Guanti, Van der Poel, dita fasciate

L’importanza di indossare i guanti. Anche se ti chiami VdP

29.03.2026
6 min
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Guanti sì, guanti no. La caduta di Mathieu Van der Poel alla Milano-Sanremo e la conseguente “pelata” a mani e dita ha riportato in auge l’annoso discorso circa l’utilizzo dei guanti in bici, soprattutto in gara. Due anni fa un corridore della Bardiani tornò a casa anzitempo dalla Malesia proprio a causa delle mani spellate. Perché qualcuno dunque non li indossa, viene da chiedersi?

Ora si profila una serie di gare in cui i guanti giocano un ruolo importante, se pensiamo che alcuni brand, per esempio, ne hanno studiati appositi per il pavé e le vibrazioni di certe corse che prevedono tanto sconnesso. E sempre perché arrivano certe gare, di guanti sì e guanti no ne parliamo con Alessandro Ballan. E’ lui che ci porta dentro questo discorso che tutt’oggi divide. Chiaramente non è un processo a Van der Poel, atleta formidabile e indiscutibile. Da lui prendiamo solo lo spunto per un argomento che comunque è attuale.

Alessandro Ballan in azione alla Parigi-Roubaix, guanti
Alessandro Ballan in azione alla Roubaix. Alla sua prima partecipazione fu costretto a fermarsi per via dei problemi alle mani nonostante i guanti
Alessandro Ballan in azione alla Parigi-Roubaix, guanti
Alessandro Ballan in azione alla Roubaix. Alla sua prima partecipazione fu costretto a fermarsi per via dei problemi alle mani nonostante i guanti
Tu, Alessandro, eri solito indossare i guanti?

Eh sì, appartenevo alla vecchia scuola! Io li usavo e stavo male quando vedevo i veri fiamminghi tipo Tom Boonen fare la Parigi-Roubaix e altre gare senza guanti. Già all’epoca, in squadra, la sera ne parlavamo e non trovavamo vantaggi tecnici nel non indossarli.

Sei entrato diretto nell’argomento. Partiamo proprio da questi campioni. VdP, Boonen, ma anche altri. Come ci riescono, almeno in certe gare?

Sono domande che mi sono sempre fatto anch’io e la risposta non è affatto facile. Certamente alla base c’è una grande attitudine naturale. Ci sono nati e cresciuti, ma resta comunque un fatto particolare. Per farvi capire cosa vuol dire pedalare sul pavé, alla mia prima edizione della Roubaix sono uscito dalla Foresta di Arenberg in quarantesima posizione più o meno. Non ero messo male, ma sono stato costretto a ritirarmi proprio per le vesciche che avevo sulle mani.

Ma avevi i guanti però…

Sì, indossavo i guanti, ma avevo anche dolore all’interno della mano. Non riuscivo più a chiuderla. Tanto è vero che quando arrivavo su qualche curva dovevo frenare con il polso, quindi dovevo staccare la mano completamente, il che era anche molto pericoloso. Così decisi di ritirarmi. Ricordo che arrivai al velodromo di Roubaix con un passaggio che mi diede un signore. Fu la mia prima esperienza alla Roubaix con un ritiro non voluto, a causa delle mani.

Tom Boonen, Parigi Roubaix 2017
Boonen era solito non usare i guanti neanche alla Roubaix. Prima di lui, ma non sempre, anche De Vlaeminck e Moser fecero la stessa cosa
Tom Boonen, Parigi Roubaix 2017
Boonen era solito non usare i guanti neanche alla Roubaix. Prima di lui, ma non sempre, anche De Vlaeminck e Moser fecero la stessa cosa
E avevi i guanti

E avevo i guantini, ripeto. Da lì, per dire quanto sia importante preservare le mani, prima di ogni campagna del Nord mi consigliarono di fare degli allenamenti specifici per la mano. Comprai le classiche molle, quelle per rafforzare la presa, e un mese prima di tutte le mie campagne del Nord, dal mio secondo anno da professionista, alla sera mentre guardavo la tv, sul divano o nelle varie trasferte mentre ero in camera, facevo questi esercizi con le molle per 5-10 minuti. E questo mi ha aiutato tantissimo per non avere il problema del dolore all’interno della mano. Poi è anche vero che al primo anno si sbaglia anche l’impugnatura.

Cioè, spiegaci meglio…

Il manubrio non va tenuto forte, non va serrato. La mano deve quasi essere sospesa sul manubrio, deve vibrare insieme al manubrio. Quindi cambia qualcosa anche sotto quel punto di vista. Il problema di oggi è che questi manubri aerodinamici, che in presa alta non sono neanche più tondi ma sono profilati, possono creare anche qualche problema in più. Un altro accorgimento che adottavo era quello di mettere del gel sotto al nastro manubrio: erano delle placchette per ammortizzare di più le vibrazioni. Oppure c’è chi metteva il doppio nastro e addirittura gente che sotto il guantino si fasciava le falangi, tipo i pallavolisti.

Proprio come Van der Poel l’altro ieri ad Harelbeke.

Esatto, lui perché aveva delle ferite, nel nostro caso per prevenire le vesciche. Per farvi un esempio, l’anno scorso mia figlia Azzurra è andata a fare il Giro delle Fiandre juniores. E la prima cosa che le ho raccomandato è stata proprio quella di usare i guanti, perché lei è abbastanza selvaggia e sapevo che non li avrebbe utilizzati. Ho insistito molto su questo tasto: «Guarda, devi mettere i guanti perché il pavé è tremendo e ti lascerà dei segni». E’ andata e dopo cinque chilometri di strada era piena di vesciche. E per fortuna che li aveva utilizzati.

Sanremo. VdP è caduto e non riesce ad impugnare bene il manubrio con la mano destra sanguinante. Dettaglio chiave della sua Classicissima?
Sanremo: VdP è caduto e non riesce ad impugnare bene il manubrio con la mano sinistra sanguinante. Dettaglio chiave della sua Classicissima?
Sanremo. VdP è caduto e non riesce ad impugnare bene il manubrio con la mano destra sanguinante. Dettaglio chiave della sua Classicissima?
Sanremo: VdP è caduto e non riesce ad impugnare bene il manubrio con la mano sinistra sanguinante. Dettaglio chiave della sua Classicissima?
A prescindere dal pavé, Alessandro perché il guantino secondo te va usato?

Il guantino ti aiuta nel momento della caduta. Ti dà quella protezione soprattutto sul palmo della mano che senza ovviamente non avresti. Quando si cade o si scivola, ancora di più, l’istinto è quello di mettere giù la mano per protezione, per fermarsi. E quando cadi senza il guanto è logico che ti fai veramente male alla mano. Ricordiamo che la mano è uno dei punti di appoggio, pertanto è bene averlo sempre integro questo appoggio.

Te lo dicevano oppure indossarlo per questo motivo è qualcosa che facevi in automatico?

Lo facevo in automatico. Da quando ero bambino ho sempre indossato i guanti e così sono andato avanti nella mia carriera. Magari non li mettevo in allenamento d’estate perché c’era meno rischio di cadere e perché mi dava fastidio l’abbronzatura a strisce, ma in gara li ho sempre indossati.

Secondo te perché certi corridori non li usano?

Per me certi corridori non indossano i guanti per far vedere che ci sanno fare, che sono forti. E’ anche un po’ una sfida mentale, un affronto verso gli altri avversari. Come a dire: «A me non servono neanche sulle pietre». Anche perché, parliamoci chiaro, i guanti non danno fastidio: non pesano e quasi non si sentono sulle mani.

Ad Harelbeke, per via delle ferite, VdP ha corso le dita della mano destra fasciate.
Ad Harelbeke, per via delle ferite, VdP ha corso le dita della mano fasciate
Ad Harelbeke, per via delle ferite, VdP ha corso le dita della mano destra fasciate.
Ad Harelbeke, per via delle ferite, VdP ha corso le dita della mano fasciate
Anzi, quelli di oggi danno anche un piccolo vantaggio aerodinamico…

Esatto. Con questa profilazione che si estende sul polso e con i nuovi materiali consentono di guadagnare qualcosina. A parte qualche tappa del Tour a luglio, non sono neanche così caldi. Di certo non danno fastidio nella campagna del Nord.

Ti è mai successo di cadere, di rovinare i guanti e di pensare: per fortuna che ce li avevo?

Sì, molte volte. Infatti tante volte quando il corridore cade e si rompe la clavicola è perché appoggia il polso e di conseguenza ne risente la clavicola, che non regge l’impatto. L’ideale per non romperla sarebbe andare giù di spalla, però non è una cosa istintiva. L’istinto è quello di mettere sempre giù la mano prima del corpo. Mi è capitato di cadere e di finire la gara con il guanto tutto rovinato e con la mano spellata nonostante li indossassi. L’avevo consumato tutto.

Alla fine lo stesso Van der Poel ha dichiarato che sì, le gambe non erano quelle dei giorni migliori a Sanremo, ma ha detto anche che non poteva fare leva e forza sul manubrio per via delle ferite alle mani…

Esatto, lo capisco bene. Tra l’altro le ferite alle mani sono sempre molto lunghe a guarire: la pelle è dura ed è sempre in movimento. E per non indossare un capo così minimal si rischia di compromettere più gare.

Meris, l’italiano della Unibet, diventato cittadino del mondo

Meris, l’italiano della Unibet, diventato cittadino del mondo

28.03.2026
5 min
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La E3 Saxo Bank si è corsa giusto ieri, con il suo epilogo emozionante e l’ennesima vittoria (la terza) di Van der Poel arrivata però in maniera diversa da quella che si preventivava. Dietro, nel gruppo, c’era anche Sergio Meris, alla sua prima esperienza nelle Classiche del Nord in questa stagione, la sua seconda alla Unibet. Stessa squadra, è vero, ma rispetto allo scorso anno molto è cambiato.

46 giorni di gara per Meris nel 2025 con il 7° posto al Pays de la Loire come miglior risultato
46 giorni di gara per Meris nel 2025 con il 7° posto al Pays de la Loire come miglior risultato
46 giorni di gara per Meris nel 2025 con il 7° posto al Pays de la Loire come miglior risultato
46 giorni di gara per Meris nel 2025 con il 7° posto al Pays de la Loire come miglior risultato

Nelle prime uscite non ci sono stati risultati eclatanti, ma Meris sa che è un prezzo da pagare e lo ha fatto volentieri anche in Belgio, sui muri del Fiandre affrontati come antipasto alla sfida del 5 aprile: «Alla fine è andata abbastanza bene, si continua a crescere con queste esperienze. Con il team sta funzionando tutto alla grande. La squadra si è ingrandita molto e stiamo facendo anche delle gare molto importanti, quindi per il futuro si prospettano ottime cose, una crescita costante da parte di tutto il gruppo».

Ora sei al secondo anno, come ti stai trovando?

Mi stanno dando tanto, credono in me e mi stanno facendo fare tante bellissime esperienze in gare davvero di primo piano come la Sanremo oppure la Strade Bianche. Rispetto allo scorso anno abbiamo un altro approccio, l’approdo di alcuni nomi altisonanti come Groenewegen, Poels e Lafay ha davvero alzato l’asticella e quindi l’obiettivo di tutti è quello di acquisire sempre più punti.

Meris è l'unico italiano presente nell'Unibet, ma si è perfettamente ambientato nel gruppo franco-olandese
Meris è l’unico italiano presente nella Unibet, ma si è perfettamente ambientato nel gruppo franco-olandese
Meris è l'unico italiano presente nell'Unibet, ma si è perfettamente ambientato nel gruppo franco-olandese
Meris è l’unico italiano presente nella Unibet, ma si è perfettamente ambientato nel gruppo franco-olandese
Come ci si trova in una squadra straniera da unico italiano? Tanti italiani sono in formazioni WT o Professional, ma fanno sempre un po’ gruppo, ce ne sono almeno un paio per team, tu invece sei proprio solo…

A me non pesa, l’anno scorso è stato per me una novità entrare in una squadra con una mentalità così aperta, con così tante culture diverse, ho approfondito il mio inglese, ma ora mi sono ambientato. Ho stretto bei rapporti anche l’anno scorso con i compagni, con lo staff e quindi non mi sento per niente solo, anzi sono grato di questa opportunità per la mia crescita personale, non solo sportiva.

Con chi hai legato particolarmente nel team?

Innanzitutto con Adrien Maire che è il mio compagno francese, ma anche con Lafay siamo subito entrati in contatto. Ho legato molto con un po’ tutto il gruppo francese, ma anche con “l’anima” olandese mi trovo davvero bene, anche con i fratelli Kopecky ho un bel rapporto. Un vantaggio per me è dato dalle mie caratteristiche di passista-scalatore che mi consentono di essere impiegato in una gamma più vasta di corse.

La Strade Bianche è stata la sua prima uscita nel WT di quest'anno, faticando oltremisura (foto Instagram)
La Strade Bianche è stata la prima uscita di Meris nel WT di quest’anno, faticando oltremisura (foto Instagram)
La Strade Bianche è stata la sua prima uscita nel WT di quest'anno, faticando oltremisura (foto Instagram)
La Strade Bianche è stata la prima uscita di Meris nel WT di quest’anno, faticando oltremisura (foto Instagram)
Che influsso ha sul tuo calendario?

Mi mette a contatto con i gruppi sia delle classiche che degli scalatori orientati verso le corse a tappe e di conseguenza ho l’opportunità davvero di approfondire l’amicizia con diversi tipi di corridori.

Sei nella stessa squadra con due corridori come Groenewegen e Lafay che hanno vinto grandi corse. Nelle tue prime esperienze, che cosa hai notato in loro?

Soprattutto una dedizione e un impegno costante, sono corridori che sono stati grandi protagonisti nelle maggiori corse eppure non sono per nulla appagati. Continuano con il massimo impegno, sono un esempio per tutti ed è quello che fa la differenza. Ho capito che anche se gli anni passano e non sei più giovanissimo e hai fatto anche già dei bei risultati, ma continui a impegnarti al 100 per cento ottieni risultati e questo posso dirlo anche di Poels, anche con lui sto stringendo un bel rapporto e cerco di trarne ispirazione. A 38 anni è comunque super professionale e anche per questo sta durando così tanto.

Chiamato per essere alla Milano-Sanremo all'ultimo momento, Meris ha chiuso 50° a 3'17" da Pogacar (foto Instagram)
Chiamato per essere alla Milano-Sanremo all’ultimo momento, Meris ha chiuso 50° a 3’17” da Pogacar (foto Instagram)
Chiamato per essere alla Milano-Sanremo all'ultimo momento, Meris ha chiuso 50° a 3'17" da Pogacar (foto Instagram)
Chiamato per essere alla Milano-Sanremo all’ultimo momento, Meris ha chiuso 50° a 3’17” da Pogacar (foto Instagram)
Hai fatto la tua terza corsa di WorldTour. Delle gare che hai fatto quest’anno, qual è stata la più bella secondo Sergio Meris?

Penso sicuramente la Sanremo, è stata una gara bellissima ancorché inaspettata, perché non dovevo essere alla partenza, essendo però stato male un mio compagno ho preso il suo posto all’ultimo. Mi è piaciuta un sacco non solo come paesaggi, ma anche per il tipo di gara. E’ vero che è lunghissima ma non mi sono annoiato un solo secondo, anzi mi sono goduto ogni momento. La Strade Bianche è stata una gara molto più esigente fisicamente, alla Sanremo il tempo è volato…

Prossime gare che farai?

Paris-Camembert che è martedì, poi devo fare NXT Classic che è il 4 aprile e l’Amstel Gold Race come l’anno scorso. Con la gamba che sta iniziando a rispondere in maniera molto positiva, con queste gare WorldTour che ti danno quella forma fisica e quel grado di sopportazione allo sforzo, alla intensità e alla lunghezza in più. Io dico che fra queste tre prove spero di portare a casa qualcosa di buono. All’Amstel voglio migliorarmi rispetto allo scorso anno quando purtroppo sono caduto, ma quest’anno mi sento molto più pronto e voglio arrivare più avanti possibile. Per me e per la squadra.

Letizia Borghesi, AG Insurance-Soudal Team (foto Wout Beel)

La crescita di Borghesi, che prenota un posto per le Classiche

28.03.2026
5 min
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Letizia Borghesi sta facendo i conti con qualche escoriazione dopo la caduta rimediata nella discesa del Poggio. Una scivolata arrivata esattamente nel momento in cui stava spingendosi al limite in ogni curva, per cercare di avvicinarsi al gruppetto delle cinque che poi si è giocato la corsa. Borghesi è convinta che se non fosse caduta sarebbe rientrata, arrivando a giocarsi un piazzamento ben più importante (in apertura foto Wout Beel). 

Con la Sanremo Women si è chiuso un primo capitolo di questa primavera, che è stata a due facce: positiva perché Letizia Borghesi ha capito di poter stare là davanti, ma anche sfortunata. L’atleta del AG Insurance-Soudal Team è stata una di quelle che alla Strade Bianche è stata portata fuori corsa seguendo la moto davanti a loro. 

«In generale sto bene – racconta Letizia Borghesi – e queste prime gare della stagione ne sono state una controprova. Mi dispiace perché mi sarebbe piaciuto raccogliere qualcosa in più in termini di risultati, ma non sempre si riesce. La cosa importante è aver avuto delle ottime sensazioni, con la speranza di trovare un risultato positivo per riuscire a rimanere più serena.

Strade Bianche 2026, Letizia Borghesi, AG Insurance-Soudal Team
La Strade Bianche rimane uno dei rimpianti di questo inizio stagione per Letizia Borghesi
Strade Bianche 2026, Letizia Borghesi, AG Insurance-Soudal Team
La Strade Bianche rimane uno dei rimpianti di questo inizio stagione per Letizia Borghesi

Fiandre e Roubaix

Il programma di gare di Letizia Borghesi in questo primo anno con la AG Insurance-Soudal Team partiva da metà febbraio, con la Volta a Valenciana, per poi andare alla Omloop Nieuwsblad e infine il trittico italiano: Strade Bianche, Trofeo Binda e Sanremo. 

«Con la squadra avevamo deciso di arrivare fino alla Sanremo – ci spiega – per poi riprendere a correre alla Dwars Door Vlaanderen. Abbiamo deciso di saltare la Gent così da riposare, a livello atletico serviva un periodo di allenamento per riprendere il ritmo e mantenere la freschezza.

«Sono contenta che inizino le corse al Nord, mi piacciono molto perché sono gare che diventano dure fin da subito, dove la resistenza alla fatica emerge. Sento che il mio punto forte sia la durabilità, ovvero quando ripeti lo stesso sforzo diverse volte e devi avere sempre la stessa intensità. Anzi credo che nel finale riesco a performare al meglio».

Letizia Borghesi, AG Insurance-Soudal Team (foto Wout Beel)
Letizia Borghesi, classe 1998, è al suo primo anno con l’AG Insurance-Soudal Team (foto Wout Beel)
Letizia Borghesi, AG Insurance-Soudal Team (foto Wout Beel)
Letizia Borghesi, classe 1998, è al suo primo anno con l’AG Insurance-Soudal Team (foto Wout Beel)
In che modo si lavora per arrivare pronti alle classiche?

Farò un po’ di chilometri, di richiami e lavori di variazioni di soglia, con qualche fuorisoglia e delle volate. Poi sono in costante contatto con il mio preparatore, è una cosa particolarmente importante perché il periodo è delicato, con diversi appuntamenti da preparare al meglio. Mi confronto spesso con lui e adattiamo i lavori e gli allenamenti in base alle mie sensazioni

Ti stai trovando bene al AG insurance-Soudal Team?

Molto bene, è un ambiente particolarmente stimolante dove sento molta fiducia nelle mie potenzialità. In questi primi mesi sento di aver fatto un passo avanti nella performance, in generale mi sento un gradino sopra rispetto allo scorso anno. Ho intorno a me uno staff davvero competente, con il quale mi sto trovando bene. La AG Insurance è una squadra con una grande tradizione nelle classiche, con molti ex atleti che ora sono entrati nel team.  

Trofeo Binda 2026, Letizia Borghesi, AG Insurance-Soudal Team
In questi primi mesi Borghesi si è concentrata su sforzi brevi, funzionali alle classiche
Trofeo Binda 2026, Letizia Borghesi, AG Insurance-Soudal Team
In questi primi mesi Borghesi si è concentrata su sforzi brevi, funzionali alle classiche
Alla cui base c’è il confronto, ci sembra di capire…

E’ un aspetto che mi piace davvero tanto, perché avere un dialogo costante da entrambe le parti (corridore e staff, ndr) aiuta a crescere e migliorare. Non è solamente un mandare il programma dove mi dicono cosa fare, ma c’è un aspetto umano importante per crescere.  

Hai cambiato qualcosa nei metodi di lavoro?

Qualcosa sì, ci siamo concentrati molto nel migliorare negli sforzi da uno, due o cinque minuti. Un aspetto che per le classiche può sicuramente tornare utile. Poi finite le corse del nord mi concentrerò anche sugli sforzi più lunghi. Anche se, già alla Valenciana, mi sono sentita meglio anche nell’affrontare le salite da quindici o venti minuti. 

Letizia Borghesi, AG Insurance-Soudal Team (foto Wout Beel)
Letizia Borghesi insieme al AG Insurance-Soudal Team sente di aver fatto un notevole passo in avanti (foto Wout Beel)
Letizia Borghesi, AG Insurance-Soudal Team (foto Wout Beel)
Letizia Borghesi insieme al AG Insurance-Soudal Team sente di aver fatto un notevole passo in avanti (foto Wout Beel)
Avete fatto anche qualche ricognizione?

Quella della Roubaix la faremo nei giorni dopo il Fiandre. Mentre questo inverno, quando ero in Belgio per la stagione del cross, sono uscita per provare i chilometri finali del Fiandre. Era il giorno forse più freddo di tutto l’inverno, con un vento gelido (dice con una risata, ndr). Però in generale all’interno della squadra vedo una grande attenzione ai dettagli.

In che senso?

Abbiamo Jolien D’hoore come diesse, che ci segue tanto e analizza insieme a noi i diversi aspetti della gara. Ad esempio quest’anno si è messa con me a guardare le mie volate o il modo di correre nelle classiche. E’ sempre bello poter guardare le gare con delle ex-atlete che comunque hanno corso e sanno cosa vuol dire trovarsi lì in mezzo. 

Nel 2025 Letizia Borghesi è stata protagonista di una grande campagna del Nord, qui sul podio della Roubaix (conclusa al secondo posto)
Nel 2025 Letizia Borghesi è stata protagonista di una grande campagna del Nord, qui sul podio della Roubaix (conclusa al secondo posto)
Con quale consapevolezza arrivi alle classiche?

In generale sono migliorata dall’anno scorso, poi comunque nella passata stagione ho ottenuto dei grandi risultati (sesta al Fiandre e seconda a Roubaix, ndr), quindi non sarà facile migliorare. Sento però di avere una condizione superiore rispetto al 2025, in queste prime corse dell’anno ho dimostrato di essere veramente vicina alle top riders. 

Riparti con la Dwars Door Vlaanderen, un modo per riprendere anche la mano con il pavé?

Può essere sicuramente un buon riscaldamento, se lo possiamo chiamare così. Sarà comunque una corsa impegnativa e dura, un bel test in vista dei due appuntamenti principali. Con la squadra abbiamo scelto di non fare le altre corse in Belgio, vedremo in futuro come fare, perché in realtà mi piacerebbe correre un po’ di più da quelle parti. Un altro obiettivo sul quale vorrei concentrarmi in futuro sono le Ardenne. Credo siano delle gare alla mia portata. Però ora ci concentriamo sulle prossime due settimane, che saranno importantissime. 

Milano-Sanremo 2026, Tadej Pogacar, Tom Pidcock

«Una sbavatura è costata a Pidcock la volata della vita»

28.03.2026
5 min
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POMARANCE (PI) – Abbiamo approfittato di una pedalata con Paolo Bettini, in ricognizione sui percorsi che sta tracciando per il suo evento GeoGravel Tuscany del 6-7 giugno, per tornare, ad una settimana di distanza, sulla Milano-Sanremo vinta da Pogacar, con un particolare focus sulla volata contro Pidcock. L’inglese, non certo il favorito numero uno della vigilia, è stato l’unico a tenere lo scatenato sloveno su Cipressa e Poggio. Per cui, il secondo posto in via Roma a mezza ruota dal campione del mondo può far sembrare il bicchiere mezzo pieno. Ma è così? Sentiamo Bettini, come lo sentimmo nel 2025 quando la vittoria fu di Van der Poel

«A posteriori siamo sempre tutti bravi – inizia il toscano – però vediamo di cogliere qualche indizio di questa volata. Pogacar è stato super, qui non ci piove: ha fatto la corsa, ha fatto quello che voleva. E’ caduto, si è rialzato, ha staccato tutti, tranne Pidcock. Pidcock ha avuto la grande occasione della vita, quando è partita la volata ha scelto di andare alla sua destra, praticamente si è infilato nell’imbuto tra Pogacar e le transenne».

La volata dopo 290 chilometri era una grande icognita per Pogacar e Pidcock: il campione del mondo ha stroncato il britannico
La volata dopo 290 chilometri era una grande incognita per Pogacar e Pidcock: il campione del mondo l’ha giocata di gambe e di astuzia
La volata dopo 290 chilometri era una grande icognita per Pogacar e Pidcock: il campione del mondo ha stroncato il britannico
La volata dopo 290 chilometri era una grande incognita per Pogacar e Pidcock: il campione del mondo l’ha giocata di gambe e di astuzia
Tutto regolare però…

Certo, Pogacar non ha chiuso, non è stato scorretto, ha semplicemente dato il “cenno” di appoggiarsi verso le transenne, cosa che Pidcock ha capito subito. Infatti, se riguardate la volata, esce fuori, gli gira intorno e passa dalla parte sinistra. Alla fine ha perso per pochi centesimi, una trentina di centimetri.

Pidcock poteva fare qualcosa di diverso?

Forse, se fosse uscito dalla parte ampia della strada, dove aveva tutto lo spazio per esprimersi senza indecisioni, non lo so come sarebbe potuta andare a finire. Magari si sarebbe parlato del “fotofinish della storia” e quei due centesimi diventavano pochi millimetri, per giunta, chissà, a favore suo.

La mossa di Pogacar è stata dettata da un po’ di malizia?

Direi di… professionalità. Ripeto, non ha commesso alcuna scorrettezza. E’ normale che, se tra me e le transenne ho un metro, bastano dieci centimetri d’appoggio. A volte basta solo allargare il gomito che già chiudi un varco. E’ astuzia.

Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne: per Pidcock porta chiusa, dovrà andare verso centro strada
Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne e Pidcock per un attimo pensa di infilarsi. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse lanciato subito a centro strada?
Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne e Pidcock esita. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse lanciato subito a centro strada?
Pogacar lancia la volata dal lato delle transenne e Pidcock per un attimo pensa di infilarsi. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse lanciato subito a centro strada?
Diciamo che Pidcock è caduto in un tranello?

Se fosse passato da subito a centro strada, avrebbe avuto tutta la sede stradale libera. A quel punto Pogacar per “appoggiarsi” avrebbe dovuto cambiare traiettoria. In quel caso, sì, sarebbe stata una scorrettezza. Pertanto l’inglese avrebbe avuto tutto lo spazio per rimontarlo dalla parte sinistra.

Secondo te Pidcock ha qualcosa da recriminare in questa Sanremo?

No, se la riguarderà e dirà: «Come poteva andare la mia volata della vita se uscivo subito a sinistra?». Ma con i “se” e i “ma” non si vincono le Sanremo.

L’anno scorso Pogacar arrivò a giocarsi lo sprint con Van der Poel e Ganna, partendo dall’ultima posizione, leggermente defilato, un po’ passivo. Stavolta invece si è messo in testa con un atteggiamento più rabbioso. Cosa è cambiato?

Lui è abituato a svegliarsi la mattina e sapere che le gare praticamente le vince. La Milano-Sanremo rimaneva una delle poche dove al mattino poteva anche contemplare la sconfitta. La caduta gli ha tirato fuori ancora più adrenalina, si è esaltato ancora di più e, sì, la voleva davvero vincere questa gara…

Pidcock riceve i complimenti del suo idolo Cavendish, ma intanto mastica amaro
Pidcock riceve i complimenti del suo idolo Cavendish, ma intanto mastica amaro
Pidcock riceve i complimenti del suo idolo Cavendish, ma intanto mastica amaro
Pidcock riceve i complimenti del suo idolo Cavendish, ma intanto mastica amaro
Abbiamo detto che con i “se” e con i “ma” non si fanno le storie delle corse. Ma se Van Aert fosse rientrato ai 500 metri o se Van der Poel avesse tenuto i due battistrada, Pogacar avrebbe impostato la volata allo stesso modo?

Beh, visto com’è andata con Pidcock, viste queste piccole sbavature dell’inglese che abbiamo analizzato, penso che Pogacar avrebbe perso la volata sia da Van der Poel che da Van Aert.

Anche tu, nel 2003 facesti uno sprint vittorioso sul traguardo della Sanremo dovendo marcare un solo avversario, Mirko Celestino, perché l’altro era il tuo compagno di squadra, Luca Paolini. Che ricordi hai di quella volata?

Avevo sfiorato la Sanremo già un paio di volte. In un’occasione venni ripreso all’ultimo chilometro, un’altra alla fontana. Quell’anno arrivai a vedere via Roma aperta e avevo un compagno di squadra eccezionale come Luca Paolini.

Ti disse qualcosa?

No, però mi servì il rettilineo d’arrivo come a dire: «Adesso sbagliala!». Pertanto, partii dalla terza posizione che in realtà era la seconda perché sapevo che Luca si sarebbe sacrificato fino all’ultimo metro.

E’ il 22 marzo del 2003: Bettini vince la Sanremo indossando la maglia di leader di Coppa del mondo. Dietro, Celestino e Paolini
Paolo Bettini, Luca Paolini, Milano-Sanremo 2003, Quick Step
E’ il 22 marzo del 2003: Bettini vince la Sanremo indossando la maglia di leader di Coppa del mondo. Dietro, Celestino e Paolini
E poi?

Io dovevo aspettare il momento giusto per anticipare e per mettere la ruota davanti a Celestino. Così è stato. Un’emozione incredibile anche perché quella Sanremo la vinsi con una maglia speciale per me: la maglia di Coppa del mondo che non esiste più, bellissima. C’era stato da poco il cambio di squadra dalla Mapei alla Quick Step, dall’Italia siamo andati a correre sotto bandiera belga. Partire con la prima grande classica Monumento e centrarla subito è stato veramente, veramente emozionante.

A proposito di Monumento, Pogacar può centrarle tutte e cinque?

Sì, magari anche non quest’anno, però ricordo che di vittorie grandi gliene mancano due: oltre alla Roubaix c’è anche l’Olimpiade…

Andrea Vendrame, Centro Alto rendimento di Sierra Nevada, marzo 2026

La Sanremo di Vendrame, uno squillo deciso verso le Ardenne

28.03.2026
6 min
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Da martedì Vendrame è a Sierra Nevada, preparando il primo assalto alle Ardenne da leader della squadra. Con lui nel Centro di Alto Rendimento oltre i 2.000 metri ci sono l’allenatore Fabio Baronti e un gruppetto di ragazze della Jayco-AlUla in preparazione delle classiche. Alla vigilia del sesto posto alla Sanremo, in cui Vendrame è stato il migliore degli italiani, se lo sono filati davvero pochi giornalisti, tre al massimo. Chiaramente tutti gli occhi erano per Pogacar, Van der Poel e semmai Ganna, anche se da giorni Brent Copeland, team manager della squadra australiana, continuava a dire che Andrea fosse in grande condizione.

Se in quel finale asfissiante Van Aert non fosse riuscito ad anticipare il gruppo e prendersi il terzo posto, Vendrame avrebbe sprintato per il podio. E va bene che con certi ragionamenti non si va lontano, resta però il fatto che tolto il marziano Pogacar e lo sfidante Pidcock, nel gruppo dei migliori c’era anche lui.

«Avrei firmato per questo risultato – Vendrame sorride con la sua educazione – poi se fosse arrivato qualcosa di meglio, per carità di Dio, non avrei detto di no. Come vi avevo detto nell’intervista del giorno prima, dal mio punto di vista bisogna essere realisti. Non sono Pogacar che può partire a 60 chilometri dall’arrivo o quando gli pare, quindi devo capire le mie potenzialità e dove possa portarmi la mia forma del momento. Per questo il sesto posto non lo butterei via e anzi può essere un punto di partenza per i prossimi».

Finale della Sanremo: Van Aert ha colto il terzo posto, Pedersen è quarto, Vendrame sesto
Finale della Sanremo: Van Aert ha colto il terzo posto, Pedersen è quarto, Vendrame sesto
Finale della Sanremo: Van Aert ha colto il terzo posto, Pedersen è quarto, Vendrame sesto
Finale della Sanremo: Van Aert ha colto il terzo posto, Pedersen è quarto, Vendrame sesto
Con Van Aert imprendibile, lo sprint per il quarto posto si è fatto da cattivi oppure un po’ rassegnati?

Se sei davanti in una classica così, anche la volata per il decimo è importante come quella che vale il terzo. Dal mio punto di vista, si lotta fino a dopo la linea di arrivo. Non tutti hanno la possibilità di fare la top 10 in una Monumento e non mi pare proprio il caso di buttarla via. La grinta e la cattiveria che metto nella volata per vincere sono le stesse che ho messo a Sanremo. Non cambia niente, è il mio lavoro. So quanto valgono i punti al giorno d’oggi, ma se entriamo in questo argomento non la finiamo più. Però è ovvio che i piazzamenti fanno una differenza enorme a livello di team. Quindi io sogno, arrivo e lotto sempre al massimo.

Avresti firmato perché sapevi di stare bene?

Uscivo da una buona Tirreno, quindi c’erano tutti i presupposti per attendermi qualcosa più di un semplice piazzamento. E alla fine è arrivato il sesto posto che mi rende contento e ha reso contento anche il team.

Dietro la Lidl-Trek e la Visma tiravano forte: c’è mai stato un momento in cui pensavate di riprendere Pogacar e Pidcock?

Dopo la Cipressa, ci ho sperato. Sarò ripetitivo, ma la Sanremo è una corsa ambigua, la definisco così, perché sono 300 chilometri, ma se sbagli, a mettere fuori un attimo la testa, ne paghi le conseguenze. Quindi anche la Lidl-Trek avrà fatto i suoi calcoli per portare Pedersen al miglior piazzamento possibile, ma non è bastato. Di sicuro, se li avessimo ripresi, la volata finale sarebbe stata qualcosa di strano.

Che cosa sarebbe successo?

Abbiamo visto Van Aert che ha anticipato, rischiando il tutto per tutto. Invece io, piuttosto che rischiare di attaccare all’ultimo chilometro, avrei aspettato la volata. Ho giocato le carte migliori che avevo in mano e abbiamo portato a caso un sesto posto che a me dà morale e fiducia nel lavoro che abbiamo svolto fino ad ora e che andremo a svolgere per le prossime gare.

La Tirreno-Adriatico ha confermato a Vendrame la sua buona condizione, con due piazzamenti nei 10
La Tirreno-Adriatico aveva confermato a Vendrame la sua buona condizione, con tre piazzamenti nei 10: San Gimignano, Martinsicuro, Camerino
La Tirreno-Adriatico ha confermato a Vendrame la sua buona condizione, con due piazzamenti nei 10
La Tirreno-Adriatico aveva confermato a Vendrame la sua buona condizione, con tre piazzamenti nei 10: San Gimignano, Martinsicuro, Camerino
Come è stato ritrovarsi capitano della squadra?

Diciamo che già in settimana i direttori hanno iniziato a mettermi un po’ di pressione, ma senza esagerare. La squadra era al mio servizio. Il venerdì dopo la presentazione, abbiamo fatto una riunione in cui per la prima volta nella mia carriera mi hanno chiesto di cosa avessi bisogno. Ammetto di essermi trovato anche un po’ impreparato e me la sono cavata con la mia esperienza. L’unica cosa che ho chiesto era di correre sempre vicini. Ho detto che avevo piena fiducia in Alessandro Covi che doveva fare il lavoro sporco sulla Cipressa e sul Poggio e così è stato. Alessandro è stato eccezionale anche per lanciarmi la volata nell’ultimo chilometro.

Quali sono stati i momenti in cui la squadra ha lavorato per te?

La squadra aveva un’altra punta in Mauro Schmid, cui è stato affiancato un corridore (Kelland O’Brien, ndr), mentre il resto del gruppo era tutto al mio servizio. Se mi fermavo per fare i bisogni, mi aspettavano. Sono stati presenti nei tre o quattro punti chiave della Sanremo, per affiancarmi e portarmi avanti. Ho avuto supporto per tutto il giorno, non ho mai preso una borraccia. Hanno evitato che spendessi energie inutilmente, per averle nei punti più importanti.

Sulla Cipressa il gran lavoro della Jayco-AlUla, Vendrame sta coperto sulla destra, dietro Foldager e Covi
Sulla Cipressa il gran lavoro della Jayco-AlUla, Vendrame sta coperto sulla destra, dietro Foldager e Covi
Sulla Cipressa il gran lavoro della Jayco-AlUla, Vendrame sta coperto sulla destra, dietro Foldager e Covi
Sulla Cipressa il gran lavoro della Jayco-AlUla, Vendrame sta coperto sulla destra, dietro Foldager e Covi
Fra tutti, sui social hai avuto bellissime parole per Covi.

Da inizio anno, dalle prime corse in Spagna, ci siamo trovati subito bene. Lui sa come portarmi avanti, sa cosa voglio, sa quando voglio qualcosa. Diciamo che fino ad ora abbiamo trovato una fiducia reciproca, che ci ha permesso di essere spesso davanti.

Questo stesso schema con Vendrame leader si ripeterà anche nelle prossime gare?

I prossimi impegni saranno Amstel, Freccia e Liegi, che non ho mai fatto e dove bene o male ritroverò lo stesso team. Quindi ci saranno sicuramente Schmid e Covi e altri che hanno esperienza e dovranno essermi maggiormente di supporto. Però i direttori sportivi sono molto bravi e competenti, idem i miei compagni di squadra. Uno come Michael Matthews, sebbene sia ancora infortunato, alla partenza della Sanremo ci ha fatto una videochiamata mentre eravamo in riunione sul pullman e ci ha dato ulteriori consigli. Quindi al Nord, anche chi non sarà presente darà delle dritte per me fondamentali.

La risalita fino a Sierra Nevada, in basso c'è Granada, l'arrivo è a quota 2.320 metri sul mare
La risalita di Vendrame fino a Sierra Nevada, in basso c’è Granada, l’arrivo al Centro di Alto Rendimento è a quota 2.320
La risalita fino a Sierra Nevada, in basso c'è Granada, l'arrivo è a quota 2.320 metri sul mare
La risalita di Vendrame fino a Sierra Nevada, in basso c’è Granada, l’arrivo al Centro di Alto Rendimento è a quota 2.320
Quanto c’è voluto per passare dalla mentalità francese a quella del team australiano, in cui c’è anche tanta Italia?

Sto rinfrescano l’inglese, perché nei sei anni in Francia parlavamo solo francese e l’inglese l’avevo praticamente accantonato. Abbiamo parecchio staff italiano, quindi se qualcosa mi sfugge, mi affido a loro. Se ho bisogno di qualcosa di più importante, faccio riferimento al mio preparatore Fabio Baronti, che poi trasmette le mie idee e i miei problemi. Mi sento di dire che la Jayco-AlUla sia una famiglia in cui tutti lavorano per lo stesso obiettivo.

Visto che è la prima volta, andrai a provare i percorsi del Limburgo e delle Ardenne?

Abbiamo previsto di scendere dall’altura verso il 10 aprile e poi salire in Belgio per vedere tutti i punti chiave. Ho la fortuna di avere come tecnico Valerio Piva e l’hotel della sua famiglia è proprio vicino ai percorsi di quelle gare. Abbiamo già organizzato quasi tutto quello che c’è da fare e non fare prima di quelle tre classiche. Sarò quassù da solo anche a Pasqua, ma c’è un ottimo motivo. Non mi resta che continuare a lavorare nel modo che abbiamo stabilito.

Nairo Quintana

Quintana saluta e Malori ricorda: «L’ultimo scalatore puro»

27.03.2026
6 min
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Nairo Quintana chiuderà la carriera a fine anno. Ad annunciarlo è stato lo stesso atleta della Movistar alla vigilia della Volta a Catalunya. Non che sia un’immensa novità: alla fine questo momento era nell’aria, se non altro per la carta d’identità del colombiano, che ha 36 anni. Ma certo, quando saluta un corridore di questo calibro, la cosa fa sempre un po’ effetto.

Nairo Quintana, nato a Cómbita, in Colombia, il 4 febbraio 1990. Piccolo immenso scalatore che si rivelò al mondo durante il Tour de France del 2013, quando fece tremare l’allora mostruoso Chris Froome, salvo poi crollare per battiti cardiaci arrivati oltre il limite. Nairo Quintana dal volto imperturbabile, che pedalava con la maglia chiusa fino al collo anche se c’erano 40 gradi. Ma altrettanto capace di vincere con la neve: ricordiamo l’impresa del Terminillo alla Tirreno-Adriatico.

Per lui in bacheca oltre 50 vittorie, tra cui un Giro d’Italia, una Vuelta, due Tirreno e anche i prestigiosi secondi posti al Tour de France. Questi successi Quintana li ha ottenuti anche grazie ad Adriano Malori. Tra i due c’era un gran bel rapporto e a raccontarci questa storia, e Nairo stesso, è proprio il “Malo”.

Adriano Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Adriano Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Adriano Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Malori in una delle prime gare vicino a Quintana. Tra i due nacque subito un buon feeling
Adriano, hai condiviso una bella fetta di carriera con Nairo Quintana…

Posso dire senza alcun dubbio che con Nairo ho vissuto gli anni più belli della mia carriera, che sono stati il 2014 e il 2015. Sin dall’inizio mi hanno messo subito nel suo gruppo. Ricordo che cominciammo al Tour de San Luis, in Argentina, e lui vinse. Poi facemmo anche la Tirreno, quando batté Contador. Ho sempre fatto parte del suo gruppo, insomma, e con Nairo mi sono tolto le soddisfazioni più grandi a livello di compagni in squadra, visto che con lui ho vinto un Giro d’Italia e sono salito sul podio di un Tour.

Tu Adriano lo conoscevi anche dietro le quinte ovviamente, che tipo è?

A dispetto di quello che appariva, molti lo reputavano un burbero che non rideva mai. Nairo invece è molto aperto, socievole. Solamente era un po’ timoroso in certe situazioni. Aveva paura di essere fregato. Quindi sembrava sempre un po’ sulle sue, invece era il primo a trascinare la squadra, era un leader.

In effetti conoscendolo in ambito lavorativo non appariva così…

Sì, era un leader. Per esempio ricordo il Tour de San Luis 2014, la prima gara che feci con lui e la Movistar. Io ero un po’ timoroso, anche se non era una gara importante. Comunque ero con la punta della squadra, facevo parte del suo gruppo e al tempo stesso parlavo ancora poco spagnolo. Ebbene fu lui a trascinarmi e a coinvolgermi. Proprio in quei primi giorni in Argentina mi diede un grosso aiuto con la lingua, anche grazie a Ventoso, perché lui parlava bene l’italiano. Spesso dunque parlavamo in italiano, ma Nairo intervenne e disse: «No, qua si parla in spagnolo, non parlate in italiano». E disse a Ventoso che dovevo apprendere la lingua.

Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fra tremare Froome sul Mont Venotux
Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fa tremare Froome sul Mont Venotux
Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fra tremare Froome sul Mont Venotux
Tour 2013, un giovane colombiano quasi sconosciuto fa tremare Froome sul Mont Venotux
Invece dicci di questo suo essere leader?

Mi accorsi subito che era un trascinatore. «Adesso ragazzi facciamo così». «Oggi facciamo così». Era il primo che si esponeva, se non era d’accordo con la tattica della squadra. Diceva: «No, secondo me dovremmo fare in quest’altro modo». E’ stato un capitano di grande personalità. Ha personalità. In corsa voleva stare sempre davanti e soprattutto aveva una grande consapevolezza dei suoi mezzi. Per dire, ricordate al Giro 2014 quella maxi caduta nelle prime tappe?

Quella verso Cassino?

Esatto. Pioveva forte e caddero 80 corridori. Noi restammo in piedi miracolosamente, ma là davanti Evans guadagnò quasi un minuto. Noi eravamo tutti preoccupati. Mi ricordo che parlando con Nairo gli dissi: cavolo, adesso Evans ha tutto quel vantaggio. Ora come faremo? Lui si gira e mi fa: «Adriano non ti preoccupare, voi continuate a fare il lavoro che state facendo, che Evans ne perderà di minuti da qua alla fine».

Però, che decisione. Invece Adriano tu che ruolo avevi in quel gruppo Quintana?

Non dovevo solo scortarlo in pianura. Ero una sorta di jolly perché andavo forte in pianura e lo tenevo davanti, ma quando ero in forma andavo anche in salita, dove ero l’ultimo dei “bestioni” a staccarsi. Impostavo il passo nella prima parte. O magari mi mandavano avanti fino alla prima o all’ultima salita, dipendeva dalla tattica, per dargli borraccia, assistenza, gel… Ma soprattutto all’epoca, quando c’erano più cronosquadre, sapevano che ero un uomo importante.

Giro 2014, tappa della Val Martello. Sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c'è Quintana. Quel giorno si vestirà di rosa fino al termine
Giro 2014, sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c’è Quintana che si vestirà di rosa fino al termine
Giro 2014, tappa della Val Martello. Sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c'è Quintana. Quel giorno si vestirà di rosa fino al termine
Giro 2014, sullo Stelvio nevica. La discesa viene neutralizzata, ma con diverse lacune. Tra chi ne approfitta per scappare c’è Quintana che si vestirà di rosa fino al termine
Insieme avete vinto il Giro d’Italia delle polemiche per la discesa dello Stelvio neutralizzata male. Raccontaci di quel giorno…

Bandierine o non bandierine, fatto sta che lui alla fine, anche con la bravura e con la scaltrezza, perché serve anche quella, è riuscito ad avere la meglio. L’errore semmai lo commise l’organizzazione. Perché è vero che Nairo andò avanti nonostante la bandiera, ma non fece altro che seguire Pierre Rolland e qualche altro corridore. Poi se nessuno ti obbliga, chi si ferma? L’atleta non si ferma in certi momenti. Successivamente salendo in Val Martello vinse e andò in rosa. E comunque in salita era il più forte in quel Giro. Vinse la crono del Grappa e sullo Zoncolan controllò con grande tranquillità.

E voi quella sera della Val Martello in hotel che cosa dicevate?

Noi eravamo contentissimi perché comunque Nairo era andato in maglia rosa. E poi avevamo visto che aveva realizzato il miglior tempo di scalata, anche meglio di quelli che avevano inseguito dietro, gli altri big insomma. Avevamo fatto vedere a tutti quelli che erano i più forti e quella sera abbiamo capito che il Giro lo potevamo perdere solo noi.

Un altro passaggio simbolo della carriera di Quintana fu il Ventoux in maglia bianca, attaccato a colui che sembrava inarrivabile, Froome. Secondo te Nairo è stato uno di quei giovani che ha iniziato ad alzare l’asticella?

Più che altro credo che Nairo rimanga l’ultimo scalatore vero e puro del ciclismo e che sia riuscito anche a vincere dei Grandi Giri. Mi riferisco al fisico minuto, al fatto che era sempre in piedi, che spingeva rapporti lunghi… Un Escartín, un Pantani. Oggi gli scalatori vanno forte a cronometro, in discesa, nelle crono…

Nairo Quintana
Quintana e la Movistar: Nairo ha sempre militato nel team di Unzue, salvo tre stagioni (2020-2022) in cui ha vestito i colori dell’Arkea
Nairo Quintana
Quintana e la Movistar: Nairo ha sempre militato nel team di Unzue, salvo tre stagioni (2020-2022) in cui ha vestito i colori dell’Arkea
A proposito di crono, Quintana andava anche abbastanza bene: gli hai mai dato qualche consiglio?

Molti. Solitamente quando correvo con lui partivo sempre abbondantemente prima e gli davo consigli sul percorso, sui materiali, sul vento, sull’impostazione di quella curva. Tipo: anche se l’ingresso sembra brutto, tu vai dentro deciso… E lui mi ascoltava tantissimo. Sapeva che io le crono le facevo forte e si fidava.

Immaginiamo siano belle storie anche per voi professionisti o ex professionisti, Adriano…

La cosa che mi ha fatto piacere è vederlo tornare nel ciclismo importante, dopo quell’anno fermo per la vicenda del Tramadol. A danneggiarlo per me è stata la lotta faccia a faccia con l’UCI. Non si meritava dunque di finire in quel modo. Quando l’ho rivisto qualche tempo fa mi ha detto di essere tornato per non chiudere la carriera nel dimenticatoio e che avrebbe fatto altri due o tre anni con la Movistar, una squadra che alla fine gli vuole bene e quella che lo aveva lanciato. Non dimentichiamo che è stato il primo latinoamericano a vincere un Grande Giro e la sua popolarità è stata, ed è, enorme. Giusto dunque andare avanti.

La prima di Scalco da pro’, in Grecia è scattato qualcosa

La prima di Scalco da pro’, in Grecia è scattato qualcosa

27.03.2026
5 min
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Passato di categoria da junior con un pedigrée di tutto rispetto e tante aspettative, per Matteo Scalco l’approccio con il ciclismo dei pro’ non è stato semplice. Tante buone prestazioni ma quel corridore che spesso chiudeva le classiche giovanili sul gradino più alto del podio era un’altra cosa. La maturazione è stata lenta ma costante e alla fine la vittoria internazionale è arrivata ed è anche di peso, al Tour of Rhodes.

La decisiva vittoria in solitudine del corridore di Thiene nella tappa finale di Rodi
La decisiva vittoria in solitudine del corridore di Thiene nella tappa finale di Rodi (foto Cyclingphotos.gr)
La decisiva vittoria in solitudine del corridore di Thiene nella tappa finale di Rodi
La decisiva vittoria in solitudine del corridore di Thiene nella tappa finale di Rodi (foto (Cyclingphotos.gr)

Ci si giocava tutto all’ultima tappa

Il successo nella classifica finale della corsa greca, condito da una bellissima vittoria di tappa, inaugura come meglio non si potrebbe la sua prima stagione al devo team dell’XDS Astana, dove il ventunenne di Thiene è approdato dopo tre anni alla Bardiani. Un successo che gli ha restituito il sorriso.

«Siamo andati in Grecia con l’obiettivo di provare a vincere – racconta Scalco – non lo nascondo. Avevo iniziato bene la stagione al Tour de la Provence e avevamo valutato la possibilità di andare in Grecia per sfruttare un percorso senza arrivi in salita e adatto a me. Solo l’ultima tappa era impegnativa e visto che la condizione era buona e la gamba c’era, ho preparato proprio l’ultima frazione dove sapevamo che si sarebbe deciso il tutto».

Il podio finale della corsa a tappe greca, con Scalco fra Rafferty e Rodriguez
Il podio finale della corsa a tappe greca, con Scalco fra Rafferty e Rodriguez (foto Cyclingphotos.gr)
Il podio finale della corsa a tappe greca, con Scalco fra Rafferty e Rodriguez
Il podio finale della corsa a tappe greca, con Scalco fra Rafferty e Rodriguez (foto Cyclingphotos.gr)
Era una corsa di un certo livello, con molti devo team del WorldTour…

Sì, il livello era alto. Dietro di me sono arrivati Rafferty che aveva fatto più che bene al Giro Next Gen e Rodriguez, colombiano dell’EF emerso anche alla Volta ao Algarve. Quindi è un successo di valore, che mi dà una grande spinta.

Un fine settimana che ti ha dato risposte anche in base alla al tuo cambio di squadra, al livello che hai raggiunto…

Sicuramente sì, nel senso che la squadra credeva in me, che potessi andare lì in Grecia e vincere la generale. Tra il dire e il fare ce n’è di strada, ma già il fatto di avere tanta fiducia intorno ha rappresentato qualcosa di nuovo, avere la squadra a disposizione, gestirla e questo mi dà molto morale anche per le prossime gare, già per la Coppi e Bartali che stiamo correndo.

In Grecia il veneto ha corso da leader della squadra e la sua gestione è stata senza sbavature
In Grecia il veneto ha corso da leader della squadra e la sua gestione è stata senza sbavature (foto Cyclingphotos.gr)
In Grecia il veneto ha corso da leader della squadra e la sua gestione è stata senza sbavature
In Grecia il veneto ha corso da leader della squadra e la sua gestione è stata senza sbavature (foto Cyclingphotos.gr)
E’ un po’ una chiusura di un cerchio? Tu eri passato da junior con tante aspettative su di te, visti i risultati che avevi ottenuto nel calendario italiano e non solo. Tanti ti aspettavano, forse anche un po’ troppo presto…

Sì, può essere, nel senso che da junior ho fatto due belle annate, in particolare l’ultima e nel salto fra gli under 23 ne avevo un po’ risentito. Ammetto anche di aver fatto qualche errore, forse questo è veramente l’anno buono. Sento che la squadra crede in me, mi supporta in tutto e questo mi spinge a fare molto per provare a ricambiare questa fiducia che loro hanno nei miei confronti.

Si dice sempre che l’Astana è una mezza squadra italiana, visto che son tanti gli italiani, però ha una licenza estera. Cambia tanto dal correre in una squadra italiana che chiaramente World Tour non è a una squadra estera?

Enormemente, anche perché sull’XDS Astana bisogna fare chiarezza su un punto: a differenza della squadra maggiore, il devo team ha una maggiore impronta kazaka. Lo staff è quasi interamente composto da gente del posto. La prima squadra è un po’ più italiana, come corridori e come dirigenti, ma noi viviamo in una realtà connessa ma parallela, diversa. In questa trasferta, ad esempio. eravamo solo io e Zanutta, tra l’altro in camera insieme. E poi c’era anche Mellano, solamente che è stato male ed è andato a casa dopo la prima tappa.

Al Tour de la Provence Scalco aveva già dato prova di una buona condizione dopo i lavori invernali
Al Tour de la Provence Scalco aveva già dato prova di una buona condizione dopo i lavori invernali
Al Tour de la Provence Scalco aveva già dato prova di una buona condizione dopo i lavori invernali
Al Tour de la Provence Scalco aveva già dato prova di una buona condizione dopo i lavori invernali
Tu sei un corridore da gare a tappe o ti vedi bene anche nelle prove di un giorno?

Mi piacciono molto di più le gare a tappe perché credo di avere ottime doti di recupero. Mi piace anche come gestirle, giorno per giorno, ma quando la gamba è buona, quando si sta bene, anche le corse di un giorno possono essere alla portata.

Tu stai correndo la Coppi e Bartali con il team principale. Che cosa cambia nell’attraversare il guado e correre con la squadra maggiore?

Quando ho fatto la mia prima gara con loro al Laigueglia non nascondo l’emozione, perché è un po’ il sogno di un bambino correre in una squadra WorldTour. Non ci sono ancora formalmente, ma quando sono al via con scritto sotto il nome della squadra World Tour, fa sicuramente piacere. Ora tutto sta nel confermarmi per far sì che quel nome diventi incancellabile…

Alla Coppi e Bartali Scalco sta correndo con la squadra maggiore, in supporto di Ulissi
Alla Coppi e Bartali Scalco sta correndo con la squadra maggiore, in supporto di Ulissi
Alla Coppi e Bartali Scalco sta correndo con la squadra maggiore, in supporto di Ulissi
Alla Coppi e Bartali Scalco sta correndo con la squadra maggiore, in supporto di Ulissi
Stando nel devo team, sei comunque nel grande gruppo dell’Astana. C’è un corridore che ti ha preso sotto la sua ala, un corridore al quale ti ispiri?

Al ritiro di dicembre ho conosciuto quasi tutti i ragazzi e sono stati tutti molto disponibili con me a spiegarmi com’è il vero mondo dei pro’, perché c’è sempre molto da imparare. Come nome potrei dire forse Ulissi, il Laigueglia l’ho fatto con lui, è un ragazzo di molta esperienza che di gare ne ha vissute parecchie e c’è solo da apprendere da persone come queste.

Social, telefono, ciclismo, giovani

Social, adolescenti e numeri: meglio capire che banalizzare

27.03.2026
6 min
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Parlando con Mirco Maestri dell’arrivo di Dario Igor Belletta nel Team Polti VisitMalta siamo arrivati a toccare il tema dei devo team. Tutte le formazioni WorldTour, e non solo, hanno ormai una formazione di sviluppo. Lo richiede il mercato e la spinta nel cercare già il futuro del ciclismo tra gli juniores. Con la necessità di portare i ragazzi all’interno di sistemi in grado di farli crescere seguendo uno schema preciso.  Il rischio, però, secondo il parere di Maestri (e di chi scrive), è di avere una standardizzazione della crescita che passa prevalentemente dai numeri e il consenso sui social. 

«Vanno bene i dati, il nutrizionista, il preparatore – diceva Maestri – ma non devi farti inghiottire da questo mondo. Anche lasciare giù il telefono e non concentrarsi sempre sulla bici e l’analisi dei numeri è importante. Il rischio è di entrare in un confronto diretto e costante, dove si mette in dubbio quello che si sta facendo. Credo che per i giovani sia sempre più importante avere un sostegno psicologico, noi compagni possiamo dare una mano, ma non sempre basta». 

Dario Igor Belletta, Polti VisitMalta, stagione 2026
I ragazzi che escono da un devo team spesso hanno una mentalità molto settorializzata, un modo per crescere in fretta che non funziona per tutti
Dario Igor Belletta, Polti VisitMalta, stagione 2026
I ragazzi che escono da un devo team spesso hanno una mentalità molto settorializzata, un modo per crescere in fretta che non funziona per tutti

L’adolescenza

Insieme a Manuella Crini, psicologa alla quale ci siamo affidati per leggere tante altre situazioni e aspetti, abbiamo analizzato questa situazione e i suoi sviluppi

«L’adolescenza – dice Manuella Crini – è caratterizzata da un senso di precarietà continua, dovuto al fatto che il nostro cervello sviluppa nuovi collegamenti ogni giorno. E’ un aspetto che porta i ragazzi a non sapere davvero chi sono. E quando non sai chi sei, guardi agli altri cercando una risposta. Se mi sento parte del gruppo vado bene, altrimenti scatta un senso di inadeguatezza».

Spesso i social portano ad emulazioni dai risvolti non sempre positivi
Spesso i social portano ad emulazioni dai risvolti non sempre positivi
Il rischio si amplifica con i social?

I social mostrano una fetta della nostra vita, quella che vogliamo far vedere agli altri e che spesso è quella “vincitrice”. Ciò che si ha davanti è il successo o il traguardo raggiunto, ma non si vede quello che c’è stato prima, vedi un giorno su 364. Se ci pensate nei profili social degli atleti, soprattutto tra i giovani, non si mostra mai la vita privata. Solo lo sport.

Come se non ci fosse altro?

Sì, ma dell’altro c’è. Sono degli adolescenti, hanno una fidanzata, escono con gli amici, qualcuno andrà anche a ballare il sabato sera. L’immagine che mostrano è lontana dalla realtà e questo crea un distacco nella percezione che si può avere tra coetanei. 

Insegnare a usare i social vuol dire anche questo?

Vuol dire imparare a farne un sano utilizzo. L’educazione digitale sta arrivando, piano piano. Scegliere chi seguire e come, smettere di farlo se questa cosa ci fa stare male. Anche perché il rischio è di entrare in un loop di tristezza, rabbia e malumore. 

Allievi, adolescenti (photors.it)
Durante l’adolescenza il senso di gruppo è fondamentale per la crescita dell’individuo (photors.it)
Allievi, adolescenti (photors.it)
Durante l’adolescenza il senso di gruppo è fondamentale per la crescita dell’individuo (photors.it)
Da adolescenti si riesce già a fare un distinguo del genere?

Si è abbastanza grandi per decidere cosa non fare, i social sostituiscono la dopamina. Un “mi piace” messo a caso da un’altra persona ci cambia l’umore, sono scariche di adrenalina che ci condizionano e possono condizionare molto i giovani. Soprattutto quando si parla di atleti, che vivono di emozioni e gratificazione. 

Il passo quale deve essere?

Dire di mettere via il telefono è banale e impossibile. Ma si può analizzare ciò che si ha davanti, cosa che faccio con i miei studenti delle superiori. A loro dico spesso che nessuno mostra tutto sui social, come noi lasciamo fuori delle cose che non ci piacciono o che non vogliamo condividere allo stesso modo lo fanno gli altri. 

Se ne può fare un utilizzo migliore…

L’invidia nei confronti degli altri, che a volte i social ci lasciano, può anche essere positiva. Non deve diventare comparazione, ma voglia di riuscirci e migliorare. Se vedo un ragazzo andare a fare una corsa importante mi impegnerò per arrivarci anche io. Tanto però dipende dagli stili di attaccamento.

Spesso ci confrontiamo con gli altri senza conoscere i sacrifici e l’impegno dietro i loro successi
Spesso ci confrontiamo con gli altri senza conoscere i sacrifici e l’impegno dietro i loro successi
Cioé?

Ci si deve interrogare su chi si è in quel momento. Ed è un aspetto legato alla nostra infanzia, nel periodo tra i sei mesi e i tre anni. Se mi sento amato per come mi mostro, oppure se mi viene insegnato a nascondere e mettere tutto sotto al tappeto. Le figure che condizionano questo aspetto sono quelle genitoriali, chi ci cresce. 

Nello sport la sicurezza arriva anche da altre figure.

Certamente, quando si entra in una squadra l’allenatore, il coach o chi per loro diventano un riferimento. Anche gli stessi compagni di squadra. Pensate a un ragazzo ben voluto e che viene sempre messo al centro, mentre un altro non viene mai considerato. 

Torniamo ai social, bisogna togliere tempo al loro utilizzo ma anche distrarre la mente?

Si deve cercare di sostituire. I social creano dipendenza, quindi il tempo che si dedica deve essere reindirizzato su altro. Uscire con gli amici, fare un giro in bici solamente per divertirsi, stare con i compagni di squadra o altre figure. Non è vero che gli adolescenti non sanno stare senza telefono e social, ma devono essere stimolati. E’ normale a quell’età. 

Allievi, adolescenti (photors.it)
Il confronto con gli adulti e le figure di riferimento è importante per i ragazzi (photors.it)
Allievi, adolescenti (photors.it)
Il confronto con gli adulti e le figure di riferimento è importante per i ragazzi (photors.it)
C’è l’aspetto del voler tutto subito?

Esiste perché tante cose sono cambiate a livello sociologico. I social velocizzano tutto e siamo entrati nell’era in cui i ragazzi guardano cose veloci e che non richiedono tempo. Manca l’attenzione a lungo termine. Inoltre i social giocano un ruolo importante anche in termini di autodeterminazione.

In che senso?

Più io credo in una cosa e maggiori saranno le possibilità di farcela perché il mio cervello guarderà gli aspetti positivi. Al contrario meno sono convinto più nascono dei meccanismi nell’inconscio, che mi porteranno a non farcela, e questo solo per dirmi: «Lo sapevo».

Perché?

Perché la mente ha bisogno di certezze e sicurezze. Da soli non si esce da questo loop negativo, si deve trovare la forza di ascoltarsi ma anche di avere qualcuno con cui parlare. La consapevolezza e la voglia, però, devono partire dai ragazzi.

Tirreno-Adriatico 2026, Giulio Pellizzari, cronometro di Camaiore

Pellizzari e la crono, si lavora (anche) per i 42 chilometri del Giro

27.03.2026
6 min
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«Ho lavorato sulle cronometro – diceva Pellizzari dopo la buona prova della Tirreno, 12° a 37″ da Ganna – non mi hanno mai preoccupato troppo. E’ una disciplina che mi piace e mi piace anche allenarmi con la bici da crono, quindi sono migliorato. C’è ancora tanto lavoro da fare, ma sono certo che miglioreremo ancora».

Il giovane marchigiano, che alla Red Bull-Bora-Hansgrohe è allenato da Sylvester Szmyd, sta lavorando sodo per sviluppare ciò che serve per diventare un leader solido e vincente. E dato che il prossimo Giro d’Italia, oltre a quella contro Vingegaard, propone la sfida di una crono lunga 42 chilometri, l’argomento promette di essere di grande attualità.

John Wakefield è il responsabile della preparazione nella Red Bull-Bora e in quanto biomeccanico è referente per le crono
John Wakefield è il responsabile della preparazione nella Red Bull-Bora e, in quanto biomeccanico, è referente per le crono
John Wakefield è il responsabile della preparazione nella Red Bull-Bora e in quanto biomeccanico è referente per le crono
John Wakefield è il responsabile della preparazione nella Red Bull-Bora e, in quanto biomeccanico, è referente per le crono

Wakefield racconta

Il lavoro sulla cronometro è uno dei tasselli importanti su cui la squadra sta lavorando e su questo abbiamo chiesto informazioni a John Wakefield – esperto di biomeccanica, già mentore di Lorenzo Finn – che nel team tedesco riveste l’incarico di Director of Coaching, Sports Science & Technical Development. Per farlo siamo partiti dalle immagini di Giulio e delle sue crono negli anni alla Bardiani, riscontrando che i cambiamenti di posizione siano piuttosto evidenti.

«La prima cosa che abbiamo fatto anche noi – esordisce Wakefield – è stato stabilire il punto in cui si trovava con la sua squadra precedente. Da lì poi siamo passati alla nostra osservazione dal punto di vista biomeccanico. Come possiamo migliorare il suo assetto, inizialmente senza pensare all’aerodinamica o altro, ma solo dal punto di vista della posizione?».

Con l’obiettivo di perfezionare la sua posizione in sella, si sono messi al lavoro considerando il fatto che Pellizzari è uno dei nomi di riferimento per le classifiche generali. Hanno messo grande attenzione ai materiali e al cambiamento di posizione, facendo dei test all’aperto e al coperto, in pista o galleria del vento.

«Siamo andati con lui nella galleria del vento alla fine della scorsa stagione – prosegue Wakefield – per perfezionare quello che avevamo visto durante la stagione e tutto quello che osserveremo anche al prossimo Giro ci permetterà di valutare altri miglioramenti possibili».

A quale aspetto vi siete dedicati finora?

Ci siamo concentrati soprattutto sul mantenimento della posizione e l’abilità sulla bici da crono, dedicandogli tanto tempo nei vari test di cui abbiamo parlato. Ma ultimamente un focus molto forte, soprattutto riguardo alla Tirreno, è stato che Giulio mantenesse la posizione, che la trovasse sostenibile e insieme fosse in grado di produrre un elevato valore di potenza.

Le foto dicono che è molto più raccolto sulla bici rispetto a due anni fa. E’ stato facile assumere questo tipo di posizione?

Accorciare la posizione è stata una questione aerodinamica più che di resa, per cui conta relativamente capire se sia meglio più lungo o più corto. In questa fase si tratta solo di assicurarci che la posizione sia sostenibile e Giulio sia in grado di mantenerla il più a lungo possibile in linea retta. Nello stesso momento, per lui sono stati implementati alcuni esercizi specifici sui rulli e anche su strada.

Giulio ha parlato di lunghe distanze sulla bici da crono…

Svolge allenamenti specifici ogni settimana. La cosa che conta è il tempo accumulato sulla bici da crono. Non serve che faccia una sola uscita di 8 ore, vanno bene anche due uscite da 4. Alcune sono sessioni importanti, altre sono uscite di resistenza più lunghe. Inoltre, come ho detto, facciamo con lui degli allenamenti specifici sui rulli.

Lo scorso inverno, Pellizzari è andato in galleria del vento: lo scopo al momento è che stia comodo sulla bici da cronometro
Lo scorso inverno, Pellizzari è andato in galleria del vento: lo scopo di partenza è trovare una posizione redditizia, ma anche sopportabile
Lo scorso inverno, Pellizzari è andato in galleria del vento: lo scopo al momento è che stia comodo sulla bici da cronometro
Lo scorso inverno, Pellizzari è andato in galleria del vento: lo scopo di partenza è trovare una posizione redditizia, ma anche sopportabile
Cosa pensi di Giulio come cronoman: può migliorare ancora?

Può sicuramente migliorare. Direi che è ancora alle prime armi con la crono e questo è stato evidente quando è arrivato da noi. Sì, aveva già usato la bici, ma non con una preparazione mirata nel breve periodo come stiamo facendo ora. Ha fatto dei progressi significativi, credo che si notino nei suoi risultati. Migliorerà ancora? E quanto sarà grande o significativo questo miglioramento? Non possiamo dire se si tratterà di un altro 5 o 10 per cento o se forse sarà solo il 3 per cento. Ma l’obiettivo è migliorare costantemente con lui e possiamo farlo perché il margine c’è.

L’anno scorso ha partecipato ai campionati nazionali di specialità: va bene allenarsi, ma correre le crono è una fase importante?

Sì, fa parte del processo. Essere sulla bici in ambiente di gara è diverso rispetto a quando sei in allenamento. Il corpo reagisce in due modi diversi, specialmente nella crono. Quindi per lui fare i campionati nazionali e correre è importante e ci fornisce anche dati e informazioni che possiamo utilizzare per migliorare in futuro.

Si ha l’impressione che sia più aerodinamico anche sulla bici da strada: sono due aspetti legati fra loro?

No, perché si tratta di due biciclette diverse. Anche su strada, ovviamente, cerchi resistenza e aerodinamica: è questa la direzione che sta prendendo il ciclismo moderno. Quindi, per quanto riguarda l’adattamento alla bici da strada, questo è uno dei due obiettivi che abbiamo in termini di biomeccanica e adattamento. Non significa che abbiamo lavorato per renderlo più aerodinamico, questo semmai sarà la conseguenza dei tanti aggiustamenti apportati negli ultimi due anni.

Guardando Giulio sulla bici da cronometro, vedi anche qualcosa che potrebbe essere migliorato nella sua posizione?

Non c’è un punto chiave in questo momento. Abbiamo apportato parecchi miglioramenti e ora è necessario che lui pedali in questa posizione, che si senta a proprio agio. Una volta che avremo fatto quel passo avanti e quella progressione, allora potremo vedere dove andare.

Il miglioramento sarà graduale?

Il corpo deve abituarsi ai cambiamenti di posizione, specialmente su una bici da cronometro. E abbiamo bisogno che lui sia totalmente a suo agio con questo cambiamento, per poi diventare più aggressivi in termini di aerodinamica, erogazione di potenza o economia in sella. Quindi c’è un risultato finale? Sì. A che punto siamo adesso? Non lo sappiamo. Semplicemente perché Giulio sta progredendo continuamente.

Per quanto riguarda il Giro e la sua crono di 42 chilometri, pensate di seguire un allenamento specifico durante il ritiro in altitudine?

Sì, ci sarà sicuramente un focus. Potrebbe trattarsi semplicemente di giornate di recupero leggero, come facciamo di solito, in cui passiamo la giornata in sella alla bici da cronometro. Oppure, in aggiunta a ciò, durante il ritiro che precede il Giro ci saranno sessioni specifiche in cui si utilizzerà esclusivamente la bici da cronometro.