A Lecce è tris olandese. Van Uden vince, Bennati commenta

13.05.2025
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Tre orange ai primi tre posti: Casper Van Uden, Olav Kooij e Maikel Zijlaard. Uno sprint convulso, atipico e nervoso, come il circuito cittadino che lo precedeva. Strettoie (forse sin troppo pronunciate e brusche), curve, rotatorie, curve ancora nel chilometro finale: davvero uno sprint tosto. E tecnico.

Uno sprint che abbiamo voluto commentare con l’aiuto dell’ex cittì, Daniele Bennati: «Io non sono così d’accordo sul fatto che fosse un circuito pericoloso. Sì, c’erano un paio di strettoie importanti, ma siamo in città. Il fatto è che la prima volata di gruppo è sempre molto concitata, c’è molto stress. A vederla da fuori si fa fatica a giudicare».

«Piuttosto -riprende Bennati – penso che sia i corridori che, soprattutto, le ammiraglie non sapessero di quella strettoia decisa, prima del sottopassaggio. Di conseguenza i diesse non l’hanno comunicato. Si è visto proprio da come ci sono arrivati. Tanto è vero che al secondo giro tutto è filato liscio.
E’ un circuito che ho fatto anch’io. Posso dire che c’erano 12 chilometri di asfalto nuovo, perfetto. No, non me la sento di criticare per la pericolosità».

Che bella l’Italia… Oggi la partenza da Alberobello
Che bella l’Italia… Oggi la partenza da Alberobello

Big in allerta

La Alberobello-Lecce scorre più o meno secondo copione. Magari ci si sarebbe aspettati qualche uomo in più a far compagnia a Francisco Muñoz della Polti-VisitMalta e invece il gruppo lo lascia andare al suo destino.

Sono le squadre degli uomini di classifica ad accendere la miccia. Non per vincere, chiaramente, ma per togliersi dai guai. Ci riescono bene i Red Bull-Bora-Hansgrohe, benissimo gli EF Education-EasyPost di Carapaz e in modo sontuoso gli Ineos Grenadiers di Bernal: quanto ci piace vederlo lì davanti. Sarà un protagonista in più per la generale?

Altro momento inatteso: al traguardo volante la giovane UAE Team Emirates con Del Toro e Ayuso cerca di prendere qualche secondo di abbuono, ma incassa il “colpo in contropiede” di Roglic. Lo sloveno, attento, passa terzo e allunga, seppur di soli 2”, sullo spagnolo. Dettagli che però ci dicono quanto ci tengano a questo Giro. Un Giro d’Italia che secondo molti tecnici si deciderà sul filo dei secondi.

Mads Pedersen ha mantenuto la maglia rosa (ora ha a 7″ di vantaggio su Roglic) e anche la maglia ciclamino
Pedersen ha mantenuto la maglia rosa (ora ha a 7″ di vantaggio su Roglic) e anche la maglia ciclamino

Pedersen, ancora un numero

Si decide tutto nel finale e a Lecce succede di tutto. Stavolta la Lidl-Trek non è fortunata. Mads Pedersen resta coinvolto in una caduta e poco dopo Giulio Ciccone ha una noia meccanica. La squadra si divide fra i due capitani. Cicco rientra con l’aiuto dell’immenso Jacopo Mosca, e Pedersen con Houle fa un numero.

Risale con il sangue freddo tipico della gente del Nord. Resta glaciale, non si innervosisce, spreca poche energie. Houle fa a spallate con chiunque e Mads lo segue. Risalgono da dentro il gruppo: chi ha corso sa quanto è difficile. Solo per riprendere la testa si allargano un attimo sull’esterno.

E al chilometro finale la maglia rosa è piazzata in modo perfetto. A nostro avviso a rompergli le uova nel paniere è Kaden Groves. Lo sprint è partito. Siamo agli 800 metri. L’australiano non ha il suo gregario: smette di pedalare. In quel momento cala la velocità e Pedersen resta un filo dietro.

«Ho capito perfettamente a quale momento vi riferite – spiega Bennati – è il corridore della Alpecin-Deceuninck che smette di pedalare e Pedersen viene un po’ chiuso. Magari se la sarebbe potuta giocare meglio fino alla fine. Però è anche vero che sulla carta ci sono sprinter con uno spunto più veloce di lui… almeno in una tappa piatta e facile. Perché poi alla distanza e su percorsi più duri lui è uomo di fondo e automaticamente torna ad essere il più veloce».

Come a dire che questa, al netto dei problemi avuti nel circuito e allo sprint, non era la tappa migliore per l’ex iridato.

La solitudine di Munoz: per lui fuga solitaria di 131 km
La solitudine di Munoz: per lui fuga solitaria di 131 km

Recriminazioni Kooij

E veniamo allo sconfitto: Olav Kooij. Edoardo Affini aveva fatto un ottimo lavoro e, forse, vista la velocità con cui è piombato sull’arrivo, chi ha più da recriminare è proprio Kooij. Van Uden ha toccato i 69,2 chilometri orari. Di certo Kooij ha demolito il muro dei 70.

«L’ho detto anche al Processo alla Tappa – continua Bennati – Affini ha svolto un lavoro esemplare, e Kooij ha sbagliato a non seguirlo. Semmai alla Visma | Lease a Bike è mancato un uomo (Van Aert? ndr), così mi è sembrato. Kooij non è uno sprinter che fa le volate di testa: per me si è spostato e si è lasciato scivolare un filo dietro. Ma ha sbagliato a seguire quell’istinto, in questo caso».

E a proposito dell’uomo in meno: era decisamente Wout Van Aert. Bennati ci aveva visto giusto. Il team manager dei gialloneri, Marc Reef, a fine corsa ha dichiarato che Wout voleva fare l’ultimo uomo, anche per questioni di stress inferiore. Il che ci sta, visto il momento che sta passando il fuoriclasse belga. Ma non ci è riuscito.

«Ha provato più volte, ma poi si è sempre ritrovato indietro – ha detto Reef a Wielerflits – immagino sia frustrato per non essere riuscito a svolgere il suo lavoro, tanto più che lui è un vero uomo squadra e aveva insistito per essere il lead-out».

La tripletta olandese a Lecce: Van Uden, Kooij e Zijlaard
La tripletta olandese a Lecce: Van Uden, Kooij e Zijlaard

Festa Van Uden

I ragazzi della Picnic- PostNL invece non hanno sbagliato nulla. Un lancio esemplare: compatti, veloci.

«Ammetto – continua Bennati – che Van Uden non l’avrei messo tra i superfavoriti per gli sprint. Poi magari vincerà tre tappe e parleremo di un velocista emergente. E’ stato molto bravo. Ha fatto una volata di testa, lunga, e ha mantenuto sempre una velocità molto alta. Nulla da dire».

Ma chi è Casper Van Uden? E’ un giovane olandese del 2001, ex pistard (passato che gli è tornato utile su questo circuito tortuoso), un ragazzone potente.

Lo avevamo visto anche in Turchia. Lì, a dire il vero, non aveva brillato. Ma ci dicevano stesse preparando il Giro d’Italia. Che quelle prestazioni erano figlie di un percorso di avvicinamento ad hoc al suo primo grande Giro. Evidentemente avevano ragione.

E proprio dalla Turchia parte Van Uden: «Non ho vinto da solo – ha detto subito – ha vinto tutta la squadra: i ragazzi che sono qui e tutto lo staff, anche coloro che lavorano in sede. Abbiamo fatto un ottimo lavoro con il treno fin dall’inizio della stagione, così come in Turchia la settimana scorsa, gara che ci è stata utilissima».

Van Uden aveva corso molto fino alle classiche veloci del Nord, fino alla Gand, insomma. Poi aveva salutato tutti e si era allenato sodo, anche se non sempre tutto è filato liscio.

«Ho vinto la prima volata del mio primo grande Giro, ma non credo sia una sorpresa. A volte dovrei credere in me stesso quanto ci credono i miei compagni. Non ho dovuto prendere vento fino ai 200 metri dal traguardo. So di avere una buona volata lunga, quindi ho dato il massimo e ho dato tutto quello che avevo fino al traguardo. Non so cosa riserverà il futuro, ma per ora sono felice di questa vittoria».

Il futuro non si sa cosa dirà, ma certo quei 1.590 watt di picco massimo e 1.280 medi nei 13 secondi di sprint poca cosa non sono!

Cosa c’è dietro le quinte del Cycling Stars Criterium?

13.05.2025
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Il prossimo 2 giugno si terrà a Pieve di Soligo la 10ª edizione del Cycling Stars Criterium, la kermesse di fine Giro d’Italia che porta i grandi campioni del ciclismo nelle piazze delle città venete. Ma come si organizza un evento del genere? Quando iniziano i preparativi, quali sono le difficoltà maggiori e quali le soddisfazioni?

Per andare a dare uno sguardo nel dietro le quinte abbiamo contattato Enrico Bonsembiante che, assieme ad Alessandro Ballan, è l’anima del Cycling Stars Criterium.

Bonsembiante, assieme ad Alessandro Ballan, organizza il CSC dal 2015 (qui con alle spalle Elisa Longo Borghini)
Bonsembiante, assieme ad Alessandro Ballan, organizza il CSC dal 2015 (qui con alle spalle Elisa Longo Borghini)
Enrico, quest’anno il Criterium compie dieci anni, un bel traguardo

Sicuramente. Le prime due edizioni le abbiamo fatte nel 2015 e nel 2016 a Valdobbiadene, con un format un po’ diverso, ma già facendo incontrare i bambini con i professionisti. Poi ci siamo spostati per due anni a Montebelluna e successivamente a Belluno – 2019 e 2021 -.  Nel 2022 siamo tornati a Valdobbiadene e, infine, dal 2023 siamo approdati a Pieve di Soligo.

Entriamo nel merito. Quando si inizia ad organizzare un evento simile? 

Presto, già l’inverno precedente. Come prima cosa bisogna trovare la località, anche se negli ultimi tre anni siamo stabilmente a Pieve di Soligo e questo certamente ci aiuta. Poi naturalmente occorre trovare le risorse economiche, cioè bussare a potenziali partner e sponsor. E poi c’è tutto un lavoro delicato con l’amministrazione per organizzare al meglio permessi, piano di sicurezza, hospitality, ambulanze e tutto il necessario a livello burocratico. Dietro c’è un lavoro davvero importante, la gente magari non se ne rende conto quanto arriva lì la sera, ma a monte ci sono ore e ore passate negli uffici e al telefono per fare in modo che il giorno del Criterium sia tutto perfetto. Quel giorno ci sono 100 persone che lavorano per noi, per fortuna negli anni io e Alessandro abbiamo creato un grande gruppo di lavoro che funziona molto bene.

La sera del Criterium c’è al lavoro un centinaio di persone, tra cui gli addetti all’hospitality
La sera del Criterium c’è al lavoro un centinaio di persone, tra cui gli addetti all’hospitality
Come funziona la fase del reclutamento degli atleti?

Quella è forse la più complicata. Con gli ex corridori e con le donne è un po’ più facile, infatti abbiamo già la conferma ufficiale della partecipazione di Elisa Longo Borghini, la campionessa europea Lorena Wiebes, Barbara Guarischi e Soraya Paladin. Con i professionisti è ovviamente più difficile, perché dobbiamo intercettare gli atleti a maggio, durante il Giro, cioè a pochi giorni dal Criterium, trovare il momento giusto per parlare con loro e con i manager è fondamentale. Il fatto che il Giro arrivi a Roma complica un po’ tutto a livello logistico, comunque la risposta è molto buona.

Immaginiamo che avere tra gli organizzatori un personaggio come Alessandro Ballan dia una bella mano per convincere anche i grandi nomi

Avere accanto un campione del mondo ti apre molte porte, non c’è dubbio. Come anche per lui è importante avere vicino un braccio operativo. Lui ha la capacità di avvicinarci agli sponsor e ai corridori, poi io mi occupo del resto. Ormai lavoriamo assieme da molti anni, durante i quali ci siamo creati un’immagine credibile, le persone ci stimano e questo, ovviamente, rende le cose più facili ogni giorno che passa. 

Da diverse edizioni è stata inserita la gara femminile, sempre più seguita: qui Paladin, Ragusa e Longo Borghini
Da diverse edizioni è stata inserita la gara femminile, sempre più seguita: qui Ragusa e Longo Borghini
Ai corridori viene dato anche un gettone di presenza, giusto? 

Certo perché si tratta di professionisti, è il loro lavoro ed è giusto che siano pagati per svolgerlo. Alla fine si tratta di logiche aziendali in cui si cerca di portare a casa i migliori nomi al miglior prezzo, spiegando anche il valore che il Criterium può avere per loro. Diversi corridori mi hanno già contattato spontaneamente, altri invece li cerchiamo noi. Ma gli facciamo sempre capire che partecipare a questo evento è importante per farsi vedere da vicino, per entrare ancora di più nel cuore dei tifosi

Restando ancora un attimo sulle questioni economiche. Quanto costa, in tutto, una serata del genere? 

In tutto siamo sui 200 mila euro. Sembra molto, ma in questo modo portiamo in una città un evento di altissimo livello che fa molto bene a tutto il territorio. Il giorno del Criterium, Pieve di Soligo si riempie di migliaia di persone, i locali finiscono le scorte del magazzino, tutti gli hotel nel raggio di 30 km sono pieni. Che è poi il motivo per cui le amministrazioni pubbliche ci supportano, in primis la Regione nella persona di Alberto Villanova e il Comune con il sindaco Stefano Soldan, che ci tengo a ringraziare pubblicamente.

L’evento è anche un’occasione per assaggiare le tipicità locali, come lo spiedo gigante di Pieve di Soligo
L’evento è anche un’occasione per assaggiare le tipicità locali, come lo spiedo gigante di Pieve di Soligo
In questi anni avrai molti aneddoti da raccontare… 

Il primo che mi viene in mente è personale. Più di una volta il Giro è arrivato a Roma e finite le premiazioni la sera sono partito in macchina e ho guidato quasi tutta la notte, per arrivare direttamente a Pieve di Soligo il giorno del Criterium. Ma ce ne sono molti che riguardano gli atleti. Per esempio nel 2022 a Valdobbiadene è venuto Cavendish e a fine serata mi ha detto che non si era mai divertito così tanto in una gara di bici. Questo perché i corridori arrivano da noi dopo un periodo di grande pressione e quella sera finalmente possono rilassarsi.

Con altri si fa più fatica?

L’anno scorso per avere Tiberi, la Maglia Bianca del Giro 2024, c’è stata una trattativa incredibile con il manager e la squadra, poi è venuto e alla fine non faceva che ringraziarmi. Un altra cosa che non si sa è che sempre l’anno scorso eravamo disposti a noleggiare un elicottero per portare gli atleti da Roma a Pieve di Soligo. Poi abbiamo fatto diversamente, ma noi siamo disposti a tutto per rendere la serata unica.

Lo scopo del Criterium è avvicinare i campioni ai tifosi, specialmente ai più piccoli. Qui sopra, nel 2024, Milan, Vendrame e Tiberi
Lo scopo del Criterium è avvicinare i campioni ai tifosi, specialmente ai più piccoli. Qui sopra, nel 2024, Milan, Vendrame e Tiberi
Tanto lavoro insomma, che poi però ripaga a vedere i numeri che crescono di anno in anno. Cosa ti resta più di tutto una volta finito l’evento?

Le facce delle persone, dei tifosi, soprattutto i più piccoli. Negli ultimi anni facciamo accompagnare i campioni alla partenza dai bambini, perché quel momento lasci a loro un ricordo indelebile. Ho visto mamme che piangevano dalla commozione, e questo per noi non ha prezzo.

Abbiamo detto che la prossima edizione del Criterium sarà la 10ª. Per festeggiare questo traguardo porterete a Pieve di Soligo la Maglia Rosa? 

Sì, l’obiettivo è quello, sicuramente. E se non dovessimo riuscirci stiamo già lavorando per un altro grande colpo a sorpresa. 

Piedi e benessere: quando il plantare cambia la vita

13.05.2025
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DURAZZO (Albania) – Seduto sui gradini del pullman a un’ora dalla partenza del Giro d’Italia, Filippo Fiorelli si è prestato a raccontarci un aspetto della sua dotazione tecnica: il plantare. Il tema è spesso sottovalutato. Del piede si parla poco, ma chiunque sia stato in bicicletta per più di sei ore, sa che il mal di piedi è uno dei peggiori. E se il sollievo nel togliere gli scarpini è una bella sensazione, evidentemente c’è un problema che andrebbe affrontato.

Filippo Fiorelli, 31 anni, sta correndo il sesto Giro d’Italia
Filippo Fiorelli, 31 anni, sta correndo il sesto Giro d’Italia

Perfetta aderenza

La VF Group-Bardiani utilizza il plantare BMZ di cui Adriano Malori è da tempo convinto sostenitore. Il motivo di interesse deriva dal fatto che l’obiettivo dell’azienda giapponese che li produce è mettere il piede nelle condizioni di lavorare in libertà, creando l’arco plantare naturale grazie alla pressione esercitata fra l’osso cuboide e il calcagno. Senza costrizione dei vasi sanguigni. Le dita sono così scaricate dall’eccesso di pressione e la muscolatura della gamba ha una miglior attivazione.

«L’ho provato per la prima volta l’anno scorso – dice Fiorelli – quando ci siamo visti nella zona di Reggio, vicino alla sede della squadra. C’era anche Malori e ci hanno spiegato come funziona. Visto che io non usavo niente di particolare, ma tenevo le solette degli scarpini, li ho provati e mi sono trovato bene. La sensazione è che ti riempia il piede, non sono plantari su misura però si adattano a tutti, con la suola che aderisce alla perfezione alla pianta. E’ un vantaggio? Certo. Se pensi che il piede potrebbe posare su una superficie che non è pari, magari sul momento non te ne accorgi, però con l’andare delle ore in bicicletta può creare dei fastidi».

Incuriositi dal racconto di Fiorelli, il quale ha aggiunto che cambia il plantare durante la stagione al momento di cambiare le scarpe, ci siamo rivolti a Filippo Agnetti, CEO di BMZ Europe. Quello che ci incuriosiva è l’universalità del loro prodotto, a fronte di aziende che producono scarpe su misura partendo dal calco del piede.

In che modo BMZ lavora con la squadra della famiglia Reverberi? 

Dopo aver incontrato Roberto Reverberi, cui abbiamo fatto provare il plantare, abbiamo incontrato gli atleti e chiesto di sapere quali plantari usassero. Poi abbiamo iniziato a fornirgli i vari prodotti che avevamo in produzione qui in Italia e a tanti di loro abbiamo chiesto di testare anche quello in carbonio che arriva direttamente dal Giappone. Poi abbiamo aspettato i loro feedback per capire quali volessero. Se quello più morbido in doppio Eva che produciamo qui o quello più duro.

In che direzione è andata la scelta?

Hanno tutti optato per i modelli più rigidi con l’inserto in carbonio o con la doppia EVA rinforzata, mentre per l’uso quotidiano gli abbiamo fornito un plantare Ccomfort. Il concetto di poggiare sul cuboide e scaricare le dita è attuale anche quando si tratta di camminare o correre a piedi. Così abbiamo fornito plantari per la vita di tutti i giorni, come pure per la palestra.

Lo spessore tra il cuboide e il calcagno fa sì che si crei l’arco plantare naturale (depositphotos.com)
Lo spessore tra il cuboide e il calcagno fa sì che si crei l’arco plantare naturale (depositphotos.com)
Prima di fornire i plantari avete verificato che i piedi dei corridori non avessero delle problematiche?

Diciamo che la diversità del nostro plantare, che per alcuni è un pregio e per altri magari è un difetto, è che si adatta al 99,9 dei piedi. Non avendo il supporto dell’arco plantare, ma essendo praticamente una soletta quasi piatta, con la sola protuberanza nella posizione del cuboide, il piede è libero. A differenza di un plantare su misura o di quasi tutti i plantari che vengono inseriti in alcune scarpe, per i quali il piede è vincolato, dato che l’arco plantare creato dalla suola comprime il piede. Il nostro plantare mantiene il piede libero, creando l’arco plantare in modo naturale.

In che modo?

Viene sollecitata la parte compresa fra il cuboide e il calcagno, che è studiata con questo brevetto. E’ l’unico punto del piede che, sollecitato, ti permette di creare l’arco plantare in modo naturale. Sembra di essere a piedi nudi: le dita si allargano e il piede si arriccia. Pertanto non c’è bisogno di verificare o di prendere l’impronta del piede.

E va bene per tutti?

Chiaramente può esserci chi preferisce il sostegno dell’arco plantare, non è detto che il nostro prodotto sia apprezzato da tutti, perché comunque dà una sensazione molto diversa da tutti gli altri.

Anche nello sprint, la possibilità di sfruttare le dita dei piedi nella spinta è molto importante
Anche nello sprint, la possibilità di sfruttare le dita dei piedi nella spinta è molto importante
Fiorelli dice che cambia il plantare ogni volta che cambia le scarpe.

Dipende dall’utilizzo. Se si si parla di un plantare per il running, ci sono stati degli atleti che fanno OCR, quindi corsa a ostacoli, che li cambiano ogni due mesi. Invece per un ciclista, che lo sottopone a uno schiacciamento più omogeneo, potrebbe durare molto di più, anche 6-7 mesi. Però non c’è modo di stabilire una durata uguale per tutti.

Siete in contatto diretto con gli atleti?

Sì, perché c’è chi ha bisogno di qualcosa in più o di diverso. Ad esempio Tarozzi ha voluto un’altra coppia di plantari per le scarpe di scorta. Sono esigenze individuali, ma quello che più conta è avere da loro delle osservazioni che ci permettano di migliorare ancora.

Non le sembra che generalmente ci sia poca attenzione al piede?

In Europa è così, al punto che scarpe da diverse centinaia di euro viaggiano con solette sottili e quasi inesistenti, che infatti i corridori sostituiscono con plantari su misura. Posso capire su prodotti a buon mercato, ma sull’altissimo livello lo trovo incomprensibile. Questi prodotti sono nati in Giappone 15-20 anni fa per la quotidianità. Il presidente lavorava per lo sci e faceva scarponi su misura. Poi ha lavorato in aziende del ciclismo e ha visto come effettivamente ci fosse poco interesse per i plantari. Per questo ha cominciato a studiare e ha realizzato il brevetto, per lo sport, ma anche per l’esercito.

Tarozzi, qui alla Tirreno-Adriatico, ha chiesto doppia fornitura di plantari per le scarpe di scorta
Tarozzi, qui alla Tirreno-Adriatico, ha chiesto doppia fornitura di plantari per le scarpe di scorta
In fondo è un ragionamento semplice…

Questo plantare ti permette di utilizzare le dita dei piedi e pertanto di attivare tutta la muscolatura, partendo proprio dalle dita e interessando dei muscoli che non muoviamo mai perché spesso il nostro piede è… morto dentro la scarpa. Le dita sono strette fra loro e solo da poco stanno iniziando a fare scarpe più larghe davanti. Prima si guardava più il look e il piede era stretto come fosse su una tavoletta.

Parecchio scomodo…

Un conto è stare in piedi con una tavoletta sotto il piede, altro stare in piedi con le dita allargate, usando tutta la muscolatura. Il beneficio si estende alla schiena e alle articolazioni. Per questo vale la pena rifletterci.

Velo cittì: le certezze delle veterane e i primi passi tra le giovani

13.05.2025
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Marco Velo in questo momento si trova al Giro d’Italia, che ieri ha goduto del giorno di riposo aggiuntivo derivato dalla partenza in Albania. La carovana è tornata nel nostro Paese e ognuno ha avuto il suo bel da fare. Il neo cittì della nazionale femminile si trova alla Corsa Rosa come regolatore di percorso. Da qualche anno svolge questo ruolo per RCS Sport & Events e nonostante il grosso incarico della Federazione i suoi impegni non sono cambiati. Sicuramente il bresciano saprà trovare il giusto equilibrio per dirigere la nazionale femminile, ruolo ereditato da Paolo Sangalli a sua volta passato nel WorldTour con la Lidl-Trek (i due sono insieme a Elisa Longo Borghini alle Olimpiadi di Parigi nella foto di apertura). 

I primi impegni di stagione hanno evidenziato come Elisa Longo Borghini sia ancora il faro del movimento azzurro
I primi impegni di stagione hanno evidenziato come Elisa Longo Borghini sia ancora il faro del movimento azzurro

Nuove misure

Il ruolo di tecnico si addice a Marco Velo, che fino al 2024 è stato il responsabile delle cronometro azzurre per ogni categoria. E’ chiaro che rispetto al precedente incarico la mole di lavoro sia maggiore, la gestione della nazionale femminile parte dalle juniores e arriva fino alle elite. Inoltre quest’anno sta prendendo sempre più piede la categoria U23, che prima non esisteva e piano piano è stata introdotta. 

«Il ruolo non è nuovo – racconta Velo ai margini del Giro – mentre l’ambiente un pochino lo è. Le ragazze elite le conosco meglio rispetto alle juniores per ragioni di visibilità. Gestivo le loro cronometro, vero, ma la supervisione di Sangalli e il suo parere erano fondamentali. Ora ho iniziato a seguire molto di più il movimento e sono partito proprio dalle piccole. Sono stato a qualche gara per gettare le basi di un rapporto sia con le atlete che con le squadre. Per quanto riguarda le elite sono stato a Sanremo e Strade Bianche, mentre ho seguito in televisione tutta la Campagna del Nord».

Un’altra conferma per il cittì Velo è arrivata da Elisa Balsamo, capace di vincere di correre da protagonista le Classiche
Un’altra conferma per il cittì Velo è arrivata da Elisa Balsamo, capace di vincere di correre da protagonista le Classiche
Come mai non seguire le Classiche sul posto?

Ho fatto una valutazione personale. Andare alle gare vuol dire avere dei costi di viaggio e soggiorno. Siamo nell’anno post olimpico e come accade spesso la Federazione deve stare attenta alle uscite. La cosa che ho notato anche a Sanremo e Strade Bianche è che comunque anche se sono in gara devo guardare la corsa dal tablet. Sei lì, ma non puoi vedere la fasi salienti e capire come si svolge la gara. 

La stessa cosa hai fatto in questi giorni in cui Vuelta Femenina e Giro corrispondevano?

Esattamente. Per fortuna il ciclismo femminile è cresciuto parecchio in ogni aspetto e in televisione si vedono tante gare. Mi ritengo un tecnico “vecchia scuola” che non ama andare alla partenza o dopo gli arrivi a parlare con le ragazze. Preferisco lasciarle concentrate e parlare a mente fredda. Inoltre c’è un altro aspetto…

Nonostante l’assenza di vittoria di tappa alla recente Vuelta Espana Femenina Letizia Paternoster ha vestito la maglia rossa
Nonostante l’assenza di vittoria di tappa alla recente Vuelta Espana Femenina Letizia Paternoster ha vestito la maglia rossa
Quale?

Abito vicino a Montichiari. Di conseguenza posso andare spesso al velodromo quando le ragazze si allenano e sappiamo tutti che le principali figure del ciclismo femminile gareggiano sia su strada che su pista. Con Bragato c’è un’ottima collaborazione e questo aspetto aiuta molto. 

Vero che le elite le conosci di più, ma serve comunque creare un gruppo?

A mondiali ed europei mi vedevo spesso con lo “zoccolo duro” del movimento: Silvia Persico, Elisa Longo Borghini, Elena Cecchini, Marta Cavalli. Per messaggio e via telefono sono in contatto continuo. Sicuramente il tutto andrà a intensificarsi quando ci avvicineremo a mondiali ed europei. 

Il ruolo con RCS Sport ha permesso negli anni a Velo di visionare i corridori sul campo, qui con Lorenzo Milesi al Giro 2024
Il ruolo con RCS Sport ha permesso negli anni a Velo di visionare i corridori sul campo, qui con Lorenzo Milesi al Giro 2024
Alla Vuelta mancavano le ragazze del cosiddetto blocco azzurro, cosa hai visto dalle altre?

Mi ha fatto piacere che Letizia Paternoster sia riuscita a indossare la maglia rossa. Anche Trinca Colonel e Borghesi si sono mosse bene. Avrò la fortuna di seguire dal vivo il Giro Women vista la mia collaborazione con RCS, quindi i prossimi mesi saranno fondamentali per avere un quadro d’insieme.

Quanto le senatrici ti hanno aiutato a entrare in questo mondo?

Molto. Cecchini, Longo Borghini, Guazzini e anche Silvia Persico mi hanno dato tante informazioni. Poi sta a me filtrarle e capire come muovermi in questa categoria. 

Qual è stata la difficoltà maggiore?

Con la categoria juniores è servito tanto l’essere sul campo. Anche alla riunioni pre gara mi sono presentato e ho detto ai tecnici di contattarmi per qualsiasi cosa. Del ciclismo femminile ho capito come le parole debbano essere pesate e che serve precisione. Sono molto attente ai dettagli e sono focalizzate su ciò che viene detto. 

Hai già programmato dei ritiri?

Con le elite non ne abbiamo in programma, sempre per la questione della gestione dei costi. Ho preferito cercare di fare qualcosa per le juniores, la volontà è quella di portarle in altura prima del mondiale in modo da dare maggiore continuità di lavoro.

Anche perché la categoria U23 cresce sempre più.

Esatto. Da quest’anno il Tour de l’Avenir Femmes aumenta i giorni di corsa che diventeranno gli stessi dei ragazzi. Inoltre il 2025 è il primo anno in cui ci sarà il mondiale riservato a questa categoria. Prima la categoria elite includeva tutte all’interno della corsa veniva premiata la migliore under 23. Anche da questo punto di vista ho un grande supporto dalla Federazione, specialmente nella figura di Amadio. 

Al Giro con Mosca, viaggio tecnico nel lavoro del gregario

13.05.2025
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E con la Alberobello-Lecce il Giro d’Italia riparte dalla sua terra. La frazione di oggi è la prima vera tappa per velocisti e tra questi c’è il favorito, la maglia rosa, Mads Pedersen. E per un Pedersen che vince (e riparte in maglia rosa), c’è uno Jacopo Mosca che tira. Di solito almeno è così.

L’immenso gregario della Lidl-Trek in queste prime tappe ha dato l’ennesima prova delle sue qualità: è un corridore solido e concreto, che svolge perfettamente il suo lavoro. E proprio con lui abbiamo parlato da un punto di vista tecnico di cosa significhi tirare per così tanto tempo. Quello di Mosca non è un lavoro “flash” come quello dell’apripista, Mathias Vacek nel caso della Lidl-Trek. No, il suo è un tirare lungo, da lontano.

Jacopo Mosca: si nota la testa già rasata per la scommessa persa con Pedersen dopo la crono di Tirana
Jacopo Mosca: si nota la testa già rasata per la scommessa persa con Pedersen dopo la crono di Tirana
Jacopo, hai tirato tanto, dovrai tirare tanto. Partiamo da questo presupposto: quando parte una tappa sai già quanto dovrai tirare?

Noi partiamo sempre con il nostro piano, con la nostra tattica e se tutto va bene, so esattamente quello che devo fare. A volte può essere un po’ di più, un po’ di meno, ma dipende anche dalla situazione di gara o dalla giornata sì o no. Se riavvolgo le prime due tappe, nella prima dovevo arrivare dopo il chilometro Red Bull, diciamo all’ingresso in Tirana, ed è quello che ho fatto. Quando hai una squadra così forte, sai che tu fai il tuo e poi c’è chi prende il tuo posto. Nella tappa di Valona invece eravamo partiti con l’idea che sarei dovuto arrivare fino allo strappo duro al chilometro 82, ma sono riuscito a passarlo e ho tirato ancora per altri 15-20 chilometri.

E questo cosa comporta?

Che sono riuscito a fare qualcosa in più, magari salvando energie a un mio compagno per il finale. Però generalmente si parte con un’idea. Verso Valona, volevamo arrivare con me sotto la salita lunga e alla fine ce l’abbiamo fatta anche lì. E’ chiaro però che non sempre tutto va come si vorrebbe.

Perché?

Ogni tanto cambiano le situazioni, specie nelle prime tappe dove c’è tanto stress per le posizioni. Magari dopo 50-60 chilometri arrivano altre squadre a lottare, quindi sei costretto a spingere un po’ di più, se vuoi stare ancora lì, quando invece potresti conservare qualche energia ulteriore.

Dopo che hai finito di lavorare cosa fai? Ti stacchi e vai regolare? Cerchi un gruppetto? Tieni duro?

Dipende dai momenti. Tipo l’altro ieri, quando ho finito di lavorare mi sono subito spostato, sapendo che c’era già un gruppetto dietro. Poi quando mi sono staccato io, si sono staccati anche altri 15 corridori circa e abbiamo fatto un gruppetto nostro. Nella tappa di Tirana invece ho provato a tenere duro perché a ruota si stava molto meglio di quel che sembrava. Sono quasi riuscito a passare la prima salita, ma mi sono staccato a un chilometro e mezzo dalla cima. L’idea era di provare a superarla una volta e tornare davanti.

La tappa di oggi, la quarta di questo Giro, da Alberobello a Lecce: 187 km nei quali Mosca sicuramente sarà chiamato in causa
La tappa di oggi, la quarta di questo Giro, da Alberobello a Lecce: 187 km nei quali Mosca sicuramente sarà chiamato in causa
Avreste avuto un uomo in più per il finale e magari Vacek avrebbe lanciato più forte la volata…

In realtà non è tanto quello. Magari puoi salvare un uomo in più che può poi lavorare meglio o, per esempio, non usare per forza Ciccone. Anche se lui ha fatto una selezione che solo lui poteva fare, quindi l’avremmo usato comunque. Però soprattutto in pianura, anche solo 200 metri in più o in meno possono aiutare un compagno ad avvicinarsi al chilometro finale. Tenere di più non è mai fondamentale, ma può fare la differenza.

Parliamo del ritmo: come lo imposti? Guardi i watt? Te lo indica il capitano?

Siamo sempre diretti bene dalle ammiraglie, ma ci basiamo anche sul feeling nostro e su cosa fa la fuga. Se la fuga va a 40 all’ora, devi andare a 40 all’ora per mantenere il distacco o a 42-45 per chiudere. Se la fuga va forte, devi andare forte anche tu. Ma se va forte, si esaurisce anche prima.

Quindi comanda la fuga e il tempo che avete deciso di lasciargli?

Sì, esatto: comanda la fuga. Verso Valona per esempio avevamo detto che anche con quattro minuti potevamo stare tranquilli. Ma quando in fuga ci sono Tarling, Tonelli, De Bondt, Germani… è un problema. Era una fuga forte e la tappa era corta, il terzo giorno non puoi permetterti di lasciare troppo. E poi bisogna vedere se ci sono altre squadre a darti una mano: domenica eravamo noi e la Red Bull-Bora, quindi fattibile. Se fossi stato da solo, diventava dura tenere quei sei corridori a tre minuti.

Soprattutto per te!

Esatto, e con Gianni Moscon non è stato un tirare semplice ieri, ma ce l’abbiamo fatta. Posso dire che i dati a fine tappa erano alti.

La disposizione degli uomini non è casuale. Prima entra in scena Mosca, poi a seconda del percorso gli scalatori e infine l’apripista per Pedersen
La disposizione degli uomini non è casuale. Prima entra in scena Mosca, poi a seconda del percorso gli scalatori e infine l’apripista per Pedersen
Ce ne puoi dire qualcuno?

Tirando là davanti, ho fatto due ore e mezza a più di 340 watt normalizzati e 305 di media. Circa 5,2 watt per chilo. Niente di impensabile, ma sono bei numeri. Soprattutto perché mantenuti a lungo. E il percorso non era semplice.

Un aspetto affascinante del vostro lavoro è stato il ritmo chirurgico in salita: forte per fare selezione, ma giusto per tenere dentro Pedersen. Come si imposta quel ritmo? E’ Pedersen che comanda?

Sì, è lui che detta il ritmo e ti dice se aumentare o calare in base a come si sente. In quei casi corridori come Verona o Konrad, che ha fatto top 10 nei grandi Giri, ti fanno capire quanto sia alto il livello del team. O Ciccone che fa un’azione simile… E’ chiaro che è Mads che decide. Poi in questo momento sta così bene che probabilmente rimarrebbe con i primi 30 anche in salita.

Cos’altro conta in quei momenti?

La gestione dalla macchina. Loro osservano da dietro e ci dicono: «Okay, ragazzi, si stanno staccando tot corridori», oppure: «A ruota si sta benissimo, non state staccando nessuno». Sono informazioni importanti. E sapere di tirare per uno come Mads, che sta bene e finalizza, dà fiducia.

Quando parte la fuga e mancano 130 chilometri e sai che dovrai tirare per due ore, a cosa pensi?

Dipende. In una tappa come quella di Valona non avevo tempo di pensare, non era facile. Alla Sanremo, che è più lunga e più controllabile, cerco sempre di focalizzarmi sulla gara. Poi magari qualche pensiero ti viene, ma appena arriva il mal di gambe smetti di pensare. Però c’è sempre una canzone che ti gira in testa, cambia ogni volta. Magari è un ritornello sentito il giorno prima.

La messa a fuoco non è ideale, ma questa foto spiega bene quel che dice Mosca: «E’ Pedersen che in salita detta il ritmo» (foto Instagram)
La messa a fuoco non è ideale, ma questa foto spiega bene quel che dice Mosca: «E’ Pedersen che in salita detta il ritmo» (foto Instagram)
Quando tiri devi prendere aria e sappiamo quanto sia importante l’aerodinamica: hai una posizione preferita alla tua velocità di crociera?

Sì, l’aerodinamica oggi conta tantissimo: si vede da abbigliamento, caschi, bici… A volte si vedono cose un po’ troppo estreme. Io non sono estremo. Non mi metto a guardare il calzino, perché i nostri capi di abbigliamento sono già il top. So che il nostro body è veloce, i nostri calzini aero sono veloci. Non ho mai esagerato con le leve girate, per dire…

Chiaro…

Nella mia velocità di crociera tengo le mani alte, ma molto raccolto, con i gomiti ben piegati e la schiena bassa. E ovviamente in discesa mani sotto, con la bici pronta a metterla dove voglio.

Come hai saputo che aveva vinto Pedersen?

Ero con un gruppetto a 7-8 chilometri dall’arrivo e ho sentito l’urlo per radio. In realtà ero già andato dietro alla seconda ammiraglia a chiedere. Poi, quando ho sentito l’urlo per radio e la macchina suonare il clacson per festeggiare, ho capito che avevamo vinto. E’ bello quando hai un capitano deciso e determinato, perché alla fine sai che fai un lavoro che porta a qualcosa.

Colnago V5Rs, una bici da agonista senza compromessi

12.05.2025
5 min
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Colnago V5Rs è molto più che l'erede della V4Rs, è una bici tutta nuova nel progetto, nella sostanza e nelle prestazioni. E' certamente leggera ed elegante, ma è anche briosa, a tratti perentoria. Con tutta sincerità è la prima Colnago che si mostra così "cattiva", perché va guidata con decisione, a tratti senza tentennamenti, al tempo stesso è davvero gratificante.

Dopo la presentazione ufficiale e dopo aver visto la Colnago V5Rs primeggiare con il solito Pogacar, anche noi (a nostro modo) abbiamo voluto testarla a fondo, mettendola sotto torchio e mettendo noi stessi alla prova.

Rispetto alla V4Rs cambia tutto. Cambiano le risposte e l’impostazione in sella. Cambia radicalmente il feeling di una bici che, rispetto alla precedente, è un purosangue come poche altre, ma è anche più impegnativa ed esigente. Entriamo nel dettaglio della nostra prova.

Una taglia 51, con il manubrio integrato Colnago CC.01, la trasmissione Sram Red AXS (48×35-10×30). Le ruote sono l’ultima versione delle Vision SC45 gommate Pirelli da 28 (con camera d’aria), mentre la sella è Prologo modello Scratch M5 Nack. Il peso rilevato è di 6,85 chilogrammi (senza pedali), versione che ha un prezzo di listino di 11.800 euro.

La prima fase del test a Desenzano, poi circa 700 chilometri sulle nostre strade (foto Nicola Vettorello)
La prima fase del test a Desenzano, poi circa 700 chilometri sulle nostre strade (foto Nicola Vettorello)

Non è solo una questione di numeri

Ormai si contestualizza tutto grazie ai numeri, ai dati, eppure c’è ancora spazio per le sensazioni. Se vai forte e spingi pesante sui pedali, ma sei scomodo, prima o poi arriva la fase di cedimento. Se vai forte, sei comodo sulla bici e ti senti bene, sei un tutt’uno con il mezzo meccanico che ti segue e risponde ad ogni tua esigenza, i numeri diventano il giusto completamento di una gratificazione che, prima di tutto è personale. Questa considerazione è a nostro parere la sintesi perfetta di quello che rappresenta la Colnago V5Rs. E’ una bicicletta che trasmette tantissimo in fatto di resa tecnica, ma deve essere cucita in modo perfetto sulle esigenze dell’utilizzatore.

Colnago V5Rs è una di quelle bici dal DNA corsaiolo che quasi non traspare, se il giudizio parte dalla pura considerazione estetica. E’ sfinata, quasi minimale ed essenziale, non è voluminosa ed ingombrante. E’ elegante. Quando si monta in sella la valutazione relativa all’immagine che offre non cambia, ma quella convinzione di bici comoda e docile sparisce in un amen. Invita a spingere ed alzarsi di sella andando ben oltre i numeri che si leggono sul Garmin.

Cosa cambia rispetto alla V4Rs

Cambia tutto. Andiamo oltre al peso del telaio e della bici completa. Andiamo oltre i numeri di Pogacar, di quello che esprime quando è sulla V5Rs e proviamo a ragionare nell’ottica di una sfruttabilità di persone normali, che hanno wattaggi normali e usano una V5Rs prima di tutto per soddisfare il proprio ego, passione e voglia di pedalare su una bella bici.

La V5Rs è una bici molto più veloce a parità di allestimento, soprattuto nei tratti pianeggianti, vallonati e dove è necessario rilanciare la bici uscendo di sella. In questi contesti si percepisce il grande lavoro (che si può tradurre in una rigidità maggiore) che è stato fatto sull’intero comparto centrale. E’ molto più tosto rispetto al precedente e segue con una fedeltà non comune, diventando una bici estremamente divertente/efficiente/gratificante proprio in fase di cambio di ritmo. Paradossalmente (sempre dal lato utilizzo, al netto dei numeri), la bici risulta più comoda e fluida quando si pedala da seduti.

E’ completamente stravolto il setting della pedalata, a parità di taglia e biomeccanica. La V5Rs porta ad avere, in modo maggiore, il corpo centrato sul piantone e tutto caricato sull’anteriore. Si è molto più efficienti nelle diverse fasi di spinta ed in salita questo cambio emerge all’ennesima potenza. E’ altrettanto necessario darsi del tempo per abituare la pedalata ed a una dinamica dello sforzo che cambia inevitabilmente. In discesa la nuova Colnago è una belva, che impegna e deve obbligatoriamente essere guidata con tanta concentrazione, ma è una bicicletta chirurgica.

In conclusione

Per quello che concerne lai resa tecnica, una volta su strada, la nuova V5Rs offre tantissimo, ma chiede anche molto (sempre nell’ottica di essere sfruttata per quello che è e al massimo delle potenzialità). Colnago ha fatto bingo, perché sfruttando le caratteristiche e le richieste di Pogacar, mette sul piatto una bicicletta che non solo sfrutta i moderni canoni delle geometrie, ma diventa la Colnago più leggera e più corsaiola di sempre.

La V5Rs è una bicicletta che indossa l’abito da cerimonia ed il papillon, in realtà sotto nasconde una forza e una prepotenza non da sottovalutare, soprattutto per chi in bicicletta pedala per diletto. Eppure, come spesso ci piace sottolineare durante i bike test, le perentorietà caratteriali del mezzo, se gestite nel modo corretto e plasmate sulle esigenze soggettive, si trasformano in divertimento e piacere di guida. La V5Rs è una di quelle bici che possono fare la differenza? La risposta è sì, la Colnago V5Rs è una bicicletta super top di gamma che invita a stare con il gas aperto ed è superlativa un po’ su ogni terreno.

Colnago

La ripartenza dei paralimpici. Addesi fra medaglie e discussioni

12.05.2025
6 min
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Anche l’attività paralimpica è ripartita e anzi ha già vissuto un importante evento internazionale come la prova di Coppa del Mondo di Ostenda (BEL) dove la rinnovata nazionale ha fatto davvero faville, con 13 medaglie in totale (5 ori, 2 argenti e 6 bronzi).

Era il primo test per Pierpaolo Addesi, rinnovato alla guida del settore dopo la chiusura del quadriennio olimpico. Anzi, con una prospettiva diversa, essendo state unificate sotto la sua guida strada e pista. E il tecnico azzurro si è subito messo all’opera per trovare forze fresche, considerando l’età avanzata di alcuni esponenti storici. Una ricerca non scevra anche di qualche mugugno, considerando che c’è chi dice che stia andando a cercare nuovi azzurri nel mondo professionistico o giù di lì andando a spulciare eventuali appigli sanitari per inserirli fra le categorie paralimpiche.

Pierpaolo Addesi, impegnato in un difficile lavoro di scouting sostenuto da FCI e CIP
Pierpaolo Addesi, impegnato in un difficile lavoro di scouting sostenuto da FCI e CIP

Addesi non si tira indietro rispetto a un argomento che può risultare spinoso, ma per affrontarlo bisogna farlo con la giusta attenzione: «Siamo in un momento di passaggio, come ogni quadriennio. Già ai mondiali di Zurigo si era capito che avevamo bisogno di forze fresche perché alcune delle nostre colonne volevano chiudere o non erano più al livello d’eccellenza. Ho iniziato a girare, a prendere contatto con le società ma mi sono trovato di fronte un muro che spero di abbattere con la loro collaborazione».

Perché?

Basta guardare all’estero, dove ci sono tanti ciclisti elite che fanno la loro regolare attività su strada ma che hanno malformazioni, o dalla nascita o frutto di qualche incidente, che consente loro di fare anche attività parallela nel paraciclismo. Cosa significa ciò? Che alla società non si toglie nulla, anzi si aggiunge qualcosa a livello di vetrina, di messaggio culturale. Invece si pensa che se a un ciclista si propone di fare attività nel nostro settore, lo si vuole portar via.

Piazza d’onore per Chiara Colombo ed Elena Bissolati, tandem che finora ha privilegiato la pista
Piazza d’onore per Chiara Colombo ed Elena Bissolati, tandem che finora ha privilegiato la pista
Dall’altra parte però c’è chi dice che si cercano scorciatoie…

Non è assolutamente così. Io applico solamente quelle che sono le regole in vigore. Se un ciclista, per fare un esempio, ha un polpaccio inferiore all’altro, per qualsiasi ragione, potrebbe rientrare in una specifica categoria e può competere in quella. Perché non farlo allora? Molti non lo sanno neanche. Guardate ad esempio Dementiev, l’ucraino campione paralimpico che da tanti anni fa la sua attività nelle continental. O la stessa Cofidis, che nel suo roster ha due atleti con regolare contratto professionistico che fanno attività paralimpica.

E’ anche un problema culturale?

Forse, ma io ci vedo più ignoranza, nel senso letterale del termine. Dimenticando che facendo attività nazionale paralimpica si acquisiscono i requisiti per avere un contratto con un corpo militare e quello puoi tenerlo per tutta la vita. Si va anche al di là del puro discorso sportivo – avverte Addesi – Deve essere chiaro il fatto che da parte mia e della federazione non c’è alcuna forzatura, applichiamo solo la classificazione internazionale. Per rientrare in una categoria paralimpica bisogna superare rigidi esami medici da parte della commissione internazionale, che fra l’altro è diventata anche molto più severa e a tal proposito posso raccontare un aneddoto…

Protagonista assoluta in Belgio Roberta Amadeo, vincitrice sia in linea che a cronometro
Protagonista assoluta in Belgio Roberta Amadeo, vincitrice sia in linea che a cronometro
Prego…

A Parigi c’è stato un atleta che cogliendo il secondo posto ha impedito a Giorgio Farroni di vincere la medaglia olimpica. Questo atleta aveva una malformazione che fino all’anno prima lo faceva appartenere a un’altra categoria, poi era stata cambiata la regola. Ora è stata nuovamente cambiata e quell’atleta è tornato alla categoria precedente. Il danno è stato tutto per Farroni, che si ritrova senza una medaglia ampiamente meritata.

La tua ricerca ha portato risultati?

Qualche atleta nuovo c’è come Giacomo Salvalaggio dell’Uc Pregnana oppure Riccardo Stacchiotti, che aveva chiuso la sua carriera nel 2021. A causa di un incidente in moto nel 2023, Riccardo ha qualche problema nella mobilità di una caviglia. Sapendolo, l’ho consultato e gli ho proposto l’idea che ha accolto con entusiasmo. A Ostenda ha chiuso 5° perché deve riprendere confidenza e perché si è reso conto che le competizioni paralimpiche sono molto diverse, ma la volata del gruppo l’ha vinta con facilità.

Per Giacomo Salvalaggio, under 23 dell’Uc Pregnana, subito un bronzo nella categoria MC5
Per Giacomo Salvalaggio, under 23 dell’Uc Pregnana, subito un bronzo nella categoria MC5
Le gare di Ostenda che cosa ti hanno detto?

E’ un risultato complessivo molto buono considerando anche che in questo periodo tradizionalmente non siamo al massimo e paghiamo dazio rispetto ad altre nazioni. In primis la Francia che ha un movimento pauroso. Ne parlavo con il mio omologo transalpino, Laurent Thirionet, mi diceva che dopo Rio 2016 hanno fatto una profonda ristrutturazione del settore, con 50 atleti scaturiti da una grande ricerca. Noi ci stiamo ispirando e stiamo prendendo esempio da quel sistema. Tornando alle gare belghe, ho raccolto molte positive indicazioni

L’handbike resta il nostro pezzo forte?

Sicuramente, lì abbiamo un gruppo consolidato e sono molto fiducioso su quel che potremo fare da qui in avanti. Ma stiamo crescendo anche nelle altre categorie. Il tandem ad esempio mi dà molte speranze, con la coppia Toto-Bernard che possono solo crescere dopo aver vinto la gara in linea. Paolo rispetto a Davide Plebani è più stradista e quindi si deve ancora amalgamare con Bernard, ma sono convinto che soprattutto a cronometro hanno margini enormi, come anche Bissolati-Colombo, una coppia più per la pista ma che credo anche su strada potrà far bene.

Lo sprint vincente di Paolo Toto e Lorenzo Bernard, vittoriosi alla loro prima uscita internazionale
Lo sprint vincente di Paolo Toto e Lorenzo Bernard, vittoriosi alla loro prima uscita internazionale
Poi c’è la Cretti…

Credo che a Ostenda si sia visto il suo vero valore – afferma Addesi – Finalmente posso lavorare con lei a pieno livello, fra strada e pista. E’ un’atleta nuova, la volata che le ho visto fare mi ha riempito il cuore. Ha chiuso la parentesi dello scorso anno lavorando duro, anche fisicamente è molto più asciutta e tirata. In questo vorrei dire grazie al Team Performance che ci sta dando una grande mano, sia per la pista che per la strada. Con una direttiva ben chiara.

La smorfia di Claudia Cretti al traguardo, dopo la sua volata tanto imperiosa quanto vincente
La smorfia di Claudia Cretti al traguardo, dopo la sua volata tanto imperiosa quanto vincente
Quale?

Privilegiare quelle che sono le categorie e le specialità olimpiche. Vincere medaglie europee e mondiali in altre prove, dove la partecipazione è ridotta perché a tante nazioni non interessano, non serve a molto, noi dobbiamo concentrarci sulle prove olimpiche perché sappiamo bene che il nostro lavoro viene giudicato ogni quattro anni, in quello che è l’evento principe.

EDITORIALE / Il bello e il brutto del Giro in Albania

12.05.2025
5 min
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Dopo cinque giorni in Albania, il Giro torna in Italia e finalmente il popolo del ciclismo potrà riabbracciare i campioni e vederli sulle sue strade. In qualche modo si tratta di un ritorno a casa che però non deve, a nostro avviso, screditare la partenza appena vissuta.

Nei giorni albanesi ne abbiamo viste, vissute e sentite di ogni forma e colore. La nota comune è che la gente non sembrasse troppo informata. Ai massaggiatori della UAE Emirates, entrati in un supermarket, è stato chiesto se appartenessero a una squadra di calcio. Altro punto rilevato è stata la scarsa presenza nelle città di cartelloni inneggianti alla grande corsa italiana. Vero anche questo. Le strade al di fuori dei percorsi di gara erano messe maluccio. Il traffico non è affatto abituato a gruppi in allenamento. E i cani randagi sono stati per tutto il tempo una presenza fissa e non sempre ammiccante. Che cosa ci ha dato dunque l’Albania oltre ai milioni di euro che ha versato nelle casse di RCS Sports & Events? E che cosa potrebbe aver lasciato il Giro d’Italia?

Il premier Edi Rama ha visitato il Giro sabato per la crono. Qui un selfie con Vegni (foto Giro d’Italia)
Il premier Edi Rama ha visitato il Giro sabato per la crono. Qui un selfie con Vegni (foto Giro d’Italia)

Parte della scena

E’ stato evidente che da quelle parti il ciclismo non sia lo sport più popolare, come supponiamo che i mondiali in Rwanda attireranno l’attenzione di pochi e saranno soltanto un rumore di fondo per gli altri. Il criterio con cui si individuano i luoghi delle grandi partenze sono sicuramente prima economici e poi forse anche tecnici. E’ quindi un fatto che se l’Albania ha ritenuto di investire per portarsi il Giro a casa, un motivo ce l’aveva ed è emerso dalle parole del premier, appena rieletto.

«Un tempo sarebbe stato impensabile – ha detto Edi Rama nella sua apparizione di sabato – oggi è realtà. Il Giro parla della nostra amicizia con l’Italia, dell’apertura del Paese, della crescita della nostra immagine nel mondo. Da terra dimenticata siamo diventati protagonisti sugli schermi di milioni di persone. Vogliamo essere parte della scena, non per guardare, ma per esserci. Siamo piccoli per superficie, ma non ci mancano il coraggio e la bellezza. Siamo uno Stato europeo a tutti gli effetti».

La promozione

Quasi nessuno fra noi presenti alla grande partenza era mai stato in Albania, mentre siamo piuttosto certi che qualcuno abbia pensato almeno una volta di tornarci. Si tratta di promozione e il grande evento sportivo è la migliore cassa di risonanza. Mentre per il Paese che vuole fortemente entrare in Europa, è importante iniziare a frequentare ciò che in Europa si dà quasi per scontato.

«L’Albania è molto più che spiagge – ha detto ancora Rama – è storia, montagne, vita autentica anche lontano dalla costa. Attraverso il Giro, milioni di telespettatori scopriranno un Paese spesso giudicato superficialmente. E credo che ne rimarranno sorpresi. Oggi abbiamo atleti che gareggiano con dignità in discipline che prima neanche si nominavano. Il successo non è più un’eccezione, ma sta diventando parte della nostra normalità».

E’ un fatto che l’Albania stia crescendo, punti ad entrare in Europa e abbia ancora strada da fare. Ha vissuto anni di chiusura al mondo e vi si sta affacciando dovendo offrire parallelamente la necessaria apertura mentale alla sua gente. Semmai c’è da capire in che modo gli albanesi siano stati affiancati nel grande lancio e se nel contratto fosse presente un capitolato con i necessari obblighi legati alla comunicazione e alla cartellonistica.

Oggi il Giro riposa in Puglia, da domani si riparte con Pedersen in rosa
Oggi il Giro riposa in Puglia, da domani si riparte con Pedersen in rosa

I pregiudizi

Il Giro d’Italia ha vissuto in Albania tre giorni di buonissima intensità. La prima vittoria di Pedersen. Poi la crono dei distacchi minimi. Quindi la rosa bis del danese. La corsa ha espresso ottimi standard, per quello che si può esprimere nelle prime tre tappe. Nonostante il traffico pazzesco, non si sono registrate intemperanze da parte degli automobilisti, perché per ogni piccolo incrocio era presente un agente di polizia. Le staffette in moto hanno detto di aver collaborato meglio con la Polizia albanese di quanto accada con quella italiana. Una capretta è entrata in gruppo e un cane ha attraversato la strada, lo abbiamo visto. Allo stesso modo in cui vedemmo il cavallo che corse assieme a Demi Vollering alla Strade Bianche del 2023. E come siamo certi che non tutti i romani fra due settimane sapranno che il traffico sia impazzito per la presenza del Giro d’Italia e se ne staranno buoni agli incroci per vederlo passare.

Insomma, siamo partiti per l’Albania con diversi interrogativi e ne siamo tornati con punti di vista diametralmente opposti. Le persone con cui ne abbiamo parlato nei giorni scorsi si sono dette stupite per la bellezza dei luoghi mostrati dalle dirette. A conferma che il pregiudizio sia soprattutto figlio dell’arroganza che poggia a sua volta sulla non conoscenza. Mentre a volte mostrare un po’ di curiosità sia un esercizio che rende più ricchi.

Calendari fittissimi: ma quando si allenano i corridori?

12.05.2025
5 min
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Quando si parla di preparazione uno dei nostri cardini è senza dubbio Pino Toni. Stavolta al tecnico toscano abbiamo sottoposto un argomento che è sì di preparazione, di allenamento, ma forse è anche “politico”, se vogliamo. In pratica, facendo un po’ i conti e parlando con diversi corridori, ci siamo resi conto di quanto i corridori abbiano già messo nel sacco… e tante altre gare li aspettano.

Alla luce di tutto questo ci siamo posti una domanda: ma quando si allenano? Oggi, si vede quanto fare programmi, alternare fasi intense e di recupero sia importante. Lavorare sulla forza o fare l’altura. Giovanni Carboni è uno di quelli che ha già oltre 30 giorni di corse nelle gambe e tantissime altre ne ha in lista. Alex Aranburu, Thibault Guernalec che supera i 35, e Jorge Arcas che addirittura guida questa classifica con 40 giorni. Lo scorso anno Damiano Caruso finì la stagione con 82 giorni di gara e fu il primo. Ad inizio anni 2000-2010 superare i 100 giorni era cosa consueta. Adesso non più e quei 30 e passa giorni di gara fanno riflettere.

Il coach toscano Pino Toni
Il coach toscano Pino Toni
Toni, molti corridori, specie di team non di primissimo piano, “non si allenano” più. Nel senso che sono sempre impegnati a correre…

E’ così. I big hanno la preparazione studiata nei dettagli, ma gli altri seguono il calendario, punto. Le squadre oggi fanno troppe corse, troppe. E con il sistema a punti attuale vanno a fare anche le gare 2.2 per cercare di accumulare qualcosa. Quindi si incastrano le corse brevi di uno o due giorni, le brevi gare a tappe, e quando uno corre tutte le settimane, ti ritrovi che l’allenamento lo fai… in gara.

E come si fa in questi casi?

Devi calibrare bene la gara e quei giorni tra una competizione e l’altra. Non puoi caricare l’atleta in settimana e allora lo porti alla corsa nella miglior condizione possibile e la corsa diventa il giorno di carico. Ma non è semplice. Non puoi più permetterti di “andare a fare la corsa per arrivare”, perché poi rischi pure il contratto, oltre che fai una fatica bestiale. Oggi i ragazzi sembrano quasi carne da macello e mi dispiace dirlo.

Quindi è una questione più “politica”, se vogliamo, che tecnica?

E’ chiaro. Un corridore non va in gara perché c’è un fine tecnico, ma perché la squadra ha bisogno di punti. Se non sei nei primi 30 del ranking, non fai i Grandi Giri. Specie le squadre Professional (ma anche qualche WorldTour aggiungiamo noi, ndr), mandano i corridori ovunque. Il ragazzo ti chiede di fare l’altura ma non ha tempo, corre ogni settimana. Fa tre giorni a casa, poi è di nuovo su un aereo. Ed è così per tantissimi. A tanti team interessa solo che abbiano avuto punti l’anno prima, li prendono al minimo salariale e li fanno correre.

Le professional e le WT più piccole pagano a più caro prezzo questa rincorsa ai punti e a risentirne sono soprattutto i corridori
Le professional e le WT più piccole pagano a più caro prezzo questa rincorsa ai punti e a risentirne sono soprattutto i corridori
Come gestite la preparazione in questi casi?

Si parte dal capire quanto recupera. Se recupera bene, gli metti qualcosa tra una corsa e l’altra. Altrimenti, lo tieni “a galla”: mantieni il peso, l’alimentazione, gli fai fare un po’ di ritmo dietro moto, ma niente carichi. Le 5 ore insomma non le fai più.

E la palestra, la forza per dire, che è ormai un cardine anche nel pieno della stagione è praticamente impossibile inserirla?

Non è detto, magari puoi sostituire un paio di uscite con della forza leggera, ma è complicato. Come ripeto, va calibrato bene con il recupero e le tempistiche tra una gara e l’altra.

Oggi si usa anche la tenda ipossica, che ora è stata sdoganata anche in Italia, ha senso farla? Il problema di questi ragazzi è che spesso non possono inserirci l’altura ideale per costruire e rigenerarsi…

Non è l’altura certo, ma è utile se fatta in blocchi di 3-4 giorni, può dare uno stimolo. Non serve starci settimane come per l’altura. In tenda sei in ipossia senza fare fatica. Alla fine l’allenamento è una forma di ipossia e vai in debito di ossigeno se sei in quota o se spingi forte in allenamento. Il principio è quello.

A livello psicologico non è pesante per i corridori? Vent’anni fa, per dire, quando arrivavano le corse di primavera ed estate in qualche modo si era più tranquilli. Si correva al mercoledì (o al martedì), il sabato e la domenica…

Ma quello è il ragionamento dei dilettanti… di un tempo. A livello psicologico per un professionista attuale è tosta, ma lì entrano in gioco il preparatore e l’ambiente. Se il corridore si convince che “non vado forte perché non ho fatto l’altura”, è finita. Allora devi fargli capire che si può fare bene anche così.. Il coach deve aiutare il corridore a capire che non è tutto perduto, che c’è un modo per salvare la stagione anche senza i blocchi di allenamento perfetti.

Zabel per nove volte è stato il corridore con più giorni di corsa in stagione. Otto volte ha superato quota 100, il record nel 2000: con 114 giorni
Zabel per nove volte è stato il corridore con più giorni di corsa in stagione. Otto volte ha superato quota 100, il record nel 2000: con 114 giorni
Insomma è il sistema dei punti che ha inciso su questa situazione?

E’ il problema principale. Una volta facevi un calendario logico, ora togliendo da questo discorso i big e gli squadroni, devi rincorrere i punti. E quindi corri le 1.1, le 2.2 in Asia, in Africa. Pensate che alcuni team faranno più punti in una corsa in Giappone che c’è in questi giorni che al Giro d’Italia, se non si arriva nei primi o non si vince una tappa.

E questo colpisce soprattutto le professional che hanno strutture importanti, ma non hanno 30 corridori più il devo team…

Ma colpisce anche le WorldTour che hanno 30 corridori, c’è chi in classifica annuale è dietro pur essendo WorldTour. Le Professional devono coprire ogni corsa per sperare di guadagnare qualche punto, e al Giro se devono andare in fuga dove li fanno i punti? E’ dura, e finché resta così, i corridori “di manovalanza” faranno più gare che allenamenti.