Il Giro di Aleotti, forse la ripartenza che serviva

29.05.2024
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ROMA – Un gran bel Giro e ci voleva. Lunedì mattina Giovanni Aleotti 25 anni compiuti nel giorno del Monte Grappa (in apertura con Martinez e una candelina), ha ripreso la strada di casa portando via con sé un’ottima condizione, che finalmente si è vista anche bene. Certo, ancora una volta gli è servita per tirare, ma intanto ha chiuso la corsa con la forza giusta per provare altre strade. Nel suo caso, a breve, ci sarà il Giro di Slovenia.

La Bora-Hansgrohe ha concluso sul podio l’ultimo grande Giro prima di cambiare nome e convertirsi in Red Bull, anche se non è chiaro a tutti in che modo si andrà avanti: se la struttura rimarrà invariata, quindi nelle mani di Ralf Denk, oppure se subentreranno altre figure. Comunque sarà, affidata a Enrico Gasparotto e Bernhard Eisel e priva di leader come Roglic, Vlasov e Hindley, la squadra tedesca ha dato prova di compattezza attorno a Dani Martinez. Doveva esserci Lennard Kamna, finito in terapia intensiva dopo un incidente ai primi di aprile, e forse qualcosa sarebbe cambiato. E se alla fine hanno fatto meglio della Ineos è stato certamente per la solidità del leader, ma anche per la presenza accanto a lui nei momenti delicati dello stesso Aleotti, tornato su livelli che mancavano da un paio di stagioni.

Monte Pana, Martinez terzo all’arrivo: Aleotti lo ha scortato sino alla salita finale
Monte Pana, Martinez terzo all’arrivo: Aleotti lo ha scortato sino alla salita finale
Soddisfatto?

Sono contento, dai. Sono stato solido per tre settimane: con Martínez, tutta la squadra è stata molto concreta. “Dani” non ha mai mancato un giorno, quindi sono contento. Ovviamente giocandoci il podio, sono dovuto stare sempre con lui, quindi senza una fuga o chance personali. Ma allo stesso modo è stato importante per me vedere fino a quanto potessi tenere duro con i migliori.

Un Giro diverso da quello vinto con Hindley?

Sì, per me molto diverso. Sicuramente sto vivendo un buon cambiamento, perché ho visto che in salita sono migliorato. Sono rimasto quasi ogni giorno con i migliori 15 e penso che ciò sia dovuto all’ottimo lavoro con Paolo Artuso che mi allena da quest’anno. Abbiamo svolto un lavoro molto consistente, senza aver mai saltato un giorno. Sono sempre stato bene e questo ha fatto la differenza rispetto all’anno scorso.

Un anno da dimenticare…

Ho avuto tanti problemi, ma sono riuscito a venirne a capo già nelle ultime settimane del 2023. Ho voltato pagina e messo nel mirino questo Giro, che è andato come speravo e forse anche un po’ meglio. Ho imparato qualcosa di più su me stesso e la mia capacità di fare corsa di testa.

Nel giorno del suo compleanno, ha fatto corsa di testa fino all’attacco di Pogacar sul Grappa
Nel giorno del suo compleanno, ha fatto corsa di testa fino all’attacco di Pogacar sul Grappa
Quale è stato il giorno del Giro in cui ti sei sentito meglio?

Penso a Prati di Tivo, ma stavo bene anche nella prima tappa a Torino e quella dopo il riposo di Napoli. Riuscire a stare ogni giorno vicino a Daniel è stato stimolante e ce l’ho messo a tutta per supportarlo al meglio.

Secondi alle spalle di Pogacar: i primi normali. Si può dire così?

Penso che lui per primo e tutta la UAE Emirates abbiano dimostrato di essere di gran lunga i più forti. Ovviamente noi eravamo sempre pronti a ogni passo falso, però loro sono stati molto bravi ogni giorno. E poi Tadej è stato talmente superiore, che se anche qualche volta si è trovato in una posizione critica, non ha avuto bisogno di difendersi perché andava all’attacco.

Ora vengono un po’ di corse per te?

Sì, penso che già lo Slovenia tra un paio di settimane sia una buona opportunità. Quindi non resta che ragionare bene sul Giro, chiudere la pagine e poi cercare di mantenere la condizione fino allo Slovenia e poi all’italiano. Adesso è arrivato il momento di fare qualcosa per Giovanni…

Pogacar ha davvero riunito i tifosi di Pantani? L’idea di Agostini

28.05.2024
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ROMA – L’ultimo giorno del Giro, a margine del delirio in rosa nella zona del bus del UAE Team Emirates, abbiamo sequestrato per qualche minuto Andrea Agostini che nella squadra è cresciuto come dirigente al fianco di Gianetti e Matxin: ciascuno con la sua area di competenza. Andrea lo conosciamo da una vita, da quando era l’ex compagno di squadra di Pantani nei dilettanti e dopo la laurea fu voluto proprio da Marco come addetto alle comunicazioni nella Mercatone Uno. C’era lui la mattina di Campiglio a difendere la posizione, in un battesimo del fuoco di cui chiunque avrebbe fatto a meno. Tanta strada da allora, passando per varie squadre, fino al team di Pogacar con il ruolo Chief Operating Officer. Un incarico che lo vede alle dirette dipendenze dell’amministratore delegato, quindi di Gianetti, con responsabilità di coordinamento e ottimizzazione delle attività della squadra.

Nonostante tutto questo e la definizione altisonante, Agostini è soprattutto un appassionato di ciclismo e nella mattina di Roma ha gli occhi ebbri per la soddisfazione della vittoria. Quando lo intercettiamo ha appena finito di partecipare alla discesa dal pullman dei corridori vestiti di rosa. E anche se della comunicazione di Pogacar si occupa da tre anni Luke Maguire, che ha instaurato con lo sloveno un rapporto di fiducia, il punto di vista di Andrea può arricchire la figura di Tadej di altre sfumature.

Pogacar è arrivato al UAE Team Emirates nel 2019, a 21 anni. Prima corsa il Tour Down Under
Pogacar è arrivato al UAE Team Emirates nel 2019, a 21 anni. Prima corsa il Tour Down Under
Pogacar è arrivato da voi cinque anni fa, quanto è cambiato rispetto al ragazzino di allora?

Guardate, è maturato tanto nella gestione del quotidiano, però i principi sono rimasti quelli. Tadej è sempre il ragazzo della porta accanto e questa da un certo punto di vista è la cosa più facile da gestire. E’ chiaro che deve fare i conti con una pressione che è centuplicata, questo è normale. Quindi, se vogliamo, in certe situazioni è un po’ più schivo, ma per una questione di autoprotezione che aiuta tutte le persone che raggiungono un certo livello di notorietà.

Si è parlato del suo cambio di allenatore, c’è stato forse un momento in cui ha avvertito la necessità di fare il corridore un po’ più sul serio?

L’anno scorso! Al Tour de France si è reso conto che il dettaglio è fondamentale anche per un campione come lui. E’ vero che arrivava da cinque settimane di stop per l’infortunio, però se prima, tra virgolette, gli bastava allenarsi con il sostegno di madre natura, poi ha capito che doveva essere un po’ più maniacale. Il grosso salto l’ha fatto soprattutto nell’alimentazione.

All’inizio del Giro è parso infastidito, poi è venuta fuori la spiegazione dell’allergia. E’ possibile che fosse seccato anche dalle critiche per il suo modo di correre e voler sempre vincere?

No, non era infastidito da quello, assolutamente: ne abbiamo parlato più di una volta. Avere questo malessere generale, che ha colpito mezza squadra, lo ha reso più nervoso del solito. E poi ha dovuto fare i conti con la popolarità in Italia che non si aspettava. E’ il motivo per cui è voluto venire al Giro. Ama tuttora alla follia sentir pronunciare il suo nome dappertutto, ma all’inizio questo lo ha un po’ disorientato. E’ normale, non si aspettava una cosa del genere.

Le fatiche del Tour 2023 hanno convinto Pogacar ad alzare il livello dell’impegno
Le fatiche del Tour 2023 hanno convinto Pogacar ad alzare il livello dell’impegno
Tu invece pensavi che sarebbe accaduto?

Io credevo che lui potesse raccogliere in parte i tifosi di Pantani in Italia, perché è quello che si avvicina un po’ di più come caratteristiche. Gli italiani stanno aspettando da tanti anni un personaggio del genere ed è diventato un po’ il beniamino di tutti, Tadej in questo momento non ha bandiere. Quindi mi aspettavo la popolarità, ma non a questi livelli. Probabilmente il fatto che abbia vinto le sei tappe e il modo in cui l’ha fatto, ha accresciuto a dismisura la sua popolarità.

Hai toccato la nota dolente: Tadej ha sempre rifiutato di parlare di Pantani, dicendo di essere nato nell’anno delle sue grandi vittorie. Gliene hai mai parlato?

No, mai.

Perché? Non è stato bello sentirlo rispondere in modo evasivo sull’ultimo che ha vinto Giro e Tour nello stesso anno…

Lui sa tante cose, Tadej sa tutto. E’ molto più sveglio e informato di quel che noi pensiamo. Sa tantissime cose, sa tantissime cose di me. Io non gli ho mai parlato di Marco semplicemente perché ho un ruolo diverso. Oggi sono dirigente di una squadra e faccio fatica a condividere con gli atleti le cose personali. Non c’è il rapporto di amicizia di quando ero un addetto stampa. Ho sempre pensato che quella parte della storia sia una cosa mia privata, forse perché ne sono un po’ geloso…

Pogacar vince la seconda Liegi, Agostini lo accoglie sul traguardo
Pogacar vince la seconda Liegi, Agostini lo accoglie sul traguardo
A livello di gestione dei media, Luke Maguire è super indaffarato: il Giro ha richiesto un lavoro straordinario?

Al momento è sotto controllo, ma è chiaro che ci stiamo facendo questo tipo di domanda perché la pressione sta aumentando di giorno in giorno. Non solo per la presenza di Tadej, perché anche senza di lui, la squadra sarebbe ugualmente la prima al mondo. Tadej è la ciliegina su una torta ben farcita. Quindi ci stiamo facendo questo tipo di domande e dovremo rinforzare un po’ tutti i reparti, a partire da quello delle comunicazioni.

Anche Agostini è convinto, come Gianetti, che Tadej rimarrà a vita in questa squadra?

Sì, assolutamente.

Daniel Oss e quei giorni al Giro sulla moto di Eurosport

27.05.2024
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Daniel Oss ha seguito parte del Giro da una moto di Eurosport. Ora si trova negli Stai Uniti per partecipare alla Unbound Gravel, gara di altissimo livello per specialisti, ma si capisce che pur a distanza ha continuato a seguire la corsa rosa, lasciata alla vigilia della terza settimana. L’esperienza è andata bene. Le sue osservazioni sono parse puntuali e in un ottimo inglese, figlio di tanti anni in team non italiani. E così incuriositi per le dinamiche del numerosissimo contingente di Eurosport al Giro, ci siamo fatti raccontare questo debutto inatteso.

«Per la Sanremo – racconta Oss – ero stato nella sede di Londra per fare una puntata di The Breakway con Adam Blythe e Orla Chennaoui. E’ un programma in cui prima della corsa fanno una sorta di preview, poi gli highlights e dopo la gara fanno un commento, un po’ come fanno Magrini e Luca Gregorio su Eurosport Italia. La via di mezzo fra un confronto e un battibecco. Per cui ho partecipato ed è stato molto bello. Sono arrivato la sera prima, l’indomani abbiamo fatto tutta la giornata in diretta. E a quel punto Doug Ferguson, il produttore di Eurosport Londra, mi ha chiesto se mi interessasse l’idea di fare qualche giorno con la moto. E io ho detto di sì a pelle, perché sembrava una proposta molto bella. Una bella esperienza da vivere».

Oss si era già dedicato alle interviste al Tour of the Alps, con cui collabora. Qui con Tiberi
Oss si era già dedicato alle interviste al Tour of the Alps, con cui collabora. Qui con Tiberi
Anche perché iniziano a essere parecchi gli ex atleti che si cimentano in questo ruolo…

Infatti mi sono rivisto nell’immagine di Wiggins e dello stesso Blythe. Mi stuzzicava l’idea di essere su una moto dentro la tappa, con il pensiero di viverla e raccontarla offrendo dei piccoli spunti a chi commenta. Per cui ho detto di sì e loro si sono organizzati. Qualche settimana prima del Giro mi hanno contattato e ho confermato, guardando le mie date possibili. Ci stavo dentro bene e non potevo dire di no. Magari a scapito di un allenamento in più o in meno, però era un’esperienza che andava fatta.

Com’è stare in gruppo su due ruote ma senza faticare?

Figo, tutto bellissimo, da insider, però pensavo di vedere di più. Nei miei pensieri prima di cominciare mi vedevo in mezzo al gruppo, però effettivamente ci sono delle dinamiche e delle tempistiche che non immaginavo. C’è chi deve andare avanti, chi va dietro e quindi c’è il tuo momento di vedere l’azione: non ci sei sempre. Anche se, come moto di Eurosport, da giornalista o comunque vogliate chiamare quello che ho fatto, ci sono molte possibilità di vedere bene la corsa da vicino. E’ stato bellissimo.

Loro in bici tu sulla moto, appena un anno dopo…

Soprattutto questo mi ha un po’ spiazzato. Non immaginavo come sarebbe stato vedere i ragazzi far fatica rispetto a me che non la faccio più. Insomma, mi sentivo molto vicino pur essendo molto lontano. Ho riconosciuto la fatica, ma vista da fuori mi ha stupito molto di più. E da fuori è impressionante anche la condotta di gara. La moto dà l’impressione della velocità, dello sforzo che fanno, dell’attendismo, della paura nel muoversi.

Appesa al chiodo la bici da strada, Oss si è dato alla gravel agonistica
Appesa al chiodo la bici da strada, Oss si è dato alla gravel agonistica
In quali situazioni?

La difficoltà nel muoversi in certe circostanze, come può essere il paese o la strada particolarmente ventosa. Tutte queste cose, colte dal mio punto di vista, mi hanno coinvolto parecchio sul piano emotivo. Ho visto per la prima volta da vicino Ganna in una cronometro. Mi ha fatto impazzire, è stato incredibile. E poi anche le volate e le situazioni di vento. Lo sparpagliamento nella tappa di Cento che ha vinto Milan, quando si sono rotti col ventaglio. E io ero lì a vedere in che modo gestivano e superavano le situazioni e questo in un certo senso mi emoziona.

Durante la tappa hai avuto contatti con i corridori oppure la moto sta rigorosamente a distanza?

Le regole sono abbastanza severe. Non si può fare l’intervista ai corridori, si può parlare con le macchine. Tanti corridori li ho salutati, s’è fatta giusto una battuta e ci siamo scambiati un in bocca al lupo. Ad esempio in una tappa sull’Adriatico, Pellizzari non stava bene e lo vedevo che si staccava dal gruppo in pianura. Era tra le macchine, mancava 15-20 chilometri alla fine e io gli dicevo di stare tranquillo. Lui era nervoso, aveva paura di non farcela e io allora gli ho urlato di mollare, che non serviva a niente tenere duro. Meglio recuperare e arrivare, che il giorno dopo sarebbe stato meglio.

Il colpo d’occhio da corridore serve sulla moto?

Il feeling è lo stesso, magari ci vuole un po’ per entrare nei meccanismi e diventare bravi a valutare le situazioni standone fuori. Senti e vedi tutto, però effettivamente senza la spinta di quello che percepisci dalle gambe, è difficile. E’ chiaro che da casa o comunque davanti a una tv capisci molto di più, però dalla moto puoi vedere dei dettagli che da fuori sfuggono.

Con Milan dopo la volata di Cento e un finale da brividi con i ventagli
Con Milan dopo la volata di Cento e un finale da brividi con i ventagli
Come funzionavano le tue giornate?

Sveglia la mattina e circa un’ora prima di partire, si faceva un briefing che partiva dalle indicazioni mandate su whatsapp dalla regia e dalla direzione. Dipende dalla trama della tappa. Se c’è una volata in cui se la giocano Milan e Merlier, si fanno le interviste a entrambi, in modo da poterle usare nei momenti in cui serve. Si realizzano servizi slegati da luoghi e tempi, in modo da poterle inserire quando servono.

Pensi che lo farai ancora?

Spero sia andata bene, che gli sia piaciuto. Devo migliorare, mi piacerebbe fare altre esperienze. Vedo che a loro comunque piace l’entusiasmo, il fatto che si lavori in gruppo. Non è solo una questione di lingua madre, ma anche di quello che si trasmette. Gliel’ho detto, vediamo se mi richiameranno. Intanto domenica si corre. E qua vanno tutti davvero molto forte…

Hai parlato di Ganna, com’è stato invece vedere Pogacar in azione?

Beh, cosa posso dire… abbastanza emozionante! E poi il mio parametro è sempre quando piaci ai bambini, allora hai fatto centro. Ma al di là di questo, tecnicamente mi ricorda tantissimo quando mi emozionavo con Peter (Sagan, ndr). Quando faceva quelle cose che, cavoli, resti proprio a bocca aperta. E non puoi che dire: «Wow, che bomba!». Davvero tanta roba…

EDITORIALE / Pogacar, signori: lieto di stupire

27.05.2024
5 min
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ROMA – Il giorno dopo è difficile persino rendersi conto che non si tratti di un altro riposo. Si torna alla solita vita e il Giro di Pogacar rimane negli occhi e negli appunti: quelli già trasformati in articoli e quelli che presto lo saranno. Andando via dalla zona di arrivo dell’ultimo traguardo, la sensazione di aver preso parte a un grande evento è stata rafforzata dalla presenza oceanica di pubblico, che si è ripetuta anche a Roma come su ogni strada d’Italia. Pensavamo che il Veneto fosse stato un’eccezione, fra Padova e il Monte Grappa, ma scorrendo le foto delle 21 tappe è immediato rendersi conto che quest’anno il riscontro di pubblico sia stato ogni giorno impetuoso.

Il ragazzo biondo col ciuffo

Non è semplice spiegare il perché. La considerazione più ovvia è che il ragazzo biondo con il ciuffo abbia stregato i tifosi di tutta Italia. Sarebbe stato bello avervi a bordo per rendervi conto del quotidiano assedio del pullman della UAE Emirates, ma sarebbe riduttivo limitare tutto a Pogacar. I tifosi hanno avuto attenzioni per tutti i corridori, dimostrando di aver capito la sola cosa che conta di questo Giro d’Italia. Abbiamo assistito allo show del solista più grande, quello che dopo la Strade Bianche definimmo in un altro Editoriale il vero fenomeno di questo ciclismo. Perché vince le classiche, le crono, doma le montagne e lo fa senza la supponenza e la freddezza di alcuni suoi colleghi altrettanto forti.

La disponibilità di Pogacar verso i bambini non è venuta meno neppure sulle grandi salite
La disponibilità di Pogacar verso i bambini non è venuta meno neppure sulle grandi salite

Tadej Pogacar ha firmato migliaia di autografi e se lungo le salite ha avuto occhi e cuore per i bambini non è stato per ruffianeria, ma perché sente di dover fare qualcosa per i più piccoli. Allo stesso modo in cui, portato a seguire la tappa di Trieste al Giro del 2014, quando aveva 16 anni, trasse da quello sprint l’ispirazione per diventare un corridore. A ben vedere, andando da anni in cerca di un faro per il ciclismo italiano, quale fra i grandi azzurri degli ultimi tempi ha mostrato una simile disponibilità verso i piccoli? Pogacar ha mostrato lo stesso candido entusiasmo che nei primi anni fu di Sagan, non a caso altro beniamino di un pubblico ampio e trasversale.

Le regole di una volta

All’inizio del Giro ci sono state critiche, compresa quella di Bettini che abbiamo condiviso e in parte ancora sposiamo. Sembrava strano che il leader della corsa si mettesse a inseguire tutti, come animato da un’ingordigia mal mascherata. In realtà con il passare dei giorni abbiamo imparato a riconoscere nei gesti di Pogacar lo stupore per logiche che non gli appartengono, forse perché i campioni o o vecchi del gruppo che lo hanno accolto non hanno avuto il carisma, la capacità o la voglia di spiegarle. O forse perché a 25 anni non si ha troppa voglia di sottostare a schemi che si reputano vecchi e ti impediscono di dare un seguito e un premio al duro lavoro. La faccia di Pogacar nel giorno in cui ha lasciato andare la fuga di Cusano Mutri era piena di stupore, più che di convinzione. Avrebbe potuto e forse voluto vincere anche lassù, ma ha scelto di stare a quelle regole. Poi però basta. E dove ha potuto, ha vinto.

Un arrivo e un inchino: a Bassano del Grappa, Pogacar ha ringraziato così il pubblico del Giro
Un arrivo e un inchino: a Bassano del Grappa, Pogacar ha ringraziato così il pubblico del Giro

Dicono e pensiamo che lo abbia fatto con un margine così ampio perché non aveva di fronte avversari della sua altezza. Vero, ma se guardiamo la classifica dell’ultimo Tour in cui Vingegaard lo piegò a suon di scatti, i margini sono gli stessi di questo Giro. E alle spalle dei due giganti (pur divisi da 7’29”) c’erano stati baratri altrettanto profondi. La sua supremazia ha infastidito qualcuno? Immaginate di essere andati a un concerto di Eric Clapton e di annoiarvi per i suoi assoli di chitarra. Il Giro d’Italia del 2024 è stato un grande concerto, con momenti corali e altri splendidi assoli, ma quando Pogacar ha guadagnato il centro del palco, non s’è potuto fare altro che applaudirlo.

L’Italia che arriva

E l’Italia c’è stata, forse più che in un recente passato. Il quinto posto di Tiberi che riporta a casa la maglia bianca dopo nove anni è uno squarcio molto interessante di futuro. Gli scatti di Pellizzari hanno mostrato la grinta di un ragazzino per nulla intimorito dai nomi che ha osato sfidare. Piganzoli si è messo alla prova scegliendo di non uscire di classifica: il suo 13° posto al primo grande Giro dice che ha la testa dura e i mezzi per riprovarci. Milan sta diventando un gigante dello sprint, con ancora tanto da imparare per gestire i finali più complessi. Ganna ha ritrovato il passo nella crono di Desenzano e per il resto della corsa ha tirato per la squadra con una generosità a volte persino eccessiva. Sembrano piccoli sprazzi, al cospetto di un gigante come lo sloveno, ma sono molto di più.

Sportivi e tifosi

E sullo sfondo, ma più spesso davanti c’è stato Pogacar. Ha attaccato. Ha vinto, gestito e dimostrato qualità di leadership fuori del comune. Ogni giorno ha confermato una normalità e un’educazione sbalorditive. Ha mostrato coraggio nel correre il Giro prima del Tour e insieme la determinazione feroce nel cercare di migliorare ancora. Si è aperto con i giornalisti, ammettendo anche dei piccoli momenti di difficoltà. Ha raccontato di sé. Ha dato spettacolo in tappe da campioni che altrimenti sarebbero state consegnate a velleità di rango inferiore.

Non ha corso al risparmio, come avrebbe potuto fare avendo in testa il Tour: gli sarebbe bastato gestire il vantaggio delle crono e correre sulle ruote. Non l’ha fatto. A quelli che l’hanno criticato e hanno criticato il suo Giro chiediamo il favore di chiudere per un istante gli occhi. Di rivedere tutti i momenti salienti di questo Giro e le sue vittorie. E poi, arrivati al podio di Roma, di riaprirli e immaginare che Pogacar sia italiano. Parlerebbero ancora allo stesso modo?

Le suole Michelin, ecco una bella novità al Giro d’Italia

27.05.2024
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Le corse a tappa e le Classiche Monumento rappresentano da sempre una vetrina privilegiata che le aziende scelgono per presentare le loro novità di prodotto. Non sfugge l’edizione di quest’anno del Giro d’Italia e ancora prima il Tour de Romandie. Proprio nella breve corsa a tappa elvetica hanno fatto il loro debutto le nuove suole Michelin realizzate per scarpe strada. Si è trattato di un debutto vincente visto che erano ai piedi di Carlos Rodriguez, giovane stella del team Ineos Grenadiers, capace di portarsi a casa la classifica generale del Romandia. Le nuove suole Michelin hanno debuttato anche al Giro d’Italia grazie a Thymen Arensman, sempre del team Ineos Grenadiers.

Le suole Michelin hanno esordito anche al Giro, ai piedi di Arensman
Le suole Michelin hanno esordito anche al Giro, ai piedi di Arensman

Tocca alla strada

Per gli appassionati delle discipline offroad, le suole Michelin non rappresentano una novità essendo già presenti nelle discipline enduro, gravel, downhill e cross country. Il debutto su strada è merito di JV International srl. Si tratta di un’azienda italiana a cui Michelin ha affidato la licenza mondiale dal 2013 per la progettazione, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione delle suole a marchio Michelin.

In collaborazione con JV International, e attraverso la partnership con il brand francese Ekoi, Michelin è oggi il primo produttore di pneumatici per il ciclismo su strada ad avere anche una suola per scarpe dedicata.

La possiamo infatti ammirare sul modello Road C12 Proteam di Ekoi.
La possiamo infatti ammirare sul modello Road C12 Proteam di Ekoi.

Niente colle e viti

La principale innovazione della suola risiede nel suo metodo di produzione. Puntale e contrafforte del tallone, sviluppati esclusivamente da JV International per Ekoi, sono co-modellati. Questo processo porta all’eliminazione di colle e viti, aumentando così la leggerezza della scarpa, una caratteristica sempre ricercata e fondamentale nel ciclismo su strada. La suola presenta inoltre un set di combinazioni innovative.

Alla struttura in carbonio intrecciato, che garantisce ulteriore leggerezza e rigidità, è stato aggiunto un sistema di gradazioni di spessore diverso, come sul puntale e sul contrafforte del tallone, per massimizzare le prestazioni, proteggere il carbonio dal contatto con il suolo e aumentare la sicurezza del ciclista quando sgancia i pedali. I componenti sono realizzati in un polimero termoplastico con una percentuale limitata di gomma, migliorando ulteriormente la protezione della suola. 

La suola Michelin realizzata per il modello Road C12 Proteam di Ekoï non è che il primo importante tassello nella collaborazione fra l’azienda francese e JV International.

Jv International

Ma non dimentichiamo Dani Martinez, il primo degli altri

27.05.2024
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ROMA – Forse la prestazione di Daniel Felipe Martinez è passata sin troppo inosservata. Tadej Pogacar si è preso la scena, è vero, ma il secondo posto dell’atleta della Bora-Hansgrohe ha un grande valore. Ha un grande valore soprattutto per questo ragazzo che a 28 anni si è trovato a fare il leader e ha risposto presente. Ha valore per la squadra che ha enormi ambizioni e si ritrova un atleta di enorme sostanza. E ha valore per i tifosi colombiani, sempre numerosissimi sulle strade del Giro d’Italia.

Quegli stessi tifosi che erano presenti anche a Roma. Il podio all’ombra del Colosseo è un’emozione che Martinez non dimenticherà mai. E lo ha anche ribadito dopo essere sceso da quel palco.

«E’ stato un Giro di sostanza il suo – ha detto Enrico Gasparotto – Dani è stato davvero bravo. E’ andato forte a crono e in salita. E di fatto ha battuto tutti gli altri».

Pogacar che guarda tutti da davanti e Martinez che guida gli altri: è la foto del Giro
Pogacar che guarda tutti da davanti e Martinez che guida gli altri: è la foto del Giro

Il retroscena

Il suo Giro è nato sin da questo inverno, con una programmazione dettagliata. Ma poi ha anche avuto qualche complicazione. Forse perché le cose, per assurdo, stavano andando sin troppo bene.

«Il programma iniziale – racconta Paolo Artuso, il preparatore – era quello di farlo tornare in Colombia subito dopo la Strade Bianche, corsa che avevamo deciso di fargli fare per prendere confidenza con lo sterrato che avrebbe poi trovato qui verso Rapolano. Ma Dani stava così bene che ha insistito per fare anche la Tirreno. Però, proprio alla Strade Bianche è caduto. Ha fatto dei numeri e dei valori pazzeschi per cercare di recuperare, ma il problema è che il giorno dopo aveva un ginocchio gonfio così».

A quel punto è scattato l’allarme. Dani è partito per la Tirreno ma piano. D’accordo col team, Martinez si è fermato dopo quattro frazioni. Prima di ritornare in Colombia per l’altura, Artuso se lo è portato in Veneto. Gli ha fatto fare qualche sopralluogo, degli accertamenti al ginocchio e anche una visita in galleria del vento.

«Poi – continua il coach – abbiamo rivisto qualche dettaglio della sua preparazione e fino all’ultimo ci sono state delle piccole incertezze, degli aggiustamenti. Ha saltato il Romandia che era nel programma iniziale. Una volta tornato in Europa lo abbiamo tenuto in altura ad Andorra fino all’ultimo. Dovete sapere che Martinez è un generoso. Pensate che a dicembre l’ho dovuto richiamare perché andava troppo forte!».

Sul Grappa Martinez ha controllato. Non era a tutta e, sapendo di non poter vincere la tappa, non ha rischiato nulla
Sul Grappa Martinez ha controllato. Non era a tutta e, sapendo di non poter vincere la tappa, non ha rischiato nulla

Parola a Dani

A Roma Martinez è stato raggiunto dalla sua famiglia. Mentre ci parliamo i suoi bimbi girano tra le nostre gambe. Lui è disponibilissimo e contento di raccontare. Di raccontare un secondo posto che magari, chissà, potrebbe anche incidere sul resto della sua carriera.

Dani, primo podio della tua carriera…

Sono veramente contento. Contento del podio, ma anche del lavoro realizzato sin qui. E’ un risultato che mi soddisfa appieno.

Hai trovato un Pogacar gigantesco. Ma hai battuto tutti gli altri.

Eh già! Quando abbiamo cominciato il Giro d’Italia tutti noi all’inizio credevamo che Pogacar si potesse battere. Abbiamo anche provato ad attaccarlo tutte le volte che è stato possibile, ma lui aveva una gamba molto buona. E’ un fenomeno. Alla fine Tadej ha fatto il suo Giro e noi abbiamo fatto l’altro. E in quest’altro Giro eravamo tutti vicini: Thomas, Tiberi, O’Connor… di più non si poteva fare.

Cosa ti ha soddisfatto del tuo Giro? C’è stata una prestazione in particolare?

La mia regolarità. Sono sempre andato forte, tutti i giorni, mentre di solito c’era un giorno in cui pagavo (cosa che ci ha confermato anche Artuso, ndr). Se facciamo i conti c’erano oltre 70 chilometri a crono e questo avvantaggiava appunto Thomas, Tiberi, O’Connor, ma le mie gambe erano buone anche contro il tempo.

Complice qualche sfortuna, la Bora-Hansgrohe non è stata super. Aleotti il vero supporto grande per Martinez
Complice qualche sfortuna, la Bora-Hansgrohe non è stata super. Aleotti il vero supporto grande per Martinez
Quindi nessun giorno difficile?

ne ho avuti tanti, come quello alla seconda tappa, quando verso Oropa ho avuto un problema meccanico. E poi anche nella quarta tappa sono stato coinvolto in una caduta e ho battuto una spalla. Ma ho saputo recuperare bene da questi giorni.

Dani, hai detto che almeno all’inizio e nelle prime tappe, pensavate che si potesse fare di più contro Pogacar, ebbene dopo Prati di Tivo, quando Pogacar ha fatto “solo” la volata, questa convinzione si è rafforzata? In quei giorni in gruppo si diceva non fosse più al top…

A Prati di Tivo abbiamo pensato di fare qualcosa. Era il giorno dopo la crono e magari qualcosa poteva cambiare per gli avversari. Ci abbiamo provato, ma è anche vero che la squadra era quella che era. Per infortunio abbiamo perso presto Lipowitz e non si poteva fare molto. La corsa era tutta nelle mani di UAE Emirates o Ineos Grenadiers. Poi da quel giorno è stata dura attaccarlo.

Di più non si poteva fare insomma. Qui c’è aria di festa. Ti piace Roma?

Sì, sì… è la terza volta che sono qui. Ma devo dire che mi piace tutta l’Italia. Sono cresciuto qui, le mie prime squadre da professionista sono state qui da voi e ci sono molto legato.

La volata perfetta di Merlier, la sfortuna di Milan: è tre pari

26.05.2024
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ROMA – La sua ruota è quella che “svirgola di meno” sui sampietrini della Capitale. Busto più fermo, sedere più indietro. Insomma, baricentro più arretrato. In questo modo la ruota posteriore fa più trazione. E anche la linea strettissima alle transenne non è casuale. Tim Merlier vince così la volata finale del Giro d’Italia. In via di San Gregorio allunga con prepotenza su tutti. Anche su Jonathan Milan. Uno sprint tecnicamente e tatticamente perfetto quello del belga.

«Ho fatto tesoro della mia esperienza nel cross e sul pavé – ha detto Tim – anche se questo di Roma era un pavé diverso da quello belga. Però sono riuscito comunque a fare velocità e sono certo che questa mia esperienza appunto mi abbia dato un buon vantaggio». 

Stretto alle transenne, baricentro arretrato e linea più pulita studiata durante i passaggi: lo sprint perfetto di Merlier
Stretto alle transenne, baricentro arretrato e linea più pulita studiata durante i passaggi: lo sprint perfetto di Merlier

Ciao Giro

Le ombre si allungano sui Fori Imperiali e come le Dolomiti, anche Roma si accende al tramonto. I colori diventano ancora più vivaci e la folla, la tantissima folla presente lungo il circuito sembra ancora di più. Una festa super per il ciclismo. Il ciclismo a Roma? Uno spot da favola.

Come capita ogni volta che si è alla fine di un grande Giro, l’aria è quella da ultimo giorno di scuola. Ma dopo tre settimane di questa famiglia itinerante non manca un pizzico di nostalgia.

E forse anche per questo al via dall’Eur si colgono al volo i volti che dicono di emozioni differenti. Per molti questa è solo una passerella, per altri la via del trionfo, per altri ancora è tappa vera. Dainese, Milan, Groves, Merlier, le ruote veloci, sono sciolti, ma non scioltissimi.

Catena ko

La tappa finale va secondo copione. Almeno fino alla campana dell’ultimo giro, quando, colpo di scena, la maglia ciclamino si accosta e chiama l’ammiraglia. Catena rotta. Impossibile procedere un solo centimetro in più.

«Ero alla sua ruota – ha detto  Simone Consonniha preso un buco, un sobbalzo su questi sampiterini e gli si è rotta la catena. L’ho visto in diretta. Ho chiamato subito tutti a raccolta per aspettarlo».

Impresa quasi impossibile, ma con la sua forza e le ammiraglie, Milan riesce nell’impresa di rientrare in gruppo. Poi viene avanti e anche bene. Forse è la volata migliore della Lidl-Trek in quanto a posizionamento e fa il suo sprint. Ma non basta.

Jonathan scoda molto. Forse la potenza è troppa. Forse il 54 è troppo agile su questo fondo sconnesso. E’ secondo, come seconda è la maglia ciclamino che conquista.

Intanto scatta la polemica sulla scia prolungata di Milan. Il friulano e la sua squadra hanno giocato il tutto e per tutto. Squalifica sì, squalifica no: il verdetto resta quello dell’arrivo.

La Soudal oggi credeva nel successo, ha controllato moltissimo la corsa, tenendo a tiro la fuga
La Soudal oggi credeva nel successo, ha controllato moltissimo la corsa, tenendo a tiro la fuga

Il 56 di Merlier

E così Tim Merlier ha potuto pareggiare i conti proprio con Milan. Fossano, Padova, Roma per il belga ed è tris.

«Chi è il più forte? Non lo so – dice il belga – decidete voi. Noi facciamo il nostro lavoro al massimo. Sì, ho saputo del problema e che era rimasto dietro, ma mi avevano anche detto che stava rientrando», come a dire che poi non è stato sorpreso di rivederselo a fianco.

Rispetto a Milan, Merlier aveva il 56, un rapporto forse più idoneo, almeno su carta, per questo finale. E’ chiaro che atleti e corridori hanno le loro ragioni circa le scelte tecniche, ma vista da fuori la sua opzione è più che comprensibile.

«Ho scelto questo rapporto così grande – continua il corridore della Soudal-Quick Step – perché ho visto che il finale era molto veloce, si arrivava da una discesa. Lo abbiamo studiato con attenzione e abbiamo deciso di puntare su quello».

Tris per Merlier (scortato dal massaggiatore Yankee Germano), poker per il team con la vittoria di Alaphilippe
Tris per Merlier (scortato dal massaggiatore Yankee Germano), poker per il team con la vittoria di Alaphilippe

Duello tra sprinter

Tre vittorie per parte sono un bel bottino anche per il Giro d’Italia, che ha visto un vero testa a testa tra le ruote veloci. Se il duello è mancato nella generale, non si può dire altrettanto negli sprint, dove il livello era davvero alto.

«Io sono soddisfatto del mio Giro – ha concluso Merlier – L’ho preparato e avevo le idee chiare. Prima le classiche, che sono andate bene, poi appunto il Giro d’Italia: anche per questo non avevo pressioni. Mi sentivo bene».

«Sono contento di aver terminato il mio quarto grande Giro. Anche se ho 31 anni questa è un’esperienza in più e la possibilità di migliorare ancora».

Il Giro di Pogacar, ultimo atto: Roma impazzita per la rosa

26.05.2024
6 min
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ROMA – Roma è davvero bella in questa sera che celebra la vittoria al Giro d’Italia di Tadej Pogacar. La maglia rosa si affaccia dal balcone della Sala Protomoteca e guarda la città eterna ai suoi piedi. Non era mai stato a Roma, probabilmente non riuscirà nemmeno a farsene una grande idea. Ha l’espressione stanca. L’ultima tappa è stata tirata, altro che passerella. E poi la serie di interviste e formalità è stata appesantita dalla scorta della Polizia che ha sbagliato strada e ha allungato il tragitto dal podio alla sala stampa. Può capitare, le strade trasudano ancora di tifosi (tanti bambini) con lo sguardo sognante: non è stata una giornata qualsiasi.

«Sono stanco, è vero – conferma – voglio solo andare a preparare la cena e godermi questo momento con i ragazzi. Penso che tra una settimana, quando mi riposerò a casa, mi renderò conto di tutto. Mi guarderò indietro e sarà fantastico. Ho vissuto tanti bei momenti, alcuni splendidi soprattutto con i bambini. Sono super felice di vedere tante maglie del Pogi Team sul percorso. Tanti ragazzi sono venuti a tifarci e avevano l’espressione felice. Quello che voglio lasciare loro è il consiglio di godersi il momento, godersi il gioco. Finché è un gioco, va tutto bene. Per cui che si divertano e sviluppino la giusta mentalità»

La giornata per la UAE Emirates è iniziata con festeggiamenti tutti rosa
La giornata per la UAEEmirates è iniziata con festeggiamenti tutti rosa

L’idolo dei bambini

Ci pensavamo stamattina guidando allegri da Bassano del Grappa a Roma: quanto è stata bella la sua attenzione verso i tifosi più piccoli? E’ sembrato che il campione abbia sentito su di sé la responsabilità di ispirare le nuove generazioni, allo stesso modo in cui da ragazzo fu portato a vedere il passaggio del Giro d’Italia e il suo connazionale Mezgec vinse la tappa, destando in lui la voglia di essere un corridore del Giro d’Italia.

«Penso che un giorno potrei tornare – dice – ma vediamo come va questa stagione e come il Giro incide sui prossimi impegni. Penso che sia stata una gara bellissima, un momento bellissimo e sicuramente vorrò provarci ancora in futuro. E’ stato pazzesco. L’atmosfera, i tifosi. Tifosi da tutto il mondo e anche molti sloveni. Quindi ho potuto godermelo davvero con una grande emozione. E’ stato una grande esperienza, i percorsi erano super belli e anche l’organizzazione è stata abbastanza buona. Devo dire che mi sono davvero divertito con i miei compagni».

Ti mancheranno tutte queste interviste?

Sarò super felice quando tutto sarà finito. Queste sono le ultime pedalate, per cui andiamo avanti. Penso che fra due, tre giorni tutto sarà perfetto.

Davanti a tanto calore, abbiamo avuto l’impressione di vederti cambiare anche nel modo di porti, come se tu in qualche modo sia cresciuto durante il Giro.

Penso che ogni gara ti dia esperienza. Tre settimane sono un periodo lungo e forse in questo Giro ho fatto davvero un altro passo avanti come uomo. Vedrò come mi sento e come saprò pormi davanti alle prossime sfide.

Hai detto dall’inizio dell’anno che saresti venuto per provare a fare qualcosa di nuovo e con nuove certezze come corridore: pensi di esserci riuscito?

Come corridore, mi sono sentito molto forte e a mio agio sulla bici. In tre settimane si passano tante ore in sella e mi sono trovato nel punto in cui volevo essere. Penso di poter trarre molto da questa gara per quanto riguarda le prestazioni, per come mi sento in bici e anche come l’ho guidata. Perciò penso che dopo un buon riposo questa sensazione potrà anche migliorare. Penso di essere davvero sulla buona strada anche per la prossima parte della stagione.

Era la tua prima volta a Roma: avevi chiesto informazioni sul Giro a Roglic?

Devo dire che Roma è una città davvero fantastica, bella. E soprattutto avere la maglia rosa alla fine del Giro me l’ha fatta sembrare stupenda. E’ fantastico che gli ultimi due vincitori del Giro siano due sloveni, qualche anno fa non ci avremmo neppure immaginato. Possiamo essere tutti orgogliosi. Quanto a Primoz, ho parlato qualche volta con lui, ma mai di ciclismo. Altrimenti è come se questo sport fosse attivo 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Per cui a volte è meglio non parlare delle gare… (sorride, ndr).

Pensi che sarà difficile chiudere col Giro e riprogrammarti per il Tour?

Penso che ci vorrà ancora qualche giorno per spegnere un po’ la mente, rilassarmi e poi ricostruire lentamente. Spero di mantenere questa condizione e se possibile provare a migliorarla. Vedremo le sensazioni alla ripartenza.

Vedremo se sei cresciuto come uomo, ma di certo sei parso un grande capitano. Pensi che gli insegnamenti dei tuoi genitori ti abbiano in qualche modo preparato per questo ruolo?

Sono piuttosto felice e orgoglioso di come i miei genitori mi hanno cresciuto, fino a diventare quello che sono. Gli sono grato per tutto quello che hanno fatto per me. Cerco di comportarmi per come mi hanno insegnato. Sono convinto che se ricevi qualcosa da qualcuno, devi sempre ricambiarlo.

La prossima sfida

Tadej se ne va con il trofeo che lo segue fra le braccia di Luke Maguire. Ha vinto e convinto, richiamando sulle strade una folla che non si vedeva da tanti anni e da altri campioni. E’ stato un Giro che ha fatto riscoprire al pubblico italiano il bello di scalare le montagne e scendere in strada per guardare il ciclismo. Ha davvero richiamato sulle strade il pubblico orfano di Pantani?

Non serve forzare paragoni con qualcuno che è stato immensamente grande e non sarà mai uguagliato nei cuori di chi lo seguiva. Tuttavia la presa di Pogacar sul pubblico è un dato su cui riflettere. Stasera farà festa. La prossima sfida che lo attende lo metterà contro Vingegaard, Roglic, Evenepoel, Bernal, Rodriguez e Tao Geogeghan Hart. Per allora dovrà aver smaltito la fatica e messo nelle gambe altro fuoco. Dopo un Giro alla grande, il Tour che parte da Firenze sarà qualcosa di stellare.

Affini e la Visma fino a Roma solo in quattro

26.05.2024
5 min
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BASSANO DEL GRAPPA – Lo scorso anno il pullman della Jumbo-Visma – oggi Visma-Lease a Bike – era inavvicinabile per la presenza della maglia rosa Roglic e dello sbarramento in sua difesa. Quest’anno il gigantesco mezzo giallo e nero se ne sta parcheggiato fra poca gente. La squadra olandese lo scorso anno ha conquistato Giro, Tour e Vuelta e sarebbe dovuta venire al Giro con Wout Van Aert, che però in Italia non c’è mai arrivato. Hanno così schierato il giovane Uijtdebroeks, che si è ritirato per malattia. Hanno incassato i forfait di Gesink e Laporte, quindi hanno festeggiato con Kooij a Napoli prima che si ritirasse. E alla fine si sono ritrovati in quattro a stringere i denti fino a Roma: Tratnik, Valter, Van Dijke e Affini.

Hanno tentato qualche fuga. Ci hanno provato, ma certo non è stato facile resettare abitudini e motivazioni. Chi va alle corse per tirare, si costruisce addosso un abito di riferimenti e routine cui adempiere, che sono poi difficili da abbandonare. Per questo ci siamo presentati davanti a quel gigante di Affini, chiedendogli che effetto gli abbia fatto vivere un Giro con tre soli compagni e in che modo abbia ricostruito le sue motivazioni.

In fuga nella tappa di Padova, Affini è entrato con un’azione di forza e si è arreso al lavoro di due squadre
In fuga nella tappa di Padova, Affini è entrato con un’azione di forza e si è arreso al lavoro di due squadre
Che effetto fa?

E’ una sensazione un po’ diversa. L’anno scorso siamo partiti con l’idea di vincere il Giro con Primoz e questo ti dà qualcosa di più in termini di motivazioni e di tenere duro, anche in certe tappe più difficili, specialmente per un corridore come me. Tutto sommato anche quest’anno siamo partiti con delle belle idee, con Kooij per le volate e Cian per la classifica, ovviamente non con la stessa pressione che aveva Roglic. Purtroppo li abbiamo persi tutti e due, ma almeno siamo riusciti a vincere con Olav a Napoli. Ciò non toglie che fare metà Giro in quattro è diverso. Ci siamo dovuti adattare e penso che ci siamo riusciti abbastanza bene.

In che modo?

Abbiamo messo il chip della fuga, degli attacchi e… dell’intrattenimento (ride, ndr). Abbiamo provato a farci vedere, entrare in qualche azione, anche se è quasi impossibile. Di noi quattro non ce n’è uno che possa effettivamente lasciare il segno, perché è il migliore su un terreno in particolare. Il miglior scalatore, il miglior velocista. Quindi devi buttarti e cercare di crearti le occasioni e poi provare a coglierle.

Diciamo che la stagione è particolare, ne sono successe parecchie…

Davvero parecchie, sì. Tutto sommato siamo stati anche abbastanza vincenti, se guardiamo bene. La Parigi-Nizza, la Tirreno-Adriatico, la Het Nieuwsblad, Harelbeke… Non è stato un inizio anno disastroso, ma è chiaro che per gli standard che avevamo messo l’anno scorso, sembra che ad ora sia un anno più brutto. Sicuramente gli infortuni dei vari leader hanno fatto la differenza. Qui al Giro con Wout avremmo avuto la possibilità di vincere più di una tappa. Nel frattempo Jonas avrebbe fatto bene in qualche altra corsa a tappe di avvicinamento al Tour, però su quelle cose non ci puoi fare niente. Purtroppo è successo e speriamo che si rimettano al meglio.

Affini e Consonni, quel dito puntato per gioco parla anche di qualche inseguimento di troppo?
Affini e Consonni, quel dito puntato per gioco parla anche di qualche inseguimento di troppo?
Eri venuto per aiutare un capitano, il cambio di chip è stato facile?

All’inizio ti dispiace, perché sei già mentalizzato su un tipo di lavoro che devi fare, un tipo di sforzo anche che pensi di dover fare nelle tre settimane. Cambiare a questo modo ti crea qualche spazio per provare a fare risultato a livello personale, però allo stesso tempo è difficile. Di occasioni effettivamente non ce ne sono state tante. E’ stato un Giro bloccato. Sono arrivate poche fughe, il gruppo non ha mai dato spazio. Si vede che le squadre dietro non vogliono rischiare niente. Mi metto nei loro panni: se ho il velocista non vorrei rischiare di sciupare un’occasione.

Siete i principali rivali del UAE Team Emirates, cosa ti pare di come hanno corso il Giro?

Hanno controllato quando dovevano controllare e anche quando non l’hanno fatto, hanno ricevuto aiuto. Qualche volta la Movistar, altre la DSM e poi alla fine hanno vinto ugualmente loro le tappe perché sono super motivati.

Com’è avere un hotel per quattro corridori? A tavola siete insieme allo staff?

No, no, c’è sempre il tavolo dei corridori, però c’è più spazio. C’è più spazio nel bus. E’ strano, ma adesso ci siamo adattati.

La Visma-Lease a Bike si è rotrovata con soli 4 uomini dalla 11ª tappa. Qui Valter e Affini
La Visma-Lease a Bike si è rotrovata con soli 4 uomini dalla 11ª tappa. Qui Valter e Affini
Cosa farai dopo il Giro?

Dovrei fare il Giro del Belgio, poi dipende da come finisco il Giro, come starò nelle prossime settimane. Arriverò agli italiani, dopo ci sarà un momento di stacco. Me ne vado dal Giro con qualche tentativo ben fatto. Nel giorno di Padova hanno tirato per tenerci vicino anche quando non serviva. Aspettavano tutti che andassi in fuga io e poi non collaboravano. E allora ho deciso di fare da me. Non ci hanno mai lasciato andare, ma qualcuno me lo sono tolto di ruota. Potevano lasciarci più spazio, ma evidentemente anche loro erano super motivati…