Pologne: vince Kooij, ma da domani la XDS-Astana aspetta Bettiol

04.08.2025
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LEGNICA (Polonia) – Sul traguardo della tappa inaugurale del Tour de Pologne finisce come ci si aspettava. Volata doveva essere e volata è stata con Kooij che ha mantenuto i pronostici battendo al colpo di reni Magnier e Plotwright. Domani però si inizia già a salire e i tanti uomini di classifica che ambiscono a fare bene non possono restare attardati.

Si resta in Bassa Slesia, vicinissimi al confine con la Repubblica Ceca. Il profilo della seconda tappa propone quattro “gpm” di seconda categoria, tante salitelle intermedie e l’arrivo agli 800 metri di Karpacz, tutto racchiuso in poco meno di 150 chilometri. Il finale strizza l’occhio non solo ai passisti-scalatori, ma anche a quei corridori che sanno tenere su percorsi simili dotati di un bello spunto veloce in gruppetti ristretti. Le caratteristiche di Alberto Bettiol, per fare un esempio pratico e per dire il nome di un atleta che vorremmo rivedere davanti. E allora fuori dal bus della XDS-Astana il diesse Alexandre Shefer non si nasconde nel descriverci come vede l’ex campione italiano, senza tralasciare qualche pungolata di stimolo e motivazione.

Ulissi (2° nel 2024) e Bettiol sono gli uomini che faranno classifica al Tour de Pologne
Ulissi (2° nel 2024) e Bettiol sono gli uomini che faranno classifica al Tour de Pologne
Il Tour de Pologne è sempre una gara valida per potersi rilanciare. Sarà così anche per Bettiol?

Vediamo come andrà. Alberto ha fatto altura e secondo me è in forma. Nella prima parte di stagione ha avuto qualche acciacco, un po’ malato e altri problemi vari. Ora però siamo venuti in Polonia per fare classifica con lui.

Quindi non curerete la generale con Ulissi che nel 2024 qua aveva fatto secondo per pochi secondi?

Si divideranno i gradi di capitano, poi vedremo cosa dirà la strada. Rispetto agli altri anni, quest’anno il percorso del Pologne è piuttosto duro. Non ci sono grandi salite, ma ci sono tante salite abbastanza corte. Infatti il dislivello complessivo è più alto. Tuttavia quando Bettiol sta bene non ha problemi su questi tracciati. E guardando la lista dei partenti può giocarsela. Ci sono tanti buonissimi corridori, ma non i fenomeni alla Pogacar per capirci.

Il diesse Shefer ha voluto “responsabilizzare” Bettiol al Polonia, da cui si aspetta un segnale
Il diesse Shefer ha voluto “responsabilizzare” Bettiol al Polonia, da cui si aspetta un segnale
Vi aspettate quindi che possa essere là davanti con i migliori?

Certo, anche per tutta onestà quando parliamo di “fare classifica” intendiamo dal terzo posto in giù, visto che forse qualche corridore più scalatore di lui c’è. Più che altro, abbiamo scelto così perché Bettiol deve dare un segnale che c’è.

Lo avete fatto per una questione morale?

Sì esatto, ma anche per dargli qualche responsabilità in più. Se lui ci fa una buona classifica o anche un paio di tappe, magari con una vittoria, può puntare alle prossime gare con maggiore fiducia. C’è il calendario italiano, ci sono le gare canadesi e altre corse adatte a lui. Può fare un finale di stagione in crescendo. Un buon corridore come lui deve lasciare un segno in questo periodo.

Avete parlato con lui di questo aspetto?

Lui ha ancora due anni di contratto, ma bisogna guardare il presente. Noi abbiamo cercato di fargli capire la situazione. Noi tecnici e tutta la XDS-Astana teniamo a Bettiol. Uno come lui non può essere così assente durante la stagione. E’ un discorso che vale per lui quanto per noi, che abbiamo bisogno di lui. Ed anche il ciclismo italiano ha bisogno di ritrovare il miglior Bettiol.

Come avete visto Bettiol per questo Pologne?

Bene. Anzi, è la prima volta di quest’anno che l’ho visto pronto. E’ magro, tirato, concentrato. Vedremo da domani in avanti, ma lo vedo “a puntino”.

Kooij e il suo futuro

Durante la team presentation di ieri è stato il più nominato per il (quasi scontato) arrivo allo sprint. Un po’ perché Olav Kooij ha sempre centrato un successo al Tour de Pologne dal 2022 in avanti, un po’ perché tra i velocisti al via è quello più continuo nei risultati. Kooij “doveva” vincere e Kooij ha vinto, centrando il suo quinto sigillo nella corsa polacca (43° in carriera) ed indossando la prima maglia gialla di leader proprio come era successo nel 2022. Il 23enne velocista della Visma | Lease a Bike in mixed zone ha rivissuto la volata e sul suo contratto in scadenza quest’anno non si è sbilanciato.

«Mi piace questa gara – ha risposto l’olandese – ed è sempre un grande onore per me vincere su queste strade. E’ stata la mia prima vittoria dopo la tappa di Roma al Giro. Nel mezzo ho fatto un buon periodo di recupero, solo due gare e tanto lavoro per la seconda parte di stagione. Non ho visto la caduta (ad 1,6 chilometri dalla fine, ndr) perché è successa dietro di me. Devo ringraziare la squadra che ha lavorato tutto il giorno e soprattutto nel finale. Grazie a loro non è così difficile vincere da pronosticato (sorride, ndr). Sul mio futuro posso dirvi che sono molto emozionato, ma non posso dirvi nulla perché non sarebbe giusto adesso. Ho avuto diverse proposte e ho fatto tante chiacchierate, però ci saranno tempo e posti per dire tutto quanto».

Verre racconta Vauquelin, diventato leader questa estate

04.08.2025
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Kevin Vauquelin è stato uno dei personaggi del Tour de France. Tanto più perché francese, ha riscosso grande attenzione mediatica. Per dieci giorni si è quasi giocato il podio e la maglia bianca, poi le cose si sono fatte più complicate per l’atleta della Arkea-B&B Hotels. E dicendo Arkéa, la mente va subito all’italiano che da più anni milita nel team bretone: Alessandro Verre.

Il lucano sta iniziando il Tour de Pologne ed è uno dei ragazzi che è stato vicino a Vauquelin sia durante la stagione che nei primi tempi in squadra. Entrambi infatti sono classe 2001. Ed entrambi sono arrivati all’Arkea nel 2022, anche se Vauquelin era già da tempo nell’orbita del team, avendovi fatto esperienze da stagista. Per di più, anche lui è normanno, dunque non lontano dalla sede dell’Arkea.

Con l’aiuto di Verre cerchiamo quindi di saperne di più su questo atleta, che tra l’altro proprio nei giorni post Tour si è fratturato il perone mentre scendeva le scale con le valigie in mano. Una vera sfortuna.

Alessandro Verre è all’Arkea B&B Hotels da quattro stagioni (foto Instagram)
Alessandro Verre è all’Arkea B&B Hotels da quattro stagioni (foto Instagram)
Partiamo da te, Alessandro. E’ un bel po’ che non corri…

Eh sì, non corro dal Tour de Suisse e da oggi inizia per me questa seconda metà di stagione con il Polonia.

E come stai? Con che obiettivi parti al Polonia?

Come sto lo scopriamo da oggi, spero di star bene. C’è stata questa grande pausa estiva durante la quale abbiamo ricaricato un po’ la testa, più che altro. E chiaramente ho recuperato fisicamente.

Quanto è stato importante resettare tutto, sfruttando però la condizione con cui sei uscito dal Giro?

Alla fine tanto buona, poi, questa condizione non era. Mi aspettavo che il Giro d’Italia mi lasciasse quel qualcosa in più, come è stato un po’ lo scorso anno, anche perché lo avevo finito bene, però non è stato così. Anche in Svizzera, dopo due settimane, ero veramente molto stanco e mi sono ritirato, nonostante quella corsa fosse divenuta molto importante per noi, visto che avevo la maglia di leader con Kevin Vauquelin. Quindi c’era del lavoro da fare per difenderla.

C’è l’ipotesi Vuelta per te?

Sono scaramantico e non mi va di dirlo! Diciamo che in questo Polonia ci giochiamo molto circa la mia presenza in Spagna… Come vi ho detto in passato, la Vuelta è una corsa che veramente voglio fare. E’ quella che reputo più adatta a me.

In Francia la popolarità di Vauquelin è schizzata alle stelle dopo il Tour (foto ASO/Charly Lopez)
In Francia la popolarità di Vauquelin è schizzata alle stelle dopo il Tour (foto ASO/Charly Lopez)
Quest’anno poi ha un percorso durissimo. Sembra essere il Regno degli scalatori…

E per di più parte anche dall’Italia. Però fino a che non è ufficiale non ci penso, semmai ci andrò avrò tempo per studiare il percorso.

Invece, Alessandro, hai parlato di Vauquelin allo Svizzera? Ci sei stato a contatto quest’anno, in particolar modo proprio nella corsa elvetica. Partiamo dalla persona: che ragazzo è Kevin?

E’ un bravissimo ragazzo e quest’anno è cambiato tanto rispetto agli anni scorsi. Kevin è diventato un vero leader. Lo vedi da come parla al gruppo e in gruppo. E più in generale dai suoi comportamenti si nota che ha acquisito molta fiducia in se stesso.

E’ cambiato da questo inverno o è stato un passaggio graduale?

Penso comunque sia stato un passaggio graduale di anno in anno. Kevin non lo stiamo scoprendo adesso, magari quest’anno al Tour si è messo molto in luce, ma non è da poco che va forte. Sì, dalla prima parte dell’estate fino al Tour è andato forte in modo particolare.

Chiaro…

Io avevo fatto con lui già altre corse a metà stagione, verso aprile, e andava bene ma era differente. Dallo Svizzera invece ho trovato una persona completamente diversa. E mi riferisco proprio dal punto di vista mentale.

Tour de Suisse: Verre in testa a tirare per capitan Vauquelin in maglia bianca (foto Getty)
Tour de Suisse: Verre in testa a tirare per capitan Vauquelin in maglia bianca (foto Getty)
Come te lo spieghi questo salto di personalità, questo cambiamento?

Non lo so di preciso perché non sto con lui così tanto tempo anche fuori dalle corse, probabilmente sarà anche merito dello staff che ha attorno. Ha anche dei professionisti esterni che lo supportano… Insomma un insieme di cose che hanno accresciuto la sua fiducia. Ma in generale è cambiato. Per esempio penso ai ritiri di qualche tempo fa. Era più esuberante, anche in discesa. E non nascondo che in qualche occasione è anche caduto, mettendo a rischio tutto quanto il lavoro fatto. Invece adesso è più maturo, si è calmato… e si vede!

Invece, da un punto di vista del corridore? Questo ragazzo inizia ad avere un buon palmarès: due volte secondo alla Freccia Vallone, una tappa al Tour, podio finale al Tour de Suisse… Corre a testa alta e petto in fuori anche contro i grandi.

Eh sì, anche al Tour si è visto. E per me si è visto soprattutto negli ultimi giorni, quando era in difficoltà. Dove non arrivava con le gambe, ci arrivava con la testa e la tenacia. Lo vedevo e notavo come si gestiva. E infatti, nonostante perdesse qualcosa, il giorno dopo era pronto a ripartire da capo.

Secondo te che corridore è: cacciatore di tappe e classiche o uomo da Grandi Giri?

C’era questo dubbio nella terza settimana, diciamo dai Pirenei in poi, dove le salite erano più lunghe e meno adatte alle sue caratteristiche. Però ha dimostrato di sapersi difendere. Certo, magari non è all’altezza degli “alieni”, però ha dimostrato di poter stare davanti al Tour: non è cosa da poco. Poi sicuramente è più adatto a quei generi di arrivi come la Freccia appunto o nelle classiche dove le salite sono brevi ed esplosive. E poi c’è anche da dire un’altra cosa.

Vauquelin sul “suo” Mur de Bretagne. Ad oggi il francese è senza dubbio più adatto alle classiche
Vauquelin sul “suo” Mur de Bretagne. Ad oggi il francese è senza dubbio più adatto alle classiche
Prego…

Kevin va forte a cronometro, si sa difendere molto bene. E se dovesse iniziare a lavorarci in modo specifico potrebbe essere un vantaggio per lui…

Specie se, come sembra, cambierà squadra e dovrebbe andare alla Ineos Grenadiers (manca giusto l’ufficialità)…

Dalle voci che girano… ma non sono cose che mi riguardano. Di certo potrà provare ad impegnarsi sulle tre settimane. Ma questo dipenderà sempre da lui e dalle scelte che farà la squadra, qualunque essa sia, in cui si ritroverà. Ha le carte in regola per fare quel passo in avanti, mettiamola così.

E come persona?

E’ simpatico, scherza… Poi siamo coetanei. Ma come ho detto prima, da quest’anno soprattutto mi sta colpendo proprio il suo atteggiamento, il modo in cui ti parla. Anche con me: il giorno che mi sono ritirato in Svizzera, quando stavo male e lui aveva la maglia che dovevamo difendere, è venuto da me e mi fa: «Alessandro, stai tranquillo, non è successo niente». Aveva visto che ero dispiaciuto, ma anche che ci avevo provato.

EDITORIALE / Il Papa, le voci di Gaza e il ciclismo che tace

04.08.2025
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Quando il pullman della Israel-Premier Tech entrava nel parcheggio al raduno di partenza del Tour, accanto gli camminavano diversi gendarmi ben armati. Assistevano alle operazioni di parcheggio e poi, anche se disinteressati alle cose del ciclismo, sostavano nei dintorni perché nulla turbasse i preparativi della squadra israeliana. Ugualmente dopo la tappa, così raccontano gli autisti degli altri mezzi, quello della Israel era l’unico bus a poter infrangere i limiti di velocità fino a raggiungere l’hotel assegnato. Già da un anno, dalle sue fiancate come da quelle di tutti gli altri mezzi del team, per motivi di sicurezza è stata cancellata la scritta Israel.

Quello che succede a Gaza è sotto gli occhi di tutti, eppure nessuno nel mondo dello sport ha pensato di fermare la squadra israeliana, come venne fatto nel 2022 per la Gazprom al tempo dell’invasione russa dell’Ucraina. Perché?

La Israel Premier Tech appartiene Ron Baron e a Sylvan Adams, presidente del Congresso Ebraico Mondiale per la Regione di Israele
La Israel Premier Tech appartiene Ron Baron e a Sylvan Adams, presidente del Congresso Ebraico Mondiale per la Regione di Israele

Le parole di Sylvan Adams

Non si può chiedere al ciclismo e allo sport in genere di risolvere questioni politiche di immensa tragicità, ma neppure si può rimanere indifferenti quando si muove con diversi pesi e diverse misure e ci si comporta come se nulla fosse.

La Israel-Premier Tech appartiene a Ron Baron e Sylvan Adams, miliardario canadese-israeliano e presidente del Congresso Ebraico Mondiale per la Regione di Israele. Adams era presente all’insediamento di Donald Trump e in una lettera al neo rieletto presidente americano lo aveva invitato a schierarsi apertamente a favore dell’intervento contro il “flagello” iraniano.

A febbraio invece, recatosi in visita in un’area confinante con il territorio di Gaza, annunciò investimenti per costruire infrastrutture ciclabili e sportive nella regione devastata dal massacro di Hamas del 7 ottobre 2023.

«Questi mostri – dichiarò all’agenzia JNS, Jewish News Syndicate – sono venuti qui con l’intento malvagio e premeditato di torturare, stuprare, mutilare, profanare, prendere in ostaggio il nostro popolo e distruggere il più possibile. Ma hanno fatto male i calcoli: i terroristi sono riusciti a unirci, non solo in Israele, ma tutti gli ebrei ovunque. Manterremo i nostri valori ebraici e continueremo a essere una forza positiva nel mondo. Siamo resilienti, abbiamo attraversato terribili tragedie in passato, nel corso della nostra storia».

«Sono stati uccisi 18 mila bambini a Gaza – scrive Iacomini, portavoce Unicef – non è una questione di definizioni. Sono MORTI» (@unicef)
Hanno ucciso 18 mila bambini a Gaza – scrive il portavoce Unicef Andrea Iacomini – non è una questione di definizioni. Sono MORTI (@unicef)

Le parole di De Marchi

Ora che invece la tragedia sta dilaniando Gaza e nell’indifferenza sta portando alla morte per fame dei suoi abitanti, con un bilancio provvisorio di oltre 40.000 vittime (nell’attentato al rave del 7 ottobre ne furono uccisi 1.200 e 250 vennero rapiti dai terroristi di Hamas: una risposta era necessaria, ma si è decisamente passato il segno), il mondo del ciclismo tace e va avanti. E’ il periodo dei rinnovi dei contratti, il Tour è appena finito e si va verso Vuelta, mondiali ed europei. Alcuni tifosi lungo la strada hanno sventolato bandiere palestinesi, mentre al Tour nel giorno di Tolosa (foto di apertura) un ragazzo ha corso con una maglietta che inneggiava all’espulsione della squadra. Ma ovviamente nulla è accaduto a livello ufficiale.

«Farei molta fatica ora – ha dichiarato invece Alessandro De Marchi al britannico The Observer – a indossare quella maglia. Non voglio criticare nessuno perché ognuno è libero di decidere per chi correre, ma in questo momento non firmerei un contratto con la Israel. Non sarei in grado di gestire i sentimenti che provo. Nel 2021 mi diedero la possibilità di continuare a correre ai massimi livelli, mi diedero un buon contratto e un buono stipendio e io guardavo alla casa che dovevo costruire e alla mia famiglia. Anche per altri colleghi è lo stesso. Ora mi rendo conto che nella vita ci sono momenti in cui, anche se può essere difficile, è meglio seguire la propria morale. Adesso farei le cose in modo diverso. E forse come mondo del ciclismo dobbiamo dimostrare che ci preoccupiamo dei diritti umani e delle violazioni del diritto internazionale».

Alessandro De Marchi ha corso con la Israel-Premier Tech nel 2021 e 2022, indossando anche la maglia rosa
Alessandro De Marchi ha corso con la Israel-Premier Tech nel 2021 e 2022, indossando anche la maglia rosa

Le parole del Papa

Ieri a Roma più di un milione di ragazzi da tutto il mondo ha pregato per Gaza e per l’Ucraina con il nuovo Papa americano. Difficile immaginare che qualcosa cambierà. Difficile anche decidere di scrivere questo editoriale in un magazine che si occupa di ciclismo. Eppure qualcosa bisognava dire, un segnale è necessario. Gino Bartali, che salvò così tanti ebrei dalla deportazione, sarebbe rimasto in silenzio davanti a questo scempio delle vita umana?

«Noi siamo con i ragazzi di Gaza – ha detto il Papa al termine della messa – dell’Ucraina e di ogni terra insanguinata dalla guerra. Voi siete il segno che un altro mondo è possibile, un mondo di amicizia in cui i conflitti non vengono risolti con le armi ma con il dialogo».

Un mondo che esiste soltanto nei raduni religiosi? Alcuni dei politici che ieri ci hanno riempito di parole sulla grandiosità del raduno e la sua spiritualità sono gli stessi che assecondano le teorie di Trump, accolgono a braccia aperte Netanyahu e offrirebbero ristoro ai soldati israeliani stremati dalla guerra, mentre a Gaza si continua a morire per i cecchini, le bombe e la fame. Non è certo colpa dei corridori della Israel, come non era colpa di quelli della Gazprom. La colpa è come sempre del potere dei soldi. Di chi lo ha e di chi non ce l’ha: non è antisemitismo è pietà. E se è abbastanza evidente che il denaro basti spesso per comprare la felicità, di certo non è servito (finora) per comprare l’umanità. Fermare la Israel-Premier Tech sarebbe servito e probabilmente ancora servirebbe a far capire che noi non siamo d’accordo.

Decathlon e l’esperienza nel ciclismo: la crescita, il WT e il futuro

04.08.2025
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LISSONE – Il marchio Decathlon sta vivendo quella che è la seconda stagione come sponsor a livello WorldTour, affiancando l’azienda di assicurazioni AG2R La Mondiale, che per anni ha dato il nome all’omonimo team. Dal 2024 la formazione in cui milita anche il nostro Andrea Vendrame ha visto l’arrivo di Decathlon come sponsor del team, cambiando il nome in Decathlon AG2R La Mondiale (in apertura sugli Champs Elysées al termine del Tour de France, foto KBLB DAT). Dal 2026 Decathlon diventerà proprietaria unico del team, una scelta che fa ben intendere quali siano le intenzioni dell’azienda per il futuro e l’investimento che è stato fatto sul ciclismo. 

Questo l’accordo siglato qualche settimana fa con il quale Decathlon diventerà proprietario unico del team e con l’ingresso di CMA CMG come secondo sponsor (foto Pauline Ballet)
Questo l’accordo siglato qualche settimana fa con il quale Decathlon diventerà proprietario unico del team e con l’ingresso di CMA CMG come secondo sponsor (foto Pauline Ballet)

Il cammino di Decathlon

Decathlon, come tutte le aziende che lavorano su scala mondiale, diversifica il lavoro sul territorio ma l’aspetto principale rimane solido: accompagnare il ciclista

All’interno dello Store di Lissone abbiamo avuto modo di parlare con Rosario Cozzolino, il quale prima ha ricoperto il ruolo di Category Manager Ciclismo e dal luglio 2024 è diventato Area Manager. 

«All’inizio – ci racconta – l’ingresso di Decathlon nel WolrdTour, con il proprio brand Van Rysel, è stato visto quasi come uno scherzo da molti, c’era poca credibilità. Un anno e mezzo dopo posso dire che il trend è cambiato e ancora sta cambiando. Gli appassionati, amatori o comunque gente che è sempre andata in bici, hanno cominciato ad apprezzare il brand Van Rysel, e anche Decathlon retailer e fornitore di servizi importanti». 

Entrare nel WorldTour ha permesso a Decathlon di sviluppare e far apprezzare le proprie bici Van Rysel (foto Marie Vaning)
Entrare nel WorldTour ha permesso a Decathlon di sviluppare e far apprezzare le proprie bici Van Rysel (foto Marie Vaning)
Qual è stato il passo più difficile da fare?

Prima il livello tecnico delle nostre bici era diverso, avevamo modelli su fasce di prezzo che al massimo arrivavano a 4.000 euro, ora la nostra bicicletta di riferimento, che è la stessa utilizzata dal team WorldTour, sfiora i 10.000 euro. Per fare ciò sono state superate alcune visioni ed abbiamo investito sulla tecnicità dei modelli e sulla competenza dei nostri collaboratori. 

Come si è lavorato?

Su tre punti principalmente: merchandising, la formazione in fase di vendita e sulla riparazione, quindi l’assistenza tecnica post vendita. Il nostro obiettivo è accompagnare il cliente in tutto il processo, dalla consulenza pre vendita alla manutenzione. Questo è stato l’approccio che ci ha consentito di iniziare a penetrare un mercato che in Italia è veramente ostico a causa, o grazie, a quei marchi che hanno fatto la storia di questo sport. Però, grazie anche ad alcune partnership che nel tempo stanno andando avanti, come quella con Santini, siamo riusciti ad acquisire una maggiore credibilità a 360 gradi.

Gli investimenti sono stati diversi e hanno coinvolto tutti i processi di produzione
Gli investimenti sono stati diversi e hanno coinvolto tutti i processi di produzione
Quanto è stato importante l’investimento fatto?

Moltissimo. Van Rysel fa parte di uno dei tre expert brand su cui Decathlon sta investendo per iniziare a penetrare determinati mercati, insieme a Kiprun sul running e Kipsta per quanto riguarda il calcio. Ora l’investimento sarà ancora più alto e collocherà il team al livello delle migliori formazioni al mondo. Decathlon vuole diventare un faro del mondo WorldTour con un accordo importante siglato per i prossimi cinque anni. 

In Italia che riscontro ha avuto?

Sul mercato italiano questo si vedrà sul lungo termine. Sul breve periodo però già abbiamo visto un bel riscontro che ci fa guardare con fiducia al futuro. Abbiamo selezionato dei negozi dove il ciclismo ha un’offerta ampia a livello tecnico. Il fatto di essere entrati nel ciclismo professionistico ci ha dato una grande spinta, alla quale è seguito un miglioramento generale degli aspetti citati prima. 

Decathlon nel mercato italiano ha visto un incremento importante per le proprie bici, in ogni settore
Decathlon nel mercato italiano ha visto un incremento importante per le proprie bici, in ogni settore
Ci sono altri passi da fare?

Certamente, oggi l’appassionato non ha bisogno solamente del prodotto ma di un’esperienza a 360 gradi. Non si tratta di comprare una bici di alta gamma ma di avere servizi dedicati come il bike fitting, la nutrizione, la preparazione per poi arrivare al creare una community. Il nostro sogno è che un domani gli appassionati insieme alle proprie Van Rysel possano trovarsi fuori dagli store Decathlon, come questo, e fare una pedalata tutti insieme. 

Il WorldTour è un modo per arrivare direttamente al cliente?

E’ un aspetto che abbiamo toccato con mano, quando Andrea Vendrame è venuto nel nostro negozio di Torino ha portato tanti appassionati che hanno poi avuto modo di toccare con mano il nostro lavoro. Per Decathlon lavorare a stretto contatto con i professionisti è un modo per avere un feedback costante sui nostri mezzi con l’obiettivo di evolvere in maniera reciproca. 

Gli incontri negli store con i professionisti è un modo per avvicinare gli appassionati e metterli a contatto con il mondo Decathlon
Gli incontri negli store con i professionisti è un modo per avvicinare gli appassionati e metterli a contatto con il mondo Decathlon
Il cammino di Decathlon come proseguirà?

Nasciamo per poter accompagnare gli sportivi da quando iniziano a quando diventano professionisti. Sono trent’anni, un po’ più in realtà, che siamo in Italia e siamo arrivati ad avere tre expert brand (Van Rysel, Kipsta e Kiprun, ndr) che accompagnano i professionisti. Ma non abbiamo perso la nostra anima che è quella di voler avvicinare le persone alla pratica sportiva.

Una piccola voce, ma parole sacrosante sulla sicurezza

04.08.2025
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Questa non è un’intervista a Pogacar e tantomeno a Jonathan Milan, Ganna o Ciccone. Si parla di sicurezza, che dopo i fatti di Terlizzi non è mai abbastanza, e Lucio Dognini, che ne è il protagonista, starebbe volentieri dietro le quinte, preferendo che ad esporsi siano nomi più importanti di lui. In linea di principio potrebbe avere ragione, ma non sono stati i grandi nomi che dopo la morte di Samuele Privitera e il nostro editoriale del 21 luglio hanno scritto una mail: lo ha fatto lui. E dalla mail abbiamo preso spunto per ricontattarlo (in apertura, Monica e Luigi, in camicia bianca e polo nera: i genitori di Privitera alla ripartenza del Giro della Valle d’Aosta).

Dognini, bergamasco di 60 anni, è il titolare di Travel&Service, l’azienda che per anni è stata secondo nome sulla maglia della Valcar fra le donne, nel ciclocross con la Fas Airport Services-Guerciotti-Premac e sponsor minore della Biesse-Carrera-Premac. E’ presidente del team juniores Travel & Service Cycling Team-3B Academy ed è fra gli organizzatori della Due Giorni di Brescia e Bergamo, ugualmente per juniores. Nella sua mail si dice totalmente d’accordo con ogni articolo che parli di sicurezza e del fatto che le strade siano piene di trappole per ciclisti e che le auto siano troppo grandi e veloci.

«Ma personalmente – scrive Dognini – penso sia anche un modo per non prenderci le nostre responsabilità. Sì, non prenderci le nostre responsabilità: noi che siamo gli attori principali di questo sport!!». 

Lucio Dognini, secondo da destra, in una visita alla Biesse-Carrera che sponsorizza
Lucio Dognini, secondo da destra, in una visita alla Biesse-Carrera che sponsorizza
Partiamo da qui: che cosa può fare il ciclismo?

Le squadre pagano ingaggi di milioni di euro, però non pensano che se uno di questi corridori si fa male, buttano via i soldi. Questo è il mio pensiero. Esattamente come il concetto del prevenire gli incidenti da parte di questi professionisti mega pagati quando sono in giro a fare l’allenamento. Quanti post avete visto, di squadre o di professionisti, che vanno in giro con le luci accese? Piuttosto vedi quello che mangia la pizza o si fa il selfie e per me è una cosa sbagliatissima.

Che cosa potrebbero fare invece?

Se facessero dei post in cui fanno vedere che vanno a fare gli allenamenti con le luci accese anche di giorno, con i lampeggianti davanti, darebbero l’idea che l’uso di certi strumenti li può aiutare a tornare a casa sani e salvi. Avremmo meno tragedie come quella di Sara Piffer e come lei Matteo Lorenzi. Meno ragazzi morti, meno ciclisti morti sulle strade. Invece fanno le loro esibizioni divertenti e non pensano che i ragazzi giovani li guardano. E le squadre non dicono niente. Glielo fanno mettere nel contratto che sono obbligati a rispettare il codice della strada?

I professionisti più in luce e i loro social sono un’ispirazione fissa per i giovani corridori (immagine Instagram)
I professionisti più in luce e i loro social sono un’ispirazione fissa per i giovani corridori (immagine Instagram)
Cosa succede nelle categorie minori?

Pensiamo solo a farli correre, a farli andare sempre più veloci, ma non facciamo niente per la loro sicurezza. Durante le gare, dove mi dicono ci sia una commissione federale al lavoro, ma soprattutto durante gli allenamenti. I miei hanno 16-18 anni, si allenano 20 ore a settimana sulle strade di oggi, essere visibili è una necessità. Eppure se vai in bici, ti accorgi che neanche il 10 per cento dei ciclisti usa la luce davanti.

Come quando non si usava il casco…

Poi i professionisti sono stati costretti a usarlo e adesso ce l’hanno tutti, anche se la normativa italiana non lo impone. Se i professionisti lavorano per loro sicurezza, automaticamente diventerà una buona pratica e magari l’amatore spenderà il necessario per comprarsi il completino in cui magari hanno inserito un airbag superleggero.

Anche perché testimonial di Garmin Varia, Nibali si è spesso mostrato con la luce anteriore (immagine Instagram)
Anche perché testimonial di Garmin Varia, Nibali si è spesso mostrato con la luce anteriore (immagine Instagram)
Difficili da portare in una salita alpina del Tour se non trovano il modo di renderli leggeri, ma il discorso non fa una grinza. Anche perché le strade sono davvero fatte solo a misura di auto.

Vorrei portare un punto di vista diverso. Sicuramente ci sono anche troppi dossi, creati per rallentare gli automobilisti che vanno sempre più veloci. Questo è palese. Siamo certi però che Privitera, come il ragazzo che è morto alla Gran Fondo qua a Bergamo un mese e mezzo fa, non avesse le mani sopra che gli sono scivolate? Io li vedo i ragazzini. Hanno sempre le mani sulle leve dei freni, che sono di gomma e diventano scivolose. Alcuni nemmeno usano i guanti. Chi glielo ha insegnato?

Anche qui si va per emulazione?

Di sicuro nelle scuole di ciclismo non tutti insegnano ai ragazzi che in discesa si deve andare con le mani basse. Non tutti insegnano questo piccolo dettaglio tecnico, grazie al quale difficilmente perdi la presa del manubrio. Sono punti di vista, ma dico che il sistema deve fare qualcosa. La Federazione, l’associazione dei ciclisti, voi giornalisti come punto di incontro.

Le discese con le mani sopra rendono la bici meno guidabile e la presa insicura. Lui è Lipowitz al Tour
Le discese con le mani sopra rendono la bici meno guidabile e la presa insicura. Lui è Lipowitz al Tour
Sarà interessante sentire su questo qualche professionista.

Prendiamo la caduta di Pogacar alla Strade Bianche. Poteva tranquillamente lasciarci l’osso del collo, finire su una sedia a rotelle. Invece come ne è uscito? Un super eroe, è uscito come un super eroe. Sapete che cosa è successo qualche settimana dopo? C’è stata la Strade Bianche Juniores e mio figlio, che corre in un’altra squadra, nell’allenamento del giorno prima è andato con i compagni a vedere quella curva. Perché quando sei in bici ti sembra di poter fare tutto e che nulla possa succederti, mentre non è così. Io questi ragionamenti li ho fatti con Davide Martinelli il sabato dopo la morte di Samuele.

Di cosa avete parlato?

Mi ha chiamato lui, perché io ho mandato un messaggio al gruppo dei miei atleti. Gli avevo scritto di non aver paura di tirare il freno in gara. E Davide Martinelli, che è un ragazzo sensibile, mi ha chiamato per condividere con me il pensiero. Sono questi i personaggi che dovrebbero parlare di certi argomenti, non io. La mia è una piccola voce che non fa rumore, ma se serve per avviare il dibattito, allora sono a disposizione.

Ferrand Prevot, è fatta: mancava il Tour, ha vinto anche quello

03.08.2025
5 min
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«Stamattina sognavo di vincere in giallo – sorride Pauline Ferrand Prevot che ha appena conquistato il Tour de France Femmes – così ho detto al direttore sportivo: “Se possiamo provare a vincere in giallo, lo faremo”. E’ stata una giornata veloce. Ho commesso un errore in partenza e mi sono ritrovata dietro un buco nella prima discesa, costringendo le mie compagne agli straordinari per riportarmi davanti. Mi sono sentita un po’ in colpa. Ma mi ha insegnato una lezione: sono rimasta davanti. Non è stato facile, è stata una questione di tattica».

Il podio finale: questa volta vince Ferrand Prevot, Vollering ancora seconda, terza Niewiadoma, regina del 2024
Il podio finale: questa volta vince Ferrand Prevot, Vollering ancora seconda, terza Niewiadoma, regina del 2024

Jeannie Longo calpestata

Come era prevedibile, Jeannie Longo ha fatto sentire la sua voce e in una intervista a L’Equipe ha detto di essersi sentita calpestata dal fatto che le sue vittorie al Tour de France siano state dimenticate. Però anche la grandissima francese ha ammesso di aver tifato per la sua erede, che effettivamente in partenza ha rischiato di vanificare il grande sforzo fatto ieri sulla Madeleine.

Come da lei raccontato, Ferrand Prevot ha dovuto sacrificare tutte le compagne per rientrare in gruppo e poi controllare da sola le favorite per quasi 100 chilometri, prima di staccarle ai meno 6,5 dal traguardo di Châtel.

«Alla fine – prosegue nel racconto – mi sono detta che avrei visto come mi sentivo sull’ultima salita. Ho attaccato, ma non pensavo di poter continuare e vincere così. Ho dato davvero il massimo negli ultimi metri di questo Tour de France. Sono felice di essere riuscita a vincere questa tappa e la classifica generale».

Distanza, cadenza e posizione

Nella sua carriera convivono i successi internazionali più importanti in tutte le discipline. Questo ha richiesto un adattamento specifico molto importante, che ad esempio non è riuscito a Tom Pidcock. Rimasto star della MTB, il britannico non è ancora riuscito a vincere gare di pari livello su strada.

«Il primo gap da colmare – ha spiegato il suo ds Boven – era legato alla lunghezza delle gare. La strada richiede molta pazienza, lunghe salite a un ritmo più lento. Per questo le abbiamo consigliato di stare seduta e tenere una cadenza elevata, che le permette di risparmiare energia. Invece per darle la possibilità di imparare a stare in gruppo, anziché mandarla in altura ad aprile, Pauline ha corso le classiche del Nord, dove la lotta per il posizionamento in gruppo è decisiva. Ha così corso dalla Strade Bianche all’Amstel Gold Race, passando per il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix, che ha vinto».

Quattro chili in pochi giorni

Un altro scoglio era quello del peso, perché non vinci il Tour se hai i numeri di una cacciatrice di classiche. E nel suo rimarcare i sacrifici fatti c’è soprattutto questo aspetto: la dieta che ha svolto è stata efficace, ma Pauline ammette di non poter tenere questo peso per tutto l’anno o si ammalerebbe.

«Ora sembra facile – ha spiegato a L’Equipe – ma credo di aver puntato molto in alto quest’anno in preparazione al Tour de France. Ha comportato molti sacrifici e ora so che non ho fatto tutto questo per niente. E’ una grande vittoria e una grande lezione di vita. Il Col de la Madeleine è lungo 20 chilometri e ogni chilo in più non è l’ideale, per cui mi sono dovuta sottoporre a una dieta. Ormai sono abituata a iniziarla circa sei settimane prima dell’obiettivo e ho perso circa 4 chili in poco tempo, proprio mentre aumentavo l’allenamento».

La vittoria di Ferrand Prevot in maglia gialla: un desiderio che coltivava dal mattino
La vittoria di Ferrand Prevot in maglia gialla: un desiderio che coltivava dal mattino

Attentissima alle ricognizioni

Dopo la Vuelta, da cui si è ritirata non avendo grandi sensazioni, la francese è andata ad Andorra e ha iniziato a lavorare sulle salite lunghe, come durante il ritiro in altura a Tignes, all’inizio di luglio. L’intero blocco di allenamento è stato scandito da numerose ricognizioni.

Ancora Boven racconta dell’attenzione maniacale di Ferrand Prevot per la ricognizione delle tappe: un’abitudine che le deriva dalla mountain bike. Sorridendo anche lei ammette di aver provato per due volte la tappa della Madeleine nei giorni del ritiro. Nulla è stato lasciato al caso. E il Tour, quello femminile, torna dopo una vita a parlare francese.

Giro delle Regioni pronto, ma Scotti guarda già oltre

03.08.2025
5 min
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Puntuale come ogni estate ecco che arriva l’appuntamento con il circuito di Fausto Scotti, primo fondamentale riferimento per la stagione di ciclocross. E’ ormai un ventennio che l’ex cittì della nazionale sui prati allestisce circuiti nazionali, ha a disposizione uno staff collaudato che gira l’Italia e le sue gare rappresentano la prima vera presa di contatto con la stagione. Per molti versi il Giro delle Regioni apre il cammino di avvicinamento verso il primo rendez vous costituito dagli europei d’inizio novembre.

Fausto Scotti, ex cittì azzurro, per il 19° anno impegnato nell’allestimento di una challenge nazionale
Fausto Scotti, ex cittì azzurro, per il 19° anno impegnato nell’allestimento di una challenge nazionale

Una scelta difficile fra tanti candidati

La costruzione del calendario è sempre un passo importante, delicato, perché per farlo servono molte settimane nelle quali sono vagliate svariate proposte: «Noi abbiamo stilato un calendario di 5 prove, posso dire che tra organizzatori vecchi e nuovi ne avevamo a disposizione almeno quattro volte tanti. Abbiamo però scelto un calendario snello e concentrato nella prima parte della stagione perché a livello nazionale ci sono tantissime gare e volevamo evitare troppe contrapposizioni. E’ importante che ci sia una cernita, basata sulla competenza e sulla sicurezza: bisognerebbe che tutto il calendario italiano seguisse questo filone».

La quarta edizione del Giro delle Regioni prenderà quindi il via il 28 settembre da Corridonia (MC), in un contesto ormai abituale per la challenge con l’organizzazione del Bike Italia Tour. Ottobre sarò tutto dedicato al Friuli Venezia Giulia: il 5 appuntamento a Tarvisio per una prova internazionale curata dal Bandiziol Cycling Team, il 12 la classica di Osoppo allestita dal Jam’s Bike Buja, il 19 la grande novità di quest’anno con la tappa disegnata sullo Zoncolan, tecnicamente affidata a Carniabike. Infine il 22 novembre gran finale a Cantoira (TO) con la regia del GS Brunero 1906.

Cinque le tappe previste quest’anno al Giro delle Regioni, tra Marche, Friuli (ben 3) e Piemonte
Cinque le tappe previste quest’anno al Giro delle Regioni, tra Marche, Friuli (ben 3) e Piemonte

A un passo dalla Coppa del mondo

«In terra piemontese – ammette Scotti – eravamo davvero vicini all’allestimento di una tappa di Coppa del Mondo, Flanders Classics era pienamente a disposizione perché ciò avvenisse, ma servivano troppi fondi economici e la Regione è impegnata nell’allestimento dello start della Vuelta che non lascia spazio ad altro, quindi abbiamo fatto marcia indietro. Non ce la sentivamo di esporci: noi abbiamo un bilancio in attivo, ma abbiamo anche tantissimi crediti ancora da riscuotere in molte regioni. Ormai anche le delibere degli enti pubblici non sono una garanzia, possono essere cambiate cinque minuti dopo…».

Per questo Scotti ha preferito andare sul sicuro: «Siamo in situazioni dove abbiamo il pieno appoggio delle istituzioni. In Friuli il neo presidente della Fci Michele Bevilacqua ha accolto con entusiasmo il nostro arrivo, lo stesso dicasi nelle Marche e in Piemonte. Ma intendiamoci: chi era con noi lo scorso anno e non c’è oggi non vuol dire che sia stato bocciato, noi potevamo fare anche il doppio di gare, ma non sarebbe stato giusto nei confronti degli altri organizzatori, mettere in concorrenza prove che vanno solo a togliere iscritti e quindi risorse. San Colombano Certenoli, ad esempio, è sempre con noi, daremo loro una mano a fine dicembre per l’allestimento della finale di Coppa Italia giovanile».

Lo staff di Scotti si congiunge in ogni tappa alla società organizzatrice
Lo staff di Scotti si congiunge in ogni tappa alla società organizzatrice

Programma gare rivisitato

E’ proprio sul settore giovanile che, dal punto di vista tecnico, si registra la principale novità del prossimo calendario: «Ci siamo dovuti uniformare al nuovo regolamento Uci che vuole gare specifiche per le juniores donne, quindi non più in gara con le Open. Nelle gare internazionali (anche per non incorrere nella multa prevista di 800 euro) le junior gareggeranno per proprio conto il che significa che il programma di prove avrà un evento in più e quindi dovremo trovare spazio nell’orario gara».

La scelta delle tappe non è sempre facile: «Non avete idea di quante richieste arrivano, anche dai Comuni, ma noi dobbiamo andare con i piedi di piombo per il discorso fatto prima, senza garanzie non ti muovi e le garanzie te le danno in pochi. Anche gli sponsor nel settore diminuiscono e diminuiscono conseguentemente anche i fondi a disposizione. Noi preferiamo appoggiarci a società consolidate, a comitati di tappa che funzionano e che noi integriamo con i nostri servizi e la nostra supervisione, è questo il segreto che ha fatto del Giro delle Regioni una realtà organizzativa ammirata anche all’estero».

Quest’anno la novità è costituita dalla prova junior femminile a sé stante
Quest’anno la novità è costituita dalla prova junior femminile a sé stante

Attesa spasmodica per lo Zoncolan

La tappa dello Zoncolan rappresenta già il fiore all’occhiello di questa edizione: «Sappiamo che allestire lì una prova nella terza settimana di ottobre è pur sempre un azzardo, siamo a 1.300 metri di quota e non abbiamo assicurazioni sulle condizioni meteorologiche, ma allestire lì una prova internazionale rappresenta una bella sfida che sicuramente attirerà tanta gente, sia per il fascino della montagna che per l’inusualità del contesto».

Mancano tappe al sud: «Con Gallipoli siamo rimasti in stretto contatto ed anzi stiamo pensando a un grande progetto internazionale per il 2026, per il quale sarà coinvolta anche l’Uec, per questo un anno di transizione era necessario. Che poi piena transizione non è visto che già si sta lavorando con Michela Piccioni, la responsabile locale, all’allestimento di una quattro giorni dedicata alle bici storiche, un appuntamento cicloturistico al quale teniamo molto».

Al Regioni saranno presenti tutte le categorie con spazio anche per i più piccoli per avvicinarli al ciclocross (foto Bit&Led)
Al Regioni saranno presenti tutte le categorie con spazio anche per i più piccoli per avvicinarli al ciclocross (foto Bit&Led)

Un sogno legato alla strada

Tra le tante idee nella mente di Scotti, c’è sempre il progetto di “trasbordare” il Giro delle Regioni su strada, per riprendere l’antica tradizione che Eugenio Bomboni aveva sviluppato facendone la gara a tappe di riferimento del calendario dilettantistico mondiale: «La cosa è fattibile, io ho pensato a sei gare tutte nel Centro Italia, ma per farlo bisogna mettere insieme sei corse esistenti, sei classiche ravvicinandole nel calendario e concentrando la logistica in ognuna di esse per contenere i costi. Si finisce una tappa e ci si sposta direttamente alla successiva, completamente staccata. Io dico che tra Lazio, Abruzzo, Marche, Umbria, Campania avremmo tutte le possibilità per allestire un evento di grande richiamo, magari con un regolamento diverso dal solito, non con classifiche a tempi ma a punti. Vedremo».

Tymewear, la misurazione del respiro…

03.08.2025
6 min
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E’ sempre più evidente quanto la tecnologia stia diventando parte integrante del ciclismo moderno. Il Tour de France ha confermato una tendenza in forte crescita: l’uso di strumenti che monitorano in modo sempre più dettagliato i parametri fisiologici degli atleti. Tra questi, ha destato molta curiosità Tymewear, un dispositivo indossabile che misura la respirazione e che è utilizzato da squadre di altissimo livello come la Visma-Lease a Bike (in apertura foto Tymewear).

Il suo impiego apre un nuovo orizzonte nella preparazione atletica e nella gestione dello sforzo in corsa, ma forse ancora di più nei meandri infiniti della preparazione. Dati come la potenza espressa, i watt, sono dati di output, cioè di quel che rende il fisico. E fu un passo in avanti rispetto al cardiofrequenzimetro che invece monitorava il corpo, come lavorava (dato input). Adesso, per assurdo, il concetto di Tymewear legato alla respirazione, sembra (rimarchiamo il sembra) fare un passo indietro, tornando ad incentrasi sul corpo umano. In realtà poi non è del tutto così, come vedremo. Di certo il tema è affascinante.

La fascia e i sensori Tymewear (foto Tymewear)
La fascia e i sensori Tymewear (foto Tymewear)

Cos’è Tymewear

Tymewear è un sistema intelligente di misurazione della respirazione pensato per raccogliere dati in tempo reale senza l’ingombro di maschere o sistemi ingombranti. Già questo fa capire che il monitoraggio della respirazione non è una cosa nuova, ma è importante. Pensiamo ad un atleta che fa i test in laboratorio…

Il dispositivo nasce da un’idea di Tymewear, appunto, una startup statunitense che si è posta l’obiettivo di portare la misurazione ventilatoria all’interno dell’allenamento quotidiano. La sua promessa è quella di offrire un parametro in più rispetto a quelli classici già disponibili, come potenza, frequenza cardiaca, temperatura corporea, consumo dei carbo…

Ma perché proprio la respirazione, ci si chiede anche sul sito di Tymewear? La ventilazione è il primo indicatore della fatica interna. A differenza della potenza, che misura solo la prestazione esterna, la respirazione racconta quanto quell’intensità costi al corpo, in termini di carico fisiologico. Tymewear rileva in modo preciso il volume di ogni atto respiratorio, consentendo di identificare soglie e stati di fatica in modo più sensibile. Il dispositivo è stato testato anche in ambiente accademico e ha già dimostrato una buona attendibilità nella misurazione ventilatoria durante lo sforzo, aprendo di fatto a nuove strategie di allenamento e di valutazione della performance.

Tymewear è utilissimo per individuare e ottimizzare le zone di lavoro
Tymewear è utilissimo per individuare e ottimizzare le zone di lavoro

Come funziona

Tymewear si presenta come una fascia elastica da indossare sotto la maglia. Al suo interno è integrato un sensore piezoelettrico che rileva l’espansione del torace a ogni respiro, traducendo questo movimento in dati numerici. Il sensore è collegato via Bluetooth a un computer da bici o ad una app, dove l’atleta può visualizzare informazioni come la frequenza respiratoria, il volume corrente e il volume/minuto. Oltre a questi, il sistema incrocia i dati di respirazione con gli altri già noti: potenza, battiti, cadenza…

Tymewear è stato pensato per l’uso continuativo: si può indossare per ore, anche in gara. E’ leggero, lavabile e compatibile con i principali sistemi di visualizzazione presenti sul mercato. Il vero valore aggiunto però non è solo il dato “live”, ma la raccolta a lungo termine: costruire uno storico della risposta respiratoria a determinati stimoli consente ai tecnici di impostare con maggiore precisione allenamenti personalizzati e strategie di recupero.

Il prodotto è ancora in evoluzione, ma il feedback ricevuto finora dagli atleti è stato molto incoraggiante. Soprattutto perché permette di “leggere” con maggiore accuratezza il bilancio tra stimolo e risposta, uno dei temi centrali nella preparazione moderna.

Edoardo Affini al Tour, il mantovano ci ha spiegato qualcosa di più su questo strumento
Edoardo Affini al Tour, il mantovano ci ha spiegato qualcosa di più su questo strumento

Parola ad Affini

Raccolta a lungo termine: questa frase si collega perfettamente con quanto ci ha detto Edoardo Affini, durante il Tour. Il campione europeo a crono ci ha raccontato come viene impiegato il dispositivo e quali informazioni fornisce realmente ai corridori.

«Tymewear – ha spiegato Affini – monitora il numero di respirazioni per minuto. O meglio, il volume di ogni respirazione. Questo parametro è collegato a tutto il resto: potenza, frequenza cardiaca… In pratica è un modo per capire quanto costa, dal punto di vista fisiologico, uno sforzo».

Ma serve davvero in gara? «Ad essere onesti non lo usiamo ancora in modo diretto come feedback. E’ più una raccolta dati. Magari gli diamo un’occhiata, ma sono soprattutto i preparatori e gli ingegneri a esaminare tutto: pendenza, watt, frequenza, cadenza… Da lì cercano di trovare spazi di miglioramento».

Per ora, dunque, Tymewear è uno strumento al servizio del team più che del singolo. Ma i margini di crescita sono ampi, perché la misurazione della respirazione rappresenta una frontiera ancora poco esplorata ma potenzialmente ricca di informazioni. Nel ciclismo l’approccio scientifico è sempre più determinante e come si lavora forte su materiali e aerodinamica, lo stesso si fa sulla gestione delle energie in corsa. Il dato della ventilazione, se interpretato correttamente, può essere la chiave per sbloccare ulteriori margini di rendimento.

Sembra che Vingegaard, super ligio ai dettami dei coach e della tecnologia, a Peyragudes si sia basato molto sui dati di Tymewear
Sembra che Vingegaard, super ligio ai dettami dei coach e della tecnologia, a Peyragudes si sia basato molto sui dati di Tymewear

A chi serve? Atleti o coach

Viene spontaneo chiedersi se questi strumenti siano utili anche a chi non fa parte del WorldTour. E’ un dispositivo solo per l’elite o può diventare uno strumento accessibile anche per gli amatori evoluti? La risposta, almeno per ora, è duplice. Tymewear si inserisce in un processo di analisi molto sofisticato, che richiede competenze specifiche per sfruttato al massimo. Ma è anche vero che, per chi lavora con coach, preparatori o usa piattaforme evolute, può rappresentare una nuova fonte di dati preziosi.

Dal punto di vista della compatibilità, Tymewear funziona con la maggior parte dei sistemi GPS più diffusi sul mercato, come Garmin, Wahoo o Hammerhead. Il dato può essere visualizzato come qualsiasi altro parametro e, una volta scaricato, elaborato tramite software di training come TrainingPeaks o GoldenCheetah.

Si dice che Jonas Vingegaard abbia fatto riferimento proprio alla respirazione Tymewear durante la cronoscalata di Peyragudes. «Personalmente – riprende Affini – lo guardo in corsa, ci butto un occhio come si suol dire, ma non è che dici: “Sto respirando due volte in più, meglio rallentare”. Quando sei a tutta e lo sforzo è massimo pensi solo a spingere. Però è vero che può aiutare a calibrare l’intensità se sei in una fase più gestibile dello sforzo».

E’ evidente che siamo ancora in una fase di test (almeno ad alti livelli), ma con prospettive molto interessanti. Per ora serve soprattutto agli staff tecnici, ma in futuro potrebbe diventare una risorsa anche per chi vuole migliorare il proprio approccio all’allenamento. Non più solo la prestazione visibile, ma anche il costo nascosto del gesto atletico.

Ganna riparte con la Vuelta, dopo tre settimane complicate

03.08.2025
5 min
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Nel breve reel pubblicato su Instagram il 6 luglio, all’indomani della caduta nella prima tappa del Tour, Filippo Ganna appariva deluso ma soprattutto frastornato. Il piemontese della Ineos Grenadiers ha provato a ripartire, ma quando a 79 chilometri dall’arrivo di Lille si è reso conto di non tenere le ruote del gruppo, ha capito anche che l’unica cosa da fare fosse fermarsi. Da quel momento, fatto salvo quel video, Filippo è sparito.

Nel secondo giorno di riposo del Tour a Montpellier, chiacchierando con lo staff del team britannico, alcuni sprazzi di frasi ci hanno fatto capire che la ripresa dall’infortunio non è stata indolore. Le conseguenze della concussion – la commozione cerebrale per la quale l’UCI ha previsto un protocollo specifico – si sono manifestate con vari dolori e la difficoltà nel prendere sonno. La ripresa degli allenamenti è stata ritardata più di una volta, così l’atleta che vedremo alla partenza della Vuelta sarà il miglior Ganna possibile, ma non il migliore di sempre.

In tutto questo, si fa largo la sensazione che aver saltato il Giro per il Tour non sia stata la scelta più condivisa (come pure aver limitato la presenza al Nord ad Harelbeke, Fiandre e Roubaix). Per capire come stiano le cose e soprattutto come stia Ganna, ci rivolgiamo a Dario Cioni, suo preparatore per le cronometro. Lo intercettiamo durante una giornata di lavoro in campagna, in cui ha lavorato sodo per piazzare le reti che dovrebbero impedire l’accesso ai cinghiali.

Torniamo indietro al Tour, che cosa è successo quel giorno?

Appena è rimontato in bici, dopo qualche chilometro è stato chiaro che avesse i sintomi della concussion e a quel punto il ritiro dalla corsa è stato automatico. Dopo un po’, ci si è resi conto che non c’era solo il discorso della commozione cerebrale, ma anche qualcosa di molto simile al colpo della strega. Aveva male al collo e sono servite quasi tre settimane per riavere una situazione normale.

In pratica è rimasto fermo per tutto il tempo del Tour?

Più o meno è così. Ha ripreso da poco a lavorare a pieno ritmo, quando abbiamo avuto la certezza che i problemi fossero ormai superati.

Cioni ha spiegato che il primo piano di rientro per Ganna prevedesse il Polonia, ma la lenta ripresa degli allenamenti lo ha sconsigliato
Cioni ha spiegato che il primo piano di rientro per Ganna prevedesse il Polonia, ma la lenta ripresa degli allenamenti lo ha sconsigliato
In che modo avete riprogrammato la stagione?

La Vuelta era già nei programmi. C’è stato un momento in cui si era pensato di fare il Polonia, ma alla fine, con quei sintomi che non si risolvevano, la scelta è stata obbligata. Non c’erano le condizioni e nemmeno il tempo per rientrare prima alle corse. Non puoi mandare un corridore appena rimontato in sella a fare una corsa di alto livello.

Uno stop così lungo ha fatto sì che la condizione costruita per il Tour sia andata a farsi benedire?

Difficile da valutare quanto abbia perso, però c’è di buono che stava bene. Se avesse fatto 4-5 tappe, sarebbe stato meglio perché avrebbe lavorato e avrebbe avuto modo di smaltire meglio la caduta. Fermarsi invece subito, dopo alcuni giorni in cui non aveva lavorato tanto, è stato negativo. In ogni caso, se ti fermi che stai bene, perdi meno rispetto a una sosta forzata quando sei finito.

Si va alla Vuelta con quali certezze?

Sapendo che di non averla preparata al 100 per cento. Però è la soluzione migliore, perché in caso contrario sarebbe uscito dal 2025 senza aver fatto un Grande Giro.

Si era detto che il mondiale crono sia troppo duro: cambia qualcosa a questo punto?

No, nel senso che comunque il mondiale resta troppo duro. Penso che l’europeo sia più alla sua portata, ma prima di fare certi ragionamenti è meglio correre la Vuelta e fare poi il punto della situazione.

Prima di partire per il Tour, Ganna aveva vinto il tricolore crono, battendo Baroncini di 46″ e Cattaneo di 57″
Prima di partire per il Tour, Ganna aveva vinto il tricolore crono, battendo Baroncini di 46″ e Cattaneo di 57″
Dal punto di vista della motivazione, è stato difficile gestire la situazione?

Non è stato ideale, perché Filippo aveva messo tanto lavoro verso il Tour e andarsene senza aver corso sicuramente dispiace. Però fa parte del gioco e bisogna guardare avanti.

L’avvicinamento alla Vuelta prevede il ritorno in quota a Macugnaga?

Sì, per cui lo seguirò io per una parte e poi andrà su anche Dajo (Sanders, l’head coach del Team Ineos Grenadiers, ndr). Poi sarò con Filippo alla Vuelta per la cronosquadre del quinto giorno e per la crono individuale di Valladolid del diciottesimo. Vedremo come andrà e poi si potrà parlare eventualmente con Villa per la partecipazione agli europei.

Si può vincere la crono di Valladolid?

Dipende dagli avversari. Dipende se c’è Remco Evenepoel oppure no. Però intanto pensiamo a lavorare, di avversari e futuro ci sarà il tempo giusto per parlare.