Come si lavora con le junior? L’esempio della Ceresetto

Come si lavora con le juniores? L’esempio della Ceresetto

31.03.2026
5 min
Salva

E’ vero che la corsa in questione non era tra le principali del calendario internazionale, ma quando una ragazza junior (nello specifico Elena D’Agnese) va a vincere in Slovenia, ha sempre un certo peso. Soprattutto quando la vittoria s’inserisce nel lavoro quotidiano di una società come la Libertas Ceresetto, conosciuta per l’organizzazione del Giro del Friuli, ma che sta anche lavorando con molta attenzione e passione sulle categorie giovanili, arrivando per propria scelta fino agli juniores.

La squadra juniores della Libertas Ceresetto, varata solamente lo scorso anno
La squadra juniores della Libertas Ceresetto, varata solamente lo scorso anno
La squadra juniores della Libertas Ceresetto, varata solamente lo scorso anno
La squadra juniores della Libertas Ceresetto, varata solamente lo scorso anno

Il successo è la ciliegina sulla torta del progetto, raccontato con passione da Paolo Dalla Costa, il direttore sportivo del settore femminile: «Abbiamo 12 ragazze, tra cui una, Elisa Giangrasso della Val d’Aosta, che è molto impegnata nella mountain bike e quindi farà solo una decina di corse su strada. Alcune ragazze arrivano dal vivaio, considerando che è solo il secondo anno che abbiamo il settore juniores al maschile e femminile. La squadra è bella ampia, perché partiamo dai giovanissimi per arrivare fino agli juniores. Io sono arrivato quest’anno e per me che sono trentino è stata anche una sorpresa».

Da quel che dici non sono però tutte atlete locali…

No, abbiamo atleti che arrivano appunto dalla Val d’Aosta, abbiamo Sara Bertino di Cantoira (TO), Jolanda Sambi di Ravenna, poi due ragazze trentine, Laura Benuzzi e Silvia Ciaghi purtroppo ai box per una caduta. Le altre ragazze sono friulane, alcune dal vivaio della società e altre invece che arrivano da altre squadre.

Paolo Dalla Costa, direttore sportivo della Ceresetto è arrivato al team quest'anno
Paolo Dalla Costa, direttore sportivo della Ceresetto, è arrivato al team quest’anno
Paolo Dalla Costa, direttore sportivo della Ceresetto è arrivato al team quest'anno
Paolo Dalla Costa, direttore sportivo della Ceresetto, è arrivato al team quest’anno
Che realtà hai trovato iniziando a lavorare con loro?

Abbiamo la squadra equamente divisa fra primo e secondo anno. E la differenza tra loro, anche solo per un anno, è davvero enorme. Io vengo dalle allieve e lì si fa la gara da sole, anche perché è molto forte la spinta che arriva dal genitore abituato a vedere il proprio figlio nella categoria giovanile e spingerlo nel fare l’azione solitaria. Il passaggio alla categoria juniores internazionale è per loro un bello schiaffo: farsi ore di viaggio tutti i fine settimana per andare a una gara in cui dovrai “solo” aiutare qualche compagno diventa difficile, se prima erano abituati diversamente.

E’ qualcosa da insegnare?

Sì, far capire che devono sacrificare il loro tempo per il risultato di squadra, che tutte quante avranno la loro possibilità di mettersi in luce. Ho sempre utilizzato questa tecnica del farsi vedere, del tirar fuori le unghie per dare valore proprio a quelle ore di viaggio. Dobbiamo essere protagonisti nel bene e nel male, a costo di non finire la corsa, ma dobbiamo animarla, cercare di improvvisare qualcosa. Non abbiamo le atlete più forti che ci sono nel panorama ciclistico juniores, ma è una squadra che sta crescendo piano piano, sempre di più.

La volata vincente di Elena D'Agnese alla Velika nagrada Obcine Piran in Slovenia
La volata vincente di Elena D’Agnese della Ceresetto alla Velika nagrada Obcine Piran in Slovenia
La volata vincente di Elena D'Agnese alla Velika nagrada Obcine Piran in Slovenia
La volata vincente di Elena D’Agnese della Ceresetto alla Velika nagrada Obcine Piran in Slovenia
Com’è lavorare con le ragazze?

E’ un mondo diverso da quello maschile. La donna ha un sacco di energia, di voglia di mostrarsi a se stessa, ma anche agli altri. Vedere il proprio nome nella top 10 significa essere forti: decima sono qualcuno, undicesima sono scarsa. Sto cercando di far capire al gruppo il valore della condivisione, del lavoro per un fine comune. Dico sempre che alla Ceresetto siamo un gruppo di formiche, ma lavorando insieme, possiamo mangiarci anche l’elefante. Abbiamo una squadra con delle individualità medio forti, che possono rendere il gruppo coeso e fare davvero i fuochi d’artificio…

La D’Agnese ha quelle caratteristiche di cui dicevi prima, da leader?

E’ una ragazza splendida, che ascolta tanto, che mette in pratica quello che le si dice. L’anno scorso mi ha dato filo da torcere perché ha battuto due volte le mie ragazze nelle allieve. Ha bisogno di una volata lunga perché muscolarmente ha fibre di questo tipo, ma se le si chiede un lavoro di squadra lei lo fa. Solo sapendosi spendere, potremo arrivare da qualche parte. Altrimenti purtroppo vincono quelle che hanno quel qualcosa in più di noi.

La D'Agnese insieme a Iva Colnar del Pika Team, formazione creata da Tadej Pogacar per promuovere il ciclismo femminile
D’Agnese insieme a Iva Colnar del Pika Team, formazione creata da Tadej Pogacar per promuovere il ciclismo femminile
La D'Agnese insieme a Iva Colnar del Pika Team, formazione creata da Tadej Pogacar per promuovere il ciclismo femminile
D’Agnese insieme a Iva Colnar del Pika Team, formazione creata da Tadej Pogacar per promuovere il ciclismo femminile
Oltre a D’Agnese, quali sono gli altri elementi nei quali intravedi un futuro?

E’ sempre difficile far nomi, ma per adesso, visto che siamo all’inizio di stagione, credo molto in Jolanda Sambi, che è una di quelle che purtroppo soffre il freddo. La vedremo emergere da giugno, su di lei punto molto. Poi Rachele Cafueri, Ambra Savorgnano, che hanno qualcosa: chi la volata cattiva, chi lo spirito di squadra, la voglia di aiutare. Nella corsa in Slovenia c’era D’Agnese assieme a una ragazza slovena in fuga, di fianco in senso contrario passava il gruppo. Sentire le compagne che spronavano la compagna in fuga mi ha dato una bella sensazione. Significa che sto lavorando bene.

Che livello aveva la gara in Slovenia?

Non era di altissimo livello, ma spendi delle energie per arrivarci, una gara dove incontri ragazze che non conosci, quindi non hai nessun tipo di punto di riferimento. C’erano comunque atlete importanti, con Pogacar che sta creando società per promuovere l’attività: le sue ragazze hanno abbigliamento e biciclette di altissima fascia. Siamo andati lì e abbiamo detto: noi della Ceresetto attacchiamo prima. L’abbiamo fatto con Vittoria Pigat e il gruppo è andato a riprenderla. Poi con Carlotta Petris che è una secondo anno molto valida. Quando è stata ripresa, è partita Elena con un’altra ragazza slovena e le altre del team hanno coperto la sua fuga.

Con la D'Agnese in fuga, le compagne della Ceresetto hanno fatto buona guardia nel gruppo per proteggerla
Con la D’Agnese in fuga, le compagne della Ceresetto hanno fatto buona guardia nel gruppo per proteggerla
Con la D'Agnese in fuga, le compagne della Ceresetto hanno fatto buona guardia nel gruppo per proteggerla
Con la D’Agnese in fuga, le compagne della Ceresetto hanno fatto buona guardia nel gruppo per proteggerla
Che valore dai al suo successo?

Io dico che sono tappe di crescita. Sono all’inizio, servirà almeno una decina di gare per trovare il nostro vero assetto, la coesione che cerco. Queste sono gare di buon livello per fare squadra e mostrare alle atlete che cosa dovranno essere in futuro. Per comprendere che caratteristiche hanno e che cosa potranno essere, perché alla loro età il fisico continua a cambiare e ad evolversi e tutto può cambiare ancora.

Filippo Baroncini

Emozioni e numeri. Il gruppo ha dato il bentornato a Baroncini

31.03.2026
5 min
Salva

E’ tornato in gara e già questo è una grande notizia. Non solo, ma in qualche frangente è anche andato forte: parliamo di Filippo Baroncini che alla Volta a Catalunya ha rimesso il numero sulla schiena dopo il terribile incidente al Giro di Polonia dell’anno scorso.

La UAE Emirates lo ha buttato nella mischia in una corsa non certo facile. Il livello del Catalunya era a dir poco stellare, in pratica c’era quanto di meglio potessero offrire le corse a tappe disputate sin qui. Tadej Pogacar a parte… Per Baroncini era il debutto stagionale e già questo è difficile, ma lo è ancora di più se pensi che i tuoi rivali hanno come minimo un mese di corse nelle gambe.

Filippo Baroncini
Filippo Baroncini (classe 2000) è tornato alle gare 229 giorni dopo l’incidente del Giro di Polonia (foto Instagram – UAE Emirates)
Filippo Baroncini
Filippo Baroncini (classe 2000) è tornato alle gare 229 giorni dopo l’incidente del Giro di Polonia (foto Instagram – UAE Emirates)
Filippo, innanzitutto, bentornato. Sei più stanco o più felice?

Sono stanco, ma è più la contentezza che la stanchezza. Sono contento di essere tornato, contento di aver finito anche questo Catalunya in crescendo, cosa che non era scontata. E poi sono contento anche per le sensazioni avute. Certo, onestamente ero un po’ preoccupato di quel che sarebbe potuto accadere. E soprattutto ero preoccupato perché c’erano salite importanti e il livello era super alto.

Quando hai saputo che avresti disputato questo Catalunya? Come è andato l’iter di questo avvicinamento?

L’ho scoperto più o meno a inizio mese. Inizialmente dovevo fare la Settimana Internazionale Coppi e Bartali. Poi per vari motivi e infortuni in seno alla squadra ho dovuto rinunciare alla corsa italiana. Non c’erano abbastanza corridori e quindi ci siamo buttati sul Catalunya. L’ideale era iniziare con una gara a tappe.

E tu?

Io mi sentivo pronto a iniziare e va bene così, altrimenti avrei allungato questo ritorno di quasi un mese.

Filippo Baroncini
Lo stile e la forza di Baroncini non si sono scalfiti
Filippo Baroncini
Lo stile e la forza di Baroncini non si sono scalfiti
Immaginiamo ci sia stato un confronto con staff medico e preparatori. O è andata del tipo: “Ci servono corridori e devi correre al Catalunya”?

No, no… chiaramente c’è stato un colloquio con tutto lo staff. Tra l’altro un’idea di massima era prestabilita da dicembre. Come prima data di rientro avevamo ipotizzato fine marzo, ma senza troppe pressioni. Il fatto è che nel mezzo c’è stato un po’ di up and down. Però alla fine si è visto che ero in grado di correre, anche se nessuno sapeva come sarei andato. Era un po’ quello il dubbio, però alla fine è andato tutto bene.

Parliamo delle sensazioni più tecniche, dello stare in gruppo, del limare: hai avuto un po’ di timore?

No, è andata bene, benissimo. C’era un po’ di paura nei primi cinque-sei chilometri della prima tappa, poi… tutto a posto. A inizio stagione c’è sempre un po’ di timore, soprattutto se non sei un limatore nato. Sono contento di come mi sono gestito in tal senso. Ovviamente quando hai gamba, lucidità e freschezza è più facile limare e stare davanti. Avendo “specorato”, per me non è stato semplicissimo.

Precisiamo: quando Baroncini dice “specorare” intende essere un po’ indietro, essere a tutta. Gusto Filippo!

Esatto, infatti anche questo tenere duro mi ha reso veramente contento. E nella tappa più dura ho mollato soltanto sulla salita più impegnativa. Vedevo che prima di me si staccavano corridori di altissimo livello e io invece ero ancora lì. Quel giorno per me è stata un po’ la vera prova del nove, dove ho detto: «Ok, tornerò al mio livello». I numeri c’erano.

Filippo Baroncini
Baroncini ha vissuto con serenità il Catalunya (foto Instagram – UAE Emirates)
Filippo Baroncini
Baroncini ha vissuto con serenità il Catalunya (foto Instagram – UAE Emirates)
Hai detto la cosa più bella, Filippo: sai che puoi tornare. E hai anticipato la domanda successiva: i numeri cosa dicono?

Che c’è tanto margine. Non avendo fatto tutta questa gran intensità fino adesso, mi sono sorpreso un po’ anche io in certi frangenti. Ma in generale per come mi sono gestito nella settimana, dopo tanto tempo lontano dal gruppo. Avevo il timore di dovermi staccare sulla prima salita e poi sarebbe stato un “si salvi chi può”. Invece non è andata così. Ho faticato, ma ero lì.

La squadra ti aveva assegnato dei ruoli specifici?

Mi hanno fatto correre veramente senza stress, libero da ruoli. Libero di riprendere soprattutto il feeling con il gruppo e la gamba. Dovevo gestire le mie forze, poi ovviamente se avevo le gambe davo una mano più che volentieri. Non mi tiro mai indietro su questo aspetto.

Invece, Filippo, a livello di empatia, di emozioni, i compagni e gli altri corridori come ti hanno accolto?

Bellissimo. Emozionante. Tutti ragazzi d’oro. Tantissimi corridori mi hanno salutato. Sono venuti tutti da me alla prima tappa, tutti a dirmi che erano contentissimi di rivedermi. Non solo, tanti erano sorpresi di come andassi, nonostante quello che avevo avuto. Una sera persino Jonas Vingegaard, in ascensore, visto che eravamo nello stesso hotel, mi ha chiesto come stessi.

E dentro di te cosa pensavi man mano che sentivi crescere questa fiducia?

Che alla fine ho fatto bene a non mollare. E sicuramente anche loro hanno visto solo una piccola parte di quello che sarò.

Filippo Baroncini
Non aveva ruoli, ma appena ha potuto Baroncini si è messo a disposizione dei compagni
Filippo Baroncini
Non aveva ruoli, ma appena ha potuto Baroncini si è messo a disposizione dei compagni
Ma perché, tu hai avuto dei dubbi durante quest’inverno?

Un po’ di complicanze ci sono sempre state. Poi c’è sempre il dubbio di quando sei pronto per tornare a correre. Quando sei un professionista non si scherza e si vede come va.

Anche durante la corsa hai continuato a fare qualche esercizio particolare con la ginnastica? L’ultima volta ci avevi detto che facevi degli esercizi…

Sì, sono sempre stato seguito da un fisioterapista in corsa. Prima di partire facevo sempre degli esercizi di attivazione, anche perché un po’ il dubbio di questo periodo era legato a un fastidio addominale, probabilmente dovuto a una debolezza della muscolatura. Bisognava sempre fare un’attivazione importante per evitare problemi. Alla fine è quello che mi ha frenato nell’ultimo mese.

Guardiamo avanti, Filippo: cosa prevede ora il menu?

Il programma prevede adesso la Freccia del Brabante il 17 aprile, dopodiché la Vuelta a Asturias e molto probabilmente Eschborn-Frankfurt.

E adesso per Filippo Baroncini, si parla del Giro d’Italia?

Non ne abbiamo parlato onestamente, ma secondo me per quest’anno al 99 per cento non ci sarò. Magari una Vuelta è più probabile, vediamo. L’importante è ritrovare le sensazioni di prima, poi qualsiasi gara sarà, sarà. Perché sono consapevole che se sto bene vado forte.

La Persico ora è pronta a fare le veci di Longo…

Persico: Brabante e Amstel, poi rotta sul Giro…

30.03.2026
5 min
Salva

Silvia Persico è in Belgio, approcciato ieri con una In Flanders Fields (l’ex Gand-Wevelgem) vissuta soprattutto in aiuto di Eleonora Camilla Gasparrini. Ma ci è arrivata con le pile ricaricate, rinfrancata dalla vittoria al Giro dell’Appennino. In carriera la Persico di vittorie ne ha già conquistate, ha un palmarés di tutto rispetto, anche con medaglie mondiali, ma la sensazione è che quel successo sia figlio di qualcosa di cambiato.

Finora la Persico ha fatto 14 giorni di corsa con una vittoria e un paio di Top 5
Finora Silvia Persico ha fatto 14 giorni di corsa con una vittoria e un paio di Top 5
Finora la Persico ha fatto 14 giorni di corsa con una vittoria e un paio di Top 5
Finora Silvia Persico ha fatto 14 giorni di corsa con una vittoria e un paio di Top 5

Silvia risponde volentieri al telefono dal suo punto d’appoggio, in attesa delle prove più prestigiose, le Monumento dalle quali vuole ottenere qualcosa d’importante: «Essendo in Belgio bisogna sempre cercare di correre davanti e risparmiare il più possibile, pensando soprattutto all’incidenza del vento che è sempre un fattore».

Tu vieni dalla vittoria al Giro dell’Appennino che ha avuto un sapore particolare. E’ come se fosse un biglietto da visita proprio per arrivare alle classiche del Nord…

Dopo il blocco in altura che ho fatto seguente al UAE Tour, mi sono sempre sentita molto bene, anche se sono stata piuttosto sfortunata e i risultati non erano stati pari alle attese, perché alla Strade Bianche avevo delle ottime gambe, ma sono caduta e poi alla fine abbiamo sbagliato strada. Alla Sanremo sono contentissima per il terzo posto di Eleonora, ma mi aspettavo un po’ di più da me stessa e infatti il giorno dopo ho corso con tanta rabbia in corpo e forse si è visto…

Al fianco della Ferrand Prevot sullo strappo finale della Strade Bianche, contraddistinta dalla sfortuna
Al fianco della Ferrand Prevot sullo strappo finale della Strade Bianche, contraddistinta dalla sfortuna
Al fianco della Ferrand Prevot sullo strappo finale della Strade Bianche, contraddistinta dalla sfortuna
Al fianco della Ferrand Prevot sullo strappo finale della Strade Bianche, contraddistinta dalla sfortuna
Durante l’inverno si era già parlato della convivenza con Elisa Longo Borghini, adesso Elisa ha detto che salterà la parte delle classiche delle Ardenne concentrandosi sulla Roubaix. Tu avrai più spazio, è come se potessi dire: Elisa, stai tranquilla, ci penso io…

Mi piacerebbe – ammette la Persico – per ora si sa che sarò al Brabante e all’Amstel. Freccia e Liegi non le faccio neanche io perché avrò bisogno di un periodo di stacco in vista del Giro. Mi piacerebbe puntare a far bene al Fiandre o comunque essere un buon supporto a Elisa per poi giocarmi le mie carte nelle altre corse.

Sono corse che ormai conosci, qual è quella che più si adatta alle tue caratteristiche?

Entrambe, ma dipende da come vorranno correre a livello di squadra, se dovrò fare qualcosa prima, lavorare per le altre. Io le ho cerchiate di rosso perché vorrei portare a casa qualcosa.

Con le compagne si è instaurato un ottimo feeling, Longo Borghini in testa
Con le compagne, Persico ha instaurato un ottimo feeling, Longo Borghini in testa
Con le compagne si è instaurato un ottimo feeling, Longo Borghini in testa
Con le compagne, Persico ha instaurato un ottimo feeling, Longo Borghini in testa
Tu sei una delle cicliste più versatili, visto il tuo passato e presente nel ciclocross e nel gravel. Sono doti che ti possono servire in questo tipo di gare, soprattutto in quelle dove c’è molto pavé?

Sì, soprattutto nello spendere meno energie a livello di guida, avere una guida un po’ più “light” aiuta a conservare energie importanti per la parte finale. A me piacciono molto quelle condizioni, magari fare un Fiandre sotto la pioggia mi darebbe un gusto particolare.

Torniamo al Giro dell’Appennino, che corsa è stata e come è arrivata la tua vittoria?

Abbiamo sempre cercato di stare davanti. Sul primo strappo c’è stata l’offensiva di Monica Trinca Colonel, ma sapevo che potevamo tenerla a bagnomaria, era un po’ il nostro piano, farla star fuori il più possibile fino alla seconda salita. Mentalmente e fisicamente stavo molto bene, quindi ho seguito Kim LeCourt Pienaar che è stata la prima che ha cercato di farla forte, poi ho provato anch’io. Siamo rimaste in un gruppetto con 3 ragazze della Visma che cercavano di partire una dopo l’altra e io a chiudere. La mia fortuna è stata che la salita è stata decisiva.

All'Appennino è stata sempre in prima fila, qui con la Gery poi tra le battute allo sprint
All’Appennino la Persico è stata sempre in prima fila, qui con la Gery poi tra le battute allo sprint
All'Appennino è stata sempre in prima fila, qui con la Gery poi tra le battute allo sprint
All’Appennino la Persico è stata sempre in prima fila, qui con la Gery poi tra le battute allo sprint
Perché?

L’avevo provata il giorno prima della Sanremo perché eravamo in hotel lì a Genova. Ho visto che saliva, poi scendeva un po’, poi risaliva. Così quando è partita Celia Gery, sapevo che non mancava tantissimo alla vetta. La discesa era un po’ pericolosa, quindi cercavo di prendere anche qualche metro per stare più dietro. Sul piano si era messa malino, perché erano rientrate due della Visma, dovevo giocarla d’astuzia sapendo che la Gery era la più veloce con la Brand, quindi ho deciso di prendere la sua ruota per la volata fatta tutta di grinta.

La vostra dà l’impressione di essere una delle squadre che lavora più sulla strategia, magari anche cambiandola in corsa…

Sicuramente. Alla fine nel meeting pre-gara abbiamo sempre una/due leader e studiamo più tattiche. Elisa alla fine è sempre la finalizzatrice, ma stiamo cercando anche di girarci tra di noi proprio per avere sempre pronta almeno un’alternativa che semplifichi anche il lavoro della stessa Longo Borghini liberandola da troppe pressioni. Arriviamo da un buon momento di forma, in gara dopo il giro di boa cerchiamo di fare un check generale per sapere che cosa fare, se attuare la strategia concordata o aggiornarla.

Silvia Persico al Trofeo Binda, corso in copertura della compagna Swinkels poi vincitrice
Silvia Persico al Trofeo Binda, corso in copertura della compagna Swinkels poi vincitrice
Silvia Persico al Trofeo Binda, corso in copertura della compagna Swinkels poi vincitrice
Silvia Persico al Trofeo Binda, corso in copertura della compagna Swinkels poi vincitrice
Essere in una squadra dove magari nella stessa corsa ci siete come punte tu ed Elisa oppure tu ed Eleonora, è un vantaggio o uno svantaggio sulla base delle ambizioni personali?

Dipende un po’ come la si prende. Alla fine io sono una molto altruista, molte volte penso più alle mie compagne che a me stessa, ma credo che faccia parte anche del mio carattere. Quindi per me non c’è nessunissimo problema a lavorare, ovvio che mi piace prendere anche i miei spazi quando possibile, l’importante è che tra noi ragazze si è creato un rapporto che va anche oltre il ciclismo, quindi credo che ognuna di noi alla fine farebbe quello che faccio io.

Tadej Pogacar, Sanremo 2026

Pogacar e l’assalto alle gare. Per Toni c’entra anche l’AI

30.03.2026
6 min
Salva

Due corse, due vittorie. Alla Sanremo il discorso che proponiamo salta, in parte, per via della caduta, ma alla Strade Bianche è stato di nuovo dominio assoluto. Chiaramente avete capito che stiamo parlando di sua maestà Tadej Pogacar.

Il commento di queste gare e soprattutto del modo di affrontarle, anche in ottica calendario, lo poniamo a Pino Toni, uno dei “nostri” preparatori di riferimento e tra i più esperti soprattutto quando si tratta di fare certe analisi tecniche.

Toni 2022
Il preparatore Pino Toni
Toni 2022
Il preparatore Pino Toni
Partiamo dalla Strade Bianche, Pino: di nuovo Pogacar si presenta e lo fa con numeri assurdi. Più 40 watt medi nell’ultima ora e mezza di gara. Davvero per vincere deve sempre martellare “chilometri di watt”?

E’ Tadej Pogacar, è così. Vince così perché si toglie dai problemi. Se sei Marc Marquez con la Ducati dell’anno scorso, non stai dietro ai tre contendenti fino all’ultimo giro. Li passi prima e metti dei secondi di sicurezza nel mezzo. In quel modo ti puoi permettere anche l’errore. O l’inconveniente nel caso di Pogacar.

Che idea ti sei fatto di quella gara? In particolare di quelle due ore d’attacco verso Siena?

Io credo che prima di tutto bisogna mettersi in testa che è cambiato completamente il modo di andare alle gare e di preparare le corse. Faccio io una domanda: esiste al mondo uno che alla prima uscita dell’anno va a vincere una gara WorldTour? Una corsa di un giorno poi? Gli altri anni almeno lo stesso Pogacar andava a fare qualcosa, l’UAE Tour: ora non fa più neanche quello.

E questa sua forza, questo suo continuare a migliorare ti stupisce?

No. La performance alla fine è un insieme di tante cose. E’ un insieme di condizione generale, fisica, strutturale, di fatica accumulata e di riposo. Pogacar, ma soprattutto il suo staff, gestiscono benissimo tutto perché non andando a correre ogni volta puoi centellinare tutto. Puoi centellinare il lavoro, puoi metterci il recupero che vuoi, puoi fare ogni lavoro specifico al massimo. Chiaramente ci sono delle persone dietro che “sentono crescere l’erba”, insomma sono bravissimi, stanno avanti. Le cose non vanno così per caso o solo perché Pogacar è un fenomeno.

Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Alla Strade Bianche Pogacar prima di fare il vuoto si è regolato sulla forza dei suoi inseguitori
Attacco a Monte Sante Marie: quando Pogacar si è voltato e ha visto Seixas vicino, ha dovuto accelerare ancora
Alla Strade Bianche Pogacar prima di fare il vuoto si è regolato sulla forza dei suoi inseguitori
Ci sono delle persone dietro che lavorano tantissimo. Quando parli d’insieme delle performance includi anche questo?

Esatto. Da quel che so sono arrivati già ad utilizzare l’intelligenza artificiale. Conosco uno del loro staff e da due anni, ma forse anche tre, lavora soltanto all’intelligenza artificiale.

E in questo contesto come viene utilizzata l’intelligenza artificiale? Per provare un attacco? Per le tattiche?

No, viene utilizzata in fase di preparazione per ottimizzare ogni cosa. Quello che mangi, l’allenamento che fai, in base a come ti riposi, a come hai recuperato, in base ai tuoi parametri fisiologici… e sai quello che puoi fare il giorno dopo. E’ l’insieme dei dati che fornisci all’intelligenza artificiale che conta. Generalmente tutti gli altri raccolgono dati e analizzano loro. Qui non analizzano loro: qui è qualcosa (l’AI, ndr) che analizza per loro. Però analizza proprio in maniera approfondita: prende dati dal computerino, dal misuratore di potenza, prende i dati del sonno, di quel che hai mangiato… Pogacar ha ottimizzato ogni cosa.

La macchina perfetta col motore perfetto, insomma…

No, con i controlli perfetti. Sta ottimizzando tutto e non penso che faccia niente a caso. Ripongo la domanda di prima: come ti potrebbe venire in mente di voler vincere la Strade Bianche, corsa durissima e con un livello altissimo, e non andare a fare una corsa prima? Sappiamo tutti che il ciclismo è cambiato, ma per fare una cosa simile ce ne vuole. Io mi ricordo le Tirreno-Adriatico che facevo.

Secondo Pino Toni gran parte di questo dominio di Pogacar è dato dallo staff UAE che propone un lavoro d'avanguardia (foto Instagram)
Secondo Pino Toni gran parte di questo dominio di Pogacar è dato dallo staff UAE che propone un lavoro d’avanguardia (foto Instagram)
Secondo Pino Toni gran parte di questo dominio di Pogacar è dato dallo staff UAE che propone un lavoro d'avanguardia (foto Instagram)
Secondo Pino Toni gran parte di questo dominio di Pogacar è dato dallo staff UAE che propone un lavoro d’avanguardia (foto Instagram)
Raccontaci…

Ero sulla seconda macchina, quindi dietro, e davanti avevo sempre il sedere di Paolo Bettini. Paolo era sempre in fondo al gruppo, tutti i giorni. Poi però un mese e mezzo dopo vinceva la Liegi-Bastogne-Liegi. Bettini andava lì, si allenava in quella maniera e come lui molti altri si allenavano andando a correre. Ora non puoi farlo, altrimenti arrivi fuori tempo massimo.

In qualche modo hai tirato in ballo il discorso dei calendari. A questo suo modo di assaltare la gara e poi “sparire” in vista dell’obiettivo successivo, che potrebbe essere distante anche settimane. Ma in questo contesto ci ha colpito l’ottimizzazione del recupero di cui hai parlato. Quanto è importante questo aspetto?

Fa parte dell’intero discorso della performance che facevo. Non è più o meno importante. Pogacar ha una squadra dietro che lavora sempre per lui. Poi chiaramente lui stesso ha delle capacità che sono diverse da tutti gli altri. Ho sentito che in alcuni test abbia fatto più di 7 watt/chilo per 30 minuti. Considerate che ai tempi della Telekom, il centro medico di Friburgo aveva proposto di considerare doping le prestazioni sopra i 6,1-6,2 watt per chilo. Dimmi dove siamo arrivati…

Anche perché certi numeri non li fa solo Pogacar. Guardiamo per esempio l’ultimo talento, Paul Seixas…

Vero: non è che gli altri giocano, anche gli altri hanno demolito certi valori. Guardiamo il francesino come va. A lui manca proprio poco per essere lì. Ora bisogna vedere la tecnologia che troverà questo ragazzo: perché se resta in una squadra francese ho i miei dubbi che riesca ad esprimersi del tutto. Però se si muove in un’altra squadra dove ci sono staff come quelli della UAE Emirates può migliorare tantissimo.

Pogacar
Al Fiandre Tadej ha vinto in fotocopia staccando tutti negli ultimi metri più duri del Oude Kwaremont. Farà così anche domenica prossima?
Pogacar
Al Fiandre Tadej ha vinto in fotocopia staccando tutti negli ultimi metri più duri del Oude Kwaremont. Farà così anche domenica prossima?
Ora si va al Nord da parte di Pogacar: ti aspetti un modo di correre stile Strade Bianche? Cioè distruggendoli tutti… o magari potrà giocare in modo più tattico?

Al Nord non è che ha il vantaggio che ha alla Strade Bianche, dove non mancano le salite. Poi consideriamo che lì non c’era Mathieu van der Poel e Wout van Aert non era cresciuto così tanto. Parentesi: vedrete che Wout andrà forte. Alla Sanremo, se non fosse rimasto indietro nella caduta non ci sarebbe andato lontano. Diciamo: al Nord ci sono 4 o 5 corridori che se le giocheranno tutte, a seconda di come staranno quel giorno e se gli andrà tutto bene.

E questo vale anche per Pogacar?

Difficile dire come correrà ogni gara. Consideriamo che in un mese e mezzo ci sono tante corse e tutte impegnative. Qualcuno può crescere, qualcuno può calare. Conterà molto anche il meteo… anche se poi qui, bagnato o asciutto, ogni anno battono un record…

C’è qualcosa, Pino, che ti ha colpito di questo Pogacar 2026?

Che corre, gare importantissime, e le vince. Due su due.

Gran Premio Fioritura Vignola, Modena, foto Enzo Varini

EDITORIALE / Il talento di Antonelli e il ciclismo che fa da sé

30.03.2026
6 min
Salva

Mentre il giornalista della radio gli chiedeva se a suo avviso il giovane Kimi Antonelli potrà vincere il titolo mondiale di Formula 1, Giancarlo Minardi che è stato fra i primi a notare il talento del giovanissimo pilota vincitore ieri del Gran Premio di Suzuka, ha risposto con poche parole.

«Avete detto che ieri in pochi secondi è passato dalla pole position alla sesta posizione – ha detto – e questo conferma che bastano pochi secondi per passare dalle stelle alle stalle. Lo vedemmo da bambino in una gara di kart e si capì subito che avesse talento. Ora è in testa al mondiale, ma ha bisogno di fare esperienza e quella non la compri al supermercato».

Vai a sapere perché, avendo nel frattempo sentito della vittoria di Sinner a Miami, ci è partito il ragionamento su quando nel ciclismo nascerà un Kimi Antonelli o se in realtà non sia già nato. Come funziona oggi in Italia la scoperta del talento? E in che modo la Federazione è in grado di supportarla? E quando nascerà un nuovo ciclista italiano numero uno al mondo?

Sinner e Antonelli, due numero uno italiani, nati da un lungo percorso di selezione sul territorio(immagine Instagram/@kimi.antonelli)
Sinner e Antonelli, due numero uno italiani, nati da un lungo percorso di selezione sul territorio(immagine Instagram/@kimi.antonelli)
Sinner e Antonelli, due numero uno italiani, nati da un lungo percorso di selezione sul territorio(immagine Instagram/@kimi.antonelli)
Sinner e Antonelli, due numero uno italiani, nati da un lungo percorso di selezione sul territorio(immagine Instagram/@kimi.antonelli)

Talento e territorio

Ci sono due livelli, indispensabili e complementari. Il primo è sperare che il campione nasca con le stimmate giuste, per qualche miracolosa combinazione genetica, supportata da valori giusti e voglia di far fatica. Il secondo è l’organizzazione capillare dello sport sul territorio, che permetta di mettere in sella il più alto numero di bambini e di osservarli durante la crescita, cogliendo quelle stimmate: i bagliori di talento su cui iniziare a costruire un progetto.

I talenti nascono. Lo testimoniano le storie di ragazzi come Pellizzari e Finn e di altri che passando per varie squadre di sviluppo – internazionali e italiane – si affacciano ogni anno al professionismo. La presenza federale sul territorio invece non è capillare come dovrebbe: i comitati regionali esistono, ricevono contributi e altri ne impongono, ma la loro capacità di allargare la base del movimento appare al momento annacquata. E non si tratta soltanto delle capacità di chi vi opera, ma di una situazione oggettiva cui la FCI non ha saputo ancora dare una risposta.

Pellizzari, Finn
Pellizzari e Finn, il loro talento non si discute. Corrono entrambi alla Red Bull-Bora (foto Maximilian Fries)
Pellizzari, Finn
Pellizzari e Finn, il loro talento non si discute. Corrono entrambi alla Red Bull-Bora (foto Maximilian Fries)

Problema sicurezza

Lo ha detto Pogacar dopo la vittoria di Sanremo e se lo dice lui, allora è vero. In realtà lo sappiamo da anni che il traffico sulle strade italiane sia criminale: altrimenti come si spiegano i 222 ciclisti morti nel 2025? Magari qualcuno ha avuto un malore e altri sono finiti da soli fuori strada, il grosso però è stato ammazzato da automobilisti troppo veloci o distratti dall’uso del telefono. La storia dei ciclisti che invadono la strada è una delle tante balle che si raccontano per giustificare condotte imperdonabili: la gran parte dei ciclisti che sono stati uccisi erano soli e non davano fastidio a nessuno. Quale genitore manderebbe un bimbo su strada sapendo che rischia la vita?

Assodata questa condizione che va avanti da anni, che cosa ha fatto la Federazione contro lo spopolamento delle categorie giovanili? Ha lavorato d’intesa con le amministrazioni locali per realizzare o far realizzare ciclodromi oppure ancora una volta ha lasciato l’onere alle società sui vari territori? Cosa sarebbe del ciclismo italiano senza i volontari che ogni giorno lo mandano avanti? I dirigenti nazionali sembrano fermi al modello di sempre: prendere gli atleti migliori e portarli in nazionale per vincere le medaglie, in base alle quali il CONI darà i suoi contributi.

Michele Bartoli Academy, anello di Vicpisano e Buti
Le società che fanno da sé: ispirati dalla Michele Bartoli Academy, i Comuni di Vicopisano e Buti hanno realizzato un anello a senso unico per i bambini
Ispirati dalla Michele Bartoli Academy, i Comuni di Vicopisano e Buti hanno realizzato un anello a senso unico messo in sicurezza per i bambini
Le società che fanno da sé: ispirati dalla Michele Bartoli Academy, i Comuni di Vicopisano e Buti hanno realizzato un anello a senso unico per i bambini

Un mondo diverso

Ma le cose sono cambiate. Intanto i soldi adesso li elargisce Sport e Salute, che non essendo un ente pubblico, ragiona secondo altri criteri. E fra questi, da quando il valore dello sport è stato inserito nella Costituzione, c’è la promozione territoriale: anche per questo la FCI ha visto negli ultimi anni un congruo ridimensionamento delle entrate e per contro l’aumento delle uscite. Sport e Salute infatti ha iniziato a pretendere l’affitto dei locali di proprietà del CONI che finora venivano occupati a titolo gratuito.

La FCI che cerca sponsor è una famiglia che vive di uno stipendio troppo basso per le uscite che ha programmato ed è costretta a fare tagli. Sullo stesso utilizzo del velodromo di Montichiari si è agitata a lungo la questione del pagamento delle utenze. Se l’impianto l’ha usato per anni in deroga solo la nazionale, perché non dovrebbe essere la Federazione a pagare le bollette?

Il velodromo di Montichiari è un gioiello al disposizione della FCI, ma potenzialmente anche un costo
Il velodromo di Montichiari è un gioiello al disposizione della FCI, ma potenzialmente anche un costo

Il ciclismo del Sud

Come fai a potenziare la presenza dei Comitati regionali se non hai i soldi per farlo? E come possono sperare di avere udienza le società juniores che auspicano cambiamenti radicali, se fra le loro proposte c’è il taglio della loro contribuzione agli stessi Comitati? 

Ieri a Vignola si è corso il GP Fioritura (in apertura, immagine di Enzo Varini), 4 categorie con 4 gare distinte: esordienti 1° anno, esordienti 2° anno, allievi e donne junior. Fra gli allievi si è piazzato terzo un ragazzo del Team Coratti che arrivava da Castellana Grotte e ha raccontato che il viaggio di ritorno lo avrebbe riportato a casa solo stasera. Negli allievi c’era anche un ragazzo di Siracusa, tesserato con Il Pirata Vangi. Il talento non si ferma davanti alle distanze, ma certo ne soffre.

Storie che abbiamo già sentito e vissuto. Quelle di Visconti e Nibali e di tanti altri prima di loro. Ed è questo il punto: erano tanti perché avevano comunque la possibilità di fare un’attività apprezzabile nelle categorie giovanili e poi cercavano fortuna al Nord. Oggi devono sperare di trovare amici nelle pochissime società del Centro, che li prendano e li portino a correre, perché giù le occasioni sono davvero poche. Come fai a intercettare il ragazzo di talento se semplicemente non corre in bicicletta?

Nicolò Montanaro, pugliese del Team Coratti, ha colto il terzo posto ieri fra gli allievi a Vignola (immagine Team Coratti)
Nicolò Montanaro, talento pugliese del Team Coratti, ha colto il terzo posto ieri fra gli allievi a Vignola (immagine Team Coratti)
Nicolò Montanaro, pugliese del Team Coratti, ha colto il terzo posto ieri fra gli allievi a Vignola (immagine Team Coratti)
Nicolò Montanaro, talento pugliese del Team Coratti, ha colto il terzo posto ieri fra gli allievi a Vignola (immagine Team Coratti)

Chiudiamo tornando a Kimi Antonelli e alla pazienza necessaria perché faccia esperienza e il suo talento diventi una solida realtà. Il ragazzo bolognese ha 19 anni e guida e vince nella categoria superiore, eppure ha bisogno di fare esperienza. Che cosa pensare di chi dice che in uno sport di resistenza (basata sulla maturazione fisica e psicologica) bastano un paio di anni in un devo team per capire se hai margine di riuscita, altrimenti puoi anche smettere e fare posto a un altro? In che modo la Federazione sta ragionando per arginare questo tipo di saccheggio? O meglio, lo sta facendo?

Alla MBH Bank un Fancellu 2.0, più forte e ormai maturo

30.03.2026
5 min
Salva

LODI (LO) – E’ l’ultimo a scendere dal bus della MBH Bank-Csb-Telcom Fort, con grosse lenti scure che non lasciano intravedere gli occhi. Alessandro Fancellu è il nome di riferimento al momento per il team italo-ungherese, che con una top 10 nella Milano-Torino ha dimostrato di stare bene e di poter competere anche quando il livello in corsa si alza. Sulla doppia scalata di Superga ha coronato una giornata speciale per lui e la squadra. Tutti all’interno dello staff ne parlano bene, a testimonianza che il ragazzo di Como sembra essersi ritrovato dopo alcune stagioni complicate nella sua prima parentesi da professionista.

L’anno vissuto con il Team Ukyo ha rappresentato lo spartiacque fino ad ora, una stagione che per Alessandro Fancellu è servita a ritrovare serenità. Infatti se è vero che le qualità non sono mai venute meno, probabilmente era necessario cercare un nuovo equilibrio sul quale costruire qualcosa di solido

«Sono felice di come sta andando questo inizio di stagione – racconta Fancellu a pochi minuti dal via della seconda tappa della Coppi e Bartali – anche se nei giorni tra il Trofeo Laigueglia e le Strade Bianche ho avuto un po’ di sfortuna. Però nelle altre gare sono riuscito ad essere protagonista e mi sono sempre fatto vedere».

Fancellu ha corso all’ultima Settimana Internazionale Coppi e Bartali
Fancellu ha corso all’ultima Settimana Internazionale Coppi e Bartali
Quello passato è stato un inverno diverso? 

No, diciamo che è stato come tutti gli altri a livello di gestione. Dopo l’ultima gara ho staccato, sono andato in vacanza per poi tornare e riprendere ad allenarmi al meglio. Sono riuscito a ripartire dallo stesso livello col quale avevo concluso lo scorso anno, quindi rispetto ad un anno fa penso di essere a un punto più alto. 

Cos’è cambiato in questo anno?

Ma niente, penso che sia anche una cosa fisiologica. Fare un paio di stagioni senza intoppi mi ha sicuramente dato una mano, inoltre il fatto allenarsi bene porta comunque una crescita. 

Fancellu con la MBH Bank-Csb-Telecom Fort è tornato nel professionismo, la sua esperienza sarà importante per il team
Fancellu con la MBH Bank-Csb-Telecom Fort è tornato nel professionismo, la sua esperienza sarà importante per il team
Quella passata è stata una stagione di transizione?

L’obiettivo era di riuscire a far bene per poi tornare nel professionismo, perché il Team Ukyo è una grandissima squadra tra le continental però non si è veramente tra i professionisti. Per me però è stata una bellissima stagione, devo ringraziare moltissimo Alberto Volpi, Manuele Boaro per la fiducia e la programmazione. Sapevamo già le gare che saremmo andati a fare e siamo riusciti a lavorare davvero nel migliore dei modi. 

C’è un significato diverso in questo ritorno nel professionismo?

Non saprei, io ho sempre cercato di fare il mio, lavorando al massimo delle mie potenzialità. Purtroppo per svariati motivi nelle stagioni passate non sempre le cose sono andate bene. Invece sono felice di come in questi ultimi due anni stia riuscendo a dimostrare qual è il mio livello. 

Alla Milano-Torino si è scontrato con alcuni dei migliori scalatori in gruppo, chiudendo con una top 10
Alla Milano-Torino si è scontrato con alcuni dei migliori scalatori in gruppo, chiudendo con una top 10
Passando in una continental hai visto le cose da una prospettiva differente?

No, alla fine anche se l’anno scorso sulla tessera non ero professionista comunque di fatto ho lavorato, e abbiamo lavorato, come tali. Quello magari è solo un cartellino che ci si dà ma non c’è grande differenza. 

Sei partito subito bene quest’anno, serviva un inizio così?

Sì, sono contento di come sono andato in questo inizio di stagione e nello specifico del risultato della Milano-Torino. In corsa c’erano tra gli scalatori migliori al mondo, o comunque gente che è protagonista nei Grandi Giri. Essere lì a battagliare contro di loro mi ha dato una conferma importante. 

Negli anni Fancellu ha imparato molto su come gestirsi, sia in allenamento che in corsa
Negli anni Fancellu ha imparato molto su come gestirsi, sia in allenamento che in corsa
C’è una consapevolezza diversa nei tuoi mezzi?

Questo sicuramente, le prime volte che ti trovi davanti sei un po’ inesperto e magari paghi. Al contrario se ci si abitua a stare lì tra i primi si capisce come gestire al meglio i finali e tirare fuori il massimo risultato. 

Riguardando ora la tua prima esperienza da professionista come la giudichi, forse era arrivata troppo presto?

Con il senno di poi sicuramente si potevano fare scelte diverse, ora magari è facile guardarsi indietro e dire così. Ormai è andata, quello che è passato è passato, adesso bisogna guardare avanti. 

Vuelta Andalucia 2026, seconda tappa, Alessandro Fancellu, MBH Bank-Cab-Telecom Fort
L’ambizione dello scalatore comasco è di riuscire a vincere la sua prima gara da professionista nel 2026
Vuelta Andalucia 2026, seconda tappa, Alessandro Fancellu, MBH Bank-Cab-Telecom Fort
L’ambizione dello scalatore comasco è di riuscire a vincere la sua prima gara da professionista nel 2026
Ti ha insegnato qualcosa quel periodo?

Ho imparato a conoscermi, a capire le mie sensazioni. Capire quando è il momento di spingere di più in allenamento e quando, invece, serve rifiatare. Anche intuire quali possono essere i campanelli d’allarme che il corpo può dare. Sono aspetti che arrivano solamente con l’esperienza, perché nessun preparatore è in bici con te. Credo ci siano cose che solamente un corridore può capire. 

Questa esperienza ti ha dato un modo diverso di entrare in questo secondo capitolo della tua carriera?

Vivo le cose in maniera un po’ diversa, adesso sono consapevole che in allenamento devi anche saper rallentare, e non è vero che più si fa e più si andrà forte. Credo sia un aspetto importante per affrontare il 2026 e tirare fuori il meglio. 

Un sogno per quest’anno? 

Vincere tra i professionisti, l’anno scorso ho vinto ma erano gare di secondo livello. Non ho una gara di riferimento, anche solo una tappa in una corsa di più giorni sarebbe bello.

In Flanders Field, Gand-Wevelgem 2026, Mathieu Van der Poel, Wout Van Aert

Lampi di Van der Poel e Van Aert, sale l’attesa del Fiandre

29.03.2026
4 min
Salva

Per qualche chilometro è parso di essere tornati a un paio di anni fa, quando Van Aert e Van der Poel erano i protagonisti indiscussi delle corse del Nord. Prima che arrivasse Pogacar e i rivali si inserivano a rotazione e avevano il nome di Alaphilippe, Bettiol, Van Baarle e pochi altri.

Le strade della nuova In Flanders Field che ha raccolto il testimone della Gand-Wevelgem si sono infiammate al secondo dei tre passaggi sul Kemmelberg e sono esplose grazie a Van der Poel nell’ultima scalata. Il forcing di Mathieu è stato spietato, piegando Vermeersch ma non Van Aert, che ha dovuto stringere i denti ma in cima era con lui. Dopo averlo visto vincere (sia pure a fatica) ad Harelbeke, sapevamo che Van der Poel fosse in forma, la conferma del buono stato di Van Aert è un’ottima notizia e riporta al centro della scena un campione molto atteso.

In Flanders Field, Gand-Wevelgem 2026, Ypres, Menin Gate Memorial
Ypres, prima del finale: il Menin Gate Memorial, ha incisi i nomi di 54.896 soldati dispersi tra il 1914 e l’agosto 1917
In Flanders Field, Gand-Wevelgem 2026, Ypres, Menin Gate Memorial
Ypres, prima del finale: il Menin Gate Memorial, ha incisi i nomi di 54.896 soldati dispersi tra il 1914 e l’agosto 1917

Van Aert, bicchiere mezzo pieno

All’arrivo ad aspettare Van Aert c’era anche la famiglia e questo lo ha rimesso di buon umore. Anche perché i 35 chilometri fra la cima del Kemmelberg e l’arrivo di Wevelgem si sono rivelati a loro volta un muro insormontabile. 

«Anche il più grande dei miei figli era deluso, in effetti – ha sorriso Van Aert dopo l’arrivo – ma nel finale mi aspettavo che andasse così. Dietro di noi c’erano ancora troppi gregari, per cui il gruppo si è avvicinato rapidamente. Ho corso bene dal secondo Kemmel, ho avuto buone sensazioni e sono riuscito a seguire anche Mathieu nell’ultimo passaggio. Pensavo che avessimo la vittoria in pugno, ma alla fine non è stato così.

«Abbiamo lavorato bene insieme – ha concluso Van Aert – ma Mathieu si è concesso il lusso di correre in modo un po’ più difensivo nel finale e questo è stato a mio svantaggio. Quando ci ha raggiunto Alec Segaert, pensavo che il podio fosse definito e proseguire interessasse a tutti, ma non è stato così. Sono abbastanza soddisfatto di come ho corso. Il risultato non è stato quello sperato, ma è stata una bella giornata».

Van der Poel non si sentiva in giornata e ha smesso di collaborare, aprendo la port a Philipsen
Van der Poel non si sentiva in giornata e ha smesso di collaborare con Van Aert, aprendo la porta a Philipsen
Van der Poel non si sentiva in giornata e ha smesso di collaborare, aprendo la port a Philipsen
Van der Poel non si sentiva in giornata e ha smesso di collaborare con Van Aert, aprendo la porta a Philipsen

Van der Poel, bicchiere vuoto

Van der Poel forse ha anche giocato, sapendo di avere alle spalle un Philipsen in grande condizione (malgrado la partenza sotto tono). Non significa che sia stato scorretto, ma i suoi cambi sono diventati meno convinti da quando via radio gli hanno comunicato che nel gruppo alle sue spalle viaggiava un altro potenziale vincitore. E poi anche lui ha ammesso di non sentirsi tranquillo ad andare allo sprint contro gli altri due.

«Dopo la fatica di Harelbeke – ha detto – sentivo di non essere al massimo della forma. In squadra abbiamo comunicato bene per tutta la giornata e ci è stato subito segnalato che Jasper (Philipsen, ndr) era ancora fresco, per questo davanti ho pedalato sapendo che sarebbe arrivato.

«Ricevevo istruzioni da dietro – ha confermato – dovevo mantenere il ritmo in modo che anche dietro si continuasse a pedalare. Ammetto che non avevo la freschezza necessaria per stare al passo e così ho corso in modo difensivo rispetto ai miei standard. L’avevo detto in anticipo anche alla squadra. Penso che correre così sia stato l’opzione migliore. E’ stato fantastico per Philipsen chiuderla in questo modo e vincere una corsa che ancora ci mancava».

Philipsen ha centrato la classica del Nord più adatta ai velocisti grazie alla complicità di VdP
Philipsen ha centrato la classica del Nord più adatta ai velocisti grazie alla complicità di VdP
Philipsen ha centrato la classica del Nord più adatta ai velocisti grazie alla complicità di VdP
Philipsen ha centrato la classica del Nord più adatta ai velocisti grazie alla complicità di VdP

Philipsen, bicchiere pienissimo

Philipsen si è mosso come il classico velocista alla Gand. E’ rimasto coperto e si è fatto portare nella scia degli attaccanti, lasciando che la squadra lo lanciasse nella volata che per lui a quel punto è stata quasi un gioco da ragazzi.

«Era da tanto che volevo vincere questa gara – ha detto nell’intervista flash a Sporza – è una vittoria da ricordare. Non avevo mai avuto un ottimo feeling e oggi è stata una scommessa: tutto o niente. E alla fine è andato tutto come speravo. Con Van der Poel in testa avevamo una situazione ideale per la squadra. Ci aveva già detto prima del finale che dopo la fatica di Harelbeke non aveva le gambe migliori, ma è comunque incredibile quello che è riuscito a fare. Sapevo per esperienza che questo era un finale molto difficile».

Manca una settimana al Giro delle Fiandre e alla Pasqua Santa del Belgio. All’appello manca soltanto Pogacar, ma sappiamo per esperienza che non abbia mai avuto grossi problemi a rispondere presente, sfruttando la freschezza degli allenamenti a casa mentre quassù se le stanno suonando di santa ragione. La risalita di Van Aert e la vittoria indiscussa di Vingegaard al Catalunya dicono che la Visma Lease a Bike sta tornando ai livelli cui ci aveva abituato. La primavera annuncia una stagione potenzialmente esplosiva.

Giro d'Italia 2013, CArmine Castellano

Castellano e le storie del Giro: Martinelli ricorda

29.03.2026
7 min
Salva

Carmine Castellano, per trent’anni direttore del Giro d’Italia, si è spento martedì scorso all’età di 89 anni. In meno di 12 ore, il 24 marzo si è portato via anche Gino Paoli e Dino Signori, a loro volta stelle polari della musica e dell’industria ciclistica. Nel momento in cui la notizia ci ha raggiunto, il pensiero è andato dritto su Giuseppe Martinelli: vai a sapere il perché. La curiosità per il ricordo del tecnico che negli stessi anni ha avuto in mano il più grande campione (italiano) degli ultimi trent’anni, ha avuto il sopravvento.

«Avevo già visto Castellano nell’orbita di Torriani – ricorda Martinelli – che per il Giro d’Italia è stato come Jean Marie Leblanc per il Tour de France. Il padrone del Giro, neanche il direttore o l’organizzatore: era padre e padrone. Con Castellano, che venne dopo di lui, ho sempre avuto un bellissimo rapporto. Era abbastanza di poche parole, però potevi parlarci. Ho sempre avuto la sensazione che fosse uno di noi. Ti mettevi lì e potevi farci due chiacchiere prima di una riunione al Giro d’Italia…».

Breve excursus, prima di cominciare. Dal 1946 al 1992 il Giro d’Italia fu diretto da Vincenzo Torriani, che aveva raccolto il testimone da Armando Cougnet, primo direttore della corsa rosa. Alla scuola di Torriani, dal 1975 iniziò la formazione di Castellano, che gli subentrò nel 1992 e rimase alla guida fino al 2005.

Pantani, Martinelli e Veneziano
Dal 1993 al 2002, Martinelli ha guidato Marco Pantani nella sua odissea sportiva e personale. Con loro qui il meccanico Veneziano
Pantani, Martinelli e Veneziano
Dal 1993 al 2002, Martinelli ha guidato Marco Pantani nella sua odissea sportiva e personale. Con loro qui il meccanico Veneziano
Come definiresti il rapporto che si era creato fra te e Castellano?

L’organizzatore del Giro d’Italia è più di tutti gli altri, anche se poi lo incontri alla Tirreno e al Lombardia. Non è facile creare un rapporto di amicizia spontanea, che poi non è amicizia perché ci vai a mangiare insieme. Con Castellano si era creato un feeling particolare, forse perché avevo il corridore che ha fatto un pezzo di storia del Giro. Tutti pensano al Pantani del 1998, ma non dimentichiamo che nel 1994 Marco fece secondo al Giro e terzo al Tour. Era al secondo anno da pro’, come adesso Seixas, come Pogacar dei primi tempi.

Cos’aveva di particolare Castellano?

Lo incontravi per strada, si fermava e ci mettevamo a parlare: non lo faceva solo con me, si fermava anche con gli altri. Dopo di lui gli organizzatori sono diventati tutti figli di se stessi. Non dico che se la tirano, però ti fanno sentire che loro sono organizzatori e tu un direttore sportivo. Secondo me oggi gli organizzatori non conoscono neanche più i direttori sportivi, perché sono così tanti, che fatichi ad avere un riferimento. Una volta invece il direttore sportivo era l’anima della squadra. Castellano aveva rispetto nei miei confronti e io nei suoi. Lui era l’organizzatore del Giro d’Italia, che per noi italiani è la corsa più importante.

Gli hai sempre dato del tu oppure c’è stata anche la fase che gli davi del lei?

In realtà gli ho quasi sempre dato del lei. Ho sempre mostrato rispetto, perché era una persona grande, anche di statura voglio dire (ride, ndr). Ho sempre pensato a lui come un Prudhomme dei tempi moderni, uno che ti saluta tutte le mattine e tu capisci di aver appena stretto la mano a una persona importante.

Vincenzo Torriani aveva guidato il Giro dal 1946 al 1993: a lui subentrò Castellano (foto Museo del Ghisallo)
Vincenzo Torriani aveva guidato il Giro dal 1946 al 1993: a lui subentrò Castellano (foto Museo del Ghisallo)
Vincenzo Torriani aveva guidato il Giro dal 1946 al 1993: a lui subentrò Castellano (foto Museo del Ghisallo)
Vincenzo Torriani aveva guidato il Giro dal 1946 al 1993: a lui subentrò Castellano (foto Museo del Ghisallo)
Invece Torriani?

Per parlare con lui, dovevi avere un argomento importante: non potevi incontrarlo per strada e chiedergli un parere. Non dico che non si fermasse, però era uno statista: uno che quasi speri di non incontrarlo, per non sentirti così piccolo. Forse ero ancora troppo giovane, però i dieci anni di Castellano me li ricordo diversamente…

Una persona gentile, però ferma nelle sue decisioni?

Enzo Cainero voleva a tutti i costi che il Giro passasse sul Crostis. Era una stradina strettissima e io ero andato a vederla. A un certo punto mi era toccato fare due chilometri e mezzo in retromarcia perché non si riusciva a girare la macchina e pensai che avrei dovuto chiamare per farmi soccorrere. Così nella riunione con Castellano dissi che la salita si poteva fare, però le macchine non sarebbero potute salire.

E lui?

Fu chiarissimo: «Guarda, ti dico che non la facciamo, perché è impossibile. Siamo andati anche noi a fare una ricognizione ed è escluso che si possa passare». E poi mi guardò come per dire: «Meno male che mi dai ragione!».

Aprica, al Giro 1994. Martinelli ferma Pantani, che poi sul Santa Cristina staccherà tutti
Aprica, al Giro 1994. Martinelli ferma Pantani, che poi sul Santa Cristina staccherà tutti
Aprica, al Giro 1994. Martinelli ferma Pantani, che poi sul Santa Cristina staccherà tutti
Aprica, al Giro 1994. Martinelli ferma Pantani, che poi sul Santa Cristina staccherà tutti
Come si poneva di fronte agli scioperi dei corridori?

Pugno duro, alla Tirreno del 1997 i corridori si erano fermati lamentando problemi di sicurezza. Lui fece una riunione in un hotel ed era furibondo, ricordo che ci mandò a quel paese. Non riammise nessuno nel tempo massimo e così ci toccò di venire a casa con tutta la squadra, mentre in corsa rimasero 50 corridori.

Aprica 1994, Pantani stacca Indurain e il Giro d’Italia esplode: come fu con Castellano?

Ero sull’ammiraglia e fermai Pantani perché aspettasse Indurain, Rodriguez e Berzin. Castellano arrivò quasi per chiedermi che cosa stessi facendo, me lo ricordo benissimo. Io non gli dissi niente, però capisco che potesse sembrare strano che fermassi Pantani dopo il Mortirolo fatto a quel modo e dopo la vittoria del giorno prima. In realtà ero convinto che così avremmo staccato di più Berzin, che era in maglia rosa, ed effettivamente sul Santa Cristina andò così.

Sempre Pantani, sulle strade della Costiera Amalfitana da cui veniva Castellano, andò a casa per il famoso gatto del Chiunzi che attraversò la strada e lo fece cadere.

Quel giorno Castellano accettò il fatto che io avessi fermato tutta la squadra per aspettare Marco. La sera mi chiamò perché era preoccupato che il giorno dopo Marco non partisse, come poi andò perché aveva tanto dolore.

Giro d'Italia 1997, Valico del Chiunzi, Marco Pantani, Marco Traversoni
Quando al Giro del 1997 Pantani cadde sul Chiunzi, la squadra si fermò con lui. Castellano capì, l’indomani Marco andò a casa e il Giro scoprì Garzelli
Giro d'Italia 1997, Valico del Chiunzi, Marco Pantani, Marco Traversoni
Quando al Giro del 1997 Pantani cadde sul Chiunzi, la squadra si fermò con lui. Castellano capì, l’indomani Marco andò a casa e il Giro scoprì Garzelli
Era un organizzatore che capiva le esigenze dei corridori o anteponeva su tutto quelle del Giro?

Secondo me capiva che era importante farli stare bene. Se c’era Pantani magari faceva il Giro più duro, sapeva come attirare l’attenzione su un corridore piuttosto che un altro. Poteva mettere anche una cronometro in meno o una salita in più. Prima certe cose ti arrivavano un po’ prima e avevi il tempo per andare a vedere i percorsi del Giro prima che nevicasse, adesso quasi non sai quando lo presentano, per cui è tutto diverso.

Cinque giugno del 1999, il giorno di Campiglio.

Quel giorno non vidi Castellano, ma ci sentimmo dopo. Era molto deluso, più che altro per tutto quello che gli era caduto addosso. Però sempre con l’intelligenza e senza rabbia, disse che non se l’aspettava. «Guarda Martinelli – mi disse – è una cosa troppo importante, avremo modo di parlare». Anche se poi non lo facemmo mai.

L’anno dopo, Marco decise di partire per il Giro all’ultimo momento…

Si partiva da Roma, con tanto di visita al Papa. E quando ebbi la certezza che Marco sarebbe partito, lo chiamai. Gli dissi che non sapevo in che condizioni fosse, ma ci sarebbe stato. E lui non fece altro che ringraziare: «Vada come vada, è un piacere averlo di nuovo in gruppo».

Giro 2001, il direttore del Giro in giacca e cravatta. Castellano ha rivestito il ruolo dal 1993 al 2005
Giro 2001, il direttore del Giro in giacca e cravatta. Castellano ha rivestito il ruolo dal 1993 al 2005
Giro 2001, il direttore del Giro in giacca e cravatta. Castellano ha rivestito il ruolo dal 1993 al 2005
Giro 2001, il direttore del Giro in giacca e cravatta. Castellano ha rivestito il ruolo dal 1993 al 2005
Lo avevi sentito di recente?

Non lo sentivo da tanto. Lo avevo visto al Giro in una partenza da Napoli, ricordo che ero all’Astana. La mattina che ho letto della sua morte è stata come un flash che mi è durato tutto il giorno. Porco cane, non pensavo. Poi ho saputo che era morto Dino Signori, che conoscevo benissimo perché ci sono andato mille volte con i corridori, ma non lo sentivo da tanto. E alla fine ho cominciato a vedere i titoli su Gino Paoli e all’inizio ho pensato alla ricorrenza di una sua qualche canzone.

Pensi che Castellano avrà modo di là di incrociare Pantani?

Ne sono certo, si saranno già visti e Castellano gli avrà chiesto: «Pantani, ma che cavolo è successo quel giorno?». E Marco gli avrà risposto: «Avvocato, capita nella vita, a Campiglio mi hanno proprio fregato».

Mapei Sport, 30 anni Centro Mapei

Mapei Sport: un progetto a 360°, dalla testa alla strada

29.03.2026
5 min
Salva

MILANO – Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia ospita l’evento organizzato per festeggiare i 30 anni del Centro Ricerche Mapei Sport, un traguardo raggiunto grazie alla visione lungimirante del suo fondatore Giorgio Squinzi. Lavoro iniziato nel mese di dicembre del 1996 e adesso portato avanti dai figli Marco e Veronica, capaci di mantenere saldi i principi, garantendo comunque al progetto di evolversi e assecondare le esigenze degli atleti, che cambiano in maniera sempre più rapida.

A Castellanza, dove è stato inaugurato trent’anni fa il Centro Mapei, è partito un progetto con alla base un motto semplice ma estremamente efficace: “Mai smettere di pedalare”. Ed è così che Giorgio Squinzi e Aldo Sassi hanno iniziato, con l’obiettivo di portare la scienza e la ricerca all’interno dello sport ma anche al servizio degli sportivi. Riconoscendo il valore sociale dell’attività sportiva.

Passione e rigore

Tra le figure che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo del progetto di Mapei Sport c’è stata anche quella del dottor Claudio Pecci, ora Amministratore Delegato di Mapei Sport e Direttore Sanitario di Mapei (nella foto di apertura).

«Lo sport – racconta nel suo intervento che apre la conferenza – deve essere a misura d’uomo e dell’atleta. Lo stesso principio ha guidato la nascita e lo sviluppo del Centro Mapei, dove la scienza utilizzata per migliorare le prestazioni dei campioni potesse poi essere al servizio di tutti. In un continuo impegno sociale e civile. Per questo siamo orgogliosi di aver svolto oltre 200.000 test e di aver pubblicato ben cento lavori scientifici.

Il ciclismo come motore

Se si pensa al nome Mapei ci vengono in mente le iconiche divise a cubetti che hanno caratterizzato il ciclismo negli anni ’90 e nei primi 2000. Una squadra, quella nata dalla volontà di Giorgio Squinzi, capace di vincere ovunque e di mettere la firma in ogni angolo di mondo. E mentre sullo schermo posizionato sul palco della presentazione scorrono le immagini dei tanti protagonisti che hanno vestito questa maglia sono proprio due di loro che ci hanno raccontato cosa volesse dire far parte del team Mapei.

«Alla Mapei – racconta Paolo Bettini – devo tanto, mi hanno preso quando ero un corridore acerbo e mi hanno accompagnato in un cammino di crescita unico e incredibile. Era il 1999 quando sono entrato nel team scoprendo il mondo della ricerca e del rigore scientifico. Al quale però, è sempre stato accostato un grande aspetto umano, con la persona al centro di tutto. Giorgio Squinzi ci ha fatto sentire tutti parte integrante dell’azienda, dico spesso che non eravamo sponsorizzati, mai noi eravamo Mapei.

«Gli anni del team Mapei – continua Bettini – hanno rappresentato un passaggio importante per il ciclismo, con l’introduzione di una parte di ricerca e sviluppo scientifico. La loro bravura è stata quella di farci scoprire in maniera attiva questo nuovo modo di fare, permettendo a noi atleti di essere parte del progetto. Senza dimenticarsi mai dell’aspetto umano».

Mapei Sport, laboratorio, Aldo Sassi, Claudio Pecci
Aldo Sassi all’interno del suo laboratorio presso il Centro Mapei. A sinistra si riconosce il dottor Pecci
Mapei Sport, laboratorio, Aldo Sassi, Claudio Pecci
Aldo Sassi all’interno del suo laboratorio presso il Centro Mapei. A sinistra si riconosce il dottor Pecci

Dalla testa alle gambe

Il Centro Mapei dal 1996 ad oggi ha formato tanti tecnici, questo grazie al lavoro del professor Aldo Sassi e di tutto lo staff. Entrare all’interno di questo progetto per i giovani era motivo di orgoglio e passione. Gli stessi sentimenti che hanno accompagnato Luca Guercilena, oggi team manager della Lidl-Trek, il giorno in cui ha fatto i primi passi all’interno del centro.

«L’aspetto che mi porto dietro – confida – è quello del gruppo, noi eravamo i “ragazzi del Centro Mapei” e posso dire di sentirmi ancora parte di tutto ciò anche ora. L’aspetto umano è stato importante anche per noi tecnici, Squinzi e Sassi hanno preso un gruppo di persone che hanno fatto crescere attraverso la ricerca. Lo sport come mezzo per comunicare cultura».

Il nome di Aldo Sassi si rincorre e si intreccia nelle varie storie. E ricordando la sua prematura scomparsa avvenuta nel 2010, qualche lacrima scorre sul volto dei presenti.

«Luca Guercilena ed io – racconta Andrea Morelli, preparatore – siamo stati allievi di Aldo Sassi e ne abbiamo poi colto l’eredità. Un passaggio arrivato nel 2011 quando al Tour de France eravamo tecnici di due squadre rivali (Leopard Trek e BMC, ndr) e ci siamo giocati la maglia gialla fino all’ultimo giorno. Quel Tour lo vinse Cadel Evans, del quale ero diventato preparatore dopo la scomparsa di Aldo, mi piace pensare che nonostante la rivalità sportiva tra me e Luca Guercilena ci sia stato l’orgoglio di aver raccolto l’eredità di un lavoro importante e che ci ha formati in maniera davvero profonda».

La palla passa poi agli altri sport, perché il Centro Mapei ha abbracciato e seguito tanti atleti. C’è il calcio con la storia dell’U.S. Sassuolo, ma anche atletica e sci. Perché non esiste un’unica via per trasmettere il messaggio che lo sport è uno strumento al servizio della società. Anche se tutto è iniziato con un colpo di pedale.