Bagioli e Sobrero, niente Tour. Ricordate le parole di Amadio?

13.07.2023
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L’Italia in questo Tour de France ha il record non proprio bello di annoverare al via soltanto sette atleti, che sono diventati sei dopo il ritiro di Jacopo Guarnieri. Riallacciandoci al discorso fatto qualche giorno fa con Roberto Amadio sul fatto della mancanza di una squadra italiana e dei pochi corridori nostrani nelle grandi gare, ci sono due casi emblematici. Stiamo parlando di Matteo Sobrero e Andrea Bagioli.

La squadra che non c’è

I due ragazzi erano stati entrambi precettati per la Grande Boucle dai rispettivi team. Si erano ben preparati, ci credevano e soprattutto per questo obiettivo che era stato loro “promesso” o quantomeno inserito nei programmi, avevano anche sacrificato il Giro d’Italia.

Invece sono rimasti a casa con il classico pugno di mosche in mano. 

Stiamo parlando di due buoni atleti, che senza una tutela, un’attenzione che può avere nei loro riguardi una dirigenza italiana rischiano di perdere mesi preziosi. E quando diciamo tutela, non intendiamo favoritismi, ma un modo diverso di lavorarci, nell’approcciare la loro professione.  

E parliamo di team, che in fatto di lavoro e programmazione sono tra i migliori in assoluto. Due come loro magari potrebbero fare il salto di qualità definitivo.

Sobrero (classe 1997) ha vinto la 4ª frazione del Giro d’Austria. Non ha mai disputato il Tour
Sobrero (classe 1997) ha vinto la 4ª frazione del Giro d’Austria. Non ha mai disputato il Tour

Sobrero, rabbia austriaca

Matteo Sobrero, in questo suo “non Tour” è persino riuscito a tirare fuori una vittoria. Il piemontese della Jayco-AlUla (che l’anno prossimo è indiziato di cambiare squadra) ha infatti conquistato la quarta frazione del Giro d’Austria, con uno sprint a ranghi ridotti in cui c’era tanta cattiveria agonistica.

Matteo, eri uno dei forti indiziati per il Tour della tua squadra. Poi cosa è successo?

Dovreste fare questa domanda allo staff o alla squadra! Diciamo che mi è dispiaciuto particolarmente non fare il Tour… però alla fine penso sia stata più una scelta legata al fatto che probabilmente andrò via e quindi hanno preferito puntare su altri che una scelta tecnica.

Una decisione tra virgolette politica. Anche perché poi hai dimostrato di andare forte, grazie alla vittoria in Austria.

Sì, esatto. Avevo comunque preparato il Tour quindi la condizione era buona per quella corsa. E’ logico che mentalmente e moralmente dopo una notizia così, dopo aver perso l’obiettivo per cui ti stavi allenando, ti rilassi un po’. Dici: e ora cosa faccio? Mi hanno proposto il Giro d’Austria e ho accettato. Ho preferito correre piuttosto che stare a casa. E ho fatto bene: alla fine la vittoria fa molto piacere e anche come squadra siamo andati bene nella generale.

A conferma che la preparazione per il Tour l’avevi fatta bene…

Ero in crescendo. Magari al Giro di Svizzera non ero ancora del tutto pronto, come agli italiani d’altronde. Ma stavo migliorando dopo il tanto lavoro accumulato.

Quando ti hanno detto che non saresti andato in Francia? L’hai capito strada facendo o c’è stata una comunicazione precisa?

Una comunicazione specifica, poco prima dell’italiano, che credo non sia stato il massimo anche per quello. 

Guardiamo avanti: adesso il programma cosa prevede?

Farò il Polonia e quindi la Vuelta.

E come ci arrivi alla Vuelta se stavi preparando il Tour?

Dopo l’italiano ho fatto quattro giorni di riposo totale, poi ho ripreso gradualmente. Da ieri sera sono a Macugnaga, in altura, dove vado sempre con Pippo (Ganna, ndr). Ci resterò una dozzina di giorni e poi appunto farò il Polonia e la Vuelta.

Andrea Bagioli (classe 1999) si era ben comportato al Delfinato. Tra l’altro è un ottimo supporto per Alaphilippe
Andrea Bagioli (classe 1999) si era ben comportato al Delfinato

Bagioli sogna l’azzurro

Molto simili a quelle di Sobrero, sono le parole di Andrea Bagioli. Il corridore della Soudal-Quick Step (in scadenza di contratto) credeva fermamente nel progetto Tour e tanto si era impegnato. Ma anche per lui a giugno, una decina di giorni prima del tricolore è arrivata la doccia gelata. E anche per lui la delusione c’è stata.

Andrea, come si fa con gli stimoli?

Ti crolla un po’ il mondo addosso dopo che ci avevi lavorato tanto. Dopo la Liegi avevo fatto una settimana di stop per riposare bene. Avevo ripreso ad allenarmi ed ero andato a Sierra Nevada, in altura (col gruppo del Tour, ndr). Al Delfinato ero in crescita secondo me, infatti sono uscito da quella corsa che stavo molto bene. Poi è arrivata la notizia e tutto si un po’ fermato.

Come te l’hanno giustificata?

Mi hanno detto che volevano portare una squadra tutta (o quasi) per Fabio Jakobsen, il velocista. E io non facevo parte di quel gruppo, di quella formazione.

Andiamo avanti Andrea. Stesse domanda fatta a Sobrero: adesso qual è il tuo programma?

Ma sì dai, ormai è tutto passato, anche la delusione. Sto già pensando ai prossimi obiettivi. Dal 22 al 26 luglio disputerò il Tour de Wallonie e poi andrò alla Clasica de San Sebastian. E poi ancora spero che le cose vadano bene per ottenere una convocazione per i mondiali.

Al Wallonie avrai un po’ di spazio per te?

In teoria sì, dovrei avere un po’ di carta bianca. Anche perché il percorso è mosso, con salite brevi, dunque è adatto alle mie caratteristiche. Mentre a San Sebastian no. Lì ci sarà Remco e si lavorerà per lui. Il che, per uno così, fa anche piacere. Sai chi è, cosa può fare e lavori con un certo stimolo.

Come hai rivisto la programmazione atletica?

Dopo il campionato italiano mi sono fermato giusto quattro giorni per riposare, soprattutto mentalmente. All’improvviso, dopo l’obiettivo saltato, ero stanco. Ho ripreso gradualmente facendo principalmente ore di sella, in quattro giorni non perdi moltissimo la condizione. Non sono andato in altura ma mi sto allenando a casa.

Bennati “legge” da dentro il poker di Philipsen

12.07.2023
5 min
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«L’anno scorso – dice Bennati – l’ho visto vincere a Parigi veramente alla grande. Quest’anno ha vinto l’ultima tappa alla Tirreno, sta crescendo veramente forte. Poi è arrivato secondo alla Roubaix. Questo secondo me è un cagnaccio anche al mondiale».

L’analisi di Bennati

Jasper Philipsen ha appena vinto la quarta tappa su cinque volate disputate e il commissario tecnico della nazionale, che di tappe al Tour se ne intende, lo ha seguito con grande attenzione, visto l’appuntamento di Glasgow che ormai si intravede in fondo al rettilineo. Nella giornata in cui Daniel Oss ha conquistato il numero rosso, le parole di Bennati sono molto interessanti.

«Con le dovute proporzioni – sorride Bennati, mettendo le mani avanti – mi sono rivisto in una volata che ho vinto alla Vuelta nel 2012. La riguardo spesso, perché è uno di quei casi in cui, come si dice fra corridori, non sentivo la catena. A un certo momento a 300 metri dall’arrivo, Philipsen ha smesso di pedalare per due volte, però è rimasto sempre lì. Poi col colpo d’occhio, è riuscito a capire tutte le situazioni. Quando un velocista è al top della condizione, gli va tutto bene. Si ritrova con una grande consapevolezza di se stesso ed è quello che sta capitando anche a lui. E’ nettamente più forte…».

La tappa di Valladolid alla Vuelta del 2012: Bennati ha rivisto le stesse dinamiche in questo finale
La tappa di Valladolid alla Vuelta del 2012: Bennati ha rivisto le stesse dinamiche in questo finale
Ha anche capito dove si apriva la volata, non ha rischiato di rimanere chiuso…

Ha preso la ruota di Van Aert e poi in un attimo ha capito che quella non era la ruota giusta. Quelli sono sforzi che se non hai la gamba, non fai più la volata. Invece lui ha lasciato Van Aert e ha fatto una prima volata per andare nella scia di Groenewegen. E quando è arrivato alla sua ruota, Groenewegen è partito. Lui è stato lì. E quando ha visto il momento giusto, ha accelerato e gli ha pure dato tre bici.

Al Giro dicemmo che Cavendish aveva vinto la volata di Roma, perché non c’erano grossi rivali. Qui ad esempio Jakobsen non è neppure l’ombra di se stesso…

Qui però ci sono tutti gli altri. E’ vero che Jakobsen non va, però io ho guardato le gare che hanno fatto insieme, dal Giro del Belgio e anche qualche classica di lassù, e negli scontri diretti ha vinto quasi sempre lui. Poi c’è Van Aert, che a volte mi fa venire il nervoso…

In che senso?

Va veramente forte, attualmente è il più forte, non si discute. Mi fa venire il nervoso perché non si risparmia mai e non riesce a concludere quello che potrebbe. Forse sono umani anche loro. Se anche sei un fuoriclasse e spendi più del normale, prima o poi la paghi. Secondo me sta succedendo questo. La settimana scorsa ha fatto quella tappa clamorosa il giorno del Tourmalet e poi l’ha pagata. Secondo me non sarebbe normale se lui facesse quegli sforzi e il giorno dopo vincesse anche le tappe.

Quarta vittoria per Philipsen su cinque volate. Per lui anche un secondo posto
Quarta vittoria per Philipsen su cinque volate. Per lui anche un secondo posto
Cosa ti ricordi di quella tappa di Valladolid?

Avevo l’impressione che la bici andasse dove volevo io, quasi la telecomandassi. Non è solamente un fatto di condizione fisica, ma anche di una consapevolezza superiore. Di conseguenza, se sbagli hai la capacità di recuperare lo sbaglio e di anticipare quello che agli altri richiede più tempo.

Lucidità che deriva dalla condizione?

Oggi Philipsen ha dato la dimostrazione di essere il più in forma. E’ chiaro che stamattina, dopo tre tappe vinte, aveva appetito e la consapevolezza di quando sei forte e sai anche che puoi permetterti qualcosa in più. Quindi, dal punto di vista psicologico, lui approccia la volata in modo molto più tranquillo, molto più sereno. Gli altri invece hanno l’ossessione di vincere e di non sbagliare. E quando hai l’ossessione di non sbagliare è la volta che sbagli. E se sbagli una, due o tre volte, la volata non la fai più.

Oss è stato l’ultimo ad arrendersi nella fuga, ma lamenta la poca convinzione dei compagni d’avventura
Oss è stato l’ultimo ad arrendersi nella fuga, ma lamenta la poca convinzione dei compagni d’avventura

La fuga di Oss

Discorsi da velocisti e non da attaccanti. Quante forze ha buttato via oggi Daniel Oss nella fuga? E quanto è diverso correre spargendo energie con il secchio, anziché centellinarle come fanno i velocisti? Il trentino è sul pullman e sotto si sente la voce di Sagan (all’ultimo Tour) che lo prende in giro, perché avrebbe sfruttato la scia di una moto. Ma Daniel nega e l’altro sotto si mette a ridere, dicendo che una moto a lui servirebbe per tirargli le volate.

«Adesso hanno visto che al Tour – ride Oss – ci sono anche io. L’idea era quella di prendere una fuga un po’ più numerosa, perché era chiaro che si volesse arrivare in volata. Ci sono stati un po’ di scatti, sembrava che andassero via quattro o cinque, invece ci siamo ritrovati solo in tre. Siamo andati via pianissimo, perché il gruppo non ci lasciava. E quando ci hanno messo sotto il minuto, il morale è andato sotto zero. Non è che avessi grandi piani, però sapevo che la strada girava verso destra e il vento sarebbe stato favorevole.

Per il trentino arriva il numero rosso: non era una fuga che potesse arrivare, ma si è goduto la giornata
Per il trentino arriva il numero rosso: non era una fuga che potesse arrivare, ma si è goduto la giornata

«Metti che sei anche abbastanza veloce – prosegue Oss – che puoi tenere un’andatura bella alta, tieni duro, no? Da solo riuscivo ad andare davvero forte. Invece si sono rialzati e mi hanno proprio lasciato lì. Si sono staccati perché non volevano e quello un po’ mi ha infastidito. Però alla fine quei chilometri me li sono goduti. C’era tanta gente, è sempre figo, è bellissimo davanti con il pubblico e quel po’ di pioggia che poteva rallentare il gruppo per paura di scivolate. Potevo pensare che sarei arrivato se fossi stato solo negli ultimi 2 chilometri, però mancava ancora tanto, era tutto un work in progress. Se ci riprovo? Non dipende tanto dalla volontà, ma dalle gambe. Il gruppo ha un livello pazzesco, vanno fortissimo, c’è una concorrenza davvero incredibile».

Dalle corse all’atelier, come nasce la moda di Santini?

12.07.2023
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BERGAMO – Quanto è lungo il passo dalla moda allo sport? Raffaella Marini, modellista di Lecco che da 12 anni lavora presso il Maglificio Santini, ha imparato a misurarlo. Il ciclismo non sapeva quasi cosa fosse, invece nel giro di pochi anni si è trovata proiettata fra lycra, fondelli, grafiche e tagli a metà fra campioni e ciclisti e cicliste di tutti i giorni, bisognosi di essere performanti, ma anche eleganti e comodi.

In questi giorni, “Rafi” si prepara per il viaggio al Tour de France con l’amica Rosita Zanchi e Monica Santini, per adattare il body da crono sulle spalle e le gambe dei vari leader. La cronometro si correrà martedì, all’indomani del secondo giorno riposo, da Passy a Combloux: 22,4 chilometri con l’arrivo in salita. Quale momento migliore per raccontare cosa fa una modellista nel ciclismo di oggi?

«Siamo pronte per la crono – sorride – una delle poche attività veramente artigianali rimaste nel mio mestiere, perché per il resto passa tutto per il computer. Devi prendere il tuo body, farglielo indossare e guardare tutto nei minimi dettagli. La larghezza del collo, la manica, le spalle, il torace, la vita. Lavoriamo in squadra. Io faccio la prima parte e verifico dove ritoccare o modificare il modello indossato. A quel punto interviene Rosita per la parte del cucito. Per fortuna non si tratta mai di stravolgimenti. L’anno scorso Vingegaard ha indossato per la prima volta una nostra XS e sembrava costruita per lui. Van Aert ha tutt’altra struttura, per l’altezza e le spalle abbastanza strette, per cui gli abbiamo fatto indossare una taglia superiore e poi siamo intervenuti su spalle e schiena».

Cosa c’è prima dell’atleta che indossa il body?

La parte più faticosa dello sviluppo, la cura dei dettagli, la personalizzazione, anche se dà soddisfazione vederli poi correre. Nessuno sa chi sia Raffaella Marino, ma io li guardo e sono orgogliosa se il body o le maglie dei leader vestono bene. Le maglie ad esempio devono essere adattabili un po’ a tutti, perché non puoi sapere a chi andranno e di certo non possono svolazzare. Tutt’altra storia se parliamo della Lidl-Trek, perché in quel caso il lavoro è ben più capillare e personalizzato.

Il body da crono è anche un bel concentrato di tecnologia…

La scelta dei materiali non è casuale oppure estetica. Sappiamo che per le maniche si usa un tessuto, per la schiena un altro e questa è una parte che si fa di gruppo. Partiamo dalla scheda tecnica del fornitore, guardando quali siano le caratteristiche del tessuto. Se ci dice che è traspirabile, inutile che lo mettiamo sul polso, ad esempio.

Aver già vestito Vingegaard, Pogacar e Van Aert nel 2022 aiuta quest’anno?

Quando ho visto dal vivo Vingegaard, ero perplessa: sembrava un bimbo. Invece le caratteristiche tecniche del tessuto hanno fatto sì che il body gli calzasse a pennello. Detto questo e parlando anche degli altri, se i body andranno ancora bene dipenderà dal loro fisico, da quanto sono cambiati nel frattempo, se sono dimagriti, ad esempio. Però certo abbiamo una bella base di partenza.

Quest’anno andrete anche al Tour Femmes?

Sì, ci saremo. Il body da crono deve vestire l’atleta come una seconda pelle, non sarebbe la stessa cosa provarlo su una persona standard oppure un manichino. Per questo andremo al Tour Femmes e dedicheremo alle ragazze le stesse attenzioni.

Le atlete della Lidl-Trek vestono su misura come i colleghi uomini?

Siamo a pari passo, perché ad esempio una taglia S può indossarla una ragazza alta 1,60 e una alta 1,75. Quindi la parte sotto si allunga o si accorcia, idem per la lunghezza delle maniche e la larghezza le spalle. L’immagine finale della maglia è quella, però viene adattata in base alle misure delle singole atlete.

Il passaggio da Trek-Segafredo a Lidl-Trek ha richiesto che semplicemente si ristampassero le maglie oppure è cambiato qualcosa?

Le forme degli atleti sono sempre le stesse, anche i modelli dei vari capi, ma abbiamo dovuto dedicarci al posizionamento degli sponsor, che è cambiato completamente. Anche questo fa parte del mio lavoro.

Parliamo ancora di donne: il tempo in cui le ragazze erano costrette a vestirsi come uomini sembra lontano, giusto?

Sicuramente sono aumentate le attenzioni. Si lavora a una vestibilità più a misura della donna, quindi le maglie sono più sciancrate e strette, dalle spalle al punto vita, passando per la lunghezza. Oramai hanno linee solo per loro, che non derivano da quelle maschili, ma vengono sviluppate da zero.

Niente in comune?

A parte gli stessi materiali e dettagli tecnici, cambia tutto. Parlo del disegno dei capi e del fondello, che deve essere specifico e che usiamo da anni nelle nostre collezioni e anche nelle linee custom. Di regola, vengono fatti internamente dei prototipi, che poi vengono testati da atlete professioniste, prima che si possano utilizzare per andare in gara o sul mercato.

Quello che viene dato alle professioniste finisce anche nel catalogo?

Ci sono capi che passano nella collezione e altri così particolari che non avrebbe senso metterli in vendita. In questo c’è un parallelismo con gli uomini.

Come nasce la linea da donna?

C’è uno studio per colori e materiali che viene eseguito molto prima. Alle collezioni si lavora con un anno di anticipo. Ad esempio abbiamo presentato da poco la collezione 2024, ma era stata definita a fine 2022, con tutto il lavoro interno per studiare grafiche, colori e materiali. 

Durante un Tour si può dimagrire e cambiare di taglia: nei body da crono questo è più visibile (foto Lidl-Trek)
Durante un Tour si può dimagrire e cambiare di taglia: nei body da crono questo è più visibile (foto Lidl-Trek)
E’ più facile vestire l’uomo o la donna?

Forse per la parte fashion, la donna è più attenta. Ma se parliamo di attenzione per i dettagli e voler mettere i puntini sulle “i”, allora l’uomo è più difficile da gestire. Non per un’attenzione tecnica, badate bene, più per un fatto estetico: come se fosse uno sposo (ride, ndr).

C’è tanto sviluppo nel ciclismo?

A ogni collezione si scopre qualcosa di nuovo. La ricerca dei tessuti e dei materiali è sempre più all’avanguardia rispetto all’abbigliamento classico da esterno. Semmai si fa più fatica a scardinare certi canoni estetici. Così anche nelle nostre ultime collezioni, esiste ancora la tinta unita, perché la chiedono e va mantenuta. Però sono stati introdotti colori e grafiche nuove. Insomma, facevo abbigliamento da donna per l’esterno, ma ho dovuto rivoluzionare tutti i canoni di partenza del modellismo. Il ciclismo è proprio un mondo a sé.

La nuova Factor O2 VAM, dedicata ai salitomani

12.07.2023
4 min
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La nuova Factor O2 VAM è stata sviluppata a braccetto con i corridori del Team Israel-Premier Tech. Gli atleti hanno espresso il desiderio di avere una bicicletta dove l’efficienza aerodinamica potesse diventare un aiuto nelle fasi più veloci, senza influire negativamente sul valore alla bilancia. Inoltre gli atleti hanno richiesto una rigidità inferiore alla Ostro VAM.

Questa è la quarta generazione della O2 VAM (scovata al Tour de France nei giorni scorsi), una bicicletta che nel suo percorso evolutivo ha sempre considerato di soddisfare prima di tutti gli amanti della salita e dei dislivelli impossibili. Entriamo nel dettaglio.

O2 VAM, cosa cambia

La prima cosa che balza all’occhio è il tubo piantone prolungato in modo importante verso l’alto, che non si interrompe nella zona di incrocio con l’orizzontale. La tubazione presenta una sorta di vero e proprio canale posteriore che ha un duplice compito. Il primo è quello di tenere allineato il supporto della sella, il secondo è quello di contribuire nella dissipazione delle vibrazioni. Il profilato da vita ad un vero e proprio integrato, con il reggisella che si innesta nella parte superiore del tubo del piantone. Il range di customizzazione dell’altezza sella è ampio. Inoltre, l’orizzontale si schiaccia in maniera vistosa man mano che scorre verso il piantone.

Rispetto alle versioni precedenti cambiano completamente le forme delle tubazioni, per via dei nuovi limiti/standard imposti dall’UCI.

La nuova Factor O2 VAM dà il via inoltre ad una rinnovata fase produttiva e di lavorazione del carbonio da parte dell’azienda, anche grazie ad un nuovo sito produttivo. Nello specifico, la tecnica del taglio delle pelli di carbonio permette di avere un prodotto più leggero, senza difetti (soprattutto nelle sezioni interne) dove anche la rigidità dei profilati stessi non è sacrificata.

Il telaio è un blend di fibre: T1000, M60J e anche TexTreme. Il triangolo principale è un vero monoblocco che nasce da uno stampo unico, mentre i foderi posteriori (gli obliqui e quelli bassi) sono applicati in un secondo momento. Il progetto è stato sviluppato considerando gli pneumatici da 28 millimetri come il riferimento, ma la forcella ed il retrotreno offrono il passaggio a gomme fino a 32 di larghezza.

Taglie e allestimenti

Sette le misure disponibili (45, 49 e 52, 54 e 56, 58 e 61), per due frame-kit e sei biciclette complete. I due kit telaio sono la versione Premium (730 grammi dichiarati nella misura 54), che ha un prezzo di listino di 6.049 euro e il Premium Black Inc. che comprende anche le nuove ruote 28/33 (1146 grammi dichiarati), con un listino di 8.599 euro.

La Factor O2 VAM con la trasmissione Shimano Dura Ace ha un prezzo di listino di 11.299 euro, mentre quella con l’Ultegra costa 9.499 euro. Si passa agli allestimenti Sram: Red AXS con power meter ha un prezzo di listino di 11.699 euro, senza il misuratore il prezzo scende a 11.349 euro. I due allestimenti con il nuovo Force AXS costano 9.699 euro con il misuratore di potenza, 9.499 senza power meter. Le combinazioni cromatiche disponibili sono tre, oltre alle personalizzazioni Prisma Studio.

Factor

Un terzo incomodo per il Tour? «Servirebbe un miracolo»

12.07.2023
6 min
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Quando c’era solo Pogacar e gli altri inseguivano, si parlava di Tour noioso. Poi è arrivato Vingegaard, ma l’entusiasmo è durato solo per poche settimane. Qualcuno infatti parla nuovamente di Tour noioso, perché ci sono soltanto loro due e dietro il vuoto. Il tifoso è incontentabile, ma è un fatto che a metà della seconda settimana, fra il tandem di testa e il terzo in classifica – Jai Hindley, in apertura – ci siano due minuti e mezzo. Pogacar e Vingegaard finora se le sono date senza risparmiarsi, c’è il rischio che di questo passo possano pagare il conto nella terza settimana, consentendo a qualcun altro di rifarsi sotto?

Se c’è qualcuno in grado di rispondere e immaginare l’eventuale scenario, quello è Giuseppe Martinelli: il direttore sportivo con il più alto numero di successi nei grandi Giri, che all’Astana ricopre ormai ruoli che non gli appartengono. L’ultima volta che è salito in ammiraglia, al campionato italiano, l’ha portato a casa con Velasco.

Martinelli è l’ultimo diesse italiano ad aver vinto il Tour con un italiano: Nibali nel 2014
Martinelli è l’ultimo diesse italiano ad aver vinto il Tour con un italiano: Nibali nel 2014
Martino, il Tour resterà un affare a due?

C’è veramente troppa differenza sugli altri. Uno dei due sicuramente riuscirà a vincere la battaglia. Pensavo che Vingegaard avesse più margine nei confronti di Pogacar, considerato che Tadej ha corso poco e tutto il resto. Invece a distanza di tre tappe, dove veramente se le sono date, vedo lo sloveno veramente in ripresa. Le due volte in cui l’ha preso in castagna secondo me calmeranno un po’ la maglia gialla, lo faranno rientrare nei ranghi. Però credo sia impossibile che alla fine facciano avvicinare qualcun altro.

Non si rischia che a spendere così tanto tutti i giorni alla fine paghino il conto?

No, perché sono veramente troppo forti, sono superiori. E gli altri hanno già in testa il piazzamento. Hindley e Rodriguez lottano per il terzo posto.

Vuol dire che se tu fossi al Tour con un uomo di classifica, dopo una sola settimana saresti comunque a ragionare sul terzo posto o qualcosa proveresti a inventare?

Si può provare a inventare qualcosa in una tappa un po’… stupida, di quelle che non se l’aspettano. Magari provare sulla penultima salita, hai capito? Ci sono due o tre giornate dove non c’è l’arrivo in salita e quelle sarebbero buone. Ma l’unica condizione è che i due si ritrovino senza squadra.

Difficile isolarli a tal punto…

Perché sono forti e hanno squadre forti, è difficile prenderli in castagna, a meno che si ritrovino soli e fra loro ci sia battaglia psicologica. Devono fare tutto loro, insomma. A quel punto potrebbe succedere di tutto. Altrimenti uno o l’altro mette la squadra a tirare e hanno sempre quel paio di corridori accanto che possono tenere nel mirino l’eventuale attacco.

E’ stato chiesto a Pogacar come mai corra in modo più cauto e lui, ridendo, ha risposto di essere diventato più vecchio e più saggio.

Secondo me ha preso le misure dopo l’anno scorso, quando ha proprio peccato. Non dico di ingenuità, però ha avuto la sensazione di essere più forte e di potere spendere energie in volata, per gli abbuoni, su tutti i traguardi. Quest’anno sembra più prudente, anche se nelle prime due tappe poteva stare un pochino più sereno. A Bilbao poteva spendere un po’ meno, visto quello che ha ottenuto. Però una cosa…

Cosa?

Ma quanto è bello in questo momento il ciclismo? Non dico che tifo per questo o quell’altro e neanche che mi siano simpatici, però quando vedo Van Aert fare un’azione da lontano, mi dico: «Porca vacca, ragazzi, che corridore!». Oppure Van der Poel che tira la volata a Philipsen. E’ un bel ciclismo, si gode a vedere queste cose. Prima mi piaceva lo stesso, però non era stimolante come in questo momento.

Sul Puy de Dome, secondo Martinelli, Pogacar ha voluto staccare Vingegaard in una prova di forza
Sul Puy de Dome, secondo Martinelli, Pogacar ha voluto staccare Vingegaard in una prova di forza
Secondo te Vingegaard ha accusato il colpo delle due tappe in cui è stato staccato?

Ha preso una bella botta, nella testa e nelle gambe. La prima volta, secondo me, c’era di mezzo la vittoria di tappa e allora ci sta che Pogacar abbia potuto avere qualcosa di più. Ma la seconda per me gli è rimasta addosso. L’altro l’ha voluto proprio staccare e non c’era di mezzo neanche la vittoria. C’era il ballo il 13° posto, però è come se gli avesse detto: «Adesso ti metto lì e ti stacco!».

La sensazione è che Vingegaard sia arrivato convinto di avere vita facile…

Sì, secondo me sì. E anche la squadra. Hanno guardato quanto è andato forte al Delfinato, senza neanche fare tanta fatica, e sono arrivati convinti di avere già un pezzo di Tour in tasca, con la convinzione che Pogacar non fosse super e non potesse crescere. Alla prima occasione Vingegaard gli ha dato subito una botta proprio per questo.

Quanto sono diversi quei due?

Pogacar corre in bici e si diverte, è diverso dal classico ciclista, basta guardarlo in faccia. L’altro è più corridore, più costruito, frutto del lavoro. Pogacar, anche se lo staccano, il giorno dopo riparte da zero ed è come se nulla sia successo. Vingegaard è il classico corridore che corre per vincere, ha una squadra importante costruita per questo. Anche l’altro è forte, ma va al campionato nazionale e non aspetta il finale, sapendo che vincerà di certo. Se ne va in fuga a 100 chilometri dall’arrivo e secondo me si diverte anche un mondo e fa divertire la gente. Non sono cose facili, ma che riescono ai corridori che ci sono adesso.

Fra Pogacar e Vingegaard le stesse differenze che c’erano fra Pantani e Tonkov: l’estro contro la rigida disciplina
Fra Pogacar e Vingegaard le stesse differenze che c’erano fra Pantani e Tonkov: l’estro contro la rigida disciplina
Peccato che non siano italiani, verrebbe da dire…

Purtroppo quello ve l’ho detto più di una volta. Finché qualcuno non costruisce qualcosa di buono, la situazione non si smuove. Ne parlavo che stamattina coi miei, visto che anche noi abbiamo una squadra continental. Vedere che i migliori giovani vanno in Belgio, oppure in Francia e in Olanda, mi fa imbestialire. D’accordo, noi abbiamo Garofoli, ma uno non basta. E quando vedo Busatto e i migliori dilettanti che se ne vanno, io proprio mi infurio. Sono stato al campionato italiano allievi per andare a vedere un ragazzino, adesso la situazione è questa…   

Il giorno di Pello e una dedica speciale per Gino

11.07.2023
5 min
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«E’ stato molto difficile – dice Pello Bilbao e si commuove – soprattutto con il Tour così vicino. Ci sono stati momenti in cui non volevo davvero più correre. Soprattutto i tre o quattro giorni successivi alla disgrazia…».

Una pausa, gli occhi lucidi a metà fra il dolore e la gioia per vittoria. Il caldo umido di Issoire fa sì che tutti continuino a grondare di sudore e trovarsi accerchiati da così tanti giornalisti non è certo il modo migliore per prender fiato. Ma ci sono cose da dire, per questo Pello guarda dritto e parla piano.

Dopo l’arrivo, assalito da microfoni e telecamere, Pello ha raccontato la vittoria e si è commosso ancora per Mader
Dopo l’arrivo, assalito da microfoni e telecamere, Pello ha raccontato la vittoria e si è commosso ancora per Mader

L’eredità di Mader

Quando si è tolto il casco, subito prima di consegnarlo al massaggiatore, ha indicato l’hashtag che è diventato la sua regola: #rideforGino (foto di apertura). Fra tutti i corridori al Giro di Svizzera, Pello è quello che ha sofferto di più per la morte del compagno. E’ stato lui uno dei primi a non voler andare avanti e sempre lui si è fatto carico di raccogliere la campagna ambientalista già lanciata da Mader. Donerà un euro per ciascun corridore che si lascerà alle spalle a un’associazione basca, Basoak SOS, che acquista terreni per piantarci alberi.

«Solo a casa ho ribaltato la situazione – prosegue nel racconto – più serenamente con la compagnia della famiglia e di mia figlia. Mi sentivo molto, molto bene sulla bici e ho cercato di convincermi che un’opportunità come questa non si sarebbe presentata mai più, che avrei dovuto sfruttarla al massimo. E ho avuto ragione. E’ stata l’occasione migliore per potergli dedicare la più grande vittoria possibile».

Il Tour ha attraversaro un altopiano verde intorno ai 1.000 metri di quota, dal Puy de Dome a Issoire
Il Tour ha attraversaro un altopiano verde intorno ai 1.000 metri di quota, dal Puy de Dome a Issoire

Un vortice di emozioni

Gli ultimi venti giorni sono stati per il basco un vortice di emozioni pazzesche. La morte di Mader, ma anche il Tour che partiva dalle strade di casa, sulle salite dei Paesi Baschi su cui è diventato corridore assieme all’amico Landa e su cui continua ad allenarsi.

«E’ chiaro che è stato un evento speciale – dice – il più speciale della mia carriera sportiva. Il calore del pubblico si è fatto sentire, la presentazione è stata speciale. La gente parlava del Tour da molto tempo e l’atmosfera era accesa. Per i Paesi Baschi è stato un grande impulso. Soprattutto perché può servire da ispirazione per i ragazzi che possono iniziare a divertirsi con il ciclismo. E’ triste sfogliare i calendari e vedere gare che stanno scomparendo, speriamo che il Tour porti un po’ di forza e capacità per sostenere le corse più piccole e il calendario giovanile di cui spesso ci dimentichiamo, che invece è il modo perché nascano i nuovi corridori».

Krists Neilands ha sferrato due attacchi molto potenti, che alla fine ha pagato. Ma il corridore c’è ed è forte
Krists Neilands ha sferrato due attacchi molto potenti, che alla fine ha pagato. Ma il corridore c’è ed è forte

Sempre a tutto gas

La giornata è stata veloce, torrida e folle. La fuga ha fatto una discreta fatica per partire e dietro la condotta degli squadroni ha abbandonato la logica. Quale il senso del tirare della Alpecin-Deceuninck, quando il vantaggio era già intorno ai tre minuti e si capiva che non sarebbero mai rientrati? E quale il senso dell’allungo in discesa di Van Aert e Van der Poel? La sensazione è che l’autonomia dei supereroi si vada normalizzando col tempo e anche loro se ne stiano rendendo conto.

«Con la squadra – prosegue Pello – abbiamo provato a fare di tutto nei 40 chilometri iniziali. Per un’ora siamo stati in cinque fra i primi venti. Tutti abbiamo provato a evadere. Matej Mohoric, Fred Wright, Mikel Landa e io stesso. Non c’era tanto da ragionare, solo andare ogni volta a tutto gas, finché all’improvviso ho visto che i Jumbo volevano lasciare andare un gruppo e quello era il momento giusto. Tutti erano al limite e io sono andato via con la fuga».

Pello Bilbao non aveva mai vinto al Tour. Ora risale anche in classifica: 5° a 4’34”
Pello Bilbao non aveva mai vinto al Tour. Ora risale anche in classifica: 5° a 4’34”

Il finale perfetto

Hanno dato tutto per restare davanti. Krists Neilands ha dimostrato di essere il più forte di tutti in salita, ma ha consumato molta energia con il suo duplice attacco e alla fine lo hanno ripreso. Il vento soffiava contro e i primi inseguitori dietro hanno capito che la cosa migliore fosse girare regolari. E quando lo hanno preso e sono entrati negli ultimi 3 chilometri, il piano di Pello è scattato alla perfezione.

«Sapevo di essere il più veloce di noi cinque – dice – dovevo solo mantenere la calma e controllare gli altri. Ho chiuso O’Connor e ho inseguito Zimmermann mentre iniziava lo sprint. Negli ultimi 200 metri non ho pensato più a niente e ho dato quel che mi restava. Quando ho tagliato il traguardo, ho buttato via tutto. Tutti sanno perché volevo vincere questa tappa. Per Gino, che era ed è sempre nella mia mente, e alla fine è arrivato il mio momento. Pensavo che non mi avrebbero lasciato andare, perché sono ancora abbastanza vicino in classifica, ma ho colto l’occasione e sono andato davvero a tutta. Sono professionista da 13 anni e finalmente sono riuscito a vincere una tappa del Tour. Questo è incredibilmente speciale. Anche perché l’avevo promesso a un amico che non c’è più».

Il riposo di Vingegaard e l’analisi di Gilbert

11.07.2023
5 min
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Philippe Gilbert ha lasciato il Tour, cedendo a Jens Voigt la moto di Eurosport da cui ha raccontato la prima settimana di corsa. Tuttavia, prima che partisse, L’Equipe lo ha intervistato e le sue parole sono diventate lo spunto per un interessante approfondimento.

Quel che colpisce dalle sue parole è innanzitutto lo stupore. Vivere il Tour da atleta è sicuramente qualcosa di inimmaginabile anche per chi ha vissuto per così tanti anni la carovana francese. Gilbert ha partecipato a 12 edizioni della Grande Boucle, ma non ne avrebbe mai immaginato la grandezza, per come viene percepita guardando ciò che c’è fuori dalle transenne. Sono gli atleti a fare la corsa, ma rendersi conto di quello che gli è stato costruito attorno e dell’attesa della gente lungo le strade è stato per il belga uno shock positivo.

Gilbert ha seguito la prima settimana del Tour per Eurosport. Al suo posto c’è ora Voigt (foto Instagram)
Gilbert ha seguito la prima settimana del Tour per Eurosport. Al suo posto c’è ora Voigt (foto Instagram)

La spontaneità e gli schemi

Ciò che ha colpito Gilbert, che dalla moto ha seguito i due di testa osservandoli in ogni dettaglio, sono state le profonde differenze fra loro. Fra la naturalezza spigliata di Pogacar e l’essere quasi schematico di Vingegaard, che a ben vedere sono le differenze che negli anni hanno animato i duelli fra Pantani e Ullrich e ancor prima fra Indurain e Chiappucci.

«Ho potuto vedere da vicino i due fantastici Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar – dice Gilbert – è stata la prima volta che ho seguito i migliori scalatori su passi mitici come il Tourmalet… però in moto! La facilità e l’efficienza dei loro colpi di pedale sono stati sconcertanti, ma quello che ho potuto vedere è stata la netta differenza nel loro atteggiamento. Vingegaard ha un approccio più strutturato, basato su un forte lavoro della squadra e su tattiche decise in anticipo ed eseguite alla lettera. Con Pogacar, c’è uno stile completamente opposto, con una spontaneità impressionante. Che sia di fronte ai microfoni in zona mista o in bici, è sorprendente. Con lui non sai mai quando attaccherà, il che dà molto stress ai Jumbo-Visma, che hanno difficoltà a leggere le carte di Tadej».

Vingegaard ha provato a dare il colpo del KO a Pogacar sul Tourmalet, ma Tadej si è ben difeso
Vingegaard ha provato a dare il colpo del KO a Pogacar sul Tourmalet, ma Tadej si è ben difeso

Sul filo dei nervi

A ben vedere, la resurrezione di Pogacar sull’arrivo di Cauterets e poi la stilettata del Puy de Dome hanno prodotto proprio questa destabilizzazione, alimentata con le dichiarazioni del giorno di riposo. E se in un primo momento Vingegaard può aver pensato che avrebbe avuto vita facile, ritrovarsi davanti un Tadej nuovamente cattivo e forte, lo ha convinto a tenersi buono Van Aert, nei confronti del quale aveva già mostrato qualche segno di insofferenza.

«Con 17 secondi di ritardo e un vantaggio psicologico su Vingegaard – dice ancora Gilbert – Pogacar è in una posizione ideale, attento al minimo segno di debolezza del suo diretto avversario. Lo spingerà al limite e, come ha dimostrato lo scorso anno nella tappa di Cahors, è capace di attaccare anche nelle cosiddette tappe di trasferimento. Ogni secondo conterà e Tadej avrà comunque il vantaggio degli abbuoni».

Due modi di andare in salita molto diversi: col rapporto il danese, più scalatore. Più agile lo sloveno
Due modi di andare in salita molto diversi: col rapporto il danese, più scalatore. Più agile lo sloveno

Condizioni a confronto

Non certo un messaggio tranquillizzante per Vingegaard. Il danese ha vinto il Tour del 2022 grazie alla superiore condizione fisica e per la crisi indotta nel rivale sul Granon, ma non ha mai dovuto combattere con lui la guerra dei nervi. La Jumbo-Visma avrà la compattezza che serve per fronteggiare… l’anarchia di Pogacar?

«Secondo me – chiude Gilbert – la forma di Pogacar non era ottimale all’inizio del Tour a causa della sua frattura alla Liegi Bastogne-Liegi. Ora salirà di livello. Quell’incidente potrebbe diventare la chiave del suo successo? Non si sa. Dopo un inizio di stagione alla grande, forse al Tour gli sarebbe mancata la freschezza. Mentre così ci è arrivato motivato e fresco».

Per contro, come ha fatto rimarcare Stefano Garzelli durante la diretta della tappa di domenica, Vingegaard è al top dal Delfinato: è possibile che possa crescere ancora?

Negli ultimi giorni con Vingegaard ci sono anche la moglie Trine e la figlia Frida
Negli ultimi giorni con Vingegaard ci sono anche la moglie Trine e la figlia Frida

A porte chiuse

Il danese frattanto ha trascorso il giorno di riposo nel modo più tranquillo possibile, con una sola intervista rilasciata alla televisione danese e la famiglia intorno. Si è allenato, ha firmato autografi, poi ha passato il resto della giornata con la moglie Trine e la figlia Frida. 

«Mi sento di nuovo pieno di energia – ha detto a TV2 Danimarca – e pronto per la prossima settimana. E’ andata bene, perché mi aspettavo di essere dietro. Le tappe che arrivano mi si addicono molto di più, con intere giornate di salite e discese piuttosto che un’unica salita finale. Finora l’unica giornata in cui abbiamo accumulato fatica è stata la tappa del Marie Blanque. Crediamo molto in quello che stiamo facendo e siamo certi di poter vincere il Tour anche quest’anno».

Il riposo a porte chiuse conferma che la pressione di dover difendere la maglia gialla è un peso aggiuntivo al Tour de France, come ha ben spiegato Pogacar durante la sua intervista. Aver ribadito di essere il vincitore uscente è il modo per Vingegaard di demarcare il territorio? Può darsi, di sicuro i due non si faranno sconti.

Caruso torna a scuola, prepara la Vuelta e pensa a Mader

11.07.2023
5 min
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Smaltite le ultime fatiche del Giro d’Italia, Damiano Caruso si è fermato per un po’ ed ha recuperato in vista dei prossimi impegni. Il corridore siciliano ora si trova con i propri compagni di squadra a Livigno, in altura si allena e prepara la seconda parte di stagione. Intanto i ragazzi del Team Bahrain Victorious seguono le fatiche dei compagni impegnati al Tour de France

«Oggi (domenica, ndr) Mohoric ci ha provato – dice Caruso – ha fatto una bella tappa, alla fine ha vinto uno scalatore vero: Woods. Michelino (Landa, ndr) ha preso un’altra batosta, forse gli conviene azzerare tutto e provare a vincere una tappa. Quest’anno sto vivendo un Tour da appassionato, non l’ho studiato molto, mi metto davanti allo schermo e dico: “Vediamo cosa c’è oggi”. Però una tappa me la ricordo, quella del Col de la Loze, con arrivo a Courchevel. Lì Mikel lo vedo bene».

Landa domenica sul traguardo di Puy de Dome ha pagato 3 minuti a Pogacar e Vingegaard ora il distacco in classifica è di 9’09”
Landa domenica sul traguardo di Puy de Dome ha pagato 3 minuti a Pogacar e Vingegaard ora il distacco in classifica è di 9’09”

Ritorno a scuola

Damiano Caruso, però, prima di attraversare lo Stivale in direzione Livigno, si è reso protagonista di un bel gesto nella sua Ragusa. Il siciliano è tornato tra i banchi di scuola, per affiancare un ragazzo al suo esame di terza media. Il motivo? Il protagonista di questa tesina era Caruso stesso. 

«In quella scuola, l’Istituto Comprensivo Vann’Antò di Ragusa – racconta Caruso – mi ero diplomato anche io, ormai 20 anni fa. Un mesetto fa mi ha contattato un professore chiedendomi se avessi voluto presenziare all’esame di questo ragazzo che aveva scelto me come protagonista del suo esame. Il professore stesso è un appassionato di ciclismo e, nel momento in cui questo ragazzo ha voluto fare una tesina sullo sport, è venuto fuori il mio nome. Sono uno dei pochi corridori che è rimasto a vivere nella città dove è nato e questo mi ha reso lo sportivo di riferimento. Quando mi è stata comunicata la scelta del ragazzo, presenziare al suo esame mi è sembrato bello». 

Caruso durante la discussione della tesina insieme al ragazzo ed al professore che li ha messi in contatto
Caruso durante la discussione della tesina insieme al ragazzo ed al professore che li ha messi in contatto
Com’è stato vedersi raccontato in un contesto così?

Parecchio emozionante, devo ammetterlo. Il ragazzo ha raccontato la mia carriera collegandola alle materie di studio. Per esempio con geografia ha unito le mie sei partecipazioni al Tour de France. Personalmente è stato un momento particolare, quando un ragazzo sceglie te come riferimento positivo è bello. Non tanto per me, ma per il fatto di scegliere uno sportivo, uno stile di vita sano, fatto di sacrifici e passione. 

Ti ha fatto qualche domanda?

Era molto curioso sul mio stile di vita, mi ha chiesto come gestisco l’alimentazione e in che modo mi alleno. Ha voluto sapere quanti chilometri faccio in un anno, siamo passati anche alle domande in inglese. Alla fine la mia carriera è stata un filo rosso all’interno del suo esame, non ho potuto far altro che ringraziarlo per avermi scelto. Gli ho anche fatto una promessa. 

Il quarto posto al Giro d’Italia ha lasciato il sorriso e tanta soddisfazione nel siciliano
Il quarto posto al Giro d’Italia ha lasciato il sorriso e tanta soddisfazione nel siciliano
Quale?

A fine stagione cercherò di contattarlo nuovamente e magari faremo una pedalata insieme. Ci siamo salutati così, con i complimenti da parte mia ed un sincero ringraziamento.

Quindi il ragazzo va in bici?

No, la cosa bella è proprio questa. Ha scelto me nonostante lui non vada in bici. Per me è stato un motivo di riflessione e di “vanto” perché il ragazzo ha scelto una figura sana e professionale. Nella mia carriera ho sempre pensato che lavoro, sacrificio e dedizione valgono per la vita di tutti i giorni. Non è una scelta facile che porta al risultato, ma tutto arriva dopo un lungo lavoro. 

A proposito di lavoro, tu ora stai preparando la seconda parte di stagione, come procede?

Dopo il Giro mi sono fermato per un mese, non ne sono uscito troppo stanco, infatti dopo una settimana senza bici sono tornato a pedalare. La cosa importante era mantenere un filo di condizione per arrivare a questo ritiro in buona forma. Il 21 torniamo a casa e poi partirò per il Tour de Pologne, la Vuelta a Burgos ed infine la Vuelta Espana. 

Fare due grandi corse a tappe era in programma fin da inizio stagione?

Ne avevamo parlato con la squadra fin dall’inverno. Come corridore riesco ad esprimermi al meglio nelle corse a tappe. Ad aprile e maggio ho fatto terzo al Romandia e poi quarto al Giro, quindi abbiamo avuto la conferma di ciò. Ora lavoriamo per avere un secondo picco di forma e andremo alla Vuelta, ma lo dico subito: non curerò la classifica. Punterò a qualche tappa, alla mia età è difficile curare la classifica in due grandi Giri. 

Alla presentazione del Tour de France si è ricordato ancora Gino Mader, una ferita ancora aperta nei cuori dei suoi compagni di squadra
Alla presentazione del Tour de France si è ricordato ancora Gino Mader, una ferita ancora aperta nei cuori dei suoi compagni di squadra
Sarai in supporto a qualcuno?

Difficile dirlo prima che finisca il Tour, magari Landa virerà sulla Vuelta, ma non possiamo ancora dirlo. Oppure i leader saranno Tiberi e Buitrago. Fa male dirlo: anche Mader avrebbe potuto curare la classifica…

Com’è stato ripartire dopo quella tragedia?

La botta morale è stata profonda, noi corridori siamo abituati a salutarci e rivederci dopo settimane o mesi. Il cervello fa fatica a realizzare che Gino non lo vedrò mai più. Anche ora che siamo in ritiro la mia mente dice: «Non c’è perché sta correndo da qualche parte». Poi però quando sei fermo realizzi e rischi di impazzire. Anche semplicemente leggere la dedica sulla maglia mi fa venire un magone incredibile. E’ triste, ma il fatto che non ci sia più è da accettare.

Santini non solo Tour…ecco la Vuelta!

11.07.2023
4 min
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Santini non si ferma davvero mai. In questi giorni l’azienda bergamasca è protagonista sulle strade del Tour de France in una doppia veste. Da un lato è fornitore ufficiale delle maglie di leader delle singole classifiche, a partire naturalmente dalla maglia gialla. Dall’altro è partner tecnico della Lidl-Trek, che proprio al Tour ha sfoggiato la sua nuova divisa per celebrare l’ingresso della famosa catena di supermercati come primo sponsor. 

Nei giorni che hanno preceduto la partenza del Tour, Santini è però stata protagonista di un altro evento, questa volta in Spagna: la presentazione della maglie ufficiali dell’edizione 2023 de La Vuelta, in programma dal 26 agosto al 17 settembre (foto sprintcycling in apertura).

Sette anni

Quella con la corsa a tappe spagnola è una collaborazione davvero solida, tanto da essere arrivata al suo settimo anno. 

La presentazione delle nuove maglie ufficiali destinate ai leader de La Vuelta si è svolta nell’insolita ma affascinante cornice dell’Ippodromo della Zarzuela a Madrid.

«Una partnership giunta al settimo anno quella che abbiamo instaurato con La Vuelta e che conferma il nostro costante impegno nell’ambito del ciclismo professionistico – ha commentato Monica Santini, Amministratore Delegato Santini Cycling Wear – che oggi festeggiamo presentando le maglie che vestiranno i campioni dell’edizione 2023».

«Queste maglie – continua – sono il segno distintivo de La Vuelta e rappresentano non solo quattro classifiche, ma anche cultura, città e salite emblematiche della gara», ha aggiunto Javier Guillén, direttore generale de La Vuelta.

Ricordiamo che le maglie destinate ai leader de La Vuelta sono le seguenti: la Maglia Rossa sponsorizzata Carrefour per il leader della classifica generale, la Verde a logo Skoda per il migliore nella classifica a punti, la maglia Bianca brandizzata Plenitude che andrà al miglior giovane, quella a Pois, sponsorizzata Loterías y Apuestas del Estado, che incoronerà il Re della Montagna.

Tre kit speciali

Come da tradizione, oltre alle maglie leader, Santini ha realizzato dei kit speciali da collezionare, ma anche da indossare, per celebrare le tappe più significative de La Vuelta. Ciascun kit è formato da jersey, pantaloncini e baselayer, e per ognuno è proposta anche una t-shirt in cotone con la grafica del kit.

La prima maglia coincide con la prima tappa de La Vuelta in programma a Barcellona. Il completo disegnato da Santini gioca sui colori nero, blu e viola con una grafica che richiama la personalità vibrante della famosa città spagnola. Presente anche l’icona di un cronometro dal momento che la tappa di apertura sarà una prova contro il tempo.

La seconda maglia celebra la salita dell’Angliru, una delle scalate più dure e famose al mondo. Il completo Santini gioca su variazioni di verde, a richiamo delle foreste che caratterizzano la regione delle Asturie dove ha sede l’Angliru. Sui capi spiccano elementi che ricordano la salita e la Croce della Vittoria, emblema della regione, che presenta un alfa ed un omega poste sotto i bracci orizzontali.

Anche quest’anno La Vuelta si concluderà con la passerella finale di Madrid e proprio alla capitale spagnola è dedicata l’ultima maglia. Protagonisti due elementi che caratterizzano la città, e in particolare la Piazza Puerta del Sol: lo stemma della città, il famoso orso con il corbezzolo, e la placca che indica il Kilómetro Cero, cioè il punto della città dal quale partono le strade che collegano i luoghi più importanti della Spagna.

Le repliche delle maglie leader e i tre kit speciali sono già disponibili per l’acquisto online sul sito di Santini e in negozi di ciclismo specializzati.

Santini