Il riposo, Pogacar, l’orgoglio e i soliti sospetti

06.07.2021
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E alla fine, un po’ te l’aspetti e un po’ non più, salta fuori la velata domanda sul doping. Viene da una giornalista francese de L’Equipe, che la prende alla larga. Pogacar ha appena finito di dire che la sua squadra è forte ed è stato orgoglioso di poter dimostrare a tutti che così fosse, quando lei gli chiede se questa puntigliosità gli sia sempre appartenuta. Lui risponde di sì. Che fin da bambino, se qualcuno non gli credeva, si metteva d’impegno per dimostrargli che si sbagliava. Che non è una persona orgogliosa a prescindere, ma su certi punti sì. E a questo punto, lei cala la domanda: che cosa diresti a chi nutre dei sospetti sulle tue prestazioni?

«A chi ha dei sospetti – risponde Pogacar – dico che ci sono tanti controlli a provare che si sbagliano. Solo ieri ne ho fatti tre: due prima della tappa e uno dopo».

Zoom conference

La conferenza stampa di Pogacar del giorno di riposo si svolge su Zoom. Il covid sarà pure mezzo debellato, ma le squadre non ne vogliono ancora sapere di riaprire le porte e non voglia Dio che l’andazzo proseguirà anche quando la pandemia sarà definitivamente alle spalle. Nella schermata c’è un bel numero di giornalisti, compresi quelli che non hanno ancora spento il microfono e ci propongono spaccati di vita domestica. C’è anche David Walsh, quello che in un giorno di tanti anni fa prese di petto Armstrong.

Verso Tignes ha difeso la maglia gialla prima con la squadra e poi attaccando. «In risposta ai sospetti – dice – ho fatto tre controlli»
Verso Tignes ha difeso la maglia gialla prima con la squadra e poi attaccando

Numeri in ordine

Pogacar ha la solita faccia angelica, seduto di tre quarti in una stanza con le pareti in legno, con il back drop del Team Uae Emirates a ricordarci tutti gli sponsor.

«Sono contento della mia forma – dice – vedo i miei numeri. Questo Tour sta costando a tutti tante energie ed è già una fortuna non essere incappati in cadute. Io ne ho avuta solo una molto piccola il primo giorno e mi basta quella. Il giorno in cui sono stato meglio finora è stato quello de Le Grand Bornand. Non era freddissimo come sabato».

Le storie del Ventoux

Chissà se gli azzurri del calcio che vanno a giocare a Wembley, sia pure nello stadio ricostruito, sanno che cosa significhi quel posto nella storia del pallone. La domanda arriva anche a Pogacar, quando gli viene chiesto se conosca le vicende del Mont Ventoux, che il Tour affronterà per due volte mercoledì.

«E’ una salita storica – risponde il giovane sloveno, che nel giorno di Pantani contro Armstrong aveva un anno e mezzo – so qualcosa, ma non troppo. Ho fatto la ricognizione, posso parlare di come sia fatta e voglio vincere, ma non per lasciare il segno nella storia».

Il tempo che passa. E se al Giro d’Italia scoprimmo che Gino Mader non sapeva nulla di Bartali, come pretendere che Pogacar sappia di Simpson e di Merckx? Sospetti che certi nomi li conosca, non ti meravigli del contrario. E’ forte, è un bravo ragazzo, ha la faccia d’angelo, qualche difetto dovrà pur averlo. Cosa sanno i nostri figli di Piazza Fontana?

Prima ancora che in salita, ha dimostrato la sua forza nella crono di Laval
Prima ancora che in salita, ha dimostrato la sua forza nella crono di Laval

Il suo recupero

La conferenza va avanti con una sorta di conto alla rovescia: scaduto il tempo in lingua inglese, toccherà agli sloveni e a quel punto potremo anche dire addio. Si parla dunque di recupero: del suo portentoso e quello degli altri un po’ meno.

«Quando ero più piccolo – sorride – non conoscevo i miei dati. Sapevo solo che se c’erano corse in serie, stavo meglio nell’ultima che nella prima. Le corse a tappe ho cominciato a farle da junior e lì mi sono reso conto che non avevo mai grossi cali. Sapevo di poter avere ogni giorno lo stesso livello. Ho avuto molti allenatori e tutti mi dicevano la stessa cosa».

Il suo orgoglio

Ma quando si diventa grandi e si arriva al Tour, quelle stesse caratteristiche le trovi anche in altri. E’ l’elite del ciclismo mondiale. I migliori talenti si ritrovano nello stesso posto, portando le loro doti allo scontro finale.

«E io che l’anno scorso l’ho vinto solo grazie alla crono finale – dice – ho avuto per un anno la motivazione di tornare e dimostrare che non fu per caso. Volevo provarlo al mondo e a me stesso. Per questo in ogni corsa ho fatto del mio meglio. Per questo la mia squadra fa ogni giorno del suo meglio. Siamo tra i più forti di questo Tour e lo rivendico con orgoglio. Stanno correndo al 100 per cento in mio aiuto, mentre nel 2020 semplicemente fummo sfortunati. Quest’anno qualche caduta c’è stata, ma siamo tutti qui per difendere la maglia gialla. Dopo le critiche di venerdì, sabato abbiamo voluto prendere in mano la corsa per dimostrarlo».

Ancora una volta, Pogacar ha rivendicato la forza e l’unita del Uae Team Emirates, qui con Formolo e Rui Costa
Pogacar ha rivendicato la forza del Uae Team Emirates, qui con Formolo e Rui Costa

Il Tour riparte

E qui ci riallacciamo alla scena iniziale di questo articolo. L’orgoglio è sul tappeto. E quando l’addetto stampa Luke McGuire passa la parola alla bionda giornalista francese, il discorso va come vi abbiamo già raccontato. Il sorriso ineffabile di lei, davanti al sorriso ineffabile di lui. I sospetti di lei, la calma di lui.

Inizia oggi la seconda settimana del Tour. Pogacar indossa la maglia gialla con 2’01” su O’Connor e 5’18” su Uran. Alle loro spalle tutti i più forti. Con la sensazione che presto il racconto diventerà una raccolta di episodi sulla via di Parigi, avendo il Tour già un vincitore e una lunga schiera di vinti. Ma siccome la storia insegna che nulla nel ciclismo è mai sicuro, ci accingiamo al viaggio con altre pagine bianche da scrivere.

La Uae voleva tenerla, altroché. Lo dicono Formolo (e Pogacar)

04.07.2021
6 min
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Nel giorno dell’impresa di Ben O’Connor l’attenzione era ancora una volta tutta “dietro”: cosa vuol fare il reuccio di questo Tour de France? Pogacar attaccherà? O se ne starà buono, buono a passeggio con la sua nuova Colnago gialla sulle Alpi? Eh sì, perché ad un certo punto sembrava che lo sloveno e la sua Uae Emirates volessero perdere la maglia gialla conquistata il giorno prima. Per carità, lui non è tipo da calcoli, ma… il dubbio ci è venuto. E allora come hanno gestito questa tappa Tadej e la sua squadra?

Ben O’Connor vince a Tignes: formidabile la sua scalata finale
Ben O’Connor vince a Tignes: formidabile la sua scalata finale

Gialla sì o gialla no?

Ma come si può volutamente perdere qualcosa per la quale il giorno prima si è lottato strenuamente? In effetti può sembrare assurdo, in realtà ha una sua logica.

Indossare la maglia del leader in un grande Giro significa arrivare in hotel almeno un’ora, anche un’ora e mezza, dopo i compagni. Ci sono da fare le premiazioni, la conferenza stampa,  l’antidoping… e nel frattempo spunta sempre qualcuno che vuol parlare con te, stringerti la mano, fare un selfie. Spesso gente importante alla quale non puoi voltare le spalle: convenevoli. In pratica un’ora di riposo in meno tutti i giorni.

La tappa numero nove, la Cluses-Tignes, che parte senza Roglic il quale sul traguardo della Val d’Isere è quasi di casa visto che è la sua sede dei ritiri, scatta sotto la pioggia. Dopo il dominio assoluto di ieri mostrato da Pogacar, ma anche dalla sua Uae, tutti gli altri big non si muovono. Ma più che lasciare l’onere della corsa alla squadra della maglia gialla, sembrano più non voler svegliare il can che dorme. E l’attacco di Carapaz nel finale era più rivolto agli altri che al leder sloveno. Che infatti non appena è stato pizzicato ha salutato tutti e ha guadagnato un altro mezzo minuto. Facile, facile…

Sulle Alpi il Tour ha trovato giorni di vero maltempo. Verso Tignes temperature intorno ai 10 gradi
Sulle Alpi il Tour ha trovato giorni di vero maltempo. Verso Tignes temperature intorno ai 10 gradi

Gialla sì!

Il vero punto di oggi era la Uae. Cosa volevano fare? Cosa si sono detti al mattino? E soprattutto: questa squadra è abbastanza forte per scortare Pogacar, visto che era stata additata?

La Uae è in testa, controlla, riduce il distacco e poi ad un certo punto, forse anche complice la sgasata di O’Connor che è maglia gialla virtuale lascia scorrere i chilometri. Se dovesse sfilargliela uno così (con tutto il rispetto per l’australiano della Ag2R-Citroen) non sarebbe un gran problema.

Però i compagni di Tadej sono (quasi) tutti lì. C’è persino Bjerg, che tutto è tranne che scalatore, c’è Rui Costa, c’è Majka e c’è Davide Formolo. Colui che ieri aveva lanciato Tadej verso le stelle.

Ma a fare chiarezza ci ha pensato Pogacar stesso: «Il tempo è stato davvero terribile oggi anche peggio di ieri. Oltre alla pioggia faceva anche freddo. Sono sicuro che molti corridori hanno sofferto (come a dire: io no, ndr). Da parte mia, non volevo mollare la maglia gialla ed è proprio per questo che ho accelerato negli ultimi chilometri. Non volevo passare il giorno di riposo senza averla sulle spalle».

Davide Formolo in testa a tirare per il suo capitano e amico Pogacar
Davide Formolo in testa a tirare per il suo capitano e amico Pogacar

I sassolini di Formolo

Una cosa è certa: chi diceva che Pogacar non aveva compagni all’altezza si sbagliava. La polemica era nata dopo la tappa numero sette, quella di 250 chilometri vinta da Mohoric.

Ma non si poteva far riferimento a quella frazione, nella quale c’era stato un grande sparpaglio e la Uae aveva lavorato molto nei “primi” 150 chilometri. Memori dei ventagli dell’anno scorso i ragazzi della Uae avevano fatto quadrato subito attorno al proprio capitano, spendendo molto all’inizio. E se si va a rivedere, Ineos-Grenadiers a parte, nessuno aveva più molti uomini davanti. Poi ieri sin dal mattino tutti gli Emirates erano sui rulli prima del via. Segno che avevano intenzione di attaccare o quantomeno che avevano le idee chiare. E hanno zittito tutti sulla strada.

«Siamo una bella squadra – ha detto Formolo a fine tappa – altroché. I media ci attaccano, ma noi ci siamo. E siamo anche un bel gruppo di ragazzi che si diverte ad andare in bici. Oggi l’ultimo uomo è stato Majka. Stava bene ed è rimasto lui al fianco di Pogacar. Segno che possiamo scambiarci senza problemi. E se a Tadej non è successo niente sin qui – facciamo gli scongiuri – forse un po’ di merito è anche il nostro».

La caduta di McNulty scendendo dal Cormet de Roselend
La caduta di McNulty scendendo dal Cormet de Roselend

Il punto di Roccia

E dopo i massaggi, con maggior calma lo stesso veronese riprende a raccontare con quel pizzico di lucidità in più che si ha a mente fredda e con molti battiti del cuore in meno.

«Alla fine ogni giorno che passa è una piccola vittoria per noi – continua “Roccia” – Credetemi, se vi dico che siamo spensierati. E anche oggi abbiamo corso così. Non tenere la maglia non sarebbe stato un problema, ma alla fine meglio così.

«Oggi era una di quelle tappe in cui ti devi salvare. Il meteo è stato inclemente tutto il giorno. E quando è così è un attimo a congelarsi. Siamo partiti un po’ con la coda tra le gambe. L’imperativo era non correre rischi. Ciò nonostante Brandon (McNulty, ndr) è caduto nell’ultima discesa e così è toccato a me lavorare prima. Ho sopperito alla mancanza di un uomo in quel momento. L’ultima salita era davvero dura. Avere un uomo in meno ha cambiato davvero le cose. Però stiamo bene ed è andata bene.

«Abbiamo curato ogni aspetto contro il freddo. Avevamo disposto delle auto su ogni Gpm. Ci davano sempre delle mantelline asciutte. Pensate che Van Aert ad un certo punto mi è venuto vicino e mi ha detto: ma siamo al Tour o alla sesta tappa della Tirreno (quella terribile dei muri, ndr)?».

La Uae sfila alla presentazione di Brest
La Uae sfila alla presentazione di Brest

Serenità totale

Formolo parla poi della serenità che si vive nell’ambiente Uae. Ieri sera, per dire come certe cose con Pogacar avvengano naturalmente, non c’è stata chissà quale grande festa. Sì, qualche parola di ringraziamento, qualche abbraccio, ma tutto sommato è stata una serata molto “easy”.

«Per festeggiare – riprende Formolo – c’è tempo. Ma che giornata è stata ieri? Bellissima, credo che non solo noi, ma anche gli appassionati, se la ricorderanno a lungo. Ieri sera siamo arrivati in hotel molto tardi e siamo scesi a cena un po’ separati, ma quando c’è sintonia non c’è bisogno di chissà quali parole. Basta uno sguardo e ci capiamo. Questo gruppo nasce da lontano. Già a gennaio eravamo tutti insieme sul Teide e ci intendiamo al volo. Oggi per esempio non era facile controllare la corsa. C’erano tanti corridori che erano a 7′-8′ di distacco e ci sta che qualcuno potesse scappare. Così abbiamo fatto il nostro: senza dirci nulla li abbiamo tenuti lì, senza fargli prendere troppo vantaggio e ce l’abbiamo fatta».

Al resto ci ha pensato Tadej!

Pogacar si riprende tutto: visto che ieri non era in crisi?

03.07.2021
6 min
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«Pogacar? Quando ho visto come si metteva la situazione davanti – sorride Cattaneo, nono al traguardo – mi sono detto di rifiatare un attimo per provare a seguirlo quando fosse passato. Penso che l’ho visto e l’ho seguito per 5-600 metri e sinceramente credo che sia assolutamente imbattibile se va così. Perché è veramente di un altro livello».

La tappa si è conclusa da poco, corridori arrivano ancora alla spicciolata. L’ultimo sarà Demare a 35’34” con il tempo massimo fissato a 37’33”.

Sornione davvero

Brutto far notare che s’era detto, ma stavolta s’era detto sul serio. Più che altro si era visto. Avevamo scritto ieri che Pogacar fosse parso sornione nell’inseguimento ai primi. Perché dannarsi l’anima a inseguire una fuga in cui al massimo c’è Nibali (che però punta a Tokyo e non ha fatto una preparazione a livello Tour) hanno pensato nell’ammiraglia del Uae Team Emirates, se domani c’è la prima tappa di montagna e possiamo riprenderci tutto quello che eventualmente si lascerà per strada?

Per questo ieri all’arrivo lo sloveno non sembrava particolarmente avvilito. Stanco, certo, come si è stanchi dopo una corsa di 250 chilometri corsa col freddo e l’acqua, ma non troppo demoralizzato. Sornione, appunto, questa la sensazione che aveva trasmesso.

Van Aert è ancora secondo in classifica: è fortissimo, ma che fatica…
Van Aert è ancora secondo in classifica: è fortissimo, ma che fatica…

Tutto chiaro dal mattino

Così quando stamattina si è presentato al via della tappa da Oyonnax a Le Grand Bornand, Tadej ha scrutato il cielo e s’è detto che con quel tempaccio c’era forse il modo di riprendersi qualcosa. Ha tirato la lampo fin sotto al collo, ha infilato bene i guanti e ha preso il via.

«Ci eravamo detti di vedere come sarebbe andata la tappa – racconta – e alla partenza abbiamo visto subito che sarebbe stato un giorno super brutto per tutti. Io invece mi sono sentito bene con quel cattivo tempo e così prima delle ultime tre salite ho deciso che avrei provato. L’ho detto ai miei compagni e gli ho chiesto di fare un bel ritmo».

La squadra c’è

Ricordate quello che ci aveva detto sul Uae Team Emirates Cattaneo qualche giorno fa? «Dicono che non siano una squadra forte, ma non so quanti possano dire di avere in salita gente come Majka, Formolo e McNulty». La profezia del bergamasco si è avverata.

«Quando ho visto che tutti stavano soffrendo – dice infatti Pogacar – e visto che Formolo e Brandon (McNulty, ndr) stavano facendo davvero un buon lavoro, ho deciso di partire. Prima lo scatto con Carapaz e poi un altro da solo e a quel punto ho tenuto il mio passo fino all’arrivo. Stavano soffrendo tutti, probabilmente hanno pagato la fatica e il freddo di ieri. E così ora è arrivata la maglia gialla e sono tanto contento. Chi è il principale avversario di Tadej? Forse Tadej stesso, nel senso che non sarà facile proteggere questa maglia e tenere tutti a bada».

Van der Poel, resa eroica

Sul fronte degli uomini di classifica, con la solita fortuna cha aiuta i vincitori, per trovare alle sue spalle un avversario pericoloso, Pogacar deve scendere fino a Rigoberto Uran, il più vicino, ben oltre la soglia dei quattro minuti. Van Aert regge in seconda posizione, ma ha pure sempre perso 5’45”, mentre la favola gialla di Van der Poel si è infranta contro la gravità e il conto di una prima settimana di Tour corsa senza badare a spese. L’olandese (non più) volante è arrivato a 21’47” assieme a uomini di classifica come Miguel Angel Lopez e Vincenzo Nibali.

«Ho visto presto, sul palco del foglio firma, che non avrei tenuto la maglia. Ma sono contento di come mi sono sentito oggi, anche in salita. Il mio Tour de France è già stato un successo. Preferirei arrivare fino a Parigi, mi piace qui. Ma dobbiamo considerare anche gli altri miei obiettivi. Decideremo nel giorno di riposo».

Carapaz ha risposto al primo scatto di Pogacar, poi ha pagato anche lo sforzo violento di ieri
Carapaz ha risposto al primo scatto di Pogacar, poi ha pagato anche lo sforzo violento di ieri

Ci salva Cattaneo

Nono all’arrivo, a 4’07”, giusto due secondi prima che arrivasse il gruppo dei più forti inseguitori, Mattia Cattaneo prosegue nel suo viaggio dentro il Tour e dentro se stesso. Miglior italiano di giornata anche questa volta e questa volta anche migliore della sua squadra.

«Dopo Pogacar è passato anche Carapaz – sorride ancora Cattaneo – e neanche con lui sono riuscito a stare. Quindi so che non sono un campione, però insomma… questo denota il fatto che Pogacar è di un altro pianeta. Adesso tutti saranno contro di lui e magari non avrà una squadra fortissima, però ha staccato tutti. Per quanto va forte, la squadra può sopportarlo alla grande. Insomma, forse è sbagliato dire che sia imbattibile, perché per l’amor di Dio il Tour finisce a Parigi e sicuramente proveranno a metterlo in difficoltà, però con la condizione attuale credo sia veramente difficile. Come sto io? Io sono contento del mio piazzamento, non era neanche facile andare in fuga».

Cattaneo nono al traguardo, migliore degli italiani e della Deceuninck-Quick Step. Alaphilippe è arrivato a 18’55”
Cattaneo nono al traguardo, migliore degli italiani e della Deceuninck-Quick Step. Alaphilippe è arrivato a 18’55”

Aspettando Bernal

Quello degli altri è stato un lento sprofondare. Eppure nel seguire la cavalcata di Pogacar, scattato quando mancavano ancora tre chilometri allo scollinamento della penultima salita, è difficile avere il senso dell’impresa eroica. Non una smorfia, il senso di un controllo perfetto. E’ vero che le smorfie e il mal di gambe vengono fuori respingendo gli attacchi di avversari più forti, ma è sorprendente come i piani di squadroni ben più attrezzati, celebrati e potenti del Uae Team Emirates si siano sgretolati sotto i colpi di un ragazzo di 22 anni che semplicemente apre il gas e spicca il volo. Manca il pathos, tutto qui. E forse soltanto il miglior Bernal, messa a posto la schiena, potrebbe metterlo alle corde o rendergli più difficile l’esistenza. Quelli che ci hanno provato finora, per quello che finora si è visto, non sono sembrati granché convincenti.

P.S. La tappa l’ha vinta Dylan Teuns, con il quale ci scusiamo per la poca considerazione. Per il belga del Team Bahrain Victorious un’altra vittoria al Tour dopo quella del 2019, quando castigò il nostro Ciccone. Dopo quella di Mohoric ieri, la squadra di Pellizotti e Volpi ne infila un’altra. E ha per giunta lasciato a casa Padun.

Hirschi aiuterà Pogacar, ma oggi vuole tappa e maglia

26.06.2021
4 min
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Il vecchio adagio, che non è mai stato tanto attuale come quest’anno, dice che vincere è difficile, ma farlo di nuovo lo è di più. C’era grande attesa per le prestazioni di alcuni supergiovani venuti alla luce lo scorso anno e fra questi Marc Hirschi era il più atteso. Dopo il 2020 della Freccia Vallone, la Liegi sfumata per la scorrettezza di Alaphilippe e la tappa al Tour sul traguardo di Sarran. Lo svizzero annuisce di fronte all’osservazione, mentre per onestà intellettuale omettiamo di far notare le voci poco lusinghiere che sul suo conto sono uscite dalla squadra, ex Sunweb e attuale Team Dsm, che lo ha lasciato andare di buon grado al Uae Team Emirates.

Lo scorso anno volava, sul Muro d’Huy piegò tutti
Lo scorso anno volava, sul Muro d’Huy piegò tutti

L’idea di San Millan

Quando ad aprile parlammo di lui con Inigo San Millan, che ne segue la preparazione, le sue parole furono chiare.

«Ci ha detto di volere la sua libertà e non abbiamo problemi a lasciargliela – disse – ma deve esserci continuo scambio di informazioni. Ha tanto talento e col tempo può diventare un corridore da corse a tappe. Lavoreremo per questo. La fase attuale prevede di valutarlo in quelle di una settimana. Al Giro dei Paesi Baschi è stato 12° nella crono ed è interessante. Sappiamo che va bene sugli strappi, bisognerà vedere le salite lunghe, ma non c’è fretta di scoprirlo. Ha solo 22 anni. Durante il lockdown del 2020 si è allenato tanto. Approfittando del fatto che in Svizzera si potesse uscire, ha fatto una base incredibile. Le sue prestazioni dello scorso anno si spiegano così».

Cambio di prospettiva

Ora che si parte alla pari, insomma, il gioco potrebbe essere meno divertente. E allora la cosa migliore da fare è forse fare un passo indietro e, considerando il 2020 come un anno poco credibile, cominciamo a valutare i suoi piazzamenti fra i cinque come ottimi segnali per un ragazzo di 21 anni che deve ancora scoprire la sua dimensione.

«Rivincere – annuisce – è molto più difficile, ma non l’ho scoperto quest’anno, credo di averlo sempre saputo. In più, l’anno scorso quasi nessuno sapeva chi fossi, mentre ora mi guardano e sono in una squadra in cui siamo controllati a vista. Poi mettiamoci che ho cambiato allenatore e preparazione… Insomma, sto bene, ma non ho mai pensato di poter riprendere dal punto esatto in cui avevo lasciato».

Il passaggio al Uae Team Emirates non è stato primo di sorprese
Il passaggio al Uae Team Emirates non è stato primo di sorprese

Prima tappa all’attacco

Il Tour che parte oggi per lui sarà insomma un’appendice di prova e insieme vedrà il suo coinvolgimento nella causa di Tadej Pogacar, un altro giovane di superiori qualità e concretezza, con cui fra gli juniores si contendeva i risultati più prestigiosi.

«Continuo a pensare di essere un atleta da classiche – dice – ma aiutare Tadej a difendere il suo titolo mi stimola molto. Dalla mia parte vedo le prime due tappe. Siamo andati a vederle e soprattutto quella di oggi l’abbiamo studiata tre giorni fa in allenamento. Sarà importate stare davanti quando si entra in città, nella discesa. Serviranno dei compagni davanti, perché poi quando inizia la salita finale, la strada di stringe ed è ripida. E’ un arrivo pericoloso anche in termini di cronometro. Un leader che rimanesse indietro potrebbe già perdere qualche secondo».

Nella crono del Romandia è arrivato piuttosto indietro, non è specialità che ami molto
Nella crono del Romandia è arrivato piuttosto indietro, non è specialità che ami molto

Obiettivi condivisi

Poi, finite le tappe per cacciatori, sarà la volta di Pogacar, un po’ vecchio rivale e un po’ nuovo amico.

«E’ bello essere qui – sorride – differente dallo scorso anno perché quest’anno abbiamo come obiettivo la classifica, in una squadra che può vincere il Tour. Non è una cosa da poco. E per me essere qui per aiutare allontana la pressione. Con Tadej ci conoscevamo come si conoscono due rivali, spesso sorridevamo, ma ci guardavamo di traverso. Siamo giovani, riusciamo a capire molto bene quello che ci passa per la testa e le fasi che viviamo. Credo che essere compagni sia un bel vantaggio per entrambi. Mi sento pronto per dargli una mano e per cercare i miei spazi. Cos’altro dire, cominciamo e vediamo come va a finire».

La saggezza (e l’astuzia) di Majka al servizio di Pogacar

25.06.2021
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Rafal Majka è tornato nei panni del gregario di lusso, dopo aver corso per sé a fasi alterne con la Bora-Hansgrohe. La notizia della firma con il Uae Team Emirates venne fuori lo scorso anno durante i giorni del Giro, ma s’era già in ottobre. Gianetti cercava un uomo di sostanza per correre in appoggio di Pogacar e, seppure lontane di quattro anni, le sue prestazioni al fianco di Alberto Contador non erano state dimenticate. E così il polacco, che ha sempre saputo fare bene i suoi conti, ha riposto le velleità personali accettando l’offerta dello squadrone arabo.

Al Tour del 2015, Majka al fianco di Contador: i due hanno corso insieme per 5 anni
Al Tour del 2015, Majka al fianco di Contador: i due hanno corso insieme per 5 anni

Polacco d’Italia

Majka si sa è pure mezzo italiano, per aver corso da under 23 al Gragnano, poi alla Petroli Firenze e alla fine, prima di passare professionista nel 2011 con la Saxo Bank, anche alla Trevigiani. La sua fortuna fu di approdare nella squadra del miglior Alberto Contador, per cui i suoi primi passi nel professionismo furono all’ombra di uno dei più grandi. Aiutò. Studiò da leader. Vinse le sue corse. E quando la squadra, nel frattempo diventata Tinkoff, chiuse i battenti, si accasò con Sagan alla Bora.

«Se penso ora a Contador – riflette – e poi guardo Pogacar, vedo due corridori forti soprattutto nella testa e nella loro convinzione. Tadej non è mai stressato, lo trovo incredibile. Alberto al confronto era più concentrato, ma era già più avanti nella carriera. Questa calma è un grande vantaggio, per entrambi. Me ne sono reso conto quando è toccato a me essere leader e vi giuro che non ero neanche lontanamente calmo come loro».

La collaborazione fra Majka e Pogacar ha già dato ottimi frutti già al Uae Tour
La collaborazione fra Majka e Pogacar ha già dato ottimi frutti al Uae Tour

Addio stress

Con il Tour che parte domani, il suo sorriso la dice lunga sulle differenze fra l’avviarsi a una Boucle da leader e farlo da gregario, sia pure di lusso. E tutto sommato, essendo ormai arrivato a 31 anni ed essendosi giocato le sue carte al massimo, essere nuovamente l’ultimo uomo di uno dei più forti è un ripiego molto più che onorevole.

«Ho molto meno stress – ammette – non sono nervoso come prima, al momento prevale soprattutto l’eccitazione per la sfida. Sarà diverso, senza avere tutta la responsabilità e dover prestare attenzione a ogni dettaglio come se fosse vitale. Certo non dico di essere venuto a fare una gita. Quando dovremo tenere Tadej davanti, sarà comunque difficile, però sul piano personale cambia molto».

Al Tour, Majka avrà accanto anche Formolo: Pogacar ha buone spalle
Al Tour, Majka avrà accanto anche Formolo: Pogacar ha buone spalle

Inizio e fine

Un colpo al cerchio e uno alla botte, ti aspetteresti che anche il gregario più forte sia concentrato come un ninja alla vigilia dello scontro, ma forse ha ragiona Rafal a prenderla con filosofia, avendo capito da tempo che rodersi di attese e domande non porta lontano.

«Lo scopo infatti – spiega – è cercare di salvare energie fisiche e mentali, anche se riuscire a risparmiarsi al Tour de France è abbastanza impossibile. Ho guardato il percorso. La prima settimana sarà da mal di testa, fra vento, strade strette, rischio di cadute. Da domani vivremo sette giorni di grande stress e sarà davvero la parte più difficile di questo Tour. La seconda settimana sarà tutto sommato normale, mentre la terza sarà decisiva. Molto dura. Ci saranno grandi montagne, salite da un’ora e se sarò stato bravo, ci arriverò ancora con buone gambe. Capito perché è necessario stare calmi adesso?».

Pogacar Liegi 2021

Pogacar come Merckx? Parola a Saronni che li conosce…

18.06.2021
4 min
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Pogacar come Merckx. Il paragone può sembrare azzardato, irriverente, esagerato, però è un fatto che lo sloveno sta diventando una sorta di “re mida” del ciclismo: dove va, vince. Che siano grandi Giri o gare a tappe brevi, grandi classiche o prove locali, il denominatore è uno solo, il suo arrivo a braccia alzate. Alla faccia della specializzazione e anche di quei sottili equilibri che regnano fra i corridori e le squadre, dove ognuno reclama un pezzetto di spazio.

Giuseppe Saronni, che fa parte dell’Uae Team Emirates e in certi momenti una sorta di Pigmalione per lo sloveno, con Merckx ci ha corso e quindi è la persona ideale per fare da ponte fra i due periodi: «Era il ‘77, io entravo nel mondo professionistico e lui stava per lasciarlo, facemmo insieme il Giro di Sardegna e qualche altra gara, poi a metà stagione si ritirò. Non era certo il Merckx dei bei tempi, ma aveva ancora un carisma enorme».

Saronni Ulissi 2019
Saronni con Diego Ulissi, secondo al Giro di Slovenia aiutando Pogacar a conquistare il successo pieno
Saronni Ulissi 2019
Saronni con Diego Ulissi, secondo al Giro di Slovenia aiutando Pogacar a conquistare il successo pieno
Il paragone ci può stare?

E’ azzardato, ma è un dato di fatto che siamo di fronte a un vero talento che fa di tutto per vincere, che lotta sempre per il massimo risultato. Tadej sa bene che il prossimo Tour sarà ben diverso da quello passato, perché l’atteggiamento degli altri nei suoi confronti sarà cambiato. Lo scorso anno ha vinto anche per errori altrui, che difficilmente verranno ripetuti: i team stanno cambiando le strategie in vista della Grande Boucle e bisognerà tenerne conto.

Resta il fatto che, in qualsiasi gara va, Pogacar vince, sembra non lasciare agli altri che le briciole, proprio come faceva il “cannibale”…

Beh, lui neanche quelle… – afferma Saronni ridendo – Eddy aveva uno strapotere tale da schiacciare tutto il mondo ciclistico, i corridori proprio non riuscivano a trovare spazi e prendevano quello che potevano. Anche in quel breve frangente che condividemmo le nostre strade, sentivo che i corridori facevano di tutto per staccarlo, per batterlo, era ancora un motivo di vanto anche se non era più il Merckx dei bei tempi.

Merckx Colnago
Merckx con Ernesto Colnago, oggi al fianco di Pogacar: un altro trait union fra due epoche
Merckx Colnago
Merckx con Ernesto Colnago, oggi al fianco di Pogacar: un altro trait union fra due epoche
Rapportando tutto questo a oggi e a Tadej?

Sono epoche troppo diverse: noi facevamo 120-130 giorni di gara, oggi al massimo si raggiungono gli 80. Merckx in un anno vinceva 50 gare, io ne vincevo 40, oggi Tadej che ne vince 15 scatena grandi discussioni come stiamo facendo noi ora. Chi vince tanto dà fastidio, è chiaro ma è anche normale che sia così e ciò comporta che gli altri ti corrano contro.

Anche altri vincono molto, ma Tadej riesce a farlo nei contesti più disparati, battendo gli specialisti delle classiche come quelli delle brevi corse a tappe…

Nelle corse in linea intervengono molti fattori e puoi anche cogliere le occasioni, soprattutto su certi percorsi, nei grandi Giri il discorso è diverso. Questo Tour sarà particolare, con un Roglic che ha corso meno e arriva più carico: magari nell’ultima settimana avrà ancora qualche scricchiolio, ma resta il grande antagonista. La Ineos ha la squadra più forte, ma non c’è il riferimento assoluto, hanno 4-5 corridori che possono però gestire la corsa. Sarà un Tour complicato e questo Tadej lo sa.

Pogacar Slovenia 2021
L’ultimo trionfo di Pogacar nel 2021, dominando nella sua Slovenia (foto Rai/Getty Images)
Pogacar Slovenia 2021
L’ultimo trionfo di Pogacar nel 2021, dominando nella sua Slovenia (foto Rai/Getty Images)
Come ci arriva?

Lui è sempre pronto, sempre di buon umore, con l’approccio giusto. Sarà fondamentale superare la prima settimana senza incidenti e fra questi inserisco ventagli, cadute, piccoli errori. Vedremo poi come interpretare la corsa: è un Tour diverso dallo scorso anno, con meno arrivi in salita, con molti chilometri a cronometro ma non con la cronoscalata del 2020 che sconvolse la classifica.

E come ci arriva la Uae? Si disse lo scorso anno che Pogacar aveva vinto pur senza avere un team all’altezza, ma quest’anno sembra una formazione diversa…

Molto dipenderà da loro: corridori come Majka, McNulty, Hirschi, lo stesso Formolo saranno utilissimi in pianura e in media montagna, ma sarà fondamentale che qualcuno di loro sia con Tadej quando nelle salite principali il gruppo dei migliori si assottiglierà, rimarranno in 12-15 e fra questi più uomini di Ineos, Lotto, Jumbo. Tadej non dovrà rimanere solo, perché non potrà rispondere a tutti. I ragazzi sanno che la conferma della maglia gialla passa anche per le loro ruote…

Dalla Slovenia l’acuto di Ulissi, l’uomo di Tokyo…

13.06.2021
4 min
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Diego a Tokyo c’è già stato ed ha anche vinto (foto di apertura), perciò da ieri sera ha un pensiero felice in più che gli frulla per la testa. Era il 21 luglio del 2019 e il toscano si presentò da solo sul traguardo che il 24 luglio assegnerà l’oro del ciclismo su strada. E ieri, sulle strade slovene di Nova Gorica, con l’obiettivo della maglia tricolore e la concreta possibilità di andare alle Olimpiadi, Diego Ulissi ha chiuso in qualche modo anche il cerchio del destino. Ha vinto la tappa del Giro di Slovenia e si è rimesso in cammino. Una strada che, sebbene abbia solo 32 anni, va avanti nel professionismo già da 12 stagioni.

Al Giro d’Italia ha ritrovato buone sensazioni nella terza settimana
Al Giro d’Italia ha ritrovato buone sensazioni nella terza settimana

Stop: è il cuore

Quando ti fermano perché pare ci siano delle anomalie al cuore, non è semplice rimettersi in traiettoria: che ne sai di cosa significhi davvero? Una gamba rotta la vedi, la tocchi e ti fa male. Il cuore con l’extrasistole al massimo è una sensazione, ma se poi le hai sempre avute, pensi anche che sia normale.

«Infatti all’inizio ho avuto paura – ci ha detto – soprattutto per la mia salute. La carriera passa in secondo piano, ma l’affetto delle persone accanto mi ha aiutato a passarci in mezzo. E’ stato tutto un fatto di testa. Fisicamente non sentivo niente, sono sempre stato bene. Ma di colpo è arrivata questa diagnosi, ho dovuto fermarmi e la testa ha lavorato parecchio. E’ stato un misto di paura e sconforto. La speranza di tornare e fare quello che ho sempre fatto. La paura di non poterlo più fare. Poi finalmente è arrivato il nulla osta, come una liberazione».

Dalla Spagna al Giro

Ha riattaccato il numero al Gp Indurain del 3 aprile, la corsa del ritorno alla vittoria di Valverde. Il Giro dei Paesi Baschi che partiva due giorni dopo era nei programmi, ma non si poteva dire per le cautele necessarie. Poi la Freccia Vallone non conclusa e i primi segni di risveglio al Romandia, con bei piazzamenti nelle ultime tappe. Il Giro d’Italia poteva essere il palcoscenico del rilancio oppure un ostacolo troppo alto, ma Diego l’ha preso a piccoli passi. E se pure non è riuscito a infilarsi nelle tappe più adatte, nella terza settimana è scattato qualcosa. Quarto a Sega di Ala, quinto a Stradella.

«Se durante la convalescenza è stato più un fatto mentale – ha detto a fine Giro – qui hanno fatto più le gambe della testa. E’ stato bene crescere gradualmente e non compromettere il resto della stagione. Il Giro d’Italia è stato sicuramente un passaggio utile per il resto dell’anno. E le Olimpiadi sono un sogno per chiunque, anche per me».

La Slovenia gli porta bene: aveva già vinto la classifica nel 2011 e qui nel 2019
La Slovenia gli porta bene: aveva già vinto la classifica nel 2011 e qui nel 2019

Tokyo chiama

Il Giro di Slovenia gli ha sempre portato bene. E mentre Pogacar lo ha abbracciato come se avesse vinto suo fratello, la memoria va a quando il livornese, 22 anni ancora da compiere, ci arrivò nel 2011 dopo aver vinto la tappa di Tirano al Giro d’Italia e si prese la vittoria finale. Tornò nel 2016 per vincere una crono e nel 2019 arrivarono nuovamente una tappa e la classifica generale. Anche allora uscì dal Giro senza vittorie, poi però vinse a Lugano, si prese lo Slovenia, arrivò quarto ai campionati italiani e volò a Tokyo.

«Era importante esserci – disse dopo l’arrivo di quel test – perché solo la gara ti fa capire le reali difficoltà del percorso. Alle Olimpiadi sarà durissima».

Nel luglio del 2019, l’Italia di Cassani volò a Tokyo con Formolo, Ulissi, Cataldo e Masnada
Nel luglio del 2019, l’Italia di Cassani volò a Tokyo con Formolo, Ulissi, Cataldo e Masnada

Un bel déjà vu

L’Italia volò in Giappone con Ulissi, Formolo fresco di tricolore, Cataldo e Masnada, ancora corridore dell’Androni e vincitore al Giro della tappa di San Giovanni Rotondo.

«Non sta a me scegliere – ha detto Diego commentando la vittoria – ma se serve, sono pronto. Sono veramente felice. Al Giro d’Italia nell’ultima settimana avevo avuto ottime sensazioni e questa volta ho sfruttato al meglio la condizione, grazie anche a una grandissima squadra. E’ bello dopo un inverno così difficile, di aver ritrovato ottime sensazioni e un’ottima gamba. Sono davvero contento».

In viaggio con Matxin nel mondo di Ayuso, maglia rosa del Giro

08.06.2021
6 min
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Siamo sicuri che Ayuso non sia italiano? Magari qualche nonno… Matxin si fa una risata, ma la bandiera non cambia.

«E’ spagnolo – dice – ma l’ho mandato a correre da voi perché impari realmente la mentalità italiana. Correre con furbizia. Correre con intelligenza. Vedere le cose prima che succedano. Vedere che se uno ti attacca sulla cima dello strappetto e ti dà un minuto in discesa, anche se hai le gambe come è successo ieri, è un po’ tardi. Queste cose è importante che le capisca bene…».

La vittoria di ieri a Sestola, che ha reso a Juan Ayuso la maglia rosa (foto Scanferla)
La vittoria di ieri a Sestola, che ha reso a Juan Ayuso la maglia rosa (foto Scanferla)

A San Pellegrino Terme, dove… qualche anno fa Roberto Menegotto infilzò Beppe Guerini nel Giro d’Italia del 1992 che avrebbe premiato Marco Pantani, questa volta ha vinto Alois Charrin, francese ventenne della Swiss Racing Academy, alla prima vittoria di rilievo. La maglia rosa è rimasta invece sulle spalle di Juan Ayuso, che dopo la vittoria di ieri a Sestola, ha perso due secondi da Johannesen e Vandenabeele, ma resiste saldamente al comando.

In gruppo lo spagnolo del Team Colpack viene guardato con rispetto e crescente soggezione. E se il suo allenatore Inigo San Millan a inizio stagione ce ne aveva parlato come di un piccolo fenomeno, ci è venuta la curiosità di parlarne con colui che l’ha scoperto e portato alla Uae Team Emirates, dove approderà subito dopo il Giro d’Italia U24: lo stesso Matxin Joxean Fernandez, uno dei dirigenti del Uae Team Emirates.

Matxin è uno dei dirigenti del Uae Team Emirates: qui con Pogacar alla Vuelta 2019
Matxin è uno dei dirigenti del Uae Team Emirates: qui con Pogacar alla Vuelta 2019
Quando l’hai conosciuto

Quando era allievo. Io seguo tutte le categoria da una vita. C’era Carlos Rodriguez che vinceva tanto, mentre lui che aveva un anno in meno ogni tanto portava a casa le sue corse. Al secondo anno da allievo però ha cominciato a vincere tanto anche lui, così l’ho mandato in una squadra che mi ha sempre aiutato, che si chiama Club Ciclista Besaya-Bathco e sta in Cantabria, in cui correva anche Oscar Freire da junior.

E da junior sempre vincente?

Alla vigilia del primo anno l’ho invitato al training camp di dicembre con noi. Lo facevamo nella zona di casa sua, vicino Alicante. Era tutto a posto, ma due giorni prima mi telefona e mi dice che lo ha chiamato anche la Movistar per invitarlo al loro ritiro. Non sapeva cosa fare, perché aveva parlato sempre con me. E io gli ho detto: «Vai pure, così conosci altre squadre e altre mentalità. Va bene anche per te». Doveva stare con noi per due settimane, aveva un bel periodo di vacanze. Lui studia con il sistema inglese. Suo papà è responsabile di un’azienda americana e per un po’ l’ha portato a vivere negli Stati Uniti, per quello nella sua famiglia tutti parlano un inglese… perfettissimo.

Dunque è venuto da voi o con Unzue?

E’ stato un po’ con noi – sorride Matxin – quindi è andato alla Movistar per un paio di giorni e poi è tornato con noi. Raccontò che gli erano stati vicini, senza parlare mai di contratto. Così, quando ha cominciato a vincere le corse da junior, abbiamo fatto un test e abbiamo visto i suoi numeri.

A San Pellegrino Terme oggi vittoria del francese Charrin (foto Isolapress)
A San Pellegrino Terme oggi vittoria del francese Charrin (foto Isolapress)
Buoni numeri?

Ottimi, abbinati a un atteggiamento a livello personale e di attitudine personale, per cui sembrava un uomo fatto nonostante avesse 16 anni. Era già un ragazzo con molta intelligenza e con carattere. A quel punto, visto che sapeva anche vincere, gli ho detto: «Ci conosciamo da due anni e mezzo, se vuoi ora ti facciamo un contratto».

E lui?

Ha voluto sapere altro. Così gli ho spiegato: «Per me la situazione perfetta sarebbe fare la pianificazione sportiva della tua carriera. Non della tua carriera con noi, ma della tua carriera in generale». Per cui gli abbiamo proposto un contratto di cinque anni, in cui il primo sarebbe stato in una continental. Non una professional, per cercare di continuare la sua mentalità vincente. Andare alle corse per vincere, fare un passo intermedio prima di una WorldTour. «Non voglio che perdi la mentalità vincente, la grinta vincente».

L’ha accettato subito?

Ha capito. Voleva passare direttamente, ma sarebbe stato irrealistico pensare che potesse vincere subito. «Invece se vai a correre con gli U23 – gli ho detto – puoi controllare i rivali e avere ancora le aspettative e la prospettiva di vincere».

Quindi non ti stupisci che sia già così vincente?

Vi meravigliate voi – ghigna Matxin – io no!

Secondo San Millan è presto per definire i suoi ambiti.

Lui di base è uno scalatore. E’ un corridore che ha uno spunto di velocità abbastanza alto, tanto da aver vinto un campionato spagnolo in una volata di gruppo, perché ha anche una visione di corsa spettacolare. Abbiamo parlato di venire in Italia, perché volevo che imparasse il ciclismo italiano. A vedere le cose prima che succedano, a essere furbo, a posizionarsi bene.

Ayuso è venuto al Giro per provare a vincerlo, dice Matxin: farà il suo meglio (foto Scanferla)
Ayuso è venuto al Giro per provare a vincerlo: farà il suo meglio (foto Scanferla)
Perché la Colpack?

Ti dico la verità, questo non lo sa nessuno. La prima volta che si è parlato di squadra, lui doveva andare con Axel Merckx, come avevamo fatto con Narvaez, con Almeida e con Remco Evenepoel, anche se poi lui non ci è andato. C’è un bel rapporto con Axel, l’accordo di portargli alcuni bei corridori e Ayuso doveva essere uno di quelli. Ma Axel in quel momento non aveva squadra e così abbiamo deciso di sentire Valoti.

E lui?

Mi viene da sorridere. Lo chiamo e gli dico: «Ti do un corridore fatto così e così». E lui comincia a dire che non sa se hanno posto. Gli ho detto che non era una questione di spazio, che questo era un regalo.

Credi possa vincere il Giro U23?

Senza essere arrogante, credo che abbia i numeri per farlo. Quello è l’obiettivo di cui abbiamo parlato all’inizio: andare al Giro d’Italia per vincerlo. Poi passerà con noi e dopo andrà a correre il Tour de l’Avenir, ovviamente con l’aspettativa di fare il meglio possibile. Che vinca o no, dipende dalle circostanze, una caduta, un episodio. L’altro giorno per me poteva vincere anche la crono, se non gli si sposta la sella al primo chilometro… E’ già buono che non abbia subito danni muscolari pedalando con la sella all’insù, che gli avrebbero impedito di fare bene il giorno dopo. Credo che avrebbe vinto. E’ un corridore con livelli per fare bene tutto.

A San Pellegrino stasera la visita di Mauro Gianetti, general manager Uae Emirates
A San Pellegrino stasera la visita di Mauro Gianetti, general manager Uae Emirates
Si sa già cosa farà dopo il Giro?

E’ tutto definito per i prossimi cinque anni. Doveva fare l’Austria, che è stato cancellato. Andrò negli ultimi due giorni di Giro a parlare con lui. Farà corsette e corse WorldTour per scoprirne il livello. Non la Vuelta, ma San Sebastian, Plouay, Canada. Corse di un giorno e altre più piccole per vedere quale sia il suo livello.

Non sembra uno che abbia paura…

Sentite: ha una testa spettacolare. Una cosa che pochi corridori hanno. Non solo pensa come un campione, questo è un leader. Pensa come tale. Pensa per se stesso e per i compagni. Se deve dire una cosa, si prende la responsabilità. Non soffre la pressione e parte sempre per vincere. Godetevelo, è bello anche da seguire.

Tra delusione e stimoli, i pensieri estivi di Formolo

04.06.2021
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Per la prima volta scopriamo la delusione in Davide Formolo. Il veronese non nega che il suo Giro d’Italia non sia andato come sperava. «Ma ho il sole nella testa io», per fortuna la battuta non l’ha persa.

Davide è a Livigno, è andato in altura praticamente subito dopo l’arrivo di Milano. Almeno con lui ci sono la moglie Mirna e la figlia Chloe. Ma è stato un vero tour de force il suo post Giro. Finita la corsa rosa, il lunedì sera era a Roma per le visite mediche in ottica Olimpiadi, la mattina dopo è ripartito e poi ha raggiunto la località alpina.

La delusione del Giro è alle spalle, ora Formolo si gode la famiglia e già pensa al Tour
La delusione del Giro è alle spalle, ora Formolo si gode la famiglia e già pensa al Tour
Davide, che voto dai al tuo Giro?

Eh – esclama laconico Formolo – che dire: un Giro un po’ anonimo. E’ difficile essere contenti di risultati così. Fino a Montalcino ero in classifica, poi quel giorno ho perso del tempo e per alcune tappe siamo stati indecisi se insistere sul fare classifica o se andare direttamente alla ricerca di una tappa. Quando poi mi sono deciso per le tappe non è più arrivata una fuga. E’ una bella mazzata a livello morale. Ma come si dice: ho perso una battaglia.

Però è una battaglia grossa… Metti definitivamente una pietra sopra sulla classifica generale?

E’ certo che questa per me era un po’ l’ultima spiaggia per provare a fare classifica e nel futuro immagino che sicuramente non partirò con questo obiettivo.

In effetti eri in un limbo…

Ho cercato di prendere delle fughe. Ma sono andate via quella della tappa dello Zoncolan e quella di Bagno di Romagna qualche giorno prima. Quel giorno ci ho provato, ma non mi hanno lasciato spazio più di tanto. Ero in una situazione scomoda: ero lontano in classifica, ma vicino per essere lasciato andare. In più c’è da considerare che in questo Giro solo la fuga di Cortina è andata via “di gambe”, per dire che se non volevano lasciarti andare, non scappavi. Quel giorno invece c’era un Gpm di prima categoria in partenza e si è riusciti ad andare.

Se tornassi indietro cosa cambieresti?

Uscirei prima di classifica. Fino alle ultime due tappe il decimo posto era lì a portata di mano. Dan Martin ha fatto decimo ad un quarto d’ora, ma in ogni caso quello non sarebbe stato l’obiettivo. Troppo poco. Mi sarei aspettato di più.

La grinta di “Roccia” non è mai mancata, neanche nei momenti più difficili
La grinta di “Roccia” non è mai mancata, neanche nei momenti più difficili
Qual era il tuo sogno?

Essere protagonista e vincere un tappone. L’unica tappa in cui sono riuscito ad andare in fuga è stata quella di Cortina che come ho detto è stata l’unica che è andata via di forza. Peccato che nel fondovalle l’Education First abbia tirato parecchio e siamo arrivati con poco vantaggio sul Giau. Ma a quel punto avevamo speso tanto. Dispiace perché non è che la gamba non girasse… Per fortuna che adesso arrivano nuove sfide.

A proposito di Giau, ma ti eri accorto che avevi il 53 su quella salita?

Bah, è rimasto lì! Sinceramente non ho pensato al rapporto. L’abbiamo imboccato con 50” sul gruppo e sapevo che se volevo arrivare dovevo dare il 200%, quindi l’ho preso come fosse uno strappo di due chilometri.

Nuove sfide hai detto: adesso cosa ti aspetta?

Adesso si va al Tour de France per Tadej (Pogacar, ndr). Prima però farò il campionato italiano il 20 giugno ad Imola.

Formolo in fuga verso Cortina d’Ampezzo con lui, tra gli altri, Nibali
Formolo in fuga verso Cortina d’Ampezzo con lui, tra gli altri, Nibali
Tirerai in salita, avrai licenza di staccarti nelle tappe di pianura?

Io devo esserci quando ci è bisogno, che sia pianura o salita. Con certi personaggi è un bel ruolo da svolgere, una bella responsabilità.

Come parti per la Francia? Sei più tranquillo rispetto al Giro in cui potevi correre da capitano o al contrario hai più pressione?

Guarda, Tadej più che un compagno è un amico e se vince lui è come se vincessi io e vista la posta in palio mi sento anche più teso per certi aspetti.

Come gestirai questo periodo in altura a Livigno?

Da qualche giorno e per un totale di cinque giorni non tocco la bici, riposo totale. L’ho già fatto dopo la Sanremo e mi sono trovato bene. Poi dalla prossima settimana inizierò a fare qualcosa. Principalmente farò ore di sella, mentre l’ultima settimana farò qualcosa in più. Nel ciclismo moderno senti preparatori che dicono che i 40”-20” fanno bene, altri che fanno male, che è meglio fare la soglia altri che invece dicono sia meglio fare allenamenti lenti… Ma su una cosa sono tutti d’accordo: il recupero in altura fa bene. Quindi mi godo al massimo questo momento insieme alla mia famiglia.