, si trova nel montepremi. Sembra una banalità ma in un mondo che cresce e gira veloce questi fanno la differenza. 

«Tutto è curato al meglio – spiega – a 360 gradi. La logistica degli arrivi, le partenze, gli hotel, ecc. Non ho mai avuto un’organizzazione così semplice e una gestione della corsa così facile. Gli anni scorsi era capitato di mandare il massaggiatore a preparare le stanze in hotel per i massaggi e che non fossero pronti o all’altezza. Quest’anno tutti erano al corrente delle nostre esigenze e ci sono venuti incontro. Poi il passo in avanti si è visto anche con il montepremi finale. Nel 2024 la vincitrice (Elisa Longo Borghini, ndr) ha portato alla squadra 250.000 euro. Gli anni scorsi c’era uno zero in meno. La volontà è chiara e sicuramente lo step positivo c’è stato».

La Isolmant di Giovanni Fidanza è stata l’unica continental, insieme alla BePink a terminare il Giro con tutte le atlete
La Isolmant è stata l’unica continental, insieme alla BePink a terminare il Giro con tutte le atlete

La gestione

Passare un evento in mano a RCS Sport vuol dire consegnarlo all’azienda che gestisce già il Giro d’Italia e le Classiche Monumento del nostro Paese, oltre a tante altre gare. La macchina organizzativa funziona ed è collaudata.

«E’ stato trasferito l’impianto di RCS al mondo del ciclismo femminile – afferma Giovanni Fidanza, diesse della Isolmant-Premac-Vittoria – e questo si è visto. Si tratta del primo organizzatore di gare di ciclismo in Italia. Sono contento per le ragazze, se lo meritavano davvero tanto. La differenza si è vista fin da subito: la sicurezza in corsa è altissima. Le strutture che usano per i professionisti sono state trasportate qui. Si vede che il personale è gente esperta e che conosce le esigenze delle squadre. Io arrivavo dall’esperienza con gli uomini quindi avevo già un’idea di quello che avremmo trovato. Ed è stata totalmente rispettata».

Barbara Malcotti è stata la rivelazione in casa Human Powered Health con il suo 15° posto finale
Barbara Malcotti è stata la rivelazione in casa Human Powered Health con il suo 15° posto finale

Qualche passo in più

Eppure si tratta della prima edizione, RCS avrà messo in moto la sua macchina dal motore potente e collaudato, ma si sa che il primo giro serve anche come riscaldamento. 

«A mio avviso – afferma Giorgia Bronzini, la quale ha condotto il Giro d’Italia Women dalla macchina della Human Powered Health – ci sono stati dei ritardi nella comunicazione. Gli hotel ci sono stati confermati una settimana prima, uno quando eravamo già partite. I posti riservati da RCS per il personale, in ogni struttura, erano cinque. Il problema è che il ciclismo femminile segue ormai le orme del maschile, quindi lo staff al seguito è di dodici persone. Non è stato facile trovare altri posti letto, e i costi non erano bassi. RCS ci ha messo a disposizione un’agenzia che faceva da tramite, ma i prezzi non erano esattamente accessibili. E’ il primo anno e anche loro devono prendere le misure, poi se si passa al discorso di organizzazione della gara non c’è niente da dire. Sono stati di altissimo livello, come sempre».

Tour e Covid: problema vero? Risponde doc Rotunno

20.07.2024
5 min
Salva

EMBRUN (Francia) – Siamo probabilmente gli unici in Europa ad andare (nuovamente) in giro con le mascherine e per questo veniamo anche presi un po’ in giro da chi è a casa e ascolta. Eppure il Covid c’è ancora. Al Tour sono attentissimi che la misura venga rispettata, perché corridori positivi ci sono stati e probabilmente ce ne sono ancora. Racconta qualche direttore sportivo che si era già iniziato ad avere delle avvisaglie al Delfinato. E che poi, nei giorni del Tour in cui se ne è preso coscienza, capitava di vedere ragazzi che arrivavano alla partenza nell’ammiraglia e non sul pullman. Oppure altri che di colpo si staccavano anche su percorsi semplici e finivano fuori tempo massimo.

Al UAE Team Emirates per il Covid hanno dovuto rinunciare ad Ayuso e non osiamo pensare quanto sarebbe stata devastante la squadra di Pogacar avendo tra le sue file anche lo spagnolo. Recalcitrante e dotato di un ego importante, Juan resta comunque un signor atleta e al Tour teneva tanto. Perciò, per capirne di più, ci siamo rivolti ad Adrian Rotunno, il medico della squadra emiratina. Magari non abbiamo scelto il momento migliore per farlo, dato che sul bus si stava pianificando la tattica per il giorno di Isola 2000. Eppure, visto come è andata a finire, si può dire che gli abbiamo portato anche fortuna (in apertura, Mauro Gianetti e il fotografo Lorenzo Fizza Verdinelli).

Adriano Rotunno è nato in Italia e cresciuto in Sudafrica (foto UAE Team Emirates)
Adriano Rotunno è nato in Italia e cresciuto in Sudafrica (foto UAE Team Emirates)
Buongiorno dottore, ecco la prima domanda: perché indossiamo queste mascherine?

E’ importante cercare di limitare il diffondersi delle infezioni, non solo per il Covid, ma per qualsiasi altro virus. Soprattutto perché c’è così tanta interazione con la folla. Non è come il calcio o il rugby, dove sei in uno stadio separato dai tifosi. Quindi dobbiamo cercare di mantenere la massima distanza possibile. E ovviamente le indossiamo anche per il Covid, che resta una malattia molto contagiosa, cercando di mitigarne gli effetti.

Quanto è diverso il Covid per un atleta e una persona normale?

Colpisce il corpo allo stesso modo, ma una persona normale non corre 200 chilometri ogni giorno per tre settimane. Per questo la sua incidenza sull’organismo è enorme. Ovviamente dobbiamo essere consapevoli del rischio e valutare, qualora avessimo un atleta positivo, se sia salutare o meno per lui continuare la gara o non sia meglio tornare a casa e riprendersi. Normalmente lo prendiamo molto sul serio e ci assicuriamo che i nostri corridori siano sempre assistiti al meglio.

Può essere pericoloso correre con il Covid addosso?

Può esserlo, ma può essere pericoloso anche per chi va a fare una passeggiata. Dipende da come influisce sul corpo. L’importante è che non ci siano segnali di pericolo in termini di rischio cardiovascolare o di compromissione respiratoria.

I corridori fermati quest’anno per il Covid sembrano molto stanchi, come se fossero più stanchi del solito.

Normalmente la spossatezza è una delle manifestazioni più grandi. Non si riesce a sostenere lo stesso sforzo. A volte si ha una frequenza cardiaca più alta, perché il corpo sta combattendo un virus, oltre a cercare di ottenere prestazioni elevate sulla bicicletta. Generalmente, questi sono quelli di cui ti preoccupi maggiormente e che di cui ti accorgi. Durante il Tour abbiamo visto spesso molti ragazzi, che normalmente sarebbero stati davanti sulle salite, penzolare nelle retrovie. Alcuni hanno mollato, altri si sono ripresi e sono tornati forti la settimana successiva.

Perché alcuni sono stati fermati?

Non lo so, onestamente. Penso che si siano basati sui sintomi. Quindi, se lo hanno fatto, vuol dire che c’era uno spettro di malattie più preoccupanti. Alcune persone hanno sintomi lievi. Altre non hanno nulla. Mentre alcuni hanno sintomi molto gravi e questo è ciò che metterebbe in pericolo il corridore. Ovviamente il quadro deve essere esaminato e valutato dal punto di vista medico, prima che il corridore inizi la tappa. Dobbiamo capire se sia sufficientemente in forma per correre. Bisogna anche tenere sempre presente che gli atleti hanno bisogno di ascoltare il proprio corpo.

Che cosa significa?

Se qualcosa va storto, devono fermarsi immediatamente. E poi ovviamente li mandiamo via perché recuperino.

Ayuso si è ritirato nella tappa di Pau: sapeva di essere positivo, ma ha provato a partire lo stesso
Ayuso si è ritirato nella tappa di Pau: sapeva di essere positivo, ma ha provato a partire lo stesso
Ayuso è stato fermato per il Covid o perché era stanco?

Principalmente per il Covid. Era in buone condizioni, ma anche estremamente sintomatico. Non c’era niente di pericoloso nel suo caso, tanto che gli è stato permesso di iniziare la tappa. Era già successo alla Vuelta del 2022 ed era andata bene, tanto che Juan finì terzo. Invece questa volta, a causa di quei sintomi, sfortunatamente non è riuscito a tenere il passo. E’ stata proprio una giornata difficile per lui.

Ecco perché anche stamattina, andando verso la corsa, ci siamo sincerati di avere una mascherina nuova. L’organizzazione del Tour ha in giro degli addetti alla loro distribuzione e adesso viene da chiedersi se alle Olimpiadi si andrà a finire allo stesso modo. Il disagio c’è, perché ci si disabitua facilmente alle pratiche scomode. L’elenco che a causa del contagio dovranno rinunciare a Parigi vanta già i primi nomi. Per rispetto verso tutti gli altri, indossare una mascherina non è certo la cosa peggiore.

Il calvario è finito, Nizzolo riassapora la vittoria

20.07.2024
4 min
Salva

Quella ottenuta a Sibiu è stata per Giacomo Nizzolo la prima vittoria del 2024 e chi conosce la carriera dell’ex campione europeo non può non stupirsi di un simile ritardo. Soprattutto considerando il ricco palmarés diluito negli anni del corridore milanese, approdato quest’anno alla Q36.5. Il suo inverno era stato traumatico, un incidente in allenamento il 23 dicembre gli era costato la frattura della tibia della gamba destra, il che ha enormemente rallentato la sua preparazione tanto che è tornato a correre solo a fine aprile.

La volata vittoriosa a Sibiu, battendo di un nulla il forte canadese Pickrell
La volata vittoriosa a Sibiu, battendo di un nulla il forte canadese Pickrell

«Questo ha reso la mia stagione complessa – spiega Nizzolo al suo ritorno in Italia – sono partito tardi e con qualche dubbio su quanto sarei riuscito a recuperare, considerando i miei 35 anni. Sapevo però che con l’applicazione sarei tornato a buoni livelli. La vittoria in Romania è stata una bella soddisfazione che mi ha dato morale, ma so che c’è ancora tanto da fare per tornare il “vero” Nizzolo».

Quanto è stato importante l’apporto del team nel tuo ritorno alla vittoria?

Tantissimo, innanzitutto prima, lungo tutto il cammino di ripresa. Non è un team nuovo per me, tanti dello staff sono gli stessi con cui lavoravo ai tempi della Qhubeka, è come una famiglia. In squadra i meccanismi cominciano a funzionare ed è normale perché finora ho collezionato appena 18 giorni di gara. Già nella seconda semitappa del primo giorno avevamo lavorato bene, ma allo sprint ero stato beffato dal canadese Pickrell. Nella tappa finale ci siamo presi la responsabilità della corsa sin dalle prime battute perché volevo fortemente la vittoria.

Nizzolo sul gradino più alto del podio, dal quale mancava dal Tro.Bro Leon del maggio 2023
Nizzolo sul gradino più alto del podio, dal quale mancava dal Tro.Bro Leon del maggio 2023
Com’era il percorso, adatto a te?

Era abbastanza particolare, c’era un piccolo strappo a 600 metri dal traguardo, con 200 metri in pavé, bisognava arrivarci nella posizione giusta e la squadra ha lavorato duramente per questo. In questo modo mi sono preso la rivincita sul canadese dell’Israel, è stato davvero un buon gioco di squadra.

State quindi facendo adesso quel processo di amalgama che solitamente si fa a inizio stagione.

Giocoforza è così. Bisogna conoscersi, entrare in sintonia, muoversi in pieno accordo. Abbiamo potuto gareggiare troppo poco insieme perché questo potesse avvenire, inoltre serviva anche che raggiungessi un certo livello di condizione. Quelle del Sibiu Tour sono state le prime vere volate a cui ho potuto partecipare e per questo il bilancio può essere considerato molto positivo.

Due anni di contratto per il milanese, che svolge anche un ruolo di maestro per i più giovani
Due anni di contratto per il milanese, che svolge anche un ruolo di maestro per i più giovani
Quando sei arrivato alla Q36.5 la dirigenza aveva parlato di te come uomo che doveva portare punti alla squadra (e quindi vittorie) ma anche come maestro per i più giovani. Come ti trovi in questo ruolo?

E’ stato una delle ragioni che mi ha spinto ad accettare la proposta. Io in generale cerco di dare sempre supporto ai più giovani, anche come esperto di dinamiche in gruppo, anche se quelli che passano oggi non sono come eravamo noi alla loro età. Ormai arrivano che sono già pronti, conoscono molto di come funziona questo mondo, sanno che cosa fare ma cerco comunque di essere utile e questo mi dà soddisfazione perché riesco a farmi ascoltare.

Nel team c’è qualcuno che ti ricorda Nizzolo?

Bella domanda alla quale vorrei dare una risposta compiuta più avanti nel corso della mia stagione, perché lavoriamo da troppo poco tempo insieme. Posso dire che un ragazzo c’è, nel quale mi rivedo, ma sono tante le cose da valutare e soprattutto le esperienze da condividere per dare un giudizio.

Nizzolo ha iniziato a correre solo a fine aprile, ora vuole rimpinguare il suo numero di giorni di gara
Nizzolo ha iniziato a correre solo a fine aprile, ora vuole rimpinguare il suo numero di giorni di gara
Dove ti vedremo prossimamente?

Il mio calendario ora si va infittendo: sarò alla Vuelta Castilla y Leon, a Villafranca, al Giro di Danimarca, poi si vedrà ma credo che gareggerò anche ad Amburgo. Sono tutte corse che si adattano alle mie caratteristiche, le prove ideali per continuare a salite di condizione. D’altronde ho bisogno di un calendario così ricco e ne ha bisogno anche la squadra, visto che per forza di cose sono uno dei corridori più freschi attualmente nel team.

Il poker di Pogacar, puntuale come una promessa

19.07.2024
7 min
Salva

ISOLA 2000 (Francia) – La spallata più decisa nel giorno da cui, in teoria, sarebbe dovuto partire il riscatto. Ci sono dichiarazioni che si fanno per onorare la corsa e quelle di cui sei davvero convinto. E forse alla Visma-Leasa a Bike sapevano da almeno due giorni – dallo scatto di Evenepoel a Superdevoluy – che Vingegaard non fosse all’altezza del compito. Il continuare a rimandare appellandosi alla presunta crescita oggi ha impattato contro il muro giallo di Pogacar, in una giornata in cui nel team olandese si era pensato a un attacco più per forma che per convinzione. La presenza di Jorgenson là davanti e il suo rammarico finale dicono chiaramente che, nonostante una finestra aperta, si fosse partiti per vincere la tappa, lasciando dietro il capitano con scelta piuttosto rischiosa.

«In teoria non dovrei essere così deluso – dice Jorgenson, secondo all’arrivo – ma ci sono andato così vicino… Sento che io e il Tour de France abbiamo un pessimo rapporto. Io do il massimo, ma non ottengo niente. Negli ultimi 10 chilometri pensavo alle mie gambe, non agli altri. Cercavo di fare il massimo sforzo possibile, finché negli ultimi tre ho sentito che stava arrivando Pogacar ed ho avuto una brutta sensazione. Quando mi ha superato, mentalmente sapevo che anche se fossi rimasto alla sua ruota, mi avrebbe battuto ugualmente.

«Quindi sono deluso, anche per una giornata che non è andata come volevamo. Inizialmente dovevamo essere dei riferimenti per Jonas. Poi via radio ci hanno dato via libera di concentrarci sulla tappa. Devo dire grazie a Kelderman, altruista e un ottimo compagno di squadra. Poteva correre per sé, invece ha lavorato per me senza fare domande. Entrare nella fuga è sempre uno sforzo, ma senza quei quattro minuti, non avremmo avuto la possibilità di arrivare prima del gruppo. E’ stato uno sforzo necessario».

Jorgenson, qui con Carapaz (più combattivo di tappa), ha chiuso secondo a 21 secondi
Jorgenson, qui con Carapaz (più combattivo di tappa), ha chiuso secondo a 21 secondi

Una squadra pazzesca

Pogacar ha gestito la tappa con una sicurezza infinita, avendo intorno tutta la squadra. Di solito in una tappa come questa, sull’ultima salita i primi della classe hanno attorno un paio di uomini, mentre gli altri sono sparpargliati fra discese e salite. Il UAE Team Emirates ha puntato Isola 2000 tutto compatto, perdendo appena Politt, che pure ha tirato come un fabbro. Il cielo qua in cima è velato, si suda anche a stare fermi, anche se qualche folata d’aria a tratti rimette le cose in pari.

«Ho vinto la tappa regina del Tour de France – ansima Pogacar in maglia gialla – e posso confermare che la Bonette è davvero spaventosa da fare in gara. In allenamento è davvero bella perché puoi saltare l’ultimo chilometro, ma lo stesso sono super felice di aver avuto buone gambe. Siamo stati qui ad allenarci per un mese intero tra Giro e Tour, è stato un periodo difficile. Non sono mai giornate facili, perché ogni giorno bisogna rifare la salita, per questo la conoscevo bene. Questo ci ha permesso di fare la strategia che volevamo. Ne avevamo parlato già durante il nostro ritiro ed è incredibile che l’abbiamo fatta esattamente come avevamo detto. Sono scattato nel punto che avevamo indicato, è stato davvero perfetto al 100 per cento».

L’attacco (sfumato) di Jonas

Eppure i due uomini Visma in fuga per qualche chilometro hanno creato apprensione o comunque un sottile strato di allerta nell’ammiraglia e nel gruppo in gara. Vingegaard vuole attaccare? Perché è vero che la classifica è ormai tutta scritta, ma se uno t’ha staccato malamente come il danese negli ultimi due anni, il ricordo genera sempre timore.

«Ho pensato che Jonas volesse provarci sulla Bonette – dice Pogacar – questo è stato il mio pensiero iniziale. Ma davanti stavano andando davvero molto forte, non sembrava stessero aspettando qualcuno che attaccava. E quando abbiamo capito che puntavano alla tappa, ci siamo un po’ tranquillizzati. Devo dire però che non è stata facile come potrebbe sembrare. Nell’ultimo chilometro mi sono voltato spesso. Ho speso tanto per riprendere Carapaz e Simon Yates. Quando mi hanno detto che anche Matteo (Jorgenson, ndr) stava perdendo un po’ di smalto, ho provato a superarlo di slancio e lì mi sono ucciso le gambe. Così ho cominciato a pensare che forse sarebbe rientrato e mi sarebbe scattato in faccia o qualcosa del genere, perché indubbiamente oggi è andato davvero forte…».

Per Vingegaard all’arrivo l’abbraccio di sua moglie Trine Marie
Per Vingegaard all’arrivo l’abbraccio di sua moglie Trine Marie

La resa del re

Jonas ha abbracciato sua moglie Trina Marie e in quella stretta ha sfogato tutto lo stress di tre settimane cercando di ritrovare se stesso anche quando tutto diceva che sarebbe stato impossibile. Ed è la prima volta che parla di quel che gli successo, avendo evitato per tutto il Tour di usarlo come scusa.

«Ho capito di dover semplicemente lottare per qualcos’altro – dice – ed è quello che ho fatto. Non sono così deluso, perché ho ben chiara la storia degli ultimi 3 mesi. Ho lottato per quasi tre settimane e ora probabilmente possiamo dire che è quasi finita e probabilmente non vincerò. Penso ancora che posso essere orgoglioso di come abbiamo corso e di come ho corso io per primo. La vittoria ormai non c’è più, ecco come stanno le cose: devo accettarlo. Invece Tadej la merita, è andato fortissimo. Io non ero al mio livello normale, tanto che mi sono messo dietro a Remco quando ho capito che vuole il mio secondo posto. Ho cambiato tattica dopo Superdevoluy, accettando anche di non scattare per toglierlo di ruota, altrimenti avrei finito per perdere il secondo posto. Ho detto per tre settimane che volevo correre per vincere, ma quando ti rendi conto che è del tutto impossibile, allora forse è anche meglio lottare per un obiettivo ragionevole».

Vingegaard è certo che domani Evenepoel darà l’attacco alla seconda posizione
Vingegaard è certo che domani Evenepoel darà l’attacco alla seconda posizione

Il pericolo Evenepoel

Ma il Tour non è finito. Evenepoel ha fiutato il suo… dolore e sa che fra domani e domenica nella crono può riuscire nel sorpasso. E così da cacciatore, sia pure ferito, ora Vingegaard si ritrova nei panni della preda. Ugualmente ferita, pertanto più fragile.

«Adesso vado in albergo – dice – e poi domani spero di avere gambe migliori. So che sarò attaccato, quindi nei prossimi due giorni non mi resta che dare tutto quello che ho. Mi aspetto che Remco vada per il secondo posto, lo farei anche io se fossi al posto suo. Per cui mi metterò alla sua ruota e la squadra mi darà una mano per controllarlo. Ma adesso lasciatemi andare, il viaggio è ancora lungo».

Novanta chilometri, per l’esattezza, fino all’hotel di Nizza da cui domani partirà la ventesima tappa. Un lungo trasferimento, come i tanti di questo Tour. Mentre noi ci mettiamo a scrivere le sue parole, aspettando il momento giusto per riprendere la strada.

La Bonette, il valico più alto d’Europa: lo scollinamento è a quota 2.802
La Bonette, il valico più alto d’Europa: lo scollinamento è a quota 2.802

Domani senza fretta

Si potrà scrivere la parola fine sotto questo Tour de France? Il sorriso con cui Pogacar racconta la sua ennesima impresa ti fa capire che è davvero contento della conquista e per niente annoiato per la superiorità. Sta accadendo quel che abbiamo già visto al Giro e anche se lo strapotere sembra eccessivo, perché mai dovrebbe rallentare?

«Ho guadagnato ancora 1’42” su Jonas e Remco – dice – la situazione sembra più bella che mai. Sono felice perché domani potrò godermi la tappa. Magari lasceremo andare la fuga e ci godremo le strade su cui ci siamo allenati. Speriamo che non accada nulla. Questo Tour è stato davvero sorprendente per le vittorie di tappa. Diciamo che quest’anno ho bilanciato il conto rispetto alle due che ho vinto l’anno scorso. Posso dire che marcio al ritmo di tre tappe per Tour, il che è pazzesco e mi rende davvero orgoglioso».

Ballerini, Cavendish e Cees Bol sono stati gli ultimi tre ad arrivare: distacco di 43’46”, tempo massimo di 48’49”
Ballerini, Cavendish (con loro anche Cees Bol) sono stati gli ultimi tre ad arrivare: distacco di 43’46”, tempo massimo di 48’49”

Qualcuno crede che domani, sulle strade di ogni giorno, rinuncerà a vincere ancora? Con Isola 2000 è arrivato a quota 15 tappe vinte. Come dire che al ritmo di tre vittorie all’anno, fra sette Tour potrebbe battere il record di Cavendish, facendolo però con lo stile di Merckx. Eppure sette anni in questo ciclismo così veloce sono lunghi come un’era geologica. Forse per questo fa bene a godersi un passo alla volta e anche a non andare alla Vuelta, lasciandosi la porta per altri stimoli. Le carriere restano lunghe se si sceglie di non bruciare tutto e subito.

Valle d’Aosta: risorge Golliker ma fa notizia Crescioli in giallo

19.07.2024
5 min
Salva

PRE SAINT DIDIER – Un finale di quelli belli, di quelli che ti fanno saltare sulla sedia fino alla fine. La terza tappa del Giro della Valle d’Aosta ha regalato una pagina di grande ciclismo giovanile. Vittoria per Joshua Golliker, maglia gialla per Ludovico Crescioli e altri due protagonisti: Jarno Widar e Guillermo Martinez.

Nel finale è andato in scena il gioco delle coppie. Golliker e Martinez per la tappa, Crescioli e Vidar per la generale. Dopo due tappe interlocutorie il Valle d’Aosta è entrato così nel vivo con la Sarre – Pré Saint Didier e le sue salite vere.

Golliker, staccato da Martinez in salita, ha recuperato e contrattaccato in discesa
Golliker, staccato da Martinez in salita, ha recuperato e contrattaccato in discesa

Golliker, forza e lacrime

Dopo l’ennesima batosta stagionale (ieri aveva incassato 8′) sembrava proprio che la ruota non girasse per l’inglese della Groupama-Fdj. Lui vinse qui un anno fa. Conquistò la prima e l’ultima tappa. Poi tanti alti e bassi, più bassi che alti. Tanto che Joshua stesso si era messo in discussione.

Staccato sul San Carlo dallo scalatore della Q36.5, Martinez, Joshua è rientrato in discesa. E ci è riuscito un po’ perché è bravo lui, parecchio perché il colombiano ha qualche difficoltà e un po’ perché con la squadra era venuto qui in ritiro e con l’occasione avevano provato le tappe del Giro del Valle d’Aosta.

«Ero a arrivato a dubitare della mia condizione – ha detto Golliker commosso nelle interviste post arrivo – è stata una tappa molto dura e nel finale Martinez mi era molto vicino, ma sono riuscito a mantenere il vantaggio fino al traguardo». Golliker aveva fatto il diavolo a quattro nelle fasi iniziali e la fuga buona era stata propiziata soprattutto da lui.

Anche oggi gran caldo, specie nella prima metà della tappa
Anche oggi gran caldo, specie nella prima metà della tappa

Occhio a Widar

In tanti qui al Valle d’Aosta ci chiedevamo cosa davvero volesse fare Jarno Widar. Il belga non era stato chiaro circa i suoi piani: vittoria di tappa o classifica generale? Lui aveva detto di optare per le tappe, ma dopo oggi qualche dubbio sorge.

«Sulla prima salita – ha detto un quasi stralunato Widar – abbiamo provato ad attaccare con un ragazzo della VF Group – Bardiani e provato a ridurre il distacco fino all’ultima salita. Non sai mai cosa può succedere in una scalata così alta, così lunga e anche così dura, specie nel finale. Io e Crescioli abbiamo provato ad attaccare ancora. Abbiamo recuperato e anche se non ho preso la maglia gialla sono soddisfatto.

«Domani il tappone? Vediamo come va e quel che succederà».

Il problema per il re del Giro Next Gen è che è praticamente da solo. Gli è rimasto un solo compagno, Eeman, che tra l’altro non sembra in grande forma.

Però lui è stato un samurai, lottando come un leone. Forse in qualche occasione si è esposto troppo, ma se voleva restare attaccato a questo Valle d’Aosta o faceva così… o faceva così.

Crescioli in giallo. Ora Ludovico vanta 6″ su Widar e 1’23” su Verstrynge, entrambi belgi
Crescioli in giallo. Ora Ludovico vanta 6″ su Widar e 1’23” su Verstrynge, entrambi belgi

Italia in giallo

E ci teniamo il piatto forte per il finale. Ludovico Crescioli è in maglia gialla. Ed esserlo a questo punto del Giro della Valle d’Aosta non è cosa da poco. Restano due tappe, tappe molto dure e una, quella di domani, anche lunga (163 chilometri), ma oggi c’erano tante e durissime salite, pertanto è lecito attendersi una stabilizzazione dei valori in campo.

Il ragazzo della Technipes #InEmiliaRomagna dopo una buona primavera è un po’ mancato al Giro Next Gen. A quel punto si è riposato ed è rientrato al Sibiu Tour, perfetto per tornare su. Lì non mancavano neanche le WorldTour. Risultato ne è uscito con una grande gamba.

E si è visto sin dalla tappa iniziale di questo Valle d’Aosta, in quel di Passy, quando è arrivato terzo.

«E’ stata una tappa con molta salita – ci ha detto Crescioli mentre mangiava il pasto di recupero post tappa – Widar ha preso l’ultima il San Carlo di petto e ha fatto la selezione. Io vedevo che il gruppo si assottigliava e io ne facevo parte. In cima il belga ha dato ancora una sgasata e l’ho tenuto. Nel finale gli ho dato qualche cambio. Lui ha provato a staccarmi ancora, ma l’ho tenuto benone».

«Ora che ho la maglia cosa farò? Faremo il massimo e lo faremo fino in fondo. Non sarà facile ma ci si proverà. Devo dire che anche i compagni sono stati bravi, mi hanno aiutato nei tratti in pianura e li ringrazio».

I ragazzi di Chicchi al via della prima tappa al Valle d’Aosta. Ora lotteranno per difendere la maglia gialla
I ragazzi di Chicchi al via della prima tappa al Valle d’Aosta. Ora lotteranno per difendere la maglia gialla

I piani di Chicchi

Da stasera cambieranno diverse cose nel clan Technipes – #inEmiliaRomagna guidato da Francesco Chicchi.

«Questa maglia è un bel premio – ha detto il diesse toscano – noi ci proviamo, ma il livello è altissimo e non è detto che ci si riesca. Sapevamo che Ludovico stava bene. Attaccare? Ora tocca a lui, al belga, attaccare. Sono 6” di vantaggio ma se avremo le gambe ci proveremo senza dubbio. Occhio però, perché questo Wider è un fenomeno, non scordiamo che è al primo anno.

«Restano due tappe, molto dure e domenica verso Cervinia danno brutto tempo. Questa maglia ci dà più energie e diventa la priorità. E anche se gli altri ragazzi non sono scalatori come Crescioli, ora con questa maglia daranno ancora di più. Dispiace solo che Filippo Omati ci abbia lasciato per una caduta».

Giro della Lunigiana: novità, conferme e al via ci sarà anche Finn

19.07.2024
5 min
Salva

E’ stato presentato ieri sera, nella cornice dell’azienda agricola Terre di Luni, il 48° Giro della Lunigiana. La “Corsa dei Futuri Campioni” così è stata soprannominata nel corso degli anni visti i nomi che ne sono usciti. Vi basti pensare che il vincitore del Giro Next Gen 2024, Jarno Widar, l’anno scorso si è aggiudicato le prime due semitappe della corsa toscana. Se si allarga lo sguardo ai primi dieci del Giro Next Gen allora si trovano anche altri due volti che nel 2023 erano presenti al Lunigiana: Pablo Torres e il vincitore Léo Bisiaux

Chi succederà a Léo Bisiaux ereditando il trofeo simbolo del Lunigiana?
Chi succederà a Léo Bisiaux ereditando il trofeo simbolo del Lunigiana?

Grande attesa

Quando si ha un parterre così importante è normale che l’attenzione sia elevata, soprattutto se si parla della categoria juniores. I giovani fanno gola e se si vogliono vedere i migliori al mondo allora l’appuntamento è per il 4 settembre a Luni per la partenza della prima tappa.  

«Ieri erano presenti 200 ospiti alla presentazione della corsa – dice Alessandro Colò, uno degli organizzatori –  tra sponsor, istituzioni e appassionati di ciclismo. Un bel numero per essere una corsa juniores. Per l’edizione 2024 non avremo più l’arrivo dell’ultima tappa a Luni, ma la partenza. Abbiamo voluto fare una cosa in grande stile, partiremo dagli scavi archeologici della città romana e dal loro cuore: l’anfiteatro. Lì ci sarà il foglio firma e prenderà il via l’edizione numero 48 del Giro della Lunigiana».

Ecco le altimetri del prossimo Giro della Lunigiana, che scatterà il 4 settembre
Ecco le altimetri del prossimo Giro della Lunigiana, che scatterà il 4 settembre
Città confermate ma anche qualche novità interessante

La maggior parte degli arrivi e delle partenze sono stati confermati, con qualche modifica al percorso però. I nomi che hanno reso famosa questa corsa ci saranno tutti: l’arrivo in cima a Bolano e a Terre di Luni. Una bella notizia è il ritorno di La Spezia come sede di arrivo della prima tappa. Una new entry importante è quella di Sestri Levante, da dove partirà la seconda semitappa del venerdì. 

Com’è arrivato l’ingresso di Sestri Levante?

Nel 2023 il sindaco della città è venuto a vedere una tappa ed ha apprezzato la nostra organizzazione e la corsa. Così ci ha chiesto di poter avere una partenza dalla sua città. Abbiamo già una frazione interamente corsa nel Tigullio, con l’introduzione di Sestri ora le città di questa regione sono tre. 

Le semitappe sono state spostate dal primo giorno al terzo.

La questione è logistica, ma anche legata al pubblico. L’arrivo di Bolano raccoglie sempre un gran numero di appassionati. Abbiamo voluto metterlo di venerdì pomeriggio per permettere al pubblico di accorrere ancor più numeroso. 

Veniamo al disegno della corsa, sembrerebbe più ammorbidito. 

Più che altro la scelta è stata quella di rendere la corsa più “frizzante” dal primo all’ultimo giorno. La tappa che va da Portofino a Chiavari non prevede più il dislivello dello scorso anno ma è meglio distribuita. Gli ultimi 20 chilometri ci aspettiamo che saranno esplosivi grazie all’ingresso di una nuova salita, quella di Bocco, da noi conosciuta come Leidi. Cinque chilometri impegnativi che potranno essere un bel trampolino di lancio. 

Cosa intendi con corsa frizzante?

Ci aspettiamo bagarre fino all’ultimo chilometro dell’ultimo giorno. Anche perché la tappa finale che va da Fivizzano all’azienda agricola Terre di Luni, sarà movimentata. L’anno scorso ai fini della classifica l’ultima tappa ha detto poco. Invece in questa edizione ci saranno tre passaggi sulla salita di Montemarcello, gli uomini di classifica dovranno uscire allo scoperto. 

A proposito di uomini di classifica, ieri alla presentazione ha partecipato Lorenzo Finn. 

Lo abbiamo invitato in quanto campione italiano e atleta ligure. In più nel 2023 è stato secondo classificato, dietro a Léo Bisiaux. Di sicuro sarà al via di questa edizione a rappresentare la sua regione e a sfoggiare la maglia tricolore. 

Lorenzo Finn, intervenuto ieri alla presentazione, sarà della partita
Lorenzo Finn, intervenuto ieri alla presentazione, sarà della partita
Il rischio era di non averlo, vista la sovrapposizione con il Grand Prix Ruebliland, altra corsa internazionale juniores in Svizzera.

Alcune nazionali dovranno dividersi tra noi e loro e non è una cosa molto simpatica. Noi avevamo anche pensato di anticipare i giorni della gara spostando tutto a fine agosto, ma sarebbe stato impossibile. La nostra è un’area molto turistica, lo si capisce dalle località toccate, e le strutture alberghiere non sarebbe riuscite a riceverci. L’appuntamento rimane per il 4 settembre e lo spettacolo sarà comunque garantito.