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EDITORIALE / Non è più il tempo delle tendiniti

16.08.2022
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Non è più il tempo delle tendiniti e Dumoulin lo sa bene. Oggi va via la testa, punto e basta. Le tendiniti minarono la carriera di Fignon. Il parigino, di cui abbiamo parlato di recente ricordando la vittoria di Nibali ad Asolo, vinse il primo Tour a 23 anni e il secondo a 24, battendo pezzi grossi come Hinault e Lemond. Ci si stupisce per le vittorie precoci di Pogacar, senza rendersi conto che è già successo. Solo che allora le minori conoscenze fisiologiche e preparazioni spesso empiriche esponevano i ragazzi a carichi di lavoro che il fisico non era pronto a sostenere.

Fignon penò parecchio per rimettersi in sesto e non ci riuscì mai del tutto. Ugualmente si portò a casa il Giro d’Italia del 1989 e secondi posti beffardi, come quello del 1984 in Italia alle spalle di Moser e quello del 1989 a Parigi dietro Lemond.

Tour del 1984, Fignon in giallo a 24 anni, Lemond iridato con un anno di meno. Dall’anno dopo vennero fuori le tendiniti del francese
Tour del 1984, Fignon in giallo a 24 anni, Lemond iridato ne aveva 23

Oggi non è più tempo di tendiniti. I corridori vanno in palestra. Hanno imparato a non abusare dei rapporti avendo capito che l’elevata frequenza di pedalata permette di esprimere meglio la potenza. Integrano meglio dopo gli sforzi e offrono un miglior supporto al proprio corpo. Oggi il punto debole è nella testa e per quella c’è poco da fare. Se il filo si spezza, non c’è modo di riannodarlo.

La ricerca della perfezione

Ne ha parlato giorni fa Enrico Battaglin, descrivendo la sua fatica nel tenere i ritmi del ciclismo attuale.

«Il problema – diceva – è che tutti hanno alzato il loro livello. Serve curare il dettaglio per colmare il gap. In più cresce il livello di stress, perché sei sempre alla ricerca del limite. Per questo non credo a carriere lunghe. Anche per i leader. Quando sono passato, i veri capitani puntavano ai loro obiettivi e nel resto delle corse lavoravano o lasciavano spazio. Adesso anche loro sono sempre al 110 per cento».

Bettiol ha investito fortissimo sul Tour, mettendo da parte tutto il resto
Bettiol ha investito fortissimo sul Tour, mettendo da parte tutto il resto

Ne aveva parlato in precedenza Moreno Moser, raccontando di una conversazione avuta con Bettiol nelle settimane che portavano al Tour.

«Quello che mi diceva Alberto è che ormai il ciclismo è così totalizzante, che devi prendere questo lavoro per step. Da qui al Tour non esisto più, sono un robot. La vita è solo quella della bici e dell’allenamento. Il recupero si farà dopo…».

L’esempio di Dumoulin

Nella trappola è caduto nuovamente Dumoulin, che pure la prima volta provò a riannodare i capi. AI primi del 2021 annunciò infatti con un lungo post su Instagram che si sarebbe fermato

«Ho deciso di congedarmi per un periodo di tempo indeterminato dal nostro bellissimo sport. Da troppo tempo sento una grande pressione. Ho dimenticato me stesso, volendo fare il meglio per la squadra, gli sponsor e tutti gli altri. Ho dimenticato cosa voglio davvero in questo sport e per il mio futuro. Poiché non ho questa risposta chiara per me stesso, in realtà non sto nemmeno facendo del mio meglio per le persone intorno a me. Ho davvero bisogno del tempo per avere le cose chiare nella mia testa su cosa voglio e come lo voglio».

Il talento di Dumoulin si rivelò al massimo quando vinse il Giro d’Italia del 2017
Il talento di Dumoulin si rivelò al massimo quando vinse il Giro d’Italia del 2017

Il ritorno

Non si trattava di scarso amore per lo sport, dato che dopo aver postato quel suo scritto, andò a farsi un giro in bici e fece in modo di farsi vedere lungo la strada delle corse che passavano vicino casa sua a Maastricht.

Il richiamo del gruppo fu più forte, al pari della sua voglia di non arrendersi. Lo vedemmo a Livigno. Lo applaudimmo sul podio della crono olimpica di Tokyo. Ci illudemmo che il nodo tenesse. Fu quando lo vedemmo stordito sul Block Haus al Giro che capimmo che non era vero niente. E puntuale come un presagio, è arrivato ieri l’annuncio del ritiro definitivo. Si trattava comunque di un ritorno a orologeria: Tom avrebbe mollato dopo la crono dei mondiali, ma non ce l’ha fatta.

Il ritorno di Dumoulin nella crono di Tokyo, conclusa con l’argento alle spalle di Roglic
Il ritorno di Dumoulin nella crono di Tokyo, conclusa con l’argento alle spalle di Roglic

Di nuovo al tappeto

«Quando ho deciso di tornare – ha scritto su Instagram – l’ho fatto con un senso di libertà, alle mie condizioni, con il supporto della squadra e con la mia motivazione intrinseca come carburante principale. Questo è ciò che mi ha riportato la gioia del ciclismo dei primi tempi. Ma noto che non ce la faccio più. Il serbatoio è vuoto, le gambe sono pesanti e gli allenamenti non stanno andando come speravo. Dal mio duro incidente in allenamento lo scorso settembre (Dumoulin fu investito da un’auto e ha dovuto sottoporsi ad un intervento chirurgico per mettere a posto il polso destro, ndr), qualcosa si è rotto di nuovo. Ho dovuto interrompere i miei sforzi ancora una volta e affrontare un’altra delusione».

Era troppo e ogni tentativo di tornare davanti ha aggravato il senso di fatica e di frustrazione. Le tendiniti le aggiusti, la mente no.

Staccato sul Block Haus, primo vero arrivo in salita del Giro 2022: sembrava volesse essere altrove
Staccato sul Block Haus, primo vero arrivo in salita del Giro 2022: sembrava volesse essere altrove

Rischio burnout

Ci sono due modi per elaborare l’esperienza dell’olandese. Attaccargli l’etichetta di debole e lasciarlo andare. Oppure riflettere sul campione che si è perso nel nome della ricerca spasmodica della perfezione. L’uomo non è una macchina, esiste un limite (soggettivo) oltre il quale è rischioso andare. Il burnout è una sindrome sempre più diffusa nel mondo del lavoro, da quando ad esempio la connettività permanente impedisce di sottrarsi alla pressione e alla necessità di essere presenti.

Nelle squadre è spuntata da qualche tempo la figura dello psicologo e in alcuni casi dello psichiatra. Il corridore prova sempre a rialzarsi e ripartire, ma non c’è fase nella sua vita che non sia tiranneggiata dall’esigenza di perfezione. Siamo certi che leggeremo presto sui social che altri alle prese con lavori ben meno gratificanti stanno decisamente peggio. Non abbiamo indicazioni da dare, si tratta pur sempre di aziende gestite da altri. Ci chiediamo semplicemente se vada bene così.

EDITORIALE / Perché uno vinca, serve un altro che perda

22.11.2021
4 min
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Guillaume Martin, corridore filosofo della Cofidis, ha scritto un altro libro. Il primo si intitolava “Socrate a velò”, cioè Socrate in bicicletta. L’altro, il secondo, l’ha chiamato “La Société du peloton”, vale a dire la società del gruppo. Gli spunti che offre sono molteplici, ma attraverso un paio di essi cerchiamo di leggere quanto accade nel ciclismo, lanciato verso il 2022 con l’affanno di riprendersi ciò che il Covid s’è portato via.

Martin è l’uomo di punta della Cofidis per la salita, ma è noto più che altro per i suoi studi di filosofia
Martin è l’uomo di punta della Cofidis per la salita

Il gruppo e il campione

Una volta un corridore scherzando sul suo piazzamento nelle retrovie, disse che per dare grandezza ai primi c’è bisogno anche dello scenario composto da quelli che vengono dopo.

«Non possiamo vivere senza gli altri – scrive Martin – biologicamente, sociologicamente o economicamente. Resta da vedere come collaborare con loro senza dimenticare se stessi, come uscire dal gioco senza danneggiare il gruppo senza il quale non esisteremmo. Il campione ha bisogno di un gruppo per affermare le sue ambizioni. Emana da esso e ne fa parte e tuttavia cerca di distinguersi da esso, di sfuggirgli».

Sembra invece che lo stesso affanno di cui si diceva in avvio si sia impadronito anche dei ragionamenti dei manager, che dovrebbero essere più lungimiranti. Nei giorni scorsi, Gasparotto ha esposto il problema con grande lucidità.

«Ai miei corridori ho da raccontare esperienze pratiche che a me sono costate – ha detto – io ho avuto tempo per rimediare, loro non ce l’hanno. Bisogna tirare fuori il meglio da tutte le situazioni, perché oggi il margine di errore è davvero ridotto».

Oggi si investe per cercare i primi, rovistando fra gli juniores, lasciando che gli altri smettano. Va bene che il professionismo è composto dall’elite del movimento mondiale, ma in nome di cosa chi ne faceva parte ieri, ne è fuori oggi? Non fuit in solo Roma peracta die: Roma non fu costruita in un solo giorno.

Al Tour del 2018, Dumoulin finì 2° dietro Thomas, Roglic fu 4°. Dopo il… buco del 2019, tutt’altro scenario
Al Tour del 2018, Dumoulin finì 2° dietro Thomas, Roglic fu 4°. Dopo il… buco del 2019, tutt’altro scenario

Dumoulin e Roglic

Il collegamento con il passaggio successivo del libro di Martin è a questo punto immediato. «Viviamo in un mondo che esaspera le piccole differenze – scrive il francese – che le amplia. Oggi sono diventato il leader di una squadra e come tale godo di uno status radicalmente diverso da quello di corridori che ho a malapena dominato nelle categorie amatoriali».

Vengono in mente Dumoulin e Roglic, due corridori che si sono spesso sfidati prima di diventare compagni di squadra. Fino alla caduta nel Giro del 2019, lo score era tutto dalla parte dell’olandese. Poi il blackout e lo sbocciare dell’altro. In un’intervista pubblicata su Cyclingnews, uno dei tecnici della Jumbo Visma dice che l’olandese è ancora un corridore da grandi Giri e come tale potrebbe tornare al Tour de France nel 2022.

Nessuno di quelli che conosce Dumoulin lo ha mai messo in dubbio. Fra i due la differenza l’ha fatta la testa. Eppure, nonostante sia tornato ai vertici con una medaglia olimpica nella crono, c’è stato bisogno dell’intervento del preparatore. Il ciclismo era già passato oltre.

Martin si stupisce dei continui paragoni del ciclismo di oggi con quello di un tempo
Martin si stupisce dei continui paragoni del ciclismo di oggi con quello di un tempo

Un’insolita bulimia

E alla fine è ancora il libro di Martin a fornire una lettura chiara di quello che vivono oggi i corridori. Si parte tuttavia dal presupposto che ciascuno ha la percezione dell’epoca in cui si muove e che il peso della storia sia un carico difficile da sostenere. E’ così in ogni ambito: dalla durezza della scuola rinfacciata ai figli, a quella del lavoro.

«Sono stupito – scrive Martin – dei profili Twitter che esaltano il ciclismo di una volta. E’ facile suggerire che noi ciclisti contemporanei siamo pigri rispetto ai nostri gloriosi predecessori. Nel percorso del prossimo Giro appena svelato, nessuna tappa supera i 200 chilometri. Non credo però che siamo meno coraggiosi dei ragazzi che ne facevano 400. Da un lato, tutto dipende dall’intensità. Dall’altro, la nostra vita è un impegno costante e alla sopportazione chilometrica si somma ogni dettaglio della quotidianità. Non scaliamo l’Alpe d’Huez a tutta, come non facciamo 400 chilometri. Quando arriviamo ai piedi di una salita, il nostro cuore è già a 180 battiti e sappiamo che passeremo mezz’ora ad un’intensità che Henri Cornet o Maurice Garin non hanno sperimentato. Non possiamo proiettarci nei corpi di un’altra epoca».

Questo ciclismo così veloce li divora, ne rende alcuni indubbiamente ricchi e altri li abbandona. Accettarlo senza mettersi di traverso è il modo migliore perché la velocità aumenti. Martin in apparenza non si chiede chi abbia convenienza da tutto questo: forse sarebbe utile chiederselo e trovare una risposta.

La quotidianità non ammette grossi recuperi e tolta la settimana di vacanza, non c’è spazio per altro. A volte si parla di carriere più corte a causa dell’impegno precoce. Quella di Dumoulin ha rischiato di finire anche per quest’ansia di riempire, sfruttare, produrre e ripagare gli investimenti che a tratti assume i contorni di un’insolita bulimia. Dopo qualche mese di stacco, il suo talento è tornato a brillare.

Colbrelli, è tutto nella testa. E la pressione si può gestire

15.09.2021
5 min
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«Sono davvero contento, non è mai semplice partire, correre e vincere da favorito. Correvamo in casa, non ero nella super condizione, perché un po’ di pressione me la sono messa. Ero in po’ bloccato. La nazionale girava alla grande e volevo ricambiarli».

Con queste parole Sonny Colbrelli ha iniziato il racconto della vittoria di Trento, spiegando che a causa della pressione che si era messo addosso da solo, non avesse delle grandi sensazioni in bici. Il suo coach Artuso ha invece spiegato come i test fossero ottimali. E allora noi prendiamo spunto delle parole del campione europeo per capire che rapporto ci sia fra testa e gambe quando la pressione sale in modo deciso. Per farlo siamo nuovamente con la dottoressa Manuella Crini, psicologa piemontese super titolata, con cui in passato abbiamo sondato più volte le abitudini e i disagi degli atleti.

Le lacrime dopo la vittoria di Trento fanno capire quanto fosse alta in lui la pressione
Le lacrime dopo la vittoria di Trento fanno capire quanto fosse alta in lui la pressione
E’ possibile che correre vicino casa ed essere per la prima volta leader della nazionale possa bloccarti?

Certo che sì, ti viene il peso addosso. E’ ansia. E’ stress, una roba che ormai abbiamo fatto diventare patologica. Sono funzionamenti fisiologici del corpo volti a garantirci la sopravvivenza. L’ansia è strettamente connessa alla paura. La paura è un’emozione regolata dall’amigdala, che scatena tutta una serie di azioni ormonali che provocano tre reazioni comportamentali: fuga, attacco o freezing. Tre modalità che abbiamo per affrontare uno stimolo esterno pericoloso.

Come funzionano?

Sono una preda, arriva il predatore e posso scappare. Quindi ovviamente c’è l’azione del battito cardiaco con il sangue che viene portato nelle parti distali, svuoto gli intestini, mi libero di tutto e scappo. Oppure attacco, se sono bravo nel gestire il predatore. Altrimenti con il freezing mi congelo. Se io mi paralizzo, il predatore magari non mi vede più.

Manuella Crini, piemontese, nostra guida nei complessi meandri dei comportamenti
Manuella Crini, piemontese, nostra guida nei complessi meandri dei comportamenti
E se il predatore ce l’abbiamo dentro?

Il problema di noi esseri umani è che ci facciamo spaventare dai pensieri e non dal predatore, però le reazioni sono le stesse. Quindi quel senso di peso nelle gambe, la condizione che non è ottima, può essere un mix tra il blocco del freezing e l’incertezza. La scelta è fra scappare e combattere. Il pensiero non è valutabile tanto quanto un predatore, ma certo hai un’attivazione del sistema nervoso autonomo. E se porta con sé un senso di pesantezza, allora è avvenuto anche il passaggio nel sistema nervoso autonomo. In questo caso più che paura è stress. E lo stress se ben gestito ti aiuta ad aumentare la performance, come anche la paura. Perché produci comunque adrenalina. Il battito cardiaco accelera e quindi corri più veloce.

La situazione ambientale incide?

E’ il limite, che probabilmente in questo caso è stato superato. Perché sei in un ambiente familiare e quindi devi dimostrare di più. Poi ci sarà sicuramente la sua storia di vita, cioè com’era giudicato nel suo paese quindi l’ansia la prestazione aumenta. E quella ti può paralizzare. E’ stato molto bravo Colbrelli a un certo punto ad elaborarla.

Quando ti assale di solito?

In teoria ti aggredisce nel momento in cui hai la valutazione dello stimolo. In pratica puoi avere l’ansia anticipatoria, cioè inizi a pensare alla situazione e il tuo cervello la raffigura come se la stessi vivendo davvero. E’ come se fosse reale. Il cervello vive solo nel tempo presente, quindi attiva l’ansia e con essa arriva un’immagine mentale che può anche indurti a rinunciare .

Con la ricerca della giusta concentrazione, anche gestire la pressione diventa più agevole
Con la ricerca della giusta concentrazione, anche gestire la pressione diventa più agevole
Il cervello fa tutto da sé?

Alla fine lavoriamo costantemente oscillando tra il passato e il futuro. La memoria non è solo il ricordo di quello che ci è accaduto, ma anche una memoria prospettica, quindi in grado di pianificare. E nella pianificazione, immaginiamo sempre ogni decisione. Appena sappiamo di partecipare alla data gara, nel cervello si attiva già l’immagine del contesto e del luogo. E in automatico le emozioni vengono trascinate dentro, quindi anche la paura.

Un passaggio davvero automatico?

All’inizio magari pensi che sia figo correre vicino casa, però poi nel tempo i pensieri lavorano e quelli non li comandi. Emeronoe in maniera spontanea e magari resta a livello subcosciente. Poi nel momento in cui ti trovi lì, nel contesto reale e con stimoli più forti, dal subconscio viene fuori nel cosciente e a quel punto scattano tutti i meccanismi. Più che di stress, in questo caso è veramente ansia. Ansia intesa come paura, ma non relativa alla prestazione, quanto piuttosto legata al giudizio. E ti sembra di non avere forze.

In realtà il suo preparatore dice che la condizione fisica era ottima.

Allora è stato freezing, quando senti un peso che ti blocca. Il freezing è ricorrente nel mondo animale. Avete presente i due animaletti dell’Era Glaciale che si fingono morti? Quello è freezing. Nell’uomo non è così, a meno che ad esempio non stai subendo un abuso sessuale, allora puoi veramente avere un freezing totale. Altrimenti stai nel range tra la performance normale e il blocco totale. Senti pesantezza alle gambe, la paura ti blocca, ti frena.

Solo la grande convinzione ti permette di resistere agli attacchi dei rivali più forti
Solo la grande convinzione ti permette di resistere agli attacchi dei rivali più forti
Una volta che l’hai sconfitta non torna più?

Si crea uno storico molto forte, cioè ci appoggiamo molto a quello che abbiamo già passato. Se in passato l’abbiamo superato e siamo abbastanza bravi da averne memoria, allora non accade più. Se invece pensiamo che quella volta è stata un’eccezione alla regola, allora la volta successiva vado ancora in ansia.

Fa parte di un processo di crescita, giusto?

Nella nostra storia c’è comunque qualcosa di un vissuto che ti porti dentro. Quando sei sicuro di te dei tuoi mezzi, non vuol dire pensarsi immortali o in grado di fare tutto. E’ avere una buona conoscenza delle proprie capacità e dei propri limiti. Capire come funzioni ti permette di funzionare al meglio. Se sei insicuro su alcune cose, i tuoi limiti vacillano. Quindi non sei molto in grado di gestire tutto. Ripeto, lui è stato molto bravo…

Ora degli juniores parlano i tecnici regionali

14.09.2021
5 min
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Ormai il tema legato agli juniores è “il” dibattito di questo periodo. L’epilogo dell’Europeo con le dichiarazioni al vetriolo di De Candido è stato solo l’ultima goccia di un tema che era sul tavolo e che anzi su queste pagine avevamo sottolineato in tempi non sospetti, quasi presagendo quel che stava per avvenire. Ne abbiamo parlato con molti diesse, ma come la pensano i responsabili di categoria in seno ai comitati regionali?

Le rappresentative regionali juniores hanno due sole occasioni per essere selezionate: Campionati Italiani e Giro della Lunigiana e sicuramente, tastando il polso nell’ambiente, è un po’ poco. Molte società sarebbero anche disponibili per un’attività più corposa, sempre nel segno del dialogo: «Una volta si avevano più occasioni – sottolinea Salvatore Balestriere responsabile della Campania – dal 2019 c’è stato un regresso, un po’ per il Covid, ma anche per la mancanza di occasioni. Noi facciamo un incontro iniziale con tutte le società per tracciare un programma condiviso, che coinvolge le principali prove del calendario».

Tricolori juniores 2017
Il calendario italiano prevede due sole sfide per rappresentative regionali, ai Tricolori e al Lunigiana. Poco in confronto ad altre specialità ciclistiche
Tricolori juniores 2017
Il calendario italiano prevede due sole sfide per rappresentative regionali, ai Tricolori e al Lunigiana. Poco in confronto ad altre specialità ciclistiche

Con Evenepoel è cambiato tutto

«Noi abbiamo insistito e ottenuto una trasferta anche alla Strade Bianche – gli fa eco Christian Murro per il Friuli – siamo una regione piccola. Questo ci aiuta nel trovare maggiori occasioni d’incontro, in sintonia con il responsabile della pista Buttazzoni».

«Seguendo tutte le corse in Toscana posso mantenere forti legami – afferma Alessio Lazzeri – e siamo riusciti a fare un paio di uscite prima dei tricolori, ma resta comunque poco in base a quel che si potrebbe fare. Ad esempio stiamo pensando a uno stage invernale per juniores, tra gennaio e febbraio con una decina di elementi ai quali far fare anche pista e offroad, per verificare anche le loro capacità a 360°».

Molti sono nell’ambiente juniores da anni, eppure la sempre più precoce ricerca del massimo risultato ha messo spalle al muro molti tecnici.

«Abbiamo a che fare con team gestiti come quelli dei professionisti – dice Stefano Vitellozzi delle Marche non senza rammarico – così ti ritrovi team che vanno continuamente in ritiro a Livigno. D’altronde non è un tema solo italiano, all’estero ragionano così e vincono e quindi molti vogliono fare lo stesso. Evenepoel ha cambiato tutto, i team cercano il campione in erba, che vince subito. Risultato? Da un momento all’altro il ragazzino che gareggiava con i pari età si ritrova a fare il Laigueglia con i big. Giusto? Sbagliato? Lo dirà il tempo…».

Remco Evenepoel, qui vincitore ai Mondiali junior 2018, con il suo immediato ingaggio alla Deceuninck ha scardinato il sistema
Remco Evenepoel, qui vincitore ai Mondiali junior 2018, con il suo immediato ingaggio alla Deceuninck ha scardinato il sistema

E se gli Under 23 sparissero?

«Non è solo il caso di Evenepoel – ribatte Lazzeri – quando ti trovi un ragazzo di 24 anni che ha già due Tour, nessuno pensa che quello stesso ragazzo già a 18 anni aveva un patrimonio atletico fuori del comune, si cerca lo stesso. Oggi il ciclismo è uno sport a parte, dove si vuole tutto e subito. Anche nel calcio i migliori talenti juniores fanno la loro gavetta nelle serie minori, qui invece non si attende. Poco importa che a 25 anni saranno corridori spremuti, ce ne saranno altri al loro posto. Andrebbe anche bene, se si considerasse chi matura dopo e magari vincerà a 28 anni e oltre. A questi invece non si dà tempo e si rischia di farli smettere prima».

Stefano Sartori, responsabile per il Trentino, è anche più pessimista: «Di questo passo la categoria U23 andrà a sparire e tanti ragazzi lasceranno e penseranno a trovarsi un lavoro quando invece avrebbero chance per fare bene per un po’ d’anni e mettere da parte qualcosa. Noi parliamo degli juniores, ma a livello inferiore la situazione è ancora più grave, trovi allievi che fanno 6 allenamenti settimanali quando una decina di anni fa si arrivava a 3. Se non vinci da allievo già fatichi a trovare posto in un team junior e così via. Bisognerebbe darsi tutti una ridimensionata…».

Oioli con il vincitore Martinez al Giro della Lunigiana: all’estero è caccia aperta al talento precoce
Oioli con il vincitore Martinez al Giro della Lunigiana: all’estero è caccia aperta al talento precoce

La difficile coesistenza con lo studio

Qualcuno però mette in evidenza un aspetto spesso dimenticato: parliamo di ragazzi ancora in età scolare.

«Io infatti dico da tempo che servirebbe un anno in più per la categoria – riprende Balestrieri – perché molti sono alle prese con la Maturità, le gare coincidono con un momento importante nella loro crescita. La Fci ai migliori consente una permanenza suppletiva, ma io sono dell’avviso che servirebbe qualcosa di strutturale, concordato con gli enti internazionali, perché la concomitanza dell’attività con la scuola non è da tutti “digerita” senza problemi».

Un altro aspetto sottolineato da molti è che bisogna avere a che fare con molte figure che fino a pochissimi anni fa non c’erano: «il ruolo dei diesse è sminuito – lamenta Aldo Delle Cese del Lazio – molti ragazzi hanno preparatore, dietologo e questo fa sì che il tecnico non sia più seguito perché agiscono in proprio. Io poi penso che andrebbe imposta la permanenza fra gli U23 almeno per un paio d’anni, perché questa continua caccia al talento porta troppi ragazzi a saltare la categoria approdando in un mondo che non conoscono, senza i mezzi adeguati, spesso anche senza il talento adeguato».

Tricolori junior 2021
Il podio degli ultimi tricolori junior: dai responsabili regionali arrivano molte proposte per rilanciare il settore
Tricolori junior 2021
Il podio degli ultimi tricolori junior: dai responsabili regionali arrivano molte proposte per rilanciare il settore

L’importanza del “mestiere”

Un concetto ripreso da Murro, sulla base della sua esperienza da pro: «Ci troviamo ragazzi che hanno la metodologia, gli strumenti, ma la vita fra i professionisti è fatta di tante altre cose. Non si insegna più il “mestiere”, manca quella gavetta che avevi tra i dilettanti e che potrebbe ancora esistere fra gli U23, l’imparare quelle sottigliezze che solo il tempo può darti e che saranno decisive per sopravvivere. Per questo penso che sarebbe importante avere qualche occasione in più per lavorare con i ragazzi come rappresentativa, provare a insegnare loro cos’è davvero il mestiere».

E’ un sistema che può cambiare? Forse, ma bisogna tenere conto anche del mondo nel quale viviamo, come sottolinea Balestriere: «I ragazzi guardano sui social le esperienze degli altri e alzano la propria asticella, trovano su Strava i riferimenti di questo e quel campione, questo e quel percorso e si adeguano. Io non mi sento di condannarli, c’è un condizionamento mediatico che non lascia scampo».

EDITORIALE / Ripartiamo dai tempi di Zenoni e Fusi?

13.09.2021
4 min
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L’11 ottobre del 1998 era di domenica. I mondiali juniores si correvano a Valkenburg e nella prova su strada degli juniores, un irlandese poco noto di nome Mark Scanlon si lasciò alle spalle Filippo Pozzato (foto di apertura). Il vicentino era convinto di vincere e non la prese affatto bene, per cui sul podio si mise in faccia il grugno migliore e ascoltò l’inno del vincitore come una marcia funebre. Aveva già conquistato il podio nella crono, terzo dietro Cancellara e Hieckmann, per cui il secondo piazzamento in pochi giorni gli parve insostenibile. Quando di questo si accorsero Davide Balboni e Antonio Fusi, tecnico di categoria e responsabile delle nazionali giovanili, Pozzato venne richiamato all’ordine perché non era possibile che un secondo posto venisse accolto come una sconfitta. Negli juniores si corre per fare esperienza e qualunque risultato va preso e analizzato, per farne tesoro la volta successiva.

Nel 2019 per De Candido l’oro nella crono con Tiberi, del Team Franco Ballerini
Nel 2019 per De Candido l’oro nella crono con Tiberi, del Team Franco Ballerini

Una vecchia casa (gloriosa)

Ventitré anni dopo, agli europei di Trento, è successo qualcosa che a suo modo ci ha riportato a quel giorno. Solo che in questo caso la parte dell’infuriato l’ha recitata il tecnico della nazionale, che ha puntato il dito contro i corridori e la loro passività. La storia è nota, ne stiamo discutendo da quel giorno, e ci permette di proseguire nell’analisi.

Il ciclismo italiano è come una gloriosa casa di campagna, costruita di pietra antica. E’ andata bene per decenni, ma quando si è trattato di ristrutturarla e adeguarla alle nuove normative tecniche, anziché ragionare su come farlo in modo duraturo e organico, si è cominciato ad aggiungere accessori e piani, senza sincerarsi che la struttura fosse in grado di sorreggerne il peso e fosse completamente compatibile.

Idee chiare

Il passo indietro è stato evidente, ma forse è visibile soltanto a chi c’era anche prima. Siamo passati da una nazionale presente e capace di coinvolgere le società, gestendo la preparazione degli atleti convocati, a una nazionale che non si intromette. L’ha raccontato bene ieri Luca Colombo. Zenoni, ha detto, e Fusi dopo di lui seguivano le corse in moto, prendevano appunti, sceglievano, si formavano un’idea e la portavano avanti sino in fondo. Nessuno era a favore di Gualdi nel 1990 in Giappone, ma Gualdi divenne campione del mondo. Nessuno avrebbe lasciato a casa Bartoli per fare posto a Casartelli a Barcellona 1992, ma Fabio divenne campione olimpico. Nessuno nel quartetto avrebbe tolto di mezzo lo stesso Colombo a Oslo 1993, ma Fusi inserì Fina e vinse il mondiale con la Cento Chilometri.

Selezionare non basta

Il cambiamento lo vollero il presidente Di Rocco e i suoi consulenti tecnici a partire dal 2005. Non più tecnici giovanili che preparano, bensì largo ai selezionatori. Così dai tempi di Zenoni e Fusi, capaci anche di porre un argine all’eccesso di attività dei più giovani con provvidenziali raduni in altura, si è lasciato tutto in mano alle squadre. Si fissa la data e sta a loro portarceli tirati a lucido. Ma come? Sono iniziati gli eccessi, il conteggio delle vittorie, l’abuso tecnologico e la gestione smodata di talenti che arrivano al professionismo già spremuti.

Nibali fu il risultato della prima gestione, che lo accompagnò longitudinalmente dagli juniores agli under 23 e poi al professionismo. Oggi non c’è regia. Si formano le squadre e si va alle corse senza alcuna garanzia tecnica che andrà bene. Qualcuno in tutto questo ha davanti agli occhi un progetto a lungo termine per i ragazzi che vestono l’azzurro sin dagli juniores?

Dove sono finiti quelli del 90? Solo pochi tengono duro

12.06.2021
6 min
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La paura fa… 90. Stavolta non c’entra nulla la cabala, ma un’annata che ha prodotto talenti incredibili anche se, per un motivo o l’altro, alcuni di loro si sono persi o non hanno mantenuto le aspettative trasmesse da dilettanti o dopo i primi anni di professionismo. Attenzione, in questa nidiata non mancano fenomeni assoluti però molti di loro hanno sofferto – anche più del dovuto – lo stress, fino ad arrivare al ritiro anticipato o ad una pausa di riflessione della carriera.

Sagan, classe 1990, continua a vincere ed è forse l’eccezione fra i corridori della sua età
Sagan, classe 1990, continua a vincere ed è l’eccezione fra i corridori della sua età

Capo Sagan

La stella polare di questa annata, in cui tengono banco Mikel Landa e Nairo Quintana, è senza dubbio Peter Sagan – 31 anni fatti a gennaio, passato nel 2010 in Liquigas, finora 117 vittorie totali di cui 58 nelle prime quattro stagioni da professionista – il quale ha abituato tutti sin troppo bene, al punto che qualche detrattore lo dipinge sul viale del tramonto quando, palmares alla mano, non gli si può contestare nulla. E tanto ha ancora da dare, pur dovendo fare i conti sia con la pressione del risultato, sia con la nouvelle vague dei giovani campioni affamati e pigliatutto.

Casi diversi

Della stessa classe di nascita dello slovacco abbiamo altri esempi di ragazzi che, dopo le speranze iniziali, avrebbero potuto dominare per molto tempo e che adesso sembrano essere invecchiati precocemente o appaiono incompiuti.

Naturalmente ci sono tante varianti – infortuni, avversari più forti – che condizionano una carriera e per qualcuno di essi hanno inciso tanto, troppo. Moreno Moser, Aru (in apertura contro Contador al Giro 2015), Cattaneo, Diego Rosa, Dumoulin, Pinot, Bardet e Phinney, per citare i casi più eclatanti, hanno alternato grandi successi a battaglie anche contro lo spettro di stati melanconici e umorali vicini alla depressione. E questi aspetti ti svuotano più di una tappa di trecento chilometri con settemila metri di dislivello.

Moreno Moser è del 90 e ha vissuto un primo anno da pro’ stellare, poi ha avuto cali di tensione
Moreno Moser è del 90 e ha vissuto un primo anno da pro’ stellare, poi ha avuto cali di tensione

Il punto di Amadori

Nel 1990 Marino Amadori – ct della Nazionale U23 dal 2009 – ha terminato la sua buonissima carriera da pro’ e a lui, che di giovani se ne intende, abbiamo provato a chiedere di analizzare questa particolare situazione proprio mentre sta seguendo dal vivo il Giro d’Italia U23 dove sta dominando il diciottenne Ayuso, il nuovo ennesimo fenomeno del panorama internazionale.

Da dove possiamo partire, da un confronto fra le varie epoche? 

Non è facile trovare i motivi o dire il perché. Ai miei tempi non c’era tutta l’esasperazione di adesso nel passaggio da dilettante a professionista. E che c’è anche tra gli juniores e le categorie vicine. Però va detto che non c’erano nemmeno tutta la attenzione e la cura che vengono riservate ai ragazzi attuali.

Battaglin ha lanciato lampi di classe e alternato momenti di buio
Battaglin ha lanciato lampi di classe e alternato momenti di buio
Spiegaci meglio.

Forse i ragazzi nati in quel periodo, fra il 1989 e il 1991, erano meno preparati nei minimi dettagli, sia fisici che mentali, rispetto a quelli di adesso al passaggio tra i pro’. Sono passati 10-11 anni, quindi non un’eternità, ma la differenza c’è e quelli di adesso soffrono meno il salto.

C’è un rovescio della medaglia per te?

Certo, e non è da sottovalutare. La seconda riflessione che faccio infatti è che così facendo si rischia di bruciare i ragazzi più di quelli del ’90, visto che l’abbiamo presa ad esempio. Adesso corridori, direttori sportivi, team manager, genitori, vogliono tutto e subito. Non c’è più pazienza, ma invece serve eccome, non bisogna avere fretta. Chiaramente non è così per tutti, però bisogna prestare attenzione. Inoltre molti ragazzi hanno attorno tantissime figure che da una parte tendono ad innalzare la loro qualità di atleta e dall’altra tendono a creare stress e pressioni.

Dumoulin, classe 90, vincitore del Giro 2017, poi un continuo calare
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Una volta un corridore a trent’anni suonati poteva essere considerato a fine corsa, ma lo sport dell’ultimo periodo ci propone talenti precoci e campioni datati. Nel ciclismo come funziona?

Intanto dico che per me un altro come Valverde (quarantunenne alla ventesima stagione da professionista ad altissimi livelli e pronto a rinnovare anche nel 2022, ndr) non lo troveremo più, mentre al giovane fuoriclasse non possiamo chiedere sempre il massimo perché vivono un insieme di situazioni non semplici. Poi dobbiamo anche considerare che talvolta qualcuno di loro si trova a convivere, ancora giovane, con un appagamento economico che può togliergli qualche stimolo. E questo può diventare un altro problema difficile da risolvere.

Secondo te Marino c’è una soluzione a tutto ciò?

La ricetta matematica non esiste, ci vuole molto buon senso da parte di chi gestisce questi ragazzi, ma non è semplice.

Giacomo Nizzolo, classe 1989, è esploso negli ultimi due anni perché vari infortuni lo hanno… protetto da un logorio eccessivo
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Ultima domanda: della lunga lista dei ragazzi del ’90, tutti di grande talento, da chi ti aspettavi qualcosa in più?

Li conosco tutti bene, sono diventato cittì quando loro erano dilettanti e ne ho convocati parecchi. Se posso allargo il discorso anche a qualche fuori età. Innanzitutto mi sento di fare i complimenti a Caruso, che è un po’ più vecchio ma che considero quasi di quella generazione, per il grande Giro d’Italia che ha fatto. E poi sono felice per Cattaneo che dopo anni di purgatorio sta facendo bene nella Deceuninck. Faccio però altri due nomi: Moreno Moser ed Enrico Battaglin, anche se lui è un ’89. Per me potevano fare tanto di più, ma è andata diversamente. Capita, questo è il ciclismo.