E’ il weekend che in tutto il Belgio aspettano sin dall’inizio dell’inverno, perché con la Omloop Nieuwsblad si apre ufficialmente la stagione delle classiche del Nord. Il valore della gara è altissimo e non dipende solo dal fatto che la corsa è tappa del WorldTour, ma anche per il suo percorso, che acquisisce quest’anno un significato ancor più profondo. Per venirne a capo infatti bisognerà toccare muri storici, dove si è costruita l’epopea del Giro delle Fiandre, ossia Grammont e Bosberg in rapida sequenza.


Quegli strappi tagliagambe, Gianluca Bortolami li conosce bene. Al Nord costruì il suo straordinario trionfo al Fiandre 2001 e lì è spesso stato protagonista. Riparlare di quelle strade è un tuffo nei ricordi: «Quello che avevo fatto io era un percorso con un susseguirsi di strappi sempre diversi, non come negli ultimi anni che affrontano il circuito del Kwaremont più volte. Allora era tutto uno scendere e salire da una collina all’altra e spostarsi nel raggio di pochi chilometri in un’area diversa come tipologia di strappi».
Com’era andare al Nord e affrontare in sequenza Grammont e Bosberg nel finale del Fiandre, pensando anche alla corsa odierna?
Arrivavano in un momento che già nelle gambe hai parecchi chilometri, parecchi strappi e le energie iniziano a scarseggiare. A quel punto hai già metabolizzato da tempo che devi dare il tutto per tutto per essere tra i protagonisti nel finale di corsa, quindi devi aver già raggiunto un elevato picco di forma e lavorato nel migliore dei modi come gestione sia di gambe che di alimentazione, perché non puoi permetterti di arrivare in quel punto strategico della gara con mancanza di energie perché è lì che ci si gioca tutto.


Cosa avvenne quando l’hai fatta tu, proprio in quei punti specifici?
Fu “più semplice” – ricorda Bortolami – nel senso che andai in fuga dopo una caduta a inizio gara, inseguii e poi non avendo particolari ambizioni decisi di attaccare da lontano e rientrare su un’azione che era partita da poco. Rientrai da solo su questo gruppo di testa e non fummo più ripresi. Il gruppo era sempre lì, dai 30 ai 50 secondi, un minuto ma eravamo tutti di comune accordo per arrivare al traguardo. Abbiamo dato il tutto per tutto per non farci riprendere e poi ci siamo giocati la vittoria su questi muri con le ultime energie.
Quella successione di muri si ritrova nel finale dell’Omloop Nieuwsblad, nel weekend di apertura al Nord. E’ il modo di nobilitare il finale e dargli più spessore?
Se guardiamo la storia di quelle corse sì, ma per una ragione ben precisa. Se guardiamo l’avvenimento dal punto di vista dello spettacolo, entri come in un’arena, come in uno stadio, perché c’è sempre tantissima gente. E’ un effetto maggiore nel Fiandre ora che il Kwaremont è fulcro di un circuito e quell’effetto lo senti ancora di più, quasi gladiatoriale. Il percorso è sempre affascinante, sempre bello, perché il pubblico è tantissimo e il calore di quel giorno, di quell’evento è indescrivibile. L’effetto stadio lo avverti sempre nelle classiche del Nord…


Tra Grammont e Bosberg, che cosa è peggio?
Lì conta tanto che gambe hai. Poi una può essere più dura o più facile a seconda di come ci arrivi e come la affronti, tanto sta anche al tempo che trovi, se è asciutto o bagnato e questi sono principi validi anche se li affronti amatorialmente o per una semplice vacanza. La pendenza rimane quella, ma cambia completamente la tipologia di come si affronta in base alle energie che hai.
Nell’affrontare percorsi del genere, tu notavi una maggiore propensione da parte dei corridori del luogo, belgi e olandesi a percorrere quel tipo di tracciati?
Per loro è una routine normale, su quelle strade ci nascono e ci crescono – sottolinea Bortolami – per noi c’è da un lato la paura di affrontare questo tipo di percorso per le incognite che comporta, dall’altro il fattore clima che cambia nel giro di poco tempo e in certe giornate può influire tanto. Resta però il fascino di noi italiani che andavamo a farlo per vincere o essere competitivi in quelle gare, lì era un olimpo.


Che cosa ricordi delle tue prime volte?
Quando andai il primo anno da professionista – è il ricordo di Bortolami – a fare la gara di Harelbeke che era un piccolo Fiandre, mi ritrovai davanti e finii settimo. Scesi di bici e arrivai mortificato da Pietro Algeri che era il mio diesse: «Mi dispiace, ho fatto una brutta prova, nel finale ero scarico». Lui era raggiante, non credeva ai suoi occhi, un neoprofessionista che esordisce così. Era entusiasta del risultato che avevo fatto e mi disse che quelle erano le mie corse, dovevo tornare per vincerle. Un po’ per fortuna, un po’ perché ci aveva preso, insomma fu così.
Ma andare su quelle strade che sensazioni dava?
Per me era sempre motivo di tensione pensare che ogni volta dovevo tornare su a fare quelle gare così dure, così al freddo, ma a ben guardare è il fascino di quelle corse, alla fin fine mi sono sempre piaciute, ci ho costruito la mia carriera.


Pendenze, tipo di terreno, aria, che cos’è che è più diverso per noi, per il nostro modo di intendere il ciclismo?
Sono due tipologie di corse diverse. Se da noi metti una strada stretta come quelle o con un muro o un pavè, magari sospendono la corsa perché è troppo pericolosa. Là le strade sono quelle e quando vai a farle non stai a pensare a niente. E’ una mentalità diversa di fare ciclismo. Giuseppe Saronni la prima parte del Nord la detestava, la seconda parte, quella ardennese, l’accettava. Alcuni corridori non ci pensano neanche di misurarsi su quelle strade strette, con i tagli in mezzo alla strada per la formazione del ghiaccio, altri ci sguazzano in mezzo a quei rischi…