EDITORIALE / C’è ancora posto per Ayuso alla UAE?

09.06.2025
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Caro Ayuso, ti scrivo dopo il Giro d’Italia, perché questo mi offre il modo per allargare lo sguardo sulla direzione del ciclismo. Scrivo a te perché la tua situazione è per me emblematica e scusatemi tutti se anche questa volta scrivo in prima persona.

Caro Ayuso, dicevamo, hai 22 anni e tanta voglia di correre e vincere: correre per vincere, quantomeno, perché non sempre le due azioni coincidono. La tua ambizione è evidente, l’avevamo annotata sin da quando sbranavi le corse U23 con la maglia della Colpack e temiamo che questo non ti abbia creato grosse simpatie. Sennò come si spiega che al Giro tutti i compagni si siano schierati spontaneamente dalla parte di Del Toro? A Siena erano tutti felici per lui, anche quelli che avevano pedalato con te cercando di guadagnare su Roglic (in apertura lo spagnolo in azione sulla salita finale).

Il tuo contratto con il UAE Team Emirates-XRG arriva fino al 2028 e si suppone che sia anche piuttosto profumato, altrimenti come si spiega la clausola rescissoria di cui si va raccontando? Magari sono chiacchiere da bar, ma l’ammontare sussurrato nei capannelli fra giornalisti è da capogiro: chi vuoi che possa pagarla?

Tutela o prigione?

Sei blindato, tutelato, garantito, forse persino imprigionato per altri tre anni e mezzo. Nessuno ti ha costretto a firmare e ha ragione Martinelli a chiedersi se la squadra abbia pensato a dove metterti e tu abbia chiaro dove vorresti trovarti.

Quando il tuo contratto sarà scaduto, avrai 26 anni: gli stessi di Pogacar adesso. Sarai ricco, più maturo, ma forse non avrai nel tuo carnet tutte le esperienze che avresti altrove. Il contratto di Tadej arriva fino al 2030 e a lui spetta la prima scelta. Quello di Del Toro, che ne ha 21, arriva al 2029. Al 2030 arrivano invece i contratti di Pablo Torres (19 anni) e di Jan Christen (20 anni). Senza guardare Almeida e Yates, abbiamo fatto i nomi dei futuri talenti della squadra con cui, pur con uno step di vantaggio, dovrai dividerti le corse.

Pare che dopo le incomprensioni del Galibier al Tour 2024, il rapporto fra Pogacar e Ayuso si sia incrinato fortemente
Pare che dopo le incomprensioni del Galibier al Tour 2024, il rapporto fra Pogacar e Ayuso si sia incrinato fortemente

Opzione Movistar?

Quest’anno sei partito come capitano per il Giro, ma lo scherzetto di Del Toro a Siena ti ha tolto la leadership e la serenità (se il leader cade, di solito i gregari lo aspettano). Chiunque abbia seguito la corsa si è accorto che da quel giorno qualcosa è cambiato. E quando sei stato costretto al ritiro, a meno di cambiamenti non previsti, è stato subito chiaro che per quest’anno di Grandi Giri non si parlerà più. Quanto al prossimo, si aspetteranno giustamente i piani di Pogacar, poi si vedrà che cosa ti toccherà in sorte.

Pare che il passaggio di Van Gils dalla Lotto alla Red Bull abbia permesso una diversa interpretazione della norma: non più la penale, ma un indennizzo pari al nuovo ingaggio moltiplicato per ciascuno degli anni residui. Se Ayuso dovesse andare alla Movistar (che parrebbe molto interessata) e la Movistar gli versasse 2 milioni di euro all’anno, l’indennizzo per la UAE ammonterebbe a 2 milioni per ciascuno dei tre anni di contratto residui. Quindi 6 milioni di euro. La UAE Emirates lo lascerebbe andare, mettendo su un piatto il rischio di rinforzare una rivale e sull’altro la ritrovata serenità domestica?

Il passaggio di Van Gils dalla Lotto alla Red Bull potrebbe aver riscritto la giurisprudenza in tema di penali e nuovi contratti
Il passaggio di Van Gils dalla Lotto alla Red Bull potrebbe aver riscritto la giurisprudenza in tema di penali e nuovi contratti

Solo un capitano

Il ciclismo è uno sport di squadra, ma il capitano è uno solo. Nel Paris Saint Germain che ha da poco vinto la Champions League c’è un’altissima densità di star, ma nel calcio possono giocare insieme e portare al risultato di squadra. Tu, caro Ayuso, ti vedi nei panni della star che aiuta un altro a vincere? Nelle ultime due occasioni – il Tour 2024 e il Giro 2025, finché sei stato in corsa – l’esperimento è stato piuttosto deludente.

Le corse che contano sono tante, ma non tantissime. E se una squadra ha 4-5 capitani di livello stellare, difficilmente ciascuno di loro potrà correre, vincere, avere la rivincita, provarci e riprovarci. Non avrà la stagione a disposizione. Ci sono dei turni, ci sono programmazioni atletiche, ci sono programmi da incastrare. Per cui se il prossimo anno Pogacar vorrà riprovare il Giro e il Tour oppure tentare il tris come tanti pensano avrebbe potuto fare lo scorso anno, a te cosa rimarrebbe?

Piganzoli e Pellizzari: per entrambi un percorso simile. Prima la professional, poi la WorldTour (per il lombardo dal 2026)
Piganzoli e Pellizzari: per entrambi un percorso simile. Prima la professional, poi la WorldTour (per il lombardo dal 2026)

La distribuzione del talento

Forse a questo punto qualcuno si starà chiedendo cosa cambierebbe se alle squadre più ricche fosse impedito di bloccare corridori così forti per periodi così lunghi. Ci sarebbe la possibilità di trovarli altrove come capitani? E questo potrebbe avere un effetto a cascata sulle altre squadre, in modo che anche le professional tornino un luogo di incubazione ed esperienza per futuri leader?

Certo nessuno mai accetterebbe di scendere di livello, però forse un neoprofessionista di 19 anni non vedrebbe così male la possibilità di farsi le ossa correndo da protagonista le grandi corse in una squadra minore che lo facesse sentire il principe di casa. Come è stato per Pellizzari lo scorso anno alla VF Group e Piganzoli al Team Polti.

Perciò caro Ayuso, nel salutarti e augurarti ancora una splendida stagione, invitiamo te e chi ti assiste a fare una riflessione sul tuo modo di porti e sul contratto che hai firmato. E a chiederti, a prescindere dalla causa, se sia davvero tutto oro quel che luccica.

Un Giro al microfono. Garzelli dà i suoi giudizi finali

05.06.2025
6 min
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Le fatiche del Giro sono alle spalle e Stefano Garzelli, in attesa dei prossimi impegni è tornato nel suo “buen retiro” spagnolo per godersi un po’ la famiglia. Il suo primo Giro da opinionista Rai è alle spalle e l’esperienza è stata molto positiva.

«E’ stato qualcosa di realmente diverso dal solito – dice – non è la stessa cosa che qualsiasi altro ruolo televisivo. A me piaceva raccontare la corsa pensando che mi rivolgevo a chi non è del mestiere, non segue tutta la stagione e sa tutto di ruote, mozzi, allenamenti e strategie. Ho cercato di raccontare questo evento come qualcosa di nuovo».

Primo Giro da primo opinionista in postazione per Stefano Garzelli: una corsa divertente perché sempre incerta
Primo Giro da primo opinionista in postazione per Stefano Garzelli: una corsa divertente perché sempre incerta

Giro esaltante, mai scontato

E’ stato un Giro molto particolare e riviverlo adesso, a qualche giorno di distanza permette di sottolineare e cogliere aspetti che magari sono stati un po’ coperti dal grande risalto dettato dal suo epilogo a sorpresa: «Diciamo che il primo vincitore del Giro è… il Giro. Perché è stato sempre incerto, diverso, mai monotono. Non è facile dare giudizi, sento parlare di fallimenti, ma bisogna anche guardare le singole storie e il Giro ne ha raccontate tante. Un esempio: come si fa a criticare Tiberi? La sua corsa è stata totalmente condizionata dalla caduta, dopo non era più lui perché la botta era stata forte».

E’ vero ma come si fa a non giudicare negativamente (se proprio non vogliamo usare la parola fallimento) la corsa della UAE, per quanto il secondo posto di Del Toro sia carico di prospettive? Non è che la squadra non era abituata a gestire una situazione diversa non avendo Pogacar in corsa?

Yates e Van Aert, un sodalizio che ha funzionato alla perfezione nella penultima tappa
Yates e Van Aert, un sodalizio che ha funzionato alla perfezione nella penultima tappa

La UAE e le gerarchie non rispettate

«Con Tadej è facile correre, praticamente non devi fare nulla… Io credo che qualche errore ci sia stato, innanzitutto nella gestione della gerarchia. Ayuso, per quel che aveva fatto a Tirreno-Adriatico e Catalunya, era il capitano. Alla tappa delle strade bianche è caduto, a quel punto perché Del Toro ha allungato? Era con Bernal e Van Aert, ma non doveva esserci perché la gerarchia imponeva che stesse col capitano. Ciò ha dato a lui la maglia ma ha tolto tranquillità al gruppo, ha mostrato crepe che alla fine sono esplose».

La vittoria di Yates ti ha sorpreso? «So che lui preparava la tappa del Colle delle Finestre da novembre, aveva un conto in sospeso. Ha corso in maniera intelligente, sempre coperto, ma la sua forza è stata soprattutto essersi gestito prima del Giro. Non è un caso che sul podio sono finiti corridori che in primavera non si sono praticamente visti, salvo la vittoria di Del Toro alla Milano-Torino. Ad eccezione di Pogacar, chi va forte a marzo poi a maggio paga dazio. Lui è stato attento, poi la squadra lo ha supportato al meglio».

Una delusione forte per Ayuso, arrivato al Giro come leader dopo le vittorie in serie in primavera
Una delusione forte per Ayuso, arrivato al Giro come leader dopo le vittorie in serie in primavera

Pellizzari tutelato dalla Red Bull

Sulla Visma-Lease a Bike Garzelli ha parole di miele: «Hanno saputo tenere la corsa sempre sotto controllo. Van Aert è stato portato per la tappa delle strade bianche e l’ha vinta, poi avrebbe anche potuto tirare i remi in barca, invece è rimasto in gruppo e si è messo a disposizione. Yates dal canto suo aveva provato a Champoluc, ma ha subito capito che non c’era spazio per sovvertire la classifica e ha rinviato al giorno dopo, è stata una scelta molto saggia. Al sabato è stato un capolavoro di strategia, con Van Aert in avanscoperta che poi ha fatto da fantastico pesce pilota. Tattica indovinata, niente da dire».

Nell’ultima settimana del Giro e anche dopo è stato un fiorire di giudizi su Pellizzari, parlando di quel che avrebbe potuto fare se non fosse stato al servizio di Roglic… «Torniamo al discorso di prima: in un team ci devono essere gerarchie definite e la Red Bull le ha fatte rispettare. Pellizzari il Giro non doveva neanche farlo, è stato Roglic che lo ha voluto in squadra. Lui ha fatto il suo dovere e quando lo sloveno è caduto si è messo al suo servizi perché è questo che fa un luogotenente. Mi ha ricordato il Giro del ’97, quando Pantani cadde e perse 15 minuti. Io rimasi con lui, finii quel Giro 9° ma senza quel quarto d’ora sarei stato 4°. Eppure non mi sono mai pentito, neppure per un istante, di quella scelta, perché in quel momento il mio posto era accanto a Marco».

Roglic e Pellizzari: lo sloveno ha insistito per avere il giovane con sé
Roglic e Pellizzari: lo sloveno ha insistito per avere il giovane con sé

Il Giro degli italiani

Alla Red Bull avranno ora capito che Pellizzari è un leader? «Lo sapevano già da prima – sentenzia Garzelli – anzi io dico che lo hanno preso proprio con quell’idea. Non avevano preso uno qualunque, ma un prospetto per le corse a tappe, capace di vincerle. Per questo non avrebbero voluto neanche portarlo al Giro, ma come detto Roglic la pensava diversamente, poi le cadute sua e di Hindley hanno cambiato i rapporti in squadra. Ora sanno che tiene anche le tre settimane, il Giro ha dato loro ulteriori risposte».

In generale come giudichi questo Giro in chiave italiana? «Si potrebbe pensare che, con una sola vittoria di tappa, sia stato deficitario ma non è così. Io dico che è stato buono, ma molto sfortunato viste le cadute di Ciccone e Tiberi. Però abbiamo avuto Caruso che ha fatto un capolavoro e io l’ho sottolineato subito perché a 37 anni finire in top 5 ha un valore enorme. Era giustamente l’uomo di Tiberi, poi ha saputo sfruttare la sua esperienza, ma soprattutto ha mostrato di avere una grande condizione perché senza di quella non vai avanti».

Tiberi e Caruso. Sfortunatissimo il primo, bravo il siciliano a prendere le redini del team
Tiberi e Caruso. Sfortunatissimo il primo, bravo il siciliano a prendere le redini del team

Caruso, un capolavoro a 37 anni

Non è che il suo risultato è passato un po’ troppo sotto silenzio? «Non credo – afferma Garzelli – noi alla Rai l’abbiamo sempre sottolineato. Poi lo so bene, anch’io fui 5° a 37 anni vincendo due tappe e farlo con gente molto più giovane di te significa molto. Ma ci sono stati anche altri italiani che mi sono piaciuti, come Affini, Garofoli pur abbastanza sfortunato, senza dimenticare Fortunato vincitore della maglia azzurra. Non dimentichiamo poi che è stato un Giro condizionato dalle cadute, almeno 5 da primissime posizioni sono stati messi fuori gioco e questo, sull’esito finale, ha contato molto, ma si sa che per vincere anche la fortuna ha un suo peso».

Del Toro e una giornata no: cosa rimane nella testa e nelle gambe?

28.05.2025
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SAN VALENTINO – Isaac Del Toro arriva davanti ai giornalisti a pochi minuti dalla fine della sedicesima tappa del suo primo Giro d’Italia. Il messicano del UAE Team Emirates ha mantenuto la maglia rosa nonostante gli attacchi di Richard Carapaz e Simon Yates. Ha tremato ma non è andato a picco. Nonostante la giovane età ha tenuto botta ai colpi dell’ecuadoregno e del britannico. Il secondo gli ha riservato tante piccole punture di spillo, come a voler risvegliare da un sogno il giovane rampollo vestito di rosa. Una sberla secca e decisa quella di Carapaz, che ha fatto male e potrebbe aver lasciato segni ben più profondi. 

Scendendo verso il podio Jose Matxin, sport manager del UAE Team Emirates, non ha perso il sorriso. Se da un lato Ayuso ha definitivamente mollato il colpo a 42 chilometri dal traguardo dall’altra parte Del Toro ha avuto la lucidità di non farsi prendere dal panico. La maglia rosa è rimasta in casa della squadra che lo scorso anno la indossò per venti delle ventuno tappe. Chissà con quali dubbi e certezze Isaac Del Toro si è rimboccato le coperte ieri notte

Del Toro ha detto di aver voluto marcare da vicino Simon Yates, secondo in classifica generale
Del Toro ha detto di aver voluto marcare da vicino Simon Yates, secondo in classifica generale

Le gambe

La terza settimana del Giro d’Italia si apre con diverse considerazioni di cui tenere conto. Una di queste è il crollo delle certezze di Isaac Del Toro che fino a domenica scorsa sembrava in completo controllo. Se guardiamo agli abbuoni portati a casa il messicano risulta secondo solamente a Mads Pedersen, segno che non si sia risparmiato in ogni sprint o allungo a disposizione. 

«È stata una giornata davvero difficile per tutti – racconta Del Toro ancora vestito di rosa e con un cappello di lana appoggiato sulla testa – tutti erano al limite. I corridori in classifica generale hanno vissuto una giornata impegnativa. Ci sono state tante cadute (l’ennesima per Roglic costretto poi al ritiro, ndr). Non posso che essere orgoglioso della mia squadra, senza di loro non sarei di certo in questa posizione. Sicuramente non avevo le gambe migliori della mia vita ma ho fatto il massimo, sono arrivato al traguardo senza un filo di energia in corpo. Voglio far sapere a tutti loro che sto facendo del mio meglio e il mio obiettivo è di dare il 100 per cento per mantenere questa maglia».

L’unico attacco frontale e deciso è stato quello di Carapaz, capace di guadagnare 1′ e 36″ su Del Toro
L’unico attacco frontale e deciso è stato quello di Carapaz, capace di guadagnare 1′ e 36″ su Del Toro

Fiducia

Quali sono le certezze che danno a Del Toro la fiducia nei propri mezzi? Difficile dirlo. Sicuramente rispetto alle tappe precedenti è bene pensare a ogni singola energia spesa, il carburante non è infinito.

«Non sono uno di quei corridori – spiega mentre gli si legge in faccia la fretta di andare via – che crede nella fiducia. Piuttosto mi piace avere “certezze” su quel che sono in grado di fare ogni volta che c’è un attacco. Voglio credere nella mia capacità di rispondere a ogni attacco ma vedremo come comportarci in gara e se sarà una mossa intelligente. Oggi (ieri per chi legge, ndr) non ho seguito Carapaz perché ho voluto marcare da vicino il secondo in classifica generale, Yates. Nella lotta alla generale credo sia una questione riservata ai primi quattro (Gee, Carapaz, Yates e Del Toro stesso, ndr)».

Scampato il pericolo e il panico Del Toro ha riacquistato presto serenità e sorriso, la maglia rosa stamattina è ancora sulle sue spalle
Scampato il pericolo e il panico Del Toro ha riacquistato presto serenità e sorriso, la maglia rosa stamattina è ancora sulle sue spalle

Ogni secondo conta

Il Giro d’Italia si può vincere per secondi, e a guardare la classifica si nota come il distacco tra Del Toro e Simon Yates sia frutto proprio degli abbuoni. Senza questi le posizioni sarebbero invertite e le forze equiparabili. 

La strada ci ha raccontato, fino a questo momento, di un padrone del Giro forte ma non inattaccabile. Per gli avversari vedere che il trono scricchiola può essere un incentivo per continuare a dare colpi sperando di far cadere il Re e di indossare la corona. 

Solo in casa UAE Emirates è dato sapere il motivo legato alla giornata “no” di Del Toro. Il problema è che la strada porta a fare presto i conti con la realtà e oggi verso Bormio le difficoltà sono tante. Yates e Carapaz sono pronti con arco e frecce per prendere d’assalto il padrone del Giro, come abili Robin Hood nei confronti del tesoro custodito dallo Sceriffo di Nottingham. Toccherà ai soldati fare da guardie al ricco bottino, consapevoli che la strada non fa prigionieri.

UAE Emirates, 40 minuti per dire che va tutto bene

20.05.2025
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Ieri alle 15 il UAE Team Emirates ha schierato davanti alla telecamera di un computer Ayuso, Matxin e Del Toro. Scopo della riunione era rispondere alle domande dei giornalisti all’indomani della brutale tappa di Siena, in cui il messicano scappava e lo spagnolo in maglia bianca lo rincorreva, con la collaborazione opccasionale di Ciccone (foto di apertura). Senza l’aiuto che ci si potesse aspettare da Yates e McNulty, se non per brevi tratti.

Magari davvero non è successo niente oppure magari è successo un finimondo, in ogni caso sarebbe stato da ingenui aspettarsi che il bubbone scoppiasse in diretta. Senza andare troppo indietro negli anni, abbiamo vissuto identiche situazioni in cui a quel tavolo, ma senza telecamere, erano seduti Cunego e Simoni, come pure Armstrong e Contador. E nessuno di loro, sia pure alle prese con tensioni ben superiori, disse una sola parola che potesse compromettere il percorso della squadra. Solo che dal vivo capisci molto più di quello che puoi cogliere da un’inquadratura stretta, senza un prima né un dopo.

Quel che è parso insolito nell’arco dei 40 minuti complessivi è stato lo sbilanciamento delle domande. Mentre i giornalisti internazionali le hanno rivolte quasi solo a Del Toro e Matxin, gli spagnoli hanno cercato Ayuso e quasi per niente il giovane messicano.

Casa UAE Emirates: Matxin al centro dei suoi pupilli. Una conferenza stampa virtuale per fare chiarezza

Il ginocchio di Ayuso

Se domenica dopo l’arrivo Ayuso si fosse fermato per abbracciare Del Toro, come hanno fatto Yates e McNulty arrivati a Siena con lo spagnolo, allora forse nessuno avrebbe pensato a un’anomalia. Invece Juan è sparito: solo per il colpo al ginocchio?

«Avrei preferito non cadere di nuovo – dice – ho battuto proprio sopra il ginocchio dove avevo già un livido e ho avuto bisogno di tre punti. Fa decisamente molto male, per fortuna oggi era il giorno di riposo, per cui ho cercato di riprendermi. Quando stamattina ho iniziato a pedalare, mi faceva davvero male. Poi riscaldandomi è migliorato. Spero che con un intero giorno di recupero, migliori ancora. La cosa positiva è che non è problema muscolare, è soltanto l’osso e forse allora non dovrebbe influire molto sulla mia prestazione nella crono».

Un messicano in rosa

Del Toro ha lo sguardo sbarazzino e il ciuffo che ravvia spesso con la mano destra. Nonostante sia il leader del Giro d’Italia, evita accuratamente di sbilanciarsi. Racconta di aver ricevuto un messaggio da Pogacar sull’aver vinto la tappa di ieri: se puoi farlo – questo il senso – devi farlo.

«E’ il mio primo Giro – racconta – sono entusiasta di essere qui con la squadra e orgoglioso di occupare questa posizione. E’ come un sogno. Ho una strategia: dare il massimo e avere sempre un obiettivo. Ma cerco di rimanere con i piedi per terra. Sono emozionato. A volte sono più nervoso, a volte sono normale. Ho solo 21 anni, ma va bene così. Non sento troppa pressione addosso. Il mio corpo sta reagendo bene giorno dopo giorno e sono super orgoglioso di essere messicano e di avere il supporto del mio Paese. Svegliarmi con la maglia rosa è stato incredibile, non riesco a rendermene conto. Il problema in realtà è stato andare a letto e cercare di dormire».

Del Toro ha ricevuto dall’ammiraglia UAE Emirates l’ordine di andare: emerge dalle sue dichiarazioni dopo tappa
Del Toro ha ricevuto dall’ammiraglia UAE Emirates l’ordine di andare: emerge dalle sue dichiarazioni dopo tappa

Buon viso a cattivo gioco

Fare buon viso a cattivo gioco: è il primo comandamento. E Ayuso è bravissimo a farlo. A un certo punto, mentre la parola è degli altri, fa un aereo di carta e lo lancia nella stanza. Del Toro ride.

«Se mi avessero detto che sarei arrivato al primo giorno di riposo con più di un minuto di vantaggio su Roglic – spiega – essendo secondo nella classifica generale, avrei firmato senza ombra di dubbio. Quindi penso che come squadra siamo in una posizione privilegiata e che ora è solo questione di continuare a guadagnare tempo sui nostri rivali e avere una buona settimana. L’approccio non cambia, c’è sempre rispetto per il leader. Voglio vincere il Giro, ma se dovrò perderlo, almeno spero che lo vinca un compagno di squadra. In una gara di tre settimane devi saper trascorrere i giorni, sia quando vinci sia quando perdi. Puoi farti male, ma devi saperlo gestire. Ed è proprio di questo che si tratta, in una gara che dura tre settimane».

Dopo aver gestito la convivenza Pogacar-Ayuso al Tour 2024, Matxin ora dovrà gestire Ayuso e Del Toro
Dopo aver gestito la convivenza Pogacar-Ayuso al Tour 2024, Matxin ora dovrà gestire Ayuso e Del Toro

Tutti per Ayuso

La chiosa tocca a Matxin, padre ciclistico di Ayuso. I due si conoscono da quando Juan ha iniziato a farsi grande e a mostrare i lampi di talento che ne hanno fatto uno dei giovani più promettenti al mondo.

«Non esiste alcun problema – dice il manager – Juan continua a essere leader, come abbiamo detto e come abbiamo pianificato: non cambia assolutamente nulla. C’è rispetto per il nostro leader e lavoreremo in squadra, come abbiamo sempre fatto, ma adesso Isaac è la maglia rosa.  Devo solo preoccuparmi di dare loro tutti gli strumenti affinché possano dimostrare il talento che hanno. Credo in Juan e Isaac, gli voglio bene perché sono due ragazzi facili da amare. Sono brave persone, hanno talento, hanno classe e se vincono delle gare, lo fanno perché sono molto bravi».

Forse quello che manca al momento è un avversario vicino che gli metta paura. Su quegli sterrati Roglic ha perso terreno come il malcapitato Evenepoel nel Giro del 2021. Quando sei caduto una volta, certe strade ti bloccano, diventano sabbie mobili di paura e non ne vieni fuori. Ma se oggi Primoz tornasse sotto con una crono stellare come quella di Tirana, forse tanto imbarazzo da abbondanza inizierebbe a svanire.

EDITORIALE / Ayuso, Del Toro e il miraggio del posto fisso

19.05.2025
4 min
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Una volta per soldi si andava via, oggi per soldi si resta. La storia del ciclismo è piena di ottimi corridori diventati gregari di corridori ancora migliori che, a un certo punto, allettati dalla corte di altre squadre, cambiarono maglia. Di solito succede nelle squadre dei dominatori, che amano circondarsi di super gregari. Ayuso e Del Toro diventeranno dunque la trama di romanzo giallo? La foto di apertura si riferisce ai giorni felici della Tirreno-Adriatico, anche se non c’è dubbio che per la conferenza stampa di oggi alle 15 la UAE Emirates avrà rimesso ogni tassello al suo posto. Quanto accaduto ieri (al pari di quanto accaduto all’ultimo Tour nel giorno del Galibier) ha dato però da pensare.

Se nasci e cresci vincente, accettare di fare il gregario è certamente remunerativo, ma calpesta la tua indole. Se però accetti di stare al gioco, allora devi rispettarne le regole. Altrimenti vai via. La storia insegna che raramente chi parte riesce a battere colui per il quale ha lavorato, se non altro tuttavia avrà vissuto mesi e anni di progetti e sensazioni forti.

Sul podio per la prima maglia rosa della carriera, ma Del Toro non sprizza felicità
Sul podio per la prima maglia rosa della carriera, ma Del Toro non sprizza felicità

Fra corridori e agenti

Certo deve esserci affinità di vedute fra gli atleti e chi li rappresenta. Il ciclismo è un lavoro e deve dare da mangiare, meglio se in abbondanza. L’abbondanza infatti riguarda le tasche del corridore e in percentuale variabile quelle del suo agente. C’è solo da capire se la molla dello sportivo sia unicamente il guadagno oppure esista ancora la voglia di arrivare al vertice e vincere. La sensazione è che ai giovani più talentuosi venga ormai prospettato il guadagno sicuro e prolungato, togliendo dal mazzo o banalizzando il risvolto della medaglia. Che diventa invece insormontabile a causa di clausole rescissorie sempre crescenti.

Diciamo questo pensando alla situazione che si sta vivendo al UAE Team Emirates. E’ legittimo blindare Tadej Pogacar con un contratto fino al 2030. E’ anche comprensibile, da parte della squadra, tenersi stretti Ayuso (fino al 2028), Del Toro (2029), Christen (2030), Adam Yates (2028), Almeida (2026), Morgado (2027). Siamo certi tuttavia che i corridori siano consapevoli di cosa significhi legarsi così a lungo ad un super team in cui le strade sono obiettivamente poche?

Già alla Tirreno, quando Del Toro ha lavorato sodo per Ayuso, si è capito che il messicano sia in fortissima crescita
Già alla Tirreno, quando Del Toro ha lavorato sodo per Ayuso, si è capito che il messicano sia in fortissima crescita

Le tattiche chiare

Ayuso non si è mai rassegnato del tutto a fare il gregario di Pogacar, tanto da aver mandato a memoria un paio di risposte standard per quando gli chiedono dei suoi rapporti con lo sloveno. L’ultima dopo l’arrivo di Tagliacozzo: «Non vedo Tadej da tantissimo tempo, l’ho incrociato a Granada prima di partire per il Giro, ma solo per 30 secondi. Quindi non ho avuto molto tempo per parlare con lui».

Adesso lo spagnolo si ritrova davanti l’esuberante Del Toro, il quale sa bene cosa significhi pedalare per rabbia più che per amore. Ieri il messicano ha vissuto con gli occhi spenti l’impresa che gli è valsa la maglia rosa e solo a tratti lo abbiamo visto ridere. Sarà stata davvero l’emozione, come si è affrettato a spiegare, e speriamo sia così. Credete che Pellizzari non morisse dalla voglia di attaccare sul Sassotetto dalla cui cima si vede Camerino? L’ammiraglia gli ha detto di stare con Roglic e così Giulio ha fatto. E se davvero Del Toro è caduto nell’errore di voltare le spalle al suo capitano, a cosa serviva che avesse dietro l’ammiraglia?

Ieri Pellizzari ha lavorato sodo per Roglic, come pure sabato sulle strade di casa, salvando la classifica dello sloveno
Ieri Pellizzari ha lavorato sodo per Roglic, come pure sabato sulle strade di casa, salvando la classifica dello sloveno

Il salary cap

I team manager delle squadre più ricche si oppongono all’istituzione di un salary cap, con l’approvazione degli agenti che hanno l’imperativo di far guadagnare (possibilmente bene) il più alto numero di atleti per guadagnarne a loro volta. E’ un fronte compatto e comune che l’UCI dovrebbe prima o poi affrontare: ad ora se ne sta occupando l’Associazione dei gruppi sportivi presieduta da Brent Copeland.

Il punto a nostro avviso non è fare la guerra a qualcuno in favore di qualcun altro, come vorrebbero le squadre francesi. Siamo abbastanza sicuri che se domani la squadra francese più povera trovasse il budget più ricco, passerebbe in automatico a difendere il suo diritto a strapagare i corridori. Il punto è la tutela dello sport e della sua credibilità. E il rispetto di talenti che la certezza di lauti guadagni prolungati inevitabilmente svilisce. Se anche Checco Zalone per amore rinuncia infine al posto fisso, la domanda è: chi vuole davvero bene al ciclismo?

Del Toro in rosa: una maglia storica, che fa discutere

19.05.2025
6 min
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SIENA – Juan Ayuso non si ferma dopo l’arrivo. Tira dritto e se ne va. La sua bici da crono, che lo attendeva per il defaticamento nel retro del palco, perché forse già pregustava la maglia rosa, non la userà mai. La maglia rosa è finita sulle spalle del compagno di squadra, Isaac Del Toro, che adesso è il nuovo leader del Giro d’Italia proprio davanti a lui.

Se ieri abbiamo assistito al grande ritorno di Wout Van Aert, è anche vero che bisogna parlare del messicano e della tattica della UAE Emirates. E’ fuori dubbio che almeno qualche incomprensione ci sia stata. Se poi sia stata più o meno involontaria, si vedrà strada facendo. Ma è un fatto che mentre uno davanti era in fuga, l’altro dietro tirava. Ed i soggetti in questione avevano la stessa maglia.

Del Toro e la Ineos hanno dato il maggior impulso all’attacco dopo la caduta di Turner, Roglic e Pidcock
Del Toro e la Ineos hanno dato il maggior impulso all’attacco dopo la caduta di Turner, Roglic e Pidcock

Una rosa storica

Bisogna però andare con ordine e rendere comunque omaggio alla nuova maglia rosa, appunto Del Toro. Una maglia rosa affatto banale. Questo, ragazzi, è un campione con la C maiuscola. Ha vinto l’Avenir, ha mostrato doti enormi in salita. Va forte a crono, guida bene la bici. E soprattutto è un classe 2003!

«Indossare questa maglia è qualcosa di incredibile – racconta Del Toro – la maglia rosa la sogni da bambino quando inizi a pedalare. Non ci avrei mai creduto».

Isaac appare frastornato. Le domande insistenti sulla tattica adottata dalla sua squadra lo spiazzano. Sembra una gioia col freno a mano tirato. Come di chi sa di averla fatta grossa? Per rispondere a questo punto di domanda bisognava essere delle mosche in casa UAE ieri sera.

E ora cosa cambia per Del Toro e la UAE? E’ normale porsi certi quesiti. «Io leader? No – smentisce Del Toro – i capitani sono Adam Yates e Ayuso. Io sto bene, ma loro sono più forti. Io ho sfruttato una situazione di corsa. Ero davanti nel momento della caduta e non mi sono reso conto. Quando mi sono ritrovato davanti, all’inizio ho pensato che quello in maglia bianca fosse Ayuso, invece era Bernal. E infatti poi non ho più tirato. Poi la squadra mi ha detto di restare lì, proprio perché Bernal poteva essere pericoloso, e ho continuato. Era troppo rischioso fermarsi. Sapevo poi che dietro c’erano dei compagni».

«Sono pronto ad aiutare i capitani – ripete Del Toro – ho molto rispetto per loro. Intanto sono qui davanti, ma loro sono più bravi. Però non posso neanche fermarmi o non avere fiducia in me stesso. Voglio credere in me stesso, perché sono l’unico che può. Se non lo faccio io, chi lo fa?».

Auyso ha cercato collaborazione, ma non tutti hanno tirato come ci si poteva immaginare per chiudere su Bernal o incrementare su Roglic
Auyso ha cercato collaborazione, ma non tutti hanno tirato come ci si poteva immaginare per chiudere su Bernal o incrementare su Roglic

Tattica contraddittoria

La squadra gli avrà anche detto di restare lì, e ci sta, visto che dietro con Ayuso c’erano anche Arrieta (per un po’), McNulty e Adam Yates. Solo che lo spagnolo continuava a dannarsi l’anima e per lunghi tratti il messicano davanti accelerava forte. Faceva la selezione.

Poi a un tratto ha smesso di tirare, ma dietro Ayuso continuava a scalpitare e non sempre trovava l’appoggio dei compagni: chi si staccava, chi restava in coda (vedi Yates), chi era palesemente ferito ma non mollava (vedi McNulty).

Sono andati a singhiozzo. A volte spingeva Ayuso. A volte McNulty. E solo nel finale si è visto timidamente Yates. Insomma, la UAE Emirates ha dominato, ma non ha corso alla perfezione come spesso accade.

E poi una frase di Del Toro ci ha fatto riflettere. In conferenza stampa gli è stato chiesto cosa si fossero detti con Van Aert quando erano rimasti in due. Lui aveva attaccato e il belga l’aveva seguito.

«A Wout – spiega Del Toro – ho chiesto di tirare, ma mi ha detto che non poteva perché dietro aveva il suo leader, Simon Yates». La domanda è legittima: e allora tu perché hai tirato? Non avevi forse dietro il tuo, anzi, i tuoi leader? Un bell’enigma. Bisogna vedere cosa diceva la squadra.

Anche Del Toro guarda indietro. In fuga con Van Aert, il messicano (a suo dire) cerca collaborazione
Anche Del Toro guarda indietro. In fuga con Van Aert, il messicano (a suo dire) cerca collaborazione

Più Isaac che Juan?

E poi ci sono le scene, i movimenti dal vivo da valutare. Quel che si osserva nei giorni di gara nella zona dei bus, la villaggio, nel dopo arrivo… Quando Del Toro è arrivato ha festeggiato, ma senza esagerare. Ci sta anche che fosse stanco e, da campione qual è, fosse dispiaciuto per aver perso la tappa.

Ma poi vedi McNulty sorridere per la maglia rosa. Adam Yates quasi euforico. E Ayuso, appunto, che non c’è.

E qui ecco subito i mormorii tra giornalisti e addetti ai lavori. Con la mente che torna al caso del Galibier all’ultimo Tour de France, quando Ayuso non tirò a dovere per Pogacar e Almeida e Yates non ne furono felici.

Ieri prima del via Ayuso era seduto sul bus a parlare con la sua compagna. Nulla di che, sono congetture, ma perché non era con gli altri sul bus? Ayuso è ambizioso. E’ forte, è un cannibale quando può, e questo Giro potrà ancora farlo suo. Ma deve in qualche modo attaccare il compagno o sedersi sulla riva del fiume ad aspettare che succeda qualcosa.

Ayuso ha tagliato il traguardo in settima posizione. Ora nelle generale è secondo a 1’13” da Del Toro
Ayuso ha tagliato il traguardo in settima posizione. Ora nelle generale è secondo a 1’13” da Del Toro

Due punte

Sereno era anche Filippo Baroncini. Col “Baro” abbiamo scambiato giusto una battuta fugace. «Una bella giornata per noi. Adesso ne abbiamo due davanti. Sono contento per Isaac». Baroncini era uno dei più freschi all’arrivo e il motivo è presto detto.

«Mi sono ritrovato nel drappello con Roglic e chiaramente non ho tirato mai. Avevo il compito di stare lì, vedere cosa succedeva e riferire i suoi movimenti al team».

Matxin, manager e tecnico della UAE, esperto qual è, sfrutta a suo favore la situazione. «Adesso ne abbiamo due davanti, per gli altri sarà più complicato attaccarci. Non c’è nessun problema. Isaac si è ritrovato davanti ed era giusto che continuasse a stare lì», sono le parole che ha detto alla Rai.

Non tutti hanno preso bene questo modo di correre. Persino la stampa spagnola si chiede se Ayuso abbia il nemico in casa. Come sempre sarà la strada a dare il verdetto, e la strada dice che già domani ne vedremo ancora delle belle. La crono di Pisa sarà senza esclusione di colpi.

«Per me sarà difficile – ha concluso Del Toro – Juan è più bravo di me a crono. E poi si tratterà della prova contro il tempo più lunga che ho mai fatto».

Roglic dorme, Ayuso lo pizzica. Ma Tagliacozzo non fa male

16.05.2025
5 min
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TAGLIACOZZO – Se Roglic avesse avuto la stessa prontezza quando è scattato Ayuso, probabilmente oltre ad aver conquistato la maglia rosa, avrebbe vinto anche la tappa. Invece lo sloveno ha esitato, mentre è stato rapidissimo a lasciare la conferenza stampa quando l’interruzione di corrente ha fatto spegnere le luci. In montagna può capitare, lui si è alzato subito di scatto, ha lasciato la risposta a metà e si è precipitato giù dalla scaletta verso l’antidoping. Per certi versi c’è da capirlo. Dopo la discesa al piazzale dei pullman, li attendono due ore di viaggio fino alla costa adriatica, ma i modi lasciano a desiderare. Chiamiamola originalità.

Dopo l’arrivo di Ayuso, l’abbraccio col massaggiatore Paco: è la prima vittoria in un Grande Giro
Dopo l’arrivo di Ayuso, l’abbraccio col massaggiatore Paco: è la prima vittoria in un Grande Giro

La prima di Ayuso

Il primo arrivo in salita del Giro non ha fatto male come tradizione vorrebbe. Gli ultimi due chilometri della scalata finale che da Tagliacozzo conduce a Marsia erano i più ripidi, ma la sensazione è che non siano bastati per fare azioni di classifica. Fra quelli più attesi, soltanto Pidcock e Piganzoli hanno pagato più di quanto fosse lecito aspettarsi (rispettivamente 34″ e 38″). Fra i primi invece si è risolto tutto in una serie di provocazioni. Prima il forcing della Bahrain Victorious. Quindi i due attacchi violenti di Ciccone, poi rimasti nelle gambe. Quindi il forcing di Bernal e solo alla fine, con lo sforzo di 35-40 secondi che sapeva di avere nelle gambe, la rasoiata di Ayuso che ha lasciato tutti sul posto.

«Non è una semplice vittoria – dice lo spagnolo della UAE Emirates – è la mia prima vittoria in un Grande Giro, quindi è una di quelle che ricorderò per sempre. Ricordo la prima da professionista a Getxo e questa è la prima tappa in un Grande Giro, siate certi che la porterò sempre con me. Nel finale ho sempre seguito Roglic perché in questi arrivi lui è il più forte e vince praticamente sempre. Quando è iniziato l’attacco, non sapevo se stesse aspettando che partissi o stesse giocando. Ma quando la mia distanza è arrivata, ho attaccato e non mi sono fermato finché non è finita. Prima di muovermi ho lasciato che gli altri sprecassero un po’ di energia. Più o meno sono azioni che hai in mente, ma dipende sempre da come arrivi e dalle gambe. Mi sentivo bene. Sapevo di poter fare un attacco di circa 30-45 secondi, che più o meno è quello che ho fatto, forse un po’ di più. Era importante fare un attacco solo, anziché provare e poi voltarsi e poi rifarlo ancora. Un attacco solo e possibilmente vincente».

La fuga di Roglic

Pizzicato al riguardo, Roglic ha giocato, ma probabilmente dietro il tanto sorridere e mostrarsi gioviale c’è stato qualche minuto di buco, che gli ha impedito di rispondere agli attacchi finali. Il leader della Red Bull-Bora ha perso ieri l’appoggio di Hindley, ma si ritrova accanto un Pellizzari solido e pimpante e starà a lui essere all’altezza del compito che lo attende. La maglia rosa è tornata dopo quella di Tirana, ma la sensazione è che neppure questa volta, Roglic si svenerà per difenderla.

«Non sono più così giovane – dice – i giovani invece si accendono subito. Io ho bisogno di un po’ di tempo per iniziare a carburare, ma me ne vado da questa salita con la maglia rosa. Ancora una volta lo ripeto: è un privilegio. Gli avversari sono sempre più vicini e non so quando me la porteranno via. So però che oggi la nostra squadra ha corso bene per tutto il giorno. Mi sto godendo la giornata, non si sa mai quanto durerà. Essere qui a lottare con i migliori è meraviglioso, anche se quando è partito l’attacco non ero nella posizione in cui dovevo essere. Forse ho dormito un po’».

A questo punto, approfittando dell’interruzione di corrente, la maglia rosa se ne è andata, covando forse il sottile fastidio per non essere riuscito a vincere sull’arrivo che lo chiamava da giorni e su cui non è andato oltre un pur lodevolissimo quarto posto, alle spalle di Ayuso, Del Toro e Bernal.

«Del Toro è un compagno di squadra e un amico – ha detto Ayuso dopo la vittoria – mi fido totalmente di lui»
«Del Toro è un compagno di squadra e un amico – ha detto Ayuso dopo la vittoria – mi fido totalmente di lui»

L’attesa degli sterrati

Ayuso invece ha la calma serafica di chi vuole stringersi forte il momento e farne parte finché ci sarà luce. Risponde alle domande e non evita quelle scomode. Anche quando gli chiedono chi secondo lui vincerà il Giro. E poi lo spagnolo butta lo sguardo sulla tappa di Siena, la meno prevedibile.

«Siamo venuti con l’ambizione di vincere – dice – io per primo ho l’ambizione di vincere. Ma penso che la responsabilità e il peso della gara si vedranno sulla strada. Oggi è solo un primo passo, già domenica sugli sterrati ci sarà una tappa forse più temibile. Sarà sicuramente una delle più impegnative di questo Giro. Non avremo bisogno soltanto di buone gambe, di una buona posizione o di una squadra forte. Servirà anche la fortuna perché le forature possono rovinare l’intero Giro. Bastano una foratura o un brutto momento e mesi di lavoro andranno in fumo».

Le auto hanno iniziato la discesa. Prima le ammiraglie, poi quelle del Giro-E. La Polizia e lentamente tutti quelli che non vedono l’ora di tornare a valle e riprendere l’autostrada. Il livello del gruppo è così alto che nessuno degli uomini di classifica ha perso terreno. Sono saliti in gruppo, col paradosso che anche in salita ormai si sta bene a ruota. Non era un arrivo risolutivo, ma ha confermato che i migliori sono tutti lì. Ha ceduto Pidcock, inaspettatamente. Anche Piganzoli ha ceduto, ma non stava bene. Invece Fortunato, che ieri è caduto, oggi ha sofferto ma ha tenuto duro. Fra una schermaglia e l’altra, il vero Giro deve ancora cominciare.

Il Giro dei giovani: la lotta per la maglia bianca e non solo

12.05.2025
5 min
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Il Giro d’Italia è ufficialmente iniziato e le prime tappe albanesi hanno assegnato le varie maglie ai rispettivi, anche se momentanei, padroni. La Corsa Rosa, con le sue ventuno tappe, è lunga e ogni giorno tutto può cambiare. Dobbiamo attenderci passaggi di mano ed eventuali ribaltamenti. Della lotta al simbolo del primato, la maglia rosa, abbiamo parlato tanto. Ma tra le varie classifiche ce n’è una che apre uno spiraglio sul futuro e il presente di questa corsa: quella del miglior giovane. Il simbolo del primato è la classica maglia bianca, quest’anno sponsorizzata da ConadLa classifica riservata ai giovani è aperta a tutti i corridori under 25, quindi nati dal 2000 in avanti.

Sono quarantasei gli atleti che rientrano in questo criterio, ma non tutti per caratteristiche tecniche e ruoli in squadra saranno alla caccia del simbolo del primato a loro riservato. 

Tiberi ha vinto la maglia bianca nel 2024, l’ha presa alla tappa numero 11 e l’ha portata fino a Roma
Tiberi ha vinto la maglia bianca nel 2024, l’ha presa alla tappa numero 11 e l’ha portata fino a Roma

Corsa a due?

Per provare a capire chi tra i giovani possa lottare per questa speciale maglia, indossata in passato da corridori come Aru, Quintana, Richie Porte e Bernal, abbiamo chiesto aiuto a Marino Amadori. Il cittì della nazionale under 23 ha visto in azione tutti i pretendenti alla maglia bianca 2025 e ha le idee chiare sui favoriti. 

«Intanto segnerei il nome di chi l’ha indossata a Roma lo scorso anno – dice Amadori – ovvero Antonio Tiberi. E’ stato il primo italiano, a distanza di nove anni da Fabio Aru, a trovare di nuovo la vetta di questa speciale classifica. Per il resto c’è tanta qualità, anche da parte dei corridori stranieri. Uno su tutti direi che è Juan Ayuso, lo spagnolo è venuto qui per vincere il Giro quindi rientra di diritto tra i pretendenti alla maglia bianca. In effetti, per forza di cose, la classifica dei giovani va di pari passo con quella generale».

Giovani e leader

Il ragionamento del cittì azzurro non fa una piega. La maglia bianca era stata inserita nei Grandi Giri per dare rilevanza e un segno distintivo ai giovani in grado di combattere insieme ai grandi. Nelle ultime stagioni però è successo che i giovani arrivano nel professionismo pronti a fare bene. Lo si è visto al Tour de France con Tadej Pogacar, capace di vincere la maglia bianca per quattro anni di fila abbinando in due occasioni la vittoria della classifica generale. Insieme allo sloveno hanno contribuito a riscrivere questa regola anche Remco Evenepoel e proprio lo stesso Juan Ayuso. Il belga e lo spagnolo hanno vinto la classifica riservata ai giovani alla Vuelta Espana rispettivamente nel 2022 e nel 2023. 

«E’ chiaro che la lotta per la maglia bianca – spiega il cittì Amadori – è riservata a quei ragazzi le cui squadre lasciano campo libero. In questo Giro d’Italia di leader dichiarati che hanno meno di venticinque anni sono pochi, oltre a Tiberi e Ayuso mi viene in mente Piganzoli. Questi sono i tre che metterei su un possibile podio riservato ai giovani, esattamente nell’ordine elencato. Ayuso lo vedo favorito addirittura per la maglia rosa finale, ha una squadra forte che sa come correre sulle tre settimane. Anche nel suo passaggio tra gli under 23, seppur breve, aveva mostrato qualità incredibili. Lo stesso ha fatto Tiberi quando era alla Colpack. In corsa si vedeva un divario netto con gli altri. Entrambi sono forti in ogni aspetto, Ayuso dalla sua ha anche una grande esplosività. Tiberi invece è un regolarista. Se dovessi fare un paragone lo accosterei a Indurain. 

La prima maglia bianca del Giro d’Italia 2025 è andata a Francesco Busatto, il veneto l’ha indossata al termine della tappa di Tirana
La prima maglia bianca del Giro d’Italia 2025 è andata a Francesco Busatto, il veneto l’ha indossata al termine della tappa di Tirana

Tanti talenti

Il vincitore della maglia bianca probabilmente uscirà da un duello a due tra Ayuso e Tiberi ma i giovani interessanti al via di questo Giro sono diversi e in gradi di fare bene, anche solo per una tappa o per mostrare le loro qualità accanto ai capitani. 

«Poi se allarghiamo il discorso ai giovani in grado di competere e fare bene nel corso dell’intero Giro d’Italia – conclude Amadori – me ne vengono in mente tanti. Uno su tutti è Pellizzari, un predestinato nelle corse a tappe. Il solo fatto di essersi conquistato un posto al Giro, che non era nei programmi iniziali, gli fa onore. Sarà al servizio di Roglic, vero, ma la sua forza non si discute. Tra gli altri giovani interessanti inserirei Garofoli e Marcellusi. La UAE ha elementi forti come Del Toro e Baroncini, ma correranno tutti in appoggio ad Ayuso, sarà difficile che trovino spazio per emergere».

Senza Pogacar, al Giro per vincere. Il punto con Nibali

08.05.2025
6 min
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TIRANA (Albania) – Vincenzo Nibali nei panni di ambassador ci sta davvero bene. Si muove con la sicurezza del leader, mai una parola di troppo e l’acutezza di sempre nel valutare le situazioni. Sta per iniziare il terzo Giro senza di lui e mai gli sentirete dire che si è portato dietro qualche rimpianto. A differenza di quelli che smettono per sopraggiunti limiti nervosi, il siciliano ha scelto la data e si è fermato dopo aver dato davvero tutto. Lo incontriamo nel quartier tappa mentre stanno per arrivare i protagonisti per la conferenza stampa di rito. Sta finendo di raccontare all’inviato di Marca l’importanza che il ciclismo ha avuto nella sua vita. Racconta che se non avesse sfondato nel ciclismo, avrebbe intrapreso la carriera del fisioterapista. E poi rivendica con orgoglio il suo ruolo nell’approfondire la ricerca in tema di allenamento e preparazione. Il ciclismo spaziale di questo tempo è iniziato nel suo e in qualche modo è bello tenerlo a mente.

La riflessione che gli proponiamo parte dall’assenza di Pogacar e dal fatto che quando lui non c’è, gli altri corridori sanno di poter vincere e vanno al via con idee ben più bellicose. Se oggi al tavolo dei contendenti ci fosse stato lo sloveno, avremmo assistito a una sfilata di omaggi e distinguo. Invece, pur non lanciandosi in proclami roboanti, per mezz’ora abbiamo avuto la sensazione di avere davanti un plotone di sfidanti con concrete possibilità di vittoria.

Il quartier tappa del Giro 2025 a Tirana si trova nel Palazzo dei Congressi
Il quartier tappa del Giro 2025 a Tirana si trova nel Palazzo dei Congressi
Quando non c’è “Taddeo” si può pensare anche di vincere?

“Taddeo” è il cannibale del momento, è fantastico. Vince e stravince, non c’è niente da dire. Quando attacca da così lontano ti lascia a bocca aperta. Anche io a mio modo sono stato un precursore in questo senso. Magari non partivo a 100 dall’arrivo, però l’idea di attaccare da lontano l’ho sempre avuta. Quando non c’è Tadej, sono tutti più tesi e cercano di capire cosa potranno fare. Se Pogacar blocca la giornata sbagliata, allora magari qualcosa può cambiare. Sempre che quando ha la giornata sbagliata, fa secondo o terzo».

E allora che Giro sarà questo senza Pogacar?

Molto aperto, molto, molto complicato. Ci sono delle tappe che possono essere trabocchetti. Il Giro non è mai semplice, ho parlato anche con dei direttori sportivi. Con Bramati, con Tosatto che ha dei corridori molto interessanti. Quando si parla di Giro non è mai semplice, e l’ultima settimana è dura davvero.

E’ il terzo Giro senza di te, t’è rimasto qualcosa del corridore addosso oppure hai chiuso bene la porta?

Non ho rimpianti, veramente non ne ho. Ne ho avuti pochissimi in vita mia, perché quello che ho fatto l’ho sempre fatto con grande voglia e volontà. Ora vivo il ciclismo da un punto di vista diverso da quello dell’atleta. Lo vivo da fuori, ma sono sempre molto vicino ai ragazzi e ogni tanto pedalo anche con loro, come si può vedere anche dai social. L’altro giorno ero con Bettiol, capita di uscire con Ulissi, con Pippo Ganna e altri come Honoré. E’ bello scambiarsi opinioni con loro che ci sono ancora dentro.

In un duello ipotetico fra Roglic e Ayuso, il fatto che uno abbia già vinto il Giro sarà un punto a suo favore?

L’esperienza che ha Roglic è tantissima e lo può aiutare tanto, però è un atleta che gioca tanto in difesa. Ayuso invece è l’esatto opposto e quindi potremmo ritrovarci con un attaccante e uno che si difende e questo potrebbe rendere la gara interessante. Però sono certo che lungo la strada ne verranno fuori altri cinque o sei.

Ad esempio?

Non sottovaluterei Del Toro e nemmeno Yates. Tiberi ha preparato questo Giro nei dettagli e ha fatto dei sopralluoghi delle tappe già all’inizio dell’anno. Ciccone arriva con un’ottima gamba e bisogna capire se il suo orientamento sarà per la classifica o per le tappe, dove secondo me si può togliere tanti sassolini dalle scarpe.

Tiberi lo hanno spesso accostato a te, come valuti il suo percorso?

L’ho lasciato che era un ragazzino, quando eravamo in Trek. Da allora è cresciuto tantissimo e ha preso con decisione la strada delle corse a tappe. Io riuscivo a fare anche le gare di un giorno, però si sta muovendo nella giusta direzione.

Dici che si gioca davvero tutto nelle ultime tappe in Valle d’Aosta?

Io starei molto attento anche alle tappe qua in Albania, che sono molto pericolose. La tappa di Valona (la terza, domenica, ndr) è difficile. Mentre la prima, quella di domani, essendo la prima, non è affatto semplice. Se non sei pronto e non sei entrato nel mood del Giro d’Italia, è facile lasciare qualche secondo già sulle prime rampe. E’ una cosa vista e rivista, le prime salite hanno sempre fatto un po’ di danni.

Hai parlato di un Giro aperto e Red Bull assegna 6 secondi di abbuono a ogni tappa: possono diventare decisivi?

Spero di no! Ho fatto anche un’intervista dicendo che molte volte i corridori hanno appiattito la gara, spero non accada nuovamente. Non credo però che questi abbuoni recheranno disturbo alla classifica. All’inizio magari sì, poi non più. Sarebbe stato peggio se ci fossero stati degli abbuoni importanti all’arrivo per i primi tre. Mi ricordo di quando Joaquim Rodriguez perse il Giro del 2012 appunto per un gioco di abbuoni.

Stiamo vivendo un momento eccezionale di ciclismo, con prestazioni e guadagni decisamente importanti…

Il ciclismo ha raggiunto un livello molto alto ed è giusto e dovuto. Non è uno sport di serie B o di serie C, è uno sport di serie A. Tutto questo ce lo siamo meritati nel tempo, per la gente che ci ha tifato e per i corridori che hanno portato tanta aria fresca in questo mondo che era rimasto legato alle tradizioni. Oggi ci ritroviamo sicuramente uno sport fantastico che merita tutta l’attenzione. E mi piace pensare di aver avuto una parte nel suo sviluppo. E magari qualcosa posso fare ancora.