Romele: la maturità agonistica e il salto nel WorldTour

31.10.2024
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SULZANO – Le rive del lago di Iseo sono illuminate dal sole caldo di una mattina d’autunno. L’acqua scivola leggera sulle sponde come se poggiasse su un vetro lucido, la gente va e viene mentre su uno sgabello Alessandro Romele ci aspetta per parlare di sé, di questa stagione e del futuro. La firma con l’Astana Qazaqstan Team e il passaggio nel WorldTour sono freschi come il ritiro in Veneto da poco  terminato. Un primo confronto con il mondo che sarà e i compagni di squadra vecchi e nuovi

I raggi picchiano forte sulla schiena, l’estate di San Martino è in anticipo rispetto al solito ma la si accoglie volentieri dopo settimane di freddo e pioggia. Romele ha pedalato da casa sua fino al bar Mr. Bike, il luogo che lo accoglie sempre durante le sue uscite di scarico. Anche quest’anno le vacanze del corridore bergamasco sono trascorse per la maggior parte del tempo a casa. Riposo, qualche gita con amici e familiari e poco altro. 

Primo bilancio

La stagione 2024 di Romele era partita presto, a gennaio, con il Gran Premi Valencia e l’AlUla Tour. Poi una scappata al Tour of Rwanda, per ritornare in Europa a marzo e aprile. Un riposo forzato, la partecipazione al Giro Next Gen e via via gli altri impegni. A conti fatti ha gareggiato più tra i professionisti che con gli under 23, ma è stato un passaggio utile, come ci racconterà poi lui. 

«Della stagione non posso che essere contento – spiega Romele – non ho rimorsi. Se l’anno scorso con la Colpack avevo avuto dei rimpianti per qualche risultato mancato come europeo e mondiali, dove non avevo fatto quello che avrei voluto, il 2024 invece è stato positivo. Purtroppo un problema a inizio stagione non mi ha permesso di preparare al meglio il Giro Next Gen ma è stato l’unico intoppo. L’europeo era un obiettivo, ma le scelte sono ricadute su altri corridori. Per quel che potevo fare io non ho rimorsi. Anzi ho dimostrato che in quel periodo stavo più che bene, visti i risultati al Tour of Istanbul. Ho fatto veramente tantissima esperienza anche con il team WorldTour. Diciamo che la stagione non è da 10 e lode visti i risultati magari non super, però penso di essere cresciuto veramente tanto».

Romele con alle spalle Monte Isola, il gigante del Lago di Iseo
Romele con alle spalle Monte Isola, il gigante del Lago di Iseo
Che anno è stato il 2024?

Un anno di cambiamento, correre con un devo team è stato positivo sotto tutti gli aspetti. Anche con il gruppo abbiamo fatto un grandissimo lavoro, si è creato un bellissimo ambiente fin dal primo ritiro di dicembre. Penso che nel nostro sport sia fondamentale, mi ricordo che anche Cav (Cavendish, ndr) e Ballerini erano stati i primi a sottolineare l’importanza di questa cosa. Ne abbiamo parlato anche nel ritiro fatto poco fa per la stagione 2025 dell’importanza di creare un gruppo forte e coeso.

Che aria si è respirata in quei giorni?

Aria nuova, con grandi cambiamenti. Visto il nuovo sponsor nel 2025 ci saranno grossi upgrade sia a livello tecnico che poi di quello che è il materiale, ecc. Sarà un anno importante per l’Astana grazie a questa nuova spinta. L’aria che si è respirata con i compagni è sicuramente più tranquilla e più di casa, visto e considerando che siamo un gruppo di 10-11 italiani. Ci sono tantissimi ragazzi anche da tutto il resto d’Europa e del mondo, ma credo che avere tanta italianità nella squadra faccia bene. Vedo un po’ questa differenza che noi italiani siamo più scherzosi, molto più quelli che vogliono fare gruppo e penso che questo darà una grossa mano.

La stagione del bergamasco è partita bene con due vittorie in Grecia a marzo (foto Nassos Triantafyllou)
La stagione del bergamasco è partita bene con due vittorie in Grecia a marzo (foto Nassos Triantafyllou)
La crescita personale che hai detto, è arrivata con quali parametri?

E’ stata a 360 gradi, sotto tutti gli aspetti tecnici: a livello di potenza, resistenza, picco in volata, resistenza in salita. La cosa che mi ha impressionato di più è arrivata sotto l’aspetto umano, a livello di persona mi sento più grande, maturo. Dal punto di vista atletico quello che mi ha sorpreso maggiormente è stata la capacità di tenere la condizione per gran parte della stagione. A gennaio e febbraio ho faticato un po’ ma da marzo sono andato sempre in crescendo, tanto che in Grecia sono riuscito a vincere due gare. Al Giro Next Gen non sono arrivato pronto come avrei voluto ma alla fine ho ottenuto due top 10, quindi non male.

E per quanto riguarda la seconda parte di stagione?

Siamo riusciti a costruire un gradino, anche due, belli importanti nel ritiro di luglio in altura. Da lì in poi avevo voglia di correre e stavo bene, penso che si sia visto nel finale di stagione che avessi ancora delle energie. La cosa che mi ha stupito di più è stata la costanza nel riuscire a mantenere una condizione buona per gran parte dell’anno.

A settembre al Tour of Istanbul delle prestazioni di alto livello, la condizione c’era (foto Brian Black Hodes)
A settembre al Tour of Istanbul delle prestazioni di alto livello, la condizione c’era (foto Brian Black Hodes)
Quanto ti è dispiaciuto non fare europei e mondiali?

Partiamo dal presupposto che Amadori è il commissario tecnico e lui ha l’ultima parola. L’europeo era uno dei miei obiettivi di stagione, non mi nascondo, è stato un po’ pesante rimanere a casa visto che comunque erano due anni che avevo lavorato con il cittì. Il secondo anno lo avevamo fatto praticamente assieme, pensavo che sarebbe stato bello chiudere un percorso che avevamo iniziato. Non so quale sia stata la ragione della mia esclusione, a una settimana dalla corsa con la squadra avevamo chiesto e c’era stata comunicata l’idea di portarmi all’europeo, invece dopo un paio di giorni mi è arrivato un messaggio con scritto che purtroppo non riusciva a portarmi. Mi sarei aspettato una chiamata, per come son fatto io non mi sarebbe comunque andata giù però credo che a livello umano sarebbe stata più corretta da parte sua. 

Invece sei andato al Tour of Istanbul, altra corsa con i professionisti, cosa hai capito di te a quel livello? 

Allora in Grecia il livello era simile a una bella gara internazionale under 23. Sì, avevo quell’aria di correre un po’ coi professionisti però non è stato uguale a Istanbul. Lì c’erano corridori WorldTour, gente che in quel mondo aveva già corso in appuntamenti importanti come Giro d’Italia o Tour de France. In Grecia non ero al 100 per cento ma ho vinto di più con la testa, mentre al Tour of Istanbul stavo al top della mia condizione quest’anno.

Tornando un po’ alla nazionale, dei ragazzi under 23 dello zoccolo duro sei l’ultimo a passare professionista, come vedi il tuo percorso? 

Non mi sentivo pronto. Non nascondo che negli anni precedenti, quando ero ancora juniores, che avevo fatto le prime vittorie un po’ più importanti, c’era il desiderio di voler passare. Poi il primo anno under 23 ho avuto problemi che mi hanno bloccato, Dopodiché il secondo anno ho vinto qualcosa, ma avevo capito di non essere ancora pronto. Credo che sia la cosa più difficile da capire ma quella più giusta da accettare e su cui riflettere, perché una volta passato è facile prendere delle brutte botte e faticare tanto a rialzarsi. Invece una volta capito che cos’è il mondo dei professionisti, avendo appunto la possibilità di correre e prendere comunque delle belle lezioni, mi sono settato. Quest’anno in Rwanda e Spagna ho capito quanto importante fosse il fondo e la distanza, e di quanto questi aspetti siano da allenare in inverno. 

Fare un anno in più è stata una scelta azzeccata…

A me è servito. Ad altri ragazzi come Piganzoli o Pellizzari non è servito, a me sì. Dipende anche da che corridore sei, per degli scalatori come loro il ritmo dei professionisti forse è più utile. Io mi sono trovato bene in entrambi i contesti, tra gli under 23 e i pro’ perché probabilmente ho caratteristiche che mi permettono di giocarmi un maggior numero di gare under 23. Ogni corridore ha il suo percorso migliore e per me è stato crescere bene tra gli under, fare esperienza e poi confrontarsi coi professionisti.

La crescita negli under 23 è stata fondamentale per arrivare pronto al salto nel WorldTour (foto Stefano Ballandi)
La crescita negli under 23 è stata fondamentale per arrivare pronto al salto nel WorldTour (foto Stefano Ballandi)
Arriviamo al finale di stagione, dove hai corso la Parigi Tours e il Gran Piemonte…

La Paris-Tours è stata impegnativa. La parte importante della corsa, che sono i settori sterrati e i muri è praticamente la fotocopia di quella degli under, e avere due anni di esperienza mi ha aiutato un sacco. Ho mollato solamente gli ultimi 15 chilometri, non sono riuscito a coronare quello che poteva essere un sogno, ovvero fare una top 20. Un risultato che avrebbe potuto darmi morale, ma credo comunque di dover imparare tanto in quelle corse. Sono molto difficili più a livello mentale che fisico, sono logoranti. Tramite questo primo ritiro ho avuto un colloquio con i preparatori e verrò inserito nel gruppo delle classiche, ho tanti compagni da cui riuscire ad apprendere. Un’altra cosa che voglio fare è imparare a correre in Belgio per provare poi in futuro a fare qualcosa nelle Monumento.

Da under 23 ne hai già fatta qualcuna.

Ho avuto l’opportunità di fare la Gent-Wevelgem due anni, la Parigi-Tours e ho assaggiato anche la Roubaix. Penso sia stato l’inizio di una crescita e vedremo dove riusciremo ad arrivare in queste tipologie di corse. 

Nel finale di stagione ha corso alla Parigi-Tour, dove ha colto un 33° posto a 1′ e 41″ dal vincitore Laporte
Nel finale di stagione ha corso alla Parigi-Tour, dove ha colto un 33° posto a 1′ e 41″ dal vincitore Laporte
Sei carico?

Tanto. Ho concluso l’anno con una buona condizione e con voglia, secondo me il segreto è arrivare a fine stagione che non sei totalmente esausto. E’ stato un 2024 lungo ma dove ho avuto modo di distribuire al meglio le mie energie e di recuperare. In realtà già al ritiro ero pronto mentalmente. Adesso però voglio staccare almeno altre due settimane e divertirmi, fare un po’ le cose che un ragazzo normale di 21 anni farebbe in questo momento e poi sarà il momento di pensare al 2025.

Europei in partenza e Pontoni rilancia Viezzi

30.10.2024
5 min
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Partiranno domani alla volta di Pontevedra in Spagna i 15 azzurri che nel fine settimana prenderanno parte agli europei di ciclocross, facendo finalmente entrare la stagione sui prati nel suo vivo. Il cittì Daniele Pontoni ha preparato tutto, riservando anche una piccola sorpresa finale aggiungendo il nome dell’iridato junior Stefano Viezzi all’elenco inizialmente ufficializzato, spazzando via di fatto qualsiasi strascico polemico. Ora la parola sarà solamente affidata alle gambe dei suoi ragazzi.

Pontoni fra Persico e Arzuffi, sul podio continentale gravel. Un buon auspicio per Pontevedra
Pontoni fra Persico e Arzuffi, sul podio continentale gravel. Un buon auspicio per Pontevedra

Pontoni ha scelto una squadra completa, schierando atleti in ognuna delle 6 categorie individuali e naturalmente nella staffetta del sabato e ha visionato il percorso spagnolo, che peraltro già conosceva: «Ci eravamo stati con gli juniores un paio di anni fa, ma un mese fa ci sono tornato per rivederlo e soprattutto capire quali variazioni sarebbero state apportate. E’ un percorso veloce, tutto all’interno del parco e che alterna asfalto a terra battuta. Ci saranno però alcuni innesti».

Quali nello specifico?

So che gli organizzatori hanno previsto, dopo 600 metri di gara, almeno 50 metri su sabbia riportata. Poi metteranno sul percorso due ponti e uno di questi, abbinato a una rampa già esistente di 14 passi sarà la parte tecnicamente più impegnativa. L’altro ponte con gradini farà anche selezione.

Il dettaglio del tracciato iberico, contraddistinto da una partenza complicata e due ponti
Il dettaglio del tracciato iberico, contraddistinto da una partenza complicata e due ponti
Un percorso che la Casasola ci ha descritto come molto tattico, sentendo proprio le tue parole…

E’ veloce e penso che potrebbe anche svilupparsi in maniera molto strategica, ma ogni gara è a sé. Bisogna vedere come andranno le cose. Importante sarà partire bene e coloro che sono nelle prime due file avranno un indubbio vantaggio, nel caso dei nostri ragazzi da sfruttare, ma attenzione: alla partenza i crossisti si troveranno subito una curva a 90 gradi, lì bisognerà stare attenti a non cadere per non compromettere la gara.

Il percorso di Pontevedra si preannuncia molto veloce e basato sul ritmo gara (foto organizzatori)
Il percorso di Pontevedra si preannuncia molto veloce e basato sul ritmo gara (foto organizzatori)
Quali sono le categorie su cui punti di più?

Io intanto sottolineerei che saremo presenti in tutte le gare e questo è già un segnale. Il fermento c’è e la categoria junior maschile lo dimostra. Lo scorso anno avevamo incluso molti primo anno, ora alcuni di quei ragazzi si sono visti sorpassati da nuove leve come Grigolini e Pezzo, poi insieme a Fabbro c’è Agostinacchio che ha dimostrato di essere molto in forma e ha preparato l’appuntamento con attenzione. Fra le pari età la Pellizotti l’avevo coinvolta già lo scorso anno quand’era ancora allieva e con la Ferri forma una bella coppia d’attacco. Under 23: in campo maschile ritorna Scappini che dopo una stagione in chiaroscuro (ma più in scuro, a essere sinceri…) ho ritrovato brillante, lo vedremo insieme a Cafueri e poi appunto Viezzi, fra le ragazze ci affidiamo alla Bramati che ha già esperienza a questi livelli e alla Papo uscita molto bene dalla stagione su strada. Fra gli Elite tornano Bertolini e Ceolin, poi abbiamo Casasola e Baroni fra le ragazze quindi direi che siamo competitivi dappertutto, almeno per fare bella figura. Infine c’è la staffetta.

Per la Casasola impegno solo nella gara individuale, in staffetta correrà la Baroni (foto Mtb Nazgul)
Per la Casasola impegno solo nella gara individuale, in staffetta correrà la Baroni (foto Mtb Nazgul)
Che per te ha un valore particolare…

Ci tengo molto dopo la vittoria mondiale di Fayetteville, eppure agli europei un po’ per sfortuna e un po’ per nostri errori non siamo mai riusciti a emergere. Lo scorso anno sembrava fatta, ma quella medaglia buttata via non l’ho ancora digerita. Io dico che abbiamo tutto per farcela, tra l’altro avremo in gara la Baroni che mi dà affidabilità visto che la Casasola avrà gareggiato sul Koppenberg venerdì. Voglio darle tempo per recuperare per domenica, anche se sappiamo che a questi livelli si è abituati a gareggiare ogni giorno. Un aspetto da considerare, a proposito del team relay, è che è anche propedeutico per la gara individuale, perché permette di abituarsi al percorso.

Veniamo all’argomento Viezzi, inizialmente escluso: perché?

Perché volevo vedere da parte sua una reazione dopo il difficile inizio stagione e tutte le difficoltà attraversate. So che la sua vicenda si è risolta, fino al 31 dicembre correrà per il vecchio team e poi passerà all’Alpecin, a me però interessava vedere una sua reazione tecnica e psicologica. Nel fine settimana ho visto i segnali che volevo, a Salvirola ha anche rischiato di vincere contro gli elite. Mi ha dato le certezze che cercavo.

Per Viezzi futuro più chiaro: dal 2025 correrà nel team di Van der Poel, il suo sogno (foto Billiani)
Per Viezzi futuro più chiaro: dal 2025 correrà nel team di Van der Poel, il suo sogno (foto Billiani)
Con Viezzi e la Casasola diventano tre i corridori italiani che militeranno in team esteri: pensi che sia un fenomeno in espansione?

Io credo di sì, tra l’altro ho avuto ripetute occasioni per confrontarmi con il team manager di Sara per programmare bene la sua stagione, per questo abbiamo deciso di comune accordo di farle saltare la staffetta. Fare attività all’estero significa essere a un altro livello, gareggiare sempre contro i migliori e crescere, posso dirlo per aver sperimentato di persona che cosa significa. Ha anche ragione la Arzuffi: l’adattamento non è semplice, non riesce a tutti e sempre, è l’incognita da mettere in preventivo più che altro perché ci sono lunghi periodi di permanenza in Belgio e Olanda per gare a ripetizione. Se si supera quello scoglio, diventa tutto più semplice.

Mattio: vacanze (quasi) finite, ora si guarda al 2025

30.10.2024
6 min
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Pietro Mattio ha concluso la sua stagione con il Giro di Lombardia U23, chiuso al nono posto. Una buona prestazione che ha messo il timbro a un 2024 che lo ha visto crescere, soprattutto negli ultimi mesi. Le prestazioni sono state di grande qualità, prima al Tour de l’Avenir e poi al mondiale di Zurigo nel quale si è fatto vedere spesso a inizio gara. A distanza di tre settimane dalla sua ultima gara il corridore del devo team della Visma Lease a Bike si appresta ad iniziare la sua terza stagione in giallo-nero. In quello che dovrebbe essere il suo ultimo valzer tra i piccoli (in apertura foto Instagram). Infatti il suo obiettivo è quello di trovare spazio nella formazione WorldTour

Una pedalata per godersi il semplice girare dei pedali e staccare la testa dall’agonismo
Una pedalata per godersi il semplice girare dei pedali e staccare la testa dall’agonismo

Il piemontese nei suoi giorni di vacanza non è riuscito a tenere a freno la sua passione per la bici e qualche giro se lo è goduto. Ritmo blando e compagnia con la voglia di pedalare per godersi il gesto e non per allenarsi o cercare la prestazione. 

«Sono troppo innamorato della bicicletta – racconta – per lasciarla in garage, dopo qualche giorno mi viene voglia di prenderla. Così ogni tanto mi concedo una pedalata con gli amici. E’ un modo per godermi il panorama e le strade sulle quali mi alleno tutto l’anno. Durante la stagione non posso alzare la testa per vedere cosa mi circonda, queste uscite durante la off season servono a questo: ammirare ciò che mi circonda. In più è un modo per mantenere amicizie diverse, perché in questi giri pedalo con gente che durante l’anno non riesco a vedere. Un’altra cosa che mi piace fare è andare in negozio da mio padre e parlare con dipendenti e clienti». 

Quanto è difficile per te non salire in bici per quasi un mese?

A me manca parecchio. Ci sono atleti che arrivano a ottobre e la bici iniziano a odiarla, e non vedono l’ora di andare in vacanza. Io la lascio giù perché mi riposo, ma pedalare con tranquillità mi permette anche di staccare la testa dall’agonismo. Ovvio che poi se prendo un aereo e vado in vacanza non la porto con me, ma se sono a casa un giretto me lo concedo, ma solo uno. Giuro. 

A proposito, le vacanze come sono andate?

Quasi finite in realtà (dice ridendo, ndr). Alla fine ho staccato a inizio ottobre dopo Il Lombardia U23, sono passate tre settimane. Mi sono concesso qualche escursione e delle gite in città nuove, l’ultima sarà Napoli questo fine settimana, insieme alla mia famiglia. Da lunedì riprendo ad allenarmi, in maniera molto blanda. Si riparte con palestra, corsa e qualche giro in bici. 

Il 2025 sarà un anno importante per Mattio così da concentrarsi sul passaggio nel WT (foto Instagram)
Il 2025 sarà un anno importante per Mattio così da concentrarsi sul passaggio nel WT (foto Instagram)
Il primo raduno quando sarà?

Il 17 novembre ci troviamo in Olanda per qualche giorno, conosceremo i nuovi compagni e fare qualche uscita tutti insieme. Poi come ogni anno, a dicembre, andremo in Norvegia per dieci giorni a sciare. Niente bici solo sci di fondo, è sempre divertente vedere chi non è capace. Due anni fa è toccato a me (ride ancora, ndr). 

Sarai al tuo terzo anno nel devo team, un veterano tra i giovani. 

Vero! Sarò uno dei più “anziani” visto che non abbiamo quarti anni. Mi aspetta una stagione carica di responsabilità verso i miei compagni più piccoli. In due stagioni sono cresciuto tanto e ho imparato altrettanto, ora mi tocca trasmettere qualcosa. 

Non è da nascondere che l’obiettivo del 2025 è entrare nel WorldTour. 

Firmare per il team professionistico è l’ambizione della prossima stagione. Per farlo dovrò continuare a crescere e perché no cercare di vincere. Non mi sono ancora fissato degli obiettivi sul calendario, per quello c’è tempo. 

Un grande step mentale è arrivato con il Giro Next Gen a giugno
Un grande step mentale è arrivato con il Giro Next Gen a giugno
Dal punto di vista fisico e atletico cosa dovrai fare?

Allora sono consapevole che dovrò implementare il lavoro in palestra, cosa che in queste due stagioni ho trascurato. Sicuramente è un punto sul quale penso di poter migliorare parecchio e dal quale potrei ricavare la potenza giusta per fare il salto definitivo. 

Magari aumentare le corse con il team WorldTour può darti una mano?

Sicuramente. Nel 2024 avrei dovuto fare qualche gara in più con i grandi ma il Tour de l’Avenir e il mondiale hanno un po’ cambiato i piani. L’anno prossimo dovrei fare un calendario maggiormente improntato sulle gare con i professionisti già dai primi mesi: ci sarà il Gran Camino e la Coppi e Bartali, ma vedremo le decisioni del team. Mi piacerebbe sempre fare le gare internazionali con gli under 23 come la Roubaix o la Liegi. Credo siano gare vicine alle mie caratteristiche e vorrei arrivarci pronto. 

Mattio alla Visma ha capito che serve anche lavorare per i compagni se si vuole far parte di un grande team (foto Instagram)
Mattio alla Visma ha capito che serve anche lavorare per i compagni se si vuole far parte di un grande team (foto Instagram)
Già dall’Avenir avevi trovato un grande miglioramento, ora manca poco?

Da giugno in poi sento di aver fatto uno step mentale importante. Ho trovato qualcosa e mi sono impegnato per dimostrarlo. Sento di aver fatto un ottimo finale di stagione: Avenir e mondiale, ma anche Il Lombardia U23. Nelle ultime gare ero stanco, ma grazie anche ai miei compagni ho trovato le giuste energie mentali e fisiche. Il gruppo è parecchio unito e aiutarsi a vicenda ci viene bene. 

Nel 2025 ti aspetti qualche spazio in più?

In realtà sento di averli sempre avuti. Con il passare degli anni ho capito che nel ciclismo ci sono dei fenomeni, sono pochi ma esistono. Quando si ha uno di loro in squadra è meglio aiutarli e vincere che provare a essere egoista per arrivare tredicesimo. Preferisco una vittoria del team. Un ragazzo davvero forte con il quale ho corso è Nordhagen e quando lo vedi andare in salita ti viene naturale dargli una mano. Così come lui l’ha data a noi in altri appuntamenti.

«Strada fondamentale per il cross», parola di Franzoi

30.10.2024
6 min
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Quella che è da poco iniziata si prospetta come una stagione particolare per il ciclocross italiano: nessuno stradista professionista o under 23 di livello ci sarà. Il che potrebbe non essere il massimo. Anche l’altro giorno Diego Bragato, tecnico della performance della Federciclismo, aveva rinnovato il concetto di quanto fosse importante fare la doppia attività, strada e cross, proprio come lo è stata per la pista. E abbiamo visto i risultati che poi sono arrivati.

La tendenza invece qui è opposta: dopo Davide De Pretto, Bryan Olivo, Silvia Persico, anche Luca Paletti ha detto basta col cross. E ci fermiamo qui.

Purtroppo è un concetto che fa fatica a radicarsi in Italia. La pista per ora resta un’eccezione come ne ha parlato anche il nostro direttore nell’editoriale di un paio di settimane fa. Un concetto che abbiamo approfondito con Enrico Franzoi, uno dei crossisti azzurri più importanti dell’era recente. Enrico ha colto i suoi migliori risultati nel cross proprio quando correva con le maggiori squadre italiane: Saeco, Lampre, Liquigas…

Anche negli anni alla Liquigas, Franzoi ha fatto tante di cross, vincendo anche il titolo nazionale
Anche negli anni alla Liquigas, Franzoi ha fatto tante di cross, vincendo anche il titolo nazionale
Enrico, dicevamo, doppia attività, strada e cross: cosa ne pensi?

Io sono d’accordo, serve la doppia attività. Parlo soprattutto in base alla mia esperienza: mi sono trovato bene in carriera a fare bene sia la strada che il cross. Mi serviva tanto correre su strada. Infatti, i risultati più belli che ho ottenuto nel cross sono arrivati grazie alle molte gare su strada.

Chiaro…

Era una cosa che facevano tutti all’epoca, sia i belgi che i corridori di altre Nazioni. Anche noi italiani, alla fine: all’epoca c’erano quasi più stradisti che facevano cross che biker. Un po’ l’inverso di oggi in Italia. Insomma, la cultura di fare la stagione su strada per preparare il cross era abbastanza viva.

E poi cosa è successo?

Negli anni successivi è cambiata un po’ la mentalità. Sono aumentati i biker rispetto agli stradisti. Infatti, sono andato in Belgio a correre (alla BKCP, ndr) dove si correva su strada per preparare al meglio la stagione del cross.

Paletti quest’anno si è confrontato di più con i pro’, ma per fare il salto di qualità farà solo strada (anche nella preparazione)
Paletti quest’anno si è confrontato di più con i pro’, ma per fare il salto di qualità farà solo strada (anche nella preparazione)
Da ex crossista, pensi che la strada sia importante per il ciclocross? Oggi si parla tanto di watt, di potenza… Per la pista, Bragato e Villa hanno sempre parlato dell’enorme base aerobica che dà la strada per fare determinati lavori: è questo il motivo?

Secondo me sì, perché il cross è più simile alla strada che alla mountain bike. Anche se si va fuoristrada, la tipologia di pedalata e lo sforzo fisico sono più simili alla strada. E io ho fatto anche mountain bike, quindi conosco le differenze. Per preparare una stagione di cross, la mountain bike è ottima, specie per la tecnica…

Ma…

Ma, dal punto di vista atletico, la strada, come detto, dà di più. Certo, se parliamo di percorsi molto tecnici, come le gimkane, magari la strada perde di efficacia. Ma per i cross in Belgio o quelli della mia epoca, la strada andava benissimo. Più il circuito è lineare, più la strada è utile.

Secondo te, questi super campioni – i soliti, Van der Poel, Van Aert, Pidcock – fanno la differenza perché sono loro a essere forti, o anche perché fanno strada?

Innanzitutto perché sono loro che sono forti, ma di certo le corse di alto livello – Giro, Delfinato, Tour, Sanremo… – li aiutano parecchio. Personalmente posso tranquillamente dividere la mia carriera in due: quando ho corso su strada e quando sono andato in mountain bike. Ho notato una grande differenza, soprattutto quando andavo all’estero. Sì, andavo bene, ma spesso avevo alti e bassi, non ero costante. Correndo costantemente su strada, rimanevo sempre con i primi. Mi ricordo benissimo quando ho iniziato a fare i grandi Giri: ho sentito un enorme beneficio, come un incremento di potenza… A questo si aggiunge la costanza di correre con i migliori e crescere continuamente. C’è poco da fare.

Filippo Agostinacchio (in foto, primo a Jesolo) e il suo compagno Samuele Scappini, sono gli unici elite di vertice che corrono anche su strada
Filippo Agostinacchio (in foto, primo a Jesolo) e il suo compagno Samuele Scappini, sono gli unici elite di vertice che corrono anche su strada
Per fare questo, però, Enrico, serve anche una squadra che creda nel progetto. Una squadra che ti permetta di gestire con criterio le due attività…

Certamente. All’epoca si può dire che sia stato quasi il primo a farlo a un certo livello, ma anche allora sono stato io a insistere per fare il cross. Non c’era questa abitudine così radicata da noi, almeno per squadre di un certo livello. Non è stato facile e, paradossalmente, quando andavo bene sia su strada che nel cross, in squadra c’erano problemi. Ma io ci credevo e insistevo.

Quando iniziavi a preparare la stagione del cross?

Io correvo a piedi quasi tutto l’anno. Ma, a dire il vero, non facevo una preparazione specifica come magari qualcuno fa ora. Adattavo il mio allenamento su strada e poi iniziavo l’altra attività. Ovviamente, la mancanza di qualche allenamento tecnico si sentiva, ma veniva compensata dal grande volume di lavoro intenso che svolgevo nella stagione su strada. Poi bisogna considerare un’altra cosa.

Quale?

Sono sempre stato un passista veloce, con un fisico robusto, ipertrofico, che per entrare in forma aveva bisogno di molte gare. Più gareggiavo, meglio mi sentivo. Questo era perfetto per conciliare le due attività. Ci sono stati anni in cui ho fatto anche la crono iridata (under 23, ndr) a ottobre e la settimana dopo ero già al ciclocross.

Iserbyt (qui al Baloise Belgium Tour) quest’anno ha messo nel sacco 30 giorni di gara su strada (foto Instagram)
Iserbyt (qui al Baloise Belgium Tour) quest’anno ha messo nel sacco 30 giorni di gara su strada (foto Instagram)
Come impostavi una tua stagione standard?

Facevo tutta la campagna del Nord, fino alla Roubaix (nella foto di apertura, ndr), Parigi-Nizza compresa. Poi riprendevo al Delfinato, poiché ero sempre in lizza per il Tour, anche se non l’ho mai fatto. Poi facevo il Giro d’Austria o qualche altra corsa a tappe e continuavo fino a fine stagione, iniziando subito con il cross.

Oggi sarebbe impensabile visti i tempi di recupero, riposo, carico… Sei passato anche dalla Vuelta…

Spesso, e poi tiravo dritto. I primi anni da professionista ho tirato avanti così: 30 cross e tantissime giornate di corsa su strada. Ho fatto due o tre anni così. Poi ho dovuto dosare gli sforzi e a novembre mi riposavo. Riprendevo poco prima di Natale e tiravo fino alla fine della stagione del cross. Facevo le prime prove di Coppa del Mondo per prendere punti.

Pensi che oggi, visto il livello attuale, la strada sia ancora importante per il crossista?

Per me la strada non è solo importante, è fondamentale. Ho corso anche con una squadra belga che faceva cross, ma in estate si correva su strada, anche in competizioni di secondo piano. Anche per loro, quella era la preparazione migliore.

Quindi un Iserbyt della situazione, la strada la fa…

E tanta, direi… Almeno una trentina di corse sicuro.

Per le donne un Tour diverso, senza crono e Alpi decisive

30.10.2024
5 min
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Il Tour Femmes con il tecnico della nazionale, finché il ruolo sarà di Paolo Sangalli. Fino al 31 dicembre infatti, il milanese sarà ancora il cittì delle elite e le juniores, poi passerà alla Lidl-Trek. Per questo negli ultimi giorni ha preparato i programmi per la prossima stagione affinché chiunque subentri abbia una linea tracciata. Che sia in quanto responsabile azzurro o perché interessato a causa del ruolo futuro, a Sangalli non è sfuggito il percorso presentato ieri a Parigi. E così, se nell’articolo precedente è stato Christian Prudhomme a illustrare il Tour degli uomini, quello delle ragazze lo vediamo con lui ( in apertura c’è Marion Rousse con il presidente Lappartient, foto ASO/Maxime DELOBEL).

Una breve premessa. Le Tour Femmes avec Zwift parte il 26 luglio da Vannes e si conclude il 3 agosto a Chatel. Chilometraggio totale di 1.165 metri e dislivello positivo di 17.240 metri, per quella che sembra una diagonale della Francia dalla Bretagna alle Alpi. Rispetto allo scorso anno sembra meno duro e soprattutto manca la crono che nel 2024 lanciò Demi Vollering verso la vittoria di tappa e la conquista provvisoria della maglia di leader. Il gran finale sulla Madeleine è sicuramente affascinante ma, numeri alla mano, meno severo del Tourmalet del 2023 e l’Alpe d’Huez di quest’anno.

Nove tappe per un totale di 1.165 chilometri, per 17.240 metri di dislivello
Nove tappe per un totale di 1.165 chilometri, per 17.240 metri di dislivello
Allora Paolo, che cosa ti sembra di questo percorso?

Quello che balza all’occhio è che non c’è neanche una cronometro. Per una gara a tappe così importante, secondo me, una cronometro poteva anche starci. Per il resto partono dalla Bretagna, da Plumenec dove avevamo fatto gli europei nel 2016 e poi faranno il Massiccio Centrale. Le tappe vere di montagna secondo me ci saranno proprio nel finale, sulle Alpi, anche se il Massiccio Centrale si rivelerà comunque impegnativo.

Belle le Alpi, ma l’arrivo sulla Madeleine è certo meno incisivo di quello 2024 sull’Alpe d’Huez…

Sì, sembra che abbiano rimodellato il Tour a livello femminile, però quello che salta all’occhio è proprio l’assenza della crono. Forse in compenso hanno allungato un po’ le tappe. La terza è di 162 chilometri, la quinta di 166 e la settima di 160. Quelle di montagna sono più corte, però è vero che sono distanze importanti, diciamo così…

Volendo fare un po’ di nomi, questo arrivo lungo e non durissimo della Madeleine potrebbe favorire una Longo Borghini contro gli scalatori puri?

Vero, anche se quest’anno al Giro ha dimostrato di competitiva anche sulle salite dure. Però probabilmente la Madeleine, che è molto lunga e non certo tanto ripida, è più per gente potente, che fa watt. Mi viene in mente la Kopecky, che se la porti su a 300 watt costanti, non la stacchi. Lei è una che se la porti in giro così, poi ti punisce. Teniamo conto che senza le Olimpiadi di mezzo, ci saranno proprio tutte. Sarà proprio un bello scontro, speriamo che rientri anche la Cavalli.

La SD WORX perde Vollering che passa alla FDJ, ma ritrova Anna Van der Breggen: è credibile che torni dopo due anni e sia già competitiva?

A me risulta che si sia sempre allenata e facesse già dei valori ottimi in allenamento, quindi credo che torni già competitiva. Vero è che è perdere due anni in questo ciclismo non è poco, però lei era ai vertici. E con la Vollering di là, ci sarà un bello scontro. La SD Worx ha perso anche Fisher Black che secondo me sarebbe stata molto utile nelle corsa tappe, però…

La presentazione del Tour Femmes è stata condotta da Marion Rousse e Christian Prudhomme
La presentazione del Tour Femmes è stata condotta da Marion Rousse e Christian Prudhomme
Secondo te Realini è troppo leggera per questo Tour 2025?

E’ sempre una salita, magari non estrema, ma è lunga. Può dipendere dal modo di prenderla e dalle tattiche delle squadre, per cui credo che adesso tutti aspettino anche il percorso del Giro per capire anche come andare al Tour.

Tour 2025, su il velo: Prudhomme spiega e fa gli scongiuri

30.10.2024
7 min
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«Se si sovrappongono la mappa del 2024 e quella del 2025 – ha detto ieri Christian Prudhomme a margine della presentazione del Tour – si può notare che stiamo facendo in modo di attraversare tutte le regioni, colmando le lacune. E’ una regola, almeno ogni cinque anni, passare in ogni angolo della Francia. L’unica parte che fa eccezione è la Corsica, ma sono ancora più tranquillo perché sono stato io a portare il Tour lì per la prima volta nel 2013».

Ieri Parigi ha tenuto a battesimo il Tour de France del 2025, con il consueto clima da grande evento e il grande interesse per un percorso che torna alle origine della Boucle (in apertura foto A.S.O./Etienne Coudret). Una prima settimana piuttosto veloce e i Pirenei prima delle Alpi, con il finale che torna a Parigi, ora che la Capitale si è lasciata indietro la baraonda olimpica.

Prudhomme, a destra, ha rivendicato il disegno del Tour e la sua partenza dal Nord (foto A.S.O./Etienne Coudret)
Prudhomme, a destra, ha rivendicato il disegno del Tour e la sua partenza dal Nord (foto A.S.O./Etienne Coudret)

Partenza alla francese

Dopo le partenze da Copenhagen, Bilbao e Firenze, il prossimo Tour de France sarà interamente francese, senza neppure un chilometro oltre qualche recondito confine.

«Sono favorevole alle grandi partenze all’estero – ha spiegato Prudhomme – perché permettono al Tour de France di spiegare ulteriormente le sue ali. Ma a condizione che si vada sistematicamente anche nelle città medie e nelle piccole comunità locali. Sarà così anche l’anno prossimo, ad esempio con Ennezat o Vif, o con Mûr-de-Bretagne a Guerlédan con i suoi 2.500 abitanti. Dopo tre grandi partenze all’estero, partiremo dal Nord e abbiamo progettato il Tour in base all’altimetria dei luoghi che abbiamo trovato, alla bellezza dei paesaggi e anche alla storia del ciclismo».

Omaggio ai grandi

Il Tour torna in Normandia per la prima volta dal 2016, passando per la città natale di Anquetil. Passerà per Calorguen dove vive Bernard Hinault che il prossimo anno compirà 70 anni. La partenza a Saint Meen le Grand permetterà di omaggiare Louison Bobet nel centenario della nascita. Mentre La Plagne sarà l’occasione per ricordare Laurent Fignon, che ne ha conquistato per due volte il traguardo alpino.

«Negli ultimi quindici anni – ha spiegato ancora Prudhomme – abbiamo fatto in modo che la prima settimana non fosse più concepita con tappe pianeggianti come un tempo. Ma non illudetevi: quella del 2025 sarà una falsa prima settimana pianeggiante. Tra il finale di Boulogne, la rampa di Saint Hilaire prima dell’arrivo a Rouen o il Mur de Bretagne da superare due volte, come nel 2021, gli attaccanti in stile Liegi saranno serviti, come pure gli uomini di classifica. Complessivamente, il Tour 2025 prevede sei tappe per velocisti, di cui potenzialmente quattro nei primi dieci giorni. Eppure non è detto che ognuna di queste tappe sia una volata di gruppo».

Mark Cavendish ha ricevuto il tributo di Parigi per la carriera e il record di vittorie di tappa (foto A.S.O./Etienne Coudret)
Mark Cavendish ha ricevuto il tributo di Parigi per la carriera e il record di vittorie di tappa (foto A.S.O./Etienne Coudret)

Partenza per velocisti

Un Tour come una volta, insomma, perché quando si parte da lassù, è chiaro che per arrivare alle montagne ci saranno da percorrere diverse centinaia di chilometri

«E’ chiaro – ha detto ancora Prudhomme – che se si parte da Nizza, Bilbao o Firenze, come negli ultimi tre anni, si è già ai piedi delle salite. Forse il prossimo sarà un Tour più tradizionale, ma non c’è stata una scelta in questa direzione. Semplicemente è dipeso dalla scelta del luogo di partenza. Sarà invece tradizionale l’arrivo finale a Parigi. Siamo stati molto felici di arrivare a Nizza, l’unica città a offrirci questa opportunità a pochi giorni dall’apertura dei Giochi Olimpici. Ma siamo anche molto felici di tornare a Parigi sugli Champs Elysées e sono sicuro che sarà lo stesso tra 25 o 50 anni».

Il Tour de France 2025 misura 3.320 km con 51.550 metri di dislivello
Il Tour de France 2025 misura 3.320 km con 51.550 metri di dislivello

21 tappe, 2 crono, 2 riposi

Un’edizione totalmente in suolo francese, con una serie di tappe molto interessanti e trappole lungo il percorso, a partire dalla crono di Rouen del quinto giorno e poi l’arrivo su Mur de Bretagne due giorni dopo. I Pirenei prima delle Alpi, con l’arrivo di Hautacam e la cronoscalata dell’indomani a Peyragudes che precede un’altra giornata di montagna: cruciale gestire bene le forze. La via che porta verso le Alpi incontra il Mont Ventoux, che immette negli ultimi giorni ad altissima tensione

1ª tappa (5/7)Lille – Lille185 km
2ª tappa (6/7) Lauwin Planque – Boulogne sur Mer212 km
3ª tappa (7/7)Valenciennes – Dunkerque172 km
4ª tappa (8/7) Amiens – Rouen173 km
5ª tappa (9/7) Caen – Caen (crono)33 km
6ª tappa (10/7)Bayeux – Vire Normandie201 km
7ª tappa (11/7) Saint-Malo – Mur de Bretagne194 km
8ª tappa (12/7) Saint Méen Le Grand – Laval174 km
9ª tappa (13/7) Chinon – Châteauroux170 km
10ª tappa (14/7) Ennezat – Le Mont Dore163 km
Riposo (15/7) Toulouse
11ª tappa (16/7) Toulouse – Toulouse154 km
12ª tappa (17/7) Auch – Hautacam181 km
13ª tappa (18/7)Loudenvielle – Peyragudes (crono)11 km
14ª tappa (19/7) Pau – Luchons-Superbagnéres183 km
15ª tappa (20/7) Muret – Carcassonne169 km
Riposo (21/7)Montpellier
16ª tappa (22/7) Montpellier – Mont Ventoux172 km
17ª tappa (23/7) Bollène – Valence161 km
18ª tappa (24/7) Vif – Courchevel, Col de la Loze171 km
19ª tappa (25/7) Albertville – La Plagne130 km
20ª tappa (26/7) Nantua – Pontarlier185 km
21ª tappa (27/7)Mantes-la-Ville – Paris120 km
Totale 3.320 km

Salite diversamente mitiche

Pianura in avvio, ma per fortuna le montagne non mancheranno, con qualche gradito ritorno. Come quello del Mont Ventoux, che per la prima volta da oltre dieci anni avrà l’arrivo sulla cima. L’ultima volta fu nel 2013, quando Froome scatenò la prima della lunga serie di… frullate che gli avrebbero permesso di dominare per quattro volte il Tour.

«Ci eravamo passati nel 2021 – ricorda Prudhomme – ma l’arrivo era in fondo, a Malaucène. C’è stato anche l’arrivo accorciato nel 2016 allo Chalet Reynard a causa del vento, quando Froome si mise a correre a piedi. In realtà saranno passati 12 anni da quella prima vittoria di Chris. Ci sono effettivamente alcune tappe obbligatorie, perché sono monumenti del Tour, luoghi mitici. Il Tourmalet, il Galibier, il Ventoux o l’Alpe d’Huez, ma abbiamo capito e lo hanno capito i politici locali che oltre a certi traguardi mitici si possono azzardare anche altre salite meno conosciute. Per questo sono nati il Col de la Loze e la Planche des Belles Filles, che appartengono a una storia molto recente. Tutto quello che dobbiamo fare è sperare che la cronometro in salita di Peyragudes non dia la svolta definitiva al Tour e che l’arrivo sul Ventoux lasci ancora un po’ di suspense per ultime due tappe alpine di Courchevel e La Plagne».

Sarà stato un modo di dire, ma in fondo che la corsa venga schiacciata subito dal solito dominatore è qualcosa che fa tentennare anche gli organizzatori. Come andare al cinema per un thriller, sapendo già come andrà a finire. Forse in cuor suo e da ottimo giornalista qual era, Prudhomme tifa per il ritorno di Vingegaard e la crescita di Evenepoel.

La nuova avventura della Casasola, e già arrivano podi…

29.10.2024
5 min
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Gli effetti della nuova avventura si vedono già. Sara Casasola (in apertura, foto Mtb Nazgul) ha iniziato alla grande la sua avventura alla Crelan Corendon: dopo un decimo posto d’assaggio al Be-Mine Cross non è più scesa sotto il quarto posto, con subito due prestazioni di grande effetto nel Superprestige. Challenge di grande richiamo che noi italiani eravamo soliti snobbare un po’ privilegiando la Coppa del Mondo. Ma ora Sara fa parte di uno dei team di punta del movimento belga e quindi la situazione cambia tanto è vero che sta scalando a grandi passi il ranking internazionale.

Una scelta la sua coraggiosa, ma fondamentale per la sua carriera e che ha avuto tanti motivi alla base, primo fra tutti il prestigio del team: «Sapere che l’Alpecin aveva interesse nei miei confronti è stato un vero colpo al cuore. Mi hanno proposto un contratto di tre anni, per dedicarmi a questa attività nella loro patria, sarebbe stato folle rifiutare. Era quello che volevo, per fare il definitivo salto di qualità. Non che prima alla Guerciotti non mi trovassi bene, anzi devo solo dire grazie ad Alessandro e al suo staff perché è merito loro se sono qui».

Il podio di Overijse, con la Brand al centro fra Van Empel e l’azzurra, già quarta a Ruddenvoorde
Il podio di Overijse, con la Brand al centro fra Van Empel e l’azzurra, già quarta a Ruddenvoorde
Hai già tastato con mano le differenze rispetto al passato?

E’ un altro mondo. Tutto un altro livello, altra attenzione, questo è ciclocross al massimo grado in un territorio dove questa disciplina è davvero amata. Tra l’altro sono rimasta sorpresa dal mio livello, subito molto alto, pensavo e temevo di pagare lo scotto, invece ho visto che posso giocarmela.

Quanto in questa scelta ha inciso il puntare sul ciclocross in luogo della strada?

Non è proprio così, anzi uno dei motivi che mi ha spinto a questo investimento umano prima ancora che professionale è proprio il fatto di poter fare attività con loro per tutto l’anno. Prima, appena finivo l’attività di ciclocross dovevo passare a un altro team per un altro livello di gare su strada. Qui no, c’è continuità, credono in me anche per le gare da primavera in poi, vogliono investire su di me a 360°.

Sara davanti ai microfoni della Tv belga. Sta già diventando un personaggio nel mondo del ciclocross
Sara davanti ai microfoni della Tv belga. Sta già diventando un personaggio nel mondo del ciclocross
Le gare sono abbastanza diverse rispetto a quelle che affrontavi di solito…

Qui è come se fossi all’università, posso approfondire la mia tecnica, imparare anche quegli aspetti sui quali mi sentivo meno sicura come pedalare sul fango o in contropendenza. C’è un lavoro oscuro durante la settimana, prima di arrivare alle gare e gli effetti già si vedono.

Come ti sei trovata al tuo approccio con il team? La Arzuffi che ti ha preceduto ha raccontato di una realtà a due facce…

Ho letto con molta attenzione le sue parole. Io mi sono sorpresa inizialmente nel trovarmi davanti una struttura professionale così qualificata. Ci sono mezzi e personale a nostra disposizione, dobbiamo pensare solo a correre. Penso che rispetto a quando lei militava qui le cose siano cambiate perché c’è stata una crescita anche dello staff, poi le dinamiche sono in continua evoluzione. Vedremo come andranno le cose, io spero che si continui su questa falsariga.

La Casasola ha militato due anni nel team Guerciotti, vincendo molte classiche nazionali
La Casasola ha militato due anni nel team Guerciotti, vincendo molte classiche nazionali
Hai iniziato alla grande, con addirittura un podio in una classica come quella di Overijse…

Effettivamente è un grande risultato. La squadra mi ha dato subito fiducia, alla vigilia mi avevano detto che poteva essere una prova su misura per le mie caratteristiche, di provare a tenere il ritmo delle migliori. Mi è mancato un po’ il finale, spesso mi succede soprattutto a inizio stagione, infatti quando stavo a ruota tenevo bene ma quando dovevo imporre io il ritmo faticavo. Ma alla fine il terzo posto mi gratifica considerando chi mi è arrivata davanti.

A tal proposito sei rimasta sorpresa dalla vittoria della Brand sulla Van Empel? Si dice che questa sia la stagione del definitivo cambio generazionale, ma l’ex iridata non sembra d’accordo…

So che la Brand è già in buona forma, la Van Empel invece a dispetto dei risultati ottenuti dice che ancora deve lavorare tanto e che ha grandi margini. A ben guardare, la Brand è un po’ un’eccezione con i suoi 38 anni, perché se guardate le Top 10 di queste gare internazionali sono quasi tutte atlete Under 30. Io credo che il cambio generazionale sia davvero in corso d’opera e sono contenta di fare parte di questo momento di passaggio.

La tricolore insieme alla campionessa belga Sanne Cant: la friulana è l’unica non belga o olandese
La tricolore insieme alla campionessa belga Sanne Cant: la friulana è l’unica non belga o olandese
Ora ti aspettano gli europei.

Sicuramente sarà una gara veloce, non proprio nelle mie corde, so che Pontoni ha già visto il tracciato e ci ha detto che ne verrà fuori una gara molto tattica. Io cercherò di giocarmela, ma poi c’è anche il fattore climatico da considerare: se piove tutte le gerarchie della vigilia verranno stravolte.

Sei l’unica straniera del team: non temi che ci sia un po’ di nazionalismo, come raccontava la Arzuffi?

Al team interessa che arrivino i risultati, su questo sono stati molto chiari. Anzi, temo il momento che le cose possano non andare nella maniera migliore. Tutti hanno gli stessi materiali, lo stesso supporto, non mi sento per nulla penalizzata. Probabilmente c’è sempre un po’ di patriottismo, ma se anche fosse non lo fanno vedere, questo lo posso assicurare.

Caro Ellena, cosa avete fatto per tre giorni a Malta?

29.10.2024
6 min
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Anche il Team Polti-Kometa, ha svolto il “pre-ritiro” di fine o inizio anno, a seconda di come lo si voglia interpretare. E’ questo l’anello di congiunzione tra la vecchia stagione e la nuova. Per l’occasione, la squadra di Basso e Contador ha scelto Malta come sede, un partner importante per il team.

Giovanni Ellena ci ha parlato dei ragazzi, della sua esperienza personale e di quanto fatto nei tre giorni trascorsi nel cuore del Mediterraneo. Il che è stata anche un’occasione per scoprire le bellezze di questa isola situata tra la Sicilia e l’Africa (in apertura foto di Maurizio Borserini).

Una veduta tra città e mare di Malta (foto Pinterest)
Una veduta tra città e mare di Malta (foto Pinterest)
Giovanni, Malta in questo periodo deve essere bellissima…

Sì, è un’isola splendida. Io non c’ero stato l’anno scorso a causa di un piccolo problema di salute, quindi per me quest’anno è stato un ritorno al lavoro al 100 per cento… Anche se prima lo era già, ma non avevo partecipato dall’inizio.

Dopo quello che hai passato, l’importante era esserci…

In effetti mi era mancato. Abbiamo fatto anche due attività extra molto divertenti: una di canoa e una zip line. Non le ho potute fare, o meglio non ho voluto farle, per questioni legate al recupero fisico. Mi sentivo a disagio non partecipando completamente al gioco, e mi è dispiaciuto non essere in prima linea con i ragazzi. Ma il prossimo anno sarò il primo a lanciarmi!

Giovanni, cosa si fa in un ritiro del genere? Che cosa avete fatto a Malta? E come lo chiamate, questo tipo di ritiro?

E’ un ritiro di conoscenza: serve a far incontrare i nuovi arrivati. Abbiamo fatto la prova del vestiario con Gsport, verificato le misure delle scarpe con Sidi piccole accortezze per arrivare al primo training camp con tutto in ordine. Ci sono stati anche alcuni chiarimenti sulle misure delle bici.

Giovanni Ellena (classe 1966) è uno dei direttori sportivi della Polti-Kometa. E’ arrivato in questo gruppo due anni fa (Maurizio Borserini)
Giovanni Ellena (classe 1966) è uno dei direttori sportivi della Polti-Kometa. E’ arrivato in questo gruppo due anni fa (Maurizio Borserini)
Avete fatto anche la visita medico-sportiva?

No, quella sarà fatta ai primi di dicembre a Firenze, dal dottor Giulio Tempesti, il nostro medico, insieme al suo staff che ci segue costantemente. Quindi in questo ritiro ci siamo occupati di pianificare le visite mediche, organizzare le partenze e stilare una bozza del calendario 2025, oltre a incontrare i preparatori. C’è stato anche spazio per il relax.

Parlaci di questo…

Abbiamo avuto la possibilità di visitare la Basilica di Malta, dove abbiamo fatto la presentazione della squadra insieme al ministro del turismo e dello sport. Abbiamo visitato Malta stessa, le catacombe e le sue coste… Sono esperienze che permettono di condividere pensieri e idee. Alla fine, è risaputo che davanti a un piatto o in momenti di relax emergono conversazioni che in altre situazioni non si farebbero, perché manca il tempo o lo spirito giusto.

Come ti è sembrato il gruppo?

Un bel gruppo, davvero. Non ho trovato nessuna difficoltà d’integrazione, nessuno che facesse fatica a inserirsi. Tutti erano ben integrati. Ho visto un Piganzoli già più maturo, con le idee chiare su dove vuole arrivare e cosa vuole ottenere nel 2025; un Lonardi molto più sicuro di sé; un Peñalver che in Malesia ha capito di poter fare il velocista. E poi ci sono giovani come Crescioli, che entrano in un mondo nuovo, ma ancora a misura d’uomo, senza il ‘trauma’ del WorldTour dove ti chiedono prima il Vo2Max che il tuo nome.

Ivan Basso presenta la squadra agli esponenti di Malta, che ha una partenership sempre più importante (foto Maurizio Borserini)
Ivan Basso presenta la squadra agli esponenti di Malta, che ha una partenership sempre più importante (foto Maurizio Borserini)
Come li hai visti fuori dal loro ambiente? Ad esempio, durante la gara in canoa?

Con un grande spirito competitivo, goliardico ma sempre agonistico, tipico di chi fa questo lavoro: si vuole vincere anche a briscola! Sono uscito dall’albergo in jeans proprio per evitare tentazioni: se fossi stato in abbigliamento adatto, mi sarei unito a loro. Questo è lo spirito coinvolgente del gruppo, grazie anche alle proposte di team building di Basso, che riprende ciò che faceva alla CSC, ma in modo più sicuro e intelligente.

Hai accennato a Piganzoli. Lo vedi già come un leader?

Diciamo che sta lavorando per diventarlo. Sa di poter puntare al tredicesimo posto al Giro d’Italia, di non essere l’ultimo nelle cronometro, e sa che ha margini di miglioramento. Parte con uno spirito diverso. Ricordiamoci che l’anno scorso Davide non aveva ancora vinto una corsa da professionista, mentre quest’anno non solo ha vinto ma ha colto piazzamenti importanti. Sa di poter vincere, di poter fare terzo a un Giro dell’Emilia. Quest’anno non ha brillato al Lombardia, ma bisogna considerare chi c’era, come è partita la gara, e che è ancora in fase di crescita. Era deluso…

Con una divisa neutra, Gsport fa provare il vestiario ai corridori (foto Maurizio Borserini)
Con una divisa neutra, Gsport fa provare il vestiario ai corridori (foto Maurizio Borserini)
Ma era nel gruppo con Pogacar quando Tadej è partito…

Esatto, questo dimostra il livello a cui è arrivato.

Giovanni, hai parlato di momenti conviviali. Ne avete avuti? Avete ricordato qualche momento della stagione?

Tra ragazzi è normale che affiorino ricordi di corse o episodi specifici. E ci sono sempre risate, anche su momenti che magari all’epoca non erano piacevoli, come il freddo tremendo di una tappa in Turchia. Allora non ridevano di certo. Stare 200 giorni l’anno insieme crea inevitabilmente storie e aneddoti.”

Come erano scandite le vostre giornate a Malta? E le biciclette le avevate dietro?

Le bici c’erano perché l’ultimo giorno abbiamo fatto una pedalata cui ha partecipato anche il ministro del turismo (Clayton Bartolo, ndr) e alcuni appassionati. E’ stata organizzata una raccolta fondi per un’associazione di disabili. Ma abbiamo pedalato solo l’ultimo giorno; gli altri giorni erano dedicati ad altre attività. E qualche sera siamo usciti per una birra e due risate.

Poca bici e tanto svago in questo primo raduno a Malta (foto Maurizio Borserini)
Poca bici e tanto svago in questo primo raduno a Malta (foto Maurizio Borserini)
E la sveglia? Presto o libera?

Sempre abbastanza presto. Il primo giorno abbiamo fatto le prove per il vestiario e le scarpe, il secondo giorno la sveglia era alle 7,30 perché alle 8,30 dovevamo essere alla Basilica per la presentazione. Anche per le attività ludiche la sveglia era presto, perché iniziavano alle 9. L’ultimo giorno ci siamo svegliati ancora prima, perché la pedalata iniziava alle 7,30! Giornate di scarso stress, ma intense al tempo stesso.

Avete assegnato i corridori ai rispettivi direttori sportivi?

Abbiamo fatto un’assegnazione dei preparatori, quello sì. Per quanto riguarda i direttori sportivi, ne parleremo nel ritiro di dicembre a Benidorm. Lì ogni corridore incontrerà il suo direttore, si discuterà il calendario… Per ora li lasciamo tranquilli, senza la pressione dei direttori sportivi.

Gasparotto: «Su Pellizzari non ci poniamo limiti, ma serve tempo»

29.10.2024
5 min
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Il finale di stagione di Enrico Gasparotto e della Red Bull-Bora-Hansgrohe coincide con la programmazione del 2025. Nel quartier generale austriaco è andato in scena il primo raduno che proietta la squadra verso gli impegni del prossimo anno. Una settimana insieme per conoscere i membri dello staff, i preparatori, i direttori sportivi, il reparto manageriale. Insomma, per i nuovi una prima infarinatura su come funziona un team destinato a pensare in grande e che da poco ha annunciato la nascita della formazione development.

Gasparotto risponde al telefono da Lugano, domani (oggi per chi legge) volerà a Parigi per la presentazione del Tour de France.

«Questi due mesi, ottobre e novembre – dice il Gaspa – saranno i più importanti dell’anno per me. Da ora svolgo il ruolo di Head of Sport Directors e la programmazione è diventata il momento cruciale dell’anno. Andrò in vacanza a febbraio, quando le corse partiranno ufficialmente e il meccanismo sarà avviato. Ora ci sono da coordinare tante cose: dal team professionisti a quello under 23. Non opero direttamente in tutti e due, quello dei giovani ha il suo staff dirigenziale, ma un occhio di riguardo ci va. D’altronde qualche ragazzo verrà a correre con i grandi, per iniziare a fare esperienza».

Con il nuovo ruolo di Head of Sport Directors Gasparotto passerà meno tempo in ammiraglia rispetto alle scorse stagioni
Con il nuovo ruolo di Head of Sport Directors Gasparotto passerà meno tempo in ammiraglia rispetto alle scorse stagioni

Il giovane Pellizzari

Tanta curiosità gira intorno al nome di Giulio Pellizzari, il giovane corridore che ha salutato la Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè ed è pronto a spiccare il volo con lo squadrone austriaco. Come entrerà nel progetto uno dei giovani più interessanti del nostro movimento? Riuscirà a preservare il suo cammino di crescita?

«Va detto, prima di tutto – ci spiega Gasparotto – che per Pellizzari questo è uno step importante, come lo è per noi della Red Bull-Bora-Hansgrohe. Rispetto all’inverno 2023 tutto è più grande e fatto in maniera differente, più metodologica. Abbiamo tante figure esterne da inserire e imparare a conoscere: ingegneri, nutrizionisti, uno staff performance profondo. Quella di Pellizzari è un’esperienza fondamentale, rivedo il cammino fatto da me in Intermarché. Il rischio di uno “shock” è alto, da una realtà familiare passa a un team strutturato e con 170 persone che ci lavorano, se consideriamo anche le squadre U23 e U19».

Stimolo a imparare                              

Il passo in un team WorldTour può spaventare, ma in un certo modo lo stimolo a cui si è sottoposti è enorme. Serve la testa giusta per goderselo e per portare a casa un insegnamento nuovo ogni giorno. Arrivare qui a 21 anni per Pellizzari può essere importante, ma tutto va calibrato nel modo giusto.

«Lo stimolo nel correre accanto a campioni del calibro di Roglic, Hindley, Vlasov e Martinez non è da sottovalutare (continua Gasparotto, ndr). Gli investimenti negli anni sono stati importanti e vogliono portarci a vincere il Tour de France, perché no anche con ragazzi cresciuti, o comunque modellati, da noi. Pellizzari può essere tranquillamente questo profilo, ma l’inserimento va fatto in maniera graduale e logica. Ha tutto da scoprire: dalla ricerca dei materiali al loro sviluppo.

«Ci sono tanti dettagli che nella sua carriera non ha curato – prosegue – e quindi di lui non si conoscono i limiti di crescita perché è tutto da scoprire. Pellizzari ha fatto vedere tanto con i Reverberi e con lui si può fare molto, sicuramente non è un giovane “spremuto”.

Futuro da scrivere

La crescita di Pellizzari passerà tanto dalle sue qualità, vero, ma anche dalle occasioni che potrà avere con la Red Bull-Bora- Hansgrohe. Come si garantisce la maturazione di un giovane così promettente?

«Penso che sia talmente grande quello che lui può scoprire di se stesso e noi di lui – analizza Gasparotto – che dire cosa farà è fin troppo limitato. E’ ancora molto giovane, quindi penso che affiancare un corridore come Roglic o Vlasov in una grande corsa a tappe possa essere d’insegnamento per capire e imparare cosa serve per essere un capitano. Avere la percezione di cosa serve per diventare un grande corridore. Correre ancora in una professional non gli avrebbe dato questa dimensione, che invece penso sia importante avere.

«Sono situazioni – dice – che ho vissuto anche io per primo quando correvo. Affiancare un grande corridore in un Giro d’Italia e vincere ti dà sempre qualcosa. Noi Pellizzari lo aspettiamo, è anche vero che ha bisogno di step, con l’iniziare ad essere protagonista in corse di una settimana nel WorldTour. Poi il fatto che io ricoprirò questo ruolo può essere un fattore importante perché sarò la figura di riferimento e con me potrà parlare in italiano. Il suo preparatore invece sarà Paolo Artuso. La prima cosa da fare quando un corridore arriva in un contesto del genere è tutelarlo e mettergli accanto persone che possano comunicare facilmente con lui».