La vittoria di Wout van Aert alla recente Paris-Roubaix ha acceso ancora una volta i riflettori su un tema centrale nel ciclismo moderno: il ruolo determinante dell’attrezzatura “performance” nelle gare più estreme del calendario WorldTour.
In una delle edizioni più spettacolari degli ultimi anni, il corridore del Team Visma Lease a Bike ha conquistato il successo sul traguardo del Velodromo di Roubaix, al termine di uno sprint a due contro Tadej Pogacar. Una gara intensa, segnata da attacchi continui, forature e cambi di ritmo, dove la capacità di resistere alle difficoltà ha fatto la differenza.
Definita da sempre l’“Inferno del Nord”, la Paris–Roubaix rappresenta la sfida più brutale per uomini e mezzi. I suoi iconici settori in pavé mettono a dura prova controllo, stabilità e resistenza. Le vibrazioni costanti, gli impatti violenti e la perdita di aderenza trasformano ogni chilometro in una battaglia.
In questo contesto, l’attrezzatura non è un semplice supporto. Diventa un elemento decisivo per garantire efficienza, comfort e trasmissione della potenza. Ridurre l’affaticamento e mantenere il controllo sui tratti più sconnessi può determinare l’esito della corsa.
Parigi-Roubaix 2026, Van Aert, NimblParigi-Roubaix 2026, Van Aert, Nimbl
Il sistema Nimbl: performance integrata
E per vincere la sua prima Roubaix Van Aert ha utilizzato prodotti Nimbl, progettati secondo una filosofia di performance integrata. Non si tratta solo di scarpe o abbigliamento, ma di un sistema in cui ogni elemento lavora in sinergia per ottimizzare la resa dell’atleta.
L’obiettivo è chiaro: offrire massimo controllo anche nelle condizioni più estreme del WorldTour. Materiali avanzati, costruzioni leggere e soluzioni tecniche mirate permettono di trasformare le difficoltà del percorso in un vantaggio competitivo.
Al centro di questo sistema ci sono le Nimbl Ultimate Air, indossate da Van Aert durante tutta la corsa. Si tratta di scarpe progettate per atleti che cercano prestazioni senza compromessi.
La struttura monoscocca in carbonio garantisce massima rigidità e peso ridotto. La suola, con uno spessore inferiore ai 2 mm, consente una connessione diretta con il pedale, migliorando la trasmissione della potenza. Il sistema di chiusura con lacci assicura una calzata uniforme e precisa, mentre il profilo sottile contribuisce all’efficienza aerodinamica.
Sviluppate insieme agli atleti del WorldTour, queste scarpe rappresentano una sintesi di velocità, controllo ed efficienza, pensata per le competizioni più dure.
Le Nimbl Ultimate Air Pro EditionLe Nimbl Ultimate Air Pro Edition
Abbigliamento tecnico per condizioni estreme
Accanto alle calzature, anche l’abbigliamento gioca un ruolo fondamentale. I capi utilizzati da Van Aert sono difatti progettati per garantire aerodinamica e comfort durante sforzi prolungati. Leggerezza e vestibilità ottimizzata permettono di ridurre la resistenza all’aria senza limitare la libertà di movimento. Un aspetto cruciale in una gara come la Roubaix, dove il meteo può cambiare rapidamente e lo stress fisico è continuo.
La collaborazione tra Nimbl e il Team Visma Lease a Bike non è solo una sponsorizzazione. E’ un processo continuo di sviluppo, basato sul feedback diretto dei corridori e sulle reali condizioni di gara. Ogni singolo dettaglio viene testato sul campo. Ogni soluzione nasce da esigenze concrete. Questo approccio consente di migliorare costantemente i prodotti, adattandoli alle sfide del ciclismo professionistico.
Il percorso e i settori di pavé della Paris-Roubaix mettono a dura prova anche i materiali Il percorso e i settori di pavé della Paris-Roubaix mettono a dura prova anche i materiali
Prestazioni e tecnologia
La vittoria di Van Aert alla Paris-Roubaix 2026 conferma una tendenza chiara. Nel ciclismo moderno, la differenza non la fa solo la potenza. Conta la capacità di mantenerla quando le condizioni diventano estreme.
Su terreni dove il controllo è precario e l’efficienza non è mai garantita, ogni dettaglio tecnico può incidere sul risultato finale… In questo scenario, Nimbl continua a rafforzare la propria presenza nel WorldTour, sviluppando soluzioni pensate per chi cerca il massimo della performance. Un approccio che unisce artigianalità italiana e innovazione tecnologica, con un obiettivo preciso: trasformare ogni singolo watt in velocità, anche quando la strada diventa la più difficile del mondo.
Van der Poel ha buttato via la Roubaix. Pogacar è stato stratosferico, ma Van Aert l'ha messo nel sacco, correndo come quando si deve battere uno più forte
L’ultima Parigi-Roubaix è stata bellissima, incerta fino al velodromo e piena di colpi di scena. Anche per i molti imprevisti meccanici che hanno colpito tutti i grandi favoriti. Pogacar ha forato tre volte, Van Aert due, Van Der Poel addirittura due in poche centinaia di metri all’interno della Foresta di Arenberg, dalla quale è uscito con oltre due minuti di ritardo dal gruppo di testa.
Soprattutto la gestione del problema da parte del campione olandese e di tutta la sua squadra ha fatto alzare più di un sopracciglio, con il pasticcio del cambio bici tra lui e Philipsen risolto alla fine dal giovane Del Grosso che ha ceduto la sua ruota. Una situazione che ha attirato anche l’attenzione di Alan Marangoni, che su GCN ha raccontato la sua esperienza nelle Classiche del Nord.
L’ex corridore romagnolo ha spiegato che nei suoi anni alla Liquigas aveva il compito di stare sempre vicino a Peter Sagan, dal momento che aveva le sue stesse misure, pronto a passargli la bici in caso di imprevisti. Cosa infatti accaduta alla Roubaix del 2014 (ma non solo, come abbiamo scoperto). Quindi l’abbiamo contattato per farci raccontare la sua esperienza da uomo-ombra di un campione delle pietre.
Con Sagan ai tempi della Cannondale, quando Marangoni aveva il compito di scortare lo slovacco in caso di imprevistiCon Sagan ai tempi della Cannondale, quando Marangoni aveva il compito di scortare lo slovacco in caso di imprevisti
Alan, cos’è successo alla Roubaix del 2014?
Avevamo passato la Foresta di Arenberg – ricorda Marangoni – si andava forte e io ero riuscito a restare con Peter. Ad un certo punto, quando mancavano circa 70 chilometri all’arrivo, lui ha avuto un problema, mi pare avesse bucato. In quel momento ho tentennato un attimo perché non sapevo se aspettare l’ammiraglia, ma Paolo Longo Borghini che era con noi mi ha detto di dargli la bici e così ho fatto. Peter ha fatto più di 20 chilometri con quella, poi l’ha cambiata in un momento tranquillo sull’asfalto e alla fine è arrivato sesto.
Tu e Sagan avevate proprio le stesse misure?
Identiche. Io avevo solo qualche spessore in più sul manubrio, quindi una guida leggermente più alta. Infatti dopo quella volta Peter mi prendeva in giro, dicendo che gli sembrava di essere su un chopper. Ma non era la prima volta, era già successo quell’anno.
Quando?
Giusto due settimane prima, al GP E3 di Harelbeke. C’era stata una caduta abbastanza grossa e c’era un ammasso di corridori, le ammiraglie erano bloccate dietro e allora gli ho passato la bici. Anche in quel caso l’ha tenuta per un po’ di chilometri, poi l’ha cambiata e alla fine ha vinto la gara.
Marangoni ha esperienza con la Parigi-Roubaix: ne ha corse 5 finendone 3Marangoni ha esperienza con la Parigi-Roubaix: ne ha corse 5 finendone 3
Quindi era qualcosa che ti veniva chiesto proprio esplicitamente?
Sì certo, mi veniva sempre detto di stargli vicino, almeno il più possibile. Veniva più facile perché noi non dovevamo fare la corsa, a controllare c’era già la squadra di Cancellara. Quindi non dovevo tirare il gruppo, l’importante era che stessi lì con lui.
Torniamo alla Roubaix di quest’anno, alla scena di Van Der Poel che cammina a bordo strada contromano rispetto alla gara. Secondo te cosa non ha funzionato?
Secondo me lì tutto è partito da una decisione sbagliata di Philipsen che poi ha incasinato tutto. Non ha ragionato, ha voluto dare subito la bici a Van Der Poel senza pensare che è più basso e quindi la sua bici è più piccola e soprattutto che aveva dei pedali diversi. Lì è venuto fuori un disastro.
Quando sarebbe bastato che Philipsen desse la ruota al compagno e avrebbero perso la metà del tempo…
Infatti anche Van der Poel non era lucidissimo secondo me, anche se dall’esterno poteva sembrare il contrario. Certo in quei momenti non è sempre facile prendere le decisioni giuste, infatti credo dovrebbero allenarsi anche in questo, alla gestione degli imprevisti. Soprattutto in una corsa come la Roubaix.
Van der Poel ha perso la Roubaix per una serie di imprevisti: imprevisti complicati però da una gestione tutt’altro che impeccabileVan der Poel ha perso la Roubaix per una serie di imprevisti: imprevisti complicati però da una gestione tutt’altro che impeccabile
Come si potrebbe fare?
Non credo facciano riunioni su questo ed è strano se ci pensi, visto tutti gli altri dettagli sono studiati in ogni aspetto. Basterebbe dire prima cosa fare se succede qualcosa, mettere insieme la lista delle cose che possono succedere. Per esempio quando è meglio dare la bici al leader e quando è meglio aspettare l’ammiraglia, quando invece cambiare la ruota.
A volte sembra che i corridori siano così abituati a cambiare la bici per ogni problema che non pensino quasi più alla possibilità, a volte migliore, di cambiare soltanto la ruota.
Un po’ sì. Certo magari cambiando la ruota perdi immediatamente qualche secondo in più, ma poi hai la tua bici. Se invece ti trovi con una bici non tua e devi farci magari 10 o 20 chilometri, ovviamente non riesci a spingere allo stesso modo. Conviene decidere prima cosa fare, sapere già come si deve intervenire.
Come hai visto la scelta di Pogacar di prendere una bici dell’assistenza neutra? Bici della quale poi si è anche lamentato…
Ho parlato con un ragazzo dell’assistenza di Shimano e mi ha detto che loro hanno cinque bici con le misure dei cinque favoriti e in più con il reggisella telescopico per fronteggiare tutti gli imprevisti. Magari però questo dettaglio Pogacar non lo sapeva o lì per lì non se n’è accorto, ma bastava un attimo per regolarsi la sella come voleva lui. Invece dalle immagini si vede che era troppo alto e non pedalava bene. Quindi credo che quei suoi commenti siano stati ingenerosi, diciamo così.
Pogacar ha utilizzato per diversi chilometri la bici dell’assistenza Shimano, qualcosa di molto raro da vedere specie nelle ultime stagioniPogacar ha utilizzato per diversi chilometri la bici dell’assistenza Shimano, qualcosa di molto raro da vedere specie nelle ultime stagioni
Anche perché in quell’occasione nessuno dei suoi compagni si è fermato, cosa strana in una gara così importante.
In realtà in quel momento era l’ultimo della fila e semplicemente credo non l’abbiano visto. In più la radio non aveva campo in quel settore quindi hanno avuto anche dei problemi di comunicazione. Ma anche questa è un’altra cosa da prevedere, fra gli imprevisti da considerare, perché in quella gara può succedere davvero di tutto.
Abbiamo parlato della Roubaix perché è la corsa più complicata a livello meccanico. Ce n’è un’altra dove secondo te avere accanto un compagno è fondamentale?
Direi il Fiandre. E’ una corsa diversa ovviamente, il pavé è meno estremo, ma le pietre comunque ci sono, le strade sono strette, c’è molto stress. Anche se devo dire che quest’anno l’hanno trasformato in un tappone di montagna, con gruppetti sparsi ovunque già a 100 chilometri dall’arrivo, una cosa che non avevo mai visto.
Le auto dell’assistenza tecnica Shimano portano sul tetto le bici con le misure specifiche dei corridori favoritiLe auto dell’assistenza tecnica Shimano portano sul tetto le bici con le misure specifiche dei corridori favoriti
Una strategia che vediamo sempre più spesso messa in atto dalla UAE. Può essere utile anche per evitare imprevisti?
Sì perché se riduci il gruppo già all’inizio è più semplice, più scremi e meno imprevisti possono crearsi. Così il leader ha meno stress, perché il ritmo è alto fin da subito e poi mantenere la posizione diventa più semplice. Certo, poi per farlo ci vogliono le gambe: di Pogacar e anche dei compagni.
Alan, ultima domanda. Se fossi un direttore sportivo che consiglio daresti ai corridori prima di una gara complicata come la Roubaix?
Gli direi che gli imprevisti succedono, ma quasi sempre si possono gestire con l’aiuto dei compagni. Chiaro che se poi spacchi in due la bici devi per forza aspettare l’ammiraglia, ma non è una cosa che succede in tutte le gare. Perderei mezz’ora il giorno prima o la mattina stessa della corsa facendo l’elenco di dieci problemi che possono succedere. Con altrettante soluzioni rapide per gestirli nel modo migliore.
Uno dei due nuovi volti italiani all’interno del devo team della Visma Lease a Bike è quello di Francesco Baruzzi, il bresciano tanto imponente quanto buono e dal volto sorridente ha fatto il suo debutto sulle pietre della Roubaix Espoirs. Corsa che dieci anni dopo ha incoronato un altro italiano: Davide Donati.
Per il classe 2007 della Visma Lease a Bike Development l’esordio non è stato tanto semplice, ma sul pavé del Nord della Francia serve sempre un primo passaggio per imparare cosa vuol dire pedalarci sopra. Le qualità e il fisico però ci sono, a questi serve aggiungere costanza e impegno, tratti che a Baruzzi sembrano non mancare.
Baruzzi quando correva nel Team Piton CX insieme a Bartoli e Loda, compagni prima alla Mg Technogym e poi alla Fassa BortoloBaruzzi quando correva nel Team Piton CX insieme a Bartoli e Loda, compagni prima alla Mg Technogym e poi alla Fassa Bortolo
La bici come un gioco
Lo conferma anche Nicola Loda, ex professionista anche lui bresciano che ha preso sotto la sua ala Francesco Baruzzi da quando di anni ne aveva tredici e correva ancora nel ciclocross.
«L’ho conosciuto al primo anno da esordiente – racconta Loda finita una delle lezioni di spinning in palestra – e correva nel Team Piton CX. Mi avevano chiesto di fare da diesse per la stagione invernale e accettai. Ho seguito Baruzzi e altri ragazzi ovviamente, poi finite le gare suo padre mi ha chiesto di continuare ad allenarlo. Gli dissi di sì, ma con la premessa che avremmo preso tutto come un gioco, d’altronde a quell’età era giusto così. Devo dire che i genitori di Francesco sono bravissimi, mai una parola o una domanda. Penso che per molti ragazzi un atteggiamento del genere sia una salvezza».
Nicola Loda e Francesco Baruzzi in una sfida a braccio di ferro, i due amano giocare e stuzzicarsi a vicendaNicola Loda e Francesco Baruzzi in una sfida a braccio di ferro, i due amano giocare e stuzzicarsi a vicenda
Sfide e divertimento
Nicola Loda non ha perso la passione per il ciclismo, anche perché quando una cosa è radicata a fondo in noi è difficile slegarsi. Al massimo cambiano le prospettive, ma mai l’amore viscerale che ci guida.
«Finita la carriera da ciclista – prosegue – ho proseguito con la bici, per passione. Anche se qualche gara mi capita ancora di farla. Con la palestra in cui faccio le lezioni di spinning abbiamo creato un team amatoriale che conta 135 iscritti. Ed è anche da qui che è partito il gioco insieme a Baruzzi, che ancora piccolo veniva con noi e la sua bicicletta da cross quando andavamo a pedalare per qualche giorno a Livigno.
«La bici – ripete Loda – era un gioco, così lui andava in macchina con le ragazze del team fino a Sankt Moritz, per non fare troppe salite, e poi pedalava per una sessantina di chilometri con noi. Per questo tanti del nostro team lo conoscono e gli vogliono un gran bene».
Loda e Baruzzi con la maglia del Comitato Regionale Lombardia in cima allo StelvioLoda e Baruzzi con la maglia del Comitato Regionale Lombardia in cima allo Stelvio
I consigli dell’esperto
Il rapporto tra Francesco Baruzzi e Nicola Loda è sempre stato quello che può esserci con uno zio, o un parente più grande. Tanto divertimento, qualche sana presa in giro ma anche i giusti consigli e tasti da toccare.
«Francesco mi conosceva come ex corridore anche perché ho corso con il padre nelle categorie giovanili – dice ancora Nicola Loda – ma poi ha imparato e chiesto tanto con il passare del tempo. Ricordo che nelle gare da juniores mi chiamava per dirmi quanto avesse fatto o il risultato della gara. Io lo ascoltavo e lo ascolto tanto ancora, ma nel crescere si è creato anche quel sano rapporto di presa in giro e un po’ di competizione.
«Quando mi chiamava per dirmi delle vittorie gli dicevo che quelle gare io le avevo vinte per distacco, mica in volata. Oppure se iniziava a spiegarmi del perché e del come la corsa fosse andata male gli dicevo che chi vince festeggia, chi perde spiega. Tutto sempre con un sorriso, ma è giusto anche non nascondersi troppo. Certe cose che mi hanno insegnato i miei vecchi diesse le ho riportate anche a Francesco. Che di contro mi risponde che sono un “Pannolato”, non proprio un complimento sulla mia età (ride, ndr)».
Una foto che per Loda vale un pezzo di cuore: il suo pupillo insieme all’idolo Wout Van AertUna foto che per Loda vale un pezzo di cuore: il suo pupillo insieme all’idolo Wout Van Aert
Diventare corridore
Nicola Loda racconta degli aneddoti insieme a Francesco Baruzzi con l’energia e il piglio di chi ha trovato qualcuno in cui si rispecchia. Prima ancora che dei risultati si guarda alla passione per questo sport.
«Qualche consiglio che mi sono portato dietro dalla mia esperienza da professionista – ci confida Loda – gliel’ho dato, i tre punti principali sono: andare a letto presto, allenarsi tanto e mangiare il giusto. Baruzzi ha un grande potenziale, ma non è questo che mi ha portato a prenderlo con me e lavorarci insieme. In lui ho rivisto la mia passione per la bici e il ciclismo. Quando faceva ciclocross veniva con me a pulire e sistemare le biciclette. E’ un ragazzo con tanta passione e voglia. Questo lo rende speciale. Poi va forte, vero, ma gli ho sempre detto che deve allenarsi sui punti deboli per migliorare davvero.
«So che ora alla Visma – conclude – lavora nella maniera migliore, ma gli dico sempre di parlare con loro, confrontarsi e dire quello che pensa, con il rispetto e l’educazione che non gli mancano. Poi è un ragazzo molto timido, vi racconto questo aneddoto. Il mio idolo è van Aert, Francesco al primo ritiro mi manda una foto con Vingegaard. Era troppo timido per chiedere a Wout, così l’ho spronato e finalmente mi è arrivata. Quella foto mi sa che la conserverò per molto tempo».
Colbrelli riparte nel fine settimana dal Benelux Tour e punta su europei e mondiali. Il ginocchio non fa più male. Il campione italiano mostra ottimismo
Pietro Mattio ammette di non aver ancora ripreso ad allenarsi, per tre giorni si è goduto il meritato riposo che i vincitori si possono godere. Non troppo però, perché dopo le fatiche della Roubaix per il giovane della Visma Lease a Bike si aprono le porte delle Ardenne. Il piemontese infatti sarà chiamato in causa anche alla Liegi-Bastogne-Liegi, la seconda Monumento della sua carriera. La prima parte di stagione si concluderà con il Giro di Romandia, poi il meritato riposo per arrivare pronto alle corse di giugno.
Nelle chiacchiere finali della nostra intervista con Edoardo Affini c’è stato spazio anche per qualche battuta sull’ambientamento di Pietro Mattio. I meccanismi della Visma lui li conosce bene, visto che ha corso nel devo team per tre anni. Ma tra gli under 23 e il WorldTour c’è un abisso, che il passista classe 2004 ha saputo colmare alla grande.
Pietro Mattio alla mattina della sua prima Roubaix durante la presentazione delle squadre e il foglio firmaPietro Mattio alla mattina della sua prima Roubaix durante la presentazione delle squadre e il foglio firma
La Roubaix “fantasma”
Di lui Edoardo Affini ha detto che si vedono la voglia e l’attitudine: alla Parigi-Roubaix tali caratteristiche lo hanno portato a resistere ben oltre il previsto. Mattio infatti è stato di supporto a Van Aert fino all’imbocco della Foresta di Arenberg, da quel momento in poi la sua prima Monumento è stata un lungo viaggio fino al velodromo.
«Sottolineo – dice ridendo Pietro Mattio – che a Roubaix ci sono arrivato, ho fatto tutta l’ultima parte di gara con Welsford. Nell’ultimo chilometro mi sono staccato e sono entrato da solo (noi che eravamo lì confermiamo di averlo visto entrare e pedalare nel velodromo, ndr). Non so cosa sia successo, perché non ho mai cambiato bici e non ho mai forato, magari ho perso il transponder lungo qualche settore..».
La vittoria di Van Aert è stata studiata a tavolino dalla Visma con una tattica ben precisa anche se rivista durante la corsaLa vittoria di Van Aert è stata studiata a tavolino dalla Visma con una tattica ben precisa anche se rivista durante la corsa
Poco importa, alla fine l’obiettivo principale è stato raggiunto: ha vinto Van Aert…
Da questo punto di vista sono assolutamente d’accordo, anche perché alla mia prima Roubaix abbiamo raggiunto un risultato inseguito per anni. Quindi sono davvero felice di come sia andata.
Sei stato accanto a Van Aert fino a uno dei momenti cruciali, ci racconti la tattica di questa Roubaix?
Il piano iniziale era di fare corsa dura per isolare i favoriti, ovvero Pogacar e Van Der Poel. Ma in uno dei primi settori di pavé, il terzo, Van Aert ha forato. Questo ci ha portati a inseguire e rivedere il programma d’azione. In quel momento io ero davanti, insieme a Laporte, mentre Affini e Doull erano rimasti dietro e sono stati loro a dare una mano a Wout per rientrare.
Il primo dei momenti chiave: Pogacar fora ed è costretto a usare una bici del cambio neutro ShimanoIl primo dei momenti chiave: Pogacar fora ed è costretto a usare una bici del cambio neutro Shimano
La corsa poi è esplosa…
C’è stata la scrematura che ha portato il gruppo ad assottigliarsi, saremo rimasti una quarantina di corridori. Noi della Visma eravamo in cinque, quindi andava tutto per il meglio. Quando Pogacar ha forato noi e la Alpecin abbiamo alzato il ritmo, per fargli consumare energie e compagni di squadra.
Che ne pensi delle polemiche a proposito di quest’azione?
La Roubaix è l’unica gara dove si può fare, se dovessimo aspettare tutti quelli che forano saremmo ancora fermi al primo settore. Fa parte del gioco, anche quando Van Aert ha forato nessuno lo ha aspettato. Per questo io ero quello che doveva rimanere sempre vicino a Wout, avendo misure simili gli avrei potuto passare subito la bici.
Pietro Mattio e la sua ultima tirata prima della Foresta di Arenberg, lavoro finito per il piemontesePietro Mattio e la sua ultima tirata prima della Foresta di Arenberg, lavoro finito per il piemontese
Anche voi volevate fare corsa dura, non solo la UAE.
Sì, avevamo una squadra forte e sapevamo che nel momento in cui fossero rimasti una quindicina di corridori avremmo potuto avere due o tre atleti davanti: Van Aerte Laporte su tutti. L’approccio alla corsa è stato subito molto veloce, Affini, Doull e io saremmo dovuti entrare nella fuga iniziale in caso fosse uscito un gruppo numeroso. Ma a quelle velocità era impossibile anticipare.
Vi aspettavate una UAE così aggressiva?
Assolutamente, anche perché era l’unica carta che potevano giocarsi. Stressare e sfinire gli avversari. Anche noi volevamo però tenere i ritmi alti, con Van Aert pronto a giocare d’anticipo. Io ho fatto l’ultima tirata prima della Foresta, e da quel momento la mia corsa era finita. Sono rimasto a un paio minuti, perché ho fatto in tempo a uscire da Arenberg e vedere Van Der Poel davanti a me…
Secondo momento chiave: Van Der Poel fora e viene inghiottito dalla Foresta, riemergerà con due minuti di ritardo dai primiUscito da Arenberg Mattio è poi arrivato fino al velodromo dove ha concluso la sua prima Parigi-RoubaixSecondo momento chiave: Van Der Poel fora e viene inghiottito dalla Foresta, riemergerà con due minuti di ritardo dai primiUscito da Arenberg Mattio è poi arrivato fino al velodromo dove ha concluso la sua prima Parigi-Roubaix
Cosa hai pensato?
Che sarebbe stata davvero dura per lui, ma non ho pensato fosse fuori dai giochi. Anche perché via radio arrivavano i distacchi ed era dato in costante avvicinamento. Il segnale andava e veniva, per cui le comunicazioni erano difficili, però sapevo che Van Aert avrebbe fatto di tutto per non permettere a Van Der Poel di rientrare.
Quando hai saputo della vittoria?
Poco dopo il Carrefour de l’Arbre. Ho fatto gli ultimi chilometri con un gruppetto di quattro o cinque, poi mi sono staccato e sono entrato nel velodromo da solo.
Una foto dell’esultanza di Pietro Mattio che al velodromo ci è arrivato davvero (foto Instagram/Pietro Mattio)Una foto dell’esultanza di Pietro Mattio che al velodromo ci è arrivato davvero (foto Instagram/Pietro Mattio)
Ti abbiamo visto anche incitare la folla…
Volevo gasare il pubblico, dopo 260 chilometri era giusto. Poi dalla Foresta al traguardo mentalmente è stata dura, però volevo finirla. Soprattutto dopo aver scoperto che ce l’avevamo fatta.
Bicchiere di spumante ampiamente guadagnato, no?
Certamente! Poi mi sono concesso anche un foto con Van Aert e il trofeo (in apertura). Bellissimo, e pesa anche un bel po’.
Wout Van Aert vince la Parigi-Roubaix, un sogno che si avvera dopo anni di sfortune e piazzamenti. Una gioia per lui, il team e nel ricordo di Michael Goolaerts
Lo abbiamo scritto nell’editoriale che ha aperto la settimana post Parigi-Roubaix, le regole ancora vincenti del ciclismo esistono e continueranno ad esserci. Si spera almeno. L’argomento della tattica in corsa è rimasto al centro del nostro dibattito dopo il Fiandre e la Roubaix ci ha dato modo di proseguire. In un ciclismo dove si guarda a motori, watt e potenza spesso ci si è arresi al fatto che sia il più forte a vincere. Il che è vero, in parte.
Tadej Pogacar ha vinto alla Strade Bianche dettando legge a colpi di pedali, allo stesso modo ha vinto la Milano-Sanremo e il Fiandre. Lo sloveno era il più forte in corsa e ha capitalizzato la sua superiorità. Ma siamo sicuri che il resto del gruppo abbia fatto in modo che Pogacar facesse più fatica del dovuto? Isoliamo la Strade Bianche, ma siamo sicuri che nelle altre due Monumento vinte dal campione del mondo in carica si sia fatto tutto per batterlo?
Colbrelli nel 2021 vinse l’europeo a Trento usando l’astuzia e facendo innervosire EvenepoelAlla Roubaix la sua lettura di corsa gli permise di salvare energie e giocarsi tutto all’interno del velodromoColbrelli nel 2021 vinse l’europeo a Trento usando l’astuzia e facendo innervosire EvenepoelAlla Roubaix la sua lettura di corsa gli permise di salvare energie e giocarsi tutto all’interno del velodromo
Pochi ragionamenti
Con queste domande siamo andati da Sonny Colbrelli, che con l’astuzia, la tattica e le giuste gambe nel 2021 ha vinto l’europeo e la Roubaix contro avversari di caratura superiore quali Evenepoel e Van Der Poel.
In questi giorni Colbrelli è super indaffarato, da poco ha aperto il suo negozio di bici e noleggio a Salò, sul Lago di Garda. Un punto vendita De Rosa dove si possono anche effettuare noleggi e grazie a due guide del posto pedalare sulle strade e i sentieri del lago.
«Diciamo che adesso di tattica se ne vede davvero poca – dice Colbrelli – perché la tendenza è di andarsela a giocare fino alla fine. E’ un ciclismo che va a mille all’ora e nelle ultime gare nessuno resta a ruota, non so capire il perché. Immagino siano anche i diesse dall’ammiraglia a sconsigliare certi atteggiamenti. Io però un europeo e una Roubaix li ho vinti esattamente in questo modo, giocando con la tattica».
Strade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tatticaStrade Bianche 2026: Pogacar attacca a 86 chilometri dall’arrivo dettando la legge del più forte, poco spazio alla tattica
Accontentarsi
L’impressione è che nel ciclismo dei marziani accontentarsi sia quasi una scelta accettabile. Provare a vincere vuol dire arrivare fino in fondo e poi giocarsi le proprie carte. Ma siamo sicuri che certi atteggiamenti siano davvero i migliori o quelli giusti? Alla Sanremo Pogacar non ha esitato quando si è trattato di usare l’astuzia, così nel lanciare la volata con Pidcock a ruota si è mosso in modo da ingannare il britannico.
«Pogacar è uno che non ha paura di nulla – analizza Sonny Colbrelli – e non guarda nemmeno alla tattica. E’ il più forte e non pensa a certe cose, fa quello che vuole. Al contrario Pidcock avrebbe potuto usare un po’ di astuzia, forse. Anche se rimango dell’idea che Pogacar quel giorno avesse una superiorità tale da poter fare tutto.
«L’argomento dell’accontentarsi – prosegue – potrebbe anche essere legato alla logica dei punti. Ormai quelli contano molto e certe squadre preferiscono arrivare davanti anche se battute piuttosto che rischiare di perdere posizioni».
Sanremo 2026: Pogacar usa l’astuzia nel lanciare la volata in via RomaFiandre 2026: possibile che Van der Poel non abbia utilizzato la tattica giusta per battere Pogacar?Sanremo 2026: Pogacar usa l’astuzia nel lanciare la volata in via RomaFiandre 2026: possibile che Van der Poel non abbia utilizzato la tattica giusta per battere Pogacar?
Voci dall’ammiraglia
Per sapere se quest’ultima affermazione sia vera dovremmo salire in macchina con certi diesse. Sonny Colbrelli, che in carriera è stato sia corridore che diesse però può essere un riferimento importante…
«Quando sono passato dalla bici all’ammiraglia – racconta ancora Colbrelli – ho vissuto anche un cambiamento enorme nell’approccio alle corse. Fino a qualche anno fa certe dinamiche in gara erano accettate, ora meno. E’ un ciclismo sempre più veloce e meno aperto dal punto di vista tattico.
«E’ chiaro che le gare ora si aprono anche a 80 o 90 chilometri dal traguardo. Se uno come Pogacar attacca da così lontano è difficile anticipare».
Roubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterloRoubaix 2026: Van Aert mette in atto ogni tattica possibile per mettere in difficoltà Pogacar e batterlo
Orgoglio o testardaggine?
Il ragionamento non fa una piega, se il più forte di tutti anticipa e chiude la corsa a 80 chilometri dal traguardo, come alla Strade Bianche, c’è poco da fare. Ma è quando si arriva nel finale insieme a lui che forse si dovrebbero cercare vie alternative per vincere. Van Der Poel al Fiandre ha giocato ad armi pari e si è trovato senza cartucce da sparare. Al contrario Van Aert ha usato l’astuzia e la voglia di vincere per mettere nel sacco il campione del mondo.
«Mi trovo totalmente d’accordo – conclude Colbrelli – ma mi permetto di dire che Van Der Poel non è mai stato un grande tattico. Alla Roubaix del 2021 rimase per diversi chilometri tra il nostro gruppo e Moscon, bruciando tante energie e arrivando alla volata senza forze. Al contrario credo che Van Aert domenica abbia usato tutti i mezzi a disposizione. Sapeva che Pogacar e Van Der Poel erano i più forti, e ha corso sfruttando i momenti».
L’allungo nel tratto di Auchy-lez-Orchies à Bersée quando VDP era a venti secondi, mettere davanti Pogacar nei settori di pavè con vento contrario per evitare attacchi a sorpresa. Insomma, Van Aert ha dimostrato che per vincere serve essere campioni anche nel leggere la corsa.
«Solitamente Tadej parla poco alla radio – dice Baldato – ma a un certo punto mi ha fatto una domanda un po’ ironica: “Dimmi, come posso batterlo?”. In quelle parole ci sta tutto. Ho capito il suo spirito, mancavano ancora alcuni settori di pavé, ma nei due più difficili il vento era contrario. E’ stato a favore per tutto il giorno, ma quando serviva davvero era contro. Sembra una piccolezza, ma è un’enormità e noi lo sapevamo.
«Abbiamo attaccato nei tratti in cui era a favore o di lato, ma negli altri con Van Aert a ruota non si riusciva a fare niente. Avete visto Wout quanti rischi si è preso per coprirsi? Riusciva a stargli al fianco, cosa che nessun altro avrebbe saputo fare. In certi momenti sembrava quasi che gli entrasse nel cambio e intanto però si proteggeva…».
Baldato (e qui con lui Marcato nel 2023) ha già guidato Pogacar nelle tre vittorie del Fiandre (immagine Velon)Baldato (e qui con lui Marcato nel 2023) ha già guidato Pogacar nelle tre vittorie del Fiandre (immagine Velon)
Un altro secondo posto
Sono passati quattro giorni, ma la Roubaix è fatta di immagini lucidissime nello sguardo del direttore sportivo del UAE Team EmiratesXRG. C’era tutto per vincere, ma pochi meglio di Baldato, che nel 1994 arrivò secondo, può capire le mille variabili con cui anche Pogacar ha dovuto fare i conti. Lo avevamo sentito pochi giorni prima, questa volta ci interessa il racconto di una giornata folle quasi quanto quella di Sanremo, ma conclusa nuovamente con una beffa.
«Difficile dire se una bruci più dell’altra – ammette – perché in entrambi i casi la sconfitta è dipesa da un imprevisto. Lo scorso anno fu la caduta, questa volta la foratura nel momento in cui purtroppo c’era un barrage. Il gruppo era rotto in due e con l’ammiraglia eravamo quasi un minuto indietro. C’erano due tratti di pavè, uno dietro l’altro, e arrivare da Tadej per dargli la bici non è stato semplice. Poi ha dovuto fare un grande sforzo per rientrare, fortunatamente sfruttando i compagni che erano rimasti. Ci eravamo concessi il lusso, convinti che sarebbe rientrato, di lasciare Vermeersch passivo nel gruppo davanti, perché sarebbe stato la nostra carta vincente…».
Pogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tengaPogacar ha vinto tutto, ma lo sguardo con cui osserva il trofeo di Van Aert fa capire quanto davvero ci tenga
Invece Florian è caduto…
All’uscita dalla Foresta, ha forato davanti e ha avuto una bruttissima caduta. Ha picchiato il ginocchio malamente, sta recuperando e per fortuna sembra niente di grave. Per cui ci siamo trovati con Niels Politt e l’abbiamo usato per rientrare, per fare l’ultimo sforzo e portare Tadej davanti negli ultimi 80 chilometri.
Quanto è stato grande lo sforzo di Tadej per rientrare?
Ha speso tanto. La squadra l’ha portato fino a 20 secondi all’entrata del settore di Haveluy e in quel momento davanti ha attaccato Van Der Poel. La squadra ha fatto tanto, ma Tadej ci ha messo del suo. Per fortuna prima della Foresta si sono un po’ guardati. Erano tutti a ruota di Mathieu e lui ha pensato di tirare un attimo il fiato, dando modo a Pogacar di rientrare. Lo sforzo è stato grande. Lui è rientrato, ma non tutti nella stessa situazione ci sarebbero riusciti.
Anche l’inseguimento di Van der Poel ha avuto dell’incredibile…
Sì, era sparito. Lo davano a 2’10”-2’15”, ma la Roubaix è così, anche Ganna è rientrato due volte e non ha mai mollato. Lo diciamo sempre: never give up ed è proprio così. Pensavamo di aver perso Politt perché aveva fatto gran parte del lavoro, invece con l’esperienza di chi è arrivato sul podio della Roubaix, si è messo lì, è salito sul treno di Van der Poel ed è tornato in corsa, facendo ancora una top 10 che ha valore. Arrivare nei 10 alla Roubaix, è una vittoria per chiunque. Solo finirla è una vittoria.
L’ultimo strappo, l’ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste e, quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l’altro dice di noL’ultimo strappo, l’ultimo assalto di Pogacar. Van Aert resiste e, quando Tadej si volta per chiedergli un cambio, l’altro dice di no
Pogacar ha provato più volte a staccare Van Aert: lo temeva in volata?
Esatto, quel messaggio alla radio era proprio per questo. Van Aert ha fatto quello che doveva, non ho avuto modo di parlare con Pogacar dopo la corsa, ma quello che è successo fa parte dei giochi, è nella tattica di corsa. E’ vero che forse è rimasto un po’ sulle ruote, ma quando Van der Poel è arrivato a 25 secondi, è stato lui a rimandarlo indietro. Avere un Van Der Poel che rientrava non piaceva neanche a Wout, ha fatto il suo. E in volata non lo scopriamo adesso.
Però l’anno scorso aveva perso quella del Brabante con Evenepoel…
La speranza era che dopo 260 chilometri, avesse le gambe stanche, che avesse speso di più o fosse al limite. Invece Van Aert è arrivato al velodromo quasi come se dovesse fare una volata di gruppo. Complimenti, non c’è niente da aggiungere. E come ha detto Tadej: c’è solo da riprovare.
Il rientro di Van der Poel sarebbe stato un rischio?
Non averlo è stato un pensiero in meno, però Van Aert si è dimostrato all’altezza e anche di più. Mi brucia la perdita di Vermeersch. Era il corridore più in condizione dopo Tadej e non lo avevamo usato per rientrare. Veramente il rammarico è stato non aver potuto giocare anche noi con un uomo in più. Come la Visma con Laporte, che è stato importante per favorire il rientro di Van Aert quando ha bucato.
Il rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta nell’Arenberg: sarebbe stato prezioso per PogacarIl rammarico più grande di Baldato è aver perso Vermeersch per la foratura e la caduta nell’Arenberg: sarebbe stato prezioso per Pogacar
E’ possibile che tutte queste forature siano state causate dalla velocità che avete imposto al gruppo?
E’ una buona osservazione, ho pensato anch’io la stessa cosa. Già nella ricognizione li ho visti andare a 50 all’ora, mentre ai miei tempi si andava a 45-46. Sicuramente le sollecitazioni sono all’estremo e il pavé, per quanto se ne dica, ogni anno non è certo migliore. Alcuni tratti vengono rifatti, ma sono strade usate tutto l’anno dai trattori per cui le pietre sono di traverso: lo avete visto bene, sapete che cosa intendo. Quindi penso anch’io che sicuramente le velocità accrescano il rischio di foratura. Per questo abbiamo aumentato così tanto le sezioni…
Non si erano mai viste gomme così grosse.
Ormai si va proprio al limite del regolamento. Per la prima volta ho visto arrivare i commissari a misurare la dimensione degli pneumatici, mancava ancora questa. Non mi meraviglierei se il prossimo anno inventassero una regola per farci correre con i tubolari più piccoli, per farci rallentare.
Certo la gomma di Tadej passava appena nella forcella: se ci fosse stato fango avrebbe usato la stessa misura?
Vi dirò, la pensavo allo stesso modo. Invece hanno fatto un test a marzo con fango e pioggia, mentre io ero alla Parigi-Nizza, e non hanno avuto problemi. Il copertone è quasi slick, non riesce veramente a portarsi via il fango. La grossa differenza la fa non avere più i vecchi freni rim che raccoglievano lo sporco. Con i freni a disco e la forcella senza angoli e tutta lucida, il fango non trova punti in cui impigliarsi. Per fortuna non c’è stata la prova contraria, perché correre la Roubaix sul bagnato a quelle velocità è sempre più rischioso.
Nei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di PogacarNei tratti più difficili di pavé il vento era contrario: Van Aert è stato scaltro a nascondersi alla ruota di Pogacar
Bè, la causa della velocità in fondo siete stati voi, no?
Visto il vento e il tipo di corsa che avevamo in mente di fare, avevo detto subito che avremmo fatto più di 48 di media. Si poteva lasciar andare la fuga e andare più tranquilli sull’asfalto, ma una volta entrati sul pavé, penso si sia capito che la nostra idea fosse di fare la corsa più dura possibile. Poi purtroppo abbiamo dovuto inseguire, fino a rimetterla in carreggiata, ma a Tadej non è bastato.
Gli toccherà tornarci? Pogacar ha vinto la Sanremo e ha detto che non ci tornerà più, la Roubaix ancora manca…
L’ha dichiarato lui, l’ha detto a tutti. Pogacar non è uno che lascia i lavori a metà e ci vuole riprovare.Never give up, soprattutto a Roubaix. Pensate a Van Aert, quanti anni ha impiegato per vincerla? Dal 2018 non si è mai arreso. Sono felicissimo anch’io per Wout, per quello che fa e quello che ha sempre fatto. E poi è un signore, non fa mai polemiche. No, veramente complimenti. Ha vinto un campione, non ha rubato niente.
Sulla strada della Sanremo, occhi fissi su Van Aert, uscito benissimo dalla Parigi-Nizza. Tanto che Roglic ha coniato per lui questa singolare definizione
Van Den Langenbergh, giornalista belga, ci fa capire come le ultime settimane abbiano visto il cambiamento di Remco Evenepoel, anche sul fronte mediatico
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Edoardo Affini in questi giorni è a casa, in Olanda, e si sta godendo la pace e la tranquillità della famiglia, la piccola Celeste ha ormai sei mesi e cresce. Nel periodo delle Classiche papà Edoardo ha fatto in tempo a fare avanti e indietro qualche volta ma senza godersela più di tanto. Ora, che con la Roubaix e la vittoria di Van Aert è finito il periodo di corse, ci si può rilassare e stare a casa. Infatti quando intercettiamo Affini è fuori per una passeggiata in compagnia della piccola, che intanto dorme. Sono passati due giorni dalla redenzione di Van Aert tra la polvere e le pietre della Roubaix e tutto sembra avere un senso diverso.
«Sicuramente è stato il modo migliore di chiudere il periodo delle Classiche – dice con una risata Affini – e penso che tutto il mondo del ciclismo sia felice di questo capitolo conclusivo. O per lo meno questa è la sensazione che ho avuto sulle strade domenica guardando i tifosi. Erano tutti contenti come una Pasqua».
Affini era accanto a Van Aert anche in questa edizione della Parigi-Roubaix, l’ennesima battaglia corsa insiemeAffini era accanto a Van Aert anche in questa edizione della Parigi-Roubaix, l’ennesima battaglia corsa insieme
La “Pasqua” belga
La Pasqua del Nord è arrivata una settimana dopo quella religiosa, se ci permettete questo accostamento. Perché la vittoria di Wout Van Aert è arrivata al termine di un’attesa durata otto anni, tanti ne sono passati da quando la Roubaix è entrata nella testa del corridore della Visma Lease a Bike.
«Credo che Wout (Van Aert, ndr) – racconta Affini – se la meriti tutta, dopo esserci andati vicini per tanti anni è bello poter vedere un corridore del suo calibro aggiungere una gara del genere al palmares. Del significato che avesse la Roubaix per lui lo ha già detto, ma credo sia una cosa che vale per tutti».
Roubaix era tutta per Van Aert, un tifo da stadio per il belga della Visma Lease a BikeRoubaix era tutta per Van Aert, un tifo da stadio per il belga della Visma Lease a Bike
Facciamo qualche passo indietro, in che modo arrivava la squadra a questa Roubaix?
Con la consapevolezza che nella Campagna delle Classiche eravamo stati sempre nel vivo della corsa. Abbiamo sfiorato la vittoria diverse volte, alla Dwars Door Vlaanderen e alla In Flanders su tutte. Senza dimenticare che al Fiandre Van Aert è rimasto giù dal podio per poco, quindi direi che l’avvicinamento è stato buono. Poi la Roubaix è sempre particolare.
Per la sua imprevedibilità?
E’ la corsa con il grado di incertezza più alto, può davvero succedere di tutto. Si possono programmare momenti e tattiche, ma poi si scende dal bus e si deve fare i conti con l’andamento della gara.
Edoardo Affini ha lavorato per Van Aert fino al quarto settore di pavéEdoardo Affini ha lavorato per Van Aert fino al quarto settore di pavé
Che aria si respirava sul bus la mattina?
Abbastanza rilassata, la riunione tecnica era stata fatta in hotel la sera prima, dopo la presentazione delle squadre. Quindi la mattina della corsa ci siamo alzati, abbiamo fatto colazione e siamo saliti sul bus. L’hotel e la partenza distavano circa un quarto d’ora, onestamente nel tragitto eravamo tutti sereni, per quanto lo si possa essere alla partenza di una Classica come la Roubaix.
Nessuna tensione?
Solo quella “positiva”, che ti permette di rimanere attento e vigile, consapevole di quello che dovrai andare a fare.
Wout Van Aert ha ritrovato la vittoria in una Classica Monumento sei anni dopo la Milano-Sanremo del 2020 Wout Van Aert ha ritrovato la vittoria in una Classica Monumento sei anni dopo la Milano-Sanremo del 2020
Tu che ruolo avevi?
Sono rimasto accanto a Van Aert fino alla sua prima foratura, al quarto settore di pavé, poi è rientrato e ha fatto l’accelerazione che lo ha riportato davanti. In quel momento il gruppo si è spezzato e la metà davanti si è giocata la corsa.
Quando hai saputo della vittoria?
Ero sempre collegato via radio, ma era facile capirlo dall’entusiasmo della gente a bordo strada. Quando ho visto i tifosi belgi così felici ho capito che ce l’aveva fatta. Van Aert in Belgio è una star, allo stesso livello di un calciatore di Serie A da noi in Italia.
Cosa hai provato nel vederlo vincere?
Ho rivisto le immagini dell’attacco e del finale, devo ammettere che è stato un gran piacere. Era da sei stagioni che provavamo a vincere Fiandre e Roubaix. Assistere alla sua vittoria mi ha reso davvero felice, ci siamo preparati insieme per anni ed è bello vedere il nostro lavoro ripagato. Credo di essere, tra i corridori in squadra, quello che ha fatto il maggior numero di giorni di gara insieme a lui.
Per anni Van Aert ha sfiorato la Roubaix, qui nel 2023 quando ha forato sul pavé del Carrefour de l’Arbre, mentre davanti Van Der Poel scappavaPer anni Van Aert ha sfiorato la Roubaix, qui nel 2023 quando ha forato sul pavé del Carrefour de l’Arbre, mentre davanti Van Der Poel scappava
Qual è stata la prima cosa che vi siete detti una volta al bus?
Non credo di poterlo dire (sorride, ndr), ma ci siamo abbracciati senza dire tante parole, non penso ce ne fosse bisogno. Poi a cena abbiamo fatto un brindisi insieme alle famiglie, un bel modo per chiudere una giornata bellissima. Però questa non è mica la fine.
In che senso?
E’ vero, abbiamo raggiunto un obiettivo inseguito per tanti anni, ma il nostro lavoro non finisce mica con la Roubaix. Anzi, penso che Van Aert fosse il più contento di tutti, ma si guarda anche al futuro.
Uno dei momenti più difficili nella carriera del belga è stata la Vuelta 2024, una caduta dalla quale è stato difficile ripartireUno dei momenti più difficili nella carriera del belga è stata la Vuelta 2024, una caduta dalla quale è stato difficile ripartire
In questi anni c’è stato un momento più difficile?
Direi il 2024, la caduta e il conseguente infortunio alla Dwaars Door Vlaanderen sono stati difficili da mandare giù. Se poi penso a quanta fatica ha fatto Van Aert per tornare. Senza considerare che una volta alla Vuelta è caduto ancora e si fatto male al ginocchio, lì ti metti le mani nei capelli.
Lui stesso ha detto che a volte si è trovato in difficoltà…
Sì, ma non si è mai arreso e credo che il suo atteggiamento sia stato un esempio per tutti noi. Van Aert è un modello da seguire, ce la mette sempre tutta. Averlo visto ripartire ogni volta è stato uno stimolo in più anche per noi compagni di squadra.
Affini è il compagno di squadra che ha condiviso più giorni di corsa insieme a Van AertAffini è il compagno di squadra che ha condiviso più giorni di corsa insieme a Van Aert
C’è stato un momento in cui, anche solo per un attimo, hai smesso di crederci?
Personalmente no, ho sempre pensato che ce l’avremmo fatta, anche nei momenti più difficili. Tutto il duro lavoro fatto da Van Aert per tornare ai suoi livelli doveva pagare, prima o poi.
Credi che questa Roubaix possa essere un punto di svolta?
Magari è quella sicurezza in più che serviva, non che Wout sia mai stato agitato, ma ora penso sia più consapevole e possa dire: «Ce l’ho fatta». Perché dal pensare di potercela fare al farlo per davvero ne passa di acqua sotto i ponti.
Il Grande Slam si ottiene vincendo il mondiale e le 3 challenge. Una sfida iniziata nel '94. Ma finora, fra tanti giganti, c'è riuscito soltanto Van Aert
COMPIEGNE (Francia) – La prima Parigi-Roubaix in ammiraglia per Elia Viviani è trascorsa tra le tensioni della vigilia e le aspettative di voler fare qualcosa di bello insieme a Filippo Ganna. La corsa purtroppo ci ha portato una Ineosspesso costretta ad inseguire, con il leader della formazione britannica mai veramente nel vivo della gara. Il risultato parla di un venticinquesimo posto per Ganna, che deve fare i conti con una primavera ben al di sotto delle aspettative. Il prossimo obiettivo prende la forma del Giro d’Italia, dove Ganna vorrà riconfermarsi a cronometro e togliersi qualche sassolino dalle scarpe.
«Sicuramente è bello essere partiti con la stagione – ci spiega Viviani a pochi minuti dal via della Roubaix – perché il lavoro del diesse è bello quando sei in macchina, vicino agli atleti e riesci a dare loro un consiglio o risolvere una situazione sul campo. E’ chiaro che c’è anche molto lavoro alle spalle: computer, programmazione e tutto quello che deve fare chi ruota attorno ai corridori. Però quello che piace è sicuramente venire alle gare».
Elia Viviani ha chiuso la sua carriera il 14 ottobre 2025 al Giro del Veneto in maglia LottoElia Viviani ha chiuso la sua carriera il 14 ottobre 2025 al Giro del Veneto in maglia Lotto
Dalla bici alla macchina
Elia Viviani ha chiuso la sua carriera in sella e ha iniziato subito quella in ammiraglia, alla quale affianca anche il lavoro di team manager per la nazionale. Di certo non possiamo dire che il veronese sia rimasto fermo ad aspettare, ha preso tutti questi anni di esperienza e li ha messi subito al servizio degli altri. Perché quando si è avuto così tanto dalla propria carriera è giusto anche dare indietro qualcosa.
«Una cosa che mi ha aiutato nel passare da corridore a diesse – dice – è sapere come funziona il ciclismo moderno. Fino a qualche mese fa ero nel gruppo, mentre ora mi trovo dall’altra parte. Questo mi permette di capire tante situazioni che magari dieci anni fa erano differenti. Mi sono trovato subito bene in questo ruolo, a testimonianza che la scelta di smettere è arrivata davvero al momento giusto».
Viviani ha corso sei stagioni nel Team Ineos: dal 2015 al 2017 quando era ancora Team Sky e poi dal 2022 al 2024Uno dei motivi per cui ha scelto il progetto Ineos è per il rapporto all’interno con la squadra (foto Ineos Grandiers)Viviani ha corso sei stagioni nel Team Ineos: dal 2015 al 2017 quando era ancora Team Sky e poi dal 2022 al 2024Uno dei motivi per cui ha scelto il progetto Ineos è per il rapporto all’interno con la squadra (foto Ineos Grandiers)
Ti sei ambientato subito in squadra?
Assolutamente, conoscevo già tante persone all’interno. Anzi era una delle mie prerogative, quella di andare in una squadra dove non sarei dovuto ripartire da zero a livello di ambientamento e rapporto con lo staff. Questo per rendermi la vita più semplice, sia per tenere i rapporti con la squadra che con i corridori.
Come ti sei trovato con i corridori, hanno subito capito il nuovo ruolo che andavi a ricoprire?
Sì, negli ultimi anni sono sempre stato un po’ la chioccia all’interno della squadra. Quindi direi che i corridori, ovvero i miei ex-compagni, sono stati subito a loro agio con il mio nuovo ruolo. Hanno capito che era possibile confidarsi, parlare o chiedere un consiglio in più, cosa che magari con un estraneo o un diesse di lunga data può essere difficile.
Allo stesso modo in cui facevi quando ero in gruppo con loro?
Esatto, alla fine con la maggior parte di loro ci ho pedalato insieme. Ad esempio Tarling era con me nei suoi primi anni da professionista, allo stesso modo con “Pippo” (Ganna, ndr), Turner e Connor Swift. Sono tutti ragazzi che a volte si sono sacrificati per me quando eravamo in gruppo, quindi questo ha reso tutto più semplice.
Viviani lavora a stretto contatto con corridori con i quali ha condiviso parte della sua carriera in bici, tra questi c’è Filippo GannaViviani lavora a stretto contatto con corridori con i quali ha condiviso parte della sua carriera in bici, tra questi c’è Filippo Ganna
C’è anche la voglia di ripagare quello che hanno fatto per te?
La mia priorità, finita la carriera in bici, era di non tenere tutto quello che ho fatto negli anni per me, ma cercare di trasmetterlo a quelli più giovani. Possono essere situazioni più tecniche, oppure tattiche, ma anche al di fuori della bici: nella gestione della vita dell’atleta, di problemi da risolvere o nell’affrontare la vita di tutti i giorni.
Qual è la cosa più facile che ti è venuta passando dalla bici all’ammiraglia?
Direi capire le situazioni in gara, ad esempio quando un corridore dice alla radio che sta poco bene o che non ha buone sensazioni e siamo ancora a metà gara o al primo sforzo della giornata. In queste situazioni mi viene subito da dare il consiglio diretto, di dire loro che non è così e di tenere duro, che è solo un momento e passerà. E quando lo vedi realizzarsi è una cosa bella.
Viviani dovrà essere bravo a trasportare la competitività che aveva in bici e metterla in ammiraglia Viviani dovrà essere bravo a trasportare la competitività che aveva in bici e metterla in ammiraglia
E al di fuori delle dinamiche di corsa?
Quando si hanno dei dubbi nel momento in cui il risultato non arriva, mi è capitato spesso in carriera di vivere queste sensazioni. Si analizza quello che si è fatto, sapendo di aver lavorato bene e aiuti l’atleta a capire che il lavoro fatto prima o poi paga.
La cosa più difficile nel passare dal ruolo di corridore a quello di diesse?
Sicuramente la voglia di competitività, la fame di vincere: quella non la perdi. Magari in giornate in cui non raggiungiamo un risultato, sei lì che pensi: «Ma perché non lo volevano così tanto come lo volevo io?». E’ una cosa difficile da filtrare, perché non puoi nemmeno biasimare il corridore quando non riesce a fare quello che volevi tu. Questo è un aspetto al quale mi devo ancora adattare.
Insieme a Edoardo Affini riviviamo la vittoria di Van Aert alla Roubaix, una rincorsa durata otto anni (di cui sei vissuti insieme) ma il lavoro non finisce qui
Il copione della Sanremo non ha funzionato e nemmeno quello del Fiandre. Ieri sulle strade della Roubaix, dove l’assenza di salite ha costretto i corridori a combattere ricorrendo anche alla tattica, Van Aert ha dimostrato che il più forte può essere battuto applicando le regole del ciclismo di sempre, che in nome di un fairplay annacquato e imposto da non si sa quale convenzione, troppo spesso ha reso le corse scontate.
Il copione della Sanremo
Pogacar cade prima della Cipressa: è il più forte di tutti, ha motore e cattiveria da vendere, la caduta è l’occasione di rendergli la vita difficile, eppure lo aspettano. Continuano regolari come se niente fosse e si stringono per lasciarlo passare sulla Cipressa, affinché vada davanti e li ammazzi. E lui, killer chirurgico e senza tanti scrupoli, li supera e li mette in croce, vincendo poi la volata con la giusta dose di malizia. Nessun fairplay: Pidcock non deve passare a destra e lui chiude la porta.
Aspettato alla Sanremo dopo la caduta, Pogacar ha potuto risalire il gruppo e battere Pidcock in volata con la giusta dose di astuziaAspettato alla Sanremo dopo la caduta, Pogacar ha potuto risalire il gruppo e battere Pidcock in volata con la giusta dose di astuzia
Il copione del Fiandre
Pogacar è il più forte di tutti. Sui muri la bici gli scappa di sotto e sul primo Qwaremont fa capire che al passaggio successivo non ce ne sarà per nessuno. Prima di arrivarci però ci sono il Taaienberg e tratti di strada faticosa in cui uno da solo rischierebbe di spendere davvero tanto. E Van der Poel, che avrebbe l’occasione di farlo stancare, anziché mettersi a ruota e lasciargli il peso del lavoro, lo aiuta.
Dicono che abbia rallentato sperando di far rientrare Evenepoel. Dicono che abbia tirato per orgoglio e per dimostrare di essere al suo livello. Dicono che fra campioni si combatte alla pari. In realtà a Van der Poel è mancata la lucidità o forse l’umiltà. Ha aiutato e poi ovviamente è stato staccato.
La rabbia di Van Aert
Di certo Van Aert non ha vinto quanto si pensava qualche anno fa. Van Aert ieri aveva il sangue negli occhi, aveva una dedica per l’amico scomparso e voleva vincere per la sua famiglia.E così, quando si è ritrovato da solo con Pogacar nel finale della Roubaix, dando per scontato le grandi gambe, ha messo in atto tre mosse vincenti. E il campione del mondo, che ha dimostrato ancora una volta di essere un atleta immenso, è caduto nella rete perché senza salite, si è trovato privo di uno schema da applicare.
Una foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George, la moglie Sara e il piccolo JeromeUna foto di famiglia: Van Aert scosso dalle lacrime con il figlio George
Respinto Van der Poel
La prima mossa. Van Aert era a ruota di Pogacar, quando dalla radio gli hanno detto che Van der Poel fosse prossimo ai rientro: dai due minuti che aveva all’uscita di Arenberg (fra breve diremo anche di questo) era arrivato a pochi secondi. Se il rientro di Evenepoel avrebbe riaperto il Fiandre, Wout ha pensato che ritrovarsi con Mathieu fra i piedi sarebbe stato un guaio e così prima di entrare nel settore di Pont-Thibault à Ennevelin ha accelerato e si è messo in testa, riaprendo il gap. Fatto fuori lo storico rivale, ha potuto concentrarsi solo su Pogacar.
A ruota sul pavé
La seconda mossa. Pogacar ha cominciato a capire che in volata rischiava grosso e nel settore di Mons-en-Pevéle è partito da dietro come una furia. Van Aert ha ammesso che lo sforzo per stargli appresso è stato il più duro della sua Roubaix e per questo, da quel momento, nei tratti di pavé è sempre rimasto a ruota di Tadej. Se vuole staccarmi, ha pensato, deve partire dal davanti.
A ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchiA ruota sul pavé: così Van Aert ha impedito a Pogacar di sorprenderlo con i suoi attacchi
Il minimo sindacale
La terza mossa. Capito che non lo avrebbe staccato sul pavé, Pogacar ha provato a farlo su un ponticello in salita: pochi metri così violenti che Van Aert ha aperto la bocca per riprendere fiato. E quando Pogacar si è voltato per chiedergli il cambio, il belga gli ha fatto cenno di no con la testa. Stanco per il rientro (sudato) dopo la sua foratura e per il peso di un attacco condotto sempre in testa, anche Pogacar ha visto la riserva.
Superato anche il Carrefour de l’Arbre, Van Aert ha fornito la collaborazione minima, ma non si è svuotato per dimostrare all’altro di essere al suo livello. Quello l’ha fatto nel velodromo, schiantandolo in volata. E ha poi sollevato la pietra al cielo come il sacerdote con l’ostia nella domenica in cui nelle chiese s’è raccontata la redenzione di San Tommaso.
I pedali di Philipsen
Questo è il ciclismo. Forza e testa, perché molto spesso a parità di forze, si vince con l’intuizione giusta. Ci sono regole che si danno per scontate, come ad esempio quella per cui il campione deve poter ricevere la bici da un compagno, se dovesse trovarsi in difficoltà: una bici di misure simili e con gli stessi componenti.
Immaginate pertanto la sorpresa di Van der Poel, con una gomma a terra nella Foresta di Arenberg, quando salendo sulla bici di Philipsen, si è reso conto che il compagno aveva i pedali diversi dai suoi (probabilmente i nuovi SRM) non compatibili con le sue tacchette. Van der Poel ha buttato via la Roubaix nel goffo tentativo di trovare una bici che gli andasse bene.
Van der Poel ha perso la Roubaix perché nell’Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoiVan der Poel ha perso la Roubaix perché nell’Arenberg non ha ricevuto una bici con i pedali uguali ai suoi
Le regole del gioco
Va bene essere amici, ma una gara di sei ore è più simile a una battaglia che a una partita di bridge e richiede atleti lucidi, arrabbiati e capaci di giocare tutte le carte.
E’ vero che ormai non si corre più per fame, per rabbia e per amore, ma le regole del gioco sono sempre le stesse e prevedono che per battere il più forte, in quelle poche occasioni in cui sia possibile, bisogna rendergli la vita difficile.
E a proposito del più forte e della velocità che ha imposto al gruppo, visto ieri quante forature? Chissà se siano dipese proprio dalla velocità folle con cui si è svolta la corsa: i 48,910 di media ne fanno la Roubaix più veloce della storia. Forse i tubeless gonfiati così bassi non erano pronti per impatti così violenti con le pietre? La risposta ai tecnici.