La prima vittoria tra i professionisti per Ludovico Crescioli è arrivata a Genova al termine del Giro dell’Appennino, in una volata a tre dove il toscano ha battuto Domenico Pozzovivo e il compagno di squadra Thomas Pesenti. Per il Team Polti VisitMalta si tratta anche del primo successo stagionale, arrivato dopo una serie di piazzamenti e podi in gare di rilievo.
Ludovico Crescioli è tornato a vincere, e questo non può che dare morale e confermare i progressi fatti nel 2025, alla sua prima stagione da professionista.
«Le sensazioni erano davvero buone già dalle gare in Francia della settima prima – racconta Crescioli – dove ho raccolto due buoni piazzamenti. Arrivavo da un periodo di altura sul Teide, dove avevo passato tre settimane insieme ad altri due compagni di squadra. Siamo stati ad allenarci a Tenerife dal 24 marzo al 14 aprile, un bel blocco di lavoro che ha dato i suoi frutti».
Crescioli al Giro dell’Appennino ha trovato la sua prima vittoria da professionistaCrescioli al Giro dell’Appennino ha trovato la sua prima vittoria da professionista
Avevi capito che il periodo era positivo?
Sì, anche perché in Francia mi ero fatto trovare pronto, ma mi mancava il ritmo gara. Nei giorni successivi e allo stesso Giro dell’Appennino ho capito di essere davvero in ottima condizione. Diciamo che ero fiducioso.
E’ stata la prima vittoria tra i professionisti, che sensazioni hai provato?
Quando vinci non c’è nulla di meglio (dice con una risata, ndr) sopra al primo posto non c’è altro, da sportivo è la miglior cosa che ti possa capitare. E’ una conferma dei progressi fatti lo scorso anno, nel quale ho raccolto tanti piazzamenti e top 10 ma senza mai arrivare vicino alla vittoria.
In salita per Crescioli le sensazioni erano quelle giuste, il toscano ha sfruttato il lavoro fatto in alturaIn salita per Crescioli le sensazioni erano quelle giuste, il toscano ha sfruttato il lavoro fatto in altura
Eri ancora abituato a certe dinamiche ed emozioni?
Anche se non vincevo da un po’ di tempo mi ricordavo cosa dovevo fare, quando nel finale siamo rimasti in tre (Pozzovivo, Pesenti e lo stesso Crescioli, ndr) avevo capito che poteva essere il giorno giusto. Era solamente una questione di rimanere freddi e giocarsi tutto in volata.
Volata che hai vinto per millimetri sul tuo compagno Pesenti…
Sapevamo di essere più veloci di Pozzovivo allo sprint, quindi siamo arrivati nel finale consapevoli di poterci giocare un bel risultato. Dall’ammiraglia Ellena ci aveva detto di tenere alta la velocità per evitare il rientro di Ponomar e poi di fare la volata. E’ stata una doppietta bellissima, che ha ripagato il lavoro della squadra.
Una volata al millimetro, Crescioli anticipa il compagno di squadra PesentiUna volata al millimetro, Crescioli anticipa il compagno di squadra Pesenti
Cosa si prova nel riassaporare la vittoria?
L’ultima volta che ho vinto è stato al Tour de l’Avenir del 2024, con la nazionale. Lì però sono riuscito ad alzare le braccia e festeggiare. Questa volta siamo arrivati al fotofinish, non sapevamo chi avesse vinto, quindi c’è stata anche l’ansia di attendere il verdetto.
Un bel blocco di lavoro fatto sul Teide che ha dato i suoi frutti…
L’altura l’avevo già fatta gli altri anni e mi sono sempre sentito bene al termine. Questa però è stata la prima volta in cui sono andato sul Teide: devo ammettere che è particolare, ma molto affascinante. Dormire in cima al vulcano, poi scendere e allenarsi sul mare con temperature ottime. Mi sono trovato davvero bene, in tutto e per tutto.
Tre settimane in altura che non servivano a preparare solamente il Giro dell’Appennino, giusto?
No (ride, ndr) non c’è ancora l’ufficialità, ma dovrei partire per la Bulgaria e il mio primo Giro d’Italia. E’ il sogno che avevo fin da bambino e ora che si realizza è un’emozione enorme. Sono curioso di vedere come reagirò alle tre settimane di gara, ma per prima cosa voglio godermi l’esperienza.
Crescioli ha trascorso tre settimane sul Teide in preparazione agli impegni di maggio (foto Polti VisitMalta)Crescioli ha trascorso tre settimane sul Teide in preparazione agli impegni di maggio (foto Polti VisitMalta)
Hai guardato qualche tappa?
Non ancora, ma la cronometro Viareggio-Massa passa vicino a casa, quindi parenti e amici verranno a salutarmi. Per il resto vedremo se riuscirò a trovare lo spazio per mettermi in mostra e provare qualcosa.
La valigia quando si prepara?
In questi giorni, devo guardare cosa mettere via. Sicuramente le solite cose, ma tre settimane sono lunghe, magari un libro per passare i momenti di trasferimento o le sere in stanza. Ora ho appena finito la biografia di Scottie Pippen, vedremo quale sarà il prossimo.
Domenico Pozzovivo è tornato in gara. Non solo: è anche tornato sul podio. Lo ha fatto domenica scorsa al Giro dell’Appennino, dove ha conquistato la terza piazza dietro al duo Polti-VisitMalta. E nella Solution Tech-Nippo è già un faro.
Con Pozzo però riavvolgiamo il nastro e ci facciamo raccontare il diario dei giorni al Tour of the Alps, che ha segnato il suo rientro alle corse dopo quasi un anno e mezzo da quel Giro di Lombardia 2024. Il tono è squillante. E fa piacere sentire Pozzovivo così.
Domenico Pozzovivo (classe 1982) in azione al Giro dell’Appenino chiuso al terzo posto. Il rientro al TOTA è stato un mix di emozione e grintaDomenico Pozzovivo (classe 1982) in azione al Giro dell’Appenino chiuso al terzo posto. Il rientro al TOTA è stato un mix di emozione e grinta
Prima di addentrarci nel diario del Tour of the Alps, Domenico, in generale ti aspettavi di andare così forte?
Sono sincero, può sembrare presuntuoso dirlo, ma me lo aspettavo. Le mie dichiarazioni erano state più o meno in linea con quello che poi è stato. Sapevo di avere buoni valori in allenamento. Ovviamente la gara ha dinamiche e variabili difficilmente riproducibili, però le mie stime erano corrette. Insomma conoscevo i numeri e ne sono soddisfatto. Magari al Tour of the Alps avevo adocchiato una top 10, però non mi posso assolutamente lamentare.
Decisamente no, visto che poi è seguito anche un podio…
Devo dire che mi aspettavo anche quella fatica che c’è stata negli ultimi due giorni dell’Alps, perché avevo messo in preventivo di non avere ancora un’endurance molto spinta. L’Alps è stata una gara a tratti quasi estrema: a parte la prima tappa, le altre sono tutte di montagna. Sapevo che mi avrebbe stressato parecchio dal punto di vista fisico, ma credo anche che sia un lavoro che mi servirà per dopo. E il fatto di aver recuperato in una giornata vuol dire che ero sì affaticato, ma non in overreaching.
Apriamo questo ipotetico diario, Domenico. In questa prima pagina cosa scrivi: l’hai vissuto come un debutto o era un continuum del passato?
Sinceramente non ho pensato a troppe cose diverse da quelle che facevo fino a un anno e mezzo prima. Un po’ di meccanismi erano rimasti. Ero anche molto focalizzato sul meteo, perché c’era il rischio pioggia e rientrare con la strada bagnata non è mai piacevole. Ma in generale, essendo una tappa gestibile, non mi stressava più di tanto.
Con i migliori: il lucano, assente dalle corse da oltre un anno, si è mostrato subito competitivo in salitaCon i migliori: il lucano, assente dalle corse da oltre un anno, si è mostrato subito competitivo in salita
E in corsa?
Le velocità sono state alte e non ho avuto molto tempo per parlare con gli altri corridori. Però chi ho visto mi ha salutato e accolto con belle parole. Ero già molto concentrato soprattutto sulla seconda tappa, perché sapevo che era quella in cui dovevo cercare il risultato e che sarebbe stata determinante ai fini della generale.
E quella sera com’è andata? Apriamo il diario del secondo giorno…
La sera dopo la prima tappa ero abbastanza tranquillo. Non ho avuto problemi ad addormentarmi, ma di solito non ne ho. Si va comunque a letto tardi, quindi il problema è più che altro gestire i tempi. Alla partenza però ero teso, perché mi aspettavo una giornata dura, come poi è stata. Tra l’altro c’è stato più vento a favore del previsto. E in gruppo, in queste condizioni, non c’è grande comodità. Infatti il plotone si è spezzato più volte per l’alta velocità. A dirla tutta, anche per via delle moto sempre troppo vicine. In discesa, prendendone anche poca scia, la velocità aumenta in modo sproporzionato e chi è davanti è favorito. Comunque, tutte complicazioni che mi ero immaginato.
L’imbocco del Val Martello invece com’è stato? Frenetico?
Quella è quasi casa mia, avendo fatto molti ritiri sullo Stelvio. La Val Martello è la salita dove svolgo i lavori. Fortunatamente l’imbocco è stato cambiato all’ultimo, perché prima sarebbe stato più complicato, doveva avvenire tramite una rotatoria. Invece, l’abbiamo imboccata da un accesso più ampio e rettilineo con il gruppo più compatto. Così ho deciso di stare tranquillo dietro: dal primo all’ultimo non c’è una troppo spazio in termini di metri e secondi. In più avevo speso tanto nella discesa del Resia e mi mancava quel colpo di pedale ad alta cadenza: 120 rpm per mezz’ora con continui rilanci. Le gambe non le sentivo benissimo, però conoscevo i miei valori e sapevo che anche con 10-15 watt in meno potevo essere competitivo.
Pozzovivo era molto attento a tutta la componente della discesa: feeling con i materiali, col gruppo e gli alti ritmiPozzovivo era molto attento a tutta la componente della discesa: feeling con i materiali, col gruppo e gli alti ritmi
Una lucidità pazzesca!
Sì, perché altrimenti se pensi solo alla fatica ti innervosisci. Invece pensare ai numeri mi viene naturale. Quando sono arrivato davanti, la corsa è esplosa subito. Alcuni corridori più forti di me mi hanno costretto a uno sforzo precoce. E altri, vedi O’Connor, non credevo saltassero. Poi ho deciso di impostare il mio ritmo, quello che sapevo di poter mantenere. Ho pagato nel finale perché ho portato dietro il gruppetto inseguitore. Mi è mancata quella sofferenza estrema che solo la gara ti dà.
Dei tuoi compagni, chi è riuscito a starti più vicino?
Si sono alternati. Sulle salite lunghe si sapeva che sarei stato poco supportato, anche perché in due tappe c’erano subito salite impegnative. Però devo dire che tutti hanno fatto la loro parte per quello che hanno potuto.
Come ti hanno accolto in squadra?
Non direi che ci fosse timore, ma un po’ di reverenza sì, per via della mia carriera lunga. All’inizio erano un po’ restii anche a farmi domande su allenamento e alimentazione, ma col passare dei giorni si sono sciolti. Anche in gara si affidavano spesso alle mie indicazioni, soprattutto perché poi la buttavo giù in termini numerici.
Andiamo avanti. Cosa avresti annotato nel diario delle tappe successive? Passiamo alla terza, quella di Arco…
La terza tappa è andata come l’avevo prevista: dura ma gestibile. Per me lo stress era la discesa finale non lontana dall’arrivo: il primo vero test con questi materiali. Ero molto concentrato. Di solito accelero negli ultimi 500 metri di salita e mi porto avanti: infatti ero nei primi dieci allo scollinamento. Così sono stato tranquillo e ho avuto tutto sotto controllo. In discesa ho avuto un problema di crampi all’ultima curva, ma li ho gestiti e sono rimasto nel gruppo principale.
Il test del Tour of the Alps è stato valido anche per i materiali per Pozzovivo (foto Instagram) Il test del Tour of the Alps è stato valido anche per i materiali per Pozzovivo (foto Instagram)
E sui materiali cosa scriveresti?
Sono più che soddisfatto. In salita questa Rali è una bici leggera e molto reattiva, in sintonia con le ruote. In discesa è precisa, ma richiede traiettorie pulite fin dall’inizio. Non è super aero, ma è molto versatile.
Il diario della quarta tappa cosa racconta?
Lì ho iniziato a sentire la fatica vera. Subito un’ora di salita: nei primi 12 minuti siamo andati a 6,8 watt/chilo. Non proprio una partenza morbida. Mi è rimasta nelle gambe. Non ero più brillante come nei primi giorni, ma me la sono cavata. Peccato per una forte emicrania la sera, che mi ha condizionato per l’ultima tappa.
E arriviamo all’ultima pagina della corsa…
E’ andata bene, ma ho dovuto gestirmi molto nella salita finale. Mi sono staccato a due chilometri dalla prima salita. Restare agganciato avrebbe significato giocarsi la top ten. Il passo era alto ma non impossibile. Nell’ultimo passaggio ero tra gli ultimi, ma non sono crollato: semplicemente, quando resti solo, perdi terreno si sa…
Pozzovivo ha mostrato la sa meticolosità in ogni settore. Ed è prezioso per i compagni della SolutionTechPozzovivo ha mostrato la sa meticolosità in ogni settore. Ed è prezioso per i compagni della SolutionTech
E degli avversari cosa avresti scritto?
Conoscendo Giulio Pellizzari e vedendo come correva la squadra, ero certo che nell’ultima tappa avrebbe fatto la differenza. Il suo recupero e le sue caratteristiche emergono di più nel finale, specie dopo tappe dure. Magari da casa non si percepiva, si andava forte e si è accumulata tanta, tanta fatica. Il suo modo di correre è rimasto simile: sale leggermente dietro e poi va in progressione, un po’ come me. Però è cresciuto molto in sicurezza, forte anche di una squadra molto potente. Al Giro d’Italia può migliorare il risultato dell’anno scorso.
Nei giorni del Tour of the Alps, come ti sei trovato con l’alimentazione?
Io ho sempre richieste particolari! Cerco però di non complicare il lavoro dei massaggiatori e dello staff. Porto da casa quello che mi serve: la mia valigia “food” è quasi più grande di quella dei vestiti! Per esempio la sera preferisco pasta di legumi o senza glutine o integrale. La consegno al massaggiatore che dà le giuste dritte in cucina. Devo dire che in Austria, alla prima tappa, mi hanno sorpreso per la cottura: molto buona.
L’ultima pagina del diario è ancora bianca: cosa ci scrivi?
Nell’ultima tappa mi sono ritrovato con Sean Quinn e, da buon americano, mi ha definito il LeBron James del ciclismo. Noi riportiamo tutto al calcio, loro al basket. Mi ha fatto piacere. Per il resto scrivo che è stato un bel rientro e che c’è ancora margine per migliorare. Se si allineano tutti i pianeti, posso dare ancora qualcosa in più.
Pozzovivo rischia di chiudere la sua carriera in sordina. La Qhubeka è in forte bilico e potrebbe restare a piedi, nonostante la voglia sia ancora intatta
Sembrava uno scherzo, invece è vero. Domenico Pozzovivo torna a correre diciotto mesi dopo il Giro di Lombardia del 2024 in cui chiuse la carriera. Chi lo conosce e lo segue su Strava ha sempre saputo che il lucano non si è mai fermato del tutto, ma questo mondo non è capace di curiosità e regala aggettivi ogni volta che qualcuno prova a sovvertirne le regole non scritte. Se tutto va come auspica, Domenico tornerà in gruppo con la Solution Tech-Nippo a partire dal Tour of the Alps.
«Il problema – dice Pozzovivo con la solita ironia – è che tanta gente non sa che nel frattempo la mia vita non si è fermata. Non ero a casa depresso perché volevo tornare a correre. Le mie giornate erano strapiene anche prima di prendere questa decisione. Porterò comunque avanti le attività che ho intrapreso, la mia prerogativa è riuscire a fare tante cose insieme e le manterrò.
«Non mi sono pentito di aver smesso. Da quando è nata Diana, anzi da due mesi prima, non ho mai dormito fuori casa. Ho visto tutti i giorni quello che ha fatto – prosegue Pozzovivo – e i suoi progressi. Mi sono sempre interfacciato con lei da papà a tempo pieno, me la sono davvero goduta. In più, studiando come un pazzo, sono riuscito a prendere una laurea specialistica biennale in un solo anno. Insomma, non rimpiango di aver smesso».
Passato professionista con Reverberi, dal 2013 alla Ag2R fino al 2023 con la Israel, Pozzovivo ha corso nel WorldTourPassato professionista con Reverberi, dal 2013 alla Ag2R fino al 2023 con la Israel, Pozzovivo ha corso nel WorldTour
C’è stato un momento decisivo che ti ha fatto prendere la decisione?
Più che altro è stato un periodo. L’anno scorso l’allenamento non era la prerogativa delle mie giornate e ugualmente, a livello di prestazioni, sono stato tutto l’anno sui massimi livelli che ho mai avuto, anche piùdel miglior Pozzovivo. Ho battuto tanti miei personali ed ero alla finestra, dicendo che prima o poi sarei scoppiato, non sarei andato più avanti e mi sarebbe venuta la nausea della bici.
Invece?
Non è successo. Tutto l’anno ho avuto una bella costanza di rendimento, pur con le mie 16-18 ore a settimana, perché il tempo era il fattore limitante. Dovevo prendermi cura della bambina, andare all’università, nel frattempo ho iniziato a fare il preparatore e quindi avevo veramente poco tempo. Però quando ti si stringono i tempi, studi come ottimizzarlo.
E ci sei riuscito?
Penso di aver fatto la qualità migliore da quando corro. E questo mi ha piano piano fatto balenare nel cervello questa curiosità. Perché non vedere cosa significano su strada questi valori? Ovvio che ci sono anche i contro, si parla di rischi e tutto il resto. Però alla fine potersi gestire un calendario di gare un po’ meno rischiose e adatte alle mie caratteristiche, ha reso la scommessa interessante.
Il fatto di aver allenato Alex Schwatzer, tornato alle gare così avanti, può aver inciso?
Può aver avuto il suo peso, perché Alex è stato l’apripista di ritorni agonistici cui nessuno avrebbe creduto. Il fatto che lui, nonostante ovviamente vicissitudini diverse, abbia avuto la voglia di tornare, ha avuto il suo contributo.
La collaborazione fra Pozzovivo e Scimone è iniziata nel 2005. A destra Valentina, moglie di DomenicoLa collaborazione fra Pozzovivo e Scimone è iniziata nel 2005
In che modo hai trovato squadre?
La prima cosa che ho dovuto fare è stato convincere Raimondo (Scimone, da vent’anni procuratore di Pozzovivo, ndr). All’inizio sembrava una battuta. Gli ho detto: «Visto che l’anno scorso sono andato forte senza grandi sacrifici e divertendomi, perché non prepariamo l’italiano? Faccio solo l’italiano». Però non c’era la formula per farlo da isolato, a volte le idee si scontrano con la realtà. Per cui alla fine ho deciso di tornare a correre. E vediamo cosa produrrà la messa su strada di questo corridore di 43 anni.
Qual è la molla che ti spinge a farlo? Sai che sui social sei stato anche bersaglio di qualche insulto, su Pozzovivo sono state scritte parole forse ingiuste…
Mi spinge soprattutto la curiosità scientifica. L’anno scorso sono stato un po’ alla finestra per capire per quanto tempo riuscissi a mantenere determinate critical power. Da quella curiosità, è nata anche l’idea di vedere a che livello posso essere in un gruppo che ha la metà dei miei anni.
Diciamo che tutto sommato un’esperienza simile l’aveva fatta anche Davide Rebellin, anche se lui non aveva mai interrotto…
Lui è stato il precursore di questo tipo di cose. Ovviamente ci sono sempre delle barriere ideologiche, non so come definirle, di consuetudine, che spingono la gente a pensare che certe cose non si devono fare. Nei commenti c’è scritto “pietoso” e cose del genere, ma alla fine non è così. In tutte le cose della vita ci sono gli estremi, in un senso e nell’altro. C’è chi è maturato estremamente giovane e chi invece è riuscito ad avere una superiore longevità. Le carriere si accorciano, ma ci sono anche le eccezioni che fanno parte della varietà del mondo.
Hai fatto i tuoi tempi migliori in allenamento: non c’è il rischio che in gara cambi tutto, anche alla luce del maggior numero di ore?
Se fossi un giovane mai sperimentato, dire di sì. Però la durabilità è una mia cifra distintiva, quindi so di averla. Ho avuto determinati picchi e qualche volta, facendomi del male, ho ricercato i picchi durante gli allenamenti di endurance. Resto un atleta che può ripetere delle prestazioni anche a fine gara, quei tempi non sono dei fuochi di paglia che si possono fare solo nelle prime ore.
Sin dagli ultimi anni di carriera, Pozzovivo è stato uno degli attori della Squalo Tv con Nibali e Lello FerraraSin dagli ultimi anni di carriera, Pozzovivo è stato uno degli attori della Squalo Tv con Nibali e Lello Ferrara
Come allenatore e nutrizionista, Pozzovivo è il preparatore di se stesso?
L’allenamento è stato un processo in cui negli ultimi anni ho introdotto sempre varietà, non mi sono mai tenuto stretto i vecchi metodi, li ho sempre messi in discussione. Magari la necessità di dover ottimizzare ancora di più i tempi mi ha fatto virare su una qualità estrema, quasi al limite. Una volta, facendo tutta quella qualità, si pensava di essere davvero esposti all’overtraining, invece non è avvenuto.
Dal punto di vista dell’alimentazione?
Gli studi che ho fatto nell’ultimo anno e mezzo mi hanno permesso di migliorare tanti aspetti che io magari pensavo di far bene e invece mi sottoponevano a degli stress esagerati che erano controproducenti, soprattutto per il mantenimento del peso. In più ho sperimentato il fatto di allenarmi senza andare in altura e questo mi ha fatto capire che ne facevo troppa.
Debutto al Tour of the Alps?
Se la burocrazia della registrazione andrà a buon fine, l’idea è quella. Anche altre volte in passato mi sono trovato ad aspettare tanto un contratto, ma allora era molto più snervante, perché davvero ci tenevo a correre. Qui alla fine non c’è niente da perdere perché le mie ore di allenamento le avrei fatte comunque.
Tua moglie Valentina come l’ha presa?
All’inizio le perplessità ci sono state, però erano legate soprattutto alla gestione della vita familiare, in cui adesso ci dividiamo il compito di accudire nostra figlia, che è ancora piccola per andare al nido. Quindi nelle settimane in cui mancherò, toccherà a lei. Ora che questo aspetto sembra risolto e Valentina potrà continuare il suo dottorato senza problemi, la situazione si è sistemata. Io comunque non lascerò le attività che ho avviato e alla fine anche lei è favorevole perché così Diana avrà la possibilità di vedere il papà in bicicletta.
Lombardia 2024: l’ultima corsa di Pozzovivo accanto a sua moglie Valentina. Diana nascerà il 20 dicembreLombardia 2024: l’ultima corsa di Pozzovivo accanto a sua moglie Valentina. Diana nascerà il 20 dicembre
Il tuo orizzonte si ferma a questa unica corsa, oppure l’idea è di arrivare a fine stagione?
No, l’idea è di arrivare a fine stagione, anche perché c’è in ballo anche il discorso dei punti che può fare molto comodo alla squadra. Anche contribuire a farle avere l’invito per il Giro d’Italia, per me potrebbe essere un grande obiettivo.
Alla fine sarai contento se?
Se sarò stato in grado di esserci nelle gare in cui c’è tanta salita. Tanti di quelli della mia generazione, che hanno smesso, fanno il tifo per me, perché alla fine è un riscatto anche per loro. Negli ultimi anni sono stati presi a sassate da questi giovani così forti, mi incuriosisce vedere che cosa potrà fare il mio motore in un gruppo popolato da loro…
Pozzovivo rischia di chiudere la sua carriera in sordina. La Qhubeka è in forte bilico e potrebbe restare a piedi, nonostante la voglia sia ancora intatta
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Alessandro Verre e Domenico Pozzovivo. Il corridore e l’ex corridore, ora preparatore. Entrambi lucani, entrambi scalatori, entrambi minuti… ma quante analogie ci sono! Oggi “Pozzo” è il coach di Verre e l’atleta della MBH Bank Pro Team si sta comportando bene.
Con Domenico dunque facciamo il punto su come sta andando questo lavoro congiunto. Come reagisce Verre ai suoi metodi. E soprattutto dove può arrivare. Per ora, stando a quanto visto al Giro di Sardegna, le sensazioni sono buone. Ricordiamoci sempre che parliamo di un ragazzo che è sì al quarto anno da pro’, ma che ha pur sempre appena 24 anni.
Pozzovivo, con la sua meticolosità, ha ripreso in mano tutti i dati di Verre, anche quelli del passato. Ha analizzato i volumi dei lavori di Alessandro sin qui. I dati espressi nelle corse. Hanno parlato delle sensazioni nei vari momenti. Ed eccoli qui…
Pozzovivo ha corso fino al 2024 con la Bardiani, da un paio di anni è diventato un preparatorePozzovivo ha corso fino al 2024 con la Bardiani, da un paio di anni è diventato un preparatore
Come sta andando con Alessandro, Domenico? Partiamo dalla persona…
La persona è un po’ la proiezione di me quando avevo la sua età, quindi forse è anche questa l’origine comune. Alla fine siamo bagnati dallo stesso fiume, nella Val d’Agri: lui è un po’ più a monte, io più a valle, però ci assomigliamo molto dal punto di vista caratteriale. Forse è anche un po’ la cifra distintiva dei lucani: non troppo esuberanti, ma comunque molto rispettosi degli altri e molto laboriosi.
Dal punto di vista dell’atleta, invece, che “motore” hai trovato? E come può evolversi?
Non ha paura di fare fatica, soprattutto di essere costante nel lavoro. E’ un motore che lascia aperte diverse porte, perché mentre caratterialmente siamo molto simili, dal punto di vista atletico lui arriva magari alle stesse conclusioni ma partendo da una base più esplosiva. Ha quindi delle caratteristiche che lo portano a essere performante di natura più sul breve. La resistenza è una cosa che sta sviluppando gradualmente, però forse non è ancora la sua carta migliore.
Alessandro Verre (classe 2001) dopo tre stagioni all’Arkea è approdato alla MBH Bank Pro Team, la sua ex squadra da U23Alessandro Verre (classe 2001) dopo tre stagioni all’Arkea è approdato alla MBH Bank Pro Team, la sua ex squadra da U23
Si dice sempre che non tutti maturano allo stesso modo. Verre a che punto è?
Lo sviluppo fisico e quindi della performance, oltre a essere diverso da atleta ad atleta, procede anche a gradini. Non è qualcosa di lineare. Sicuramente nel secondo anno da under 23 ha fatto un bel salto dal punto di vista delle capacità condizionali. Poi ha avuto un plateau, una fase di stallo. E quel plateau, a un certo punto, spero sia adesso, ricomincerà a salire. I numeri che aveva già nei primi due anni da under facevano comunque propendere per il passaggio tra i professionisti, non era un passaggio troppo rischioso. Ovviamente col senno di poi magari gli avrebbero fatto bene altri due anni nella categoria. Adesso però sarebbe impensabile.
In pochi anni è cambiato tanto in effetti…
Sì, assolutamente. Anche psicologicamente sappiamo come si sente un under 23 al terzo o quarto anno: si sente un po’ all’ultima spiaggia. E non è mai una bella sensazione.
Domenico, hai parlato della resistenza. Come state lavorando su questo aspetto? E’ qualcosa che verrà più naturale?
No, ci stiamo lavorando ma con gradualità, perché per me i picchi sono la base della performance. C’è un po’ la moda di parlare di durability, di replicabilità dello sforzo. Per me è una cosa che arriva dopo. Prima vorrei raggiungere l’eccellenza o comunque un livello più alto dal punto di vista dei picchi, e poi riuscire a riprodurre quei picchi in maniera più agevole e quindi più ripetibile.
Alessandro Verre sul podio del Giro di Sardegna, dietro Zana e GarofoliAlessandro Verre sul podio del Giro di Sardegna, dietro Zana e Garofoli
Secondo gli obiettivi che vi siete prefissati siete in tabella? O magari siete dietro o più avanti?
Direi che siamo in tabella. Mi aspettavo di trovare un Verre così. Nei nostri scambi prestagionali, quando ci siamo confrontati sulle opinioni e lui mi ha detto quando voleva essere in forma, l’obiettivo era proprio il Giro di Sardegna. Al Tour de la Provence non era al top, ma era in crescita. I numeri dell’allenamento non erano stati rispecchiati in corsa, avrebbe potuto fare meglio. Però in Sardegna ha raccolto le prime soddisfazioni in una corsa a tappe. Magari ci si aspettava qualcosa in più alla Strade Bianche.
E cosa non ha funzionato a Siena? Noi alla vigilia lo avevamo visto bene, sereno…
E’ scivolato proprio quel giorno. E questo ti condiziona anche un po’ nella guida.
Ma dove può arrivare veramente Verre? Oggi servono dei mega motori, ma si può arrivare a quei livelli? Ci viene in mente un Tiberi, per esempio…
A me piace stare con i piedi per terra. Quando parliamo di Verre dobbiamo tenere conto che è un buon atleta anche per le cronometro e questo può far sì che possa curare anche la classifica generale. Forse nelle tre settimane, almeno per adesso, non ce lo “vedo sul pezzo”. Come ho detto prima stiamo lavorando sulla continuità. Però nelle gare di una settimana, se c’è anche una crono, può dire la sua.
Quest’anno Verre non farà Grandi Giri. Da una parte potrebbe mancargli qualcosa, ma dall’altra è l’occasione per reimpostare certi lavori (foto Instagram – @gettysport)Quest’anno Verre non farà Grandi Giri. Da una parte potrebbe mancargli qualcosa, ma dall’altra è l’occasione per reimpostare certi lavori (foto Instagram – @gettysport)
Venite dalle stesse zone, ma in quanto preparatore per te il fatto di conoscere le sue strade di allenamento è un vantaggio per i programmi?
Nel mio caso è una prerogativa diffusa un po’ in tutta Italia, non solo della nostra Lucania! Quando viene a Bergamo o quando va sull’Etna gli parlo delle strade come fossero casa mia. Però la sua zona in Basilicata è quella in cui facevo le mie prime “alture” da giovane. Siamo a circa 1.400 metri di quota e i miei primi Giri d’Italia passavano proprio da quelle strade. Infatti quando gli scrivo i lavori, gli dico anche dove farli.
Alessandro ci ha confidato che vi sentite tutti i giorni. Alla fine la vostra è anche una bella storia del Sud. E questo fa piacere
Eh sì – sorride Pozzovivo – non siamo in tanti della nostra regione, la Basilicata, e quindi c’è anche un doppio legame oltre a quello fra coach e atleta. Le origini comuni, le mie esperienze… insomma, ci si confida facilmente.
Con Domenico Pozzovivo torniamo a parlare di Giro d’Italia e, in particolare, con lui non possiamo non tirare in ballo le salite. Le scalate della corsa rosa che si profila per il prossimo anno non sembrano impossibili, tuttavia qualche asperità più impegnativa c’è e appunto con Domenico abbiamo cercato di individuarne quattro. Le quattro salite più difficili, quelle che secondo lui segneranno la classifica.
E’ ormai appurato, e lo abbiamo già sentito dalle parole di Vincenzo Nibali: non è un Giro d’Italia durissimo. Lo stesso Squalo ci aveva parlato di una corsa equilibrata, ma proprio per questo c’è da capire dove questo equilibrio potrà rompersi, dove gli scalatori potranno infliggere distacchi ai cronomen, che dalla loro avranno la lunga tappa a cronometro di Viareggio.
Venti stagioni da pro’, tre lauree e un’immensa attitudine per la salita: Domenico Pozzovivo elenca le 4 salite più dure del prossimo GiroVenti stagioni da pro’, tre lauree e un’immensa attitudine per la salita: Domenico Pozzovivo elenca le 4 salite più dure del prossimo Giro
Domenico, quindi, il Blockhaus è la salita più dura di questo Giro d’Italia?
Il rischio c’è, però devo dire che secondo me la scalata più dura, anche ai fini della tappa e della classifica, possa essere il Giau. Lo è sia per le sue pendenze sia per il dislivello e la quota.
Ma non è lontano dall’arrivo?
In una tappa del genere chi vuole attaccare da lontano può farlo anche dal Giau, ma deve avere dei compagni o un punto di riferimento, perché la salita successiva è il Falzarego che, da quel lato, è piuttosto facile. Se dietro si organizzano, chi prova l’azione rischia di restare “con una gamba di qua e una di là”. Una volta avrei detto che il Giau è troppo lontano dall’arrivo; in questo ciclismo dico di “ni”, perché gli attacchi da lontano sono più frequenti, specie con l’aiuto della squadra. E poi c’è un altro aspetto che riguarda il Giau
Quale?
Le sue pendenze e la sua durezza possono influire sulla salita finale di Pian di Pezzè, che ricordiamo essere molto impegnativa, però è una scalata che durerà al massimo 15 minuti.
Blockhaus 2022, tra i big guardate chi c’è? E’ Pozzovivo (col casco giallo)Blockhaus 2022, tra i big guardate chi c’è? E’ Pozzovivo (col casco giallo)
Del Blockhaus invece cosa ci dici?
Resta una salita estremamente impegnativa. Rispetto alle altre volte si attacca un po’ più in quota, non proprio dal fondo, dove ci sono quei 5-6 chilometri in più interlocutori che non sono difficili ma, alla fine, contano. Tuttavia è una salita che potrebbe fare meno sfracelli di quanto si pensi.
Perché?
Perché non ci sono grandi salite prima e il rischio è che, essendo una tappa molto lunga, una tappa old style in un Giro definito moderno, i big si controllino fino alla fine. Un’altra salita, la terza nel mio ordine di durezza, che potrà incidere è quella di Carì, in Svizzera. E’ simile a Pila, ma un po’ più dura: a Pila si sale intorno al 7 per cento, a Carì le pendenze sono tra l’8 e il 9 per cento. La strada in entrambi i casi è larga e regolare, quasi da Tour de France. Però dico che alla fine Carì sarà più incisiva perché, rispetto a Pila, è molto più corta: Pila sono quasi 20 chilometri, Carì sono 8-9. Entrambe le frazioni sono corte, ma quella di Carì è più facile prima, quindi rischia di essere una scalata molto più esplosiva. Questa la segno di sicuro.
Carì, si trova in Svizzera, nel Canton Ticino. Si affronterà alla 16ª tappa e aprirà la terza settimanaCarì, si trova in Svizzera, nel Canton Ticino. Si affronterà alla 16ª tappa e aprirà la terza settimana
E la quarta salita?
Non può che essere Piancavallo. Va menzionata: è l’ultimo tappone e l’ultima scalata del Giro d’Italia. Non vanta numeri impossibili, ma è una salita impegnativa. La doppia scalata vuole ricordare quella del doppio Grappa di un paio d’anni fa, ma è meno dura. Di contro qui si arriva in cima. Piancavallo, se si prende forte da sotto, può fare danni: la parte più dura è quella iniziale, poi addirittura c’è una microdiscesa ai meno sei chilometri.
Il Blockhaus da Roccamorice: 18,8 km, dislivello 1.521 m, pendenza media 8,1%, massima 13% (fonte Climbfinder)Carì da Faido: 11.6 km, dislivello 938 m, pendenza media 8,1, massima 12,4 (fonte Climbfinder)Passo Giau da bv. Colle Santa Lucia: 9,8 km, dislivello 923 m, pendenza media 9,5%, massima 14,7 (fonte Climbfinder)Piancavallo da Aviano: 15,5 km, dislivello 1.207 m, pendenza media 7,8%, massima 15% (fonte Climbfinder)Il Blockhaus da Roccamorice: 18,8 km, dislivello 1.521 m, pendenza media 8,1%, massima 13% (fonte Climbfinder)Carì da Faido: 11.6 km, dislivello 938 m, pendenza media 8,1, massima 12,4 (fonte Climbfinder)Passo Giau da bv. Colle Santa Lucia: 9,8 km, dislivello 923 m, pendenza media 9,5%, massima 14,7 (fonte Climbfinder)Piancavallo da Aviano: 15,5 km, dislivello 1.207 m, pendenza media 7,8%, massima 15% (fonte Climbfinder)
Quindi Domenico, facci la tua classifica di durezza…
Giau, Blockhaus, Carì e Piancavallo.
Andiamo nell’ordine di come arriveranno queste salite nel corso del Giro. Che scenari ci possiamo aspettare su ognuna?
Come accennavo, il Blockhaus rischia di essere una tappa di attesa, una frazione in cui arriva la fuga. Non mi aspetto che i big lottino per prendere la maglia già alla settima tappa: la corsa diventerebbe dura da controllare. I chilometri sono tanti e senza salite impegnative prima, Roccaraso è facile, quindi sarà una tappa per attaccanti. Del Giau ho già detto: chi vuole attaccare deve avere per forza un punto d’appoggio in vista del Falzarego. Questa nel complesso è una tappa molto dura: prima del Giau ci sono già altre salite e siamo nel pieno della terza settimana, quando la fatica si fa sentire.
Andiamo avanti. Da Carì cosa ti aspetti?
Può incidere molto sull’economia del Giro d’Italia. Salita esplosiva che arriva dopo il giorno di riposo: può creare scompiglio. E’ quasi una tappa da Vuelta. Può esserci spettacolo, possono esserci distacchi, anche perché su quelle pendenze se si attaccano presto si può fare una gran differenza. Senza contare che arriva dopo il giorno di riposo, un’incognita ulteriore.
Il Giro ha affrontato il Giau l’ultima volta nel 2023, ma memorabile fu l’impresa di Bernal sotto la neve due anni primaIl Giro ha affrontato il Giau l’ultima volta nel 2023, ma memorabile fu l’impresa di Bernal sotto la neve due anni prima
L’ultima è Piancavallo…
La resa dei conti. Bisogna fare i conti con le energie rimaste. Va presa di petto, soprattutto nel secondo passaggio. Si può fare forte anche al primo, ma lì serve un punto d’appoggio, perché tra la prima e la seconda scalata ci sono 25 chilometri di pianura. Dipenderà tanto anche dal tipo di fuga che ci sarà… ammesso che ci sarà. E’ una salita che, arrivando a fine Giro, può incidere molto se affrontata forte.
Quali sono le tue salite preferite tra queste? E che ricordi hai?
Faccio fatica a scegliere, perché ce ne sono due tra le mie preferite in assoluto: Blockhaus e Giau. Vado sul ricordo più recente, legato alla mia “carriera 2.0”, quella dopo l’incidente del 2019. Sul Blockhaus nel 2022 ebbi una delle poche possibilità di giocarmi veramente la vittoria: non mi capitava più tanto spesso. Ricordo che andai forte e fui soddisfatto della mia prestazione. In più ero contento anche per Valentino Sciotti perché, in qualche modo, correvo a casa sua e la sua azienda era sponsor. Ma anche del Giau ho ricordi speciali.
Nel 2020 la Sunweb di Hindley e Kelderman prese a tutta Piancavallo per mettere in crisi AlmeidaNel 2020 la Sunweb di Hindley e Kelderman prese a tutta Piancavallo per mettere in crisi Almeida
Raccontaci di questa scalata dolomitica…
Giro 2012, ricordo che ci scambiammo dei “colpi di fioretto” con Michele Scarponi. La tappa arrivava a Cortina, se ricordo bene vinse Purito, io feci sesto. L’ultimo chilometro e mezzo del Giau mi misi a tirare, anche perché ero un po’ indietro in classifica: eravamo rimasti in pochi e a me andava bene così. Infatti transitai in testa. Di entrambe queste salite ho un bel ricordo. Però, se devo dirla tutta, c’è un’altra salita che bisognerebbe aggiungere.
Prego…
Secondo me, come numeri la salita più difficile di questo Giro è la Montagna Grande di Viggiano (nella quinta tappa, ndr), tra l’altro nelle mie zone d’origine e ancora di più in quelle di Alessandro Verre. Le salite menzionate prima saranno le più incisive, ma come pendenza media la Montagna Grande di Viggiano è l’unica superiore al 10 per cento di tutta la corsa rosa. E chissà che non ci faccia un salto prima del Giro… magari fisso anche un KOM!
Sempre più spesso quando parliamo di preparazione viene fuori questa parola: kilojoule. «Si seguono i kilojoule». «Dipende da quanti kilojoule hai fatto». «Volume di kilojoule»… ma cosa sono? Che parametro è?
E’ una domanda ricorrente. E quando si parla di preparazione, magari strettamente legata all’atleta, uno dei migliori interlocutori in assoluto è Domenico Pozzovivo, che oltre a essere un coach affermato e molto aggiornato, è anche un fresco corridore. Insomma, è da entrambe le parti della barricata in qualche modo.
Domenico Pozzovivo (classe 1982) ha smesso di correre lo scorso anno. Oggi è un preparatoreDomenico Pozzovivo (classe 1982) ha smesso di correre lo scorso anno. Oggi è un preparatore
Innanzitutto, Domenico, di cosa parliamo: è un’intensità, è un’unità di misura?
La possiamo chiamare una metrica, un valore che serve a quantificare il lavoro meccanico svolto nell’unità di tempo. Basta moltiplicare i watt, che sono la misura del lavoro espresso, per il tempo. A quel punto otteniamo i joule. Per ottenere il kilojoule dobbiamo dividere il risultato per mille. E’ semplicemente questo e soprattutto è qualcosa che abbiamo già nei nostri archivi, dal punto di vista dei dati, per valutare l’intensità di un allenamento.
E perché adesso si usano questi kilojoule? Qual è il vantaggio?
Il vantaggio è avere un parametro immediato di quanto lavoro si è compiuto nell’allenamento. Va molto in parallelo, alla fine, con il training score o altri indici che spesso vengono forniti di default a fine training dalle varie piattaforme (tipo Trainingpeaks, ndr). Questo però è un valore assoluto. Attenzione però…
A cosa?
C’è la superficialità di considerarlo come un dato oggettivo, uguale per tutti. In realtà ognuno dovrebbe parametrare il kilojoule a se stesso. Ovviamente un corridore più leggero, esprimendo meno watt di un corridore più pesante, avrà sempre meno kilojoule. Il paragone in senso stretto sarebbe errato e andrebbe relativizzato. Il top del tutto è il kilojoule per chilo, se vogliamo avere un parametro davvero oggettivo e confrontabile.
Sul computerino, in basso a destra, il dato dei kilojoule consumatiSul computerino, in basso a destra, il dato dei kilojoule consumati
Che differenza c’è allora rispetto al valutare solo i watt? Cosa c’è di diverso dal dire, per esempio: a fine allenamento ho fatto 200 watt medi?
Perché dentro c’è anche la durata. Con un numero hai sia l’intensità che il tempo. Riprendendo la vostra frase, per correttezza avreste dovuto dire: “Ho fatto 200 watt medi per tre ore”, mentre nel kilojoule il tempo è già incluso. Con quel numero sintetizzi due grandezze: hai la misura oggettiva di quanto è stressato il tuo organismo perché rappresenta il lavoro meccanico complessivo che hai svolto.
Ci sono relazioni con le calorie bruciate? Tanto più che siamo nell’era dell’uso massiccio dei carboidrati…
Viene associato alla caloria, ma parlando di consumo calorico bisognerebbe dividere per quattro il suo valore. Però non è correttissimo, perché otteniamo il dato dei kilojoule solo dalla pedalata. Abbiamo detto che è una misura del lavoro meccanico, della pedalata appunto. Ma quando un ciclista pedala non produce solo quel tipo di lavoro: i muscoli del tronco stabilizzano, se ti alzi sui pedali lavorano anche le braccia. C’è un lavoro generale dell’organismo, quello per mantenersi in vita, che non viene calcolato nel kilojoule. Per convenzione, se hai consumato 10 kilojoule si dice che hai bruciato 10 calorie, anche se termodinamicamente non sarebbe così.
Preparatori e atleti dicono che oggi l’importante non è solo avere tanti watt, ma riuscire a esprimerli a fine corsa. E fanno riferimento in qualche modo al kilojoule: perché?
In tal senso il kilojoule è una misura molto utile. Dal punto di vista dell’analisi dei dati rende confrontabili prestazioni ottenute su percorsi o situazioni differenti. Ti dice che in condizioni diverse, però, dopo un certo numero di kilojoule sei riuscito a fare 20’ a 6,2 watt/chilo, oppure un altro valore. E puoi confrontarlo con un’altra prestazione svolta in un giorno diverso su un altro percorso.
Adesso si pone tanto l’accento sulla durability…
Appunto: riuscire a fare, dopo tanti kilojoule accumulati nel gruppone, determinate prestazioni ed è ciò che fa la differenza. E’ come un carico che continui ad aumentare sulle tue spalle durante l’attività: alla fine il kilojoule è questo.
Qualche giorno fa Germani ci disse dell’importanza di avere un’ottima durability. Non solo ma è uno dei suoi obiettivi in vista del 2026Qualche giorno fa Germani ci disse dell’importanza di avere un’ottima durability. Non solo ma è uno dei suoi obiettivi in vista del 2026
Chiarissimo come sempre, Domenico. Ti senti di aggiungere qualcosa? Una chiosa?
Aggiungere no. Piuttosto, mi verrebbe da dire che ci sono anche un po’ le mode. E adesso il kilojoule, se non ce l’hai in bocca, quasi non sei un preparatore! E questo a me fa sorridere. Però è altrettanto vero che è un parametro molto utile e direi immediato. Insomma, non è solo una moda. Quel che voglio rimarcare è che è soggettivo. Faccio un esempio.
Vai…
Ho due ragazzi: uno pesa 70 chili e l’altro 60. Non posso dire a entrambi: «Fai il lavoro dopo 2.000 kilojoule», perché sono due parametri diversi per ciascuno. Sapendo cosa c’è dietro quel numero riesci a usarlo bene. Se lo usi senza capirlo puoi essere addirittura fuorviante.
Perché?
Perché il segreto è rapportarlo al peso dell’atleta. In bici non è una gara di pesi: è sempre uno sport in cui mettere in relazione la prestazione con il proprio peso fa la differenza, tranne negli esercizi puri di sprint. Diciamo che i kilojoule entrano in ballo soprattutto quando si parla di durabilità, cioè di riuscire a ripetere una prestazione anche dopo un determinato carico di lavoro.
Dopo aver letto l'intervista di Giada Gambino a Visconti, abbiamo chiesto ad Alberati che lo allena da agosto che idea si sia fatto di Giovanni: «E' ancora un vincente»
Siamo ancora con i pensieri alla Vuelta e a quanto il giovane Giulio Pellizzari sia riuscito a farci divertire e sognare. E soprattutto a riaccendere la speranza di rivedere un italiano in lotta per un grande Giro. Ricordiamolo senza fretta… guai mettergli pressione.
Poco importa che sulla Bola del Mundo abbia pagato dazio. E’ arrivato a 6,8 chilometri dalla maglia bianca. E’ a quella distanza infatti che si è staccato da Riccitello e dagli altri. Va detto però che il rivale statunitense ha un anno in più del marchigiano: un’eternità quando si hanno 21 anni. E soprattutto uno era leader, l’altro gregario. Di lusso, ma gregario.
Noi, con l’aiuto del fine occhio di Domenico Pozzovivo, abbiamo analizzato il corridore della Red Bull-Bora in salita. Come si è comportato e sulle varie scalate. Una sorta di “foto” tecnica dello scalatore. Prima però rivediamo le salite di Pellizzari alla Vuelta.
Giro 2024, Monte Grappa scalata durissima ma senza pendenze estreme. Pellizzari va forte, ma sempre seduto. Persino Pogacar si alza sui pedaliGiro 2024, Monte Grappa scalata durissima ma senza pendenze estreme. Pellizzari va forte, ma sempre seduto. Persino Pogacar si alza sui pedali
Scalate veloci, okay
Nei primi due arrivi in salita, Limone Piemonte e Huesca La Magia, due salite molto veloci, specie quella piemontese, Pellizzari non ha avuto problemi. Lì si è andati in grandi gruppi, le velocità sono state prossime e in alcuni casi superiori ai 30 all’ora. Vale la stessa cosa verso il terzo arrivo in quota, Andorra, e il quarto, Valdezcaray.
In quello successivo, El Ferial Larra-Belagua, già più complicato, Giulio ha iniziato a mettersi in evidenza, correndo in appoggio per Jai Hindley. Su questa scalata, con pendenza media del 6,1 per cento, Pellizzari era rimasto con il gruppo dei top rider.
Le cose sono cambiate nel giorno dell’Angliru, ormai al termine della seconda settimana. Sul mostro asturiano Pellizzari a un certo punto ha perso terreno, ma con Hindley saldo al fianco di Almeida e Vingegaard si è gestito alla grandissima. Sull’Angliru Giulio si è messo di “passo” e ha sfruttato al meglio i tratti più pedalabili. Alla fine il margine ceduto a Vingegaard e Almeida era di 1’11”, quasi tutto accumulato nei durissimi tratti al 23 per cento.
Pagava qualcosa, appena 14″, anche il giorno successivo, quando si è mosso per Hindley. Lagos de Somiedo era una scalata simile alle precedenti, poco sopra il 6 per cento di pendenza media.
Pozzovivo ha definito lo stile di Pellizzari in salita (da seduto) di alto livello ormaiPozzovivo ha definito lo stile di Pellizzari in salita (da seduto) di alto livello ormai
Terza settimana: gambe e testa
Qui ha iniziato a farsi sentire la fatica, nonostante tappe corte e qualche tratto annullato. Va ricordato che Pellizzari era al suo secondo grande Giro stagionale, affrontato per la prima volta in carriera.
Nel giorno di Castro de Herville, dove poi non si arrivò per una protesta pro Palestina, Giulio ha sofferto tantissimo sull’Alto de Prado, salita con lunghi tratti tra il 14 e il 18 per cento. Anche in questo caso però si è gestito bene, tanto che sul falsopiano prima del Gpm riusciva a ricucire il gap.
Infine il capolavoro nel giorno della vittoria. L’Alto de El Morredero è una salita irregolare, la cui pendenza media è ingannevole. Nella porzione centrale, la più dura, Pellizzari si è staccato, ha perso qualcosa, ma di nuovo è riuscito a rientrare di passo. Quando sono iniziati gli scatti, con intelligenza, ne ha piazzato uno in più quando tutti erano in pieno acido lattico. Anche lui. Questa è stata testa, parte determinante per uno scalatore.
Anche il continuo rientrare è un elemento tipico del grimpeur che in salita non molla mai e sa gestire, anzi centellinare lo sforzo grazie ad una particolare sensibilità.
Domenico Pozzovivo (classe 1983) era uno scalatore puro. Stava spesso sui pedali. Oggi è un coach preparatissimoDomenico Pozzovivo (classe 1983) era uno scalatore puro. Stava spesso sui pedali. Oggi è un coach preparatissimo
Dal professor Pozzovivo
Da quel che si evince, il Pellizzari scalatore fa più fatica sulle salite estreme, cioè con pendenze oltre il 13-14 per cento, dove andare di passo diventa complicato. Perché? Qui interviene Domenico Pozzovivo, che tra l’altro con Pellizzari ha anche corso alla VF Group-Bardiani.
«Sarebbe interessante poter vedere i suoi file – dice Pozzovivo – ma da quel che vedo e ricordo Pellizzari procede sempre seduto e su certe pendenze invece è importante riuscire ad alzarsi sui pedali. Se guardiamo bene lo fa anche Vingegaard e persino un regolarista come Almeida. Pellizzari ha uno stile suo, che in sella gli garantisce un altissimo livello come abbiamo visto in questa Vuelta, ma certo deve imparare a fare più fuorisella. Questo potrebbe essere determinante per Giulio».
Il fuorisella da sempre identifica lo scalatore puro, anche se questa figura sta scomparendo o comunque va trasformandosi. Alla fine i fisici come quello di Pellizzari vanno per la maggiore, magari un filo più bassi ai fini dei grandi Giri.
«Lo stare più fuorisella – riprende Pozzovivo – gli consentirebbe di avere anche un po’ più di strappo, di cambio di ritmo più netto. PrendiamoIsaac Del Toro: i due sono molto simili in salita, entrambi alti ed entrambi procedono tanto seduti, però quando il messicano si alza sui pedali riesce a esprimere più watt. La differenza è tutta lì».
Secondo Pozzovivo, Pellizzari dovrà passare molto tempo in piedi sui pedali per migliorare sulle pendenze elevate (immagine Instagram)Secondo Pozzovivo, Pellizzari dovrà passare molto tempo in piedi sui pedali per migliorare sulle pendenze elevate (immagine Instagram)
Allenamenti ad hoc
Lo stesso Pellizzari aveva accennato al suo peso in relazione a certe pendenze. Parliamo di un ragazzo alto 183 centimetri per 66 chili, nella norma ma non pochissimi per essere uno scalatore. Pertanto l’altra domanda posta a Pozzovivo è stata: come può fare Giulio per migliorare nel fuorisella e quindi sulle pendenze estreme?
«Ci sono esercizi in palestra – spiega Pozzovivo – alcuni di forza, ma si può intervenire anche sulla posizione in bici, come l’altezza del manubrio o delle leve affinché sia più comodo quando è in piedi. Ma soprattutto, e lo sottolineo, dovrebbe costringere sé stesso a stare il più possibile in questa posizione, specie quando deve fare lavori specifici o intensi. Che poi paradossalmente era il mio problema… ma al contrario! Io ci stavo quasi troppo. Ma serve anche stare fuorisella. Deve abituarsi a esprimere alti wattaggi stando in piedi».
«Riguardo al peso, il grimpeur da 50 chili ormai non esiste più ed è più complicato per questi ragazzi stare tanto in piedi, però Jay Vine, che non pesa certo 50 chili, è la dimostrazione che si può stare tanto fuorisella».
E’ stato il grande giorno della Bola del Mundo alla Vuelta. La tappa del verdetto, quella che avrebbe decretato il re della maglia roja. La frazione è di nuovo di quelle toste, ma si sapeva già che a decidere tutto sarebbero stati gli ultimi 3.700 metri. Quelli in cemento, quelli con pendenze da MTB. Lassù avrebbe dominato la legge del più forte. E il più forte è stato Jonas Vingegaard. Per il corridore della Visma-Lease a Bike tappa e appunto… Vuelta.
Tra una fitta schiera di poliziotti e corse per contenere il pubblico più in basso, il già spoglio monte madrileno era ancora più vuoto nel suo chilometro finale. Si è sempre sul chi va là riguardo alle ormai note proteste pro Palestina. In questo contesto vanno in scena 153 storie, tante quante i corridori rimasti in gara. Ogni scalata così estrema si trasforma per ognuno in qualcosa di strettamente personale. C’è chi vuole semplicemente arrivare al traguardo, chi vuole vincere, chi deve difendersi, chi dimostrare il suo valore, chi vuole la tappa. Ognuno ha il suo obiettivo. Noi ve ne raccontiamo tre di queste storie e lo anche con l’aiuto di uno scalatore che sulla Bola del Mundo ci sarebbe stato alla grande: Domenico Pozzovivo.
Vingegaard sta per tagliare il traguardo. Gli inseguitori lo vedono da lontano, tra loro purtroppo non c’è Pellizzari, che perde la maglia biancaVingegaard sta per tagliare il traguardo. Gli inseguitori lo vedono da lontano, tra loro purtroppo non c’è Pellizzari, che perde la maglia bianca
Vingegaard campione vero
La prima storia, e non poteva essere diversamente, è quella di Jonas Vingegaard. Oggi il danese ha vinto. Ma la sua è una vittoria di chi era chiamato, e forse voleva dimostrare al mondo intero e prima di tutto a sé stesso, che è ancora forte. Che sa vincere anche senza Tadej Pogacar. Anzi, a dire il vero era quasi obbligato a farlo.
Eppure in queste tappe è sì stato il più forte, ma non quello schiacciasassi che era lecito attendersi. Il Tour, e lo diciamo da tempo, si è fatto sentire. Jonas ha centellinato energie fisiche e mentali giorno dopo giorno. «Dopo il Tour così duro – ha detto Pozzovivo – sinceramente mi aspettavo una Vuelta così di conserva, ma forse un po’ meno di come è stata realmente. Mi aspettavo che avrebbe cercato di addormentare la corsa e che non avrebbe corso come fa quando è contro Tadej o come fa lui stesso quando non c’è Pogacar. Penso per esempio alla Tirreno dell’anno scorso».
L’abbraccio tra Kuss e Vingegaard. L’americano è arrivato secondo, siglando una doppietta per la VismaL’abbraccio tra Kuss e Vingegaard. L’americano è arrivato secondo, siglando una doppietta per la Visma
Jonas il chirurgo
«Anche oggi ha fatto di mille metri (è partito ai -1,3 chilometri e ha mollato ai 300 metri, ndr). Ha calcolato più la durata dello sforzo che la distanza. Sono stati 5 minuti di attacco, 5′ di fuorigiri ad una media di 13 all’ora o poco più. E’ stato un attacco chirurgico, preparato. Credo sapesse che non avrebbe aperto grandi margini e così ha fatto al massimo quello che poteva. Se fosse partito prima lo avrebbero ripreso, non avrebbe avuto la possibilità di portare un attacco simile più a lungo».
Le nostre sensazioni dunque erano giuste. Non ha sprecato nulla più del dovuto. Ha corso con grande consapevolezza dei suoi limiti. E che dire? Chapeau. Le corse si vincono anche così. «Uno come lui – aggiunge Domenico – se fosse stato meglio avrebbe messo la firma sull’Angliru, per esempio».
Oggi Vingegaard doveva dimostrare che era comunque il miglior corridore di questa Vuelta e ci è riuscito. Onore a lui.
Almeida un leone… Ha lottato contro un gigante e forse lo è diventato anche luiAlmeida un leone… Ha lottato contro un gigante e forse lo è diventato anche lui
Almeida: sostanza e personalità
L’altra storia ci porta dal grande rivale di questa corsa spagnola, Joao Almeida. Chissà cosa, e se, gli ha detto Pogacar, il suo capitano, quando si è trovato a battagliare con il rivale storico del suo leader. Se gli ha svelato qualche punto debole.
Il portoghese della UAE Team Emirates si è ritrovato capitano. Sarebbe dovuto essere lo stesso Pogacar a guidare la corazzata in Spagna. Invece… «Invece – ha detto Pozzovivo – si è ritrovato leader in modo inatteso. Ma è sbagliato dire che la sua stagione è venuta fuori in modo inaspettato. Andava già forte al Giro di Svizzera (anche prima al Romandia, ndr) e poi doveva fare bene il Tour. E invece ecco che si ritrova a fare la Vuelta e anche da capitano».
Oggi persino Ayuso ha contribuito alla causa di Almeida… almeno nelle fasi meno calde della corsaOggi persino Ayuso ha contribuito alla causa di Almeida… almeno nelle fasi meno calde della corsa
Joao leader
E proprio sull’essere leader, sulla pressione, sulla convivenza con Juan Ayuso, Pozzovivo esalta il portoghese: «Per me è stato fortissimo e questo lo consacra sia a livello internazionale che nella sua squadra. Credo che Joao si sia gestito benissimo, anche dal punto di vista della personalità, dell’essere leader appunto. E non ha avuto un inizio di Vuelta facile, con quei problemi di “spogliatoio”. Nella tappa in cui ha accumulato il maggior distacco da Vingegaard, lui stesso al termine della frazione ha detto che la squadra non aveva lavorato al 100 per cento per lui. Credo riferendosi non solo ad Ayuso, ma anche a Vine. E se dici una cosa del genere è perché ti prendi poi pressioni e responsabilità e lui ci ha convissuto benissimo. Idem quel che ha fatto sull’Angliru. Si è messo al massimo del suo limite. Di solito quando hai avversari così forti ti lasci un minimo di margine per rispondere a uno scatto. Lui no… e ha avuto ragione».
Anche oggi sulla Bola del Mundo ha perso qualche secondo, Almeida e la UAE con corridori che gli sono diventati fedeli quali Grosschartner e Vine, non si è fatto intimorire. La mancanza del riferimento Pogacar non si è fatta sentire. «Non credo che Almeida senta questa cosa. Anche lo scorso anno al Tour era gregario di lusso, ma Tadej spesso partiva così tanto presto che anche lui poteva correre per sé stesso. E poi ha avuto altre occasioni di essere leader. Non ha perso insomma attitudine. Discorso diverso se si fosse trasformato nel leadout che si sposta e prende 10 minuti».
Tom Pidcock (classe 1999) avrà trovato la sua dimensione definitiva?Tom Pidcock (classe 1999) avrà trovato la sua dimensione definitiva?
Pidcock: ora è nel posto giusto
La terza storia ci porta a Tom Pidcock. Il folletto della Q36.5 finalmente sale sul podio di un Grande Giro. In tanti, dopo la vittoria al Giro U23, lo aspettavano al varco, ma l’inglese aveva sempre mostrato altre preferenze, sia dal punto di vista personale che tecnico.
Domani a Madrid salirà sul gradino del podio e sempre domani Van der Poel sarà al mondiale di MTB. Per Pidcock è di certo un colpo al cuore. «Io sono un biker», ha sempre detto. Oggi all’arrivo quasi non riusciva a parlare tanto era stanco.
La domanda delle domande pertanto è: da oggi possiamo dire che Pidcock è uomo da corse a tappe? Mai come stavolta l’opinione di Pozzovivo, anche lui piccolo, scalatore e persino un po’ biker, è calzante. «La Vuelta è sempre particolare quando si parla di Grandi Giri e questa lo è stata ancora di più. C’è una dichiarazione di Tom che mi ha colpito nel post Giro d’Italia e cioè: “Ho sofferto molto il caldo”. Per uno che soffre il caldo la Vuelta non è la miglior gara, ma in questo caso si è partiti con il maltempo in Italia, si è sempre restati al Nord dove le temperature non sono mai state torride e niente Andalucia. Questo ha giocato a suo favore».
«Rispetto alle tre settimane possiamo dire che ha dimostrato di esserci. Però mancava almeno un tappone da oltre 5.000 metri. Al Giro d’Italia ce ne sono sempre almeno due se non tre. Se ci fosse stato quello gli avremmo potuto dargli definitivamente la “patente” per corridore da Grandi Giri. Però questo podio è incoraggiante per lui. Resta il fatto che è un corridore che ama la corsa secca, che ama alzare le braccia e credo che correre per la classifica sia stato un grande sforzo mentale per Tom».
Giulio Pellizzari ha ceduto proprio nel finale della Vuelta. Sulla Bola ha incassato quasi 3′ perdendo la maglia bianca. E’ comunque 6° nella generaleGiulio Pellizzari ha ceduto proprio nel finale della Vuelta. Sulla Bola ha incassato quasi 3′ perdendo la maglia bianca. E’ comunque 6° nella generale
Chissà in casa Ineos…
Le analisi di Pozzovivo sono davvero eccellenti, ficcanti come solo chi è stato in gruppo per tanto tempo ad alti livelli può fare. E così gli chiediamo anche se domani, mentre metterà il piede sul podio, lui, ma soprattutto la Ineos Grenadiers, cosa penserà. Gli inglesi si mangeranno le mani?
«Assolutamente sì – dice secco il “Pozzo” – A loro manca un punto di riferimento per i Grandi Giri e in Ineos Grenadiers lo hanno fatto fuori con troppa fretta».
Però è anche vero che in quella squadra c’è una certa mentalità, una certa disciplina, di certo uno che vuole fare MTB non è il massimo per il team. E viceversa. Pidcock aveva perso il sorriso. In Q36.5 qualche comparsata in più offroad la può fare… «E infatti – conclude Pozzovivo – per Tom stare in una squadra più piccola come la Q36.5 è meglio, può avere questo approccio. Alla fine è un po’ il faro, la maggior parte dei punti dipendono da lui e può permettersi di avere più spazi, di gestire un po’ di più i suoi impegni. Penso anche all’eccezione che, non essendo in una WorldTour, abbia comunque potuto disputare due Grandi Giri. Di certo è una situazione a suo vantaggio».
Le performance di Vingegaard superiori a Roglic possono spaccare la Jumbo Visma. Con Garzelli ripassiamo situazioni simili, per capire come potrebbe finire
Come vediamo, il ciclismo è sempre più preciso, dettagliato in ogni aspetto. Le tempistiche di integrazione e idratazione sono cadenzate a ritmi prefissati e, se qualcosa va storto, il rischio è che si possa “saltare”. Magari anche di testa, specie per i più giovani…
Durante il Giro d’Italia, le ammiraglie per i rifornimenti, all’inizio di tappe con fughe numerose, non riuscivano a passare. I corridori quindi faticavano ad alimentarsi e a gestirsi. C’era, in effetti, un po’ di panico. Sempre in questo ciclismo ipertecnologico, la mattina girando tra i bus, sui manubri spesso non c’è più neanche l’altimetria (o comunque non solo quella) ma la tabella della strategia alimentare. Per dire: al chilometro 70 bere, al chilometro 90 una barretta, al 110 barretta più gel…
Quando l’alimentazione diventa troppo precisa, cosa succede? Ne abbiamo parlato con un ex (dovremmo dire) corridore, che tuttavia pedala ancora forte e tanto. Pensate che pochi giorni fa, in allenamento con Ulissi e altri pro’, ha battuto un KOM! Parliamo di Domenico Pozzovivo.
Domenico Pozzovivo (classe 1983) 20 stagioni da pro’ con massima dedizione e attenzione alle novitàPozzovivo (classe 1983) 20 stagioni da pro’ con massima dedizione e attenzione alle novità
Domenico, se questi fisici ormai da Formula 1 non seguono le tabelle alimentari al dettaglio, vanno in tilt? E la mente dei corridori non è più capace di gestirsi autonomamente?
E’ vero, il nuovo regolamento sui rifornimenti crea una variabile in più. Prima, soprattutto le squadre con molto personale, erano molto ridondanti nei punti fissi a bordo strada. Situazioni come quella che si è verificata al Giro erano praticamente impossibili perché i corridori erano sempre coperti. Il bisogno tra borraccia e gel, in una tasca o nell’altra, era sicuramente soddisfatto.
Chiaro…
In questo caso, con il nuovo regolamento e la diminuzione delle zone di feed, il problema si pone. A quel punto, un corridore cresciuto nelle giovanili e arrivato al professionismo con questo tipo di approccio brancola un po’ nel buio. Non ha mai sperimentato una vera crisi, che da un lato è una fortuna, ma dall’altro può mettere in difficoltà. Una crisi di fame in gara ti costringe ad adattarti per arrivare all’arrivo, affrontando sensazioni quasi da capogiro. Devi portare l’organismo a un certo livello di performance anche in condizioni di emergenza.
Quindi questa mancanza di esperienza in situazioni del genere può mandare in tilt?
Sì, può succedere. Oltre al fisico, ne risente anche la testa. Quando entrambe vanno nella stessa direzione negativa, tirarsi fuori non è facile. Secondo me, a volte, in allenamento bisognerebbe simulare volontariamente situazioni non equilibrate.
E come?
Non bisogna estremizzare, ovviamente, e non farlo spesso, perché a livello psicofisico sono situazioni stressanti. Ma ogni tanto vale la pena fare uscite a digiuno o con l’ultima ora a ritmo alto sapendo di essere in carenza di carboidrati. C’è chi riesce a compensare utilizzando più acidi grassi e catabolismo muscolare e chi invece è un ossidatore veloce e fa fatica a cambiare meccanismo energetico. Bisogna fare esperienza per capire come si tollerano queste situazioni. Sono metodi che ora si allenano, con le uscite fat max molto lunghe, in cui si introducono pochi carboidrati: 40-50 grammi l’ora, che sono meno della metà rispetto a quanto si usa oggi.
Sul manubrio ognuno ha le sue preferenze (e schema di riferimento): ma i riferimenti alimentari prendono il sopravvento sull’altimetriaE anche chi ha l’altimetria, non elimina affatto i punti per l’integrazioneSul manubrio ognuno ha le sue preferenze (e schema di riferimento): ma i riferimenti alimentari prendono il sopravvento sull’altimetriaE anche chi ha l’altimetria, non elimina affatto i punti per l’integrazione
Anche a livello di idratazione: essere molto precisi abitua il corpo o è un discorso che riguarda solo i carboidrati?
No, l’idratazione è una questione fisiologica oltre che di abitudine. Come si dice: di fame è difficile morire, ma di sete si può. Nel ciclismo è lo stesso: da una crisi di fame in qualche modo esci, ma se vai in disidratazione puoi rischiare un colpo di calore. Quindi sull’idratazione c’è poco da “allenarsi” a stare male: bisogna monitorarla sempre.
Tu cosa mettevi sul manubrio? Altimetria, piano d’integrazione, i numeri da controllare come si faceva una volta tra i dilettanti?
Io ho sempre puntato molto sulla memoria, era un esercizio utile anche a livello mentale. Cercavo di memorizzare l’intero contenuto della tappa, non usavo le cartine caricate sui GPX del Garmin, avevo tutto in testa. Ma per avere un double check, mi piaceva avere sulla pipa l’inizio e fine delle salite, gli sprint, ultimamente anche la green zone per sapere quando buttare le cartacce. Queste informazioni le avevo sull’attacco manubrio.
Quindi niente info sull’integrazione…
No, mai. Ero molto sistematico e ascoltavo il mio corpo.
Secondo te i giovani ce l’hanno questa capacità di ascoltare il corpo? Perché ormai sono cresciuti con Garmin, GPX, watt, quantità di carbo/ora…
E’ vero, aggiungo anche il peso della pasta prima e dopo la corsa… Hanno proprio l’imprinting di affidarsi ai numeri. Non scavano nel profondo, non si chiedono cosa cerchi il corpo. E’ un aspetto negativo. Noi venivamo da un approccio opposto, forse anche troppo, perché si finivano gli allenamenti a secco, e non era il massimo. Ma una via di mezzo sarebbe l’ideale: abituare le nuove generazioni a regolarsi anche con l’appetito, con le sensazioni, senza affidarsi solo ai numeri. Conoscersi.
Per esempio, nell’ultimo anno che hai fatto con la VF Group-Bardiani, c’era qualche giovane che mostrava attenzione a questi aspetti? O che ti chiedeva qualcosa sull’alimentazione?
Sì, erano argomenti di dibattito serali, quotidiani. C’era molta curiosità sull’approccio diverso che avevamo noi. Mi vedevano come un “giovane vecchio”, uno che non demonizzava quello che facevano loro, ma cercavo di dare suggerimenti. Come dicevamo: imparare ad ascoltare il proprio corpo e a interpretare i segnali senza affidarsi solo ai numeri.
L’integrazione in corsa non sempre avviene secondo programmaL’integrazione in corsa non sempre avviene secondo programma
Proviamo a fare “un incidente probatorio”: secondo te, Domenico, nei momenti in cui non arrivavano i rifornimenti perché la giuria non faceva passare le ammiraglie, cosa si dicevano i corridori?
Secondo me pensavano a come allungare i vari step di rifornimento. Se era previsto di prendere qualcosa ogni 20 minuti, si passava a 30-40, regolando il ritmo di assunzione con quello che avevano in tasca.
E con l’acqua?
Per fortuna le macchine neutre riuscivano a tamponare un minimo. Ma ormai l’acqua pura si usa pochissimo. Le borracce contengono quasi sempre una miscela di carboidrati, e quando fa caldo anche elettroliti.
Magari hanno sostituito qualcosa con i gel che avevano in tasca?
Sì, sicuramente. Magari meno malto rispetto alla borraccia, che era finita. Ma i gel un po’ li hai sempre in tasca, almeno uno o due in più, proprio per questi casi.
Quando poi hanno ripreso il rifornimento, secondo te c’è stata una correzione per compensare il buco oppure hanno continuato come prima?
Dipende dal corridore. Se sei abituato al limite massimo dei grammi/ora, non hai margine per aumentare: se sei già a 140, non puoi salire oltre. Ma se sei come ero io, più “fortunato” da quel punto di vista, hai margine. Se di solito stai a 100, puoi arrivare a 120-130 senza grossi problemi. Dipende tutto dalle abitudini e dalle capacità individuali.