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Ineos: per ora tanto Ganna e tanto Bernal. Sentiamo Leo Basso

04.03.2026
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Quando si parla di Ineos Grenadiers si pensa subito al grande squadrone che è stato. Quest’anno però il team britannico è partito molto bene. Tira un’aria nuova. E certamente l’ingaggio di Oscar Onley è stato il colpo di coda del ciclomercato. Anche secondo Giuseppe Martinelli e la sua esperienza, vedremo una Ineos in ripresa.

Leonardo Basso, uno dei direttori sportivi della Ineos, ci porta dentro la sua squadra. E soprattutto nei programmi nell’immediato e nelle corse italiane. Perché diciamola tutta: si sa che Onley sarà il leader al Tour de France, ma per il resto non si hanno grandi notizie. Bernal al Giro? Ci sono forti indizi (ancora di più dopo questa intervista), ma di ufficiale non c’è nulla. Insomma, sentiamo Leonardo.

Leonardo Basso (classe 1993) è sull’ammiraglia della Ineos Grenadiers dal 2024 (foto Instagram Ineos)
Leonardo Basso (classe 1993) è sull’ammiraglia della Ineos Grenadiers dal 2024 (foto Instagram Ineos)
Una buona partenza, Leonardo. Già al Tour Down Under avete alzato le braccia al cielo…

Sì, indubbiamente. Abbiamo iniziato bene l’anno, la squadra ha girato subito forte sia a livello tecnico, ma c’è anche un bel clima all’interno di tutti i reparti, dai corridori allo staff. Questo clima poi si ripercuote sulla performance. Non è sempre automatico, però nella maggior parte dei casi, se inizi bene e tutte le cose sono a posto, i corridori sentono la fiducia e possono performare. Ne esce una buona dinamica, il morale resta alto e le cose girano: non è una casualità. Ora cerchiamo di lavorare bene anche in questo mese che è cruciale, con appuntamenti importanti.

Mese cruciale soprattutto in Italia: che squadra porterete tra Strade Bianche, Tirreno-Adriatico e Sanremo? E quali saranno i leader?

Per la Strade Bianche naturalmente abbiamo Egan Bernal, che è già salito sul podio nel 2021 e sa come correrla. L’anno scorso è stato protagonista anche nella tappa del Giro d’Italia che comprendeva parte di quei settori. Pertanto ci affidiamo al suo talento. Lui sarà il nostro faro per sabato. Sempre Bernal resterà in Italia per fare poi la Tirreno-Adriatico insieme a Thymen Arensman: loro due saranno i nostri leader per la generale.

E Ganna?

Certamente, alla Tirreno avremo anche Filippo Ganna che, come di consueto, correrà per puntare soprattutto alle tappe. Intanto cerchiamo di iniziare bene con la cronometro, che è la frazione numero uno, poi con lui vedremo giorno per giorno.

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I nuovi si sono integrati bene, secondo Basso. Sam Welsford, per esempio, ha vinto subito. Eccolo conquistare la 3ª frazione del Down Under
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I nuovi si sono integrati bene, secondo Basso. Sam Welsford, per esempio, ha vinto subito. Eccolo conquistare la 3ª frazione del Down Under
Sarà una Tirreno anche in funzione della Sanremo? Sempre per Ganna intendiamo…

Diciamo di sì. Però il ciclismo moderno è cambiato. Oggi si cerca di capitalizzare ogni opportunità, rispetto a una ventina di anni fa in cui la Tirreno era quasi necessariamente corsa in funzione di altro. Adesso ogni appuntamento è importante. Chiaro che a livello fisico la Tirreno gli darà una marcia in più, perché una corsa a tappe influisce sempre sulla condizione, però vogliamo sfruttare al massimo la Tirreno e poi gestire bene la settimana di stacco prima della Milano-Sanremo.

Ci sarà qualche co-capitano vicino a Ganna alla Sanremo?

Ganna arriva da due podi, pertanto sarà lui il nostro riferimento per l’arrivo di via Roma. Cercheremo di supportarlo al meglio.

Poi la grande domanda: che Ineos vedremo al Giro d’Italia? Il duo Bernal-Arensman è un indizio?

Il discorso è ampio. Abbiamo una pianificazione in atto. Per Bernal questo potrebbe essere considerato un primo step, naturalmente. Però il ciclismo moderno è molto complesso, quindi abbiamo un piano, ma restiamo flessibili. Intanto vogliamo fare bene la Tirreno. Poi, se tutto andrà come deve, al Giro la nostra squadra non può esimersi dal tentare di essere protagonista in classifica generale. Senza però trascurare l’opportunità di capitalizzare anche qualche tappa. Serve il giusto equilibrio tra ambizioni di un giorno e classifica generale, per la quale siamo naturalmente strutturati.

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Ganna in azione nella crono dell’Algarve, da lui vinta. Pippo sarà leader della Ineos alla Sanremo
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Ganna in azione nella crono dell’Algarve, da lui vinta. Pippo sarà leader della Ineos alla Sanremo
Quindi non è sicuro che possa essere Bernal il leader per il Giro?

E’ troppo presto per fare questa dichiarazione, soprattutto prima, e a ridosso, della Tirreno-Adriatico. Facciamo passare la Corsa dei Due Mari e poi ci concentreremo sull’avvicinamento al Giro d’Italia.

Quanto è cambiata la Ineos Grenadiers con l’arrivo, quasi a sorpresa, di Onley?

E’ parte della nostra natura cercare sempre di rinforzarci. E’ indubbio che Oscar Onley sia un corridore molto importante e che abbia dato ulteriore forza all’organico. Devo dire che è stato bravissimo a integrarsi. L’ho visto adattarsi subito alle dinamiche di un team per lui nuovo. Ha legato bene con staff e compagni. Insomma, è lui che ci ha aiutato. Senza contare che si sono visti già buoni risultati all’Algarve. Con lui stiamo facendo un percorso per questa stagione, ma anche per i prossimi anni. E’ stato bravo a iniziare con il piede giusto.

Oltre alle corse italiane e al Tour, avete già una traccia per Vuelta e finale di stagione?

Direi di no. E’ vero che le squadre cercano di pianificare il più possibile, però prima ci sono Giro e Tour, e poi a cascata si definisce il resto del programma. Cerchiamo anche di non dare ai corridori informazioni troppo definitive, perché nel mezzo ci sono tanti mesi e le condizioni possono variare. Certamente noi abbiamo un’idea, ma non l’abbiamo ancora confermata neanche agli atleti.

Ineos, Bernal
Bernal, ex biker, ha un certo feeling con gli sterrati, per questo guiderà la Ineos a Siena
Ineos, Bernal
Bernal, ex biker, ha un certo feeling con gli sterrati, per questo guiderà la Ineos a Siena
E invece tu, Leonardo, come sta procedendo questa tua avventura?

Devo dire che la squadra e i ragazzi stessi mi hanno aiutato molto. Il fatto di essere stato alla Ineos Grenadiers da corridore per quattro anni mi ha agevolato. Per il resto sento questo ruolo da direttore abbastanza naturale, forse anche più di quanto lo fosse quello del corridore. Mi trovo a mio agio. La Ineos è una squadra di livello mondiale e questo comporta pressioni e responsabilità diverse, ma le sto vivendo bene. Se ci metti tutto l’impegno possibile, credo che i risultati arrivino. Insomma, dare il massimo come quando ero corridore.

C’è un tuo corridore che ti ha colpito non solo per i risultati, ma anche per il carattere?

Più che un singolo corridore mi ha colpito l’approccio dei giovani. In queste ultime stagioni il ciclismo ha raggiunto un livello di professionalità assoluto. La cura dei dettagli è elevatissima e i giovani hanno già queste attenzioni. Sono di una professionalità incredibile. Probabilmente è una cosa generalizzata, non solo del team Ineos. Hanno una conoscenza altissima della nutrizione e di tutti gli aspetti dello sport. Dovremo essere bravi noi a gestire la parte più istintiva, perché a un’età giovane devono anche conservare la gioia di correre, senza essere esclusivamente focalizzati sui dettagli. Però, ripeto, il loro livello di professionalità mi ha davvero stupito.

Partita la stagione e Fedrizzi si è fatto trovare pronto

Partita la stagione e Fedrizzi si è fatto trovare pronto

03.03.2026
4 min
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La stagione degli juniores è iniziata esattamente come si prevedeva e come soprattutto prevedeva il cittì Dino Salvoldi. Il GP Giuliano Baronti ha subito messo in evidenza alcuni dei corridori più attesi della stagione a cominciare dal suo vincitore, Brandon Fedrizzi (in apertura foto xpix.it) che il tecnico azzurro vede, essendo al suo secondo anno, come una delle guide della categoria, soprattutto in ottica delle prove titolate della seconda parte di questa stagione.

Nel parlare con il bolzanino si ha subito la sensazione di un corridore che nel corso di questi mesi è maturato molto ed è pronto a prendersi le sue responsabilità nella categoria. La condotta di gara a Cerbaia di Laporecchio è lì a dimostrarlo: «La gara è stata dura e anche mossa, ci sono state parecchie fughe con la squadra che mi ha aiutato a prendere la salita davanti. Negli ultimi 15 chilometri io e Campagnolo dovevamo prendere l’iniziativa, ma lui aveva i crampi, così ho attaccato in salita e scollinato da solo. Da dietro sono rientrati in discesa, ma avevo sufficienti energie per giocarmi la volata trovandomi davanti già ai -100».

Fedrizzi nel 2025 ha colto 5 vittorie, compresa l'ultima gara stagionale e ben 20 Top 10
Fedrizzi nel 2025 ha colto 5 vittorie, compresa l’ultima gara stagionale e ben 20 Top 10
Fedrizzi nel 2025 ha colto 5 vittorie, compresa l'ultima gara stagionale e ben 20 Top 10
Il podio finale del GP? Baronti con Fedrizzi primo su Alessiani e Tarallo
Miglior inizio non ci poteva essere, anche considerando il fatto che eri piuttosto atteso da questa prima classica di stagione…

Sapevo dell’attesa, ma ero tranquillo, sapevo che la condizione era buona, quindi se mi giocavo bene le mie carte, il risultato poteva arrivare.

Com’è stato l’inverno?

Davvero buono, ho fatto una buona preparazione senza intoppi, ho anche fatto vari ritiri prestagionali con la Borgo Molino e poi sono stato anche con la Lotto-Intermarché, la squadra WT in Spagna e mi sono trovato molto bene.

Il ritiro invernale è stato molto importante, con il team italiano ma anche con la Lotto
Il ritiro invernale è stato molto importante, con il team italiano ma anche con la Lotto
Il ritiro invernale è stato molto importante, con il team italiano ma anche con la Lotto
Il ritiro invernale è stato molto importante, con il team italiano ma anche con la Lotto
Lo scorso anno avevi detto di essere già stato preselezionato dall’Intermarché. Poi c’è stata la fusione con la Lotto. Hai mai temuto che gli accordi che avevi preso venissero meno?

No, anzi, sono contento perché adesso c’è anche la Lotto che è una squadra che ha un grande passato e molto prestigio, con molti corridori di spicco che sono emersi anche negli ultimi anni, ma non ho ancora firmato niente, vedremo come andrà avanti la stagione. I contatti comunque ci sono e sono costanti tanto è vero che durante la stagione dovrei anche fare qualche gara all’estero con loro squadre satelliti.

Com’è stato fare i ritiri con loro?

Sicuramente è stata un’esperienza bellissima, ho imparato tanto. Non nascondo che mi ha aiutato anche per vincere questa prima corsa, per gestire le varie situazioni che si presentano in corsa e poi ha influito sulla mia autocoscienza, la percezione di quel che valgo e che posso fare.

Fedrizzi è passato alla Borgo Molino quest'anno, proveniente dalla Petrucci Assali Stefen Makro
Fedrizzi è passato alla Borgo Molino quest’anno, proveniente dalla Petrucci Assali Stefen Makro
Fedrizzi è passato alla Borgo Molino quest'anno, proveniente dalla Petrucci Assali Stefen Makro
Fedrizzi è passato alla Borgo Molino quest’anno, proveniente dalla Petrucci Assali Stefen Makro
Prima dell’inizio della stagione su strada, Salvoldi aveva detto di far molto affidamento su di te, soprattutto per le corse all’estero e anche come guida per chi passa junior quest’anno…

Sì, sono molto contento di assumermi delle responsabilità come secondo anno, è un ruolo che conto di svolgere al meglio, se posso aiutare chi viene dalla categoria allievi come ne venivo io lo scorso anno, di poter trasmettere quel che ho imparato.

La vedi la differenza rispetto all’anno scorso?

Decisamente, dodici mesi fa era stato molto duro l’approccio, come sempre lo è per un primo anno, ma non mi sono mai sentito inferiore a nessuno, mi sono sempre allenato e impegnato a migliorare. Ora ho un anno d’esperienza alle spalle e spero che sia la mia stagione buona. L’inizio mi incoraggia alquanto…

Fedrizzi nel 2025 ha colto 5 vittorie, compresa l'ultima gara stagionale e ben 20 Top 10
Fedrizzi nel 2025 ha colto 5 vittorie, compresa l’ultima gara stagionale e ben 20 Top 10
Fedrizzi nel 2025 ha colto 5 vittorie, compresa l'ultima gara stagionale e ben 20 Top 10
Fedrizzi nel 2025 ha colto 5 vittorie, compresa l’ultima gara stagionale e ben 20 Top 10
Che programmi hai per le prossime settimane?

Domenica ci sarà il Giro delle Conche, la seconda gara nazionale e sarà una sorta di rivincita per tanti. Poi farò la crono lunedì in Toscana e dopo vedremo. Non vorrei gareggiare tantissimo, ma sfruttare anche il tempo per la preparazione ed essere pronto per i grandi appuntamenti stagionali considerando anche gli impegni che potrei avere con la squadra azzurra nella Nations Cup.

A prescindere da questi possibili, anzi probabili impegni con la nazionale, hai in programma trasferte all’estero anche per le classiche juniores?

Non lo so ancora ma spero davvero di sì, vedremo quale sarà la gestione della squadra, d’altronde ci sono eventi internazionali anche qui, ad esempio il GP del Perdono del 6 aprile che mi piace molto e dove spero vivamente di essere già al massimo. Anche perché so che è una bella vetrina internazionale e visto quel che c’è in ballo, bisogna farsi trovare pronti…

Angelo Furlan, lezione di ciclismo nelle scuole 2026

Il ciclismo che insegna a vivere, la lezione di Furlan

03.03.2026
9 min
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«Secondo me il ciclismo è molto potente. Anche quando correvo ed ero là dietro nei gruppetti per tre quarti d’ora, mi dicevo: è troppo potente quello che sto provando, perché finita la carriera si perda tutto, come purtroppo accade nella maggior parte degli atleti professionisti di qualsiasi disciplina. Fanno un percorso e quando finiscono sono stanchi, non ne possono più. Io invece non vedevo l’ora di finire per comunicare tutto questo. Per me finire la carriera è stato un nuovo inizio. Mi sono sentito ancora più grintoso, perché questa è una vera bomba».

Lui è Angelo Furlan, ha 48 anni e ha corso come professionista dal 2001 al 2013. Ha vinto due tappe alla Vuelta, una Coppa Bernocchi, due tappe al Polonia, una al Delfinato e due all’Etoile de Besseges. E’ stato anche secondo alla Parigi-Tours dietro Freire. Alla strada c’è arrivato dalla BMX, con la struttura fisica del velocista che mal si sposava con i dettami di magrezza del suo tempo. Nella sua carriera non c’è stato nulla di facile, ma tutto è servito per formargli il carattere e le idee. E dopo il ciclismo, grazie a quello che ha imparato, si è reinventato una vita e dato il via alla sua attività.

Lo abbiamo intervistato spesso. Per l’academy di ciclismo con i bambini, per la biomeccanica di alcuni professionisti, per gli allenamenti online durante il Covid e oggi perché da un po’ di tempo ha iniziato a collaborare con scuole e aziende, utilizzando il ciclismo come la più potente metafora della vita. Tenete a mente questa parola – potente – perché ricorrerà spesso.

Dopo la carriera da atleta, Angelo Furlan ne ha inventata un’altra: qui nel 2025 facendo il fitting a Busatto. Il ciclismo resta il grande amore
Dopo la carriera da atleta, Angelo Furlan ne ha inventata un’altra: qui nel 2025 facendo il fitting a Busatto. Il ciclismo resta il grande amore
Professor Furlan, ci dica…

Hanno iniziato a invitarmi nelle scuole (sorride per il titolo, ndr). Non si parla sempre di ciclismo e vittorie, anche se di soddisfazioni ne ho avute. Ci sono approcci diversi. Alle elementari porto le bici della mia Bike Academy, con i percorsi per sviluppare la psicomotricità, in collaborazione con i docenti di educazione fisica. Però vengo chiamato più spesso negli istituti o nelle scuole medie per parlare degli aspetti che mi hanno accompagnato nel percorso. E di colpo i professori hanno iniziato a dire che ho ispirato i ragazzi, ma che poi ho ispirato anche loro.

Di cosa parli?

Del velocista che vince, però il giorno dopo è l’ultima ruota del carro. Poi sei di nuovo protagonista e poi sei di nuovo l’ultima ruota del carro. Questi continui paragoni reali, non solo filosofici e di frasi fatte. Di sbagli, cadute e tutto quello che può far offrire a questi ragazzi l’esempio e l’ispirazione di una persona che si è saputa reinventare più volte. Magari a loro la bici non piace, ma io vado per condividere un percorso.

Brevemente, il percorso…

Arrivavo dalla BMX dove vincevo tutto per la mia fisicità, ma di colpo quello che era un mio punto di forza mi ha messo fuori contesto, perché il ciclismo su strada ha dei canoni simili alla danza classica. Il tutto perché mi ero rotto una spalla e mentre aspettavo di rimettermi in sesto, vidi una bici da corsa in garage e pensai: questo può diventare il mio lavoro. Venivo da Woodstock e ho voluto trasformarmi in un ballerino di danza classica…

Niente di facile, insomma…

Potevo andare avanti, oppure fermarmi e lamentarmi. Ho deciso di andare avanti e l’attitudine sviluppata in questo percorso mi ha aiutato a fare 14 anni da professionista, ma quello è il meno. Soprattutto mi ha aiutato in tutti i giorni della vita. Se non sei il favorito in partenza, devi trovare il modo di restare a galla e da qua nascono un sacco di tematiche.

La Bike Academy di Angelo Furlan è anche un modello di ciclismo che il vicentino propone nelle scuole elementari
La Bike Academy di Angelo Furlan è anche un modello di ciclismo che il vicentino propone nelle scuole elementari
Ad esempio mai mollare?

Parlo di tutte le volte che sono caduto. All’Etoile de Besseges un anno mi sono distrutto la faccia, l’anno dopo sono caduto nel fosso, al terzo ho vinto e ho chiuso il conto. Sviluppi l’attitudine di metabolizzare e trasformare la sconfitta in un’occasione positiva. Ormai parlano tutti di sogni, si fanno i tatuaggi con le frasi motivazionali, ma così facendo certi mantra vengono sputtanati, scusate il termine. La vera resilienza è una cosa che attuano in pochi. Io racconto cosa vuol dire distruggersi.

Distruggersi?

Magari oggi sei a due punti dalla maglia verde del Tour de France, che può cambiarti la vita, e ti distruggi per raggiungerla. Invece il giorno dopo sei con la pelle squartata a mezz’ora dal primo e devi riuscire ad arrivare al traguardo. Puoi scegliere se stare lì a recriminare oppure tirarti su le maniche e continuare. Il ciclismo mi ha preparato per affrontare le situazioni più disparate e inattese.

Ad esempio come durante il lockdown?

Esatto, quando per il Covid ci hanno chiuso tutti in casa nel 2020 e io mi sono messo a pedalare sui rulli davanti a una telecamere e intanto parlavo come si faceva nel gruppetto, solo che ero in diretta davanti a 4.000 persone e ancora adesso ce ne sono 600 che pedalano con me. Oppure la scoperta del linguaggio interiore, che serve anche per fare il corridore.

Spiega meglio per favore.

Sono stato a lungo Furlan, quello grosso. Dal 2007 sono diventato Furlan, quello robusto e forte, ma ero sempre lo stesso, solo che avevo smesso di mortificarmi per il mio aspetto. E per questo motivo sono approdato alla Credit Agricole, la squadra più bella della mia vita, nell’anno peggiore della mia carriera. Avevano un tipo di comunicazione che mi piaceva e anche io ho iniziato a dire le stesse cose in un modo diverso. Dopo una sconfitta smisi di pensare che avessi fatto schifo, ma a dirmi che la volta dopo avrei fatto meglio.

Giro del Delfinato 2009, Angelo Furlan
Il passaggio alla Credit Agricole (qui la vittoria al Delfinato) segna un cambiamento di mentalità
Giro del Delfinato 2009, Angelo Furlan
Il passaggio alla Credit Agricole (qui la vittoria al Delfinato) segna un cambiamento di mentalità
E’ servito?

Mi ha fatto prolungare la carriera fino al 2013. E’ importante sapere che ci sono tanti piani alternativi, basta non ragionare sempre nei binari. Non parlo troppo delle vittorie e del ciclismo, racconto più questa capacità di reinventarsi nata nella giungla del gruppetto dei velocisti.

Hai detto che tutto questo è potente, come mai?

Quando metti in ordine queste cose, ti rendi conto che hanno nomi che non conoscevi. Facendo ciclismo, tu arrivi a fare mindsetting, oppure goalsetting. Vai in trance, ti si stacca l’anima dal corpo, poi rientra. Tutte cose che nel mondo del lavoro sono al centro della formazione: problem solving, la programmazione, la gestione delle obiezioni. Due anni fa sono andato in Alexium, l’azienda chimica che ha acquisito AstraZeneca. Mi capita di parlare anche davanti a impreditori, ovviamente con un linguaggio diverso e con delle tematiche diverse. Però il percorso che abbiamo fatto è talmente potente che non può semplicemente rimanere nella memoria di un atleta, ma deve essere messo a disposizione degli altri.

Nel tuo caso è stato tutto amplificato dalla necessità di dover superare ostacoli anche fisici?

E’ stato molto più potente perché io ho vissuto una serie incredibile di alternanze. Ho visto spessissimo il gruppo da dietro. Sono stato un bambino grasso, robusto, timido, seduto nell’angolo in fondo e adesso faccio programmi tematici e parlo davanti a 300 persone. E’ stato potente perché sostanzialmente, per usare una metafora, da crisalide sono diventato a mio modo una farfalla.

Una frase a effetto?

Può sembrarlo, ma delle frasi fatte non se ne può più. Questa volta sono vere, incredibilmente crude. Secondo me è stato più potente perché io non avevo scelta. Quando uno scalatore si stacca, va in depressione perché non vince. Noi dietro non avevamo scelta, eravamo disperati, speravamo di arrivare a casa ancora vivi.

Angelo Furlan, BMX, premiazione
Dal BMX alla strada, dalle insicurezze di bambino alla costruzione della personalità attraverso il ciclismo
Angelo Furlan, BMX, premiazione
Dal BMX alla strada, dalle insicurezze di bambino alla costruzione della personalità attraverso il ciclismo
Un po’ estremo?

Certe mattine al Giro oppure al Tour, guardavo le montagne e non sapevo se la sera sarei stato di nuovo lì con i miei compagni. Se vuoi restare nel tuo ambiente, questo ti crea la fame e la disperazione giusta e ti dà una diversa prospettiva della vita. Non è quello che succede nella vita? A me sembra la stessa cosa che mi succede oggi con la partita IVA. Tu parti alla mattina e devi essere predisposto a lavorare nella precarietà.

Il ciclista è un precario?

Il ciclista è un precario di lusso, a eccezione dei pochi che possono vivere di rendita, ma se non hanno testa basta poco e dissipano tutto. Quelli normali devono andare fuori a cacciare, sapendo che può capitare di diventare la preda. E’ una situazione atavica ed ecco cosa può fare il ciclismo. E’ una bomba.

Come racconti tutto questo ai ragazzi?

Arrivano a capire che non siamo tutti uguali. Alcuni ex corridori dicono che non c’è stato giorno in cui non si siano divertiti. Io dico che non c’è stato giorno in cui non abbia avuto mal di gambe, però sono andato avanti. Se riesci a convogliare questo tipo di attitudine e a cambiare il linguaggio comunicativo, è una bomba. Ecco perché io racconto del ciclismo. Ma la prima cosa, quando vado nelle scuole, è dire: «Ragazzi, qua c’è una bici. Io vi racconto il mio percorso e probabilmente alla maggior parte di voi la bici fa schifo. Non è un problema, perché adesso vi chiedo di mettere al posto della bici la vostra cosa preferita e poi si parte».

E loro?

Sono incredibilmente curiosi e questo mi stimola da matti. Quando leggo i compiti in cui parlano di me o di come le mie parole li hanno aiutati, mi viene la pelle d’oca. Li stimola molto uscire dallo stress del giudizio altrui. Capire che avevo la stessa insicurezza che hanno loro e sono riuscito a realizzarmi nel ciclismo e ora nella vita, anche a dispetto di chi diceva che non ce l’avrei mai fatta. Gli piace sentir parlare di passione e di come si prenda un impegno e si porti a termine. Gli piace anche quando parliamo dei social…

Coppa Bernocchi 2004, Angelo Furlan
La vittoria della Coppa Bernocchi del 2004 è la sintesi di tutto il messaggio di Furlan che dal ciclismo passa alla vita
Coppa Bernocchi 2004, Angelo Furlan
La vittoria della Coppa Bernocchi del 2004 è la sintesi di tutto il messaggio di Furlan che dal ciclismo passa alla vita
La nota dolente?

Fino a un certo punto. Tutti fanno la guerra al modo in cui li vivono, ma io dico: «Guardate cosa è successo nel 2020 con i social, grazie ai quali sono riuscito a parlare a migliaia di persone». Non vado per puntare il dito come fanno quelli della mia età, perché io grazie ai social, faccio quello che mi piace nella vita. Cerco di aiutarli a capire il modo giusto di usarli. Non sono un guru, non sono nessuno. Ho studiato anche mentre correvo perché capii che serviva alla mia vita, come dovranno capirlo loro. Provo una cosa, ne provo un’altra, continuo a provare. Ma se non si parte, non si arriva. Come alla Bernocchi…

Che cosa successe alla Bernocchi?

Ero alla Alessio e c’era in corsa anche Ferrigato, che mi diceva di stare davanti. E io gli dicevo di no: che avevo un solo scatto e lo avrei usato per la volata. Se fossi andato davanti, non ce l’avrei fatta. Passai tutto il giorno a staccarmi sul Piccolo Stelvio e rientrare in cima e in discesa. Avevo la mia tecnica unica, forse data dal BMX. In cima tiravo su il 53 e rientravo a ogni giro. E quando poi mi staccavo, pensavo: vi conviene ammazzarmi, perché se arrivo in volata sono fatti vostri.

Serve grande costanza per non mollare…

Ricordo bene gli sguardi di disprezzo dei direttori sportivi che mi passavano. Quando però Ferrigato mi vide in gruppo all’inizio del rettilineo finale, capì che avevo avuto ragione io. Partii per la volata quarantesimo, passai a destra, a sinistra, a destra, a sinistra e vinsi. Ci ho provato, poteva andarmi male. E alla fine ero talmente distrutto che alzando le mani mi venne un crampo e non riuscivo più ad abbassarle.

Riuscisti a gestire il giudizio degli altri che avrebbe potuto affossarti…

Questi ragazzi si sentono tritare le scatole all’infinito, ma non ascoltano più. Gli portano concetti validi ma inflazionati, invece gli esempi reali hanno un grande appeal. Gli spiego che devono essere i primi tifosi di se stessi, che non vuol dire essere arroganti, perché per l’avversario serve sempre il massimo rispetto. Però bisogna crederci sempre e questi temi che io ho imparato grazie al ciclismo hanno grande attinenza con la vita adolescenziale e anche con quella degli adulti. Questo lato del ciclismo è molto potente e tra le mille cose buone che ti lascia in dote c’è quella di poter ispirare le generazioni future.

Giro della Sardegna 2026, Davide Donati

Sardegna, Donati show: 1,87 di effervescenza naturale

03.03.2026
5 min
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OLBIA (OT) – «Non ho fretta». Davide Donati chiude con più fatica la valigia per il viaggio che lo riporta a casa dalla Sardegna. Rispetto a quando è partito deve fare spazio a due trofei e alla maglia bianca, con il nuraghe che premia il vincitore della classifica a punti. Un bottino invidiabile per un ragazzo di vent’anni che ha assaggiato l’anno scorso il mondo dei pro’ e vive la propria avventura con ambizione ma senza presunzione.

Giro della Sardegna 2026, Davide Donati, Cesare Benedetti
Il Giro della Sardegna è concluso, Donati fa un bilancio don il ds Cesare Benedetti
Giro della Sardegna 2026, Davide Donati, Cesare Benedetti
Il Giro della Sardegna è concluso, Donati fa un bilancio don il ds Cesare Benedetti

In volata (controvento) con il 56×10

L’ultimo Giro della Sardegna (allora si diceva “di”, adesso la preposizione è stata articolata) aveva visto dominare un altro ventenne: Peter Sagan. Sarebbe sbagliato dire che si rivelò in quel 2011, perché lo slovacco aveva già vittorie pesanti nel carniere. Tuttavia non si era mai imposto in Italia e lo fece tre volte in Sardegna, portandosi via anche la classifica generale. Il bresciano non ha fatto classifica e il tris l’ha sfiorato soltanto, perché a Tortolì l’ha beffato per centimetri il marpione serbo Dusan Rajovic.

«Magari quel secondo posto mi ha dato una spinta in più per vincere l’ultima tappa», ha riconosciuto Davide, che distribuisce una contagiosa simpatia lungo un metro e 87 di altezza. Un fisico affilato (76 chili) ma potente, dato che sullo stesso rettilineo olbiese che nel 2017 raccontò la favola rosa dell’austriaco Lukas Postlberger, ha spinto controvento il 56×10.

Veloce, ma non velocista

E allora tanto vale ripartire da lì per presentarsi: «Non posso dire di essere un velocista, ma credo che l’esempio migliore per definirmi possa essere la tappa di Carbonia». E’ la sua prima vittoria in Sardegna: tappa breve, di 138 km, partita da Oristano e arrivata nella città creata nel 1937 attorno alle miniere, resa più complicata dai saliscendi della costa sudorientale sarda. Quelli – per capirci – dove si allenava il giovane Fabio Aru. Superando senza danni Genna Sciria, Bidderdi e Montecani, Donati si è preso il traguardo più anomalo della corsa a tappe, piazzato a 50 metri da una curva in pavè, su una breve rampa.

«Sono uno veloce che rispetto ai velocisti tiene parecchio. Sulle tappe dure, quando i velocisti mollano, posso dare il massimo. Certo negli arrivi di gruppo faccio più fatica», spiega il corridore lombardo, al secondo anno con la Red Bull-Bora-Hansgrohe Rookies.

Giro della Sardegna 2026, Davide Donati, Bora Hansgrohe Rookies, Rocce Rosse di Arbatax
La Red Bull-Bora-Hansgrohe Rookies, qui alle Rocce Rosse di Arbatax, ha corso con Due italiani: Donati in maglia bianca e Finn, a destra

Coppia fissa con Finn

Donati non ha ancora vent’anni, ha fatto la scelta di restare tra gli under 23 come Lorenzo Finn, ma queste parentesi tra i pro’ lo aiutano. «Credo che potremmo essere entrambi già nel WorldTour – dice – magari non vincenti, ma a un buon livello. Però la squadra ci permette di crescere bene e non vedo perché dovremmo affrettare le cose.

«Certo – prosegue – dalla Sardegna mi porto via un po’ più di consapevolezza. Avevo vinto una gara tra i pro’ lo scorso anno (la 3ª tappa al Tour de Wallonie, ndr), ma a luglio. Ripetersi così presto nella stagione significa che sto crescendo anno per anno e mi dà buone prospettive».

Farà Laigueglia, poi Nokere Koerse con la formazione WorldTour a metà marzo e poi le classiche under 23. Con lui, coppia fissa anche in Sardegna, c’è Finn, iridato under 23 che nell’Isola non ha brillato.

«Siamo quasi sempre in camera assieme – prosegue Donati – siamo molto amici. Io lo aiuto spesso e mi piace farlo. Alla fine se sarà il campione che tutti dicono, saprò di aver avuto una parte nei suoi successi». Una professione di amicizia e umiltà: «Sento più lui come il vero campione del futuro. Io faccio il mio, lavoro su me stesso e se arriveranno i risultati, tanto meglio».

Gran Premio della Liberazione U23, 2024, Davide Donati, Andrea Montoli, Federico Biagini
La vittoria del GP Liberazione 2024 in maglia Biesse-Carrera ha segnalato Donati al grande pubblico
Gran Premio della Liberazione U23, 2024, Davide Donati, Andrea Montoli, Federico Biagini
La vittoria del GP Liberazione 2024 in maglia Biesse-Carrera ha segnalato Donati al grande pubblico

La svolta da esordiente

Davide il feeling con la vittoria l’ha sempre avuto. In Sardegna (dove ha corso anche suo fratello minore Andrea, con la Biesse-Carrera-Premac) ha condiviso il palco con altri due vincitori del Gran Premio della Liberazione come Gianni Bugno e Alberto Loddo ed è stata proprio una vittoria a fargli scegliere la bici.

«Per tanti anni da bambino – ricorda – ho fatto vari sport: rugby (è tutt’ora grande appassionato e tifoso della nazionale, così come di basket, ndr), tennis, nuoto, calcio e bici. Quando ero esordiente però ho capito che dovevo scegliere se fare calcio o ciclismo, ma siccome avevo vinto il campionato provinciale di mountain bike ho capito che era quello che mi riusciva meglio».

E un’altra scelta l’ha fatto al primo anno da junior, quando la Trevigliese gli ha dato la possibilità di dividersi tra mountain bike e strada: «Ma la mountain per andare bene la devi usare tanto e alla fine ho fatto solo strada».

A Olbia, nella città di Maurizio Pisciottu, al secolo Salmo, ammette di prediligere il rap italiano e di non rinunciare a qualche sgarro a tavola, soprattutto per i dolci. A un ragazzo di vent’anni che sa già come si vince, glielo si perdona volentieri.

Luca Covili ha fatto tre settimane in Colombia dove si è allenato con i compagni Edward Cruz e Martin Santiago Herreno

Covili in Colombia: un’esperienza di vita, non solo bici e altura

02.03.2026
7 min
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Gli ultimi cinque giorni sono coincisi con i suoi primi cinque giorni di gara del 2026, anticipati da una immancabile quanto straordinaria altura. Luca Covili abita sull’Appennino Modenese e di montagna se ne intende, ma stavolta ha deciso di andare in Colombia per preparare questo avvio di stagione trascorrendo anche una nuova esperienza di vita.

Tre settimane nel Paese sudamericano dal 31 gennaio in avanti, poi un rapido passaggio da casa domenica 22 febbraio per assistere alla presentazione della Ciclistica Pavullese (la società in cui è cresciuto) ed infine il trasferimento al Giro di Sardegna. Per il 29enne della Bardiani CSF 7 Saber è stato un mese intenso che gli sta dando e gli darà risposte nell’avvicinamento al Giro d’Italia.

Ritmo sardo

Mercoledì si attaccherà nuovamente il numero sulla schiena al Trofeo Laigueglia, poi Milano-Torino, Coppi e Bartali e Tour of the Alps prima della Corsa Rosa, se tutto procederà da programma e senza modifiche. I primi riscontri del lavoro svolto in Colombia però Covili li ha cercati al Giro di Sardegna che presentava un percorso misto e quindi ottimo per capire subito com’è la condizione.

«Nella prima tappa – spiega Luca – sono stato sfortunato. Negli ultimi 70 chilometri avevo la ruota anteriore che continuava a perdere pressione, finché ho dovuto cambiare bici a 4 dall’arrivo e ho chiuso in coda al primo gruppo inseguitore. Nelle due volate dei giorni successivi sono sempre arrivato nel gruppo di testa, esattamente come nella tappa finale, dove c’è stato un po’ più di nervosismo.

«Nel tappone di sabato a Nuoro – va avanti nell’analisi – siamo sempre andati a tutta. Era molto impegnativa, ma le sensazioni sono state decisamente migliori dei giorni precedenti. Peccato perché mi è mancato pochissimo per restare agganciato ai dieci migliori in cima all’ultima salita. Ho chiuso nel primo gruppetto inseguitore dove c’erano anche i miei compagni Paletti e Tolio. Abbiamo provato a chiudere, però non c’è stato nulla da fare. Comunque sono contento per come ha reagito il fisico a quella tappa e a tutto il Sardegna».

Attorno a Bogotà

Dopo i classici ritiri in Spagna con la squadra, Covili ha preparato una valigia più capiente per l’altura colombiana. Partenza con Iberia da Bologna ed arrivo a Bogotà facendo scalo a Madrid. Un piccolo problema con la consegna della bici arrivata a destinazione, sana e salva, ventiquattro ore dopo.

«Solitamente – inizia il racconto – facevo altura sull’Etna, ma visto che il mio calendario non prevedeva gare tra gennaio e metà febbraio, ho approfittato dell’invito dei miei compagni colombiani Edward Cruz e Martin Santiago Herreno di raggiungerli a casa loro. Sono stati gentilissimi e disponibili durante il mio soggiorno. A partire dal “comitato di accoglienza” che avevano fatto al mio arrivo in aeroporto.

«Ho preso un appartamento – dice Covili – a nord di Bogotà, vicino all’aeroporto e in una zona residenziale e tranquilla. La città distava tre chilometri. Edward e Martin mi hanno dato tantissime indicazioni sia per gli allenamenti sia per la vita di tutti giorni. Mi hanno messo in guardia sulla malavita locale, come ad esempio non uscire da solo nelle ore serali o non usare il cellulare durante le uscite in bici perché puoi esserne rapinato. A parte qualche giornata, entrambi mi hanno coinvolto nella loro vita quotidiana».

Il 10 febbraio la famiglia di Edward Cruz ha organizzato una festa a sorpresa per il compleanno di Covili
Il 10 febbraio la famiglia di Edward Cruz ha organizzato una festa a sorpresa per il compleanno di Covili
Il 10 febbraio la famiglia di Edward Cruz ha organizzato una festa a sorpresa per il compleanno di Covili
Il 10 febbraio la famiglia di Edward Cruz ha organizzato una festa a sorpresa per il compleanno di Covili

Compleanno a 3.000 metri

A Sant’Antonio di Pavullo nel Frignano dalla finestra di casa, Covili vede il Monte Cimone. Un affascinante gigante appenninico che appare come una montagnola al cospetto delle vette andine che circondano Bogotà.

«Considerate – sottolinea Luca con un pizzico di sbalordimento – che mi allenavo tra i 2.600 e i 3.800 metri di altitudine. Proprio per questo ad ogni allenamento si perdono diversi watt e rientravo a casa sempre piuttosto cotto. Fare tre o cinque ore lassù, tenendo conto del tanto dislivello accumulato, equivale a farne almeno un paio in più a livello del mare. Tuttavia, essendo Bogotà su un altopiano, quando dovevo fare la giornata di scarico, riuscivo a farla senza problemi.

«Ero già stato in Colombia – continua – ad aprile 2017 con la nazionale U23 per correre la Vuelta de la Juventud (Covili chiuse 24°, primo azzurro nella generale, ndr). Mi sono rinfrescato il ricordo. Mi sono adattato molto bene e in fretta, ma i miei due compagni hanno fatto di tutto per mettermi a mio agio. Il 10 febbraio, il giorno del mio compleanno, dopo un bell’allenamento sempre sui 3.000 metri, mi hanno organizzato una festa a sorpresa. E’ stato tutto fantastico. E’ molto importante pedalare anche con un buon umore in un Paese con caratteristiche come la Colombia».

Altura e i suoi effetti

Covili due giorni prima del suo compleanno aveva visto dal vivo anche il campionato nazionale colombiano (vinto da Egan Bernal), riuscendo ad allenarsi sul percorso di gara. Era stato invitato dalle famiglie dei suoi compagni a seguirle per fare il tifo. Durante il resto dei giorni si organizzava in un modo tutto locale.

«In Colombia – descrive la sua routine – esistono delle società in cui puoi “noleggiare” un assistente che ti segue in moto e a cui puoi consegnare un piccolo frigo per le borracce, uno zainetto col cibo e con altro vestiario. Una sorta di mini ammiraglia a due ruote. E’ un servizio molto comodo, anche per quel discorso di sicurezza che dicevo prima. Questa figura la prenotavo solo nelle volte in cui mi allenavo da solo e non con i miei compagni.

Durante le tre settimane, Covili si è sempre allenato tra i 2600 e i 3800 metri di altitudine, accumulando tanto dislivello
Durante le tre settimane, Covili si è sempre allenato tra i 2.600 e i 3.800 metri di altitudine, accumulando tanto dislivello
Durante le tre settimane, Covili si è sempre allenato tra i 2600 e i 3800 metri di altitudine, accumulando tanto dislivello
Durante le tre settimane, Covili si è sempre allenato tra i 2600 e i 3800 metri di altitudine, accumulando tanto dislivello

«Dopo gli allenamenti – prosegue – avevo sempre le sedute dal massaggiatore, mentre nei momenti liberi andavo a fare la spesa in un grande centro commerciale vicino alla mia abitazione. Con Edward e Martin sono riuscito a visitare anche Bogotà, che ho spesso attraversato in bici. Per quanto riguarda l’altura direi che sono contento del mio adattamento».

Tutto il lavoro fatto in Colombia darà i suoi frutti a breve, con o senza quella “bad window” di cui ci ha parlato Artuso qualche giorno fa, tenendo che lo scalatore modenese è appena sceso dall’altura e da un viaggio intercontinentale.

«In Colombia – conclude Covili – avevo 28/29 battiti a riposo e 4/5 in più quando sono rientrato a casa in Italia. Anche la saturazione era in linea con i valori richiesti. Ho anche seguito certe mie sensazioni rispetto al passato. Ho visto che io, forse per genetica, per sentire gli effetti dell’altura devo salire molto sopra i 2.000 metri. In Sardegna stavo bene come respirazione polmonare, ma mi mancavano brillantezza e cambio di ritmo. Me lo aspettavo e per questo sono fiducioso per il futuro».

Al Nord Mozzato è di casa. Primo squillo da Kuurne…

Al Nord Mozzato è di casa. Primo squillo da Kuurne…

02.03.2026
5 min
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Non si può certo dire che la campagna del Nord non sia iniziata bene per Luca Mozzato. Dopo aver preso le misure all’Omloop Nieuwsblad, il neoarrivato della Tudor porta a casa una piazza d’onore nella Kuurne-Bruxelles-Kuurne che promette bene in vista del prosieguo della stagione e delle altre classiche belghe, che per lui sono ormai casa.

Si era già visto dall’inizio stagione che le cose stavano marciando bene per il corridore di Arzignano, partito verso il Belgio con tante speranze: «In Portogallo, alla Volta ao Algarve, il risultato è stato il minimo indispensabile per essere contenti. Un piazzamento su tre volate non è il massimo, ma le sensazioni di Mozzato erano state positive. Soprattutto per il rapporto con la squadra, mi sto intendendo veramente bene, con i ragazzi con cui ho corso siamo partiti col piede giusto».

La volata vincente del britannico della Visma. Mozzato e Trentin hanno seguito traiettorie diverse
La volata vincente di Brennan a Kuurne. Mozzato e Trentin hanno seguito traiettorie diverse
La volata vincente del britannico della Visma. Mozzato e Trentin hanno seguito traiettorie diverse
La volata vincente di Brennan a Kuurne. Mozzato e Trentin hanno seguito traiettorie diverse
Si può dire che sia un work in progress adesso con la Tudor, soprattutto per quel che riguarda il Mozzato velocista, per la costruzione delle volate e del treno per effettuarle?

Sicuramente. Io penso di non essere un velocista come magari possono essere i Milan o Merlier intorno a cui si costruisce il treno intorno e rimane lo stesso tutto l’anno, qui si lavora sempre per qualcosa di nuovo e credo di essere abbastanza duttile. In Algarve i primi giorni abbiamo avuto qualche problemino e poi piano piano li abbiamo risolti e l’ultimo giorno siamo riusciti a fare una bella volata.

In Belgio com’è stato il primo approccio?

Non semplice. Sabato le cose non erano andate bene, sia come risultato sia come andamento generale con la brutta caduta di Kung costatagli la frattura del femore e l’addio alla prima parte di stagione. Domenica a Kuurne è stata dura, ma sono riuscito a rimanere sempre attaccato al gruppo fino alla volata finale, dove il secondo posto ha molto valore. Inoltre con Trentin abbiamo portato bei punti alla squadra, quindi il bilancio è positivo e ha riportato un piccolo sorriso al team che era piuttosto abbacchiato.

Il podio finale di Kuurne con Mozzato e Trentin, compagni di squadra intorno al sorprendente Brennan
Il podio finale di Kuurne con Mozzato e Trentin, compagni di squadra intorno al sorprendente Brennan
Il podio finale di Kuurne con Mozzato e Trentin, compagni di squadra intorno al sorprendente Brennan
Il podio finale di Kuurne con Mozzato (e Trentin) intorno al sorprendente Brennan
Quali differenze stai cominciando a notare fra l’Arkea, dov’eri prima, e la Tudor?

Pur essendo una squadra professional, qui l’organizzazione, la struttura di squadra sono veramente impressionanti. Si tratta dello stesso lavoro (Mozzato è davvero colpito, ndr) ma la professionalità e l’impegno che mettono dietro ogni minimo aspetto è veramente incredibile. Non c’è differenza con le WorldTour, anzi per certi versi è superiore anche ad alcune della categoria maggiore.

Che obiettivi avete quando vi presentate a corse come la Volta ao Algarve? Avverti quell’inferiority complex che c’è sempre nei confronti delle principali squadre del WorldTour?

E’ una cosa che non percepisco, i direttori o anche il manager della squadra, quando ci parlano ci dicono sempre che dobbiamo partire con un obiettivo ben chiaro in mente, consapevoli del nostro potenziale, delle nostre armi. Per le corse che abbiamo fatto finora, l’obiettivo era sempre di fare il massimo, e il massimo vuol dire provare a vincere…

In Portogallo il lavoro era stato proficuo, culminando con un 6° posto nella tappa finale
In Portogallo il lavoro di Mozzato era stato proficuo, culminando con un 6° posto nella tappa finale
In Portogallo il lavoro era stato proficuo, culminando con un 6° posto nella tappa finale
In Portogallo il lavoro di Mozzato era stato proficuo, culminando con un 6° posto nella tappa finale
Tu chiaramente hai una predisposizione particolare per le classiche belghe, visti i tuoi risultati in passato e già la prova di Kuurne dimostra che sei una delle punte…

Per il Nord siamo una squadra veramente attrezzata anche se ora ci viene a mancare un pezzo da novanta come Kung. Ma con Trentin e Haller, abbiamo un team di elementi veramente competitivi e anche di grandissima esperienza e poi abbiamo anche dei ragazzini che probabilmente faranno bene e quindi penso che la mentalità e l’occhio della squadra sia quello di arrivar là per essere protagonisti.

In ritiro avete costruito il gruppo anche dal punto di vista relazionale?

Sì, è servito molto per quello. Quasi tre settimane sul Teide sono state utili anche dal lato umano. Si passa tanto tempo coi ragazzi, ci si allena e si provano le tattiche, ma perché tutto riesca serve avere delle buone sensazioni coi compagni e legare fra di noi, l’ambiente in squadra di sicuro se ne giova.

Tra le classiche del Nord ti sei posto un obiettivo specifico su una corsa? Verrebbe facile dire il Giro delle Fiandre visto il secondo posto del 2024…

Al Nord, le grandi classiche sono tutte belle, ma quella che probabilmente è più adatta, cerchiata di rosso è la Gand-Wevelgem. Sono tanti anni che dico che quella è la classica che si adatta di più alle mie caratteristiche e per assurdo è la corsa dove sono arrivato sempre più lontano dalla vittoria o da un grande piazzamento. Mi aspetto di fare bene, perché magari se guardiamo un Fiandre o una Roubaix, sono corse talmente complicate e dove il livello è talmente alto che si fa fatica a riporre tutte le fiches solo su quei due giorni. Diciamo che ogni corsa ha il suo fascino e proviamo a viverle giorno per giorno.

E’ anche vero che Cancellara, il manager, ha un legame particolare con quelle corse. Sicuro che per il Giro delle Fiandre non ti ha chiesto niente?

Al momento no, ma una volta che arriveremo al Nord, magari faremo due parole al riguardo…

Coppa d'Oro 2025, Maks Olenik (SLovenia), foto Mosna

EDITORIALE / Gli allievi vanno forte: chi mette il limite?

02.03.2026
6 min
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Avete letto l’intervista di qualche giorno fa a Elia Favilli sulla gestione dei suoi allievi alla Iperfinish? Come era facile immaginare, per l’onestà con cui ha parlato il direttore sportivo toscano, le reazioni sono state piuttosto accese. Soprattutto per il livello di evoluzione della categoria, che certo tiene conto del cambiamento complessivo del ciclismo, ma non può prescindere dal dato fisiologico: un ragazzo di 15 anni, per quanto alto e sviluppato, resta un ragazzo di 15 anni.

Ci sarebbe piaciuto molto stamattina alzare il telefono e parlarne con Stefano Casagranda che, in quanto campione e organizzatore di lungo corso della Coppa d’Oro, aveva sul mondo degli allievi il colpo d’occhio più obiettivo. Purtroppo Stefano è un altro dei migliori che se ne è andato troppo presto, pertanto ci siamo ritrovati a rimuginare da soli sulla nuova realtà, che poi tanto nuova non è.

Settembre 2021, Coppa d’Oro a Borgo Valsugana. Casagranda e Basso (suo figlio Santiago era in gara) parlano proprio dello sviluppo degli allievi
Settembre 2021, Coppa d’Oro a Borgo Valsugana. Casagranda e Basso (suo figlio Santiago era in gara) parlano proprio dello sviluppo degli allievi

L’inchiesta di bici.PRO

Alla fine di novembre, in un articolo a dir poco lungimirante, Gabriele Gentili concluse un’inchiesta su 336 corse della stagione allievi appena conclusa e ne trasse una conclusione.

«Abbiamo una categoria – scrisse proprio su bici.PRO – che è copia conforme a quella successiva. Squadre di riferimento assoluto, trasferte in giro per l’Italia a ogni pié sospinto, ma c’è un altro dato che emerge: i confronti sempre più frequenti con gli stranieri. In Italia in questa stagione sono emersi spesso nuovi talenti sloveni, come quel Maks Olenik vincitore dell’ultima Coppa d’Oro battendo un suo connazionale (foto Mosna in apertura, ndr).

«L’analisi della stagione degli allievi dice inoltre che ci sono squadre che rappresentano i fari della categoria allievi, portando a casa la maggior parte delle vittorie. Come la Petrucci Zero24 e il Team Iperfinish che spesso finiscono per accaparrarsi podi popolati solamente da loro rappresentanti. Come in ogni cosa, è un fattore che può avere una valenza positiva o negativa, dipende da come lo si guarda».

Gorizia, Tommaso Cingolani precede Ceccarelli e Fiorni al tricolore allievi
Gorizia, Tommaso Cingolani precede Ceccarelli e Fiorini al tricolore: la sua Petrucci Zero 24 è una delle squadre che ha fatto incetta di successi
Gorizia, Tommaso Cingolani precede Ceccarelli e Fiorni al tricolore allievi
Gorizia, Tommaso Cingolani precede Ceccarelli e Fiorini al tricolore: la sua Petrucci Zero 24 è una delle squadre che ha fatto incetta di successi

Il misuratore di potenza

Favilli ha parlato con gli argomenti di chi sta preparando un gruppo di atleti a entrare nell’anticamera del professionismo, come del resto è diventato quello degli juniores. Che piaccia o no, questa è un’altra evidenza. Anche se una tale rivoluzione presuppone a questo punto che anche fra gli esordienti si debba innalzare il livello perché la filiera risulti coerente.

«Ora tra gli allievi mi trovo ragazzi che non scalano prima di una curva – ha detto Favilli – e quando devono rilanciare si piantano e perdono cinque metri, che nell’arco di una gara sono tutte energie perse. Il ciclismo non è solamente uno sfogo fisico, c’è tanta tecnica e tattica. I ragazzi devono essere pronti a ricevere informazioni e farne buon uso.

«Ad esempio noi alla Iperfinish forniamo un misuratore di potenza a tutti i nostri atleti. Quello che conta è l’utilizzo che se ne fa. Noi non estremizziamo, ma insegniamo a utilizzare uno strumento che ormai è fondamentale nel ciclismo moderno. Conoscerlo permette loro di saperlo utilizzare e di imparare ad allenarsi».

Un’immagine del 2019, Andrea Morelli con Mollema che ha appena vinto il Team Relay ai mondiali di Harrogate
Un’immagine del 2019, Andrea Morelli con Mollema che ha appena vinto il Team Relay ai mondiali di Harrogate

L’obiezione di Morelli

L’attenzione cade sul non estremizzare: concetto labile, quando si corre per vincere. Se come emerge dall’inchiesta di Gentili, il team Iperfinish è fra quelli che fanno incetta di vittorie fra gli allievi, vuol dire che comunque (e giustamente) si corre per vincere. Se così è, è anche ovvio che a fronte di avversari che migliorano, si continui ad alzare l’asticella. Altrimenti si dovrebbe assistere a belle prestazioni, a tattiche più mature, ma anche a sconfitte accolte col sorriso, che a ben vedere sono piuttosto rare. E’ sempre difficile scegliere fra imparare e vincere…

Il tempo passa in fretta. Solo nel 2021, Andrea Morelli, il direttore del ciclismo al Centro Mapei, disse la sua in modo a dir poco profetico. «C’è stato un avanzamento sul piano tecnico – ci spiegò in un’intervista – sia per quanto riguarda il mezzo meccanico, sia la possibilità di raccogliere informazioni sugli atleti mediante l’uso del misuratore di potenza in età in cui le priorità dovrebbero essere altre. A quell’età non devono concentrarsi sui numeri, devono imparare a leggere le informazioni che gli vengono dal corpo, magari imparando a usare il cardiofrequenzimetro per capire la reazione del cuore agli stimoli e alla fatica

«Se intervieni sui carichi di lavoro, proponi da subito il raffronto dei watt, magari intervieni anche sull’alimentazione, crei la situazione di stress che dei ragazzi così giovani non sono attrezzati a fronteggiare. Se cominci a martellarli da allievi, perché questo è quello che sta succedendo, causi dei problemi psicologici che magari portano all’abbandono. Io credo sia sbagliato gestirli per cercare la prestazione assoluta in età di sviluppo. La precocità ha più rischi che vantaggi».

Magagnotti vince la Coppa d’Oro allievi, ma la sua attività alla Forti e Veloci è stata tutto fuorché esasperata (foto Daniele Mosna)
Magagnotti vince la Coppa d’Oro allievi, ma la sua attività alla Forti e Veloci è stata tutto fuorché esasperata (foto Daniele Mosna)

Le carriere precoci

A ben vedere la posizione di Morelli di 4 anni fa “spacchettava” quello che oggi sostiene Favilli. E’ giusto che negli allievi si insegnino le basi del ciclismo, non che si insegni loro a ricercare il limite. Perché poi si corre il rischio che, per varie necessità e circostanze contingenti, quel limite capiti di raggiungerlo. Si vinceranno tante corse, ma si metterà un’ipoteca sul resto della storia.

Lo stesso Favilli fu protagonista di una grande carriera fra gli juniores, in un periodo in cui si ragionava sull’estremizzazioone dell’attività in quella fascia di età. Nel 2007 con la maglia della Rimor (una delle squadre che proponeva un’attività molto intensa) ottenne 9 vittorie e il bronzo mondiale alle spalle di Ulissi e davanti a Sagan. Poi però nei professionisti ci rimase appena per cinque anni, senza piazzamenti di rilievo.

Campionati del mondo Verona 2004, crono U23, Vincenzo Nibali
Nibali, qui in azione ai mondiali U23 di Verona, è forse l’esempio migliore di grande carriera senza estremi nelle categorie giovanili
Campionati del mondo Verona 2004, crono U23, Vincenzo Nibali
Nibali, qui in azione ai mondiali U23 di Verona, è forse l’esempio migliore di grande carriera senza estremi nelle categorie giovanili

Il ciclismo di una volta

E’ chiaro che sia in atto uno scontro fra il presente disordinato e disomogeneo del movimento italiano e il ciclismo di qualche anno fa, che aveva come imperativo la tutela dello sviluppo e solo dopo la ricerca del risultato: un ciclismo che in Italia ha portato una grande quantità di campioni che ora si fa fatica a individuare fra le nuove leve. L’ibrido attuale non convince.

Quel che bisogna chiedersi è se l’anticipazione dei tempi sia fatta con la necessaria competenza o scalando le conoscenze personali alle categorie dei più giovani. Come dire: può andare bene pretendere che il livello degli allievi sia coerente con quello degli juniores, ma andrebbero fatti studi specifici e individuati protocolli cui attenersi.

Altrimenti si creano piccoli fenomeni nelle categorie giovanili. I migliori se li vengono a prendere dall’estero, avendo cura di escludere quelli che da ragazzini hanno svolto un’attività troppo intensa, che continueranno a cercare fortuna dalle nostre parti. Ricordate il parlare di un piano B? La sensazione è che il discorso per ora sia rimasto nei ragionamenti (evidentemente non condivisi) e non sia arrivato sulla strada.

Simone Consonni, UAE Tour 2026, Lidl-Trek

Consonni: il treno di Milan e uno sguardo ai rivali

02.03.2026
5 min
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I giorni di Simone Consonni stanno scorrendo tranquilli verso l’inizio della Tirreno-Adriatico, che avverrà da Camaiore il prossimo 9 marzo. Nel frattempo ha avuto modo di smaltire le prime volate e gustarsi i successi ottenuti tra AlUla Tour e UAE Tour insieme al suo capitano Jonathan Milan. Cinque vittorie in dodici giorni di corsa, un bottino niente male per il treno della Lidl-Trek, che quest’anno ha perso due pedine importanti come Stuyven e Hoole. 

«Rispetto alla scorsa stagione – dice scherzando Simone Consonni – siamo in vantaggio sulla tabella di marcia. Alla fine abbiamo vinto cinque delle sette volate disponibili, considerando che in una Milan è caduto direi che siamo a buon punto. A conti fatti l’unica volata persa è stata quella contro Malucelli all’AlUla».

Jonathan Milan, UAE Tour 2026, Lidl-Trek
Al UAE Tour Jonathan Milan ha vinto tre tappe, un ottimo bottino per essere a inizio stagione
Jonathan Milan, UAE Tour 2026, Lidl-Trek
Al UAE Tour Jonathan Milan ha vinto tre tappe, un ottimo bottino per essere a inizio stagione
Vi aspettavate di partire così forte?

Paradossalmente in gare come quelle che abbiamo fatto, arrivare con una condizione non al massimo è quasi un vantaggio. Un velocista riesce a restare più fresco in quei fuorigiri da pochi minuti. Inoltre siamo partiti, sia in Arabia Saudita che negli Emirati, con il treno al gran completo. 

Tutti chiamati all’appello per spolverare gli ingranaggi…

Esatto, poi al UAE Tour abbiamo inserito una nuova pedina: Max Walscheid. Non era la corsa perfetta per provare il leadout a causa delle strade tanto diverse da quelle che trovi nelle principali corse in Europa. Carreggiata larga, nessun riferimento, insomma è difficile mettere il gruppo in fila prima degli ultimi 700 metri. Però abbiamo gestito bene tutte le situazioni, così come Johnny (Milan, ndr). 

Jonathan Milan, Simone Consonni, UAE Tour 2026, Lidl-Trek
Tra Arabia Saudita e Emirati Arabi la Lidl-Trek si è presentata con il treno per le volate al gran completo, con Consonni sempre accanto a Milan
Jonathan Milan, Simone Consonni, UAE Tour 2026, Lidl-Trek
Tra Arabia Saudita e Emirati Arabi la Lidl-Trek si è presentata con il treno per le volate al gran completo, con Consonni sempre accanto a Milan
Come si è inserito Walscheid?

Bene, io lo conoscevo già perché ho corso con lui alla Cofidis, per due stagioni. Edward Teuns ci ha fatto un anno alla Sunweb. Poi la forza del nostro treno non è tanto la posizione, ma l’intesa che abbiamo. E’ capitato, anche lo scorso anno, di cambiare posizione e svolgere compiti diversi

Quali risposte si cercano nelle prime volate?

Ritrovare quella confidenza tipica di un treno come il nostro. Poi quest’anno per noi era importante partire bene visto che abbiamo perso due corridori come Hoole e Stuyven. Vero che lo “zoccolo duro” rimane, ma cambiare certe dinamiche e meccanismi non è affatto facile. Con cinque vittorie sembra tutto perfetto, tuttavia ci sarà tanto da fare e da lavorare.

AlUla Tour 2026, 4ª tappa, Winter park - Shalal Sijlyat Rocks, Matteo Malucelli, Jonathan Milan
L’unico capace di mettersi alle spalle il gigante friulano è stato Malucelli all’AlUla Tour
AlUla Tour 2026, 4ª tappa, Winter park - Shalal Sijlyat Rocks, Matteo Malucelli, Jonathan Milan
L’unico capace di mettersi alle spalle il gigante friulano è stato Malucelli all’AlUla Tour
Anche Milan ha detto di essere soddisfatto, ma che all’AlUla e al UAE Tour mancassero i diretti rivali come Philipsen o Merlier. 

Qui vado in controtendenza rispetto a Milan, vincere non è mai scontato. Un esempio è Philipsen all’Algarve, dove ha ottenuto solo piazzamenti. Tutti si aspettano che i velocisti di riferimento riescano sempre a vincere e dominare, ma non è così. 

Che rapporto avete con gli altri velocisti e i loro treni, li osservate? Studiate le loro mosse?

Quando si guarda all’ordine dei partenti sai già quali saranno i velocisti pericolosi e come lavorano, in base anche agli uomini che hanno a disposizione. Ad esempio Merlier è uno che non ama lanciare le volate dalla testa del gruppo, preferisce rimontare, così come Kooj. Philipsen, invece, vuole lanciare lo sprint davanti. 

Tour de France 2025, Tim Merlier si conferma uno dei principali rivali per Milan nelle volate, sarà così anche questa’anno?
Tour de France 2025, Tim Merlier si conferma uno dei principali rivali per Milan nelle volate, sarà così anche questa’anno?
Si cambia l’approccio alla volata o si lavora sempre allo stesso modo?

Noi di base teniamo il nostro modo anche perché siamo una squadra a cui piace imporsi e dettare il ritmo della volata. E’ ovvio che guardiamo le volate degli altri, ma non è una cosa spasmodica. Bene o male sappiamo il tipo di velocista che incontreremo e come si muoverà il suo treno. 

Giriamo la domanda, qual è il treno che ti stimola di più?

Se parliamo di Merlier, lui è uno che fa quasi tutto con Bert Van Lerberghe e a livello di gestione della volata lo porta sempre sul finale. Al contrario il treno della Alpecin con Groves, Rickaert e Van Der Poel lo rispetti. Partendo però dal presupposto, senza voler sembrare altezzoso, che secondo me noi alla Lidl-Trek abbiamo un treno incredibilmente forte. Non in termini di valore assoluto ma di coesione. 

C’è qualcosa che va al di fuori del vostro controllo?

Quando parliamo degli altri treni ti direi il tocco di classe che ha Merlier, un qualcosa che in pochi velocisti hanno. Però sono convinto che la nostra forza sta nel treno ma anche nell’avere il velocista con il tocco di classe migliore, una cosa che aggiunge valore a tutto l’insieme che abbiamo creato. 

Jasper Philipsen
Vincere non è mai scontato, lo conferma la partenza a rilento di Philipsen in Algarve
Jasper Philipsen
Vincere non è mai scontato, lo conferma la partenza a rilento di Philipsen in Algarve
Qual è il tocco che lo rende tale?

La fame. Milan non parte mai per il secondo posto, in qualsiasi aspetto legato al ciclismo. Ha una voglia di competere incredibile, non c’è mai stata una volta in cui dicesse di non sentirsi pronto o stanco. Capita di non sentirsi al 100 per cento, ma quando poi va in gara non vacilla mai. Vuole vincere, sempre. 

Questa cosa la trasmette anche a voi?

Sì, secondo me ci mette l’asticella sempre più alta, con nuovi obiettivi e vittorie da cercare. Ad esempio, in questo inizio di stagione abbiamo vinto cinque volate su sette, però Milan guarda al fatto di averne perse due. Credo sia anche l’aspetto che rende certi atleti dei trascinatori all’interno del team, ed è una caratteristica che ha anche Mads Pedersen. Loro sono due personaggi che ti fanno fare il salto di qualità alla squadra. Non ci si può girare intorno.

Bahrain Victorious Alula Tour 2026

Nuovo anno, nuova squadra? L’esperienza di Gasparotto

01.03.2026
6 min
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La stagione ciclistica sta ormai entrando nel vivo. E come ogni anno c’è molta curiosità nel vedere gli esordi dei corridori che hanno cambiato squadra. Ayuso con la maglia della Trek, Evenepoel con quella della Red Bull, ma anche Onley con la divisa Ineos, Kooji vestito Decathlon, eccetera. 

Cambiare squadra è spesso uno stimolo per un corridore: nuovi compagni, nuovo staff, nuovi obiettivi. Ma quali sono i possibili pericoli dietro questi cambiamenti? Quali sono le difficoltà che si incontrano quando si lascia la proverbiale strada vecchia per una nuova? 

L’abbiamo chiesto ad Enrico Gasparotto, da quest’anno tecnico della Bahrain Victorious, che nella sua carriera – prima da corridore ed ora da DS – ha conosciuto molte realtà. 

Enrico Gasparotto, dopo quattro stagioni sull’ammiraglia della Red Bull-Bora quest’anno ha scelto di salire su quella della Bahrain Victorious
Enrico Gasparotto, dopo quattro stagioni sull’ammiraglia della Red Bull-Bora quest’anno ha scelto di salire su quella della Bahrain Victorious
Enrico, quante squadre hai cambiato da corridore?

Liquigas, Barloworld, Lampre, Astana, Wanty Gobert, Bahrain Merida e NTT Pro. In tutto 7 in 16 anni di carriera, considerando che ho corso dal 2005 al 2020.

Cosa porta un corridore a lasciare una squadra per un’altra? Oltre ad un migliore stipendio naturalmente.

Io ho visto un ciclismo diverso, quando correvo, i contratti più lunghi erano di 2 anni. Non c’erano contratti a vita come adesso. I fattori erano un misto tra il salario e le opportunità che hai, gli spazi che potresti avere. In Liquigas, Lampre o Astana avevo in squadra molti gradi corridori ed era ovvio che per me era difficile ricavarmi i miei spazi nelle classiche delle Ardenne, le mie corse. Invece in Barloworld e in Wanty il capitano ero io. E’ un equilibrio tra possibilità e salario. Poi dipende anche dai momenti, dalle stagioni. A volte è bello anche supportare i propri leader, ti dà molta soddisfazione. 

Gasparotto ha cambiato 7 squadre in carriera, riuscendo a vincere due volte l’Amstel Gold Race, l’ultima del 2016 con la maglia della Wanty-Groupe Gobert
Gasparotto ha cambiato 7 squadre in carriera, riuscendo a vincere due volte l’Amstel Gold Race, l’ultima del 2016 con la maglia della Wanty-Groupe Gobert
Ora come ti sembra la situazione generale? 

Adesso ci sono dei colossi con dentro tanti corridori che potrebbero essere leader, e i salari possono essere uno specchietto per le allodole per i giovani, perché i ragazzi che hanno volontà di emergere potrebbero far fatica. E poi infatti a volte l’equilibrio si rompe e alcuni se ne vanno. 

Intendi come ha fatto Ayuso? 

Lui è il primo, ma me ne aspetto altri. Del Toro potrebbe fare lo stesso percorso. Dipende molto da quanto Tadej vorrà andare avanti. La UAE potrebbe convincere il messicano a restare e prendere le redini della squadra in futuro, ma se Pogacar dovesse continuare su questi livelli ancora per diverse stagioni diventa difficile. 

Si parla quasi sempre delle possibilità positive di cambiare squadra. Ci racconti invece delle difficoltà che hai visto tu?

Un esempio pratico è Primoz Roglic. Un talento incredibile, nessuno dubiterà mai del suo talento. Ma quando è arrivato da noi alla Bora dopo essere stato alla Visma ci abbiamo messo un anno per capirci. Per ottenere il massimo da un atleta occorre tempo.

Il DS friulano in dialogo con Lipowitz: il rapporto umano, secondo lui, è quello che fa la differenza
Il DS friulano in dialogo con Lipowitz: il rapporto umano, secondo lui, è quello che fa la differenza
In che senso?

È un misto tra aspetti tecnici e umani. C’è tutta la parte emotiva da imparare, per metterlo nelle migliori condizioni. Significa anche conoscerne i difetti, per aiutarlo a migliorare. Il lato umano richiede più tempo rispetto alla parte e l’empatia è fondamentale oggigiorno. Abbiamo passato giornate intere assieme io e lui, ad allenarci e confrontarci, e portarlo a Parigi l’anno scorso è stato un grande obiettivo. Non succedeva da quattro anni che arrivasse alla fine del Tour, alla fine ci siamo abbracciati, è stato un gran bel momento per tutti e due. 

Hai detto che il fattore umano oggi è fondamentale. Vent’anni fa era diverso?

Oggi è tutto molto più specializzato, quindi si tende a dare priorità al lato tecnico rispetto a quello umano. Proprio per questo invece coltivare l’empatia secondo me ti dà una marcia in più. Il campione deve sentirsi parte integrante del progetto, così hai già ottenuto un 10% in più. L’essere emotivo, passionale, mi ha aiutato molto nella mia carriera da corridore, quindi cerco di farlo anche con i ragazzi. 

Al Giro del 2007 Gasparotto ha indossato anche la maglia rosa, al termine della prima tappa. Ma emergere in una squadra così ricca di campioni non è facile, allora come oggi
Al Giro del 2007 Gasparotto ha indossato anche la maglia rosa, al termine della prima tappa. Ma emergere in una squadra così ricca di campioni non è facile, allora come oggi
Quindi il benessere mentale prima di tutto…

La chiave è questa, e le Olimpiadi invernali ce lo raccontano. La Brignone ha vinto tutto l’anno scorso, quindi sarebbe arrivata Cortina con tantissime pressioni. Invece l’infortunio paradossalmente l’ha liberata. Ovviamente non avremo mai la controprova, ma sono convinto che se non si fosse infortunata non avrebbe fatto quei risultati. Il punto è che ci si deve divertire, come fa Pogacar, vinci se ti diverti, per me è un corridore incredibile per quello. 

Aspetti negativi che hai trovato cambiando squadra da corridore, invece? 

Può succedere, una volta arrivati, di capire che l’ambiente non era quello giusto, non quello che ti aspettavi vedendolo da fuori. Ma io ho sempre cercato di viverla serenamente, pensando che ognuno ha i suoi pregi e i suoi difetti e può capitare che non funzioni.

Per i campioni, che hanno il proprio staff che li segue, è più facile cambiare ambiente?

Riguarda quello che si diceva prima, l’aspetto umano. Per un atleta di alto livello uscire da una comfort zone che si è creato negli anni è un grande investimento di energie. Portandosi dietro il suo staff si sente più tutelato. Per gli altri invece, che non hanno un gruppo di persone che possono seguirli di squadra in squadra è più complicato, sì

L’azione che ha portato Hindley a vincere il Giro nel 2022, una delle più grandi soddisfazioni da DS di Gasparotto. Ma ora è il momento di nuove sfide
L’azione che ha portato Hindley a vincere il Giro nel 2022, una delle più grandi soddisfazioni da DS di Gasparotto. Ma ora è il momento di nuove sfide
Dopo 4 anni da DS alla Bora sei approdato (o meglio tornato) alla Bahrain Victorious. E’ più facile cambiare da tecnico o da corridore?

Bella domanda. Alla Bora abbiamo fatto grandi risultati, dal Giro di Hindley al podio di Lipowitz al Tour dello scorso anno, fino al secondo posto al Giro del 2024 con Martinez. Anche in questo caso per ripartire in un’altra squadra, anche se molte persone le conosci già, devi investire diverse energie. Mi sono dato un anno di ambientamento per capire anch’io le nuove dinamiche. Per tornare alla tua domanda però forse è più facile da corridore. Sei tu al centro di tutto, hai della pressione, sì, ma quella mi è sempre piaciuta. Quando sei corridore tutti sono a tua disposizione, invece quando sei nello staff devi fare tu il passo per introdurti, per trovare il tuo spazio. 

Ci sono anche aspetti positivi?

Entrare in una nuova realtà ti fa crescere più da staff che da atleta, proprio perché ti mette davanti a sfide più complesse, che ti fanno maturare di più come uomo. Infatti è più difficile, fino a poco tempo fa questi cambi si facevano molto meno, con i tecnici che rimanevano nelle squadre anche per decenni. A me però, prima da corridore e adesso da tecnico, le sfide sono sempre piaciute