Alessandro Verre

Pozzovivo coach di Verre. Come procedono i lavori?

16.03.2026
5 min
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Alessandro Verre e Domenico Pozzovivo. Il corridore e l’ex corridore, ora preparatore. Entrambi lucani, entrambi scalatori, entrambi minuti… ma quante analogie ci sono! Oggi “Pozzo” è il coach di Verre e l’atleta della MBH Bank Pro Team si sta comportando bene.

Con Domenico dunque facciamo il punto su come sta andando questo lavoro congiunto. Come reagisce Verre ai suoi metodi. E soprattutto dove può arrivare. Per ora, stando a quanto visto al Giro di Sardegna, le sensazioni sono buone. Ricordiamoci sempre che parliamo di un ragazzo che è sì al quarto anno da pro’, ma che ha pur sempre appena 24 anni.

Pozzovivo, con la sua meticolosità, ha ripreso in mano tutti i dati di Verre, anche quelli del passato. Ha analizzato i volumi dei lavori di Alessandro sin qui. I dati espressi nelle corse. Hanno parlato delle sensazioni nei vari momenti. Ed eccoli qui…

Pozzovivo
Pozzovivo ha corso fino al 2024 con la Bardiani, da un paio di anni è diventato un preparatore
Pozzovivo
Pozzovivo ha corso fino al 2024 con la Bardiani, da un paio di anni è diventato un preparatore
Come sta andando con Alessandro, Domenico? Partiamo dalla persona…

La persona è un po’ la proiezione di me quando avevo la sua età, quindi forse è anche questa l’origine comune. Alla fine siamo bagnati dallo stesso fiume, nella Val d’Agri: lui è un po’ più a monte, io più a valle, però ci assomigliamo molto dal punto di vista caratteriale. Forse è anche un po’ la cifra distintiva dei lucani: non troppo esuberanti, ma comunque molto rispettosi degli altri e molto laboriosi.

Dal punto di vista dell’atleta, invece, che “motore” hai trovato? E come può evolversi?

Non ha paura di fare fatica, soprattutto di essere costante nel lavoro. E’ un motore che lascia aperte diverse porte, perché mentre caratterialmente siamo molto simili, dal punto di vista atletico lui arriva magari alle stesse conclusioni ma partendo da una base più esplosiva. Ha quindi delle caratteristiche che lo portano a essere performante di natura più sul breve. La resistenza è una cosa che sta sviluppando gradualmente, però forse non è ancora la sua carta migliore.

Alessandro Verre
Alessandro Verre (classe 2001) dopo tre stagioni all’Arkea è approdato alla MBH Bank Pro Team, la sua ex squadra da U23
Alessandro Verre
Alessandro Verre (classe 2001) dopo tre stagioni all’Arkea è approdato alla MBH Bank Pro Team, la sua ex squadra da U23
Si dice sempre che non tutti maturano allo stesso modo. Verre a che punto è?

Lo sviluppo fisico e quindi della performance, oltre a essere diverso da atleta ad atleta, procede anche a gradini. Non è qualcosa di lineare. Sicuramente nel secondo anno da under 23 ha fatto un bel salto dal punto di vista delle capacità condizionali. Poi ha avuto un plateau, una fase di stallo. E quel plateau, a un certo punto, spero sia adesso, ricomincerà a salire. I numeri che aveva già nei primi due anni da under facevano comunque propendere per il passaggio tra i professionisti, non era un passaggio troppo rischioso. Ovviamente col senno di poi magari gli avrebbero fatto bene altri due anni nella categoria. Adesso però sarebbe impensabile.

In pochi anni è cambiato tanto in effetti…

Sì, assolutamente. Anche psicologicamente sappiamo come si sente un under 23 al terzo o quarto anno: si sente un po’ all’ultima spiaggia. E non è mai una bella sensazione.

Domenico, hai parlato della resistenza. Come state lavorando su questo aspetto? E’ qualcosa che verrà più naturale?

No, ci stiamo lavorando ma con gradualità, perché per me i picchi sono la base della performance. C’è un po’ la moda di parlare di durability, di replicabilità dello sforzo. Per me è una cosa che arriva dopo. Prima vorrei raggiungere l’eccellenza o comunque un livello più alto dal punto di vista dei picchi, e poi riuscire a riprodurre quei picchi in maniera più agevole e quindi più ripetibile.

Alessandro Verre sul podio del Giro di Sardegna, dietro Zana e Garofoli
Alessandro Verre sul podio del Giro di Sardegna, dietro Zana e Garofoli
Alessandro Verre sul podio del Giro di Sardegna, dietro Zana e Garofoli
Alessandro Verre sul podio del Giro di Sardegna, dietro Zana e Garofoli
Secondo gli obiettivi che vi siete prefissati siete in tabella? O magari siete dietro o più avanti?

Direi che siamo in tabella. Mi aspettavo di trovare un Verre così. Nei nostri scambi prestagionali, quando ci siamo confrontati sulle opinioni e lui mi ha detto quando voleva essere in forma, l’obiettivo era proprio il Giro di Sardegna. Al Tour de la Provence non era al top, ma era in crescita. I numeri dell’allenamento non erano stati rispecchiati in corsa, avrebbe potuto fare meglio. Però in Sardegna ha raccolto le prime soddisfazioni in una corsa a tappe. Magari ci si aspettava qualcosa in più alla Strade Bianche.

E cosa non ha funzionato a Siena? Noi alla vigilia lo avevamo visto bene, sereno…

E’ scivolato proprio quel giorno. E questo ti condiziona anche un po’ nella guida.

Ma dove può arrivare veramente Verre? Oggi servono dei mega motori, ma si può arrivare a quei livelli? Ci viene in mente un Tiberi, per esempio…

A me piace stare con i piedi per terra. Quando parliamo di Verre dobbiamo tenere conto che è un buon atleta anche per le cronometro e questo può far sì che possa curare anche la classifica generale. Forse nelle tre settimane, almeno per adesso, non ce lo “vedo sul pezzo”. Come ho detto prima stiamo lavorando sulla continuità. Però nelle gare di una settimana, se c’è anche una crono, può dire la sua.

Verre
Quest’anno Verre non farà Grandi Giri. Da una parte potrebbe mancargli qualcosa, ma dall’altra è l’occasione per reimpostare certi lavori (foto Instagram – @gettysport)
Verre
Quest’anno Verre non farà Grandi Giri. Da una parte potrebbe mancargli qualcosa, ma dall’altra è l’occasione per reimpostare certi lavori (foto Instagram – @gettysport)
Venite dalle stesse zone, ma in quanto preparatore per te il fatto di conoscere le sue strade di allenamento è un vantaggio per i programmi?

Nel mio caso è una prerogativa diffusa un po’ in tutta Italia, non solo della nostra Lucania! Quando viene a Bergamo o quando va sull’Etna gli parlo delle strade come fossero casa mia. Però la sua zona in Basilicata è quella in cui facevo le mie prime “alture” da giovane. Siamo a circa 1.400 metri di quota e i miei primi Giri d’Italia passavano proprio da quelle strade. Infatti quando gli scrivo i lavori, gli dico anche dove farli.

Alessandro ci ha confidato che vi sentite tutti i giorni. Alla fine la vostra è anche una bella storia del Sud. E questo fa piacere

Eh sì – sorride Pozzovivo – non siamo in tanti della nostra regione, la Basilicata, e quindi c’è anche un doppio legame oltre a quello fra coach e atleta. Le origini comuni, le mie esperienze… insomma, ci si confida facilmente.

4 salite Giro 2026

Pozzovivo: le quattro salite più dure (e decisive) del Giro

09.12.2025
7 min
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Con Domenico Pozzovivo torniamo a parlare di Giro d’Italia e, in particolare, con lui non possiamo non tirare in ballo le salite. Le scalate della corsa rosa che si profila per il prossimo anno non sembrano impossibili, tuttavia qualche asperità più impegnativa c’è e appunto con Domenico abbiamo cercato di individuarne quattro. Le quattro salite più difficili, quelle che secondo lui segneranno la classifica.

E’ ormai appurato, e lo abbiamo già sentito dalle parole di Vincenzo Nibali: non è un Giro d’Italia durissimo. Lo stesso Squalo ci aveva parlato di una corsa equilibrata, ma proprio per questo c’è da capire dove questo equilibrio potrà rompersi, dove gli scalatori potranno infliggere distacchi ai cronomen, che dalla loro avranno la lunga tappa a cronometro di Viareggio.

Venti stagioni da pro’, tre lauree e un’immensa attitudine per la salita: Domenico Pozzovivo elenca le 4 salite più dure del prossimo Giro
Venti stagioni da pro’, tre lauree e un’immensa attitudine per la salita: Domenico Pozzovivo elenca le 4 salite più dure del prossimo Giro
Domenico, quindi, il Blockhaus è la salita più dura di questo Giro d’Italia?

Il rischio c’è, però devo dire che secondo me la scalata più dura, anche ai fini della tappa e della classifica, possa essere il Giau. Lo è sia per le sue pendenze sia per il dislivello e la quota.

Ma non è lontano dall’arrivo?

In una tappa del genere chi vuole attaccare da lontano può farlo anche dal Giau, ma deve avere dei compagni o un punto di riferimento, perché la salita successiva è il Falzarego che, da quel lato, è piuttosto facile. Se dietro si organizzano, chi prova l’azione rischia di restare “con una gamba di qua e una di là”. Una volta avrei detto che il Giau è troppo lontano dall’arrivo; in questo ciclismo dico di “ni”, perché gli attacchi da lontano sono più frequenti, specie con l’aiuto della squadra. E poi c’è un altro aspetto che riguarda il Giau

Quale?

Le sue pendenze e la sua durezza possono influire sulla salita finale di Pian di Pezzè, che ricordiamo essere molto impegnativa, però è una scalata che durerà al massimo 15 minuti.

4 salite Giro 2026
Blockhaus 2022, tra i big guardate chi c’è? E’ Pozzovivo (col casco giallo)
4 salite Giro 2026
Blockhaus 2022, tra i big guardate chi c’è? E’ Pozzovivo (col casco giallo)
Del Blockhaus invece cosa ci dici?

Resta una salita estremamente impegnativa. Rispetto alle altre volte si attacca un po’ più in quota, non proprio dal fondo, dove ci sono quei 5-6 chilometri in più interlocutori che non sono difficili ma, alla fine, contano. Tuttavia è una salita che potrebbe fare meno sfracelli di quanto si pensi.

Perché?

Perché non ci sono grandi salite prima e il rischio è che, essendo una tappa molto lunga, una tappa old style in un Giro definito moderno, i big si controllino fino alla fine. Un’altra salita, la terza nel mio ordine di durezza, che potrà incidere è quella di Carì, in Svizzera. E’ simile a Pila, ma un po’ più dura: a Pila si sale intorno al 7 per cento, a Carì le pendenze sono tra l’8 e il 9 per cento. La strada in entrambi i casi è larga e regolare, quasi da Tour de France. Però dico che alla fine Carì sarà più incisiva perché, rispetto a Pila, è molto più corta: Pila sono quasi 20 chilometri, Carì sono 8-9. Entrambe le frazioni sono corte, ma quella di Carì è più facile prima, quindi rischia di essere una scalata molto più esplosiva. Questa la segno di sicuro.

4 salite Giro 2026
Carì, si trova in Svizzera, nel Canton Ticino. Si affronterà alla 16ª tappa e aprirà la terza settimana
4 salite Giro 2026
Carì, si trova in Svizzera, nel Canton Ticino. Si affronterà alla 16ª tappa e aprirà la terza settimana
E la quarta salita?

Non può che essere Piancavallo. Va menzionata: è l’ultimo tappone e l’ultima scalata del Giro d’Italia. Non vanta numeri impossibili, ma è una salita impegnativa. La doppia scalata vuole ricordare quella del doppio Grappa di un paio d’anni fa, ma è meno dura. Di contro qui si arriva in cima. Piancavallo, se si prende forte da sotto, può fare danni: la parte più dura è quella iniziale, poi addirittura c’è una microdiscesa ai meno sei chilometri.

Quindi Domenico, facci la tua classifica di durezza…

Giau, Blockhaus, Carì e Piancavallo.

Andiamo nell’ordine di come arriveranno queste salite nel corso del Giro. Che scenari ci possiamo aspettare su ognuna?

Come accennavo, il Blockhaus rischia di essere una tappa di attesa, una frazione in cui arriva la fuga. Non mi aspetto che i big lottino per prendere la maglia già alla settima tappa: la corsa diventerebbe dura da controllare. I chilometri sono tanti e senza salite impegnative prima, Roccaraso è facile, quindi sarà una tappa per attaccanti. Del Giau ho già detto: chi vuole attaccare deve avere per forza un punto d’appoggio in vista del Falzarego. Questa nel complesso è una tappa molto dura: prima del Giau ci sono già altre salite e siamo nel pieno della terza settimana, quando la fatica si fa sentire.

Andiamo avanti. Da Carì cosa ti aspetti?

Può incidere molto sull’economia del Giro d’Italia. Salita esplosiva che arriva dopo il giorno di riposo: può creare scompiglio. E’ quasi una tappa da Vuelta. Può esserci spettacolo, possono esserci distacchi, anche perché su quelle pendenze se si attaccano presto si può fare una gran differenza. Senza contare che arriva dopo il giorno di riposo, un’incognita ulteriore.

4 salite Giro 2026
Il Giro ha affrontato il Giau l’ultima volta nel 2023, ma memorabile fu l’impresa di Bernal sotto la neve due anni prima
4 salite Giro 2026
Il Giro ha affrontato il Giau l’ultima volta nel 2023, ma memorabile fu l’impresa di Bernal sotto la neve due anni prima
L’ultima è Piancavallo…

La resa dei conti. Bisogna fare i conti con le energie rimaste. Va presa di petto, soprattutto nel secondo passaggio. Si può fare forte anche al primo, ma lì serve un punto d’appoggio, perché tra la prima e la seconda scalata ci sono 25 chilometri di pianura. Dipenderà tanto anche dal tipo di fuga che ci sarà… ammesso che ci sarà. E’ una salita che, arrivando a fine Giro, può incidere molto se affrontata forte.

Quali sono le tue salite preferite tra queste? E che ricordi hai?

Faccio fatica a scegliere, perché ce ne sono due tra le mie preferite in assoluto: Blockhaus e Giau. Vado sul ricordo più recente, legato alla mia “carriera 2.0”, quella dopo l’incidente del 2019. Sul Blockhaus nel 2022 ebbi una delle poche possibilità di giocarmi veramente la vittoria: non mi capitava più tanto spesso. Ricordo che andai forte e fui soddisfatto della mia prestazione. In più ero contento anche per Valentino Sciotti perché, in qualche modo, correvo a casa sua e la sua azienda era sponsor. Ma anche del Giau ho ricordi speciali.

4 salite Giro 2026
Nel 2020 la Sunweb di Hindley e Kelderman prese a tutta Piancavallo per mettere in crisi Almeida
4 salite Giro 2026
Nel 2020 la Sunweb di Hindley e Kelderman prese a tutta Piancavallo per mettere in crisi Almeida
Raccontaci di questa scalata dolomitica…

Giro 2012, ricordo che ci scambiammo dei “colpi di fioretto” con Michele Scarponi. La tappa arrivava a Cortina, se ricordo bene vinse Purito, io feci sesto. L’ultimo chilometro e mezzo del Giau mi misi a tirare, anche perché ero un po’ indietro in classifica: eravamo rimasti in pochi e a me andava bene così. Infatti transitai in testa. Di entrambe queste salite ho un bel ricordo. Però, se devo dirla tutta, c’è un’altra salita che bisognerebbe aggiungere.

Prego…

Secondo me, come numeri la salita più difficile di questo Giro è la Montagna Grande di Viggiano (nella quinta tappa, ndr), tra l’altro nelle mie zone d’origine e ancora di più in quelle di Alessandro Verre. Le salite menzionate prima saranno le più incisive, ma come pendenza media la Montagna Grande di Viggiano è l’unica superiore al 10 per cento di tutta la corsa rosa. E chissà che non ci faccia un salto prima del Giro… magari fisso anche un KOM!

Kilojoule: Pozzovivo spiega questo “nuovo” parametro

19.11.2025
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Sempre più spesso quando parliamo di preparazione viene fuori questa parola: kilojoule.
«Si seguono i kilojoule». «Dipende da quanti kilojoule hai fatto». «Volume di kilojoule»… ma cosa sono? Che parametro è?

E’ una domanda ricorrente. E quando si parla di preparazione, magari strettamente legata all’atleta, uno dei migliori interlocutori in assoluto è Domenico Pozzovivo, che oltre a essere un coach affermato e molto aggiornato, è anche un fresco corridore. Insomma, è da entrambe le parti della barricata in qualche modo.

Domenico Pozzovivo (classe 1982) ha smesso di correre lo scorso anno. Oggi è un preparatore
Domenico Pozzovivo (classe 1982) ha smesso di correre lo scorso anno. Oggi è un preparatore
Innanzitutto, Domenico, di cosa parliamo: è un’intensità, è un’unità di misura?

La possiamo chiamare una metrica, un valore che serve a quantificare il lavoro meccanico svolto nell’unità di tempo. Basta moltiplicare i watt, che sono la misura del lavoro espresso, per il tempo. A quel punto otteniamo i joule. Per ottenere il kilojoule dobbiamo dividere il risultato per mille. E’ semplicemente questo e soprattutto è qualcosa che abbiamo già nei nostri archivi, dal punto di vista dei dati, per valutare l’intensità di un allenamento.

E perché adesso si usano questi kilojoule? Qual è il vantaggio?

Il vantaggio è avere un parametro immediato di quanto lavoro si è compiuto nell’allenamento. Va molto in parallelo, alla fine, con il training score o altri indici che spesso vengono forniti di default a fine training dalle varie piattaforme (tipo Trainingpeaks, ndr). Questo però è un valore assoluto. Attenzione però…

A cosa?

C’è la superficialità di considerarlo come un dato oggettivo, uguale per tutti. In realtà ognuno dovrebbe parametrare il kilojoule a se stesso. Ovviamente un corridore più leggero, esprimendo meno watt di un corridore più pesante, avrà sempre meno kilojoule. Il paragone in senso stretto sarebbe errato e andrebbe relativizzato. Il top del tutto è il kilojoule per chilo, se vogliamo avere un parametro davvero oggettivo e confrontabile.

Sul computerino, in basso a destra, il dato dei kilojoule consumati
Sul computerino, in basso a destra, il dato dei kilojoule consumati
Che differenza c’è allora rispetto al valutare solo i watt? Cosa c’è di diverso dal dire, per esempio: a fine allenamento ho fatto 200 watt medi?

Perché dentro c’è anche la durata. Con un numero hai sia l’intensità che il tempo. Riprendendo la vostra frase, per correttezza avreste dovuto dire: “Ho fatto 200 watt medi per tre ore”, mentre nel kilojoule il tempo è già incluso. Con quel numero sintetizzi due grandezze: hai la misura oggettiva di quanto è stressato il tuo organismo perché rappresenta il lavoro meccanico complessivo che hai svolto.

Ci sono relazioni con le calorie bruciate? Tanto più che siamo nell’era dell’uso massiccio dei carboidrati…

Viene associato alla caloria, ma parlando di consumo calorico bisognerebbe dividere per quattro il suo valore. Però non è correttissimo, perché otteniamo il dato dei kilojoule solo dalla pedalata. Abbiamo detto che è una misura del lavoro meccanico, della pedalata appunto. Ma quando un ciclista pedala non produce solo quel tipo di lavoro: i muscoli del tronco stabilizzano, se ti alzi sui pedali lavorano anche le braccia. C’è un lavoro generale dell’organismo, quello per mantenersi in vita, che non viene calcolato nel kilojoule. Per convenzione, se hai consumato 10 kilojoule si dice che hai bruciato 10 calorie, anche se termodinamicamente non sarebbe così.

Preparatori e atleti dicono che oggi l’importante non è solo avere tanti watt, ma riuscire a esprimerli a fine corsa. E fanno riferimento in qualche modo al kilojoule: perché?

In tal senso il kilojoule è una misura molto utile. Dal punto di vista dell’analisi dei dati rende confrontabili prestazioni ottenute su percorsi o situazioni differenti. Ti dice che in condizioni diverse, però, dopo un certo numero di kilojoule sei riuscito a fare 20’ a 6,2 watt/chilo, oppure un altro valore. E puoi confrontarlo con un’altra prestazione svolta in un giorno diverso su un altro percorso.

Adesso si pone tanto l’accento sulla durability…

Appunto: riuscire a fare, dopo tanti kilojoule accumulati nel gruppone, determinate prestazioni ed è ciò che fa la differenza. E’ come un carico che continui ad aumentare sulle tue spalle durante l’attività: alla fine il kilojoule è questo.

Lorenzo Germani
Qualche giorno fa Germani ci disse dell’importanza di avere un’ottima durability. Non solo ma è uno dei suoi obiettivi in vista del 2026
Lorenzo Germani
Qualche giorno fa Germani ci disse dell’importanza di avere un’ottima durability. Non solo ma è uno dei suoi obiettivi in vista del 2026
Chiarissimo come sempre, Domenico. Ti senti di aggiungere qualcosa? Una chiosa?

Aggiungere no. Piuttosto, mi verrebbe da dire che ci sono anche un po’ le mode. E adesso il kilojoule, se non ce l’hai in bocca, quasi non sei un preparatore! E questo a me fa sorridere. Però è altrettanto vero che è un parametro molto utile e direi immediato. Insomma, non è solo una moda. Quel che voglio rimarcare è che è soggettivo. Faccio un esempio.

Vai…

Ho due ragazzi: uno pesa 70 chili e l’altro 60. Non posso dire a entrambi: «Fai il lavoro dopo 2.000 kilojoule», perché sono due parametri diversi per ciascuno. Sapendo cosa c’è dietro quel numero riesci a usarlo bene. Se lo usi senza capirlo puoi essere addirittura fuorviante.

Perché?

Perché il segreto è rapportarlo al peso dell’atleta. In bici non è una gara di pesi: è sempre uno sport in cui mettere in relazione la prestazione con il proprio peso fa la differenza, tranne negli esercizi puri di sprint. Diciamo che i kilojoule entrano in ballo soprattutto quando si parla di durabilità, cioè di riuscire a ripetere una prestazione anche dopo un determinato carico di lavoro.

Il Pellizzari scalatore. L’analisi di Pozzovivo e il nodo del fuorisella

16.09.2025
5 min
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Siamo ancora con i pensieri alla Vuelta e a quanto il giovane Giulio Pellizzari sia riuscito a farci divertire e sognare. E soprattutto a riaccendere la speranza di rivedere un italiano in lotta per un grande Giro. Ricordiamolo senza fretta… guai mettergli pressione.

Poco importa che sulla Bola del Mundo abbia pagato dazio. E’ arrivato a 6,8 chilometri dalla maglia bianca. E’ a quella distanza infatti che si è staccato da Riccitello e dagli altri. Va detto però che il rivale statunitense ha un anno in più del marchigiano: un’eternità quando si hanno 21 anni. E soprattutto uno era leader, l’altro gregario. Di lusso, ma gregario.

Noi, con l’aiuto del fine occhio di Domenico Pozzovivo, abbiamo analizzato il corridore della Red Bull-Bora in salita. Come si è comportato e sulle varie scalate. Una sorta di “foto” tecnica dello scalatore. Prima però rivediamo le salite di Pellizzari alla Vuelta.

Giro 2024, Monte Grappa scalata durissima ma senza pendenze estreme. Pellizzari va forte, ma sempre seduto. Persino Pogacar si alza sui pedali
Giro 2024, Monte Grappa scalata durissima ma senza pendenze estreme. Pellizzari va forte, ma sempre seduto. Persino Pogacar si alza sui pedali

Scalate veloci, okay

Nei primi due arrivi in salita, Limone Piemonte e Huesca La Magia, due salite molto veloci, specie quella piemontese, Pellizzari non ha avuto problemi. Lì si è andati in grandi gruppi, le velocità sono state prossime e in alcuni casi superiori ai 30 all’ora. Vale la stessa cosa verso il terzo arrivo in quota, Andorra, e il quarto, Valdezcaray.

In quello successivo, El Ferial Larra-Belagua, già più complicato, Giulio ha iniziato a mettersi in evidenza, correndo in appoggio per Jai Hindley. Su questa scalata, con pendenza media del 6,1 per cento, Pellizzari era rimasto con il gruppo dei top rider.

Le cose sono cambiate nel giorno dell’Angliru, ormai al termine della seconda settimana. Sul mostro asturiano Pellizzari a un certo punto ha perso terreno, ma con Hindley saldo al fianco di Almeida e Vingegaard si è gestito alla grandissima. Sull’Angliru Giulio si è messo di “passo” e ha sfruttato al meglio i tratti più pedalabili. Alla fine il margine ceduto a Vingegaard e Almeida era di 1’11”, quasi tutto accumulato nei durissimi tratti al 23 per cento.

Pagava qualcosa, appena 14″, anche il giorno successivo, quando si è mosso per Hindley. Lagos de Somiedo era una scalata simile alle precedenti, poco sopra il 6 per cento di pendenza media.

Pozzovivo ha definito lo stile di Pellizzari in salita (da seduto) di alto livello ormai
Pozzovivo ha definito lo stile di Pellizzari in salita (da seduto) di alto livello ormai

Terza settimana: gambe e testa

Qui ha iniziato a farsi sentire la fatica, nonostante tappe corte e qualche tratto annullato. Va ricordato che Pellizzari era al suo secondo grande Giro stagionale, affrontato per la prima volta in carriera.

Nel giorno di Castro de Herville, dove poi non si arrivò per una protesta pro Palestina, Giulio ha sofferto tantissimo sull’Alto de Prado, salita con lunghi tratti tra il 14 e il 18 per cento. Anche in questo caso però si è gestito bene, tanto che sul falsopiano prima del Gpm riusciva a ricucire il gap.

Infine il capolavoro nel giorno della vittoria. L’Alto de El Morredero è una salita irregolare, la cui pendenza media è ingannevole. Nella porzione centrale, la più dura, Pellizzari si è staccato, ha perso qualcosa, ma di nuovo è riuscito a rientrare di passo. Quando sono iniziati gli scatti, con intelligenza, ne ha piazzato uno in più quando tutti erano in pieno acido lattico. Anche lui. Questa è stata testa, parte determinante per uno scalatore.

Anche il continuo rientrare è un elemento tipico del grimpeur che in salita non molla mai e sa gestire, anzi centellinare lo sforzo grazie ad una particolare sensibilità.

Domenico Pozzovivo (classe 1983) era uno scalatore puro. Stava spesso sui pedali. Oggi è un coach preparatissimo
Domenico Pozzovivo (classe 1983) era uno scalatore puro. Stava spesso sui pedali. Oggi è un coach preparatissimo

Dal professor Pozzovivo

Da quel che si evince, il Pellizzari scalatore fa più fatica sulle salite estreme, cioè con pendenze oltre il 13-14 per cento, dove andare di passo diventa complicato. Perché? Qui interviene Domenico Pozzovivo, che tra l’altro con Pellizzari ha anche corso alla VF Group-Bardiani.

«Sarebbe interessante poter vedere i suoi file – dice Pozzovivo – ma da quel che vedo e ricordo Pellizzari procede sempre seduto e su certe pendenze invece è importante riuscire ad alzarsi sui pedali. Se guardiamo bene lo fa anche Vingegaard e persino un regolarista come Almeida. Pellizzari ha uno stile suo, che in sella gli garantisce un altissimo livello come abbiamo visto in questa Vuelta, ma certo deve imparare a fare più fuorisella. Questo potrebbe essere determinante per Giulio».

Il fuorisella da sempre identifica lo scalatore puro, anche se questa figura sta scomparendo o comunque va trasformandosi. Alla fine i fisici come quello di Pellizzari vanno per la maggiore, magari un filo più bassi ai fini dei grandi Giri.

«Lo stare più fuorisella – riprende Pozzovivo – gli consentirebbe di avere anche un po’ più di strappo, di cambio di ritmo più netto. Prendiamo Isaac Del Toro: i due sono molto simili in salita, entrambi alti ed entrambi procedono tanto seduti, però quando il messicano si alza sui pedali riesce a esprimere più watt. La differenza è tutta lì».

Secondo Pozzovivo, Pellizzari dovrà passare molto tempo in piedi sui pedali per migliorare sulle pendenze elevate (immagine Instagram)
Secondo Pozzovivo, Pellizzari dovrà passare molto tempo in piedi sui pedali per migliorare sulle pendenze elevate (immagine Instagram)

Allenamenti ad hoc

Lo stesso Pellizzari aveva accennato al suo peso in relazione a certe pendenze. Parliamo di un ragazzo alto 183 centimetri per 66 chili, nella norma ma non pochissimi per essere uno scalatore. Pertanto l’altra domanda posta a Pozzovivo è stata: come può fare Giulio per migliorare nel fuorisella e quindi sulle pendenze estreme?

«Ci sono esercizi in palestra – spiega Pozzovivo – alcuni di forza, ma si può intervenire anche sulla posizione in bici, come l’altezza del manubrio o delle leve affinché sia più comodo quando è in piedi. Ma soprattutto, e lo sottolineo, dovrebbe costringere sé stesso a stare il più possibile in questa posizione, specie quando deve fare lavori specifici o intensi. Che poi paradossalmente era il mio problema… ma al contrario! Io ci stavo quasi troppo. Ma serve anche stare fuorisella. Deve abituarsi a esprimere alti wattaggi stando in piedi».

«Riguardo al peso, il grimpeur da 50 chili ormai non esiste più ed è più complicato per questi ragazzi stare tanto in piedi, però Jay Vine, che non pesa certo 50 chili, è la dimostrazione che si può stare tanto fuorisella».

Vingegaard, Almeida e Pidcock: i racconti della Bola

13.09.2025
7 min
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E’ stato il grande giorno della Bola del Mundo alla Vuelta. La tappa del verdetto, quella che avrebbe decretato il re della maglia roja. La frazione è di nuovo di quelle toste, ma si sapeva già che a decidere tutto sarebbero stati gli ultimi 3.700 metri. Quelli in cemento, quelli con pendenze da MTB. Lassù avrebbe dominato la legge del più forte. E il più forte è stato Jonas Vingegaard. Per il corridore della Visma-Lease a Bike tappa e appunto… Vuelta.

Tra una fitta schiera di poliziotti e corse per contenere il pubblico più in basso, il già spoglio monte madrileno era ancora più vuoto nel suo chilometro finale. Si è sempre sul chi va là riguardo alle ormai note proteste pro Palestina.
In questo contesto vanno in scena 153 storie, tante quante i corridori rimasti in gara. Ogni scalata così estrema si trasforma per ognuno in qualcosa di strettamente personale. C’è chi vuole semplicemente arrivare al traguardo, chi vuole vincere, chi deve difendersi, chi dimostrare il suo valore, chi vuole la tappa. Ognuno ha il suo obiettivo.
Noi ve ne raccontiamo tre di queste storie e lo anche con l’aiuto di uno scalatore che sulla Bola del Mundo ci sarebbe stato alla grande: Domenico Pozzovivo.

Vingegaard sta per tagliare il traguardo. Gli inseguitori lo vedono da lontano, tra loro purtroppo non c’è Pellizzari, che perde la maglia bianca
Vingegaard sta per tagliare il traguardo. Gli inseguitori lo vedono da lontano, tra loro purtroppo non c’è Pellizzari, che perde la maglia bianca

Vingegaard campione vero

La prima storia, e non poteva essere diversamente, è quella di Jonas Vingegaard. Oggi il danese ha vinto. Ma la sua è una vittoria di chi era chiamato, e forse voleva dimostrare al mondo intero e prima di tutto a sé stesso, che è ancora forte. Che sa vincere anche senza Tadej Pogacar.
Anzi, a dire il vero era quasi obbligato a farlo.

Eppure in queste tappe è sì stato il più forte, ma non quello schiacciasassi che era lecito attendersi. Il Tour, e lo diciamo da tempo, si è fatto sentire. Jonas ha centellinato energie fisiche e mentali giorno dopo giorno.
«Dopo il Tour così duro – ha detto Pozzovivo – sinceramente mi aspettavo una Vuelta così di conserva, ma forse un po’ meno di come è stata realmente. Mi aspettavo che avrebbe cercato di addormentare la corsa e che non avrebbe corso come fa quando è contro Tadej o come fa lui stesso quando non c’è Pogacar. Penso per esempio alla Tirreno dell’anno scorso».

L’abbraccio tra Kuss e Vingegaard. L’americano è arrivato secondo, siglando una doppietta per la Visma
L’abbraccio tra Kuss e Vingegaard. L’americano è arrivato secondo, siglando una doppietta per la Visma

Jonas il chirurgo

«Anche oggi ha fatto di mille metri (è partito ai -1,3 chilometri e ha mollato ai 300 metri, ndr). Ha calcolato più la durata dello sforzo che la distanza. Sono stati 5 minuti di attacco, 5′ di fuorigiri ad una media di 13 all’ora o poco più. E’ stato un attacco chirurgico, preparato. Credo sapesse che non avrebbe aperto grandi margini e così ha fatto al massimo quello che poteva. Se fosse partito prima lo avrebbero ripreso, non avrebbe avuto la possibilità di portare un attacco simile più a lungo».

Le nostre sensazioni dunque erano giuste. Non ha sprecato nulla più del dovuto. Ha corso con grande consapevolezza dei suoi limiti. E che dire? Chapeau. Le corse si vincono anche così.
«Uno come lui – aggiunge Domenico – se fosse stato meglio avrebbe messo la firma sull’Angliru, per esempio».

Oggi Vingegaard doveva dimostrare che era comunque il miglior corridore di questa Vuelta e ci è riuscito. Onore a lui.

Almeida un leone… Ha lottato contro un gigante e forse lo è diventato anche lui
Almeida un leone… Ha lottato contro un gigante e forse lo è diventato anche lui

Almeida: sostanza e personalità

L’altra storia ci porta dal grande rivale di questa corsa spagnola, Joao Almeida. Chissà cosa, e se, gli ha detto Pogacar, il suo capitano, quando si è trovato a battagliare con il rivale storico del suo leader. Se gli ha svelato qualche punto debole.

Il portoghese della UAE Team Emirates si è ritrovato capitano. Sarebbe dovuto essere lo stesso Pogacar a guidare la corazzata in Spagna. Invece…
«Invece – ha detto Pozzovivo – si è ritrovato leader in modo inatteso. Ma è sbagliato dire che la sua stagione è venuta fuori in modo inaspettato. Andava già forte al Giro di Svizzera (anche prima al Romandia, ndr) e poi doveva fare bene il Tour. E invece ecco che si ritrova a fare la Vuelta e anche da capitano».

Oggi persino Ayuso ha contribuito alla causa di Almeida… almeno nelle fasi meno calde della corsa
Oggi persino Ayuso ha contribuito alla causa di Almeida… almeno nelle fasi meno calde della corsa

Joao leader

E proprio sull’essere leader, sulla pressione, sulla convivenza con Juan Ayuso, Pozzovivo esalta il portoghese: «Per me è stato fortissimo e questo lo consacra sia a livello internazionale che nella sua squadra. Credo che Joao si sia gestito benissimo, anche dal punto di vista della personalità, dell’essere leader appunto. E non ha avuto un inizio di Vuelta facile, con quei problemi di “spogliatoio”. Nella tappa in cui ha accumulato il maggior distacco da Vingegaard, lui stesso al termine della frazione ha detto che la squadra non aveva lavorato al 100 per cento per lui. Credo riferendosi non solo ad Ayuso, ma anche a Vine. E se dici una cosa del genere è perché ti prendi poi pressioni e responsabilità e lui ci ha convissuto benissimo. Idem quel che ha fatto sull’Angliru. Si è messo al massimo del suo limite. Di solito quando hai avversari così forti ti lasci un minimo di margine per rispondere a uno scatto. Lui no… e ha avuto ragione».

Anche oggi sulla Bola del Mundo ha perso qualche secondo, Almeida e la UAE con corridori che gli sono diventati fedeli quali Grosschartner e Vine, non si è fatto intimorire. La mancanza del riferimento Pogacar non si è fatta sentire.
«Non credo che Almeida senta questa cosa. Anche lo scorso anno al Tour era gregario di lusso, ma Tadej spesso partiva così tanto presto che anche lui poteva correre per sé stesso. E poi ha avuto altre occasioni di essere leader. Non ha perso insomma attitudine. Discorso diverso se si fosse trasformato nel leadout che si sposta e prende 10 minuti».

Tom Pidcock (classe 1999) avrà trovato la sua dimensione definitiva?
Tom Pidcock (classe 1999) avrà trovato la sua dimensione definitiva?

Pidcock: ora è nel posto giusto

La terza storia ci porta a Tom Pidcock. Il folletto della Q36.5 finalmente sale sul podio di un Grande Giro. In tanti, dopo la vittoria al Giro U23, lo aspettavano al varco, ma l’inglese aveva sempre mostrato altre preferenze, sia dal punto di vista personale che tecnico.

Domani a Madrid salirà sul gradino del podio e sempre domani Van der Poel sarà al mondiale di MTB. Per Pidcock è di certo un colpo al cuore. «Io sono un biker», ha sempre detto. Oggi all’arrivo quasi non riusciva a parlare tanto era stanco.

La domanda delle domande pertanto è: da oggi possiamo dire che Pidcock è uomo da corse a tappe? Mai come stavolta l’opinione di Pozzovivo, anche lui piccolo, scalatore e persino un po’ biker, è calzante.
«La Vuelta è sempre particolare quando si parla di Grandi Giri e questa lo è stata ancora di più. C’è una dichiarazione di Tom che mi ha colpito nel post Giro d’Italia e cioè: “Ho sofferto molto il caldo”. Per uno che soffre il caldo la Vuelta non è la miglior gara, ma in questo caso si è partiti con il maltempo in Italia, si è sempre restati al Nord dove le temperature non sono mai state torride e niente Andalucia. Questo ha giocato a suo favore».

«Rispetto alle tre settimane possiamo dire che ha dimostrato di esserci. Però mancava almeno un tappone da oltre 5.000 metri. Al Giro d’Italia ce ne sono sempre almeno due se non tre. Se ci fosse stato quello gli avremmo potuto dargli definitivamente la “patente” per corridore da Grandi Giri. Però questo podio è incoraggiante per lui. Resta il fatto che è un corridore che ama la corsa secca, che ama alzare le braccia e credo che correre per la classifica sia stato un grande sforzo mentale per Tom».

Giulio Pellizzari ha ceduto proprio nel finale della Vuelta. Sulla Bola ha incassato quasi 3′ perdendo la maglia bianca. E’ comunque 6° nella generale
Giulio Pellizzari ha ceduto proprio nel finale della Vuelta. Sulla Bola ha incassato quasi 3′ perdendo la maglia bianca. E’ comunque 6° nella generale

Chissà in casa Ineos…

Le analisi di Pozzovivo sono davvero eccellenti, ficcanti come solo chi è stato in gruppo per tanto tempo ad alti livelli può fare. E così gli chiediamo anche se domani, mentre metterà il piede sul podio, lui, ma soprattutto la Ineos Grenadiers, cosa penserà. Gli inglesi si mangeranno le mani?

«Assolutamente sì – dice secco il “Pozzo” – A loro manca un punto di riferimento per i Grandi Giri e in Ineos Grenadiers lo hanno fatto fuori con troppa fretta».

Però è anche vero che in quella squadra c’è una certa mentalità, una certa disciplina, di certo uno che vuole fare MTB non è il massimo per il team. E viceversa. Pidcock aveva perso il sorriso. In Q36.5 qualche comparsata in più offroad la può fare…
«E infatti – conclude Pozzovivo – per Tom stare in una squadra più piccola come la Q36.5 è meglio, può avere questo approccio. Alla fine è un po’ il faro, la maggior parte dei punti dipendono da lui e può permettersi di avere più spazi, di gestire un po’ di più i suoi impegni. Penso anche all’eccezione che, non essendo in una WorldTour, abbia comunque potuto disputare due Grandi Giri. Di certo è una situazione a suo vantaggio».

Integrazione in gara: troppa precisione può essere un limite?

17.06.2025
6 min
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Come vediamo, il ciclismo è sempre più preciso, dettagliato in ogni aspetto. Le tempistiche di integrazione e idratazione sono cadenzate a ritmi prefissati e, se qualcosa va storto, il rischio è che si possa “saltare”. Magari anche di testa, specie per i più giovani…

Durante il Giro d’Italia, le ammiraglie per i rifornimenti, all’inizio di tappe con fughe numerose, non riuscivano a passare. I corridori quindi faticavano ad alimentarsi e a gestirsi. C’era, in effetti, un po’ di panico. Sempre in questo ciclismo ipertecnologico, la mattina girando tra i bus, sui manubri spesso non c’è più neanche l’altimetria (o comunque non solo quella) ma la tabella della strategia alimentare. Per dire: al chilometro 70 bere, al chilometro 90 una barretta, al 110 barretta più gel…

Quando l’alimentazione diventa troppo precisa, cosa succede? Ne abbiamo parlato con un ex (dovremmo dire) corridore, che tuttavia pedala ancora forte e tanto. Pensate che pochi giorni fa, in allenamento con Ulissi e altri pro’, ha battuto un KOM! Parliamo di Domenico Pozzovivo.

Domenico Pozzovivo (classe 1983) 20 stagioni da pro’ con massima dedizione e attenzione alle novità
Pozzovivo (classe 1983) 20 stagioni da pro’ con massima dedizione e attenzione alle novità
Domenico, se questi fisici ormai da Formula 1 non seguono le tabelle alimentari al dettaglio, vanno in tilt? E la mente dei corridori non è più capace di gestirsi autonomamente?

E’ vero, il nuovo regolamento sui rifornimenti crea una variabile in più. Prima, soprattutto le squadre con molto personale, erano molto ridondanti nei punti fissi a bordo strada. Situazioni come quella che si è verificata al Giro erano praticamente impossibili perché i corridori erano sempre coperti. Il bisogno tra borraccia e gel, in una tasca o nell’altra, era sicuramente soddisfatto.

Chiaro…

In questo caso, con il nuovo regolamento e la diminuzione delle zone di feed, il problema si pone. A quel punto, un corridore cresciuto nelle giovanili e arrivato al professionismo con questo tipo di approccio brancola un po’ nel buio. Non ha mai sperimentato una vera crisi, che da un lato è una fortuna, ma dall’altro può mettere in difficoltà. Una crisi di fame in gara ti costringe ad adattarti per arrivare all’arrivo, affrontando sensazioni quasi da capogiro. Devi portare l’organismo a un certo livello di performance anche in condizioni di emergenza.

Quindi questa mancanza di esperienza in situazioni del genere può mandare in tilt?

Sì, può succedere. Oltre al fisico, ne risente anche la testa. Quando entrambe vanno nella stessa direzione negativa, tirarsi fuori non è facile. Secondo me, a volte, in allenamento bisognerebbe simulare volontariamente situazioni non equilibrate.

E come?

Non bisogna estremizzare, ovviamente, e non farlo spesso, perché a livello psicofisico sono situazioni stressanti. Ma ogni tanto vale la pena fare uscite a digiuno o con l’ultima ora a ritmo alto sapendo di essere in carenza di carboidrati. C’è chi riesce a compensare utilizzando più acidi grassi e catabolismo muscolare e chi invece è un ossidatore veloce e fa fatica a cambiare meccanismo energetico. Bisogna fare esperienza per capire come si tollerano queste situazioni. Sono metodi che ora si allenano, con le uscite fat max molto lunghe, in cui si introducono pochi carboidrati: 40-50 grammi l’ora, che sono meno della metà rispetto a quanto si usa oggi.

Anche a livello di idratazione: essere molto precisi abitua il corpo o è un discorso che riguarda solo i carboidrati?

No, l’idratazione è una questione fisiologica oltre che di abitudine. Come si dice: di fame è difficile morire, ma di sete si può. Nel ciclismo è lo stesso: da una crisi di fame in qualche modo esci, ma se vai in disidratazione puoi rischiare un colpo di calore. Quindi sull’idratazione c’è poco da “allenarsi” a stare male: bisogna monitorarla sempre.

Tu cosa mettevi sul manubrio? Altimetria, piano d’integrazione, i numeri da controllare come si faceva una volta tra i dilettanti?

Io ho sempre puntato molto sulla memoria, era un esercizio utile anche a livello mentale. Cercavo di memorizzare l’intero contenuto della tappa, non usavo le cartine caricate sui GPX del Garmin, avevo tutto in testa. Ma per avere un double check, mi piaceva avere sulla pipa l’inizio e fine delle salite, gli sprint, ultimamente anche la green zone per sapere quando buttare le cartacce. Queste informazioni le avevo sull’attacco manubrio.

Quindi niente info sull’integrazione…

No, mai. Ero molto sistematico e ascoltavo il mio corpo.

Secondo te i giovani ce l’hanno questa capacità di ascoltare il corpo? Perché ormai sono cresciuti con Garmin, GPX, watt, quantità di carbo/ora…

E’ vero, aggiungo anche il peso della pasta prima e dopo la corsa… Hanno proprio l’imprinting di affidarsi ai numeri. Non scavano nel profondo, non si chiedono cosa cerchi il corpo. E’ un aspetto negativo. Noi venivamo da un approccio opposto, forse anche troppo, perché si finivano gli allenamenti a secco, e non era il massimo. Ma una via di mezzo sarebbe l’ideale: abituare le nuove generazioni a regolarsi anche con l’appetito, con le sensazioni, senza affidarsi solo ai numeri. Conoscersi.

Per esempio, nell’ultimo anno che hai fatto con la VF Group-Bardiani, c’era qualche giovane che mostrava attenzione a questi aspetti? O che ti chiedeva qualcosa sull’alimentazione?

Sì, erano argomenti di dibattito serali, quotidiani. C’era molta curiosità sull’approccio diverso che avevamo noi. Mi vedevano come un “giovane vecchio”, uno che non demonizzava quello che facevano loro, ma cercavo di dare suggerimenti. Come dicevamo: imparare ad ascoltare il proprio corpo e a interpretare i segnali senza affidarsi solo ai numeri.

L’integrazione in corsa non sempre avviene secondo programma
L’integrazione in corsa non sempre avviene secondo programma
Proviamo a fare “un incidente probatorio”: secondo te, Domenico, nei momenti in cui non arrivavano i rifornimenti perché la giuria non faceva passare le ammiraglie, cosa si dicevano i corridori?

Secondo me pensavano a come allungare i vari step di rifornimento. Se era previsto di prendere qualcosa ogni 20 minuti, si passava a 30-40, regolando il ritmo di assunzione con quello che avevano in tasca.

E con l’acqua?

Per fortuna le macchine neutre riuscivano a tamponare un minimo. Ma ormai l’acqua pura si usa pochissimo. Le borracce contengono quasi sempre una miscela di carboidrati, e quando fa caldo anche elettroliti.

Magari hanno sostituito qualcosa con i gel che avevano in tasca?

Sì, sicuramente. Magari meno malto rispetto alla borraccia, che era finita. Ma i gel un po’ li hai sempre in tasca, almeno uno o due in più, proprio per questi casi.

Quando poi hanno ripreso il rifornimento, secondo te c’è stata una correzione per compensare il buco oppure hanno continuato come prima?

Dipende dal corridore. Se sei abituato al limite massimo dei grammi/ora, non hai margine per aumentare: se sei già a 140, non puoi salire oltre. Ma se sei come ero io, più “fortunato” da quel punto di vista, hai margine. Se di solito stai a 100, puoi arrivare a 120-130 senza grossi problemi. Dipende tutto dalle abitudini e dalle capacità individuali.

Partito il Catalunya, antipasto di Giro e non solo. Parla Pozzovivo

25.03.2025
6 min
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Con la volata di ieri a Sant Feliu de Guixols vinta da Matthew Brennan si è aperta la Volta Ciclista a Catalunya, una delle corse più attese e anche più importanti. Quest’anno sette tappe per un totale di 1.182 chilometri e 19.122 metri di dislivello. E stavolta è ancora più attesa per chi aspira al Giro d’Italia visto che si sfidano Primoz Roglic e Juan Ayuso, probabilmente i due contendenti principali per la maglia rosa.

Per entrare meglio nei meandri di questa corsa, tanto particolare, secondo molti la più difficile insieme a Paesi Baschi e Delfinato per l’intensità con cui viene affrontata, ci siamo rivolti a Domenico Pozzovivo. L’esperto lucano, oltre ad avere una certa esperienza (anche) in questa gara, è stato l’ultimo italiano a salire sul podio: terzo nel 2015 e vincitore di una tappa (nella foto di apertura). Strategie, percorsi, salite, il duello Ayuso-Roglic, sentiamo il Pozzo nazionale!

La Catalunya è la regione di Barcellona. Si trova nel Nord Est della Spagna. Sette le tappe previste
La Catalunya è la regione di Barcellona. Si trova nel Nord Est della Spagna. Sette le tappe previste
Domenico, ecco dunque il Catalunya: che gara è? Pensando anche alla Parigi-Nizza, alla Tirreno Adriatico o ai Paesi Baschi, come si colloca?

In generale come starting list e come caratteristiche dei corridori che vengono schierati dalle squadre è una delle gare con meno peso al via. E per peso intendo proprio il peso medio dei corridori. Facendo la media del peso dei corridori partenti, al Catalunya e ai Paesi Baschi siamo al minimo dell’anno. Ci sono tante squadre che vanno senza velocista, addirittura. Di solito nelle squadre ci sono due passisti e un velocista per coprire le volate, ma al Catalunya capita spesso di avere zero velocisti e forse neanche un passista o comunque gente sopra gli 80 chili.

Anche ieri in effetti, nonostante un percorso veloce, c’è stato uno sprint anomalo con 23 atleti nel primo gruppo. Un drappello misto di sprinter e uomini di classifica…

Quest’anno ci sono un paio di occasioni per i velocisti puri, però la startlist è rimasta molto povera di sprinter, a parte Dainese, Groves e pochi altri. Questo rende la corsa meno scontata anche nelle tappe più facili. Non essendoci un blocco o tre-quattro squadre che vogliono tenere chiusa la corsa, tutto diventa più imprevedibile, anche in una tappa come quella di ieri, che tra l’altro era molto frastagliata nel finale.

Che tipo di percorsi ci sono in quella regione della Spagna? E in particolare come sono le salite della Catalunya?

A me piacevano molto perché le strade sono in perfette condizioni. In Catalunya è difficile trovare buche. Si pedala spesso su statali o strade ampie, anche gli arrivi in salita non sono su strade strette di montagna. Sono salite lunghe, con pendenze non impossibili. Per esempio, l’arrivo alla Molina è abbastanza in alto, e poco prima si arriva quasi a 2.000 metri (Coll de la Creueta, ndr) e il freddo può essere un fattore.

La vittoria di ieri di Matthew Brennan, una stoccata d finisseur
La vittoria di ieri di Matthew Brennan, una stoccata d finisseur
Anche l’arrivo al Montserrat, quarta tappa, è interessante…

La salita è molto costante, intorno al 7 per cento, lunga circa 7 chilometri. L’ultimo chilometro e mezzo è più facile: perfetta per Roglic. Lo scenario è spettacolare, con il monastero incastonato nella roccia. Questi arrivi fanno la differenza. Differenza nel ciclismo moderno, in cui i distacchi sono sempre contenuti.

Chiaro…

Poi c’è la salita di La Queralt, che arriva al termine di quella che considero la tappa regina, la sesta, nonostante quella di La Molina sia più lunga e con più dislivello. Qui ci sono scalate in successione. La salita di Queralt è lunga circa 8,5-9 chilometri con pendenza media del 7,5 per cento. Non è estrema, ma impegnativa, soprattutto nel contesto di una tappa che, come ho detto, ha un susseguirsi di salite.

E del circuito finale, con il Montjuic, cosa ci dici? Può fare selezione?

Può fare selezione se è preso forte sin dal primo dei suoi sei passaggi. Magari può anche rimescolare un po’ le carte nella generale, ma va preso di petto con la squadra, perché poi in discesa ci si ricompatta in qualche modo se davanti qualcuno non tira. Tutti pensano al Montjuic, ma il pezzo più duro si ha nella discesa. Si fa il giro dello stadio e poi c’è una svolta a destra. Da lì si fa uno strappo duro, spaccagambe davvero. Chi ha fatto il Catalunya se lo ricorda sicuro!

Il grande atteso Primoz Roglic. Lo sloveno ha già vinto il Catalunya nel 2023
Il grande atteso Primoz Roglic. Lo sloveno ha già vinto il Catalunya nel 2023
Queste, Domenico, sono le prime vere salite lunghe della stagione. Cosa cambia rispetto a quelle più brevi? Portano dati importanti ai fini della preparazione?

Sì, alla fine di questa gara probabilmente esci con qualche record stagionale sui minutaggi più lunghi. In allenamento è difficile spingerti oltre 30-40 minuti di sforzo intenso. Qui invece affronti salite che ti portano anche mezz’ora o più di sforzo continuo. Questo ti permette di capire eventuali carenze che hai su certi range di durata e intensità, dandoti indicazioni utili per il lavoro successivo.

Veniamo un po’ al parterre. Ci sono Quintana, Carapaz, Mas, Thomas… un ottimo livello, ma le due stelle, pensando anche al Giro, sono Ayuso e Roglic. Come affronteranno questa corsa? Si sfideranno già a viso aperto o si studieranno?

Visto il loro carattere e il loro modo di correre, Roglic probabilmente studierà l’avversario e cercherà di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, magari con un’azione all’arrivo o in volata. Ayuso invece lo vedo più intraprendente, più propenso a segnare il territorio e a dimostrare che sarà competitivo al massimo al Giro. Secondo me cercherà azioni più da lontano.

Il percorso, considerando le salite e l’assenza di velocisti, per chi ti sembra più adatto tra i due?

Lo vedo calibrato su Roglic. Ci sono due arrivi perfetti per lui: la Molina e il Montserrat. La Molina è una salita abbastanza regolare, con una discesina e poi l’ultimo chilometro che torna a tirare. Quando Roglic è in forma riesce a fare la differenza su questi tipi di arrivi perché sa dare un’altra sgasata quando è in asfissia. Anche il Montserrat, con le sue pendenze costanti e il finale più facile, è perfetto per le caratteristiche di Primoz.

Ayuso, affamato come sempre, vorrà vincere sulle strade di casa
Ayuso, affamato come sempre, vorrà vincere sulle strade di casa
Vedi altri protagonisti oltre a loro due?

Carapaz finora ha un po’ deluso, ma potrebbe aver carburato. Arrivando dal Sud America, spesso l’altitudine richiede tempo per ritrovare la miglior condizione. Poi c’è Landa, la costanza fatta persona e sicuramente sarà da top cinque e non è poco. Ma io sono curioso di vedere Giulio Pellizzari.

Perché?

E’ un ragazzo interessante. Ci ho corso insieme e so che ha numeri importanti, correrà in appoggio a Roglic ovviamente. Giulio deve avere pazienza, gestire il suo ruolo e salire di gerarchia con il tempo. Alla fine, quando hai talento, lo spazio lo trovi anche se sei in uno squadrone come la Red Bull-Bora.

L’erede di Pozzovivo… secondo Pozzovivo

02.02.2025
5 min
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Chi sarà l’erede di Domenico Pozzovivo? Diciamo che la foto di apertura un bell’indizio ve lo ha dato! Parliamo di scalatori, ovviamente, quei ciclisti dal fisico minuto, dal grande rapporto potenza/peso e da un’attitudine innata alle salite. Nell’attuale ciclismo, dove gli scalatori puri si vedono sempre meno, esiste qualcuno che possa raccogliere la sua eredità? Un ciclista che per caratteristiche fisiche e tecniche possa avvicinarsi al lucano?

Lo abbiamo chiesto direttamente a Domenico. Con i suoi 165 centimetri per 53 chili e vent’anni di carriera da professionista, Pozzovivo è stato un grimpeur amato ovunque. Il tifo sulle strade del Giro d’Italia, ma non solo, lo ha dimostrato.

Domenico Pozzovivo (classe 1982) ha disputato l’ultimo Giro nel 2024. Quanto calore per lui
Pozzovivo (classe 1982) ha disputato l’ultimo Giro nel 2024. Quanto calore per lui
Domenico, chi può essere il tuo erede per misure, mentalità e modo di affrontare la salita? Tu eri uno scalatore puro, puro e non è facile trovarne come te…

Eh già, ma penso che sia anche una fortuna per loro! Assomigliarmi solo in parte può essere un vantaggio, oggi gli scalatori devono avere anche altre caratteristiche. Poi dire a un giovane che deve fare vent’anni di carriera come la mia è una grande responsabilità. Se ci limitiamo a parametri semplici come altezza e peso, Matteo Fabbro sembrava il più tagliato per questa successione. Ho pedalato vicino a lui e vedevo come affrontava le salite, il tipo di rapporti che spingeva. Ma non c’è solo lui…

Sulla spalla di chi altro appoggi la lama della spada?

Senza andare troppo lontano, nella mia regione c’è Alessandro Verre. Anche lui mi somiglia parecchio rispetto ai parametri fisici (e anche nella meticolosità, ndr). Con la differenza che Alessandro ha anche uno spunto più esplosivo rispetto a me, venendo anche dal ciclocross. Si alza un po’ di più sui pedali. Le misure antropometriche sono simili alle mie e potrebbe davvero essere uno scalatore puro di alto livello. Deve insistere e continuare a lavorare.

Tra i suoi eredi il lucano vedeva anche Fabbro (167 cm per 52 kg). Il friulano però ad oggi è senza team
Tra i suoi eredi il lucano vedeva anche Fabbro (167 cm per 52 kg). Il friulano però ad oggi è senza team
Lo scalatore puro è una figura che sta scomparendo?

Pochi anni fa c’è stata l’ondata dei colombiani che aveva riportato in auge questo tipo di corridori. Se dovessi dire chi mi assomigliava di più, tra loro ce n’erano tantissimi. Il loro modo di pedalare e di affrontare le salite era davvero simile al mio. Adesso però ci sono meno talenti emergenti dal Sud America e lo scalatore puro sembra in disuso.

Chiaro…

Oggi si cerca un corridore più completo, che possa difendersi in uno sprint ristretto e che a cronometro non perda minuti. Il ciclismo attuale vuole atleti in grado di gestire meglio tutte le situazioni di gara, anche se questo significa rinunciare allo scalatore puro.

Essere scalatori non è solo una questione di fisico, ma anche di mentalità?

Assolutamente. Anche adesso che ho smesso di correre, se esco in bici faccio sempre almeno 400-500 metri di dislivello all’ora. Ci sono corridori che possono tranquillamente fare un giro del lago di Como, per dire, senza nemmeno arrivare a 1.000 metri di dislivello. Io non ci riuscirei, dovrei impormelo. Questo è già un segnale chiaro della differenza tra chi ha mentalità da scalatore e chi no.

Verre (169 cm per 59 kg) è cresciuto nel mito di Pozzovivo: questa investitura ad erede sembra un segno del destino
Verre (169 cm per 59 kg) è cresciuto nel mito di Pozzovivo: questa investitura ad erede sembra un segno del destino
Una volta gli scalatori limavano le viti, foravano il manubrio per risparmiare grammi…

Oggi se c’è qualcuno che in gruppo controlla ossessivamente il peso della bici e dei componenti è quasi sempre uno scalatore, perché ogni grammo fa la differenza. E oltre certi limiti pochi etti possono davvero incidere, perché in percentuale quei grammi rispetto ad un passita di 80 chili contano di più.

Hai citato Fabbro e Verre, ma ci sono altri giovani italiani o stranieri che vedi come possibili eredi?

Restando in Italia, ci sono scalatori forti, ma pochi con la mia taglia e puri. Pellizzari e Piganzoli, ad esempio, hanno una grande attitudine alla salita, ma sono più completi. Mentre tra gli stranieri, l’anno scorso mi ha colpito Van Eetvelt, piccolo e ben tagliato per le salite. Ha già fatto vedere ottime cose e ha più esplosività di me. Il suo modo di pedalare anche è simile al mio.

A proposito del modo di pedalare in salita: questo sta cambiando?

Sì, e cambierà sempre di più. L’accorciamento delle pedivelle e le nuove scelte biomeccaniche portano anche lo scalatore puro a modificare il proprio stile. I corridori più alti e longilinei hanno trovato grandi vantaggi con i nuovi rapporti e una cadenza più alta, ma anche per lo scalatore puro ci sono miglioramenti. Io ho il rimpianto di aver scoperto queste filosofie biomeccaniche solo a fine carriera, senza poterci lavorare molto. Aumentare la cadenza aiuta a essere più freschi nel finale.

Giro 2022, la corsa rosa passa sulle strade di Verre e Pozzovivo
Giro 2022, la corsa rosa passa sulle strade di Verre e Pozzovivo
Torniamo a Verre, che consiglio daresti a Verre per crescere come scalatore?

Deve trovare la sua dimensione nei grandi Giri. Sono le lunghe salite della terza settimana a dare valore a uno scalatore. E attenzione: non è vero che la salita piaccia sempre a uno scalatore. Anche questa figura, a volte, ne ha abbastanza. E andare forte su quelle salite ti consacra come grande scalatore.

Qual è la salita iconica della tua zona che Verre dovrebbe affrontare più spesso?

Monte Viggiano. Fu affrontata anche al Giro d’Italia nella tappa di Potenza. Per l’occasione venne asfaltata, prima era una salita da capre, sia per le pendenze che per il fondo stradale. Ora è piacevole. Alessandro dovrà farsi una bella mangiata di Monte Viggiano per diventare ancora più forte.

Z2 o Z3? Con Pozzovivo entriamo nei meandri di queste intensità

02.11.2024
4 min
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Jakob Fuglsang qualche tempo fa ci disse di quanta Z3 si fa in gara e della sua necessità di tornare ad allenarsi a questa intensità che era quasi sparita. «I giovani – ci disse Fuglsang – fanno Z2 e fuori soglia. Mi sono adeguato, ma con me non ha funzionato. Pertanto sono tornato alla Z3, il vecchio medio». Un tema che meritava di essere approfondito.

Per farlo abbiamo chiamato in causa Domenico Pozzovivo, il quale oltre ad essere stato in gruppo fino a pochi giorni fa, vuole diventare un preparatore atletico di primo ordine. E il cammino lo ha già iniziato da un bel po’, visto che recentemente si è laureato in Scienze Motorie.

Z2 e Z3, zone di intensità aerobica e il loro impatto sulle performance in gara, dunque. E con Pozzovivo si discute in modo approfondito delle differenze tra questi approcci di allenamento, con riferimento specifico alla sua esperienza e alle necessità dei professionisti di oggi.

Per allenare la Z2 e la Z3 si devo fare uscite a ritmi non eccessivi, ma comunque costanti (foto Twitter)
Per allenare la Z2 e la Z3 si deve fare uscite a ritmi non eccessivi, ma comunque costanti (foto Twitter)
Domenico, partiamo da quel che ci diceva Fuglsang. Qual è la situazione secondo te?

Dire che i giovani si allenano prevalentemente in Z2 è un po’ una forzatura. C’è spesso del “depistaggio” in certi racconti, perché ciascuno cerca di mantenere segreti i propri metodi di allenamento. Inoltre, le semplificazioni fanno comodo: quando qualcosa sembra facile, ci attrae subito. Sentiamo dire che Pogacar ha costruito le sue basi in Z2, e quindi si pensa subito che vada bene per tutti. Ma in realtà non è così. Anche i giovani ciclisti non si allenano solo in Z2.

Cosa s’intende per allenamenti in Z2 e Z3? Che utilità hanno?

L’intensità della Z2 è utile per alcuni ruoli specifici nelle squadre, soprattutto per chi deve controllare la corsa. Ad esempio, un corridore che guida il gruppo tenendo a bada le fughe nei primi chilometri ha bisogno di allenare molto la Z2 e anche la Z3. Questo perché gli serve mantenere un’intensità costante per non esaurire le risorse troppo in fretta. Tuttavia, allenarsi in Z2 non migliora direttamente la VO2 Max, anche se può aiutare indirettamente.

Nel senso che ci puoi costruire la famosa base?

Esatto, quella per poter eseguire al meglio i lavori più intensi e specifici per il VO2 Max.

Fisher-Black e Christen, due giovani… che tiravano. Come spiegava Pozzovivo per loro tanta Z2 e, in questo caso, Z3 bassa
Fisher-Black e Christen, due giovani… che tiravano. Come spiegava Pozzovivo per loro tanta Z2 e, in questo caso, Z3 bassa
Quindi quali sono i vantaggi principali dell’allenamento in Z2?

La Z2 serve soprattutto per ottimizzare il consumo dei grassi, che è l’aspetto principale di questa zona di intensità. Fino al limite della Z3, il carburante principale sono i grassi, quindi lavorare in questa zona aiuta a risparmiare glicogeno per le fasi più intense. Però, allenandosi solo in Z2, si rischia di perdere velocità e potenza anaerobica, e si può anche perdere un po’ di esplosività nei brevi sforzi.

E la Z3, invece, che ruolo ha?

La Z3 è un range piuttosto ampio e spesso si divide in “medio” e “medio-veloce.” Se si sta nella parte bassa, quella del medio, permette di affinare la biomeccanica della pedalata e di lavorare su aspetti come la cadenza e la potenza. Quando si arriva nella zona Z3 alta, o sweet spot, si ha già un vantaggio in termini di miglioramento della soglia, utile per le gare in salita e i cambi di ritmo.

Durante una gara, quanto tempo si passa effettivamente in Z2 e Z3? Qui ci riallacciamo a Fuglsang.

Dipende molto dalla gara. Prendiamo una corsa come l’ultimo Lombardia, ad esempio: nella parte pianeggiante, sfruttando l’aerodinamica cioè stando a ruota o ancora di più in coda al gruppo, si usa molto la Z2, come nel tratto tra la discesa della Roncola e l’inizio dell’ultima salita. Ma in salita, poi, si sale almeno in Z3, se non in Z4. Anche nelle discese non si è mai costantemente in Z2 poiché ci sono rilanci continui.

Per certi lavori la strumentazione elettronica è fondamentale (qui Battistella)
Per certi lavori la strumentazione elettronica è fondamentale (qui Battistella)
Tu quanto allenavi queste zone?

La Z2, onestamente, molto poco. E forse l’ho trascurata troppo, anche per via della mia attitudine ad affrontare l’allenamento in modo intenso. Tendo a prediligere l’intensità, quindi la Z2 mi è sempre sembrata un po’ troppo “blanda.” Tuttavia, negli ultimi tempi ho rivalutato la sua importanza, soprattutto per l’ottimizzazione metabolica nei momenti in cui è necessario bruciare grassi e perdere peso.

Dunque anche la Z2 ha un suo ruolo specifico?

Sì, esatto. È fondamentale, ad esempio, in inizio stagione o quando si torna dopo una pausa per ottimizzare il metabolismo dei grassi. Allenamenti di lunga durata in Z2, le cosiddette sessioni fat max sono utili anche se, per chi è abituato all’intensità, è difficile doversi “forzare” a mantenere un ritmo più blando.