Luci e airbag: non c’è spettacolo senza sicurezza

06.08.2025
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Parlando con Lucio Dognini per l’intervista pubblicata lunedì mattina, il riferimento alla sua telefonata con Davide Martinelli dopo la morte di Samuele Privitera continuava a risuonarci nella mente e per questo abbiamo chiamato il giovane tecnico del team MBH Bank-Ballan. Di cosa hanno parlato? E perché le parole di Dognini hanno provocato reazioni stizzite nell’ambiente del ciclismo, anziché avviare un dibattito che potrebbe portare a una maggiore sicurezza per i corridori in allenamento?

Martinelli sta preparando le prossime corse. Fra Poggiana, campionati italiani cronosquadre, Capodarco e le gare successive tra i professionisti, agosto propone un menù sostanzioso per il quale bisogna farsi trovare pronti, ma il tema merita un approfondimento.

Sul podio dei tricolori cronosquadre del 2024, Martinelli e la sua MBH Bank vincente (photors.it)
Sul podio dei tricolori cronosquadre del 2024, Martinelli e la sua MBH Bank vincente (photors.it)
Secondo te il ciclismo può fare qualcosa per diventare più sicuro? Dognini ha detto cose giuste?

Si corre su strade dove si prova a rallentare le macchine, ma intanto le bici vanno sempre più veloci e questo va un po’ in contrapposizione. Il ciclismo diventa spettacolare quando è veloce, perché c’è più selezione. Trovo interessante la linea dell’UCI, ma non so se si riuscirà a rallentare il gruppo limitando i rapporti. Forse andrebbe messo un limite di peso anche alle ruote, invece di alleggerirle ulteriormente, perché la massa rotante è quella che ti dà la velocità. E forse abbasserei anche l’altezza dei profili. Il limite massimo sarà di 65 mm ed è raro che se ne usino di più grandi. Forse scenderei anche a ruote da 45 o da 35, però ci sono in ballo degli aspetti economici, perché già le aziende si sono lamentate per il cambio di rotta. E non basta…

Cosa?

Intervenire sulla larghezza del manubrio per me è fondamentale e l’ho sempre pensato da quando ho cominciato a vedere un po’ di estremo, come i manubri da 36. Su questo sono super d’accordo.

Sei d’accordo nel dire che sarebbe utile utilizzare il faretto anteriore sulle bici?

Penso di sì. Diventi più visibile anche nei casi in cui le macchine escono dagli stop e riescono a vederti meglio. Ormai il Varia posteriore (sistema di Garmin che segnala l’avvicinamento di autoveicoli alle spalle, ndr) lo utilizzano in tanti e c’è tanta differenza, perché inspiegabilmente vedendo la luce, le auto ti considerano come un veicolo. Io cerco di uscire quando trovo un compagno per pedalare, che di solito è un ex professionista o qualcuno che sa come stare in strada. E poi vivo in Franciacorta e non c’è tanto traffico, ma è un fatto che quando hai la luce, ti notano di più. Quando hai la luce, molte meno persone ti fanno il pelo. Non capisco perché accada e non capisco perché tanti devono passarti così vicino, pur avendo lo spazio per superare.

La luce del Varia di Garmin è abbinata a un radar che segnala al ciclista l’arrivo di veicoli: la sicurezza ne guadagna
La luce del Varia di Garmin è abbinata a un radar che segnala al ciclista l’arrivo di veicoli: la sicurezza ne guadagna
Sei stato un pro’ fino a due anni fa, nessuno dei tuoi ex colleghi pubblica foto in cui usa le luci sulla bici…

E’ il mercato che muove tutto, i corridori sono spinti dai brand e finché non viene capito quanto sia importante, la situazione resta questa. I team potrebbero fare certamente di più, anche se io sposterei il focus sull’abbigliamento. Bisognerebbe davvero inventarsi qualcosa su questo aspetto, più che sulle luci. Ancora non tutti capiscono di dover utilizzare la luce posteriore. La grande svolta c’è stata quando Garmin ha introdotto il Varia e quando le squadre hanno iniziato a darlo ai corridori. Parlo di Garmin perché sono stati i primi, ma ce ne sono anche di altri brand. Credo che per per la luce anteriore ci sarà bisogno di più tempo.

Tu utilizzi il Varia?

Sì, da quando me lo ha dato la squadra, ed è tanta roba perché ti segnala il veicolo in avvicinamento. Ho cominciato a usarlo, come me hanno cominciato a farlo altri professionisti in giro per il mondo e con il passa parola hanno iniziato a usarlo tanti altri. Ma tornando alle strade, mi sto rendendo conto di quanto sia pericoloso il ciclismo proprio da quando sono salito in ammiraglia.

Più adesso di quando correvi?

Finché corri, hai lo sguardo sul corridore davanti e non ti rendi conto di quanti spartitraffico, ringhiere laterali e paletti devi schivare. Ho corso tanto in Belgio e lassù sei sempre al limite, è una cosa incredibile. Mentre adesso in ammiraglia, anche nelle fasi più rilassate di gara, bisogna essere super concentrati perché ti accorgi di pericoli che da corridore non vedi nemmeno, perché ti senti in una bolla. Penso che correre con una maglia e un pantaloncino che insieme pesano 200 grammi non sia più sufficiente.

Il ciclismo spinge i suoi protagonisti a velocità elevate senza protezioni: un tema di sicurezza
Il ciclismo spinge i suoi protagonisti a velocità elevate senza protezioni: un tema di sicurezza
La sensazione è che stia per arrivare un però…

Però non ho la soluzione e questo è quello di cui parlavo al telefono con Lucio (Dognini, ndr). Se ci pensate, da questo punto di vista il ciclismo è lo sport più pericoloso. Non c’è un’altra disciplina in cui raggiungi certe velocità senza una protezione. E non cambia nulla fra le maglie da 30 grammi di oggi e quelle da 200 grammi di una volta. La maglia di 15 anni offriva la stessa protezione di quelle di adesso. Magari ti salvava da una mezza bruciatura, mentre adesso ti rovini di più la schiena. Io parlo proprio dei traumi, dei colpi che arrivano se finisci contro un paletto. Per fortuna gli organizzatori stanno facendo tanto. Ci sono sempre più segnalatori, sempre più persone che bloccano gli incroci. Da questo punto di vista RCS è imbattibile, nelle poche gare che ho fatto da diesse, ho visto davvero un’organizzazione super.

Perché un’intervista come quella di Dognini genera critiche e non dibattito?

Penso sia sotto gli occhi di tutti che bisogna fare qualcosa di più. Il problema secondo me è grande, ma nessuno sa bene che cosa si possa fare. Quindi tante volte quando non sai cosa fare, non fai niente e non dici niente. Lucio ha fatto bene a contattarvi, io forse non lo avrei fatto, perché non ho soluzioni da dare e in quel caso preferisco stare zitto. Ci rendiamo conto che effettivamente si va troppo forte, però non troviamo la soluzione.

Da corridore avresti accettato di correre con una maglia dotata di airbag o protezioni?

Se diventa obbligatorio, si usa e basta. Se diventa obbligatorio, magari si accorciano leggermente le tappe nelle giornate più calde. Penso che la spettacolarità del ciclismo debba essere subordinata alla sicurezza. Se anche si perde un 10 per cento di spettacolo, ma salviamo un ragazzo, penso che tutti accetterebbero. Io sono nato proprio quando fu imposto l’uso del casco e so che il gruppo si oppose. Non sarà facile introdurre l’airbag, se quella sarà la soluzione, ma sono sicuro che arriverà. Bisogna trovare qualcosa di molto efficiente, con la grandezza delle tasche piene di gel, che è già una bella dimensione. Quando abbiamo le tasche piene, contengono una decina di gel, 5-6 barrette, quindi penso che ci sia uno spazio interessante, l’equivalente di un paio di borracce. Ovviamente non rigide, ma penso che con quella ampiezza si possa fare qualcosa.

L’abbassamento dei telai fa sì che la presa bassa sia scomoda e l’assetto aero migliore sia quello con le mani sopra
L’abbassamento dei telai fa sì che la presa bassa sia scomoda e l’assetto aero migliore sia quello con le mani sopra
Dognini ha parlato anche delle mani sul manubrio e dei corridori che le tengono sempre sopra.

E’ così perché si è abbassata molto l’altezza del cannotto di sterzo, quindi il telaio davanti è molto basso e impugnare il manubrio nella parte inferiore è un po’ estremo. Si sono rubati 4-5 cm sotto l’attacco manubrio, per cui la posizione più comoda e aerodinamica è quella in presa alta. Sotto sei scomodo. Quindi la bici si guida molto bene con le mani sopra, però c’è un fattore di sicurezza quando sei in discesa. Perché un conto è perdere la presa a 40 all’ora, ma se succede quando vai a 70, allora diventa grave. In discesa serve tenerle sotto e sarebbe un aspetto facile da risolvere. Basterebbe imporre delle altezze minime del tubo di sterzo.

Dopo la morte di Privitera, i corridori sono sembrati più interessati al tema della loro sicurezza?

Nell’immediato, chiaramente no. Ero anche io in Valle d’Aosta e abbiamo cercato di tenerli tranquilli perché emotivamente erano molto provati. Per il resto, se ne parla sempre. Ma non essendoci la soluzione efficace e applicabile, si riduce tutto a delle chiacchiere. E alla fine si smette anche di parlarne.

La nuova vita di Paolo Totò, ora veterano paralimpico

06.08.2025
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Paolo Totò l’avevamo lasciato nel 2021, a chiusura di una carriera da pro’ neanche tanto lunga e con belle soddisfazioni, ad esempio la piazza d’onore al Trofeo Laigueglia 2018 dietro Moreno Moser, seppur non fosse mai uscito dall’universo delle continental, senza riuscire ad avere una chance per un livello superiore. Quando appese la bici al classico chiodo sembrava che la sua vita ciclistica fosse conclusa, non poteva sapere che, come dice il proverbio, chiusa una porta si sarebbe aperto un portone che lo avrebbe portato addirittura a vestire la maglia azzurra.

Con Fabio Colombo, Totò aveva colto un prestigioso podio agli europei 2023 (foto Instagram)
Con Fabio Colombo, Totò aveva colto un prestigioso podio agli europei 2023 (foto Instagram)

Paolo infatti è ora una colonna portante della nazionale paralimpica, ma per capire com’è nata questa sua seconda vita ciclistica bisogna tornare indietro nel tempo, alle sue scelte di 4 anni fa.

«Avevo già lasciato il il ciclismo ed ero pronto a dedicare la mia passione al mondo amatoriale, mi ero già tesserato con il Team Go Fast. In quello stesso anno ho avuto la proposta di Pierpaolo Addesi di provare l’esperienza paralimpica. Non ho avuto dubbi nell’accettare subito, ho pensato che poteva essere davvero una bellissima esperienza, una cosa nuova per me. Mi ha dato subito una motivazione giusta per riprendere. E sono contentissimo di aver preso questa decisione».

Il fermano, parallelamente alla sua attività in nazionale, si tiene in allenamento nelle Granfondo (foto Facebook)
Il fermano, parallelamente alla sua attività in nazionale, si tiene in allenamento nelle Granfondo (foto Facebook)
Facciamo un salto indietro, quando tu hai chiuso con il professionismo, cosa hai fatto dal punto di vista professionale?

Ho iniziato a lavorare in un ristorante-pub. La sera ho frequentato la scuola per massaggi diplomandomi e e ho iniziato a fare i massaggi a casa, aprendo una mia attività. Collaboravo con una palestra, poi dopo ho chiuso l’attività e la mia partita IVA perché comunque la nazionale mi portava via moltissimo tempo e non riuscivo a gestire la mia attività di massaggi. L’anno scorso si è aperta la possibilità di andare a fare le Paralimpiadi, è stato un motivo in più per concentrarmi su quello.

Che ambiente hai trovato nel mondo paralimpico?

Un ambiente tutto nuovo per me, ma sicuramente molto più bello di quando correvo fra i professionisti. Più rilassante, un mondo particolare, con tante storie e tanti racconti che mi hanno portato a essere sempre più coinvolto a 360°.

Il podio del Laigueglia 2018 con il marchigiano secondo, battuto da Moser in maglia azzurra
Il podio del Laigueglia 2018 con il marchigiano secondo, battuto da Moser in maglia azzurra
Tu quest’anno hai cambiato, diventando la guida di Bernard, prendendo il posto di Plebani sul tandem medagliato paralimpico…

Ogni anno c’è stato un cambiamento per me, perché sono passato da avere Fabio Colombo il primo anno, poi l’anno scorso con Federico Andreoli le Paralimpiadi e adesso quest’anno sono con Lorenzo ed è arrivata subito la prima vittoria in Coppa del Mondo a Ostenda. A Magnago siamo stati sfortunati, abbiamo avuto un problema meccanico al secondo giro e non siamo potuti ripartire, ma stiamo molto bene insieme.

Quanto cambia per una guida la sostituzione del compagno di tandem?

Cambia moltissimo, sia caratterialmente che fisicamente. Lorenzo ha una marcia in più perché ha un passato da atleta, è stato medagliato anche nel canottaggio, era già un atleta ben strutturato rispetto agli altri ragazzi. Poi è quello dei tre che comunque assomiglia di più alle mie caratteristiche.

Negli ultimi tre anni Paolo Totò ha cambiato sempre compagno di tandem. Ora c’è l’olimpico Bernard (foto Instagram)
Negli ultimi tre anni Paolo Totò ha cambiato sempre compagno di tandem. Ora c’è l’olimpico Bernard (foto Instagram)
Si dice sempre che nel ciclismo paralimpico di oggi si stia raggiungendo un livello professionale enorme. All’estero, praticamente sono veri e propri professionisti. Trovi più differenza adesso rispetto a questi o quando correvi in team Continental contro quelli del World Tour?

Beh, diciamo che quando correvo fra i professionisti mi sono scontrato con gente di calibro molto importante. La differenza lì si notava perché comunque essendo in una squadra Continental erano davvero due mondi diversi, con possibilità economiche neanche comparabili. Qui tra l’altro ho trovato tanti che correvano con me, che hanno fatto la mia stessa scelta, ma sono rimasti professionisti, lo fanno per lavoro in squadre professionistiche. Sia le guide che gli atleti. Negli ultimi due anni il livello qualitativo si è alzato enormemente. Volete sapere una cosa? Mi alleno anche più di quando correvo fino a 4 anni fa…

Vedi nel livello del paraciclismo italiano un gap da colmare rispetto agli altri?

Tecnicamente sì, soprattutto su pista.  Siamo in linea con i tempi, ma è a livello di materiali che in questi tre anni si deve lavorare per colmare il divario. E noi possiamo migliorare anche la nostra capacità atletica. Su strada diciamo che noi possiamo dire la nostra. Possiamo competere con i migliori, soprattutto nelle prove in linea perché a cronometro torna in ballo il discorso materiali. Ma io sono ottimista, mancano tre anni all’appuntamento principe, abbiamo il tempo necessario.

Totò ha corso nelle continental dal 2016 al 2021, cogliendo molti podi in Italia e all’estero
Totò ha corso nelle continental dal 2016 al 2021, cogliendo molti podi in Italia e all’estero
Prossimi appuntamenti?

Siamo in ritiro con la nazionale a Campo Felice fino al 13 agosto e poi partiremo il 24 agosto per i mondiali strada e cronometro a Ronsse in Belgio. Che cerco di prendere senza assilli. Lo scorso anno ho pensato continuamente alle Paralimpiadi e poi è andata com’è andata. Questo è un anno più di transizione perché non portano punti per le qualificazioni olimpiche, quindi diciamo che sono molto più tranquillo. E chissà che non sia meglio così…

Lechner: «Ferrand Prevot? Una perfezionista assoluta»

06.08.2025
6 min
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Eva Lechner è stata forse l’avversaria più longeva e costante di Pauline Ferrand Prevot. L’azzurra e la francese si sfidavano sin da quando erano due juniores e lo facevano ovunque: strada, mountain bike, ciclocross. Spesso dominava la francese, altre volte l’italiana.

E’ quindi proprio con Eva Lechner che facciamo un’analisi tecnica (e non solo) della regina del Tour de France Femmes. Come è cambiata Ferrand Prevot, se questo obiettivo poteva davvero essere alla sua portata e come ci è riuscita. Un viaggio con l’altoatesina che diventa una fotografia preziosa soprattutto della testa e del metodo della fuoriclasse francese.

Eva Lechner e Pauline Ferrand Prevot agli europei in MTB del 2018. Quante volte si sono scontrate in carriera…
Eva Lechner e Pauline Ferrand Prevot agli europei in MTB del 2018. Quante volte si sono scontrate in carriera…
Eva, hai combattuto tante volte con Pauline Ferrand Prevot: che avversaria era?

Era sempre un’avversaria tosta, quando c’era lei sapevi che c’era “da menare”. Poi c’erano anche dei momenti in cui sono riuscita ad arrivarle davanti, come in una Coppa del mondo che ho vinto. Però non è mai stato facile quando c’era lei e soprattutto negli ultimi anni: quando preparava un evento, sapevi già che sarebbe stato difficile.

Ci hai combattuto non solo in mountain bike ma anche nel cross e su strada. Era sempre la stessa rivale o cambiava?

Cambiava, cambiava… Ma anche lei ha avuto i suoi momenti di crisi. Mi ricordo alle Olimpiadi di Rio: io ho avuto una giornata no, ma lei ancora di più. Pauline non finì la gara. Ebbe proprio un anno no. Quando l’ho vista dopo la gara era affranta. Nel ciclocross andavo un po’ meglio di lei, mentre nella mountain bike e su strada facevo più fatica a starle davanti. Siamo sempre state legate, non dico amiche strette, ma comunque ci rispettavamo. Ero sempre contenta quando la vedevo.

Era un’atleta da tanto motore e poca tecnica o era completa anche dal punto di vista tecnico?

No, era abbastanza completa di tecnica. Ma lei è una che quando le manca qualcosa si mette lì e lavora. L’ha fatto anche sulla tecnica. Un paio di anni fa era un po’ più debole, ma poi ha preso un tecnico, si è messa a lavorare su aspetti specifici ed è migliorata tantissimo. Se pensiamo che ha fatto tutte le gare più importanti con una MTB front… Pauline è così: lavora in modo estremo, individua dove è debole e migliora. E’ quella la cosa che fa davvero impressione.

Hai detto che Pauline, quando individua un punto debole, ci lavora.

In realtà tutti ci proviamo, però secondo me lei ha qualcosa in più delle altre a livello di motivazione. Perché non è facile lavorare dove sei debole. Lei lo fa con costanza e determinazione. Ne fa un pallino.

Che metamorfosi pensi abbia fatto per essere così competitiva su strada, considerando che oggi il livello è molto alto?

Partiamo dal presupposto che lei è forte di suo. Certo, ha cambiato, ma ricordiamoci che Pauline ha iniziato su strada. Da junior ha vinto anche un mondiale su strada. Forse doveva solo riprendere un po’ di ritmo. Infatti l’anno scorso al mondiale ci ha provato, ma non c’era proprio. Non ancora. Poi piano piano si è messa a lavorare, ha fatto tante gare ed il suo miglioramento è stato palese.

Chiarissima…

Poi sicuramente alla Visma-Lease a Bike ha trovato uno staff importante, che l’ha seguita su tutto: tecnica, condizione, alimentazione. Su questi aspetti lei è una perfezionista.

In teoria dopo le prime classiche del Nord avrebbe dovuto andare in altura. Invece, non sentendosi a suo agio in gruppo, ha preferito continuare a correre. E’ questa la Pauline Ferrand Prevot che conosci?

Esattamente. Sicuramente aveva bisogno di lavorare su quell’aspetto e lo ha fatto. Ha rinunciato all’altura per migliorare la propria gestione in gruppo: questo dimostra quanto sia lucida nei suoi processi.

Da un punto di vista di motore, visto che tu hai fatto più discipline, che trasformazione ha vissuto? Hai notato cambiamenti fisici?

Assolutamente sì. Già prima, quando aveva un appuntamento importante, si vedeva che si trasformava. Perdeva anche 5-6 chili e poi li rimetteva su senza perdere muscolo. Faceva cambiamenti radicali, come nessun’altra. Ma sempre seguita da figure professionali. Il suo è sempre stato un professionismo di altissimo livello. I cambiamenti si notavano anche in passato. E quest’anno, quando prima del Tour Femmes l’ho vista così magra, ho capito che sarebbe andata lì a menare forte.

Ferrand Prevot ha vinto titoli mondiali in ben cinque discipline: strada, MTB (Xc e Marathon), cross e gravel. Oltre al titolo olimpico in MTB a Parigi 2024
Ferrand Prevot ha vinto titoli mondiali in ben cinque discipline: strada, MTB (Xc e Marathon), cross e gravel. Oltre al titolo olimpico in MTB a Parigi 2024
Pauline aveva dichiarato: “Torno su strada per vincere il Tour Femmes”. Diceva di volerlo fare in tre anni, ci è riuscita subito. Te lo aspettavi?

Sì, me l’aspettavo. Perché so come lavora. Per certi aspetti non mi ha stupito. Ma mi ha fatto impressione il numero che ha fatto. Non ho mai creduto che fosse impossibile per lei, però non toglie che mi abbia colpito. E aggiungo che sono molto felice che ci sia riuscita.

Adesso che ha raggiunto l’obiettivo e ha 33 anni, pensi che Pauline manterrà alta la motivazione o potrebbe anche chiudere la carriera?

Potrebbe starci, ma dovrà valutare lei cosa vuole fare. E in ogni caso le servirà un po’ di tempo per capirlo. Conoscendola, magari si porrà un altro obiettivo e porterà a termine anche quello.

Chiudiamo con un aneddoto. C’è un ricordo che ti viene subito in mente pensando a lei?

Più di uno, ma dico il mondiale di MTB dopo il Covid. Lei ha vinto, io sono arrivata seconda. Quel giorno è stato bello arrivare dietro di lei. Mi sentivo la prima delle umane. Ma forse il ricordo più bello è legato ad una gara post Covid in Francia.

Vai, racconta…

Venivamo entrambe da un duro Xc all’Alpe d’Huez. Il giorno successivo iniziava la Transmaurienne, una gara a tappe in MTB. La prima di queste frazioni era valida come campionato francese Marathon. Lei ci teneva perché ci arrivava con la maglia di campionessa del mondo. Ad un certo punto la sua rivale era un po’ avanti e io aiutai Pauline. Lei avrebbe poi fatto solo quella tappa, io invece tutta la gara. Per cinque ore abbiamo corso insieme tra fatica, chiacchiere e tecnica. Ricordo in particolare una discesa lunghissima, molto flow. La facemmo a tutta. Fu quasi una gara nella gara tra di noi. Recuperammo anche un sacco di gente, ci divertimmo tantissimo. Quel giorno fu quasi una pedalata tra amiche.

Consonni, il secondo Tour: «Una montagna russa di emozioni»

06.08.2025
5 min
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Simone Consonni ha messo alle spalle il suo secondo Tour de France in carriera dopo quello del 2020 in maglia Cofidis accanto a Elia Viviani. Reduce dalle fatiche della Grande Boucle il corridore bergamasco ha ancora qualche giorno di pausa prima di ritornare in corsa sulle strade di Amburgo il prossimo 17 agosto

«Rispetto al primo – ci dice una volta rientrato dall’allenamento – è stato un Tour de France completamente diverso. Partiamo dalla cosa più lampante: il pubblico, che rispetto al 2020 era molto di più. Sono tanti anni che corro, un po’ di esperienza ce l’ho. Tuttavia ogni giorno rimanevo incredulo dalla gente presente lungo le strade: alla partenza, lungo il percorso e all’arrivo. Non importava che tipo di tappa fosse, il pubblico non mancava mai.

«L’altra cosa – continua – è che quest’anno andavamo per vincere le tappe ma avevamo anche l’obiettivo della maglia verde, senza considerare che c’era anche Skjelmose pronto a fare classifica. Era una doppia corsa e anche negli ultimi giorni dovevamo lavorare doppio per tenere la maglia verde fino a Parigi».

La maglia verde di Milan era un obiettivo per la Lidl-Trek che non si è mai nascosta
La maglia verde di Milan era un obiettivo per la Lidl-Trek che non si è mai nascosta

Inizio in salita

La maglia verde di Jonathan Milan sul podio di Parigi ancora brilla negli occhi dei tifosi e dei corridori della Lidl-Trek. L’obiettivo che il team guidato da Luca Guercilena si era prefissato alla partenza di Lille è arrivato, insieme a due vittorie di tappa che hanno coronato un lavoro davvero lungo. 

«E’ stato un Tour de France incredibile – racconta Simone Consonni – una vera montagna russa di emozioni. Alla vigilia eravamo super motivati, vista l’occasione di provare a prendere la maglia gialla subito. Purtroppo siamo rimasti tagliati fuori, è stato un primo momento difficile da metterci alla spalle. Nella prima volata, a Dunkerque, il secondo posto di Milan alle spalle di Merlier ci ha dato fiducia. Non che fossimo contenti, comunque quando hai un velocista come Jonathan (Milan, ndr) vuoi sempre vincere».

L’inizio del Tour non è stato facile però, con due occasioni sfumate
L’inizio del Tour non è stato facile però, con due occasioni sfumate
Poi, alla sesta tappa, ci siete riusciti…

E’ stata una gioia immensa per tutti e sicuramente una liberazione per Milan, la squadra e ogni persona dello staff. Quando siamo in corsa con lui percepiamo intorno al team delle aspettative importanti, anche qui al Tour tutti si aspettavano almeno una o più vittorie di tappa. A sentire molti sembrava quasi una cosa da dare per scontata.

Ma non è mai così?

Mai, soprattutto al Tour de France. Quando sei nella corsa più importante al mondo nulla è banale, poi se vinci una tappa con la forza e la rabbia che ha messo Milan tutto va meglio. Una volta sbloccati, però, siamo riusciti a imporre la nostra legge anche nei traguardi volanti. La squadra era partita con due obiettivi, vincere due tappa e la maglia verde, siamo riusciti a raggiungerli. 

Consonni e Milan hanno raggiunto un altro grande obiettivo insieme a tutto il team: la maglia verde
Consonni e Milan hanno raggiunto un altro grande obiettivo insieme a tutto il team: la maglia verde
Per te che Tour è stato?

Bello, fino alla doppia caduta di Carcassonne arrivavo alla fine di ogni tappa stanco, ma con ancora tante energie in corpo. Dopo quel brutto acciacco non ho più avuto il feeling dei giorni precedenti, l’ultima settimana più che soffrire ho proprio subito. 

Cosa cambia?

Che quando soffri sei abbastanza padrone dei tuoi sforzi, mentre subire vuol dire che sei in mano agli altri e fatichi a tenere un ritmo a te congeniale. Diciamo che l’ultima settimana ho dovuto gestire al meglio tutti gli aspetti di gara e la mia esperienza. L’ultimo posto nella generale (racconta con una risata, ndr) è frutto anche di una gestione delle energie che mi ha permesso di risparmiare qualcosa nelle giornate di montagna, per poi dare tutto nelle tappe decisive per la maglia verde. 

Il Tour di Simone Consonni si è complicato con la doppia caduta di Carcassone
Il Tour di Simone Consonni si è complicato con la doppia caduta di Carcassone
Una lotta all’ultimo punto. 

Fino alle ultime tappa il discorso era aperto e Pogacar faceva davvero paura, anche perché lui nell’ultima settimana è sempre riuscito a vincere due tappe. E poi la seconda vittoria di tappa di Milan, a Valence, non era scontata. Tutte le squadre hanno provato a vincere e tenere la corsa in pugno non è stato semplice. 

Quanto è stato importante l’affiatamento all’interno del gruppo?

Tantissimo. La nostra forza sta in questo, abbiamo un’intesa altissima che ci ha permesso di trovare sempre il giusto equilibrio. Nella prima vittoria di tappa, Stuyven era il profilo perfetto per fare da ultimo uomo e ci ha pensato lui a pilotare Milan. Un altro esempio è la tenacia e la caparbietà di Simmons che ha avuto un ruolo importantissimo nella seconda vittoria di tappa.

Aver inserito la salita di Montmartre ha escluso i velocisti dalla lotta per la vittoria sugli Champs Elysées
Aver inserito la salita di Montmartre ha escluso i velocisti dalla lotta per la vittoria sugli Champs Elysées
Arrivata la certezza della maglia verde vi siete goduti le ultime tappe?

Quella è arrivata con i punti del traguardo volante di venerdì, è stato il coronamento di un obiettivo del quale parlavamo da gennaio. Avere la maglia verde a Parigi è qualcosa di unico, peccato non averla potuta onorare con il nostro treno sugli Champs Elysées. Da corridore e da sprinter dico che quando ti cambiano una tappa iconica come quella di Parigi, un po’ storci il naso. Però vediamo il lato positivo, mi sono goduto Montmartre

Un passaggio iconico. 

Ho corso le Olimpiadi di Parigi, ma mi mancava la “Parigi su strada” visto che ho corso su pista. Devo ammettere che a livello di spettacolo è stato unico anche per noi corridori, ho vissuto una delle giornate più emozionanti della mia carriera. Non avevo le gambe per fare la corsa, ho tenuto duro, ma all’ultimo giro ho alzato bandiera bianca e sono andato su a ritmo da passeggiata. Molti dicono che i corridori devono tenere duro, però penso di aver fatto la scelta giusta. Montmartre era una bolgia e quel giorno rimarrà sempre nei miei ricordi, come la maglia verde di Milan sul podio finale.

Lapeira beffa tutti nella seconda tappa del Pologne, ma Tiberi c’è

05.08.2025
4 min
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KARPACZ (Polonia) – Il nome che non ti aspetti con un colpo da navigato finisseur. Paul Lapeira vince la seconda tappa del Tour de Pologne con arrivo in salita a Karpacz grazie ad un guizzo secco negli ultimi cento metri che ha lasciato tutti di sasso. Esulta in modo curioso facendo girare le dita attorno alle tempie mantenendo poi segreto il motivo in mixed zone.

Forse mimava il riavvolgimento di un nastro della memoria. Il 25enne francese della Decathlon Ag2R La Mondiale a distanza di un anno ritrova il successo che gli consente anche di indossare la maglia gialla di leader della generale con una manciata di secondi su Vacek, Langellotti (rispettivamente secondo e terzo anche al traguardo). Dietro di loro si è visto un brillante Tiberi, quarto all’arrivo e ora quinto in classifica a 12”, che probabilmente nel finale ha pagato il minor cambio di ritmo rispetto ad avversari più “scattisti” di lui.

Lapeira anticipa tutti negli ultimi 100 metri con un grande guizzo. Per lui anche la maglia gialla da leader
Lapeira anticipa tutti negli ultimi 100 metri con un grande guizzo. Per lui anche la maglia gialla da leader

Velocità e attenzione

Sul finire della tappa inizia leggermente a piovere, le previsioni meteo locali erano state precise. E così il fondo stradale verso Karpacz diventa umido, quindi pericoloso, anche perché bisogna andare a riprendere Walker della EF Education-EasyPost, ultimo superstite della fuga di giornata. Il gruppo torna compatto a 5 chilometri dalla fine e si formano i treni delle squadre per prendere davanti l’ultima rampa. Tiberi rivive i momenti precedenti.

«Negli ultimi chilometri – spiega il 24enne della Bahrain-Victorious – sono stati velocissimi, già da quando siamo entrati nel circuito finale. Il primo giro è stato fatto molto forte. E devo dire che avevo anche un po’ di paura perché le strade erano strette, molto tecniche, tortuose, qualche buca e in penombra nella zona alberata. Ho cercato di stare molto attento.

Tiberi chiude quarto alle spalle di Vacek (secondo) e Langellotti. Nella generale il laziale è quinto a 12″
Tiberi chiude quarto alle spalle di Vacek (secondo) e Langellotti. Nella generale il laziale è quinto a 12″

A tutta fino in cima

Curva secca a sinistra e gli ultimi mille metri sono da fare tutti d’un fiato. Pendenza media attorno al 9 per cento, per la gente del posto è un “muro”. Tutti quelli che sentono di avere la gamba giusta lo affrontano come se fosse una volata.

«Con la squadra – racconta Tiberi – abbiamo dato il massimo fino agli ultimi 3 chilometri per cercare di rimontare il gruppo perché prima era stato veramente impossibile. Poi quando si è un po’ scremato in salita, sono risalito piano piano fino all’ultimo chilometro dove ero nelle prime dieci posizioni. Sentivo che la gamba era buona e Pello Bilbao mi ha aiutato per restare davanti. Quando poi è partita la volata sono andato a tutta fino all’arrivo.

«Lapeira – prosegue – era lì con noi. E’ risalito più o meno ai 500 metri o forse anche dopo. In quel tratto la pendenza era alta così come la velocità. Quindi una volta che scatti e prendi un paio di metri, ci vuole una grande gamba per chiudere. Però per me va bene così, sono contento».

Nel finale di tappa le squadre tirano forte per i propri leader. C’è fermento per prendere davanti la rampa che porta al traguardo di Karpacz
Nel finale di tappa le squadre tirano forte per i propri leader. C’è fermento per prendere davanti la rampa che porta al traguardo di Karpacz

Obiettivi polacchi e spagnoli

Tiberi al Polonia non ci è venuto solo in funzione della Vuelta, l’intento è quello di voler raccogliere qualcosa di buono e incoraggiante.

«Diciamo che l’obiettivo iniziale – ci dice mentre si ripara dalla pioggia più insistente – era quello di curare la generale in questa corsa. Ho corso sabato a San Sebastian dove le sensazioni sono state buone, ma non ottime. L’ultima gara era stata il Giro d’Italia e arrivavo da un periodo di altura. Devo ancora capire come sta e come reagisce il mio corpo, però dopo oggi ho sicuramente molto più morale. Cercherò di fare del mio meglio fino alla fine.

«Dopo il Tour de Pologne – ci anticipa i suoi programmi Tiberi – farò una settimana di altura a Sestriere per poi andare diretto a Torino per la Vuelta. Là cercherò di rifarmi della sfortuna patita al Giro, sperando che possa andare meglio. La voglia è di fare bene, cercando di curare la generale. Ecco, vedrò come il mio corpo si comporterà ad una gara di tre settimane per poi impostare il finale di stagione. Non sono ancora sicuro di andare al mondiale, vedremo. Comunque ci sono le classiche italiane come Emilia, Tre Valli e Lombardia dove poter fare qualcosa di importante».

La terza frazione del Tour de Pologne avrà partenza e arrivo da Walbrzych, però nel mezzo ci sono quasi 160 chilometri con sette gpm e 3540 metri di dislivello. Sarà ancora un banco di prova, forse il più duro, per gli uomini di classifica, ad iniziare proprio da Tiberi.

Ritirarsi al top o continuare: quale futuro per sua maestà Pauline?

05.08.2025
6 min
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Parlando prima che il Tour Femmes iniziasse, fra le altre atlete da tenere d’occhio Giada Borgato aveva fatto un nome secco. «La prima che mi viene in mente – aveva detto – è Pauline Ferrand Prevot. In pratica è tornata a correre su strada perché puntava forte sul Tour Femmes. Per la generale c’è anche lei, nonostante si sia un po’ nascosta. Ad aprile, dopo la vittoria della Roubaix, aveva detto che avrebbe dovuto e voluto perdere un po’ di peso per essere competitiva ad agosto».

Ora che la corsa si è consegnata proprio alla francese, siamo tornati dalla commentatrice tecnica di Rai Sport per chiudere il cerchio e verificare se quanto detto alla vigilia si sia avverato. Il livello del Tour ci è parso piuttosto alto, sia sul piano atletico che su quello dello stress. 

«Ce lo aspettavamo tutti – ragiona Borgato – che il Tour fosse di un livello diverso rispetto al Giro. Vuoi o non vuoi, ormai il calendario delle donne ha dinamiche simili a quelle degli uomini. Al Tour puntano tutte le più forti, che si preparano per mesi e ci arrivano cariche a pallettoni».

Sin dalle prime tappe del Tour Femmes la magrezza di Pauline Ferrand Prevot è stata ben evidente
Sin dalle prime tappe del Tour Femmes la magrezza di Pauline Ferrand Prevot è stata ben evidente
Ferrand Prevot, prima a Roubaix, ma ritirata dalla Vuelta: ha stupito o bisognava aspettarselo?

Pauline ha una cosa, è pazzesca. Quando punta un obiettivo, non sbaglia. Mi ricordo l’intervista che fece dopo la Roubaix, quando parlò dei chili da perdere per puntare al Tour. Da lì è andata in altura, ha fatto la monaca, ha perso peso. Sapeva che se perdeva tot chili, avrebbe sviluppato tot watt/kg e si è fatta trovare in forma. I primi giorni, guardando le foto, ho pensato che facesse paura per quanto era magra. Sembrava la Abbott dei miei tempi (atleta americana classe 1985, nota per la sua magrezza estrema, ndr).

E cosa hai pensato?

Che oggi non fai più le cose a caso. E lei , come poi ha raccontato, ha seguito un percorso calcolato anche per perdere peso. Infatti vedevi che quando partiva aveva comunque tanta forza, scattava con rapporti lunghi e riusciva anche a tirarli. Andava con la gamba bella piena. E secondo me, quando ha iniziato a pensare al suo Tour, aveva in mente proprio questo. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma quando hai il motore, le cose magari riescono.

Hai avuto la sensazione che Demi Vollering sia stata al suo miglior livello?

Non ho ben chiaro se sia andata tanto forte Pauline, che ha dato dei distacchi abissali anche alla Vollering, o se Demi sia andata un pelo più piano. Forse opterei per questa seconda ipotesi. Battere Ferrand Prevot quest’anno era difficile, però vedendo il distacco tra Vollering e Niewiadoma, credo che l’olandese non sia andata al suo massimo. Quanto può essere cresciuta Kasia quest’anno per avvicinarsi tanto?

Al Tour abbiamo visto la miglior Demi Vollering oppure le è mancato qualcosa?
Al Tour abbiamo visto la miglior Demi Vollering oppure le è mancato qualcosa?
La caduta del terzo giorno può aver condizionato Vollering?

Lei ha detto che dopo quel giorno non ha avuto più certezze, ma non so se quella caduta possa aver condizionato tanto la sua performance.

Può aver pagato il cambio di squadra?

Non credo, tutte le volte in cui si sono trovate fra capitane, Pauline Ferrand Prevot l’ha tolta di ruota. In ogni caso, ha avuto a casa Juliette Labous, che ha fatto la sua parte. Se anche fosse stata ancora in SD Worx, non avrebbe avuto tante forze in più. Avrebbe avuto accanto Van der Breggen, ma quando le prime forzavano in salita, anche Anna si sarebbe staccata.

Tra le favorite avevi inserito anche Sarah Gigante, che però ha chiuso a più di 6 minuti.

E’ andata forte e mi dispiace abbia perso il podio proprio nell’ultima tappa. Viste le tante salite, se avesse recuperato bene dopo il Giro, avrebbe potuto anche vincere il Tour. Il guaio è che ha palesato dei limiti notevoli in discesa e nello stare in gruppo. Il problema è che non puoi fare corse a tappe solo con gli arrivi in salita. Probabilmente avrebbe vinto il Giro se nel giorno di Monselice non fosse stata in coda al gruppo. Se fai la leader, non puoi correre in ultima posizione. Piuttosto, non vorrei dimenticare un nome…

Di chi?

Quello di Maeva Squiban, ragazza del UAE Team Adq. Ha vinto due tappe, facendo due veri numeri. Non ha vinto a caso, ha vinto con una grande gamba. Anche lei, come Pauline, tirava dei rapporti notevoli.

Ritirata Longo Borghini, la UAE si è consolata alla grande con Maeva Squiban, 23 anni, vincitrice ad Ambert e poi a Chambery
Ritirata Longo Borghini, la UAE si è consolata alla grande con Maeva Squiban, 23 anni, vincitrice ad Ambert e poi a Chambery
Il ritiro di Longo Borghini ha dimostrato che non si possono fare Giro e Tour puntando a entrambi?

Dipende dagli obiettivi, l’anno prossimo comunque il Giro anticipa e la situazione sarà diversa. Secondo me fare Giro e Tour nello stesso anno è possibile, hanno 8 e 9 tappe, ma devi avere comunque un buon motore. Io credo che Elisa sia arrivata bene al Tour, ma aveva già dichiarato un obiettivo minore come provare a vincere una tappa. E quando ha visto la frenesia dei primi giorni, potrebbe aver pensato che non valesse la pena insistere, anche perché lei ha davanti ancora il mondiale. Forse ha pagato più mentalmente che fisicamente.

Van der Breggen che prova e riprova fa un po’ di tenerezza oppure sta facendo i numeri per essere lì davanti dopo tanto tempo che non correva?

Le mancano ancora le gambe. Pauline (Ferrand Prevot, ndr) è tornata ed è andata subito come una freccia, ma lei non è mai stata ferma come Anna. Aggiungiamo che la capitana della SD Worx doveva essere Kopecky, invece Van der Breggen si è ritrovata a farlo lei dopo il ritiro di Lotte. Ha salvato in parte la baracca. E’ stata una campionessa, che aveva smesso perché appagata. Poi sono venute fuori tante corse che non aveva fatto e probabilmente le è tornata la curiosità. La Roubaix, la Sanremo, il Tour de France.

L’Italia torna a casa con il miglior risultato di Barbara Malcotti.

E’ un’atleta interessante, sta crescendo perché ha ancora 25 anni. Aveva già fatto dei bei piazzamenti, poi ha fatto bene il Giro e ora il Tour. E’ una scalatrice pura, le manca qualcosina per raggiungere le più forti. Sicuramente adesso le arriveranno le proposte di qualche squadrone, qualcuno le ha messo di certo gli occhi addosso e magari le proporranno di lavorare per delle leader più forti. Sta a lei capire cosa vuole fare nella vita. Se continuare sulla sua strada per diventare una delle forti o lavorare. Lo capirà dai test e dall’esperienza.

Dopo l’ottavo posto al Giro, il 13° al Tour Femmes: Barbara Malcotti è una delle rivelazioni dell’estate
Dopo l’ottavo posto al Giro, il 13° al Tour Femmes: Barbara Malcotti è una delle rivelazioni dell’estate
Ferrand Prevot ha il contratto fino al 2027, ma ha raggiunto l’ultimo obiettivo. Pensi che valuterà il ritiro?

Per certi versi glielo consiglierei. Ormai, punta al mondiale di fine stagione che probabilmente vincerà, anche se mi auguro che tocchi a un’azzurra. Pauline punta a quello e dovrà essere brava ad arrivarci, perché manca tanto tempo. Perché ritirarsi? Perché potrebbe essere rischioso ripresentarsi al Tour anche l’anno prossimo dopo quel che ha fatto quest’anno. Secondo me per arrivare così a questo Tour, ha fatto dei sacrifici infiniti. In questa stagione l’hai vista poco, ma quando ha corso ha fatto il diavolo a quattro. Riuscirà a farlo ancora? 

E Lipowitz fa riscoprire il grande ciclismo ai tedeschi

05.08.2025
6 min
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E’ salito sul podio del Tour de France non come un fulmine a ciel sereno, ma quasi: Florian Lipowitz aveva dato grandi segni già al Delfinato. Ma il giovane tedesco non è uno sconosciuto. Quella maglia bianca, la tenacia e i nervi saldi mostrati a La Plagne dopo la paura del giorno prima sul Col de La Loze dicono già tanto di lui.

Nato nel 2000 a Bruckmuhl, in Baviera, e cresciuto nel biathlon, è salito in bici definitivamente nel 2019. Definitivamente perché prima comunque i suoi 5-6.000 chilometri all’anno in sella li faceva eccome per farsi trovare pronto con sci stretti e carabina. La bici è sempre stata parte dei suoi allenamenti e se vogliamo anche della sua famiglia. Pensate che a 9 anni si è sciroppato 120 chilometri di una granfondo in Austria insieme alla mamma e al papà!

Il corridore della Red Bull-Bora, si è ritagliato un ruolo da protagonista, ma soprattutto dopo anni di vuoto, Florian ha riportato la Germania a riscoprire la passione per il ciclismo professionistico.

Florian Lipowitz sul podio finale del Tour. E’ arrivato terzo e ha conquistato anche la maglia bianca di miglior giovane
Florian Lipowitz sul podio finale del Tour. E’ arrivato terzo e ha conquistato anche la maglia bianca di miglior giovane

Un figlio del lavoro

Nessuno si aspettava Florian Lipowitz sul podio del Tour de France, nemmeno lui, almeno al via da Lille. Si sapeva che potesse fare bene, ma con un leader come Roglic non era così scontato. Invece è rimasto sempre coperto, tutto sommato non doveva fare un corsa complicata, ma doveva stare “solo” sulle ruote dei big e rimanere lontano dai guai, una cosa che nei Grandi Giri non è proprio facile. Ebbene lui ci è riuscito.

«Sono state tre settimane difficili – ha detto Florian – volevo solo arrivare al traguardo sano e salvo. Nel complesso, ci sono stati molti alti e bassi e l’inizio non è stato dei migliori. Ma ci siamo avvicinati sempre di più come squadra. Perché alla fine, un risultato come questo non è merito solo mio, ma è un lavoro di squadra. Ecco perché voglio ringraziare ancora una volta tutti.

«Ora? Sono semplicemente felice che tutto sia andato così bene e che abbiamo portato a casa il terzo posto. Se il mio successo riuscisse a ispirare qualche giovane a dedicarsi al ciclismo, allora varrebbe quanto un piazzamento sul podio».

Il bavarese nella notte ciclistica di Bruckmuhl (foto Red Bull)
Il bavarese nella notte ciclistica di Bruckmuhl (foto Red Bull)

Modello tedesco

In Germania hanno esaltato parecchio non solo il risultato di Florian, ma la sua abnegazione al lavoro. Un lavoro metodico, rigoroso, a tratti ossessivo, scrivono in particolar modo i media bavaresi, quelli della sua Regione appunto. Lipowitz è approdato nel WorldTour nel 2022, prima era alla Tirol-KTM, dopo una crescita silenziosa ma continua, ma già allora era sotto osservazione

Il Tour 2025 ha rappresentato la sua consacrazione. Con un rendimento costante nelle tappe di montagna e una gestione (quasi sempre) lucida delle forze, ha resistito agli attacchi di Oscar Onley. Ma riavvolgendo il nastro della sua Grande Boucle, oltre al ritiro di Evenepoel comunque già in forte declino, non è stato aiutato da circostanze favorevoli o fortunose. Tipo una fuga bidone, cadute degli avversari… No, quel che ha raccolto è tutto merito suo.

Dalla squadra non sono emerse grandi dichiarazioni. E lo stesso Lipowitz ha detto poco e solo in poche occasioni, come l’arrivo a Parigi e un circuito serale a Bruckmuhl (100 giri da 600 metri l’uno): ovviamente lo ha vinto lui! «Devo ancora abituarmi a questo clamore, è tutto nuovo»: le sue parole si possono racchiudere in questa frase sostanzialmente.

Forse ha avuto anche indicazioni sul parlare poco. La Red Bull-Bora sta vivendo una forte rivoluzione interna. Sono stati allontanati un coach, il capo dei tecnici (Rolf Aldag) ed è stato risolto il contratto del primo direttore sportivo, Enrico Gasparotto. E in tutto questo a breve dovrebbe essere ufficializzato l’arrivo dell’ex cittì belga, Sven Vanthourenhout, prevedendo l’ormai “certo” arrivo di Remco Evenepoel.

La squadra lo ha omaggiato con questa t-shirt nel gran finale di Parigi (foto Instagram)
La squadra lo ha omaggiato con questa t-shirt nel gran finale di Parigi (foto Instagram)

La Germania e i pro’

Ma torniamo a Florian Lipowitz. E’ bastato che tornasse a casa, perché fosse accolto come un eroe. Decine di persone ad aspettarlo, cartelli di benvenuto, giornalisti e televisioni. Dopo anni di distanza emotiva dal ciclismo professionistico fortemente colpiti dalla parabola discendente di Ullrich e alle ombre sul passato, la Germania ha finalmente trovato un nuovo volto pulito a cui affidarsi. “Festa spontanea”. “Entusiasmo che non si vedeva da tempo”. Così hanno titolato i giornali.

La sua figura sembra cucita su misura per il rilancio del ciclismo tedesco: parla poco, lavora molto, non ama esporsi e quando lo fa, lo fa con lucidità. Il podio al Tour ha mosso le acque anche tra gli sponsor e nei vertici federali, con la speranza che Lipowitz diventi il simbolo di una nuova generazione, più libera da pesi del passato.

«Non riesco a immaginare una vita senza sport – ha detto Lipowitz a RennRad – Ne ho bisogno: esercizio fisico e natura. E quella sensazione dopo. Quella sensazione la sera dopo un allenamento intenso: quella soddisfazione. Quella sensazione di stanchezza nei muscoli. E’ quasi una dipendenza».

Grande reazione del tedesco a La Plagne. Il giorno prima le aveva prese da Onley (alla sua ruota), poi gliele ha restituite con gli interessi
Grande reazione del tedesco a La Plagne. Il giorno prima le aveva prese da Onley (alla sua ruota), poi gliele ha restituite con gli interessi

Finale leggero…

Da qualche giorno Florian Lipowitz è tornato a lavorare, ma senza farsi trascinare dall’euforia. In tutte le interviste ribadisce che c’è ancora tanto da imparare. Anche secondo chi gli è vicino, sembra sia ancora lontano dal suo apice.

«Florian – ha detto John Wakefield, tecnico del team Red Bull-Bora – è ben lontano dal raggiungere il suo apice fisiologico. Il Tour gli ha mostrato dove può arrivare, ma anche quante cose debba ancora affinare. Non si considera un campione, ma un atleta in costruzione».

Da qui a fine stagione il calendario di Lipowitz è da definire. Il team manager Ralph Denk ha escluso la sua presenza alla Vuelta, mentre non ha sciolto le riserve circa la presenza di Florian al Giro di Germania (20-24 agosto, ndr), dato che visto il successo post Tour in tanti lo reclamano. E forse potrebbe essere la ciliegina sulla torta per un interesse pubblico verso il ciclismo professionistico che sta rifiorendo.

«Credo che mi concentrerò sulle corse di un giorno – ha detto Florian – rientrerò forse in Canada e sarebbe bello fare il Giro di Lombardia. Quest’ultimo monumento dell’anno sarebbe un altro momento clou per me in questa stagione, e voglio fare bene lì».

La Red Bull chiaramente se lo coccola. E’ un “germanofono”, è fedele al dogma del lavoro. Ma soprattutto è il profilo ideale per il progetto Grandi Giri del team stesso. In attesa di Remco, con Lipowitz l’obiettivo è chiaro: diventare un corridore da Grandi Giri, anche se gli 11′ da Pogacar non sono pochi. Magari proprio l’arrivo del bi-campione olimpico potrebbe sgravarlo da ulteriori pressioni.

Pidcock e la Q36.5: impatto positivo. Ora serve affinare il sistema

05.08.2025
5 min
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La prima stagione di Tom Pidcock con la Q36.5 Pro Cycling proseguirà con la sua seconda grande corsa a tappe: La Vuelta. Nel frattempo il britannico è tornato a correre e vincere anche in mountain bike. Q36.5 ha voluto anche celebrare questo esordio con un kit speciale dedicato al successo delle Olimpiadi di Parigi 2024. L’arrivo di un corridore del calibro di Pidcock in una formazione professional cattura l’attenzione e diventa anche un modo per confrontarsi, con pari diritto, nel ciclismo dei grandi. 

Alle spalle il deserto, è l’esordio di Pidcock in maglia Q36.5 Pro Cycling all’AlUla Tour, che ha portato due vittorie di tappa e la generale
Alle spalle il deserto, è l’esordio di Pidcock in maglia Q36.5 Pro Cycling all’AlUla Tour, che ha portato due vittorie di tappa e la generale

Partenza col botto

Il britannico ha esordito alla grande all’Alula Tour con due successi di tappa e la vittoria della generale. Il grande exploit è stato però sugli sterrati della Strade Bianche, dove Tom Pidcock ha conquistato uno spettacolare secondo posto alle spalle di Pogacar. E’ mancato forse lo squillo in una corsa importante, con tanti piazzamenti che hanno sicuramente reso orgoglioso il team, ma che non possono aver soddisfatto al 100 per cento un corridore del suo calibro. 

«L’impatto di Tom sul team è stato più che positivo – racconta Gabriele Missaglia, diesse che lo ha affiancato per gran parte della stagione – avevamo bisogno di un corridore del suo livello. Ci siamo messi al lavoro fin dal primo ritiro, a dicembre, e abbiamo capito di aver preso un campione. Fino al Giro le nostre strade sono andate di pari passo, poi ci siamo divisi vista anche la sua pausa dalle corse. Ci troveremo nuovamente insieme a Torino per ripartire con La Vuelta».

Sugli sterrati delle Strade Bianche Pidcock ha lottato contro Pogacar in un duello che ha emozionato i tifosi
Sugli sterrati delle Strade Bianche Pidcock ha lottato contro Pogacar in un duello che ha emozionato i tifosi
L’impatto positivo sul team si è visto già dalla prima gara in Arabia…

E’ partito fortissimo, con il dominio all’AlUla Tour e il bel successo di tappa alla Vuelta Andalucia. Dopo quei primi appuntamenti ci siamo concentrati sulle gare italiane con Strade Bianche, Sanremo e Tirreno-Adriatico. Il secondo posto a Siena dietro Pogacar è stato forse il momento migliore della stagione, mentre il grande rammarico è stata la Sanremo. 

Come mai?

Perché è caduto proprio all’imbocco della Cipressa, in un momento cruciale che era stato approcciato al meglio. Quel giorno era in grande forma ed era uno dei favoriti, la sfortuna esiste e fa parte del ciclismo, ma abbiamo visto che la Sanremo è una gara adattissima a lui

Le Classiche delle Ardenne sono le preferite da Pidcock, per sua stessa ammissione
Le Classiche delle Ardenne sono le preferite da Pidcock, per sua stessa ammissione
Poi avete fatto rotta sulle Classiche delle Ardenne.

C’è stato un periodo di pausa dalle gare per arrivare pronti anche al Nord. Ci siamo concentrati solamente sulle Ardenne, non correndo Fiandre e Roubaix. Anche in questo caso Pidcock ha raccolto ottimi risultati con un terzo posto alla Freccia Vallone e due top 10 a Amstel e Liegi. 

Ancora non si sapeva nulla sull’invito al Giro, che è arrivato poco dopo…

Una volta confermata la nostra presenza alla Corsa Rosa abbiamo deciso di tirare dritto. Credo che Tom abbia onorato la gara, come tutti noi, visto che non c’è stato modo di lavorare al meglio per arrivare pronti. Ha messo insieme diversi piazzamenti di spessore con il tentativo di curare la classifica generale, cosa che in passato non aveva mai fatto volentieri. 

Pidcock ha corso il Giro curando la classifica generale, anche se non è riuscito a prepararlo al meglio
Pidcock ha corso il Giro curando la classifica generale, anche se non è riuscito a prepararlo al meglio
Un sedicesimo posto finale senza grandi acuti, eravate soddisfatti?

Pidcock quando mette il numero sulla schiena parte per vincere, quindi direi che una vittoria di tappa sarebbe stata una buona moneta per ripagare quanto fatto. Però con gli inviti arrivati così tardi era difficile pensare di preparare il Giro al meglio. Se devo guardare a una tappa nella quale avremmo potuto raccogliere di più, dico quella di Siena. Pidcock sulle strade bianche si esalta e quel giorno ha fatto il diavolo a quattro, peccato per la doppia foratura. Avrebbe meritato qualcosa in più. 

Si può pensare di fare classifica nei Grandi Giri?

Forse siamo arrivati a capire che c’è una buona possibilità di fare bene. Al Giro, fino alla tappa di Bormio, Pidcock era vicino alla top 10. Poi nell’ultima settimana ha dovuto tirare fuori le ultime gocce di energia. Serve capire su quali gare concentrarsi, ma è anche vero che siamo una professional e il calendario non è mai una certezza. 

Difficile fare programmi anche con un campione in squadra come Pidcock?

Conta sempre il ranking, per noi sarà fondamentale rientrare tra le prime quattro professional. Ci sarà da vedere alla fine del triennio come saremo messi e quali squadre WorldTour rimarranno. 

Per la Vuelta quali ambizioni ci sono?

Innanzitutto vedremo Tom come tornerà in corsa all’Arctic Race, poi quando lo incontrerò alla Vuelta parleremo e inquadreremo gli obiettivi. Non dimentichiamo che il mondiale in Rwanda è adatto alle sue caratteristiche…

La scelta della Campana Imballaggi, prossima continental

05.08.2025
5 min
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Quello della Campana Imballaggi-Geo & Tex – Trentino è un impegno oneroso, considerando che ha tre squadre: una di allievi, una di juniores e una di under 23. Tre squadre con i loro staff, con il loro calendario, con tante speranze riposte nei ragazzi che pian piano crescono sperando di trovare spazio fra i “grandi”.

Alessandro Coden, manager del team Under 23 pronto a un salto di qualità nel 2026 (foto team)
Alessandro Coden, manager del team Under 23 pronto a un salto di qualità nel 2026 (foto team)

A gestire la formazione degli U23 c’è Alessandro Coden, che descrive la struttura: «Alla guida degli juniores c’è un mio ex atleta. Con gli U23, anche noi facciamo tanta attività all’estero, abbiamo corso il Giro d’Austria, prima del Giro NextGen, poi andremo in Spagna a settembre e forse avremo anche un impegno in Belgio, per far assaggiare ai ragazzi che cosa significa correre al Nord. Senza contare tutta l’attività internazionale in Italia. E’ un impegno oneroso, considerando che fra i due team ci sono più di 20 ragazzi impegnati pressoché ogni domenica».

Rispetto al passato sta diventando sempre più difficile gestire una squadra under 23?

La gestione di per sé non lo sarebbe, fortunatamente abbiamo degli sponsor che ci sostengono e che rimangono nel tempo. Non guardano solo ai risultati, ma a tutto il complesso dell’attività e del lavoro con i ragazzi. Sanno che se non fai questo tipo di attività, impegnandoti anche all’estero, confrontandoti con il meglio della categoria, non cavi un ragno dal buco. Ma nel confronto con gli altri anni non è che in questo sia diverso.

La Campana Imballaggi nel complesso ha 28 ragazzi, fra U23, juniores e allievi (foto team)
La Campana Imballaggi nel complesso ha 28 ragazzi, fra U23, juniores e allievi (foto team)
Negli ultimi anni però si sono affermati i devo team, la strada per il professionismo è diventata più ardua se non si passa attraverso di loro…

Esatto, su questo devo dire che il nostro mondo è cambiato e c’è maggiore squilibrio. Io sono sempre stato di un’idea precisa: quando uno junior passa di categoria, dovrebbe fare i primi due anni in Italia, in un team italiano. Ci deve essere un sistema che tuteli il movimento nazionale, altrimenti si rischia di sparire tutti.

Secondo te aiuterebbe un sistema come è in vigore negli altri sport, nei quali quando un atleta firma per un grande team, chi l’ha cresciuto prende un indennizzo secondo una sorta di schema piramidale?

Qualcosa del genere c’è già, ma certamente aiuterebbe se ben strutturato. Io però non ne faccio solo una questione economica, secondo me servirebbe anche per tutelare l’attività nazionale nel suo complesso, dando anche il tempo ai ragazzi di maturare, perché non tutti coloro che passano da junior sono già pronti, anzi…

Christian Piffer è una colonna del team, atteso a risultati nella seconda parte dell’anno (photors.it)
Christian Piffer è una colonna del team, atteso a risultati nella seconda parte dell’anno (photors.it)
In questo momento è più difficile gestire un team juniores o U23?

Per quel che vedo, è più difficile con gli juniores perché hai addosso la maggior parte dei genitori che si preoccupano del rendimento e delle possibilità del figlio, senza pensare davvero al suo futuro. So ad esempio che ci sono tanti ragazzi che stanno passando nei devo team e per farlo lasciano la scuola, abbandonano prima dell’ultimo anno delle superiori. E’ una scelta folle, se poi la tua scommessa ciclistica non funziona, sono guai seri.

A tuo modo di vedere quanta colpa c’è in questo da parte delle famiglie?

Tanta, e non so neanche se sia per il miraggio economico come avviene nel calcio. Io so solo che vengono da me e mi dicono: «Mio figlio ha già firmato per quella squadra» e non sanno neanche che si parla di un team U23 e non professionistico. Sono abbagliati dal nome. E come succede la maggior parte delle volte, dopo un paio d’anni la riconferma non c’è e tornano all’ovile, ma senza diploma non hanno nulla in mano. E lo dice uno che le superiori neanche le ha fatte.

Leonardo Volpatop è tornato quest’anno alla Campana Imballaggi. 6° giovane al Giro d’Austria (photors.it)
Leonardo Volpatop è tornato quest’anno alla Campana Imballaggi. 6° giovane al Giro d’Austria (photors.it)
Perché?

Non nego che me ne sono pentito, ma io ho avuto la fortuna di entrare nella Polizia Penitenziaria quando correvo. Ma se un ragazzo non ha questa fortuna di entrare in un corpo militare, se per qualsiasi ragione nella sua militanza nel team internazionale si fa male o qualcosa va storto, che gli resta? E’ qui che i genitori hanno una grossa responsabilità, dovrebbero essere loro abbastanza maturi da pensarci, da riflettere sul futuro dei loro ragazzi e non farsi abbagliare da facili quanto immaginari guadagni.

Venendo al gruppo vostro, su chi punteresti fra i tuoi ragazzi per un futuro ciclistico?

Ad esempio c’è Leonardo Volpato, che dopo due anni alla MBH Bank Ballan ha deciso di venire con me a fine stagione. Ha fatto 10° al campione italiano, è sempre lì, è un bravissimo ragazzo ma è un po’ testardo. Si allena da matti, ma alla fine porta meno di quel che meriterebbe. Adesso ha incominciato ad ascoltare di più e gli effetti si vedono: bene al Giro d’Austria, bene al NextGen. Qui mi tolgo un sassolino dalla scarpa: ci dicevano che eravamo i peggiori, alla fine abbiamo fatto quarti fra le squadre italiane. Oltre a lui c’è Piffer, c’è Vecchiutti che ha vinto una corsa la settimana passata, quella di San Donà in notturna che per noi è un campionato del mondo.

Da Francesco Vecchiutti è arrivata la vittoria più attesa, al Memorial Cochi Boni (photors.it)
Da Francesco Vecchiutti è arrivata la vittoria più attesa, al Memorial Cochi Boni (photors.it)
E dagli junior chi ti segnalano?

C’è un bel ragazzino, Alessandro Avi che farà l’under 23 con noi anche perché nel 2026 passeremo continental. E’ uno che va bene nei percorsi ondulati, su salite non tanto lunghe.

Perché diventare continental?

Perché è ora di cambiare. In Italia dobbiamo adeguarci, se guardate, di team regionali ce ne sono pochi, per fare un certo tipo di attività devi fare il salto. Ci proviamo, non è detto che la facciamo. Certamente c’è un aggravio di spese notevole, devi dare un minimo di stipendio ai ragazzi, anche a quelli dei primi anni, poi ci sono le assicurazioni, la fidejussione. La cosa un po’ mi preoccupa, ma per il futuro della Campana Imballaggi dobbiamo farlo…