Briko sceglie Niki Terpstra come ambassador

10.06.2024
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Non si sono ancora spente del tutto le luci sul Giro d’Italia che ha visto il nostro Giulio Pellizzari fra i grandi protagonisti della corsa rosa. Il giovanissimo atleta della VF Group-Bardiani CSF-Faizanè nelle tre settimane di gara, oltre a mettersi in mostra per se stesso, ha avuto modo di dare una grande visibilità ai partner tecnici del team. Fra questi figura Briko, che alla formazione guidata Bruno e Roberto Reverberi fornisce da alcune stagioni casco e occhiali.

A pochi giorni dalla conclusione del Giro d’Italia è stata però la stessa Briko a rendersi protagonista in prima persona ufficializzando una partnership di assoluto prestigio. Niki Terpstra è diventato il nuovo ambassador caschi e occhiali Briko.

I ragazzi della Vf Group-Bardiani hanno indossato caschi e occhiali Briko al Giro d’Italia
I ragazzi della Vf Group-Bardiani hanno indossato caschi e occhiali Briko al Giro d’Italia

Dalla strada al gravel

Tutti gli appassionati di ciclismo conoscono bene Terpstra. L’ex professionista olandese ha vissuto una lunga carriera durata dal 2007 al 2022. Spesso al servizio dei propri capitani, ha saputo ricavarsi delle giornate di gloria individuale tanto da riuscire a conquistare una Parigi-Roubaix, un Giro delle Fiandre, tre titoli nazionali su strada, una E3 Harelbeke e un Eneco Tour.

Come tanti suoi ex compagni, terminata la carriera su strada, invece di appendere la bici al chiodo si è fatto prendere da una “malattia” chiamata gravel. Dal 2023, l’olandese originario di Beverwijk, ha intrapreso un nuovo percorso nel mondo del ciclismo off-road, che lo ha portato a debuttare all’UCI Gravel World Series e ai Campionati del Mondo Gravel. 

Passione Briko

Al momento di diventarne ambassador, Terpstra ha rivelato che il suo legame con Briko risale alla sua infanzia e al suo esordio sulle due ruote. In quel periodo i suoi idoli italiani indossavano infatti i Detector, un modello di occhiali divenuto iconico, tanto che Briko lo scorso anno ha deciso di ripresentare al grande pubblico. Ecco un curioso aneddoto dello stesso Terpstra, che abbiamo ripreso dai canali ufficiali Briko.

«I miei zii – ha raccontato – mi promisero di regalarmi un occhiale Briko nel caso in cui avessi vinto una gara regionale, e così avvenne… Ero felicissimo. Questo aneddoto mi è tornato in mente di recente, poco dopo aver intrapreso il mio percorso gravel. Ho visto che Briko stava presentando l’iconico modello Detector e così siamo entrati in contatto per sviluppare una partnership».

Taiga è uno degli occhiali più tecnici della collezione di Briko
Taiga è uno degli occhiali più tecnici della collezione di Briko

Prodotti top

Nella sua nuova avventura nel mondo gravel Terpstra potrà contare sul supporto dei seguenti prodotti firmati Briko: i caschi Mach 4 e Aero Plus, e gli occhiali Detector e Taiga.

Mach 4 è un casco che si distingue per le sue caratteristiche di aerodinamicità e ventilazione. La calotta del casco, quasi interamente chiusa, favorisce infatti l‘aerodinamica. Tuttavia, grazie ai fori frontali e al circuito di canali d’aria interni, mantiene e assicura un’ottima ventilazione. 

Aero Plus è invece un casco progettato con doppia calotta e 12 prese d’aria per garantire un’ottima resistenza e ventilazione. Grazie alla sua struttura robusta, è adatto anche al mondo gravel.

Parlando di occhiali non poteva mancare il Detector nella dotazione in uso a Terpstra (occhiali indossati dallo stesso Terpstra nella foto di apertura). Il design aerodinamico della forma offre una vestibilità comoda e la massima protezione in tutte le condizioni. 

Passando al Taiga, ci troviamo di fronte ad un occhiale altamente tecnico. Offre la possibilità di rimuovere il pannello lente con un semplice meccanismo magnetico, per favorire la ventilazione quando si pedala in salita, ma allo stesso tempo offrire la massima protezione da pioggia, vento e sporcizia. Realizzato in leggerissimo TR90, il frame presenta un design accattivante ed aggressivo. La lente cilindrica, con specchiatura Full Revo, offre un ottimo campo visivo, mentre il trattamento anti-fog assicura una nitidezza costante. Questo modello inoltre offre un grip estremo in qualsiasi condizione, grazie alle aste e al naso rivestito in gomma. 

Briko

Il Giro di Pogacar e dei piccoli tifosi: storia di un cappellino firmato

09.06.2024
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Lo ha detto Daniel Oss, parlando di Pogacar dopo il Giro d’Italia vissuto sulla moto di Eurosport. «Che cosa posso dire… è stato emozionante! Il mio parametro è sempre se piaci ai bambini, in quel caso hai fatto centro…».

Il Giro di Pogacar è stato anche il Giro dei bambini, che Tadej ha reso protagonisti con una serie di gesti strappa applauso. La borraccia presa dal massaggiatore e regalata a un ragazzino sul Grappa. Il cinque e poi il sorriso scambiati con un altro, che non lo dimenticherà mai (guardate la foto di apertura). Così come non lo dimenticherà un ragazzo di 13 anni, Simone Ponzani, che ha avuto la sorte di incontrare lo sloveno alla partenza dell’ultima tappa del Giro. Quello che ha fatto è stato provare a descrivere le sue emozioni e poi ce le ha inviate.

ROMA – Domenica del 26 maggio è stato il giorno più fortunato della mia vita. Alla partenza dell’ultima tappa del Giro d’Italia infatti, sono riuscito a vedere dal vivo Tadej Pogacar. E’ il corridore che tifo da quando seguo il ciclismo e sono riuscito anche a farmi regalare un cappellino autografato da lui. E’ stata un’esperienza unica, proprio non ci credevo.

Sono riuscito anche a fare molte foto, che sicuramente stamperò appena ne avrò l’occasione e le incornicerò insieme al cappellino. Penso che sono stato uno dei pochi ragazzi quel giorno ad aver vissuto questa esperienza e ad aver visto un campione del ciclismo e tutta la sua squadra da così vicino.

Simone era decisamente in ottima posizione: ecco la sua foto del team UAE Emirates
Simone era decisamente in ottima posizione: ecco la sua foto del team UAE Emirates

I calzini rosa

Io e mio padre quella mattina ci siamo svegliati presto per andare a vedere la partenza dell’ultima tappa del Giro, sperando di incontrare Pogacar all’uscita dal pullman della UAE Emirates. Era pieno di persone che aspettavano l’uscita di Tadej. Attraverso la porta del bus si vedevano appena i calzini, le scarpette e una parte dei pantaloncini tutti rosa e subito la folla lo chiamava per farlo scendere.

Ovviamente davanti a me c’erano molte persone, ma sono riuscito a infilarmi davanti a loro cosi che potessi vedere Pogacar. Però non mi sarei mai aspettato di vederlo da così vicino. Infatti io ero nella zona dei giornalisti, cioè davanti ai corridori.

Poi andando con mio padre verso la partenza siamo riusciti a farci due selfie. Uno con Joxean Fernàndez Matxin, lo sport manager del UAE Team Emirates, e uno con Matteo Trentin, corridore della squadra Tudor.

Il cappellino con l’autografo di Tadej Pogacar, prima del via di Roma
Il cappellino con l’autografo di Tadej Pogacar, prima del via di Roma

Calciatore e ciclista

Mi chiamo Simone Ponzani, un ragazzo di 13 anni che pratica calcio. Nonostante ciò, sono un appassionato di molti sport ma soprattutto di ciclismo. Possiedo una bici da corsa con cui sia in inverno che in estate (molto più spesso) faccio insieme a mio padre dei giri abbastanza lunghi per me, circa 50 chilometri.

Ovviamente da italiano tifo i corridori italiani, ma se gareggia Tadej Pogacar tifo solo e soltanto per lui. Tifo per lui da quando si è dimostrato uno dei giovani più forti, quindi intorno al 2020, l’anno in cui vinse il suo primo Tour de France. Ma già da quando esordì come professionista, cioè nel 2019, avevo capito che da lì a pochi anni sarebbe diventato un fenomeno, oppure come dicono i telecronisti un “exaterrestre”.

Pogacar oltre ad essere un ciclista molto giovane (25 anni) in cui si rispecchiano molti ragazzi, è anche una persona che ha “molto cuore”. Lo ha dimostrato nella sedicesima tappa del Giro di Italia 2024 (21 maggio) quando, dopo aver recuperato un altro corridore, è andato a vincere la tappa. E a quello stesso ciclista, ha regalato maglia e occhiali. Dal quel momento appena penso a lui mi viene voglia di andare in bici e mi sento molto fortunato a vivere l’apice della sua carriera.

Simone Ponzani

Facciamo le carte a Piganzoli con l’aiuto di Zanatta

07.06.2024
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Tra qualche giorno Davide Piganzoli tornerà in corsa dopo il suo primo Giro d’Italia. Il giovanissimo corridore della Polti-Kometa sarà al Giro di Slovenia, in programma dal 12 al 16 giugno. Di lui parliamo con il suo direttore sportivo, Stefano Zanatta, che lo guiderà nell’ex Paese jugoslavo e lo ha guidato nella corsa rosa. I temi da toccare sono diversi: il Giro appena passato, ma soprattutto il futuro.

Stefano Zanatta (classe 1964) è oggi uno dei direttori sportivi della Polti-Kometa (foto Borserini)
Stefano Zanatta (classe 1964) è oggi uno dei direttori sportivi della Polti-Kometa (foto Borserini)
Stefano, partiamo dal Giro di Piganzoli, tredicesimo al debutto a 22 anni (da compiere a luglio)…

Direi un buon Giro d’Italia per Davide. Era il primo Grande Giro e con esso c’erano entusiasmo, ma anche timori e aspettative. Lui arrivava dalle categorie giovanili, è cresciuto con noi, e già lì aveva fatto belle cose nelle corse a tappe, poi il Tour de l’Avenir dell’anno scorso (fu terzo, ndr) ha fatto alzare l’asticella.

Come eravate partiti, per la classifica o per le tappe?

Siamo partiti con l’idea di non curare troppo la classifica, ma puntare di più su una vittoria di tappa. Ma poi è successo che che giorno dopo giorno è cambiato l’obiettivo. In particolare dopo la crono di Perugia abbiamo visto che il ragazzo stava bene, la classifica era buona e buono era anche il suo recupero e così abbiamo deciso di tenere duro, che poi è nel suo Dna, nella sua indole.

Di fatto Piganzoli non aveva mai mollato…

Esatto, l’idea era comunque di provare a fare bene in qualche tappa. E infatti in un paio di montagne abbiamo provato ad anticipare, soprattutto verso Livigno. Ma non ci siamo riusciti. Resta però la sua buona gestione nell’arco delle tre settimane. E anche se gli ultimi due giorni ha sofferto, ha dimostrato di avere tenuta e tenacia.

Per Piganzoli difficoltà sul Sella e nella tappa del Grappa. Ma ha tenuto duro, come è nel Dna di un atleta da corse a tappe
Per Piganzoli difficoltà sul Sella e nella tappa del Grappa. Ma ha tenuto duro, come è nel Dna di un atleta da corse a tappe
Stefano, hai parlato d’indole per le corse a tappe…

Davide è così. Sin da giovane ha corso così, tenendo duro. A quel punto bisognava soprattutto aiutarlo a gestire le situazioni di stress nelle tappe intermedie, dove avrebbe potuto mollare se non avesse cercato di curare la classifica. Lì poteva non spendere e invece dovendo tenere duro non si è potuto risparmiare. E’ questo suo modo di correre però che lo ha portato anche in passato ad ottenere i suoi migliori risultati. Durante il Giro con Ivan (Basso, ndr) e Jesus (Hernández, ndr) ne abbiamo parlato e abbiamo deciso di supportarlo in questa sua scelta di fare classifica. Ed è stato un bel punto di partenza penso.

Punto di partenza verso il futuro. In cosa deve migliorare di più? A crono?

Senza dubbio per chi punta alla classifica la crono ormai è fondamentale. Bisogna lavorarci con costanza e bisogna farlo anche sui materiali, sull’aerodinamica… Ma Piganzoli su questo aspetto non parte da zero. Nel 2022 è stato campione nazionale under 23 e si vede che ci ha sempre investito del tempo. Non è male. Poi è anche vero che dovendo affrontare il suo primo Giro a questa età abbiamo lavorato molto più su tenuta e resistenza che a crono in modo specifico. Ma in ottica futura è senza dubbio un lavoro che va fatto.

Chiaro…

Dopo lo Slovenia prenderà parte anche al campionato nazionale a crono e vogliamo possa esprimersi al meglio. Al meglio per quel che ha adesso. Come detto lui è predisposto per questo sforzo. A me per esempio è piaciuta molto la sua seconda crono del Giro.

Perché?

Perché pur non essendo adatta ad uno scalatore e pur avendo preso 3′ minuti da Pogacar, lui è partito senza averla provata. La mattina per fargli risparmiare energie non ha pedalato, ma ha fatto la ricognizione in macchina. E poi certamente va migliorato anche il discorso dei materiali.

Posizione e attitudine buoni: il punto di partenza a crono non è male per Piganzoli
Posizione e attitudine buoni: il punto di partenza a crono non è male per Piganzoli
Però se si parla di futuro con lui ci si potrà lavorare, no? E’ anche bello che un giovane italiano parli di futuro in un team italiano…

Certo. Tra l’altro lavorare sui materiali è uno stimolo anche per noi se c’è un ragazzo che cresce nelle nostre giovanili. A noi potrà mancare una figura professionale in più, l’accessorio super, ma abbiamo le possibilità per metterlo nelle condizioni di esprimersi al meglio. Al Giro hanno vinto solo 8 team, noi abbiamo ottenuto due podi e portato a Roma 8 ragazzi su 8.

Stefano, Adesso Piganzoli andrà allo Slovenia, ma proprio in questi giorni abbiamo visto come sia stato duro per Tiberi andare al Delfinato, per esempio. E di come un giovane paghi di più il primo grande Giro, specie a questa età. Fanno bene questi blocchi così grandi?

Prima di tutto tra Giro e Slovenia c’è una settimana abbondante in più di recupero, in più “Piga” prima del Giro aveva corso poco. E poi questo potrebbe essere un buon viatico per arrivare al meglio agli italiani. Ho letto i vostri articoli in merito. Ma questo blocco era previsto ed è ben gestito. Se si è usciti bene dal Giro, perché non sfruttare questa occasione? Anche perché poi tra luglio e agosto non ci sono tante queste gare e potrà recuperare bene in vista del finale di stagione.

Farà ancora l’altura? 

Per questa estate non è previsto lavoro in quota, anche se poi lui già vive in un luogo abbastanza fresco e ha la compagna a Bormio (1.200 metri, ndr). Questo inverno è stato al Teide per la prima volta e gli avevamo affiancato gente esperta. E lo scorso anno gliel’avevamo fatta fare prima dell’Avenir.

Insieme a Pellizotti nel (fantastico) Giro d’Italia di Tiberi

05.06.2024
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Franco Pellizotti ha smaltito le fatiche del Giro. Anche lui, che lo ha vissuto in ammiraglia, ha avuto la necessità di fermarsi un attimo prima di ripartire. Che poi a casa non è che si riposi, scherzando, prima di iniziare l’intervista ci ha detto che il “lavoro” accumulato tra le mura di casa nelle tre settimane di Giro è tanto. 

«Il Giro d’Italia – dice Pellizotti – è andato come ci eravamo prospettati a inizio maggio, quindi eravamo tutti sereni nel tornare a casa. L’obiettivo era stato raggiunto, e questo aiuta a non trascinarsi dietro il lavoro e qualche domanda. Stamattina (martedì, ndr) siamo usciti dal performance meeting settimanale, nel quale facciamo il punto delle gare e non solo. Ne avevamo fatto già uno il martedì dopo la fine del Giro per parlare della corsa rosa».

Il giorno di Oropa, Tiberi ha dimostrato di avere una grande solidità mentale
Il giorno di Oropa, Tiberi ha dimostrato di avere una grande solidità mentale
Cosa era emerso, rispetto alle prestazioni di Tiberi?

E’ stato un Giro molto positivo, in tutti i sensi. Dal punto di vista fisico Antonio ha avuto un’ottima crescita, a partire dalla Tirreno-Adriatico. Al Catalunya già pedalava bene, poi nel ritiro in altura ha lavorato e al Tour of the Alps era in ottima condizione. Il Giro è stato il coronamento di un lavoro positivo e che ha dato tanti frutti. 

Tre settimane in cui ha retto anche mentalmente…

Quello è stato il punto per cui ci ha sorpresi maggiormente. Era il suo primo Grande Giro da leader, non era facile stare concentrato e attento per tre settimane. Ha sopportato il peso della gara molto bene. 

Ve lo aspettavate?

Sì e no. Eravamo consapevoli delle sue qualità atletiche, per questo era il leader della squadra insieme a Caruso. Dal punto di vista mentale non dico che ci ha sorpresi, ma quasi. Ci ha colpiti per come è andato e come ha gestito la corsa. Soprattutto per come ha gestito la giornata di Oropa.

Un’altra risposta positiva è arrivata dalle cronometro, dove Tiberi ha tenuto dietro tanti uomini di classifica
Un’altra risposta positiva è arrivata dalle cronometro, dove Tiberi ha tenuto dietro tanti uomini di classifica
Perdere due minuti per una doppia foratura a inizio Giro può abbattere chiunque..

Lui invece non si è mai demoralizzato. Quello è stato il primo segnale positivo che ci è arrivato da Tiberi. E’ facile dire che con quei due minuti in più avrebbe potuto lottare per il podio, ma il ciclismo non è matematica. Sicuramente quella giornata negativa gli ha tirato fuori ancora più grinta. 

Aveva già fatto una Vuelta con voi, l’anno scorso.

Sì, ma non era partito con il ruolo di leader. Volevamo vedere come avrebbe gestito le tre settimane di gara, era più un test. Dal quale, devo essere sincero, siamo usciti con ottime risposte. Un ragazzo così giovane che nella terza settimana va più forte che nella prima ci ha rassicurati, tanto da puntare su di lui per il Giro di quest’anno. 

Tu ci credevi, nell’intervista prima del Giro avevi detto che avrebbe potuto curare la classifica, credevi potesse fare così bene?

Prima del Giro dire che Tiberi sarebbe potuto entrare nella top 5 sembrava una blasfemia. Invece noi ci credevamo, come eravamo sicuri che avrebbe potuto lottare per la maglia bianca

Il giovane della Bahrain Victorious è stato l’unico ad aver il coraggio di attaccare Pogacar
Il giovane della Bahrain Victorious è stato l’unico ad aver il coraggio di attaccare Pogacar
Ha reagito bene alle responsabilità.

A lui non pesa avere le incombenze da capitano, anzi ne trae maggior grinta. E’ un ragazzo giovane che sa cosa vuole. 

Cosa deve migliorare ancora?

Nella comunicazione in corsa, ma ci sta. Tiberi in gara parlava, diceva quello che avrebbe voluto fare, ma il road captain era Caruso. Damiano teneva in mano la squadra, così che Antonio si sarebbe potuto concentrare solo sulla prestazione. E’ un po’ il metodo che usavo quando correvo insieme a Nibali. Io gestivo la squadra, i dialoghi con l’ammiraglia, e Vincenzo restava concentrato solo sulla prestazione.

Un modo per alleggerire la tensione.

Esatto. Caruso era il portavoce, parlava con noi in ammiraglia e con Antonio, gestendo i compagni. 

Tiberi deve migliorare nelle giornate difficili, come a Livigno: avrebbe dovuto appoggiarsi ai compagni
Tiberi deve migliorare nelle giornate difficili, come a Livigno: avrebbe dovuto appoggiarsi ai compagni
Ci sono state situazioni che avreste potuto gestire diversamente?

Sinceramente l’unico “errore” lo ha commesso nella tappa di Livigno. Era una giornata no e lo si sapeva fin dai primi chilometri, lo sentiva. Nel finale, quando Arensman ha attaccato Tiberi ha fatto l’errore di seguirlo. In quel momento aveva ancora al suo fianco Caruso. Avrebbe dovuto mettere davanti lui e fargli fare un ritmo giusto, ma è una cosa che viene con l’esperienza. 

Il podio lo conquisti anche superando al meglio le giornate no.

Vero. Quando stai bene è tutto facile. Invece, quando sei in difficoltà devi limitare i danni. Anche perché in altri casi molti leader, nei momenti di difficoltà, mettono davanti i compagni per fare un ritmo comodo. 

Tiberi era anche al via del Delfinato, ma alla seconda tappa si è ritirato, troppe le fatiche mentali accumulate al Giro
Tiberi era anche al via del Delfinato, ma alla seconda tappa si è ritirato, troppe le fatiche mentali accumulate al Giro
In questo modo disincentivano gli attacchi.

E’ una tattica che Thomas ha usato un paio di volte. E’ una cosa che acquisisci con l’esperienza. Antonio deve imparare a guardare gli avversari e capire la loro condizione dalla pedalata o da come stanno in bici. Se impara a fare questo può capire eventuali crisi e attaccare, sfruttando il momento. 

Finito il Giro è ripartito subito per il Delfinato, come mai?

Perché a giugno ci sono diverse corse in programma e non è facile fare le squadre. Antonio fisicamente stava bene, ma mentalmente era finito. Abbiamo comunque provato a vedere come avrebbe reagito al Delfinato, ma alla seconda tappa ha terminato con il gruppetto. Così ieri (martedì, ndr) è stato richiamato a casa. Ci sta che mentalmente fosse stanco, vuoto, era comunque il suo primo Giro da leader.

EDITORIALE / Due grandi Giri per Tiberi, sicuri che serva?

03.06.2024
5 min
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Quantunque sia un campione e forse proprio per questo, Tadej Pogacar si accinge ad affrontare il secondo grande Giro nello stesso anno per la prima volta alla sesta stagione da professionista. Questa è certamente una gestione accorta e magari è alla base dei miglioramenti che lo sloveno riesce a fare ogni anno, contando su una grande freschezza atletica e una maturazione graduale. In questo, Matxin e lo staff tecnico del UAE Team Emirates non sbagliano un colpo.

Se il dubbio sulla durata delle carriere di questi giovani fenomeni riguarda l’eccesso di attività e il conseguente logorio, forse un’attività intensa ma non estenuante permetterà loro di andare avanti non tanto finché ne avranno le forze, ma finché ne avranno la testa. Se infatti chiedessimo a Pogacar cosa gli sia pesato di più del Giro d’Italia appena dominato, molto probabilmente non parlerebbe delle tappe, ma di tutto quello che vi girava attorno.

Due grandi Giri

Dall’articolo di ieri, in cui Fabio Aru commenta la maglia bianca di Tiberi, salta fuori uno spunto che non è passato inosservato. Provando con grande garbo a dare un consiglio al laziale della Bahrain Victorious, Fabio gli suggerisce di fare le cose per gradi.

«Deve avere un po’ di calma – ha detto Aru – poi logicamente ci saranno i suoi tecnici alla Bahrain Victorious a prendere sicuramente le scelte giuste: ormai le squadre sono gestite da professionisti. Io personalmente mi buttai un po’ troppo a capofitto. Già dal 2014 iniziai col fare sempre due grandi Giri ogni anno e non fu un bene. Guardiamo anche come è stato gestito Pogacar, che fino a quest’anno non ha mai fatto due grandi Giri nella stessa stagione. Giro, Tour e Vuelta sono belli, ma ti logorano. Quindi per Tiberi ci sta adesso fare il Delfinato, ma attenderei ad aggiungere il secondo Giro».

Tiberi ha corso un ottimo Giro, spendendo parecchio. E’ già in gara al Delfinato e ad agosto alla Vuelta
Tiberi ha corso un ottimo Giro, spendendo parecchio. E’ già in gara al Delfinato e ad agosto alla Vuelta

Gambe e testa

Aru, a ben vedere, corse il Giro del 2013 al primo anno da pro’ in appoggio a Nibali. L’anno successivo, a 24 anni, corse Giro e Vuelta. Stessa cosa nel 2015. Nel 2016 corse soltanto il Tour, nel 2017 Tour e Vuelta. Nel 2018, Giro e Vuelta, prima che la sua carriera iniziasse a declinare in modo piuttosto rapido.

Quei primi anni all’Astana furono frenetici, belli e anche singolari. Di fatto a partire dal 2014 nel team kazako si era creata una sorta di spaccatura fra il gruppo Nibali e il gruppo Aru. Una competizione interna che faceva pensare a un dualismo all’antica, senza considerare che si stesse parlando di due compagni di squadra. Perché spingere Aru costantemente al doppio impegno? Erano anni in cui si potevano sostenere due grandi Giri all’anno senza grandi conseguenze, oppure si spinse troppo sul gas? Nonostante la sua carriera sia iniziata ben prima del Covid, quel tipo di attività l’ha resa inaspettatamente breve. Che sia stato per logorìo mentale oppure fisico, il percorso più bello di Aru nel professionismo è durato per quattro stagioni.

Nel 2019 Pogacar ha corso la Vuelta, conquistando il podio e la maglia dei giovani
Nel 2019 Pogacar ha corso la Vuelta, conquistando il podio e la maglia dei giovani

La cura del campione

Tiberi ha partecipato al suo primo grande Giro nel 2022, a 21 anni: la Vuelta, alla terza stagione da professionista. Ha replicato lo scorso anno, mentre nel 2024 ha debuttato al Giro d’Italia, arrivando quinto. Il suo programma 2024 prevede nuovamente la Vuelta: è un passaggio utile per un atleta che il 22 giugno compirà 23 anni? Magari sono solo considerazioni personali: dopo il Delfinato e fino a Burgos, Antonio avrà un calendario tranquillo. E se ha voglia di fare la Vuelta, forse non sarà troppo pesante. Oppure la squadra non ha altri leader da schierare e, mandando Buitrago e Jack Haig al Tour, deve spedire Tiberi in Spagna. Sono considerazioni che invitano al ragionamento.

Vincenzo Nibali, cui Tiberi viene affiancato per caratteristiche caratteriali e in parte anche tecniche, affrontò il doppio impegno nel 2008, a 24 anni. Evenepoel, 24 anni, ha doppiato l’impegno lo scorso anno, anche se si era ritirato dal Giro alla nona tappa. Non si può dire pertanto che abbia partecipato a due grandi Giri nella stessa stagione e non è dato di sapere se quest’anno dopo il Tour parteciperà anche alla Vuelta. Vingegaard solo nel 2023, a 27 anni, ha partecipato al Tour e alla Vuelta.

Perché fare due grandi Giri all’anno, avendone appena 23? Costruire la carriera dell’atleta, rendere redditizio l’investimento oppure fare punti? L’esempio di Pogacar dovrebbe far riflettere. Al netto dei soldi, delle bici, degli sceicchi, della nutrizione e di tutto quello che gira attorno a uno squadrone come la UAE Emirates, quello che colpisce è la cura dell’atleta. Quanto durerebbe Pogacar facendo tutti gli anni due grandi Giri? Forse per questo, a meno di clamorosi ripensamenti, non andrà alla Vuelta. Significherebbe rimangiarsi ben più di una parola.

E se Pogacar facesse anche la Vuelta? Pensieri con Pino Toni

03.06.2024
5 min
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A tenere banco è sempre lui, Tadej Pogacar. Lo sloveno ha fatto qualcosa di gigantesco al Giro d’Italia e per come lo ha vinto già tutti sognano la doppietta ad occhi aperti. E se oltre alla doppietta Giro-Tour ci fosse altro? La Vuelta, per esempio…

L’asso della UAE Emirates potrebbe andare anche in Spagna? E come? Per vincere o per preparare il mondiale, che ha già detto di aver messo nel mirino? E’ possibile tutto questo? Oppure è troppo anche per un fenomeno assoluto come Tadej?

Proviamo a sviscerare questi dubbi con il supporto di uno dei nostri preparatori di riferimento, Pino Toni. E proviamoci soprattutto per capire se ciò è tecnicamente possibile.

Toni 2022
Il coach toscano Pino Toni
Toni 2022
Pino Toni è pronto a scommettere sulle qualità dell’austriaco, visto in Francia
Pino, prima della Vuelta una domanda sul Tour. Questa fatidica doppietta è fattibile dopo aver visto come è andato il Giro?

Al Tour de France  per me lo vedremo ancora più forte. Al Giro ha fatto un bellissimo e funzionale blocco di lavoro. Adesso recupererà e lo metterà a frutto. Pogacar non si è tirato il collo più di tanto. Quelle accelerate che abbiamo visto le ha dovute fare…

La famosa attivazione di cui ci dicevi…

Esatto, altrimenti avrebbe dovuto fare i rulli a fine tappa.

Però guardando avanti, al resto della stagione e alla Vuelta, non sarebbe troppo anche per lui?

Prendiamo l’intensity factor (quanto si sforza in generale, ndr) lui forse è arrivato a 0.9, neanche ad 1. Faceva 5′ a 7 watt/chilo per staccare gli altri e poi si metteva a 5,9-6 watt/chilo e continuava a guadagnare. Chiaramente sono stime che ho provato a fare con i dati a mia disposizione, per essere precisi bisognerebbe conoscere i suoi file. Ma conoscendo qualche numero di chi era dietro è possibile fare una stima attendibile. E poi la prova era Majka. Dopo che Rafal terminava il suo lavoro e si spostava poteva restare con chi inseguiva.

E’ possibile da un punto di vista fisiologico per Tadej andare anche alla Vuelta?

Sì, è possibile. E molto dipende dal Tour, ma per quel che si è visto al Giro se al Tour non emerge qualche fenomeno nuovo, non vorrei esagerare che farà come al Giro, ma si potrà gestire.

Majka tirava forte, poi si spostava e dopo un breve recupero poteva tenere le ruote degli altri big
Majka tirava forte, poi si spostava e dopo un breve recupero poteva tenere le ruote degli altri big
Però in Francia ci saranno Vingegaard, Roglic…

Il livello è ottimo, ma Roglic ha qualche annetto in più e per Vingegaard un incidente come quello che ha avuto non si recupera in tempi così stretti per essere super. Pertanto in ottica Vuelta tutto dipende da lui: dalla sua tranquillità e dai suoi stimoli, cose che Tadej mi sembra abbia entrambe. Pogacar non ha bisogno del motivatore. E poi c’è un’altra qualità.

Quale?

Almeno vista da fuori, lo scorso hanno non ha patito troppo la sconfitta da Vingegaard. E questo è un punto di forza. Cerca le sue motivazioni senza patire la sconfitta.

Che per un atleta del suo calibro che abbatte ogni record non è poco. A quel livello un secondo posto o una sconfitta diventano un macigno… Per te cosa dovrebbe fare dopo il Tour?

Prima di tutto bisogna vedere come esce dalla Grande Boucle. Che nelle tre settimane del Giro vada tutto bene tutti i giorni è già una fortuna, che ciò accada anche al Tour, lo sarebbe ancora di più. Basta una notte che dormi male, un giorno di malattia, un mal di pancia… e tutto si complica. In nove settimane, la Vuelta, diventa tutto un terno al lotto. Quindi, ripeto, vediamo come esce dal Tour. Recupera, non credo correrà, ma volendo potrebbe inserire nel mezzo anche una corsa di 5 giorni e poi andare in Spagna. Ma questa gestione così capillare può stabilirla solo che gli è strettamente vicino e lo conosce bene sotto ogni punto di vista.

Però dopo il Tour ci sono le Olimpiadi: anche questo appuntamento va valutato. E poi forse proprio in virtù di queste forse non è l’anno buono per andare anche alla Vuelta…

In effetti è tanta carne al fuoco, ma se devi fare un record unico, se deve mettersi al di sopra di tutto di tutto il mondo, questo è l’anno buono. La stagione gli si è messa bene sin dall’inizio. Cosa che non gli è successa l’anno scorso. In più prima del Giro ha corso poco.

Pogacar quest’anno non ha ancora fatto l’altura. Questo potrebbe essere un piccolo vantaggio per lui. Eccolo al Sestriere l’anno scorso (foto Matteo Secci)
Pogacar quest’anno non ha ancora fatto l’altura. Questo potrebbe essere un piccolo vantaggio per lui. Eccolo al Sestriere l’anno scorso (foto Matteo Secci)
Invece il fatto di non aver fatto ancora l’altura è un vantaggio che si è tenuto nel taschino?

Tecnicamente per recuperare sì, per la testa non so. Quanto lavorerà in altura? Io immagino la farà per rigenerarsi, per risollevare le scorte di ferro e qualche punto ematico. Di certo lui di energia ne produce tanta e ha bisogno di recuperare. L’importante è che in altura prima del Tour non prenda neanche un raffreddore.

Se Pogacar andasse alla Vuelta, che comunque dobbiamo ricordare lui ha già scartato, come ci andrebbe: per vincerla o per preparare il mondiale?

Gente come Pogacar ha già dimostrato che non ha bisogno di fare un grande Giro per arrivare pronta ad un determinato appuntamento. Se avesse bisogno di gareggiare in quel periodo avrebbe a disposizione molte corse di un giorno e in questo modo arriverebbe al mondiale più riposato, più fresco. Perché poi l’obiettivo di questi super campioni è arrivare freschi all’obiettivo.

Chiaro…

Quindi se ci va, ci va per vincerla. Anche perché non so quanti arrivi in salita abbia la Vuelta stavolta, ma è sempre un “boom-boom”, tra l’altro alcune tappe neanche sono cortissime. Per me sarebbe impegnativa in ottica mondiale. E poi alla fine verrebbe dopo Giro e Tour e 63 giorni di corsa non sono pochi neanche per uno come Pogacar, se poi dovesse fare anche il mondiale.

Da Aru a Tiberi, la “bianca” e l’esempio di Tadej: «Fai con calma!»

02.06.2024
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Fabio Aru è appena tornato dalla Cina. Per il secondo anno consecutivo ha partecipato a Desafio China by La Vuelta, un evento organizzato da ASO, pedalando assieme a Oscar Freire, Nicolas Roche, Anna Van der Breggen e un immenso pubblico cinese. Il Giro pertanto l’ha seguito dalle classifiche, riuscendo a vedere occasionalmente anche qualche immagine. Non gli è sfuggito tuttavia che il suo primato di ultimo italiano in maglia bianca è stato rilevato da Antonio Tiberi. Nei nove anni che sono trascorsi da allora, il mondo del ciclismo è cambiato radicalmente e così anche la sua vita. Eppure le speranze di un corridore che si affaccia sulla grande ribalta sono spesso simili. Che cosa passa per la testa di Tiberi? E cosa passò nella sua? E cosa deve fare ora il laziale? E cosa invece farebbe meglio ad evitare?

Il rapporto fra Aru e la maglia bianca fu a dire il vero piuttosto lungo. Nel primo Giro, quello del 2013, la indossò dalla 3ª alla 7ª tappa, perdendola a favore di Majka nel diluvio di Pescara in cui il suo capitano Nibali iniziò a crocifiggere Wiggins. Nel 2014 del Giro chiuso al terzo posto, la indossò dalla 19ª tappa alla fine, portandola al posto del detentore Quintana in maglia rosa. Infine nel 2015 la conquistò, piazzandosi secondo nella classifica finale, alle spalle di Contador. Nello stesso anno, il sardo avrebbe vinto la Vuelta.

Quanto vale la maglia bianca? E che cosa rappresenta in prospettiva di carriera?

Quando l’ho vinta, ero già entrato in una dimensione superiore. L’anno che per me fu una super soddisfazione vestire la maglia bianca è stato il 2013, il primo da professionista. Ero passato ad agosto 2012, però diciamo che il 2013 fu la prima stagione. Ero arrivato quarto al Trentino vincendo la maglia dei giovani. Così ero stato convocato per il Giro che vinse Nibali. E vestire la maglia bianca nelle prime tappe fu una grossissima soddisfazione. L’anno dopo la vinse Quintana. Mentre nel 2015, quando l’ho vinta io, ero molto più focalizzato sulla classifica. L’anno prima ero arrivato terzo, per cui nel 2015 la maglia dei giovani fu la conseguenza della classifica generale che chiusi al secondo posto. Fu una bella soddisfazione vincerla, però ero più focalizzato sulla maglia rosa. Tiberi invece l’ha vinta al primo Giro…

Che cosa significa?

Significa che è andato forte e che ha fatto una buona classifica. E’ arrivato quinto nel suo primo Giro d’Italia (al debutto Fabio arrivò 42°, lavorando per Nibali che lo vinse, ndr), quindi ovviamente il suo è stato un ottimo risultato.

Par di capire che nei tuoi Giri non abbia mai fatto corsa sui rivali per la maglia bianca.

No, mai. Anche quando ero dilettante non mi sono mai focalizzato sulle classifiche parziali, guardavo un po’ più avanti e, se venivano, erano una conseguenza. Se fai una buona classifica, puoi avere un buon risultato per la maglia bianca.

Per come sono andate le cose, con Nibali ritirato a fine carriera e tu un po’ prima, avere Tiberi quinto al Giro e in maglia bianca è un buon segnale?

Assolutamente, certo. Da italiani stavamo aspettando di avere qualche altro giovane. Mentre nelle classiche, magari abbiamo qualche nome che può farci ben sperare, nei Giri eravamo un po’ indietro. Invece quest’anno abbiamo avuto dei bei segnali. Da Tiberi, certo, ma anche da Pellizzari e Piganzoli. Credo sia questione di tempo, ci sono sempre stati dei cicli. Qualunque nazione vorrebbe avere un Tadej per le mani, ma di Tadej ce n’è uno, quindi dobbiamo aspettare.

Nel finale del Giro 2015, Aru vince due tappe: a Cervinia (foto) e Sestriere
Nel finale del Giro 2015, Aru vince due tappe: a Cervinia (foto) e Sestriere
Pensa che, a cose normali, alla UAE Emirates Pogacar avrebbe dovuto tirare per te…

Guardando i suoi risultati sin da quando era più giovane, nulla faceva presagire che sarebbe passato per tirare. Da ragazzo aveva già vinto tutto, fra il Tour de l’Avenir, il Lunigiana, insomma varie corse. Io non li avevo vinti e quasi neanche fatti (sorride, ndr).

Il Giro del 2015 lo vinse Contador, che non faceva tanti regali. Secondo te c’è tanta differenza tra il suo modo di correre e quello di Pogacar?

Guardate, Alberto, a parte essere un amico, è stato il mio idolo da quando iniziai ad appassionarmi di ciclismo. Ma senza nulla togliere a quello che ha fatto, Tadej è di un altro livello. Tadej è completo, Alberto era estremamente forte in salita. Tadej è estremamente forte in volata, in salita e anche a cronometro. Non me ne voglia Alberto, ma so che anche lui ha espresso delle parole di apprezzamento molto importanti nei confronti di Pogacar. Per cui, anche se Contador mi ha battuto in quel Giro perché era un grandissimo, Tadej ha una completezza che lo mette su un gradino più alto. Uno che vince un Fiandre, tre Lombardia di fila, due Liegi, la Freccia, l’Amstel, due Tour e un Giro… 

Aru e Pogacar hanno corso poco insieme: qui alla Vuelta 2019, quella della rivelazione di Tadej
Aru e Pogacar hanno corso poco insieme: qui alla Vuelta 2019, quella della rivelazione di Tadej
Torniamo a Tiberi: quinto al Giro di Pogacar, adesso va al Delfinato. Che cosa dovrebbe fare a questo punto della sua carriera?

Deve avere un po’ di calma, poi logicamente ci saranno i suoi tecnici alla Bahrain Victorious a prendere sicuramente le scelte giuste: ormai le squadre sono gestite da professionisti. Io personalmente mi buttai un po’ troppo a capofitto.  Già dal 2014 iniziai col fare sempre due grandi Giri ogni anno e non fu un bene. Guardiamo anche come è stato gestito Pogacar, che fino a quest’anno non ha mai fatto due grandi Giri nella stessa stagione. Giro, Tour e Vuelta sono belli, ma ti logorano. Quindi per Tiberi ci sta adesso fare il Delfinato, ma attenderei ad aggiungere il secondo Giro.

Potresti aver esagerato?

Nel 2014 arrivai terzo al Giro e quinto alla Vuelta. Nel 2015, secondo al Giro e vinsi la Vuelta. Nel 2017, quinto al Tour e 13° alla Vuelta, però spendevo tanto. I Giri ti logorano fisicamente e mentalmente, quindi per Antonio avrei un po’ di accortezza da questo punto di vista. Tiberi ha fatto un ottimo Giro, ci sono tante altre gare e lui è ancora giovane, ha tanti anni davanti. Non dico che sia sconsigliato fare sempre due grandi Giri, si possono fare, però non per tanti anni di fila. Non è più un ciclismo che ti permette di gestire gli sforzi.

Col Giro siamo arrivati a Sappada, forse il luogo del tuo primo crollo nel 2018: distacco di 19 minuti…

Posso dire una cosa. Personalmente nel ciclismo ho vissuto dei momenti bellissimi, ma ne ho vissuti anche di tremendi. Se mi guardo allo specchio oggi che sono passati due anni e mezzo da quando ho smesso, posso dire consapevolmente di essere contento di come sono. Vado in bici, ma non sono il classico ex che fa 20-30 mila chilometri all’anno. Non sono questo, mi piace andare in bici qualche volta a settimana, mi piace fare gli eventi, stare in mezzo alla gente e fare anche altri sport. Però ho passato dei momenti di sofferenza e Sappada fu uno di quelli. Però questa è la vita, fatta di alti e bassi: l’importante è crescere.

Il primo grande Giro per la Tudor: Tosatto fa il bilancio

02.06.2024
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La prima grande corsa a tappe alla quale la Tudor Pro Cycling ha partecipato è stato il Giro d’Italia. Tra le fila dei diesse che hanno guidato la professional svizzera sulle strade della corsa rosa c’era Matteo Tosatto. Lui al Giro d’Italia è di casa, ne ha vinti tre: con Froome, Geoghegan Hart e Bernal, mentre per due volte è salito sul podio con Carapaz nel 2022 e con Thomas lo scorso anno. 

«Sono tornato a casa lunedì – racconta Tosatto – e in questi giorni me ne sto un po’ tranquillo. I prossimi impegni non sono ancora definiti, ma la squadra si dividerà in tante corse, vedremo a quali andrò. Sicuramente mi presenterò ai campionati italiani al seguito di Dainese e Trentin, credo sia fondamentale onorare la gara che assegna la maglia tricolore».

Per Tosatto è stato il primo Giro d’Italia alla guida della Tudor
Per Tosatto è stato il primo Giro d’Italia alla guida della Tudor

Un nuovo esordio

Come detto il Giro d’Italia non è una novità per Matteo Tosatto, la differenza rispetto allo scorso anno è la squadra con la quale lo ha seguito. Non più la Ineos, prima Team Sky, con la quale lavorava dal 2017. Bensì la Tudor Pro Cycling

«E’ stato un bel viaggio – ci racconta – dopo tanti anni con la Ineos è stato diverso, ma sempre entusiasmante. Il Giro è il Giro, lo affronti sempre con la stessa mentalità. La differenza grossa è che con la Ineos partivamo per vincere, mentre con la Tudor l’obiettivo era ben figurare e magari portare a casa una tappa. Non ci siamo riusciti, per poco. Quando si chiede un bilancio molti dicono di vedere il bicchiere mezzo pieno, io lo vedo pieno. Non abbiamo vinto, vero, ma siamo stati protagonisti considerando che con Storer siamo riusciti a centrare una top 10 in classifica generale». 

Storer ha conquistato un importante decimo posto nella generale
Storer ha conquistato un importante decimo posto nella generale
Com’è stato passare da un team che lotta per vincere la classifica finale a uno che vuole emergere?

La mentalità è sempre uguale, le corse io le affronto sempre allo stesso modo, Chiaro che senza l’assillo della classifica affronti le tappe in maniera diversa.

Voi come avevate preparato questo Giro?

Con il treno per Dainese che era ben attrezzato. Nelle tappe miste o con la possibilità di volata andavamo a tutta, nelle altre cercavamo di salvare un po’ la gamba. Poi Storer è stato bravo a rimanere sempre lì e abbiamo cercato di dare il giusto supporto anche a lui. 

La concentrazione è sempre a 100 però, anche se non si punta alla classifica…

Chiaro. Con il fatto di volersi concentrare sulle tappe ti rende più tranquillo anche se poi scopri che tutti i giorni sono importanti. 

Nella tappa di Fano, vinta da Alaphilippe, Trentin è arrivato sesto
Nella tappa di Fano, vinta da Alaphilippe, Trentin è arrivato sesto
Che differenze hai notato nella gestione?

La grande differenza è che in una realtà già affermata come la Ineos molti corridori sono campioni già affermati. Qui è diverso, molti ragazzi erano alla loro prima esperienza in un grande Giro. C’è un lavoro psicologico da fare, di sostegno nei momenti di difficoltà.

Qual è stato il vostro momento più difficile?

L’inizio della seconda settimana. Nella tappa di Napoli, che era estremamente impegnativa per i velocisti, eravamo riusciti a lavorare per Dainese. Alberto ha portato a casa un ottimo quarto posto ed eravamo felici. Solo che nel corso della frazione Krieger e Mayrhofer sono caduti e si sono dovuti ritirare. Ricordo che nel meeting prima della tappa da Pompei a Cusano Mutri ho lavorato tanto sull’aspetto psicologico. Ho detto ai ragazzi che anche se eravamo rimasti in sei potevamo comunque dire la nostra. 

Il momento migliore? 

Tutto il Giro direi, senza presunzione ma rapportando il tutto alle nostre possibilità. Siamo stati protagonisti nelle fughe e abbiamo conquistato ottimi piazzamenti. Storer nella tappa con arrivo a Prati di Tivo è andato in fuga e anche una volta che sono stati ripresi è rimasto con i primi terminando nono la frazione. 

A Padova la più grande occasione per la Tudor, Dainese è quarto con qualche rammarico
A Padova la più grande occasione per la Tudor, Dainese è quarto con qualche rammarico
Cosa hai portato di tuo a questa squadra?

La mentalità. Non siamo andati al Giro solo per apparire o per fare le fughe per gli sponsor. Abbiamo deciso di attaccare quando sapevamo di poterci giocare le nostre occasioni. A Livigno, sempre con Storer siamo andati all’attacco poi a lui sono mancate le gambe negli ultimi otto chilometri. Anche a Fano siamo entrati nella fuga con Trentin che poi è arrivato sesto. 

Poi è arrivata Padova…

Questo è l’esempio di quanto dicevo prima. Con l’abbandono di Mayrhofer e Krieger abbiamo perso due vagoni importanti del treno di Trentin. Eppure, anche senza di loro, a tre chilometri dall’arrivo eravamo davanti noi al gruppo a tirare. Non un team WorldTour, ma la Tudor. Poi Dainese ha fatto quarto in volata. 

Bilancio positivo?

Positivo, assolutamente. Ora ci concentriamo sui prossimi obiettivi. Abbiamo il Giro di Svizzera che è la corsa di casa sulla quale puntiamo molto.

La leggenda di Bottecchia sulle strade del Giro d’Italia 

01.06.2024
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Il 20 luglio 1924, Ottavio Bottecchia divenne il primo italiano a vincere il Tour de France, realizzando un’impresa straordinaria: fu il primo a indossare la maglia gialla, dalla prima all’ultima tappa. La sua vittoria non fu solo una dimostrazione di straordinario talento ciclistico, ma anche di una dedizione immensa e di un forte legame con la sua famiglia e la sua terra. Senza conoscere una parola di francese, Bottecchia riuscì difatti a conquistare la gara più dura al mondo in territorio straniero, un’impresa che segnò profondamente la storia del ciclismo.

Ma Bottecchia non si fermò solo a quella vittoria. L’anno successivo, nel 1925, replicò l’impresa vincendo nuovamente il Tour de France: un secondo successo che consolidò il suo status di leggenda nel mondo del ciclismo. Ottavio Bottecchia diventò un vero e proprio simbolo di perseveranza e di successo, un esempio per le future generazioni di ciclisti italiani e internazionali.

In strada un caratello che ricorda le gesta di del ciclista friulano
In strada un caratello che ricorda le gesta di del ciclista friulano

Traguardo volante

Nel 2024, esattamente cento anni dopo la sua storica vittoria, le strade del Giro d’Italia hanno reso omaggio a Ottavio Bottecchia in occasione della diciannovesima tappa, la Mortegliano – Sappada. Un omaggio che non si è limitato ad un semplice passaggio commemorativo. Non a caso il percorso della frazione ha previsto una tappa a Trasaghis (Udine), il luogo dove Bottecchia trascorse gran parte della sua vita e dove si trova il memoriale a lui dedicato, esattamente nel punto in cui si racconta che il campione fu colto dal malore che lo condusse alla morte.

La scelta di includere Trasaghis nel percorso del Giro d’Italia non è stata casuale e testimonia un segno di rispetto e di riconoscimento verso uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi. La tappa ha previsto anche il primo traguardo volante della giornata proprio in questo luogo, celebrando così uno dei figli più illustri del ciclismo italiano.

Durante il passaggio del Giro c’è stato il momento per omaggiare il centenario della grande impresa di Ottavio Bottecchia
Durante il passaggio del Giro c’è stato il momento per omaggiare il centenario della grande impresa di Ottavio Bottecchia

Un successo celebrativo

Durante il passaggio del Giro d’Italia da Trasaghis l’azienda che porta il nome del campione ha voluto onorare la memoria di Ottavio Bottecchia.

«Questa celebrazione – ha ammesso Marco Turato, il responsabile commerciale Italia di Bottecchia Cicli – è un grande orgoglio per tutti noi, ed è per questo che siamo qui oggi a presenziare al passaggio del Giro d’Italia davanti al monumento di Ottavio Bottecchia, con le nostre maglie gialle del Centenario della vittoria».

L’azienda, fondata con lo stesso spirito competitivo e con la stessa dedizione che caratterizzavano Ottavio, vede in questa commemorazione un tributo non solo alla persona, ma anche ai valori che rappresentava: competizione, resilienza, sacrificio e passione sono i tratti distintivi che accomunano la storia di Ottavio e il brand Bottecchia. Una storia di grandi conquiste, ma anche di impegno e dedizione costante.

Il sindaco di Trasaghis, Stefania Pisu, ha giocato un ruolo fondamentale nella realizzazione di questa commemorazione. Grazie al supporto delle autorità locali e alla collaborazione con varie associazioni ciclistiche, è stato difatti possibile organizzare un evento che ha onorato non solo la memoria di Bottecchia, ma anche il legame profondo tra il campione e la sua terra friulana. Anche il responsabile commerciale per il Friuli di Bottecchia Cicli, Percos Bike, e l’ASD Ottavio Bottecchia, hanno ulteriormente contribuito in maniera significativa a rendere questa celebrazione un successo. La loro partecipazione testimonia l’affetto e il rispetto che la comunità ciclistica nutre ancora oggi per Ottavio Bottecchia.

Bottecchia