Passo falso sul San Luca, ma Roglic getta acqua sul fuoco

01.07.2024
5 min
Salva

BOLOGNA – Nonostante i tuoni sull’asfalto rovente del San Luca, il sorriso di Primoz Roglic cancella le nubi in casa Red Bull-Bora-Hansgrohe. E’ stata una delle giornate più difficili sui colli bolognesi per l’asso sloveno, abituato a sfrecciare a braccia alzate al Giro dell’Emilia con il suo tris regale (2019, 2021, 2023). Stavolta, invece, è stato costretto a limitare i danni dalla coppia terribile Pogacar-Vingegaard e da un altro tandem tenace composto da Carapaz ed Evenepoel.

Acqua sul fuoco

Se l’ecuadoregno e il belga hanno reagito, all’ex campione mondiale juniores di salto con gli sci è mancato il solito spunto sulle pendenze più arcigne. Al tempo stesso non è andato a picco e quei 21 secondi lasciati nella torrida giornata non lo spaventano. E’ lui il primo a calmare le acque, scendendo sorridente dal bus e concedendosi per qualche battuta coi giornalisti dopo aver schioccato un bacio alla moglie Lora.

«E’ stata dura. Volevo restare con i migliori – dice – ma non avevo le gambe e così devo accontentarmi di quello che è stato».

Al momento dell’attacco di Pogacar, “Rogla” non era nella posizione in cui avrebbe dovuto trovarsi, come conferma lui stesso: «Ovviamente non ero alla sua ruota, sono rimasto troppo indietro e così non ho potuto farci nulla». A chi pensa che la domenica emiliana possa destabilizzarlo, lui ribatte: «E’ stata una giornata a sé, preferisco vivere questo Tour giorno per giorno. E’ soltanto la seconda tappa e mancano ancora 19 giorni».

Roglic ha speso tanto per trovare la posizione sul San Luca, ma forse le gambe non erano le migliori
Roglic ha speso tanto per trovare la posizione sul San Luca, ma forse le gambe non erano le migliori

La voce del padrone

Ralph Denk, fondatore e manager del team, che a questo Tour ha festeggiato l’ingresso di Red Bull nel ciclismo, non si nasconde.

«Non era quello che ci aspettavamo – dice – ma alla fine sono soltanto una manciata di secondi, per cui dovremo analizzare nel dettaglio la tappa e parlare con più calma con Primoz. Non ho grandissime informazioni. Sicuramente l’intera squadra ha sbagliato posizionamento al primo imbocco del San Luca e questo ci è costato parecchie energie che poi abbiamo pagato. Cercherò di capire cosa è successo».

Accanto a sé nei momenti più concitati, Roglic aveva sia Aleksandr Vlasov sia Jai Hindley, che hanno tagliato il traguardo nel suo stesso gruppo. «Il caldo torrido ha reso davvero duro questo weekend, per noi così come per tutte le altre squadre. Sono convinto che queste alte temperature hanno reso meno emozionante la corsa perché con dieci gradi in meno magari avremmo visto qualcosa di più», commenta ancora Denk.

Ralph Denk ha da poco ceduto il 51% della società a Red Bull, ma resta a capo del team
Ralph Denk ha da poco ceduto il 51% della società a Red Bull, ma resta a capo del team

L’analisi di Gasparotto

Dal bus scende anche il direttore sportivo Enrico Gasparotto che prova ad analizzare la tappa. «In giornate con un finale come quello di Bologna – dice – di solito Primoz è sempre là. Però questa frazione è stata atipica perché non è stata una giornata tirata, ma tranquilla per la prima parte e poi esplosiva nel finale.

«Il Montecalvo e i due passaggi del San Luca sono stati fatti a velocità folle, mentre prima no. Magari questo ha influenzato un corridore di una certa esperienza e un po’ un diesel come lui, rispetto a ragazzi più giovani. Poi, l’entrata del San Luca era molto più tecnica rispetto a quando si affronta all’Emilia. C’era la chicane che sparigliava un po’ le carte. Ne parlerò con Primoz, ma sicuramente già dal suo arrivo al nostro pullman l’ho visto molto più tranquillo di quello che potessi immaginare».

Sceso dal pullman e prima di rivolgersi alla stampa, Roglic ha baciato la moglie Lora
Sceso dal pullman e prima di rivolgersi alla stampa, Roglic ha baciato la moglie Lora

Perplessità su Pogacar

La situazione di classifica non spaventa il diesse friulano: «Onestamente mi aspettavo molto di più da Tadej nella prima tappa, così nella seconda. Pensavo che la Uae tenesse maggiormente la corsa per poi provare a fare “malanni” nelle ultime due salitine prima dell’ultimo strappo del San Luca. Di sicuro se Tadej, come dice, sta meglio che al Giro, mi aspetto sempre fuoco e fiamme in questa prima settimana.

«Per ora, ha fatto meno di quello che aspettavo, ma credo che questo caldo abbia influenzato tutti, lui compreso. Chi è stato ad allenarsi a fare altura sulle Alpi ha trovato brutto tempo quasi ovunque, mentre chi è andato in Spagna magari aveva il corpo più abituato a queste temperature». Poi aggiunge sicuro: «Primoz ha esperienza da vendere e sa gestirsi come pochi».  

Prima del via del Giro, Roglic con il procuratore Mattia Galli, che condivide con Vingegaard
Prima del via del Giro, Roglic con il procuratore Mattia Galli, che condivide con Vingegaard

Il giorno di Sobrero

Oggi un po’ di relax nella prima occasione per velocisti con l’arrivo a Torino. Si passerà nelle terre dell’albese Matteo Sobrero, con il suo fans club disseminato sul percorso tra Barbaresco e dintorni per sospingerlo nel suo prezioso lavoro a supporto dello sloveno vincitore per tre volte della Vuelta di Spagna (2019, 2020, 2021) e re del Giro d’Italia 2023. Ieri Matteo ha tagliato il traguardo con un ritardo di 13’25” dal vincitore, nel gruppetto di cui faceva parte anche un acciaccato Wout Van Aert.

«Primoz non era al top in questa tappa, forse anche perché ha patito il caldo e non era abituato a questo clima. Anche lui arrivava direttamente dall’altura di Tignes», racconta Matteo riferendosi agli allenamenti del mese scorso. «In squadra siamo tutti tranquilli anche perché il Tour è appena iniziato e le salite lunghe devono ancora cominciare».

Il terzo uomo è ancora in piedi: stavolta però, tocca a lui rimontare se vuol cullare il sogno giallo mai sopito.

Per Vauquelin Bologna è un sogno. Per Pogacar… un giallo

30.06.2024
6 min
Salva

BOLOGNA – I due volti di un successo. Quello di profondo di Kevin Vauquelin e quello quasi di “abitudine” di Tadej Pogacar. Il primo è il sorriso di chi cerca la vittoria di tappa e ci riesce. Il secondo è quello di chi sta cercando di vincere il Tour de France e conquista la maglia gialla dopo un test… perché di test si è trattato. A Bologna, dunque un sorriso per due, ma un sorriso parecchio diverso.

Didier Rous assalito dai giornalisti francesi. Erano 56 anni che due francesi non vincevano le prime due tappe del Tour
Didier Rous assalito dai giornalisti francesi. Erano 56 anni che due francesi non vincevano le prime due tappe del Tour

Un normanno a Bologna

Kevin Vauquelin, 23 anni, da Bayeux, Normandia. Insegue il sogno di partecipare al Tour de France. Ma si capisce presto nel corso della stagione che nell’Arkea-B&B Hotels un posto per lui alla Grande Boucle c’è. Primo nella crono dell’Etoile de Besseges, secondo alla Freccia Vallone e un’ottima costanza di rendimento.

«Eravamo al Tour per provare a vincere una tappa – dice assalito dai giornalisti francese il direttore sportivo dell’Arkea, Didier Rous – e ci siamo riusciti. E’ la nostra prima grande vittoria».

Di certo questa squadra, la più piccola fra le WorldTour si sta facendo spazio tra i giganti. Non dimentichiamo anche il secondo posto di Luca Mozzato al Fiandre.

Vauquelin (classe 2001) già da solo sul San Luca. Si è dovuto trattenere dal partire un giro prima
Vauquelin (classe 2001) già da solo sul San Luca. Si è dovuto trattenere dal partire un giro prima

Lucidità e gambe

«Sapevo che muoversi in quel punto sarebbe stata una buona mossa – ha detto Vauquelin – perché Abrahamsen e Oliveira sono due bravi corridori. Sul primo San Luca mi sentivo bene, stavo quasi per attaccare, ma era troppo lontano. Conoscevo questo arrivo, ho già corso qui al Giro dell’Emilia e mi ricordavo a memoria la salita».

Kevin Vauquelin è dunque il re di Bologna. Racconta della sua vittoria con gioia, ma anche con compostezza e lucidità. La stessa lucidità che ha avuto per tutta la tappa. Sempre guardingo, secondo su tutti i Gpm, tranne che sull’ultimo dove appunto è transitato in solitaria. Sin lì non aveva speso una goccia di energia in più del necessario. E una volta affondato il colpo ha gestito il tempo e lo spazio con la sapienza del cronoman.

«Ho capito che veramente avrei potuto vincere – prosegue – quando ero sullo scollinamento del secondo passaggio sul San Luca e ho sentito che il distacco era buono e che le mie gambe spingevano ancora forte. Lì, con la salita alle spalle, sapevo che dovevo “solo” continuare a spingere». 

«Non me ne rendo conto ancora, è pazzesco. E’ la più bella vittoria della mia carriera e dire che ieri sera dopo la prima tappa non ero affatto contento. Oggi sono partito con uno spirito vendicativo. Mi sono detto che la ruota avrebbe girato dalla mia parte».

Quanta gente lungo le strade della Cesenatico-Rimini. S’intravede Bardet… nel suo unico giorno in giallo
Quanta gente lungo le strade della Cesenatico-Rimini. S’intravede Bardet… nel suo unico giorno in giallo

E’ subito duello

Le strade che portano il Tour de France dalla Romagna all’Emilia sono infuocate. Per fortuna c’è un po’ di vento a raffreddare i “radiatori”. E caldo è anche il pubblico. Quanto ce n’è su ogni salita, sul San Luca e Bologna. Anche noi per vedere i passaggi ci siamo arrampicati su delle colonne.

E’ il boato nelle orecchie di cui hanno parlato anche Giulio Ciccone e Tadej Pogacar, che dopo un Tour di astinenza torna a vestirsi di giallo. Un giallo più d’occasione che cercato. Venuto per “misurare la febbre” a Jonas Vingegaard per capire se davvero il danese non fosse al top.

«Per noi è stata una buona giornata – ha detto il Ceo della UAE Emirates, Mauro Gianetti – abbiamo avuto un’ottima squadra con quattro corridori che sono arrivati nel primo gruppo. L’idea era di vedere lo stato degli altri e abbiamo visto quello che ci aspettavamo e cioè che Vingegaard ha un’ottima condizione, altrimenti non sarebbe stato qui in Francia come capitano.

«Domani c’è una tappa per velocisti e non dobbiamo pensare alla maglia, ma da dopodomani oltre che prestigiosa c’è una tappa dura e se si vuole vincere il Tour bisogna stare davanti. Io credo che ci siano poche tattiche da fare. Oggi abbiamo visto Tadej attaccare e Vingegaard entrare nella ruota senza sforzo».

Pogacar si affaccia sul palco. Non sembra super felice di aver già preso questa maglia
Pogacar si affaccia sul palco. Non sembra super felice di aver già preso questa maglia

Il giallo del giallo

L’attacco quindi c’è stato. Pogacar ha detto che con il grande caldo, suo storico nemico, non se l’è sentita di spremere la squadra, anche perché la fuga davanti è andata forte e rintuzzarla sarebbe stato davvero dispendioso. Davvero quindi il suo è stato uno scatto-test. Un colpo di stiletto. E alla fine è emerso quel che tutti più o meno si aspettavano: il Tour sarà ancora un discorso a due. O meglio, ha due fari, perché gli altri non sono affatto lontani.

Il finale di oggi ci è sembrato strano, non in linea con le attitudini da killer di Pogacar. In volata ci è sembrato quasi si volesse defilare. Come se addirittura non volesse la maglia gialla. O forse perché dopo un vuoto clamoroso sul San Luca ha visto rinvenire forte da dietro Remco Evenepoel e Richard Carapaz. E magari ha perso quella verve. 

E infatti lo stesso Pogacar, nel dietro le quinte (qui il video), mentre era sui rulli dà il cinque a Remco e gli chiede: «Sei tu in giallo, sì?». Il belga lo guarda un po’ spaesato e Tadej riprende: «Ho cercato di lasciare un varco», così che la potesse prendere qualcun altro.

Dobbiamo quindi parlare di missione compiuta o di missione fallita? Un bel “giallo” quando si prende la maglia gialla… senza farlo apposta!

Sull’arrivo Pogacar lascia sfilare, ma la giuria non rileva il “vuoto” e lo classifica con lo stesso tempo di Vingegaard ed Evenepoel
Sull’arrivo Pogacar lascia sfilare, ma la giuria non rileva il “vuoto” e lo classifica con lo stesso tempo di Vingegaard ed Evenepoel

Gianetti soddisfatto

«E ‘ stato un po’ particolare questo finale, ma non ho ancora parlato con Tadej – ci ha detto a botta calda Gianetti – quindi non so esattamente come si sia rialzato. Però credo che abbia fatto un ottimo lavoro nel cercare di guadagnare del tempo, capire come stavano tutti gli avversari per la classifica generale.

«Mi ha colpito il bel rientro di Evenepoel con Carapaz. Chiaro, Tadej non ha trovato molto supporto da parte di Vingegaard, a parte un paio di volte che lo ha passato in discesa, e questo probabilmente poteva essere anche un vantaggio per loro due. Chissà, probabilmente Vingegaard ritiene che l’unico avversario per lui sia Tadej. Ma questo è il modo di correre di Jonas. Lui ha sempre corso in questa maniera, cercando di mettere la pressione su Tadej e anche il peso del lavoro. Fa parte del gioco. Sono le tattiche di ognuno.

«Una cosa è certa: abbiamo la maglia gialla e le informazioni che volevamo. Sapevamo che le prime due tappe erano impegnative e che avremmo avuto già una visione più globale sullo stato di forma di ognuno. Va bene così».

Ciccone realista: «Quando sono scattati, salivamo a 500 watt»

30.06.2024
4 min
Salva

BOLOGNA – Quando Pogacar e Vingegaard hanno attaccato, il gruppo di testa saliva a 500 watt. Mentre lo racconta, Ciccone solleva lo sguardo come a dire che aveva poco da farci. L’abruzzese gira le gambe sui rulli davanti al pullman della Lidl-Trek e intanto racconta. Fino a pochi secondi fa si è confrontato con Steven De Jongh, anche se a parlare era soprattutto il diesse belga. Prima di arrivare a chiedergli qualcosa, lo osserviamo. A tratti è pensieroso, nel cuore di questa stagione che lo ha visto saltare il Giro per una cisti al soprasella e iniziare il Tour in ritardo per un altro Covid.

L’ordine di arrivo lo colloca in quindicesima posizione, a 2’42” dal vincitore Vauquelin e ad appena 21” da Pogacar, Vingegaard ed Evenepoel. Alle sue spalle sono finiti tutti gli altri leader del Tour: non è stata una cattiva giornata. E soprattutto, oltre alla propria prestazione, gli ha permesso di analizzare la condotta dei primi della classe.

«E’ stata una tappa molto dura – dice – specialmente dopo la giornata di ieri che è stata esigente, fra il caldo e il percorso. Il finale di oggi era molto movimentato, bellissimo. Il San Luca è stato uno spettacolo di gente, veramente emozionante. Però bisogna essere realisti sul livello che ho e seguire quei due mostri era praticamente impossibile. Perciò ho cercato di gestire con le forze che ho e farò così giorno per giorno. Pogacar e Vingegaard non li stiamo scoprendo adesso, hanno una marcia in più e oggi l’hanno dimostrato sul San Luca».

Ciccone ha un bel numero di tifosi dall’Abruzzo che lo cercano e lo sostengono
Ciccone ha un bel numero di tifosi dall’Abruzzo che lo cercano e lo sostengono
Solo da lì?

Il ritmo era altissimo già da tanto. Quando si va a più di 500 Watt per un tot di minuti, solo i grandi campioni come loro riescono a fare la differenza. Si era visto che Pogacar volesse provare qualcosa, sennò non mandi avanti Yates a quel modo. Sono state due giornate veramente strane, perché con il caldo il fisico si adatta, le sensazioni cambiano tantissimo e a volte la prestazione viene anche un po’ falsata. Per cui se ad esempio Roglic ha pagato è perché ieri può aver speso troppo, però non è necessariamente un brutto segno.

Quanto era forte il caldo oggi?

A dire la verità, oggi è stata molto meglio di ieri, meno estremo. Facendo delle salite veloci e grazie al vento, abbiamo avuto sensazioni migliori. Ieri invece abbiamo pagato tutti, perché era proprio afoso, non girava l’aria, non si respirava.

Quando Pogacar e Vingegaard hanno attaccato – dice Ciccone – si saliva a 500 watt
Quando Pogacar e Vingegaard hanno attaccato – dice Ciccone – si saliva a 500 watt
Pensi che i 4-5 giorni di allenamento che hai saltato per il Covid ti stiano condizionando?

Io sono sincero, in questi primi giorni mi manca la brillantezza, il cambio di ritmo. Però sono comunque soddisfatto perché voglio vivere giorno per giorno, facendo il mio massimo. L’importante è che riesca a mantenere il mio livello ed essere costante. A questi livelli, come ho già detto, si raggiungono dei picchi di potenza veramente alti, quindi se ti manca anche un 2 per cento, lo senti e lo paghi. Ci sta, siamo al Tour de France ed è giusto che ci sia anche questa differenza.

Oggi ci si aspettava che la UAE Emirates attaccasse, invece si sono ritrovati con Vingegaard di nuovo sul groppone…

Devo dire che su tutti gli strappi c’è stato molto nervosismo. Siamo alla seconda tappa del Tour e si sa che le prime tappe sono sempre più nervose. Siamo anche fortunati che queste giornate siano dure, perché la salita fa ordine e si rischia meno che nelle tappe piatte.

Giulio Ciccone, classe 1994, è alto 1,76 per 58 chili. Nel 2019 vestì la maglia gialla
Giulio Ciccone, classe 1994, è alto 1,76 per 58 chili. Nel 2019 vestì la maglia gialla
La gente sul San Luca ti ha dato una spinta in più per tenere duro?

E’ stato qualcosa di impressionante. Ho fatto tante volte il San Luca in diverse occasioni: all’Emilia e al Giro d’Italia, ma oggi davvero scoppiava la testa dalle urla. Penso che sia stato uno dei momenti che sicuramente mi ricorderò tutta la carriera.

Tour, secondo atto: Vingegaard alla prova del San Luca

30.06.2024
4 min
Salva

RIMINI – La guerra dei nervi è già cominciata, lo avevamo già notato nelle conferenze stampa della vigilia. Dopo la prima tappa, è evidente che Pogacar e Vingegaard giochino di fino, lanciando messaggi apparentemente casuali che però accendono già la sfida con un pizzico di pepe in più.

La tappa di Bologna sembra fatta apposta per far esplodere la corsa e qualcosa certamente accadrà, sperando che il pubblico sappia stare al suo posto, come purtroppo non è successo ieri in partenza.

Subito dopo la caduta, Hirt assistito dal team (foto AS/Het Nieuwsblad)
Subito dopo la caduta, Hirt assistito dal team (foto AS/Het Nieuwsblad)

L’assalto di Firenze

In barba a chi sostiene che a Firenze ce ne fosse poca, al via dal Parco delle Cascine la gente ha pensato bene di aprire le transenne e accedere direttamente alla zona dei pullman, senza lasciare spazio ai team, ai corridori e a chi aveva la pretesa di lavorare alla partenza della prima tappa del Tour. E così è successo che Jan Hirt, corridore della Soudal-Quick Step, è finito a terra spezzandosi tre denti. Pare che sia stato galeotto l’aggancio con lo zaino di un tifoso che non sarebbe dovuto essere lì.

Hirt ha corso la prima tappa con il labbro gonfio e giustamente la cosa è stata sottolineata da Patrick Lefevere: «Ci sono 100 regole per la squadra – ha scritto su X – ma qualcuno con uno zaino ha fatto cadere Jan Hirt tra le firme e l’autobus».

«E’ stato un caos completo – ha dichiarato invece il compagno Lampaert alla televisione belga – l’organizzazione non ha avuto alcun controllo. La gente camminava ovunque. Jan ha continuato a vacillare ed è caduto. Come corridori riceviamo continuamente multe per piccole cose, l’organizzazione dovrebbe guardarsi allo specchio. E’ inaccettabile».

Una prima tappa positiva per Vingegaard, che forse in partenza temeva di pagare pegno
Una prima tappa positiva per Vingegaard, che forse in partenza temeva di pagare pegno

La guerra dei nervi

Per il resto, sulla strada di Rimini ci si aspettava una giornata di inferno da parte del UAE Team Emirates, più che mai intenzionato ad approfittare del previsto ritardo di condizione di Vingegaard. La cronaca dice che la squadra ha sì forzato il ritmo sul Barbotto, ma che poi non abbia voluto o potuto affondare il colpo. Vingegaard ha accusato il forcing?

«Sono molto contento di come è andata la giornata – ha detto il vincitore uscente del Tour – ma naturalmente siamo un po’ delusi di non aver ripreso i due fuggitivi. Van Aert era molto forte e ha vinto lo sprint per il terzo posto, che poteva essere una vittoria. Ci siamo sentiti entrambi bene, quindi possiamo essere contenti della prestazione. Sono contento delle mie sensazioni, posso guardare con ottimismo alle prossime tre settimane. Ho le gambe per lottare per la classifica generale, ma lottare per la vittoria è un’altra cosa.

«La tappa di Bologna sarà più dura e più esplosiva – ha ragionato Vingegaard – con una salita breve da fare per due volte (il San Luca: 1,9 km al 10,6 di pendenza) e meno salite in totale. Sarà diverso. Ho acquisito molta fiducia nella prima tappa. Vedremo come mi sentirò, farò del mio meglio e poi vedremo».

Ayuso e Pogacar: ieri anche lo spagnolo si è staccato e ha faticato per rientrare
Ayuso e Pogacar: ieri anche lo spagnolo si è staccato e ha faticato per rientrare

Tutti in attesa di San Luca

Anche Pogacar è consapevole che oggi a Bologna sarà un altro andare, se non altro perché il doppio San Luca potrebbe restare nelle gambe a chi già ieri fosse arrivato al traguardo con le energie al lumicino. Come è andata davvero fra Pogacar e il grande caldo della prima tappa, che ha raggiunto i 37 gradi?

«E’ andata davvero bene – ha detto Pogacar – il ritmo era buono e nonostante il caldo mi sono sentito benissimo. Per me questo è un vero vantaggio. Nello sprint ho visto un varco, così mi sono buttato in mezzo ed è arrivato il quarto posto. Ho quasi battuto due degli uomini più veloci del gruppo con Van Aert e Pedersen, ma non ce l’ho fatta.

«Però sulla salita di San Luca ci saranno tattiche più aperte e assisteremo ad una battaglia più grande. Le differenze stanno già aumentando. Ho potuto testare le mie gambe sulle salite ed ero in buona forma nonostante il caldo…».

Enervit celebra 70 anni di innovazione e passione per lo sport

29.06.2024
4 min
Salva

L’età di un’azienda non rappresenta solo il tempo trascorso, ma anche le esperienze accumulate, le intuizioni sviluppate, i traguardi raggiunti e il percorso tracciato. In occasione dei suoi primi settant’anni anni, Enervit racconta la propria storia, ricordando chi è, i valori in cui crede e i sogni che continua a coltivare.

Dal 1954, quando l’azienda si chiamava Also, Enervit ha mantenuto saldo il suo obiettivo originario: “Aiutare tutte le persone a migliorare la qualità della propria vita“. Questo semplice ma potente concetto racchiude in sé tre parole chiave: persone, qualità e vita.

Enervit festeggia i suoi 70 anni con in libro edito da Mondadori, questa la copertina
Enervit festeggia i suoi 70 anni con in libro edito da Mondadori, questa la copertina

Una storia italiana

Per celebrare questa straordinaria eredità, Enervit ha realizzato un libro fotografico intitolato “The Enervit Story” che ripercorre il lungo impegno dell’azienda nella nutrizione positiva e nell’integrazione alimentare sportiva. Il libro, arricchito da numerose immagini, offre uno spaccato di una società in continuo movimento, contestualizzando il periodo storico e lasciando intravedere il futuro. È una monografia che emoziona e trasporta tra racconti, volti, nomi e imprese di chi ha fatto e continua a fare la storia dello sport: da Sara Simeoni a Alberto Tomba, da Reinhold Messner a Tadej Pogacar, da Francesco Moser a Jannik Sinner, e molti altri campioni. 

Negli anni Cinquanta, una coppia di farmacisti innovativi, Franca Garavaglia e Paolo Sorbini, gestiva una farmacia a Milano, all’angolo tra via Settembrini e via Vitruvio. È in questo contesto che nasce la storia di Enervit, inizialmente chiamata Also, nel 1954. La passione per lo sport si manifesta negli anni settanta, quando l’azienda sviluppa il primo integratore a base di fruttosio, vitamine e sali minerali, destinato a fare la storia: Enervit. Questo prodotto introduce il concetto rivoluzionario del “bere giusto” durante l’attività sportiva, sfatando il mito che l’idratazione durante lo sforzo blocchi l’atleta.

Gli anni ottanta vedono Enervit protagonista di una grande innovazione: l’integrazione proteica come supporto fondamentale per gli allenamenti e le prestazioni ad altissimo livello. Sara Simeoni, altista d’oro alle Olimpiadi di Mosca del 1980, grazie a Enervit Protein e a consigli nutrizionali mirati, conquista un argento straordinario alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Nello stesso anno, Enervit realizza un altro sogno: organizzare a Città del Messico il Record dell’Ora di Francesco Moser. Grazie a importanti innovazioni nel ciclismo, Moser supera il record di Eddy Merckx, entrando nella storia con il suo 51.151 km.

Con il cambio di millennio, Enervit amplia i suoi orizzonti grazie all’incontro con Barry Sears, biochimico e ideatore della dieta Zona. Nasce così EnerZona, una linea di prodotti basata sui principi della Zona, che apre a una nuova visione dell’alimentazione.

Enervit riconosce il ruolo chiave della nutrizione nelle prestazioni sportive, integrando la ricerca scientifica e l’innovazione nelle sue scelte. Questo impegno porta l’azienda a definirsi “The Positive Nutrition Company”, enfatizzando l’importanza della nutrizione positiva nel proprio DNA.

Alberto Sorbini Presidente Enervit
Alberto Sorbini Presidente Enervit

Sguardo sempre al futuro

Nel corso degli anni, numerosi campioni e squadre hanno collaborato con Enervit, tra cui Reinhold Messner, Miguel Indurain, Stefano Baldini, Alex Zanardi, Sofia Goggia, Federico Pellegrino e tanti altri. Tra le squadre spiccano Virtus Segafredo Bologna, Valencia Basket Club, Lidl-Trek, UAE Team Emirates, con Tadej Pogacar, vincitore del Giro d’Italia, e la Federazione Ciclistica Italiana. Nel 2024, Enervit accoglie Jannik Sinner, il primo italiano a vincere gli Australian Open e a raggiungere la vetta del ranking ATP.

Enervit festeggia dunque oggi 70 anni di innovazione, di ricerca e di passione per lo sport. Dal piccolo laboratorio dietro una farmacia milanese, l’azienda è cresciuta diventando un punto di riferimento nella nutrizione sportiva. Con un impegno costante verso il miglioramento della qualità della vita, Enervit continua a sostenere atleti e appassionati, guardando al futuro con la stessa determinazione e visione che l’hanno guidata fin dall’inizio.

Enervit

Si parte. Da Firenze a Rimini: Pogacar e la UAE già favoriti?

29.06.2024
4 min
Salva

FIRENZE – Mancava una notte al via del Tour de France numero 111 e con Joxean Fernandez Matxin si parlava della prima frazione dell’indomani, cioè oggi. Da Firenze a Rimini: 206 chilometri, quasi 3.700 metri di dislivello, un’infinità di curve e salite e 176 corridori imbizzarriti (in apertura foto Instagram – @alenmilavec).

Chiaramente il tecnico della UAE Emirates pensava alla corsa dei suoi ragazzi e di Pogacar in particolare. Il clima era sereno e disteso. I corridori erano rilassati. Qualcuno era in camera, Almeida parlottava nella hall con il suo manager… Solo Auyso si gironzolava con un velo di tensione, vestito da corridore e gli scarpini in mano.

Con Matxin si studia la prima frazione
Con Matxin si studia la prima frazione
Matxin, si riparte. Un’altra super sfida vi attende. Come è andato questo mese tra Giro e Tour?

Bene, veramente bene. Soprattutto per la soddisfazione di un Giro d’Italia splendido, che è andato come volevamo, di una settimana di riposo molto tranquilla ed importante per Tadej e anche per le tre settimane successive di lavoro. Un lavoro molto intenso, di qualità. 

Quindi arrivate a questo Tour come volevate?

Sì, abbiamo fatto un test questa settimana ed è stato perfetto. E questo ha dato ulteriore tranquillità a tutti. Anche i compagni dicono che Tadej va forte. C’è un bel gruppo. Davvero le cose vanno bene.

Firenze-Rimini: tutti aspettano una vostra azione, il che è anche giusto sapendo che Vingegaard potrebbe non essere al top. Che corsa possiamo attenderci da parte vostra?

Abbiamo un piano chiaramente. E non lo abbiamo solo per domani ma per tutte le tappe: quando corriamo per fare risultato, quando per difenderci, quando dobbiamo cercare di vincere, per tenerci lontano dalla guerra dei velocisti…

Non ti scopri! Van der Poel potrebbe essere un alleato verso Rimini?

Certo, lui ma anche Van Gils, Bettiol che è in grande forma e viene dalla vittoria del campionato nazionale… ce ne sono parecchi che possono vincere. E prendere la maglia…

Da Firenze a Rimini: 206 km (più 16,4 di trasferimento). Una prima tappa molto dura
Da Firenze a Rimini: 206 km (più 16,4 di trasferimento). Una prima tappa molto dura
Avere attaccato nella prima tappa del Giro è stata un’esperienza importante anche per questa prima tappa del Tour? Una sorta di test?

E’ diverso. Al Giro c’era un finale più esplosivo. Si decideva tutto sullo strappo di San Vito e sapevamo che era quello e basta. Che era il posto giusto per attaccare e lì infatti si è fatta la selezione… però non abbiamo vinto!

Però Tadej l’altro ieri ha detto: «Al Giro abbiamo attaccato il primo giorno e poi è andata bene»…

Ma questa è una tappa diversa. Più lunga, più dura. Ci sono diversi punti in cui si può fare la differenza. Si farà di certo la selezione in precedenza. Magari l’ultimo strappo di questa prima frazione non sarà tosto come quello di Torino o così decisivo, però le salite che si fanno in precedenza sono più dure. E in generale è più dura l’altimetria, senza contare che sono più di 200 i chilometri da fare. Ed è anche una frazione più complicata da gestire perché ci sono tante curve.

Avete fatto la ricognizione mercoledì scorsa: ne è emersa qualche scelta tecnica particolare?

Io credo che sarà una corsa da 54-55 e 39-40, davanti e nulla di particolare.

Torino, il forcing di Pogacar sullo strappo di San Vito al Giro. Il canovaccio potrebbe essere lo stesso verso Rimini
Torino, il forcing di Pogacar sullo strappo di San Vito al Giro. Il canovaccio potrebbe essere lo stesso verso Rimini
Oggi nel ciclismo si conta ogni dettaglio. Verso Firenze ci sono da affrontare oltre 16 chilometri di trasferimento, che la tabella oraria del Garibaldi stima in 40′. Questi chilometri vengono considerati nel computo degli zuccheri da reintegrare e dello sforzo in generale?

Certo, soprattutto perché dobbiamo sapere quando avverrà il momento dello sforzo intenso e quindi quando dover mangiare prima di quel forcing. I carboidrati che servono, anche in base ai ritmi che ci saranno in corsa. Le cose cambiano sul momento se si va a tutta o se si dovesse andare tranquilli.

Ci sono quattro team nettamente più forti: voi della UAE Emirates, RedBull-Bora, Ineos Grenadiers e Visma-Lease a Bike. Cosa ti preoccupa di loro e dove invece credi che la tua UAE Emirates sia più forte?

Sappiamo che ci sono squadre importanti. Le studiamo, le analizziamo nel loro modo di correre, vediamo e rivediamo dei video, però non mi sento di parlare di loro. Non mi sembra elegante e non ho sufficienti informazioni per farlo. Preferisco parlare dei miei. Certo, poi sappiamo quali sono i punti di forza e di debolezza di ognuno.

Torniamo e chiudiamo con la frazione di Rimini: arrivo in solitario o di un drappello?

Credo un gruppo piccolo, un massimo di 20 corridori e con gli uomini di classifica davanti.

Pogacar e Vingegaard, Tour cominciato tra rivelazioni e frecciate

27.06.2024
7 min
Salva

FIRENZE – Il tempo che Roglic raccontasse di quanto si senta gratificato nel fare parte del progetto Red Bull e di quanto sarà elevato il livello dello scontro, e nella sala del Consiglio Comunale entra Tadej Pogacar. Il solito sorriso gentile, lo sguardo apparentemente distratto e un saluto ogni volta che incontra un volto conosciuto. Pur non essendo il vincitore uscente, attorno allo sloveno si respira una certa aria di predestinazione, che lui con il solito candore neppure cerca di sviare.

Il programma delle conferenze stampa segue serrato, per cui dopo il vincitore del Giro arriverà Vingegaard e finalmente conosceremo o cercheremo di capire le sue condizioni. Nelle strade che da Piazza della Signora conducono a Piazzale Michelangelo si sussegue il passaggio delle squadre, sospinte dal tifo della gente.

Non tutto rose e fiori

Intanto parla Pogacar e sembra che la magia del Giro non si sia mai interrotta, anche se rispetto ai racconti di Matxin, scopriremo presto che nelle ultime settimane la vita non è stata così fiabesca.

«Sono dove voglio essere – dice la maglia rosa – la prima settimana dopo il Giro è stata un bel periodo. Un po’ di relax e poi ho iniziato la preparazione per il Tour de France. E’ passato tutto molto velocemente e sono super felice di essere già qui. Vedremo sin dalle prime tappe chi ha le gambe ed è in buona forma. Mi aspetto che tutti lo siano e che non sia io l’unico da guardare.

«Avevo già iniziato ad allenarmi duramente – ora il tono cambia di colpo – quando sono tornato a casa a causa della morte di mio nonno. Sono andato per stare vicino alla famiglia. Un lungo viaggio, lo so, ma era importante per me. E poi, quando sono tornato in ritiro, dopo qualche giorno ho preso il Covid, ma alla fine non è stato troppo impegnativo. Penso che il virus non sia più grave come qualche anno fa, soprattutto se l’hai già avuto. Io credo di averlo avuto un paio di volte ed evidentemente il mio corpo si è abituato a conviverci. Sono stato per un giorno intero senza bici, il giorno dopo mi sono allenato sui rulli e poi, visto che ero di nuovo in salute, ho ripreso con il normale programma».

Gli errori pagati caro

Le domande si susseguono, il baccano della piazza costringe a chiudere le finestre. Lui tiene testa a ogni argomento, col sorriso leggero di chi non ha paura. Nemmeno quando gli chiedono da dove nasca la sua grinta, visto che sembra venire da un’infanzia tutto sommato facile, e lui risponde che magari qualcosa è successo e lo ha rimosso. Magari gli sarà morto un pesce rosso…

«Penso che la mia relazione con Vingegaard – riprende – sia qualcosa di straordinario. Ci incontriamo sempre più o meno una volta all’anno, di luglio. Apprezzo molto questa rivalità perché lo rispetto molto ed è bello vederlo alla partenza. Penso che sia pronto, altrimenti non sarebbe venuto. Non vedo l’ora di cominciare e cercheremo di fare di nuovo un grande spettacolo, sperando questa volta di invertire le maglie. Dovrò essere bravo a non commettere errori. Negli ultimi due anni ne ho fatti e li ho pagati. Fisicamente penso di essere pronto, poi sarà tutto un gioco mentale. Tre settimane sono un tempo pazzesco per correre e restare in forma. Se il Tour dello scorso anno fosse stato una classica o la corsa di una settimana, probabilmente avrei avuto la forma migliore della mia vita. Invece ho scoperto che tre settimane erano troppo lunghe per il mio corpo. Adesso sto bene, ma può succedere di tutto. Bisognerà stare attenti a ogni dettaglio.

«Penso che quest’anno avremo una grande competizione – riprende – vincere il Giro è stato piuttosto difficile, ma qui troveremo un clima profondamente diverso. Il Tour è sempre una delle gare più calde. Però ogni anno che passa, lo affronto diversamente. Sto migliorando e adesso vedo che non mi piace più il grande freddo e questo non accadeva di certo due anni fa. Per contro, sono migliorato molto con il caldo. Penso di essere pronto per questa calda estate».

Incognita terza settimana

Quando arriva Vingegaard, ha accanto anche Wout Van Aert e Fabio Jorgenson. Questo qui, pensiamo guardandolo camminare tutto dinoccolato, ha vinto gli ultimi due Tour. La caduta dei Baschi lo ha fermato a lungo, ma da qualche tempo, leggendo le dichiarazioni e parlando con i corridori, ci è venuto il sospetto che il danese sia molto più in forma di quanto voglia far credere.

«Sono semplicemente felice di essere qui – dice – alla partenza del Tour de France. Penso che sia già una vittoria, sono molto felice e in attesa di cominciare. La parte più difficile di tutto ciò è stato tornare allo stesso livello. Ho dovuto fare una lunga sosta e aspettare che ogni ferita guarisse prima di potermi allenare adeguatamente. Una cosa è iniziare a pedalare, un’altra quando puoi cominciare il vero allenamento. Quindi spero di aver messo insieme una condizione che mi permetta di arrivare alla terza settimana».

Da Piazza della Signoria, in bici fino a Piazzale Michelangelo, così Firenze ha abbracciato gli eroi
Da Piazza della Signoria, in bici fino a Piazzale Michelangelo, così Firenze ha abbracciato gli eroi

Con Pogacar zero rapporti

Non dice tanto, non sembra avere voglia di sbottonarsi. Tanto è solare il suo avversario per quanto capace di tenersi tutto dentro il danese che finora ha sempre risposto agli scatti frizzanti dell’altro con legnate di poche parole. Sono diversi anche sulla bici.

«Per me è una novità che Tadej abbia avuto il Covid – risponde – me lo state dicendo voi ora, non ho mai saputo come fosse la sua salute. Non abbiamo un grande rapporto, non ci siamo mai sentiti dopo il mio incidente. Ma credo che dal momento che arriviamo qua, siamo tutti nella stessa situazione. All’inizio della gara dovrò solo lottare per resistere e più avanti troverò i numeri giusti. Lo scopriremo nei prossimi giorni.

«Ho fatto un sacco di lavoro, un sacco di buon lavoro e non sono messo male, anche se la stampa è stata spesso negativa circa le mie possibilità. Ho affrontato gli ultimi tre mesi consapevole che fosse il momento più duro della mia carriera. In certe situazioni pensi solo a reagire piuttosto che a dispiacerti per te stesso ed è quello che ho fatto con la mia famiglia, provando tutto il possibile per prepararci a questa gara».

La speranza di vincere

Anche Van Aert tutto sommato racconta la sua risalita faticosa dalla caduta. Spiega di avere ancora qualche timore a buttarsi in volata e aggiunge che di certo sarà di aiuto nelle tappe di pianura e in salita se la condizione dovesse migliorare.

«Se farò risultato – sospira Vingegaard prima di alzarsi – sarò molto felice. Se non ci fosse stata la caduta, direi sicuramente che sono qui per la vittoria. Ma ovviamente negli ultimi tre mesi le cose sono cambiate. Per cui, certo, ho ancora la speranza di essere abbastanza forte. Almeno da lottare per la vittoria…».

Se ne va anche lui, se ne vanno tutti. Palazzo Vecchio ribolle di computer e giornalisti, mentre in Piazza della Signoria sfilano le ultime squadre verso Piazzale Michelangelo. Sta per cominciare il Tour de France numero 111 e salperà le ancore da Firenze. Come ha detto giustamente Bettiol, belle tutte le partenze, ma Firenze è Firenze…

Il Tour della rinascita. Bernal vuole tornare… Bernal

26.06.2024
5 min
Salva

Per certi versi passa inosservato e potrebbe questo essere anche un vantaggio. A Firenze, tra i partecipanti al Tour de France ci sarà anche Egan Bernal e già questo è un risultato eccezionale se si ricorda quanto gli è accaduto nel gennaio 2022. Parliamo di uno che il Tour l’ha vinto, nel 2019, di uno che sembrava destinato a collezionare grandi giri come caramelle, di uno che era accreditato, in quel maledetto mese, della fama di più grande avversario di Tadej Pogacar, quando ancora Vingegaard era solo un giovane di belle speranze.

C’è voluto tanto tempo per Bernal per tornare a essere Bernal. Forse oggi, per la prima volta, si può dire che il colombiano stia tornando se stesso, solo che sono passati oltre due anni che in questo ciclismo sono un secolo, un lasso di tempo nel quale moltissimo è cambiato e allora il colombiano resta un oggetto quasi sconosciuto, imponderabile.

Bernal è sempre fra i più amati dai tifosi, anche per tutto quel che ha passato
Bernal è sempre fra i più amati dai tifosi, anche per tutto quel che ha passato

Giovanni Ellena, diesse della Polti Kometa conosce bene Bernal, al quale è legato da una sincera amicizia e prima di parlare delle sue possibilità nella Grande Boucle ci tiene a sottolineare un aspetto che non deve mai essere dimenticato: «Il fatto che Egan sia qui è un miracolo. Quando ha avuto l’incidente era dato quasi per morto, la stessa ripresa come essere umano prima che come ciclista sembrava un miraggio. Invece oggi è qui e questa, a prescindere da come il Tour finirà, è una grande vittoria».

Tu gli sei stato vicino anche nei momenti immediatamente successivi al gravissimo incidente?

La sera stessa chiamai la madre che mi disse con molta schiettezza che c’era da far passare la notte per capire se all’indomani Egan ci sarebbe stato ancora. Eravamo a questo punto. A inizio stagione, tornando in aereo da O Gran Camino ci siamo ritrovati fianco a fianco e abbiamo parlato, ci siamo raccontati le nostre peripezie (anche Ellena è caduto durante un’escursione in montagna e ha rischiato di non camminare più, ndr). Entrambi abbiamo non so quante viti che tengono insieme il nostro corpo, ma per lui è diverso. Parliamo di uno sportivo, un ciclista, pensate che cosa significa gareggiare nelle sue condizioni…

Bernal ha vinto il Tour nel 2019 battendo Thomas e Kruijswijk, poi ha trionfato al Giro 2021
Bernal ha vinto il Tour nel 2019 battendo Thomas e Kruijswijk, poi ha trionfato al Giro 2021
Eppure sembra davvero che stia tornando lui, si è visto anche al Giro della Svizzera chiuso al quarto posto.

E’ a buon punto, io dico che è quasi come prima, solo che adesso ci sono fenomeni in giro e non solo loro a ben guardare. La concorrenza è spaventosa. Ma lui è tornato a un livello importante, in Svizzera l’ho visto andare davvero forte, ha trovato anche una notevole costanza di rendimento, finendo ogni corsa a tappe sempre nelle prime posizioni.

L’impressione guardandolo è che siamo di fronte a un corridore che si sta ancora scoprendo e che per questo corre molto coperto, senza prendere iniziative com’era solito fare…

Non è che corra in maniera passiva, è che deve capire ancora dove può arrivare. Ora pensa di più prima di attaccare. Io credo che tutto quel che ha passato l’abbia fatto maturare, ma dal punto di vista psicologico e mentale deve ancora fare un piccolo scatto per tornare completamente quello di prima. Al Tour correrà insieme a due altri capitani, si spartiranno i compiti e questo sarà un aiuto, potrà capire durante la corsa che cosa potrà fare. E’ però consapevole che, in mezzo ai più forti, a quelli che lottano per i quartieri alti della classifica ci può stare.

Il colombiano con Pogacar: dovevano essere grandi rivali a Giro e Tour, l’incidente ha rovinato tutto
Il colombiano con Pogacar: dovevano essere grandi rivali a Giro e Tour, l’incidente ha rovinato tutto
Credi che potrà un giorno tornare a competere ad armi pari con Pogacar e Vingegaard?

E’ una domanda alla quale potrà rispondere solo il tempo. Noi (mi ci metto in mezzo come suo amico ed estimatore) possiamo solo sperarlo. Il fatto è che il ciclismo corre, oggi è già differente rispetto al gennaio 2022. Io però confido nella sua capacità di adattamento: al Tour ad esempio ci sarà una tappa dove si andrà oltre i 2.000 metri, io penso che quello sia il suo pane e se sarà in forma metterà alla frusta gli altri. Tenendo sempre presente che in giro troverà veri fenomeni.

Lui se ne rende conto, di questo cambiamento?

Sì, ma non è uno che si adatta. Voglio dire che non è tornato in bici, si è sacrificato settimane, mesi, anni per essere uno che porta le borracce. Ha grandi ambizioni, vuole emergere e se è lì sa di poterlo fare. Non è uno che si adagia sulla mediocrità. E’ un leader, esattamente come quando vinceva Giro e Tour quindi mi aspetto che sia lì davanti.

Dopo il Tour Egan sarà a Parigi il 3 agosto nella gara olimpica, insieme a Daniel Martinez
Dopo il Tour Egan sarà a Parigi il 3 agosto nella gara olimpica, insieme a Daniel Martinez
Pensi che essere stato scelto per la gara olimpica del 3 agosto, insieme a Daniel Martinez, gli abbia dato motivazione in più?

Non credo, non ne ha bisogno. E’ sempre onorato se può vestire la maglia della nazionale e anche su un percorso certamente non proprio adatto alle sue caratteristiche farà il massimo per essere degno di quella maglia della nazionale, ma non ha bisogno di incentivi particolari. Bernal li ha già dentro di sé, sono sicuro che freme per la partenza da Firenze, per cominciare la lunga lotta…

Isola 2000, con Matxin nei giorni di Pogacar in altura

19.06.2024
6 min
Salva

Le foto su Instagram mostrano un Tadej Pogacar giocherellone e di ottimo umore (in apertura, foto di Alen Milavec). Il ritiro in quota di Isola 2000, il primo della stagione, si concluderà domenica e poi ci sarà giusto il tempo per andare a casa e preparare la valigia del Tour. Il UAE Team Emirates si ritroverà a Firenze da mercoledì e poi, esaurita la trafila delle operazioni preliminari, sapremo quali saranno gli avversari e si aprirà la caccia all’accoppiata Giro-Tour.

Matxin ha raggiunto i suoi ragazzi dopo il Giro Next Gen, dove il devo team ha centrato il secondo posto con Torres alle spalle di Widar. Ci siamo rivolti a lui per farci raccontare che aria tiri in quello spicchio di Alpi Marittime, che per anni furono italiane e solo nel 1947 con Trattato di Parigi passarono alla Francia. Partiamo da Roma e dalla maglia rosa: che cosa ha fatto Pogacar dopo la festa di quella domenica sera?

«Il primo giorno dopo la fine del Giro – ricorda lo spagnolo – Tadej è restato a Roma per diversi impegni con alcuni sponsor. Accordi che ai corridori non piacciono, ma che si devono fare. Martedì invece è tornato a Monaco con Urska e ci è rimasto per una settimana, finché il 4 giugno è andato a Isola 2000. Non so dire esattamente quanto abbia pedalato quella settimana, era libero. Però conosciamo le abitudini del corridore, per cui qualche giretto lo ha fatto di sicuro, ma parliamo di passeggiate, al massimo di un paio d’ore con sosta al bar per un cappuccio. Quello che posso dire è che non è uscito stanco dal Giro, di gambe e tantomeno di testa».

La squadra in posa con la scultura del capricorno di Isola 2000 (foto Alen Milavec)
La squadra in posa con la scultura del capricorno di Isola 2000 (foto Alen Milavec)
A Isola 2000 ha trovato i compagni?

Sì, quelli del gruppo Tour. Quelli che stavano correndo lo hanno raggiunto mano a mano che finivano le corse. Oggi per esempio (ieri per chi legge, ndr), è arrivato Adam Yates. Nils Politt non c’è perché va a fare i campionati nazionali, però ci sono anche Ayuso, Soler, Pavel Sivakov, Tim Wellens e Almeida. E quando siamo stati al completo, abbiamo fatto la riunione pre Tour.

Gli allenamenti a Isola 2000 sono stati subito a buon ritmo?

No, noi facciamo sempre attenzione con tutti i corridori a fare i primi tre, quattro giorni in modo tranquillo, perché possano adattarsi all’altura. Poi certo anche Tadej ha il suo programma e ha iniziato a seguirlo.

Siete riusciti a vedere anche qualche tappa del Tour?

Abbiamo visto le ultime quattro, partendo quasi sempre in bici dall’hotel. A volte abbiamo fatto tutta la tappa, altre volte solo i finali, ma abbiamo preferito evitare di andare avanti e indietro con le macchine. Abbiamo visto quella di Barcelonette e anche Isola 2000 dove finisce la 19ª tappa.

Ayuso si è ritirato dal Delfinato e appena è stato bene ha raggiunto Pogacar in altura (foto Alen Milavec)
Ayuso si è ritirato dal Delfinato e appena è stato bene ha raggiunto Pogacar in altura (foto Alen Milavec)
Che sensazioni ti dà Pogacar in questa fase?

Lo vedo motivato, lo vedo tranquillo, lo vedo contento. Non posso dire niente di negativo, perché non c’è niente di negativo. Ride, scherza, con i compagni formano un bel gruppo. Capiscono che lui è il numero uno al mondo. Anche se abbiamo una squadra di rockstar, ovviamente credono in Tadej come leader di questa squadra per il Tour.

Siete riusciti anche a fare prove sui materiali?

Abbiamo testato qualche novità sulle biciclette, soprattutto nel segno della leggerezza. Abbiamo fatto prove per la crono. Piccole cose, che però fanno la differenza. Le bici sono le stesse del Giro, ma abbiamo provato ad alleggerirle un po’. 

Tadej rimarrà in quota fino a domenica?

Sì, poi scenderà a Monaco e ci resterà per un paio di giorni. Da mercoledì saremo tutti a Firenze.

Matxin e Maguire sono due tra le figure di rilievo per Pogacar al UAE Team Emirates (foto Fizza)
Matxin e Maguire sono due tra le figure di rilievo per Pogacar al UAE Team Emirates (foto Fizza)
Avete incontrato qualche squadra in ritiro a Isola 2000?

Sì, abbiamo visto Remco e la sua squadra. Martedì ho seguito l’allenamento di cinque ore, facendo la Bonette, e abbiamo incontrato Egan Bernal, De Plus e gli altri ragazzi della Ineos arrivati dallo Svizzera.

E’ capitato spesso di fare allenamenti così sostanziosi?

Direi di sì, ma questa è più l’area degli allenatori, in cui abbiamo piena fiducia. Non riesco a seguirli, però abbiamo condiviso il programma di allenamento e a volte lavorano in modo differenziato, non sempre tutti insieme. Per cui ci sono stati giorni in cui qualcuno ha fatto i lavori specifici e altri intanto riposavano. Lavorano a doppiette o triplette, però nell’80 per cento delle uscite erano in gruppo.

In questa routine, sai se Tadej ha seguito in televisione le varie corse?

Sì, sì certo, ha seguito tutto. Ogni volta che finivano un allenamento, si ritrovavano a pranzo tutti insieme e dopo aver mangiato guardavano le tappe. Ha fatto il tifo per i compagni, erano tutti felicissimi. Come dico sempre, Tadej non è solo un campione: è un leader che si preoccupa per i compagni. E se qualche giorno un compagno può vincere o fare un risultato, lui è il primo che spinge perché ci riesca. E’ stato contento di vedere i compagni sempre davanti, è una cosa che ha dato morale a tutti.

Wellens sarà il super gregario del Tour assieme a Politt (foto Alen Milavec)
Wellens sarà il super gregario del Tour assieme a Politt (foto Alen Milavec)
E loro che vincevano e adesso devono fare i gregari?

Sanno perfettamente che Tadej Pogacar è il numero uno al mondo, basterebbe leggere le interviste di Almeida e Yates dopo le varie vittorie in Svizzera. Credo che sia una squadra molto unita. E soprattutto, nel momento in cui parlo con i corridori per farli venire qua, parlo subito chiaro. Ragazzi come Adam Yates, come Sivakov, come Wellens e Politt, sanno che avranno il loro spazio, ma quando c’è Tadej, si corre per lui. Sono le condizioni che poniamo prima ancora di firmare il contratto. Non sono io quello che li fa firmare, ma ho una sola parola e quella va sempre rispettata. Quando Almeida e Ayuso mi hanno chiesto di venire al Tour, gli ho detto che andava bene, ma che avremmo corso con l’idea di un leader unico e non sarà fatto niente di diverso rispetto a quello che avevamo deciso.

Proprio a proposito di programmi decisi da dicembre: si è valutato di inserire Majka nel gruppo Tour, dopo il bel Giro che ha fatto?

No, mai. Il programma è fatto, definito e chiaro. Si cambia solo se un corridore sta male, come è successo per Jay Vine che è caduto. Per il resto, credo che la forza della nostra squadra sia proprio questa. Vedremo alla fine se anche questa volta il nostro metodo darà buoni frutti.