Namedsport> Lamborghini

Giro-Tour-Vuelta: lo “Slam” è sempre NAMEDSPORT>

13.05.2021
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Il giusto mix di strategia e passione, una preparazione attenta e focalizzata sugli obiettivi, ambizione e intraprendenza per spingersi oltre i propri limiti e raggiungere le vittorie più inaspettate. Questo è lo spirito con cui NAMEDSPORT>, colosso italiano nel settore della nutrizione sportiva, è da tre anni sponsor di Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta a Espana. Un vero e proprio Grand Tours Slam che dà lustro, gratifica e rende prestigiosa questa produzione tutta italiana legata al settore dell’integrazione alimentare per lo sport.

Fabio Canova CEO di Named S.p.a. e Andrea Rosso, CEO e Co-Fondatore di NAMEDSPORT>
Fabio Canova CEO di Named S.p.a. e Andrea Rosso, CEO e Co-Fondatore di NAMEDSPORT>
Fabio Canova CEO di Named S.p.a. e Andrea Rosso, CEO e Co-Fondatore di NAMEDSPORT>
Fabio Canova CEO di Named S.p.a. e Andrea Rosso, CEO e Co-Fondatore di NAMEDSPORT>

Protagonisti al Tour de France

«Per noi, essere parte di queste tre incredibili manifestazioni – ha commentato Andrea Rosso, CEO e Co-Fondatore di NAMEDSPORT> – significa esporre il nostro marchio davanti ad una platea sconfinata. Per questo motivo le squadre ciclistiche schierano le migliori formazioni possibili, e per questo motivo c’è un continuo gioco al rialzo quando si tratta di ridiscutere i contratti di partnership commerciale e di sponsorizzazione. In modo particolare, al Tour de France, fino al 2023, saremo Official Sponsor della Classifica Squadre, che comporta anche la presenza del numero brandizzato NAMEDSPORT> sulle maglie del primo Team in classifica oltre ad un’impattante presenza lungo il percorso di gara».

Il programma Informed-Sport

I prodotti NAMEDSPORT> sono riconosciuti dagli sportivi, in modo particolare di endurance, come sinonimo di qualità e rigore sia nella loro formulazione quanto nella loro realizzazione. Informed-Sport è un programma di certificazione riconosciuto a livello mondiale. L’obiettivo è attestare la qualità dei prodotti, dei fornitori e delle strutture di produzione nel settore dell’alimentazione sportiva. Tutti gli integratori che riportano il logo “Informed-Sport” possono vantare l’assenza assoluta nella propria composizione di oltre 250 sostanze proibite in ambito sportivo. E questo grazie a controlli eseguiti da un laboratorio internazionale di ricerca e controllo antidoping che opera da oltre cinquant’anni.

Le migliori materie prime

E sono dunque sempre più gli atleti, professionisti e amatori, che ricercano prodotti di qualità per integrare la propria dieta alimentare. E da questo punto di vista NAMEDSPORT> è sin dalla propria costituzione dedita ad un’attenta cura alla selezione delle migliori materie prime e ad un rigoroso controllo di tutte le fasi di produzione, impegnandosi ad ottenere la certificazione Informed-Sport quale ulteriore garanzia per i propri prodotti. Quest’ultimi vengono sottoposti con continuità ad un elevato numero di test e analisi. I risultati, per ciascun lotto di produzione, vengono pubblicati in tempo reale sul sito dedicato informed-sport.com

Primi in Italia con la certificazione

NAMEDSPORT> è stato il primo brand italiano ad aver ottenuto questa importante certificazione con il prodotto HydraFit>. In tempi successivi sono seguiti: Omega 3 Double Plus, Aminonam Sport, Aminonam Sport Sachets, CreaFast® e 100% Whey Protein Shake. A conferma dunque di un impegno crescente che esprime la volontà del brand di garantire al consumatore finale formulazioni di elevata qualità e totale sicurezza

namedsport.com

La faticosa rincorsa di Nairo Quintana

27.04.2021
4 min
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Un doppio intervento alle ginocchia a ottobre, poi due mesi di rieducazione e soltanto a gennaio Nairo Quintana è riuscito a tornare in bicicletta e iniziare la sua rincorsa a piccoli passi. Non certo il modo migliore per iniziare la preparazione invernale e per questo sin dalle prime uscite, il colombiano ha dovuto stringere i denti. Anche se sulle salite il modo di mettere fuori il naso l’ha pure trovato. Il bello di quando hai un talento speciale è che in apparenza ti viene tutto facile.

Con il fratello e il piccolo Santiago Umba, suo pupillo e compaesano, che corre alla Androni
Con il piccolo Santiago Umba, suo pupillo, che corre alla Androni

Debutto affrettato

Quintana infatti ha debuttato al Tour de la Provence, chiudendo al 9° posto. E’ stato poi 4° a Larciano e in una Tirreno-Adriatico di grande fatica, ha comunque strappato il quinto posto a Prati di Tivo. Ma la condizione che arriva in fretta, altrettanto rapidamente se ne va. Per cui al Catalunya s’è trattato solo di stringere i denti e accumulare fatica e lavoro, mentre al Tour of the Alps, grazie a una fuga c’è scappato il quarto posto di tappa a Pieve di Bono, nella tappa vinta da Pello Bilbao.

«Come sempre – ha detto quel giorno sul traguardo – speravo in qualcosa di più. Mi sono difeso meglio in discesa che in salita. Mi sentivo a mio agio e sono riuscito a superare diversi corridori. Non sono nelle migliori condizioni fisiche possibili. Sto cercando di completare questa rincorsa. Non c’è niente di sbagliato nel lavoro di squadra, in pianura o in montagna. Sono stati tutti fantastici. Alla fine, toccava a me riportare il risultato concreto di questo lavoro. Mi dispiace un po’ di non aver vinto perché speriamo tutti in una vittoria. Stiamo andando avanti, continueremo a lavorare».

Quarto a Pieve di Bono, dopo un gran lavoro della Arkea-Samsic
Quarto a Pieve di Bono, dopo un gran lavoro della Arkea-Samsic

L’istinto è quello di vincere, ma non si può ignorare il fatto che queste prime corse siano state il tentativo improbabile di costruire la base cui altri hanno lavorato sin da dicembre, una rincorsa che avrebbe meritato un miglior appoggio.

Come vanno le ginocchia?

Vanno un po’ meglio, ormai il processo di recupero è terminato e si sta chiudendo anche questo primo ciclo di competizioni, che è stato un inizio abbastanza difficile. Però tutto sommato sto bene.

Un’occhiata alla bici prima di partire: la Arkea corre su Canyon
Un’occhiata alla bici prima di partire: la Arkea corre su Canyon
In pratica hai costruito la base correndo?

Ho cominciato a gennaio con i primi allenamenti. Sono arrivato alle gare come in una rincorsa, con molta fretta e molta pressione. E il ritmo di gara è stato abbastanza alto, per cui non è stato facile sostenerlo e usarlo per fare dei lavori utili. Ma era necessario cominciare. Per fare la base che non ho fatto nella stagione invernale.

Perché non fare il Romandia?

Perché ho chiesto abbastanza al mio fisico. Per cui ora farò qualche altra piccola corsa (si parla della Vuelta Asturias, che parte il 30 aprile) e poi riposerò un poco. Quindi inizieremo la preparazione del Tour de France.

Un chiarimento con Carthy, compagno di fuga, alla fine del Tour fo the Alps
Un chiarimento con Carthy, compagno di fuga, alla fine del Tour fo the Alps
Tornerai in Colombia?

Stiamo vedendo se andare a casa, per il tema Covid, o se restare qui. In ogni caso farò lo stesso tipo di lavoro e anche quello andrà inquadrato. Dobbiamo preparare il Tour, sapendo che a causa di un percorso un po’ troppo veloce, per me sarà difficile lottare per la classifica generale. Però serve ottimismo, andiamo per fare bene.

E poi le Olimpiadi?

Mi piace tutto di questa idea e mi piace anche il percorso. Sono le prime Olimpiadi che faccio per il mio Paese e voglio fare bene. Stiamo uscendo da un’epoca difficile, però a poco a poco va passando. Speriamo nell’estate di portare qualche gioia.

Poli Tour 1994

Poli: «Ho domato il Ventoux quasi senza capirlo…»

25.04.2021
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La sveglia per il contatto via Skype arriva presto per Eros Poli: lo rintracciamo a Santa Barbara, in California, in uno dei tanti viaggi in bici per la sua azienda, per la quale lavora da oltre 10 anni, che cura escursioni ciclistiche un po’ in tutto il mondo. Un modo diverso di pedalare, questo è certo, ma soprattutto di mantenere in vita un amore che ha pervaso tutta la sua esistenza.

Eros Poli, per chi non lo ricordasse, è stato uno dei 4 componenti del quartetto olimpionico a Los Angeles 1984, con Bartalini, Giovannetti e Vandelli. Da professionista ha avuto una lunga carriera come gregario di campioni a cominciare da Mario Cipollini, per il quale era fondamentale componente del treno che lo pilotava nelle sue eccezionali volate. Eppure la sua storia ciclistica è ricordata soprattutto per una vittoria, l’unica da professionista, per certi versi assurda: la tappa del Tour 1994 che finiva a Carpentras dopo aver scalato il Mont Ventoux (nella foto di apertura).

Oggi Poli s’interessa poco del ciclismo agonistico: «Ho poco tempo, quando posso però guardo il Tour in tv, sono rimasto legato a quella corsa, non lo nego, mi appassiona ancora».

Poli Boonen 2009
L’ultima presenza di Poli al Tour, nel 2009, qui con Tom Boonen. Ora segue solo da lontano
Poli Boonen 2009
Al Tour del 2009, qui con Tom Boonen. Ora segue solo da lontano
Ripensandoci a distanza di anni che cosa ti è rimasto?

Sono passati 27 anni ma sembra ieri… Ogni anno organizziamo tra i viaggi anche un’escursione sul Ventoux e ogni volta mi chiedo come ho fatto a non essere ripreso dal gruppo degli scalatori, con Pantani scatenato alle mie spalle. Io avevo un fisico che non aveva nulla a che fare con le montagne, 84 chili per 1,94 di altezza.

Il momento più bello?

A 3 chilometri dall’arrivo, quando compresi che non potevano più prendermi. Pensai alla gioia della mia famiglia, mia moglie, la bimba che aveva tre anni all’epoca e che tra poco mi renderà nonno. Poi, a pensarci bene, mi torna in mente la conferenza stampa.

Perché?

Lì per lì non compresi quel che avevo fatto. Mi dicevano: «Hai vinto la tappa del Mont Ventoux» e io «Sì, bene, sono contento» quasi con disinteresse. «No, non hai capito, hai vinto la tappa del Mont Ventoux…». «Va bene, ho vinto la tappa del Ventoux, e allora?». Un dialogo surreale, a ripensarci adesso… Dopo capii che impresa era stata.

Poli 1997
Poli ha corso da pro dal 1991 al 1999, ha anche diretto la De Nardi dal 2000 al 2002
Poli 1997
Poli ha corso da pro dal 1991 al 1999, ha anche diretto la De Nardi dal 2000 al 2002
Anche perché le salite non erano il tuo pane…

Anzi, erano un vero calvario. Quando c’erano i tapponi alpini e pirenaici, la sera rimanevo sveglio a studiare la cartina, mi facevo i conti di quanto avrei perso a ogni salita, perché dovevo rimanere entro il tempo massimo e quel limite era un incubo. D’altronde considerate che con la bici e il mio peso, era più di un quintale da far salire fino in vetta.

Dieci anni prima avevi conquistato il titolo olimpico, una gloria sportiva concessa a pochi. Ti dispiace che la 100 chilometri a squadre non esista più?

Molto, perché era una gara che non s’improvvisava, era il frutto di un lavoro costante. Noi ci allenavamo tre volte al giorno, facevamo velocità e fondo, lavori su pista, una marea di test. Fummo i primi ad esempio a usare il cardiofrequenzimetro. Era una disciplina sportivo-scientifica, tutti i dettagli dovevano funzionare alla perfezione.

Poli 100 km 1987
Il quartetto iridato della 100 Km a squadre del 1987: Poli, Scirea, Vanzella e Fortunato
Poli Mondiali 1987
Il quartetto iridato della 100 Km a squadre del 1987: Poli, Scirea, Vanzella e Fortunato
Ognuno aveva compiti specifici?

No, non era questo, ma la difficoltà era che tutti e 4 dovevano essere al top della forma al momento giusto, perché se qualcuno andava meno forte, innescava variazioni di ritmo che sfaldavano il meccanismo. Ricordo ad esempio ai Mondiali di Treviso dell’85, noi difendevamo l’oro olimpico: all’inizio non andavo proprio, forse avevo sbagliato il riscaldamento e saltai alcuni cambi. Eravamo in ritardo. Pian piano cominciai a ingranare, entrai nel meccanismo e riuscimmo a prendere quantomeno la medaglia. 

C’erano differenze con le cronosquadre?

Tantissime, per questo sarebbe bello resuscitarla, perché serve allenamento specifico. Nella cronosquadre vai forte solo perché devi farlo, io ne ho corse al Tour, ad esempio quando avevamo Cipollini con noi, quando andava davanti dava delle trenate infernali e rischiavi di staccarti. A me è successo…

Che cosa ti manca del ciclismo professionistico?

L’adrenalina che scorreva a fiumi dentro di me a 3 chilometri dalla conclusione, quando a tutta velocità iniziavamo il lavoro per lanciare la volata. Io sono stato nei treni di Cipollini, O’Grady, Moncassin, era qualcosa di unico, indimenticabile.

Troppo giallo, la Jumbo cambia maglia per il Tour

20.04.2021
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Il Tour è il Tour, nel bene e nel male con tutta la sua grandeur, i suoi vizi e anche la sua innegabile storia. La Gran Boucle ha sempre tenuto molto alle sue tradizioni, a cominciare dalle maglie. E quella gialla ha un qualcosa di sacro. E in Francia la tutelano ad ogni costo.

La maglia scelta dai fans che i corridori della Jumbo-Visma useranno al Tour
La maglia scelta dai fans che i corridori della Jumbo-Visma useranno al Tour

Roglic in grigio

Per questo motivo, lo scorso anno la Jumbo Visma, tanto più che con lo squadrone che si ritrovava era sempre davanti, è stata additata per l’eccessiva somiglianza con la maglia del leader, appunto la gialla. La maglia del team olandese è per la maggior parte proprio gialla e questo non consentiva di riconoscere il leader al primo colpo d’occhio. Nella foto di apertura si fa fatica a riconoscere Roglic, primo in classifica, tra i suoi compagni. Serve quel secondo in più. Un secondo di troppo. Tuttavia quelle bande nere laterali avevano consentito al team di essere ammesso regolarmente in corsa con la divisa standard.

Quest’anno però per ovviare ad ogni possibile polemica e cogliendo la palla al balzo, la stessa Jumbo ha lanciato un concorso online. Si poteva votare la maglia che lo sloveno e i suoi compagni avrebbero indossato da Brest a Parigi. Sul piatto tre opzioni.

«Dopo l’ultima edizione del Tour de France – ha detto il team manager Richard Pluggeabbiamo parlato con Aso per trovare una soluzione e rispettare la maglia gialla. Noi e i nostri sponsor principali, Jumbo e Visma, abbiamo deciso di modificarla. Abbiamo colto questa opportunità per coinvolgere tutti gli appassionati di ciclismo nella nostra squadra».

E infatti in una settimana hanno votato quasi 60.000 appassionati e il verdetto è stato la maglia che vedete sopra. Sfondo grigio, richiami in giallo e le classiche fasce nere ai lati.

In più, a chi aveva votato e voleva acquistare la maglia, veniva scritto il proprio nome sulle bande nere laterali.

Pantani in rosa nella Grande Boucle del 2000 (foto Instagram)
Pantani in rosa nella Grande Boucle del 2000 (foto Instagram)

Once e Mercatone 

Ma il cambio di casacca della Jumbo non è il solo nella storia del Tour. Semmai è il primo al livello social.

Negli anni ’90-2000 altre due squadre in particolare furono chiamate ad interventi cromatici sostanziali. Una di queste fu la Once di Zulle e Jalabert. La squadra di Manolo Saiz era completamente gialla con una banda nera sui fianchi. A ben pensarci era molto simile a quella della Jumbo, ma quando si andava alla Grande Boucle diventava completamente rosa, fatte salve le bande nere, è chiaro.

Ma soprattutto c’è un’altra squadra che cambiò colore alla sua maglia: la Mercatone Uno di Marco Pantani. Quella del team romagnolo era “meno” gialla rispetto a quella della Once. O meglio, la sua tinta non era così uniforme. Certo però che il giallo dominava e non solo la maglia, ma anche i pantaloncini. Ebbene per il Pirata e i suoi compagni, la divisa nel Tour de France del 2000 divenne completamente rosa, omaggiando di fatto anche la maglia rosa. Insomma un po’ di Giro glielo portammo! La matrice della scelta del rosa infatti fu diversa da quella della Once, legata più a motivi di visibilità e marketing. La Mercatone voleva “ricordare” il Giro, tra l’altro vinto poche settimane prima con Garzelli.

Oltre a questi cambi, alcuni team, ma in tempi più recenti, hanno modificato le loro maglie per il Tour ma per questioni di marketing. Magari facendole passare per motivazioni prettamente tecniche, come la Sky che da nera diventava bianca per “contrastare il caldo”.

La prima maglia gialla del 1919…
La prima maglia gialla del 1919…

Il giallo nel 1919

Infine qualche piccola curiosità in merito proprio alla maglia gialla. Questa fu istituita nel 1919. Fu un’idea dell’allora direttore ed organizzatore della corsa, Henri Desgrange, proprio per distinguere al volo il leader, che fino a quel momento indossava una fascia verde al braccio, un po’ come i capitani delle squadre di calcio.

Ma c’è una motivazione alla base di questa scelta, cioè di riconoscere al volo il primo in classifica. Le tappe all’epoca erano lunghissime e partivano ancora prima dell’alba, quindi al buio. Non era facile, anche per gli avversari, individuare il primo. Non si correva tutti i giorni, ma uno sì e due no. Immaginate frazioni di 350-450 chilometri su quelle strade e con quelle bici. La scelta del giallo fu legata poi al colore delle pagine del giornale L’Auto-Vélo che di fatto organizzava la gara, prima che passasse a L’Equipe. Per la cronaca il primo ad indossarla fu il francese Eugene Christophe e, contrariamente a quel che si possa pensare, la maglia gialla nacque a Tour iniziato. In pratica fu un’idea “cotta e mangiata”, nei due giorni di pausa tra una tappa e l’altra. 

Enigma Froome: in ripresa o in alto mare?

24.03.2021
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Come sta Froome, che anche oggi s’è staccato? E’ difficile capire se questa fissazione per il quinto Tour sia nella sua testa il solo modo per tenere alta la tensione o richiamare le attenzioni che un tempo doveva respingere. Il recupero prosegue lentamente, forse troppo. La Vuelta è servita per rimettere in moto la macchina, ma il duro lavoro fatto in California per tutto l’inverno fa pensare che il recupero non fosse ancora completo. E anche se il beneficio del dubbio va concesso a qualsiasi grande atleta abbia subito un simile infortunio, la scelta di giocarsi tutto in Francia senza cercare prima una minima conferma, inizia a sembrare troppo ardita. Il Froome dei bei tempi non lasciava passare occasione per mettersi alla prova. 

Chris non è tipo di cedere alla paura o darla a vedere. E si può ben capire, dato che la Israel Start Up Nation lo ha preso con il sogno di ben figurare in Francia, che sarebbe quantomeno improvvido uscirsene ammettendo il proprio disagio. Quello che si può fare allora è leggere nelle sue parole delle ultime settimane, cercando di coglierne lo stato d’animo.

In Spagna per lavorare sereno e senza pressioni
In Spagna per lavorare sereno e senza pressioni

Sulla paura

E’ un sentimento, dice, che risale soltanto ai primi tempi, quando faticava a comprendere la portata dell’infortunio.

«Ci sono stati sicuramente alcuni momenti – ha raccontato durante il Uae Tour – soprattutto quando ho avuto più difficoltà a respirare e mi è stato spiegato che avevo lesioni interne, alcune vertebre fratturate, uno sterno fratturato, un polmone collassato. Allora era una cosa seria. Ero completamente nelle mani dei primi soccorritori, quasi come se fossi uno spettatore che guarda da lontano. Quindi è stata una sensazione piuttosto spaventosa e di impotenza, sapere che la mia vita dipendeva dalle persone che lavoravano intorno a me».

Sul dolore

Dice che le cose sono molto migliorate e che gli strascichi derivanti dall’infortunio sono ormai tutti alle spalle.

«Non sto più soffrendo – ha detto – provo un po’ di fastidio quando dormo sul fianco destro e un po’ di bruciore dove avevo inserito una piastra. Tutto il lavoro in palestra e la riabilitazione che ho fatto e sto ancora facendo si traduce in potenza sulla bici. Le due gambe adesso sono di nuovo uguali. Tornare in bici è stato abbastanza facile perché la caduta non è dipesa da un errore che mettesse in dubbio le mie abilità. Ero su una strada perfettamente diritta e una folata di vento ha spostato la mia ruota anteriore mentre avevo una sola mano sul manubrio».

Seconda crono dopo quella del Uae Tour, a 2’05” da Dennis
Seconda crono dopo quella del Uae Tour, a 2’05” da Dennis

Sul passato

Se non ci fosse stato l’incidente al Delfinato del 2019, Froome non se ne sarebbe mai andato dal Team Ineos. E chissà se la stessa squadra, convinta in quel momento di avere in Bernal il vincitore (scontato) dei prossimi Tour, lo avrebbe lasciato andare rendendosi conto che il cammino del colombiano si stava facendo più impervio.

«Ineos vince grandi Giri da anni – ha detto, tralasciando volutamente di precisare che di 11 vittorie, 7 sono le sue – questa squadra (la Istrae Start Up Nation, ndr) è qualcosa di nuovo e di fresco ed è proprio quello di cui avevo bisogno. Non ero mai stato coinvolto prima nel processo di reclutamento dei corridori e del personale, non sono mai intervenuto nella pianificazione. Alla Ineos ci sono persone che se ne occupano. Ora che per la prima volta faccio parte di quel processo, è come se avessi anche più padronanza del mio ruolo».

Sul Catalunya

Le mani bene avanti e nessun proclama, sebbene gestisca tutto con una calma olimpica. Ma il tempo stringe, luglio si avvicina: che cosa si muove nella sua testa? Lui parla di processo in corso, di una serie di eventi che, messi nella giusta successione, gli daranno le forze per andare al Tour.

«Però è impossibile dire quando sarò finalmente al top – ha spiegato nei giorni scorsi – perché il blocco delle gare del 2020 anno mi ha tolto un importante spazio di lavoro. Ogni anno che passa quando ne hai già 35 rallenta il tuo corpo. Le carriere si allungano, principalmente grazie alla nutrizione e alla fisiologia applicata allo sport. Tutto sta evolvendo. Stiamo imparando sempre di più sui nostri corpi. Ma sapevo e so tutt’ora che per tornare al Froome di prima ci sarà da camminare ancora molto. Sarò pronto per il Tour? Mi piacerebbe e per riuscirci devo fidarmi del lavoro che abbiamo impostato».

E’ tornato di qua dall’Atlantico in tempo per il Uae Tour, corso con cautela
E’ tornato di qua dall’Alantico in tempo per il Uae Tou

Non è solo la squadra che è cambiata, non solo la bicicletta. E’ la sua vita che ha subito una vera rivoluzione e in essa Froome sta cercando di ricreare l’ambiente ideale in cui esercitare il suo mestiere. Come Viviani, che lo scorso anno tentò di portare alla Cofidis l’esperienza del treno Quick Step, così Froome sta cercando di ricreare Sky del team israeliano. La curiosità per vedere l’esito del suo lavoro è per ora l’unico dato certo.

Van der Poel a 360°: dal cross al Tour e il sogno olimpico

05.02.2021
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Quasi una settimana dopo il quarto mondiale di ciclocross, il riposo di Mathieu Van der Poel è agli sgoccioli e la stagione su strada ormai all’inizio. Il debutto è fissato allo Uae Tour che inizierà il 21 febbraio, per cui d’ora in avanti l’olandese avrà dei giorni in cui allungare le distanze e trovare la condizione per tornare a testa alta anche sull’asfalto. Nel giorni scorsi il tempo nel Limburgo non è stato granché. E come ha più volte ripetuto, il fatto che i ristoranti siano chiusi per le restrizioni Covid e le uscite con gli amici vietate, il massimo che ha potuto concedersi sono state due girate sulla moto da cross e poco altro. Allo stesso modo in cui non ha potuto fare chissà quali feste dopo il mondiale. A casa, con una bottiglia di vino e la sua ragazza. L’occasione di un meeting online ci ha permesso di mettere insieme gli ultimi ricordi della sfida iridata e insieme di proiettarci sulla stagione della strada.

La vittoria del mondiale è stata per Van der Poel l’ultimo atto della sfida 2021 con Van Aert nel cross
Il mondiale di Ostenda ha chiuso il 2021 del cross
Ti sarebbe piaciuto vincere senza la foratura di Van Aert?

Certo. Avremmo visto una gara molto diversa. Ma forare è strettamente connesso al nostro sport, come le gambe e la motivazione. Quel giorno avevamo tutti le gomme a bassa pressione per non scivolare. Sono cose che succedono anche in Formula Uno e anche io negli anni passati ho avuto la mia parte di sfortuna.

Confessa, il giorno in cui non farai più ciclocross, Van Aert ti mancherà…

E’ importante avere qualcuno che ti spinge al tuo limite e credo che per lo stesso motivo io mancherei a lui (sorride, ndr). Ci rendiamo più forti l’un l’altro, con duelli che fanno più grande il nostro sport. Abbiamo dato vita a belle battaglie. Ma credo che siamo lontani dall’aver scoperto i nostri limiti e non credo che tutto questo si esaurisca nel cross. Non avrei mai immaginato di vederlo andare così forte sulle salite del Tour, credo che dovremo pedalare ancora a lungo per scoprire dove potremo arrivare.

Mathieu Van der Poel, Wout Van Aert, Fiandre 2020
Ma la sfida fra Van der Poel e Van Aert si ripeterà certamente nelle classiche: qui al Fiandre 2020, vinto da VdP
Mathieu Van der Poel, Wout Van Aert, Fiandre 2020
La sfida con Van Aert si ripeterà alle classiche
E’ bello avere un rivale così forte?

So che per batterlo devo essere al 100 per cento e questo mi motiva molto. Quando siamo al nostro livello migliore, la corsa è fra noi due. Ma sappiamo entrambi che se non siamo al top, ci sono corridori che possono batterci e anche questa è una motivazione. Quest’anno ho avuto bisogno di fare parecchie gare per trovare le giuste sensazioni e arrivare al mondiale convinto di vincere.

Ci si chiede quanto andrai avanti a questi ritmi…

Penso che continuerò a fare cross il più a lungo possibile, perché per me è soprattutto divertimento. Rompe il lungo inverno mentre gli stradisti si allenano per ore e ore. E’ un ottimo modo per raggiungere la condizione, ma al contempo mi rendo conto che fare la stagione completa sta diventando sempre meno importante. Soprattutto da quando gli obiettivi su strada stanno diventando così importanti. In effetti nel cross non devo dimostrare più niente, se non che potevo vincere il mondiale.

Sei uscito dal cross con la condizione che volevi?

Sto bene. Anche in ritiro con la squadra mi sono sentito meglio giorno dopo giorno, segno che il recupero dopo il Fiandre è bastato. Non mi sento stanco. E poi, sempre per le restrizioni Covid, non si può fare altro che andare in bici. Per fortuna lo trovo divertente…

La stagione su strada che forma avrà?

Quella delle classiche. Prima le corse in Italia, poi il Fiandre e la Roubaix. Diciamo che a quel punto la testa si sposterà sulla mountain bike e anche la preparazione cambierà aspetto.

A giugno Van der Poel svolgerà un ritiro a Livigno solo con la Mtb: ha corso poco ultimamente e vuole ritrovare le sue abilità
A giugno Van der Poel svolgerà un ritiro a Livigno solo con la Mtb
Hai detto che preparerai il Tour in mountain bike ed è suonato strano…

Per me le Olimpiadi sono più importanti del Tour. E confermo di aver pianificato un lungo training camp con la mountain bike a Livigno che dovrebbe concludersi con l’inizio del Giro di Svizzera. La squadra in Francia ci sarà, perché abbiamo vinto il ranking europeo e ne abbiamo il diritto. E poco importa che Van der Poel non sarà al top, visto che voglio raggiungere il massimo a Tokyo. In ogni caso, nel 2018 vinsi il campionato nazionale su strada allenandomi solo in mountain bike. Quando sono in forma, non ho problemi. Ma ho bisogno di lavorare sulle mie capacità di guida. L’anno scorso ho fatto soltanto un paio di gare e le sensazioni non sono state affatto buone. Ho anche pensato che potrei lasciare il Tour, dove comunque andrò per rispetto dello sponsor che mi vuole in Francia e posso capirlo.

Quindi ora rotta sullo Uae Tour?

Esatto. E’ arrivato il momento di allungare le distanze. Mi trasferisco in Spagna per un po’, almeno troveremo caldo. Qui il meteo nei prossimi giorni non sarà bellissimo e sarà meglio non perdere troppi giorni di lavoro.

Enrico Pengo

Enrico Pengo, un meccanico da 20 Tour de France

29.12.2020
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Non è facile trovare nel mondo del ciclismo dei meccanici che hanno affrontato 20 Tour de France. E’ il caso di Enrico Pengo, il meccanico vicentino è una vera istituzione nel gruppo, anche se adesso è fermo per una scelta personale legata alla salute di suo padre. Abbiamo parlato con lui per farci raccontare come sono cambiate le biciclette e di conseguenza il lavoro dei meccanici.

Una volta era come una famiglia

L’esperienza di Enrico Pengo inizia nei primi anni 90 con la Zg Mobili, per continuare con la Gewiss nel 96, la Batik nel 97, la Ballan nel 98-99, la Lampre dal 2000 al 2016 fino alla Bahrain-Merida con Vincenzo Nibali.
«Ogni epoca ha i suoi corridori e campioni – inizia così Enrico Pengo – e anche le squadre erano strutturate in maniera diversa. Negli anni 90 le squadre erano più a gestione famigliare, mentre oggi sono come delle aziende. Una volta c’era più rapporto umano con il corridore e con il direttore sportivo e si facevano le scelte tecniche insieme. Questo approccio ti faceva sentire più partecipe del risultato che il corridore otteneva».

Enrico Pengo nazionale italiana
Da sinistra vediamo Enrico Pengo con Fausto Oppici e Giuseppe Archetti
Enrico Pengo nazionale italiana
Da sinistra vediamo Enrico Pengo con Fausto Oppici, Giuseppe Archetti, Franco Vita e Andrea Nieri

Biciclette diverse

Oltre all’aspetto più famigliare delle squadre, a cambiare è stato anche il materiale tecnico. Le biciclette degli anni 90 fino ai primi 2000 erano diverse da oggi e si poteva intervenire in vari modi.

«Una volta si facevano delle operazioni per limare grammi da ogni parte – ci spiega Pengo – con Simoni puntavamo alla massima leggerezza, tanto che montavamo il nastro manubrio con il phone per tirarlo al massimo, così ne risparmiavamo un bel pezzo ed era tutto materiale che Gilberto non doveva portarsi in salita. Un’altra operazione che facevamo era quella di cambiare il perno quadro del movimento centrale, che una volta era in acciaio. Noi lo mettevamo in titanio e la differenza era tanta».

Enrico Pengo Lampre
Enrico Pengo in azione negli anni della Lampre
Enrico Pengo Lampre
Enrico Pengo mentre prepara le biciclette negli anni in cui era il meccanico della Lampre

Si modificavano i pezzi

Il lavoro del meccanico era molto importante e poteva cambiare la configurazione di una bicicletta e far perdere o vincere una tappa o addirittura un grande giro.
«Simoni per essere più leggero aveva deciso di montare il manettino del cambio sul telaio – continua Pengo – allora io per non fargli cambiare l’appoggio lo presi e lo svuotai, era il primo 10 velocità. In quel modo avevamo dato a Simoni due leve con due appoggi per le mani uguali».

Ma oggi la tecnica è andata avanti e molte lavorazioni sulle biciclette non vengono più fatte.

«Oggi tante cose sono di serie e per un meccanico è difficile fare dei cambiamenti. E’ difficile apportare delle migliorie. I materiali sono gli stessi che si trovano in commercio e il livello è diventato altissimo». Anche i budget delle squadre sono cambiati e come ci ha detto Pengo c’è una grande quantità di materiali con una scelta molto ampia.

Pengo premiazione Tour de France
La premiazione per aver raggiunto la partecipazione a 20 Tour de France
Pengo Premiazione tour de France
La premiazione per aver raggiunto la partecipazione a 20 Tour de France da meccanico

Nibali il più preparato

Abbiamo chiesto a Pengo quali sono stati i corridori che erano più puntigliosi nella messa a punto meccanica della bicicletta.

«Simoni era un ingegnere, ogni cosa che diceva aveva una logica e spesso mi è toccato dargli ragione. Nibali è il numero uno sulla meccanica e devi stare attento perché a volte lui ne sa più di te. Con uno come lui sono cresciuto tantissimo, è difficile starci dietro ma ti dà tante soddisfazioni. E poi mi piace ricordare lo stile in bicicletta di Berzin. Con lui ho avuto anche la soddisfazione di vedere un corridore che seguivo in maglia gialla al Tour de France».
A proposito di Tour de France Enrico Pengo è stato premiato dall’organizzazione per aver raggiunto il traguardo delle 20 partecipazioni. «E’ stato un momento bellissimo – racconta Pengo – per festeggiare questo traguardo l’organizzazione del Tour de France ti fa scegliere una tappa in cui sali sul podio e ti consegnano un premio. Io avevo chiesto nell’edizione del 2018 di salire sul podio nella tappa del pavé il 14 luglio, festa nazionale francese. E’ stato il coronamento di un sogno»

Tyler Hamilton con compact FSA

FSA, storia di una rivoluzione a pedali

27.12.2020
4 min
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I ciclisti più esperti si ricorderanno certamente i lunghi rapporti che si utilizzavano fino ai primi anni 2000, con il 39-53 che era lo standard per quanto riguarda le corone anteriori. Ma proprio in quegli anni FSA ebbe l’intuizione di lanciare la compact. E proprio a loro abbiamo chiesto proprio di raccontarci come sia nata questa soluzione tecnica e che cosa ci potrebbe riservare il futuro.

Tour de France 2003

La rivoluzione della compact nasce durante il Tour de France 2003. In quell’anno Full Speed Ahead era partner tecnico del Team CSC. Claudio Marra, Vicepresidente e global marketing manager di FSA, fece vedere a Bjarne Riis, che era il team manager della CSC, una guarnitura in carbonio con un rapporto di trasmissione 36-52. Si trattava della prima guarnitura compact.
L’idea di una guarnitura con dei rapporti più bassi era stata di Fausto Pinarello, che pensava in questo modo, di consentire ai corridori di affrontare le salite più dure con uno sforzo minore. Come abbiamo detto prima, fino ad allora la combinazione più utilizzata era il 39-53, ma in quell’edizione del Tour de France stava per cambiare qualcosa.

FSA Compact Carbon 2003
La guarnitura FSA Carbon Pro Elite
FSA Compact Carbon 2003
La guarnitura FSA Carbon Pro Elite, la prima compact della storia

Tutto nasce da una caduta

Durante la prima tappa del Tour de France, il prologo di Parigi, Tyler Hamilton che era il capitano del Team CSC, cadde e si fratturò la clavicola. La maggior parte delle persone pensarono che Hamilton non sarebbe riuscito a finire quell’edizione della Grande Boucle, soprattutto avrebbe fatto molto fatica ad affrontare le grandi salite. Hamilton tenne duro e cominciò a sentirsi meglio con il passare delle tappe, fino ad arrivare alla vigilia dell’Alpe d’Huez.

L’intuizione di Riis

Bjarne Riis si ricordò in quel momento della guarnitura compact che gli fece vedere Claudio Marra. Nessuno fino ad allora aveva creduto nei vantaggi che i rapporti più agili potevano dare su certe salite. Riis pensò che gli ingranaggi “più leggeri” avrebbero potuto aiutare Hamilton a rimanere seduto in sella sulle salite ed evitare di spingere sulla spalla.

Riis telefonò a Marra, che guidò tutta la notte con la prima guarnitura compact mai prodotta e raggiunse la squadra. Poco prima della partenza della tappa di montagna, i meccanici montarono sulla bici di Hamilton la nuova pedivella FSA Carbon Pro Elite da 515 grammi, con una corona interna da 36 denti ed una esterna da 52 denti. Tyler Hamilton vinse la sedicesima tappa da Pau a Bayonne aprendo così la strada ad un cambiamento che ha rivoluzionato il modo di pedalare di milioni di ciclisti nel mondo.

La Supercompact SL-K Modular con il 32-48
La guarnitura Supercompact SL-K Modular con combinazione 32-48

Diffusione da record

Oggi il 90% dei ciclisti usa una combinazione compact, c’è chi sceglie il 36-52 e chi il più agile 34-50. Il concetto che sta alla base della compact è che vengono sfruttati i pignoni più piccoli e si hanno a disposizione rapporti che si raggiungerebbero soltanto con l’utilizzo di una tripla o con dei pignoni enormi al posteriore. Sappiamo che ormai anche il pacco pignoni viene dotato di dentature sempre maggiori, non è più uno scandalo vedere i professionisti con il 28 o il 30. Un altro vantaggio che ci segnala FSA è che anche a livello di peso si ha un vantaggio dovuto all’utilizzo di un risparmio di materiale. Il tutto senza dover sostituire parti importanti del sistema di trasmissione, come invece bisognerebbe fare con una moltiplica tripla.

FSA anticipa i tempi

Dopo le compact, FSA ha lanciato, in tempi non sospetti, la guarnitura Supercompact, anticipando l’esplosione del mercato gravel che richiede proprio questo tipo di guarniture. La Supercompact prevede l’utilizzo di ingranaggi di dimensioni molto ridotte che riducono ulteriormente lo sviluppo metrico. In questo modo si hanno a disposizione rapporti molto corti per la salita. I rapporti usati sono il 32-48 oppure il 30-46. Come si può notare FSA lascia sempre la differenza minima di 16 denti che corrisponde alla capacità dei deragliatori standard.

Un occhio alle tendenze future con il monocorona SL-K Light 1X
Un occhio alle tendenze future con il monocorona SL-K Light 1X

Il futuro per FSA

Per quanto riguarda le tendenze future, in FSA ci segnalano il sempre maggiore diffondersi delle guarniture con monocorona anteriore. Un risultato che sente l’influenza sempre maggiore del gravel e di derivazione mountain bike. Ovviamente questa soluzione è facilitata dall’aumento dei rapporti nel pacco pignoni che permette di trovare la pedalata giusta su tutti i terreni. FSA presenta in gamma delle guarniture monocorona che hanno il vantaggio di far risparmiare ulteriore peso e di semplificare l’utilizzo del cambio, che diventa perfettamente sequenziale nello sviluppo metrico.

Tadej Pogacar, Planche des Belles Filles, Tour de France 2020

Un collage di voci per comporre il Pogacar del Tour

23.12.2020
5 min
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Non era mai successo negli ultimi cent’anni che un corridore giovane come Pogacar conquistasse il Tour de France. Prima di lui c’era stato Cornet, due anni in meno, ma accadde nel 1904.

Per contro non era mai successo neppure che il vincitore della maglia gialla sparisse dalla circolazione, senza rilasciare interviste, se non piccoli flash qua e là, in occasione delle rituali visite agli sponsor. Si comprende bene la necessità di tutelarlo da un inverno troppo dispendioso e si comprendono anche gli obblighi di squadra, ma forse anche i tifosi avrebbero meritato un po’ del suo tempo.

Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Roglic e Pogacar francobollato, scena tipica del Tour de France 2020
Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Roglic e Pogacar attaccato al 2020

La prima data ipotizzata per l’intervista era stata indicata alla metà di novembre, poi era stata rinviata di due settimane, quindi trasformata in una conferenza stampa su Zoom il 7 dicembre, a sua volta rinviata al 21 del mese e adesso a gennaio. Così abbiamo deciso di mettere insieme tutti i contributi raccolti nelle ultime settimane da coloro che sono riusciti a parlarci e fare un punto altrettanto virtuale con il giovane sloveno, che vive a Monaco nello stesso palazzo di Formolo e Valerio Conti e a 100 metri da Roglic. Magari poi, quando ce lo troveremo davanti, parleremo con lui di cosa farà nel 2021.

Slovenia spaccata

Del ritorno in Slovenia, Pogacar racconta con emozioni altalenanti. Roglic è stato nominato atleta dell’anno, entrambi sono risultati ciclisti dell’anno e i loro volti sono stati stampati sullo stesso francobollo

«La gente in Slovenia – ha detto – avrebbe voluto che vincesse lui il Tour e anche io, in qualche modo, pensavo fosse giusto. Lo scenario per la maggior parte del Tour, lui primo e io secondo, stava bene a tutti. Si stavano preparando per festeggiare questo risultato. Alcuni non erano contenti per come è finita. L’ho notato, l’ho visto sui social, mi è stato detto. Ma cosa posso farci? Niente. In Francia il tifo è diviso tra Alaphilippe, Bardet e Pinot. Il tifo spacca, lo ha sempre fatto».

Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Questo riconoscimento a Parigi vale molto più di mille parole
Primoz Roglic, Tadej Pogacar, Tour de France 2020
Un riconoscimento prezioso nel giorno di Parigi

In cima tutti piangevano

Di quel giorno a La Planche des Belles Filles, ha ricordi rumorosi e confusi. Come confuso è stato anche dopo aver realizzato di aver sfilato la maglia gialla dalle spalle del connazionale.

«L’ho avuto chiaro – ha raccontato – quando Primoz Roglic ha tagliato il traguardo. Ero arrivato quasi quattro minuti prima. E’ stato un tempo lungo e molto strano. Intorno a me, il massaggiatore e i due ragazzi del team sapevano che stavo per vincere il Tour, ma non volevano dirmelo senza esserne assolutamente sicuri. Nel tratto pianeggiante non avevo informazioni su suoi tempi. Sapevo solo che Dumoulin era in testa. Poi in salita non ho sentito più niente. Non avevo messo il volume degli auricolari molto forte e c’erano molti spettatori che gridavano. A un certo punto ho sentito: «Hai quattro secondi di vantaggio», ma ho pensato che fosse per la vittoria di tappa. E poi mi sono saltati addosso tutti, piangevano, urlavano, erano eccitati. E qui ho capito davvero».

Tadej Pogacar, mondiali di Imola 2020
La fuga di Imola, nata per lanciare Roglic, ha acceso l’entusiasmo dei suoi tifosi
Tadej Pogacar, mondiali di Imola 2020
La fuga di Imola, nata per lanciare Roglic

L’abbraccio di Roglic

Ha raccontato di essere cresciuto con il mito di quel saltatore con gli sci passato alla bicicletta. Fra loro ci sono 9 anni, che nel ciclismo giovanile sono abbastanza per comprendere due mondi completamente diversi.

«Ci siamo incontrati solo nel 2017 – ha raccontato – ai mondiali di Bergen, in Norvegia. Lui era con i professionisti, io ero nell’U23. Ci siamo ritrovati insieme nella conferenza per la stampa slovena. A volte ci alleniamo insieme a Monaco. Prima succedeva in Slovenia, perché non vivevamo molto lontano. A Monaco ci incontriamo per caso, uno dei due gira e proseguiamo insieme. E’ un bravo ragazzo. Non gli piace farsi avanti. Gli parlo spesso mentre corro. Per me non è come un avversario. Per questo lassù non ero molto sicuro delle mie emozioni. Da una parte volevo che Roglic vincesse il Tour, invece sono stato io a impedirglielo. In effetti, è stato proprio lui a tranquillizzarmi. Pochi minuti dopo il suo arrivo, ero già nello spazio interviste per la tv, è venuto ad abbracciarmi. Quel momento non lo dimenticherò mai. E’ come se mi avesse autorizzato a essere felice, come se mi dicesse che non era colpa mia».

La fuga di Imola

Imola sarebbe stata l’occasione perfetta per sdebitarsi. Pogacar si era già chiamato fuori da responsabilità troppo grandi e la Slovenia aveva deciso di puntare su Roglic, lasciando al giovane il compito di fare corsa dura nell’avvicinarsi agli ultimi chilometri. Ma quando Pogacar è partito, sperando di portare via un gruppetto che costringesse la Francia a inseguire, lo ha fatto troppo forte e si è ritrovato da solo.

Mauro Gianetti, Ernesto Colnago, Tadej Pogacar, novembre 2020
Con Mauro Gianetti in visita da Colnago, prima di sparire dai radar
Mauro Gianetti, Ernesto Colnago, Tadej Pogacar, novembre 2020
Con Gianetti da Colnago prima di sparire

«Quando vieni da Paesi dove non c’è un grande bacino di corridori – ha detto – sei abituato a cavartela con meno compagni. Mi successe al Tour de l’Avenir e purtroppo, ma per una serie di sfortune, mi è successo al Tour. Eravamo partiti con una grande squadra, ma dopo il ritiro di Aru e Formolo le cose si sono complicate. Per fortuna De La Cruz mi è rimasto accanto. Era strano essere lì in mezzo a lottare contro tanti campioni. Stiamo assistendo a una generazione che cambia. E’ sicuramente una questione di carattere, di responsabilità assunte prima. Tutti i corridori venuti fuori quest’anno sono stati i riferimenti delle categorie giovanili. Contro Hirschi, ho corso sin dagli juniores. Ci sono molti più team continental che ci preparano in modo più professionale. Anche il covid potrebbe aver avuto un ruolo. Ci sono stati meno eventi e molte gare importanti in un periodo di tempo molto breve. I giovani hanno potuto trarne vantaggio. Un corridore più anziano probabilmente impiega più tempo per trovare il proprio ritmo».

Ne avremo probabilmente un riscontro nel 2021, quando ciascuno potrà impostare la stagione nel modo più consono. Avremo giovani chiamati alla conferma e uomini più esperti desiderosi di riscatto. E ancora una volta vivremo una grande stagione di ciclismo.