Longo Borghini, un altro bronzo. Nessun rimpianto e tanto cuore

28.09.2024
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ZURIGO (Svizzera) – Cominciamo dalla fine e dalle lacrime ricacciate giù a fatica, quando Elisa Longo Borghini viene invitata a parlare di Muriel Furrer, scomparsa giusto ieri mentre era in pieno svolgimento la gara degli under 23. Finora si è parlato di questo bronzo mondiale, del modo in cui è venuto, della vittoria di Lotte Kopecky e del correre incomprensibile dell’Olanda. Ma a volte è giusto anche fermarsi, alzare la testa dal manubrio e guardarsi intorno. La serata di colpo si tinge di un’umanità che finora pochi avevano mostrato e forse la grandezza della campionessa piemontese sta nella capacità di fermarsi e pensare.

«Credo che nessuno oggi al via – dice – abbia potuto fare a meno di pensare a lei. Il nostro lavoro è correre, siamo sempre molto concentrate sulla corsa e forse a volte questo non è molto corretto. Dovremmo pensare di più alla nostra salvaguardia. Stamattina, quando la corsa è partita, tutte abbiamo pensato a lei e poi però siamo tornate con gli occhi sulla strada. Correre per me oggi è stato il modo per celebrare la sua vita e quello che amava. Perché Muriel tristemente è morta facendo quello che amava. Alla fine aveva tre anni più di mia nipote e pensare che potrebbe essere toccato a lei mi ha toccata particolarmente. Ho pensato tanto a mia cognata e a mio fratello e a tutta la mia famiglia. Muriel era una ragazza che avrebbe corso con me, era una parte del gruppo».

Ha corso per sbancare Zurigo e Dio solo sa se non ce l’ha messa tutta. In corsa è stata la più forte. Nessun attacco in salita l’ha sorpresa. E alla fine, nonostante il suo attacco a fondo sull’ultimo strappo, ha avuto le gambe per fare una volata per lei magistrale. In certi sprint, Lotte Kopecky non la batti e per ottenere il bronzo Elisa ha dovuto stringere davvero i denti. Ora è stretta nella sua giacca azzurra, con le guance che iniziano a riprendere colore. La giornata è stata davvero dura, fredda e fradicia. Per arrivare in fondo è servito davvero tirare fuori ogni grammo di carattere rimasto.

Cosa hai pensato al momento di attaccare?

A due chilometri dall’arrivo mi sono detta: «Non fa niente se non vado sul podio. Sono venuta per vincere e ho fatto tutto quello che potevo». Ero orgogliosa di quello che avevo fatto fino a quel punto.

Pensavi che Vollering riuscisse a seguirti in quel tuo scatto?

Lo speravo. Il guaio è che Demi era disperata per vincere questa corsa ed è normale che quando un corridore vuole davvero troppo una corsa, alla fine non ci riesca. Non è andata perché le altre hanno avuto qualcosa di più, ma sono molto felice di questo bronzo.

Per Sangalli e Longo Borghini il mondiale è stato la rivincita dopo Parigi
Per Sangalli e Longo Borghini il mondiale è stato la rivincita dopo Parigi
Ti sei ritrovata da sola in mezzo a due belghe e quattro olandesi, eppure alla fine sul podio ci sei andata…

Ho sempre rispetto per i miei avversari. Ma faccio sempre la mia corsa. Se pensi troppo agli altri, finisce che sbagli anche tu. Per cui controllo quello che posso e per il resto mi concentro sul mio risultato.

La sensazione è che ti sia divertita, possibile?

Tantissimo! Sono contenta di come è andata la corsa, sinceramente. Ci eravamo proposti di arrivare qui con la nazionale per vincere la gara. Le ragazze sono venute per aiutare me e oggi lo hanno fatto veramente. Ci hanno provato, per cui un ringraziamento speciale va a loro. Se ci penso, in maniera particolare a Elisa Balsamo che si sposerà il primo di ottobre e oggi era qui a tirare per me. E poi vorrei spendere una parola di ringraziamento per Soraya Paladin. Sicuramente la prova di mercoledì nel Team Relay non l’ha lasciata soddisfatta ed ero sicura che quello non fosse il suo vero valore. Oggi invece ha dimostrato di essere veramente forte e ai miei occhi ha fatto una gara splendida.

In conferenza stampa qualcuno sosteneva che il bronzo possa essere una delusione, invece?

Invece no. Ci abbiamo provato, abbiamo provato in tutti i modi a vincere la corsa ed è arrivato un bronzo che mi soddisfa. Sono riuscita a dare il mio 100 per cento e anche in volata non era scontato arrivare sul podio. Invece ci sono riuscita e sono orgogliosa di me stessa.

Sei partita lunghissima, scelta ragionata?

Ho visto gambe stanche e soprattutto ho visto Vollering davvero in crisi per questa voglia di vincere. Sapevo che avrebbe tirato e così ho provato a lanciarla lunga, proprio perché so di essere un’atleta di endurance e in una gara così le volate non sono scontate. Qualche anno fa probabilmente non sarei riuscita a salire su questo podio e probabilmente questo è sintomo di una crescita sia fisica e mentale, dettata da molti fattori.

Elisa Balsamo ha accettato la convocazione e ha tirato per la Longo, con il matrimonio in programma per il primo ottobre
Elisa Balsamo ha accettato la convocazione e ha tirato per la Longo, con il matrimonio in programma per il primo ottobre
Ti sei sentita la più forte in corsa? Prima della volata, la sensazione da fuori è stata questa…

Sì, mi sono sentita la più forte. Anche Demi Vollering era forte, ma secondo me non ha avuto il giusto equilibrio. Con questo non voglio mettere in croce la povera Demi, perché alla fine anche lei avrà provato a fare il meglio, ma le cose vanno così. E quindi chapeau anche a lei che ci ha provato al cento per cento. Se penso a me, potrei aver avuto la stessa ossessione a Parigi, però a me lì sono proprio mancate le gambe.

Con Slongo si parlava di quanto sia stata positiva questa tua stagione, che ad ora forse è la migliore della tua carriera…

Sì, effettivamente ci ho pensato brevemente sul podio. Non ero molto sicura di me stessa questa estate, soprattutto quando sono caduta e sono rimasta fuori dal Tour. Mi sono sentita sciocca a cadere in allenamento e auto eliminarmi, però ancora una volta devo ringraziare tantissimo proprio Slongo. Mi ha sostenuto e mi ha detto che saremmo arrivati al mondiale in ottima condizione. Anche prima del Romandia sono stata male una notte e non sono riuscita a parteciparci, ma Paolo non ha mai perso le speranze. Per fortuna, direi, perché io invece ero un pochino indecisa.

Le ultime parole in sala stampa, prima della meritata doccia e di un bel brindisi
Le ultime parole in sala stampa, prima della meritata doccia e di un bel brindisi
Riguardo a cosa?

Nell’ultima settimana, prima di arrivare qui, gli ho disobbedito tantissimo. Sono uscita a cercare delle risposte sulle salite, a fare i miei best sui 10 minuti, a cercare di fare i tempi. Paolo continuava a dirmi che dovevo stare tranquilla perché ero in forma, mentre io cercavo risposte a destra e a sinistra. Poi alla fine mi ha ripresa e a quel punto gli ho detto: «Ok, va bene, forse hai ragione tu». Ed era vero. Anche questa volta ha avuto ragione lui.

Tour Femmes, analisi e considerazioni con Longo Borghini

26.08.2024
6 min
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Non capita praticamente mai che in una grande corsa non sia presente Elisa Longo Borghini. La campionessa della Lidl-Trek è stata costretta a saltare il Tour de France Femmes a causa di una caduta in allenamento. Morale: ha visto e vissuto la Grande Boucle da casa, proprio come un’appassionata qualunque.

Ma questa situazione le ha posto la corsa e le sue abituali colleghe sotto un altro punto di vista. Un punto di vista che cercheremo di capire insieme.

Dopo le Olimpiadi, Elisa è così rientrata in corsa a Plouay, di fatto facendo solo tre allenamenti dopo Parigi. Ma questa sosta potrebbe avere un risvolto positivo in quanto ad energie recuperate in vista del finale di stagione.

La regina del Giro Women, Elisa Longo Borghini, stavolta è stata opinionista d’eccezione
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Elisa, prima di entrare nel giudizio della corsa, come è stato vedere il Tour da casa?

Devo ammettere che non è stato facile. Ho passato cinque giorni tra il letto e il divano e mi sentivo anche sciocca perché mi sono autoeliminata in allenamento, quasi mi vergognavo per questo. Mi dicevo: “Mamma mia dovrei essere lì e invece sono sul letto da sola”. Di contro posso dire che io sono una vera appassionata, una fan del ciclismo. Mi collegavo già due minuti prima della diretta e chiudevo solo dopo che era finita del tutto la trasmissione. Però spero proprio di non dover più vedere le corse dalla tv.

Da fuori come percepisci la corsa? Conoscendo atlete e più o meno i movimenti del gruppo, riesci a vedere qualcosa in anteprima?

Un po’ sì, posso intuire, ma come chiunque: sai chi sono le leader e vedi come la loro squadra corre. Una cosa però che è diversa è che spesso dalla tv ci si fa un’idea che poi non è quella vera. Non corrisponde a quello che voleva il team. Per esempio, quando sono arrivata a Plouay e ho parlato con le ragazze del Tour mi sono accorta che ci sono state alcune dinamiche diverse da quello che avevo capito io dalla tv. In qualche caso invece sì: riesco ad anticipare qualcosina: “Ora attacca questa atleta”, ma perché so come si muovono.

Passiamo alla corsa. Ci sono due momenti chiave, almeno per noi. Il primo è la caduta di Vollering e l’attacco di Niewiadoma e della sua Canyon-Sram. Cosa ne pensi?

Io sono sicura che “Kasia”, per come la conosco, non volesse prendere la maglia gialla in quel modo. Ma credo che in generale bisognerebbe ridefinire il concetto di forte.

Cioè?

Forte non è solo chi è più potente fisicamente, ma chi legge la corsa, chi sa guidare bene, chi sa stare in gruppo e nel posto giusto al momento giusto. Chiaramente in tutto ciò serve anche un pizzico di fortuna e quindi no: non sono rimasta stupita dall’azione della Canyon-Sram. Loro hanno approfittato di una situazione del genere. Ci sta che in certi momenti tiri dritto e non ti fermi quando una rivale cade.

Gliela faranno scontare in gruppo in qualche modo?

Non penso, anche perché dopo l’arrivo le due ragazze si sono chiarite. Di certo d’ora in poi vedremo una Demi Vollering ancora più combattiva.

E poi c’è l’altro momento chiave: la tappa finale sull’Alpe d’Huez (ma anche con Glandon prima). Ci si aspettava una Vollering devastante e invece… Ti immaginavi una Vollering più forte o una Niewiadoma meno in palla?

Mi aspettavo gambe stanche un po’ per tutte… che di fatto ho visto. Mi aspettavo una Katarzyna Niewiadoma molto determinata: la maglia di leader ti dà energie ulteriori e cerchi di salvarla in ogni modo. Ho grande rispetto per lei, siamo amiche per certi versi, e vederla lottare in quel modo sull’Alpe mi ha emozionato. Demi anche ha lottato, ma è stata sfavorita nella valle prima dell’Alpe. Lì ha tirato solo lei e di conseguenza sull’Alpe non era al cento per cento.

Sull’Alpe azione di gambe e testa per Vollering che vince ma non basta
Sull’Alpe azione di gambe e testa per Vollering che vince ma non basta
E questo è il vero punto chiave di questa ultima tappa: visti i distacchi e i valori in campo, perché non attendere l’Alpe per attaccare  Niewiadoma? Per noi Vollering il Tour lo ha perso nella valle e non sull’Alpe…

Vero, sono d’accordo. Brand, Realini, Kerbaol… dietro (dove c’era anche  Niewiadoma, ndr) avevano un’obiettivo comune: cercare di rientrare per vincere la tappa. E questo ha giocato a sfavore di Vollering che da sola non ha più guadagnato. Se avesse aspettato l’Alpe probabilmente avrebbe il Tour Femmes. Ma con i se e con i ma… non si va da nessuna parte.

Perché secondo te Vollering non ha atteso? In fin dei conti non doveva recuperare tantissimo…

Forse Demi non si sentiva sicura. Ha visto una Niewiadoma comunque molto solida: magari ha pensato che sull’Alpe non sarebbe riuscita a fare la differenza e così ha tentato il colpaccio. Se fosse così, ha fatto bene come ha fatto. Ma dalla tv è facile giudicare.

Però magari chi era in ammiraglia, poteva gestirla in altro modo…

Questo andrebbe chiesto a loro.

E invece passiamo alle tue colleghe: chi ti ha colpito in positivo?

Charlotte Kool: ha vinto due tappe davanti a Wiebes. Alla prima le hanno detto che era stata fortunata perché Lorena aveva avuto un problema col cambio. Ma il giorno dopo, in un confronto alla pari, l’ha battuta di nuovo e bene. Davvero un ottimo spunto per lei.

Grandiosa tenuta della polacca, che le consente di vincere la Grande Boucle per 4″
Grandiosa tenuta della polacca, che le consente di vincere la Grande Boucle per 4″
Vero…

Poi mi è piaciuta molto la mia compagna Lucinda Brand. Ha corso in modo egregio e ha mostrato una gamba che forse non aveva da quando vinse una tappa al Giro nel 2017. Nell’ultima frazione ha lavorato sodo, è andata in fuga e alla fine è arrivata decima. E poi, chiaramente, mi è piaciuta Niewiadoma: per come ha gestito la gara, per come ha difeso la maglia e per come ha reagito alla pressione.

E invece da chi ti aspettavi qualcosa in più?

Diciamo che mi è dispiaciuto per Juliette Labous. So che ci teneva tantissimo a questo Tour Femmes e probabilmente aveva ambizioni maggiori. Credo le sia mancata un po’ di freschezza.

Elisa, ora che il vostro livello prestativo cresce, credi sia possibile fare Giro Women e Tour Femmes ad alti livelli? Al netto che quest’anno c’erano di mezzo le Olimpiadi a complicare le cose?

Secondo me sì: è una sfida possibile. Le gare sono di otto giorni ciascuna. Sono entrambe dure e corse a ritmi infernali e ne esci sfinita. Ma senza Olimpiadi c’è il giusto recupero, quindi per me è possibile. Fisicamente è possibile. Mentalmente è un’altra cosa. Quanta pressione senti? Quanta ne riesci a sopportare, a gestire e a smaltire? 

Il Tour di Vollering e SD Worx alla “moviola” con Guarischi

24.08.2024
7 min
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Il Tour Femmes è finito quasi una settimana fa ed è tempo di brevi “ferie” per chi lo ha corso prima di riprendere col proprio calendario, ma è ancora fresco l’epico duello Niewiadoma-Vollering risolto per 4 secondi in vetta all’Alpe d’Huez. Un finale romanzesco addirittura ripreso dalla stampa estera non di settore. Un margine – il più basso della storia nelle più importanti gare a tappe maschili e femminili – da analizzare stavolta dalla parte della sconfitta dopo quella di ieri della vincitrice.

Quando il divario tra i primi due della generale è così risicato, scattano l’interesse e la curiosità. In molti si sono scatenati nel chiedersi se Vollering, e di conseguenza la sua SD Worx-Protime, abbia fatto tutto il possibile o meno per aggiudicarsi nuovamente il Tour. E se prima ancora, nelle due volate non vinte da Wiebes, si fosse inceppato un ingranaggio perfetto. La discussione è aperta e sicuramente fa bene a tutto il movimento perché significa che il ciclismo femminile è cresciuto ed appassiona sempre di più. Ne abbiamo parlato quindi con Barbara Guarischi, andando dietro le quinte della corazzata olandese per capire come sono andate le cose, senza tralasciare il primo cartellino giallo del ciclismo che i rigidi giudici UCI le hanno comminato. Ora prendetevi qualche minuto e scoprite le sue parole.

Dopo il Tour, Guarischi prepara il finale di stagione. Potrebbe vestire la maglia azzurra all’europeo
Dopo il Tour, Guarischi prepara il finale di stagione. Potrebbe vestire la maglia azzurra all’europeo
Barbara partiamo dalle impressioni avute dal tuo primo Tour.

Non avendolo mai fatto in precedenza non ho termini di paragoni, ma posso dirvi che abbiamo fatto ritmi folli. Me lo confermavano compagne e colleghe che lo avevano già corso, considerando anche dislivelli importanti in alcune tappe. L’ultima io non l’ho fatta, ma fino ai piedi del Glandon avevano oltre i 43 di media, dopo una settimana a quelle velocità. Sono rimasta scioccata.

E’ stato invece uno shock non aver vinto i due sprint con Wiebes?

Non posso nascondere che resti con l’amaro in bocca. Con Lorena ci eravamo preparate molto bene, anche mentalmente per affrontare il caos e lo stress, non solo le avversarie. Nella prima tappa fino ai 150 metri eravamo state brave. Peccato che a Lorena le siano entrate con la ruota anteriore nel cambio e non sia riuscita più a pedalare. Le si è tranciato di netto, ma è stata fortunata che sia successo mentre era ancora seduta, altrimenti se fosse stata in piedi si sarebbe potuta fare molto male.

Cartellino giallo storico. Kool batte Wiebes alla seconda tappa. Dopo il traguardo scatta l’ammonizione a Guarischi per comportamento scorretto
Cartellino giallo storico. Kool batte Wiebes alla seconda tappa. Dopo il traguardo scatta l’ammonizione a Guarischi per comportamento scorretto
Il giorno dopo è stata una questione di fotofinish.

Esatto, ma sappiamo che le volate sono così. Forse Lorena è partita un filo appena prima del solito, questione di attimi. E’ partita ai 220 metri anziché ai tradizionali 200 e alla fine potrebbero esserle mancati per vincere. Però è stata battuta da Kool che è una velocista molto forte, in forma e che conosce bene (sono coetanee ed ex compagne alla DSM nel 2022, ndr). Charlotte non ha rubato nulla e noi comunque avevamo lavorato bene in entrambe le occasioni.

Tra l’altro proprio al termine della seconda tappa, sei diventata la prima ammonita da parte dell’UCI. Cosa è successo?

Dopo il traguardo ci hanno comunicato l’ammonizione senza la motivazione. Volevamo conoscerla per evitare di commettere lo stesso errore una prossima volta. Dopo il leadout a Wiebes ho alzato una mano dal manubrio per parlare alla radio (nel comunicato si riassume “rallentando bruscamente la velocità e creando una condotta della bici pericolosa per tutte le altre atlete”, ndr). Abbiamo accettato la decisione, ma siamo rimasti sorpresi. Le volate sono così negli uomini e nelle donne. Tutte noi sappiamo quello che facciamo a 60 all’ora, per altro da tanti anni. Soprattutto ci teniamo ad arrivare sane e salve. E’ un’azione che faccio spesso, come tante che fanno il mio lavoro. Di solito mi sposto dalla parte opposta in cui viene lanciata la volata, ma in quella circostanza ho proceduto dritta perché stavano uscendo da tutte le parti. Anzi, molte colleghe mi hanno detto che se mi fossi spostata sarebbe peggio e saremmo cadute. Starò più attenta, però temo che probabilmente mi prenderò altri cartellini gialli perché le volate le facciamo sempre così (sorride, ndr).

Abbuono fatale? Vollering a Liegi perde al fotofinish da Pieterse (terza Niewiadoma) prendendo solo 6 secondi anziché 10
Abbuono fatale? Vollering a Liegi perde al fotofinish da Pieterse (terza Niewiadoma) prendendo solo 6 secondi anziché 10
Sono poi arrivate le tappe dure. In generale vi è mancata un po’ di fortuna fino a metà Tour?

Dal terzo giorno in avanti per me iniziava un Tour di sopravvivenza (sorride ancora, ndr), ma sapevamo che la squadra sarebbe stata tutta a disposizione di Demi. Se vi riferite alla sua caduta nel finale della quinta tappa, allora dico che abbiamo avuto molta sfortuna. Anche perché nello stesso momento ha bucato pure Fisher-Black che comunque fino a quel momento era in classifica e stava lottando per la top 10. Tuttavia quel giorno almeno abbiamo vinto la tappa con Vas.

Quell’episodio è stato considerato da tutti lo spartiacque del Tour di Vollering. Sei d’accordo?

Tutti hanno detto che Demi fosse rimasta da sola e che non fosse bello vedere la maglia gialla abbandonata a se stessa. E’ stata fermata Mischa (Bredewold, ndr) che era poco avanti e ha dovuto mettere piede a terra per aspettare Demi. L’ha aiutata fin dove poteva, ma considerate che l’ultimo chilometro e mezzo era in salita e Vollering lo ha fatto alla morte. Quando lei va alla morte, chi può starle davanti a tirare? Credetemi, la scelta della squadra è stata giusta così, non potevamo fare altro.

Come avete analizzato quella situazione?

Ci poteva anche stare di perdere la maglia gialla, così avremmo avuto meno responsabilità in corsa. Il vero guaio è stato il così tanto tempo perso, ma quello era un punto pericoloso. Era una curva veloce che chiudeva stretta. Forse se ci fosse stato un addetto a segnalarcela, probabilmente l’avremmo affrontata con più attenzione. Lì si andava molto forte e Demi ha picchiato duro. Comunque alla fine sapevamo che per rivincere il Tour, avremmo dovuto recuperare e tentare il tutto per tutto.

Che è quasi riuscito a Vollering. Secondo te si poteva fare di più?

Con i se e con i ma, si possono dire tante cose. Se invece di fare seconda dietro Pieterse, Demi avesse vinto la tappa di Liegi avrebbe avuto 4 secondi in più di abbuono. Se all’ultima tappa Rooijakkers le avesse dato un paio di cambi in più in pianura, avrebbero guadagnato ulteriormente. Ed altro ancora, però capite che non si può ragionare così, esistono anche le avversarie. Lorena e Christine (Wiebes e Majerus, ndr) hanno dato l’anima prima del Glandon. Demi stava facendo l’impresa, tanto che la stessa Niewiadoma, che non ha rubato nulla e se lo è guadagnato il Tour, ha detto che quando l’ha vista partire si era demoralizzata. E lei ha ringraziato il lavoro della Brand prima dell’Alpe d’Huez. E’ vero che si può sempre fare meglio, ma secondo noi la nostra tattica non è stata sbagliata, malgrado una serie infinita di critiche.

Ne avete avute molte? Il tuo sfogo social è anche frutto di questo?

Fin dai primi giorni abbiamo ricevuto di tutto sui nostri profili. Ho visto Lorena rimanerci male e piangere perché in privato le scrivevano cose non carine. Oppure che Demi era rimasta da sola apposta perché tanto a fine stagione andrà via. Non scherziamo. Per me c’è sempre una linea da non oltrepassare e questo è troppo. Però ci siamo ricompattate ulteriormente grazie allo staff che ci ha fatto da parafulmine per tutelare il nostro morale. A riprova che siamo davvero un grande team dove tutti sono utili alla causa.

Vollering a fine stagione lascerà la SD Worx per la FDJ. Per Guarischi sarà insostituibile
Vollering a fine stagione lascerà la SD Worx per la FDJ. Per Guarischi sarà insostituibile
Nel 2025 in pratica Vollering sarà rimpiazzata da Van der Breggen. Cambierà qualcosa per voi?

Bisogna dire che Demi non è rimpiazzabile, lei rimarrà sempre lei per noi ragazze e per questa squadra. Chiunque arriverà, pur forte che sia, non sarà mai Demi. Personalmente sono molto legata ad entrambe. Naturalmente dispiace molto che ci lasci perché è una grande persona prima ancora che una grande leader, mentre Anna è la mia allenatrice. Nello sport però sappiamo che ci sono cicli che possono finire e nuove avventure che possono iniziare. Anna riprende perché le mancava correre. In questi anni ha vissuto l’atmosfera bellissima tra di noi e vedevamo che aveva voglia di tornare a respirarla. In ritiro si è sempre allenata bene con noi. Ovvio che poi bisognerà vedere quanto impiegherà a ritrovare il ritmo. Ma lei, come Demi, ha tanta classe e non avrà problemi.

Niewiadoma-Vollering, il duello sull’Alpe vale la maglia gialla

18.08.2024
6 min
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E’ cominciato tutto sul Col du Glandon a 54 chilometri dall’arrivo, quando Demi Vollering ha sferrato l’attacco da lontano per riaprire il Tour de France Femmes. Il ritardo di 1’15” non le consentiva di aspettare troppo e anche per questo alla sua ruota si è incollata Pauliene Rooijakkers, staccata a sua volta di 1’13”. E’ stata una giornata eterna, a capo di un Tour di quasi mille chilometri. Eppure si decide tutto negli ultimi due chilometri dell’Alpe d’Huez, a capo di due scalate parallele. Davanti quella delle due olandesi, dietro quella di Kasia Niewiadoma in maglia gialla, con Gaia Realini ed Evita Muzic. Le due davanti, all’attacco della maglia gialla. Le due dietro, che involontariamente l’hanno aiutata a contenere il ritardo, all’attacco di un miglior piazzamento finale.

L’Alpe di colpo spoglia

L’Alpe senza i suoi tifosi è un luogo strano. Oppure forse si dovrebbe dire che è strano, in quell’unico giorno quando capita, vedere centinaia di migliaia di persone allegre ed alticce su una strada di montagna. L’Alpe delle donne è silenziosa e severa. Non si vuol dire con questo che non ci sia pubblico, perché gente c’era, soprattutto in cima. Ma la strada è larga e lo sforzo sembra scolpito con maggiore profondità sui volti delle ragazze. La moto riesce a inquadrarle da vicino e di lato, non solo da dietro o dal davanti come quando ci sono le ali di folla che fanno colore e soprattutto paura.

Vollering davanti dà la sensazione di poter capovolgere il discorso. Mangia un gel. Ha il respiro sincronizzato con la pedalata e lo sguardo fisso davanti, ma più probabilmente verso un riferimento dentro di sé. Eppure fra l’ottavo e il settimo chilometro al traguardo, Niewiadoma inverte la tendenza e si mette a salire con le mani sotto, nel gesto da cui solo Pantani e a volte Bartoli riuscivano a trarre velocità vincenti. E lentamente il vantaggio, che per un paio di chilometri ha vestito virtualmente di giallo le attaccanti, torna sotto il livello di guardia. L’anno scorso si decise tutto sul Tourmalet, quando Vollering sfilò la maglia alla compagna Kopecky. La sensazione è che Niewiadoma abbia trovato il modo per tenere lontani i demoni della paura e della sconfitta.

«E’ stata una vera montagna russa di emozioni – dice la polacca – da quando Demi ha attaccato sul Glandon e io ho temuto di essere arrivata al punto di rottura. Sentivo che le gambe non spingevano più, ho pensato che fosse tutto finto. Invece nella discesa sono riuscita a ricostruirmi, a rinfrescarmi e sono stata davvero fortunata ad avere Lucinda Brand nel mio stesso gruppo. Penso che dovrò anche ringraziare molto anche la Lidl-Trek perché hanno fatto un ottimo lavoro anche per me…».

Un colpo alla sfortuna

L’Alpe d’Huez sistemerà tutto, vedrai Demi. La vincitrice uscente del Tour continua a spingere davanti con quel suo andare composto e potente, che sembra non dare scampo alla polacca che là dietro si alza sì sui pedali, ma sembra andare più agile. In realtà Niewiadoma sta usando la testa più dell’olandese. Chiede cambi a Realini e Muzic, mentre Vollering davanti fa da sé. Ha presto capito che la connazionale Rooijakkers ha il suo stesso obiettivo (e due secondi di meno da recuperare in classifica) e non le darà certo una mano. Demi spinge potente e sicura, ma scava nel serbatoio delle sue riserve.

La sfortuna non l’ha risparmiata. Ai meno sei dall’arrivo del giorno di Ferragosto, la caduta l’ha tirata via dalle prime posizioni della classifica. Era rimasta da sola, le ammiraglie non c’erano e non ha potuto prendere la bici da una compagna.

Alle sue spalle, Niewiadoma invece ha sentito chiaramente di avere l’occasione per rifarsi dei tanti secondi posti e della sfortuna che negli anni non le ha risparmiato alcun colpo. Quando poi ai 2 chilometri dall’arrivo ha visto correre al suo fianco il marito Taylor Phinney – quello della BMC e dei tre mondiali su pista e i due della crono – le forze si sono moltiplicate.

«Sull’Alpe d’Huez – racconta – sapevo che dovevo solo dosare bene il mio ritmo, così da poter dare il massimo negli ultimi 5 chilometri e ridurre al minimo il distacco. A essere onesta ho perso di nuovo la fiducia. Negli ultimi 2 chilometri alla radio urlavano così tanto che non ho capito più niente. E’ stato folle. Ho attraversato un momento terribile in quest’ultima salita. Ho odiato tutto, fino ad arrivare al traguardo e scoprire di aver vinto il Tour de France, il che è pazzesco!».

Per quattro secondi

Demi Vollering ha conquistato l’Alpe d’Huez. Ha tagliato il traguardo con un ghigno e le dita alla testa, poi si è lasciata spingere avanti. Si è fatta sfilare la bici di sotto e si è distesa sulla strada per riprendere meglio fiato. Quando Niewiadoma è arrivata, il suo staff sul traguardo contava i secondi con le mani. E quando lei ha tagliato il traguardo, per sicurezza hanno contato ancora e si sono accorti che il Tour era vinto per 4 secondi. E quando lo hanno detto a Kasia, che era per terra attonita e all’oscuro di tutto, le lacrime hanno iniziato a scendere copiose sul suo viso.

Contemporaneamente, lacrime ben più amare hanno iniziato a scuotere il petto di Demi Vollering. Si può impazzire sapendo di aver perso un Tour de France per 4 secondi, come accadde al povero Fignon che perse quello del 1989 per 8. Ma si può anche impazzire per la gioia sapendo di averlo vinto con un margine così esiguo. Così accadde a Greg Lemond nello stesso anno e così accade a Kasia Niewiadoma, che solleva la bici al cielo e ride e non sta più nella pelle.

«E’ così incredibile – dice – perché ci sono così tante persone cui sono grata e riconoscente. A partire da mio marito, la mia famiglia, tutta la squadra. Il mio allenatore, che ha lavorato così tanto per prepararmi a questo. E i miei amici! Questa vittoria è dedicata a tutte le persone che hanno contribuito alla vittoria!».

In questo 2024 la fortuna è decisamente girata. Se ne era accorta lei e noi subito dietro quando ha spianato il Muro d’Huy, ma adesso è arrivata un’inequivocabile conferma. I secondi posti hanno continuato a inseguirla e anche la volatina persa sull’Alpe d’Huez conferma quello che storicamente è un suo punto debole. Ma questa volta non ne farà un dramma. Vestita della sua maglia gialla, troverà certamente il modo per farsene una ragione.

Una Vuelta di alti contenuti. Cecchini ce la racconta

11.05.2024
5 min
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Mentre in campo maschile il Giro d’Italia è ancora alle sue prime battute, fra le donne è già andato in archivio il primo grande giro. La Vuelta di Spagna quest’anno ha cambiato un po’ fisionomia, allineandosi al format di Giro Donne e Tour Femmes con oltre una settimana di tappe. Molto è cambiato nella corsa iberica, che si è rivelata estremamente combattuta e con un importante parterre in gara, quasi mutuato dalle Classiche delle Ardenne conclusesi nell’immediata vigilia.

Elena Cecchini è una di quelle che proprio venendo dalle classiche (anche se ha saltato l’ultima, la Liegi-Bastogne-Liegi) ha corso tutta la Vuelta e si è fatta un’idea precisa proprio di com’è cambiata, pilotando la compagna di squadra Demi Vollering verso il successo.

Per Elena Cecchini una Vuelta molto impegnativa, lavorando per la Vollering
Per Elena Cecchini una Vuelta molto impegnativa, lavorando per la Vollering

«Io l’avevo corsa già lo scorso anno e ho trovato una prova molto cambiata, in meglio. Nel 2023 i problemi erano legati soprattutto agli spostamenti, si era partiti dall’estremo sud, da Valencia per concludere nei Paesi Baschi e questo aveva comportato, con un giorno di gare in meno, trasferimenti lunghissimi fra una tappa e l’altra. Lo avevamo fatto presente e gli organizzatori ci hanno ascoltato, quest’anno gli hotel erano tutti vicini».

Dal punto di vista tecnico?

E’ stata una gara molto dura, tanto è vero che le velociste non hanno avuto neanche una vera occasione per mettersi in mostra e giocarsi le proprie carte. Inoltre abbiamo trovato tanto vento. Ogni tappa aveva le sue difficoltà, infatti la classifica è stata molto diluita.

Kool era arrivata in Spagna puntando alle volate, senza trovare spazio per le sue aspirazioni
Kool era arrivata in Spagna puntando alle volate, senza trovare spazio per le sue aspirazioni
Secondo te è una corsa all’altezza degli altri due grandi giri?

Ora sì, non mancava di nulla e anche il roster era di quelli davvero qualificati, con molte protagoniste reduci dalle classiche, anzi direi che molte si sono preparate proprio nelle Ardenne per avere la gamba giusta in Spagna. Per certi versi potremmo anche dire che la partecipazione è stata superiore a quella delle altre due corse perché saranno più vicine in calendario e qualcuna sarà chiamata a una scelta. Io ho visto 8 tappe tutte competitive e di qualità, la strada imboccata è quella giusta.

E la collocazione temporale? Il fatto che sia così lontano nel tempo dall’omonima prova maschile è un vantaggio?

Difficile dirlo, bisogna considerare che la Vuelta fa da traino anche alle altre gare iberiche, ora ad esempio si sta correndo la Vuelta a Burgos e sugli organizzatori c’è un ricasco di partecipazione, anche perché per i team ci sono agevolazioni riguardanti i costi. A fine stagione poi credo che sarebbe complicato trovare un numero sufficiente di cicliste per ogni team, dopo una stagione stressante e considerando che i nostri roster non sono certamente ampi come quelli dei team maschili.

Per Faulkner successo di forza nella quarta frazione, a conferma della sua nuova dimensione
Per Faulkner successo di forza nella quarta frazione, a conferma della sua nuova dimensione
Tu personalmente sei soddisfatta della tua Vuelta?

E’ stata durissima, lo posso proprio dire. Il vento è stato un fattore, per chi come me doveva fare il “lavoro sporco”, ossia chiudere le fughe e tenere al coperto la capitana. La terza tappa in particolare l’ho sentita molto, proprio perché a dispetto del vento alla fine si è arrivate tutte insieme. Per noi la Vuelta era un impegno centrale nella stagione, Vollering ci teneva moltissimo dopo che le era sfuggita per pochissimo lo scorso anno. Aveva fatto le Ardenne in crescendo, ma ha finito stanca proprio perché ogni giorno era una battaglia.

Eppure la gestione della campagna ardennese aveva dato adito a qualche voce, soprattutto nella Liegi era sembrato che non tutto nel vostro team fosse filato liscio…

Non penso che la squadra abbia sbagliato qualcosa, credo che alla fine la vittoria sia sfuggita perché Demi ha trovato atlete più fresche di lei allo sprint. Noi avevamo fatto tutto per bene, avevamo messo Bredevold nella fuga iniziale per darle un punto d’appoggio. Anche alla Freccia aveva perso perché Niewiadoma aveva avuto un maggior spunto. Ci sono anche le avversarie, non va mai dimenticato. Demi andava forte lo scorso anno come in questo.

Per Vollering due vittorie di tappa, le prime dopo una primavera fatta di troppi piazzamenti
Per Vollering due vittorie di tappa, le prime dopo una primavera fatta di troppi piazzamenti
Le voci di mercato che la danno partente a inizio stagione hanno pesato su di voi, come team e individualmente?

Come team no, noi guardiamo all’oggi. Demi è una nostra compagna di squadra fino a fine stagione e noi lavoriamo per lei. Magari personalmente queste indecisioni le ha un po’ pagate, ma credo anche che, nei casi in cui Lotte Kopecky non c’era, la pressione su di lei sia stata maggiore. Credo anche che arrivare spesso vicina alla vittoria senza coglierla l’abbia un po’ destabilizzata. D’altronde in una corsa a tappe c’è più tranquillità, ci si confronta, c’è modo per rifarsi. In una classica ti giochi tutto e subito.

Tu che la conosci, l’hai vista diversa?

Non sono state giornate semplici. E’ difficile decidere che decisione prendere dopo che sei da 4 anni nello stesso team, ci sono tante considerazioni da fare. Demi poi è una ragazza molto sensibile, sa che è una decisione molto importante, teniamo sempre presente che per noi questo è un lavoro, ogni scelta ha mille influssi sulla nostra vita. Noi comunque, qualsiasi sia la sua decisione, siamo al suo servizio.

Il podio finale della corsa spagnola, con Vollering fra Markus e Longo Borghini
Il podio finale della corsa spagnola, con Vollering fra Markus e Longo Borghini
Tu in questi giorni sei a Parigi con la nazionale per visionare il percorso olimpico. Che impressione ne hai tratto?

La gara olimpica è straordinaria proprio perché è molto particolare, tatticamente quasi indecifrabile. Il gioco di squadra anche per chi come noi avrà 4 atlete in gara sarà molto diverso che da qualsiasi altra corsa. Il percorso è bello, per niente facile, con tante insidie. Il circuito cittadino è bellissimo, con le due salite da affrontare più volte. Sicuramente diverso da quello di Glasgow. Noi abbiamo molte chance, sia che la corsa si chiuda in volata perché Balsamo è una delle più forti al mondo allo sprint, sia che si sviluppi come una classica perché poche come Longo Borghini sanno che cosa fare in quei casi. Insomma, c’è da essere ottimisti, a prescindere da chi sarà convocata.

Longo Borghini tira il fiato: primavera superba e l’estate che bussa

09.05.2024
7 min
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Tre giorni senza bici dopo la Vuelta, Elisa Longo Borghini ha avvertito la voglia di ripartire. La sua primavera è stata un inno all’alto rendimento. Il terzo posto alla Omloop Het Nieuwsblad, il secondo alla Strade Bianche e poi le vittorie del Trofeo Oro in Euro, del Fiandre, della Freccia del Brabante. A seguire ci sono stati il terzo posto alla Freccia Vallone e il secondo della Liegi. Fra i tanti sorrisi delle ultime settimane, quello è stato il più tirato. Vissuto e convinto sul momento, con tanto di complimenti a Grace Brown. Ma pesante come un pranzo indigesto nei giorni successivi.

«Ogni tanto viene su – ammette Elisa con un sorriso rassegnato – però più ci penso e più credo che Grace Brown quel giorno non potesse che vincere. Se uno fa dieci volte quella rotonda come l’ha fatta lei, cade undici. Lei invece è rimasta in piedi e quello è stato il segno che avrebbe vinto. E poi è sempre un cliente scomodo nelle volate, perché è forte…».

Nessun problema a farsene una ragione se fossi stata la Elisa di due anni fa, che perdeva volate in serie. Ma da quando hai pure imparato a vincerle…

E non ditelo a me! Io ci ho creduto fino a 25 metri dall’arrivo, poi mi ha passato a doppia velocità e quando l’ho vista ho detto: «No! Ma che vuole questa? No!». Sai quando resti male perché ti cade il gelato o la fetta biscottata dalla parte della marmellata? E’ stato uguale…

Lo sprint della Liegi, Grace Brown non lascia scampo: seconda Longo Borghini e terza Vollering
Lo sprint della Liegi, Grace Brown non lascia scampo: seconda Longo Borghini e terza Vollering
Torniamo alla Vuelta: era un obiettivo o il modo per chiudere la primavera?

Era in programma dall’inizio. Solo che ci sono arrivata con la condizione probabilmente già al limite. L’ho finita un po’ stanca. Alle Ardenne andavo veramente tanto forte, ma il clima non ci ha aiutato. Io sono una che non soffre troppo il freddo, invece l’ho sentito e quelle ghiacciate ti rimangono addosso. Con Slongo avevamo messo in conto che sarei arrivata alla Vuelta un pelo stanca, quasi al limite e alla fine non è andata così male. Mi è solo dispiaciuto che Gaia si sia dovuta ritirare, quella caduta non ci voleva (Gaia Realini si è ritirata per una caduta, dopo essere stata anche leader, ndr). Siamo partite entrambe leader, ma lei aveva seguito un diverso avvicinamento.

Hai capito subito che non fosse una Vuelta da dare fastidio a Vollering?

Vollering secondo me era alla portata, non è imbattibile o non ha lo stradominio dell’anno scorso. Piuttosto ero io in fase calante, ero abbastanza stanca e quindi non sono riuscita a tenerle tanto testa. Ma alla fine sul primo arrivo in salita mi sono mancati gli ultimi 700 metri e lei nella penultima tappa è stata battuta dalla Muzic, quindi non era irraggiungibile.

Gaia Realini è caduta nella quinta tappa e l’indomani si è preferito non farla ripartire:
Gaia Realini è caduta nella quinta tappa e l’indomani si è preferito non farla ripartire:
Resta il fatto che gli obiettivi di primavera erano le classiche e ora verrà il Giro, giusto?

Sì, adesso come primo obiettivo c’è il Giro d’Italia. Al Tour de France andrò veramente più in appoggio e per fare le tappe, con un approccio mentale diverso. Invece al Giro sarebbe bello poter fare classifica sul serio.

Come si concilia la generale del Giro che finisce il 14 luglio con la prospettiva, in caso di convocazione, di andare alle Olimpiadi che si corrono il 4 agosto?

Diciamo che adesso sto affrontando un periodo di stacco dopo la Vuelta. Poi avrò due settimane in cui ricomincerò ad allenarmi qui a casa, prima del training camp a San Pellegrino dal 27 maggio all’11 di giugno. Poi farò lo Svizzera e il campionato italiano, quindi avrò tempo di essere fresca sia fisicamente sia mentalmente, prima di affrontare un blocco di corse importanti come Giro d’Italia, Olimpiadi e Tour. Ho di fronte a me praticamente una quarantina di giorni per poter riprendere fiato, recuperare energie mentali e fisiche e poi ributtarmi nella stagione.

Come funziona il riposo a casa di Elisa Longo Borghini?

Ho fatto tre giorni senza andare in bici. Finché ha piovuto, ho detto: «Vabbè dai, riposa perché sta piovendo». Poi il tempo è migliorato e mi girano già un po’ le scatole a star ferma. Dopo la Vuelta ho sentito la necessità di stare ferma. Mi è venuto mal di gola, ho sentito un po’ di stanchezza, tutte le cose che ti vengono quando sei cotta. Quando Vollering mi ha staccato negli ultimi 700 metri della prima tappa che ha vinto (ad Alto del Fuerte Rapitàn, quinta tappa, ndr) ho capito che ero in calando.

Da cosa lo hai capito?

Già a inizio salita avevo iniziato a sentire che mi facevano troppo male le gambe. E poi quando sono esplosa e lei ha vinto, mi sono resa conto che a cose normali avrei tenuto quei wattaggi senza problemi e ho capito che stavo raschiando il fondo del barile. Sono sintomi che ormai conosco bene, tipici di quando sono al lumicino. Non riesco più a riposare bene e inizio a capire che il mio corpo sta dicendo basta.

Quinta tappa, Longo Borghini cede negli ultimi 700 metri e arriva terza. E’ il giorno che dà la svolta alla sua Vuelta
Quinta tappa, Longo Borghini cede negli ultimi 700 metri e arriva terza. E’ il giorno che dà la svolta alla sua Vuelta
E se queste sono le sensazioni di sfinimento, come va quando si riparte dopo tre giorni?

Inizio a pensare di non essere sulla mia bicicletta. Sono talmente abituata ad uscire tutti i giorni, che anche dopo tre giorni, penso che il manubrio sia strano e l’altezza sella diversa. Un motore ingolfato, come quando cerchi di accendere la Vespa dopo tutto l’inverno che è stata in garage. Come dopo le ferie, insomma. Se invece stacchi due giorni dopo aver fatto il ritiro di gennaio, è tutto diverso. Il ritiro è stressante anche a livello di testa, perché ci sono centomila impegni. E se fai due giorni tranquilla dove mangi e riposi bene, quando risali in bici sembra che non hai neanche staccato.

Qual è stato il giorno dell’anno in cui ti sei sentita più forte?

Quello del Fiandre, avrei potuto fare ancora 20 chilometri. Stavo veramente bene. Di solito scendo dall’altura e alla terza corsa vado forte. Avevo fatto la Gand e la Dwars door Vlaanderen come gare di rodaggio e al Fiandre mi sentivo veramente bene e mentalizzata. Non era l’obiettivo stagionale e nessuno ne aveva parlato, neppure in squadra. Ci eravamo solo dette di arrivare al Koppenberg, perché lì si capisce sempre tutto. E quando ci siamo arrivate è stato come se, senza essercelo dette, tutte volessimo fare qualcosa di grande. E lo abbiamo fatto.

Eppure non era un tuo obiettivo, come le prime gare in cui sei andata forte: sarà che ormai hai raggiunto una base di forza che ti permette di essere competitiva anche quando non sei al top?

Forse in un certo senso è vero, però questo livello di base ho dovuto recuperarlo quest’inverno. Credo che aver lavorato tanto a bassa intensità mi abbia dato le fondamenta della forma. Quindi da questa base posso avere dei buoni picchi, ma non dei down incredibili. Poi magari mi smentirò tra qualche mese o tra qualche settimana, però ho visto che la mia condizione media va bene, basta anche per essere vincenti. Magari non in tutte le corse, ma ci si va vicino. In fondo alla Vuelta ero in fase calante, però mi sono difesa e alla fine sono salita sul podio.

Longo è più forte, Brown più furba. Ma ci abbiamo sperato

21.04.2024
5 min
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LIEGI (Belgio) – Come una doppia maledizione, anche questa Liegi l’ha vinta un’altra. Eppure Elisa Longo Borghini trasmette positività in ogni sorriso e ogni parola, per cui quando dice che ce ne sarà un’altra l’anno prossimo, non puoi che darle ragione. La corsa se l’è presa Grace Brown, una grande atleta che doveva solo sperare che le cose andassero come sono andate. Non poteva rispondere agli attacchi delle scalatrici, per cui è andata in fuga. E quando l’hanno ripresa, anziché abbandonarsi alla deriva si è messa a limare e alla fine è arrivata alla volata. E a quel punto sono diventati affari per le altre. Prima Brown, seconda Longo Borghini, terza Vollering (prima lo scorso anno) e tutti a casa. Ora l’australiana è qui che racconta con il suo accento aussie e scherzando dice che è «monumentale aver vinto una monumento, la vittoria più importante della mia carriera…».

Un giorno chiederemo a Elisabetta Borgia di spiegarci il modo e i tempi con cui un grande atleta elabora il risultato e riesce a farci di conto. Arrivare seconda nella Liegi, il suo obiettivo di primavera, dovrebbe far scattare nella testa di Elisa chissà quale rabbia funesta. Invece nei primi istanti dopo l’arrivo già sorrideva. E anche adesso che le trotterelliamo accanto accompagnandola verso l’antidoping, la sua serenità è uno spunto su cui ragionare.

Subito dopo l’arrivo, malgrado la sconfitta, Elisa sorrideva
Subito dopo l’arrivo, malgrado la sconfitta, Elisa sorrideva

La fuga da riprendere

La fuga è arrivata tanto avanti, ma quando la piemontese ha aperto il gas sulla Cote de la Roche aux Faucons, dietro il gruppetto si è sbriciolato. Sono rimaste attaccate le stesse che poi sono arrivate con lei al traguardo e chissà se quell’attacco le sia costato troppo. Noi siamo qui a cercare una spiegazione, mentre lei se l’è già data ed è contenta così.

«Non credo di aver speso troppo a fare l’azione – dice – perché comunque doveva essere fatta in qualche modo. Bisognava chiudere sulla fuga e comunque sia avrei attaccato lo stesso. Probabilmente saremmo rimaste in tre e ce la saremmo giocata diversamente. Però alla fine questo è il ciclismo e per questo è lo sport più bello del mondo. Non sempre vince la più forte o il più forte, vince anche il più furbo, il più veloce, quello che prende meglio le curve. Forse è vero che la fuga è arrivata un po’ troppo avanti, però c’è anche da dire che c’erano dei corridori forti. C’era Chabbey, c’era Grace Brown che sono notoriamente dei corridori pericolosi se corrono per fare risultati».

Una volata già scritta

E poi c’è la volata, quella in cui credevamo ormai tutti. Dopo il Fiandre vinto a quel modo e i miglioramenti degli ultimi mesi, eravamo tutti a pensare che fosse quasi fatta, senza fare i conti con la concretezza e il giusto cinismo di Grace Brown.

«Sono arrivata alla volata – dice Elisa mentre pedala al piccolo trotto – non tanto con sicurezza, quando con la voglia di vincere. Puntavo il traguardo e guardavo avanti e devo dire che per un attimo ci ho anche quasi creduto. Poi mi ha passato sulla destra Grace, però non ne posso fare un dramma. Ci sarà una Liegi anche l’anno prossimo, penso, no? Diciamo che è un secondo posto a suo modo bello, diverso dall’anno scorso. Ho preso l’iniziativa e sono partita sulla Roche aux Faucons, poi ho fatto una bella volata e alla fine sono contenta. Se fossimo arrivati in tre, probabilmente avrei vinto io, ma così non è stato. Vero che ho chiuso il buco su “Kasia” Niewiadoma, ma resta il fatto che Grace Brown è più veloce di me. Non c’è storia, non si può raccontare un’altra versione, questo è…».

E adesso la Vuelta

Il Trofeo Oro in Euro, il Giro delle Fiandre e la Freccia del Brabante: la sua primavera può essere soddisfacente. Il terzo posto nella Freccia Vallone e il secondo qui a Liegi dicono che comunque Elisa è arrivata puntuale all’appuntamento con le Ardenne e questo conta tanto dopo i problemi della scorsa estate.

«Non posso che essere contenta – dice – perché comunque ho fatto tantissime top 10. Ho fatto tre vittorie, sono tornata ai miei livelli e forse anche qualcosa di più. Sono veramente contenta. Adesso ci saranno tre giorni a casa e poi la Vuelta, per cui la primavera non è certo finita. E pensate che a casa riuscirò anche a incontrare Jacopo per poche ore, perché io arrivo e lui parte per il Romandia».

Alza gli occhi al cielo, che d’incanto è tornato azzurro. La sera volge verso il tramonto. Noi torniamo in sala stampa per scrivere queste parole, lei prosegue verso il controllo e poi sarà tempo di impacchettare tutto e tornarsene finalmente a casa.

Il “best of” di bici.PRO, da VdP a Vollering. Ora tocca a voi

30.10.2023
6 min
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Qualche giorno fa è stato assegnato il prestigioso Velo d’Or, che premia il migliore e la migliore ciclista dell’anno. Lo hanno vinto Jonas Vingegaard e Demi Vollering. Certamente due protagonisti assoluti della stagione 2023. Il danese ha rivinto il Tour e dominato moltissime altre corse. Vollering ha vinto praticamente tutto!


Anche noi di bici.PRO abbiamo stilato una nostra lista di favoriti e favorite. Da questa sono usciti tre nomi fra gli uomini e tre fra le donne. Ecco chi abbiamo scelto e perché…

Le tre donne

Partiamo dalle donne. Le più votate, quasi un plebiscito, sono state Lotte Kopecky e Demi Vollering. L’altra prescelta è una piccola ma tostissima giovane, per di più italiana, Gaia Realini.

VOLLERING – Per l’olandese parla il suo bottino: Strade Bianche, Amstel Gold Race, Freccia Vallone, Liegi, Tour de France, Vuelta Burgos, Romandia. Un filotto pazzesco che dice della solidità di questa atleta. Una solidità che non è figlia di un’annata di fuoco e fiamme, o di un exploit estemporaneo, ma di una crescita costante. Se l’exploit c’è stato è perché lei è migliorata ancora e alcune senatrici hanno iniziato a pagare dazio o sono state sfortunate: Van Vleuten, Vos, Longo Borghini. 

KOPECKY – Anche per Lotte a parlare è il suo bottino, ma forse quel che ha stupito di più è la sua prestazione sul Tourmalet al Tour de France Femmes. Una “quasi velocista pura” che riesce a difendere il podio di un GT in cima ai Pirenei: pazzesco. Così come pazzesca è stata la sua squadra. Questo rendimento è dovuto, come più volte ci ha detto Elena Cecchini, anche ad un grande clima di amicizia e competizione che si respira nella Sd Worx (ricordiamo che anche Vollering ne fa parte, ndr). In più, come ha sottolineato il nostro Gabriele Gentili, lei è una che comanda anche su pista…

REALINI – L’Italia è in nomination con Gaia! La piccola e grintosa abruzzese della Lidl-Trek è stata colei che più è cresciuta. Si è ritrovata a lottare con le giganti nelle gare elite e ha sfiorato il colpaccio al Tour Femmes U23. Classiche o gare a tappe, Realini è sempre stata presente. In salita vanta numeri importanti. Chissà che un giorno il Velo d’Or, quello vero, non possa essere suo.

I tre uomini

Passiamo poi agli uomini. Vi anticipiamo che d’Italia qui non ce n’è… e probabilmente non ne siete sorpresi. I tre più votati dalla redazione di bici.PRO sono Mathieu Van der Poel, Tadej Pogacar e Sepp Kuss.

VAN DER POEL – La prima nomination è quasi scontata: Mathieu il campione del mondo su strada e del cross. Il re di Sanremo e Roubaix. L’apripista perfetto per Philipsen. Il giudizio? Vi proponiamo quello del nostro direttore, Enzo Vicennati, che tra l’altro fa parte della giuria del Velo d’Or.

«Van der Poel – sostiene Vicennati – si è trasformato in cecchino, aggiustando in una sola stagione gli errori di generosità che in passato lo hanno portato a sprecare occasioni su occasioni. Probabilmente il VdP di due anni fa sarebbe arrivato sfinito al mondiale. In questo ciclismo che non perdona il minimo errore, l’olandese ha messo a frutto le proprie esperienze (ha disputato “solo” 46 giorni di gara, di cui 21 al Tour de France, ndr) e i consigli di chi ha accanto, mettendo la sua capacità di fare spettacolo nelle occasioni più grandi».

POGACAR – Vince o non vince, anzi… vince, Tadej c’è sempre. E come non potrebbe essere così? Diverte, si fa voler bene come pochi, accetta sfide e sconfitte e quando non ci arriva con le gambe ci mette astuzia e una fame da novellino, vedasi l’ultimo Giro di Lombardia. Nel ciclismo da F1, lui è una F1, ma d’altri tempi, unico sin qui (nell’era moderna) in grado di vincere classiche Monumento come il Fiandre e i grandi Giri.

KUSS – Sapete quante corse ha disputato quest’anno Sepp Kuss? Appena cinque. Solo che tre di queste erano i grandi Giri, le altre due il UAE Tour e il Catalunya. Cinque corse nelle quali ha inanellato ben 77 giorni di gara. Il suo premio? La simpatia, la forza, la ribalta della storia del gregario che vince… la Vuelta. Chi non ha tifato per lui in Spagna? Pochi, molto pochi. Sepp è stato presente in tutte le vittorie dei grandi Giri della Jumbo-Visma. Al Giro d’Italia ha lottato come un leone e gioito come un bambino per Roglic. Al Tour è stato mostruoso in salita. E alla Vuelta il premio del via libera per una tappa si è trasformato nella vittoria. Una storia che non potevamo non nominare.

Tra i più votati, Roglic: la sua vittoria al Giro non era affatto scontata visto com’era messo in inverno con la spalla. Qui lo spettacolo del Lussari
Tra i più votati, Roglic: la sua vittoria al Giro non era affatto scontata visto com’era messo in inverno con la spalla. Qui lo spettacolo del Lussari

Tocca a voi

Noi vi abbiamo dunque proposto i nostri candidati. Ognuno di noi doveva dare tre preferenze. Sono emersi anche i nomi di Vingegaard (in ballo fino all’ultimo), Roglic, Ganna, De Lie, Mohoric… e persino quello di un “debuttante” quale Marco Frigo. E non sono mancate la tenacia di Silvia Persico o la classe di Marlene Reusser. Giusto per citarne alcuni. 

Un po’ come al Festival di Sanremo siamo stati la “giuria tecnica”, diciamo così, ora c’è il “televoto”! Da VdP a Vollering, la palla passa a voi…

Sulle pagine social, troverete le indicazioni per scegliere il vostro favorito tra questi sei nomi. Una sola preferenza per assegnare il “nostro” campione e la “nostra” campionessa dell’anno.

Silvia Persico: argento tra la polvere e l’emozione

07.10.2023
5 min
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PIEVE DI SOLIGO – «Si sente la gara», ha esordito così il commissario tecnico della nazionale azzurra di ciclocross e gravel Daniele Pontoni, come se dentro di sé sentisse che sarebbe stato un grande mondiale.

Al Lago Le Bandie la giornata inizia molto presto: l’erba è ancora bagnata dalla rugiada della notte e fa fresco, ma nulla importa. Oggi si corre la gara dell’anno, il mondiale gravel: a prepararsi non sono solo le donne élite ma anche tutti i partenti delle altre categorie in programma in giornata tra master uomini e donne. C’è chi fa stretching, chi preferisce i rulli e chi la totale tranquillità.

Un argento che per la Persico è il modo migliore per chiudere l’anno e avvicinarsi a quello olimpico
Un argento che per la Persico è il modo migliore per chiudere l’anno e avvicinarsi a quello olimpico

Mentre le atlete si incolonnano davanti ad uno spettacolo naturale, cala il silenzio, interrotto solo dal via ufficiale. All’improvviso il parco si riempie di colori e di urla d’incitamento: sarà la strada ad eleggere la più forte, colei che sarà la campionessa del mondo.

Gli spettatori si fanno curiosi, bramosi di sapere cosa sta succedendo in gara, come sono messe le nostre azzurre, quanto manca al finale. Un’attesa che pare infinita ingannata dagli arrivi che continuano a susseguirsi sulla linea del traguardo: ogni casco che si intravede in lontananza è un sussulto.

La Niewiadoma ha chiuso con 32″ su Persico e Vollering, 1’29” sulla Kastelijn, 1’33” sulla Wiebes
La Niewiadoma ha chiuso con 32″ su Persico e Vollering, 1’29” sulla Kastelijn, 1’33” sulla Wiebes

Vittoria polacca con Niewiadoma

Al mondiale di Pieve di Soligo fa caldo, pare una bellissima giornata d’estate e l’agitazione di certo non aiuta. Per l’Italia ci sono sei tecnici all’arrivo, che non devono attendere molto per festeggiare. La prima a tagliare il traguardo è la polacca Katarzyna Niewiadoma, ma appena 37” più indietro ci sono la nostra Silvia Persico e la neerlandese Demi Vollering.

La volata per l’argento la vince l’azzurra e la piazza esplode in applausi e urla di gioia. Dopo il traguardo Silvia si abbandona in un abbraccio con il CT Daniele Pontoni che con gli occhi lucidi non dice nulla: l’impresa fatta da Silvia parla da sé.

Come lei stessa ci ha raccontato, quella del 2023 è stata una stagione molto lunga, iniziata con il cross a gennaio e conclusa oggi con l’argento mondiale nel gravel, una specialità nuova per lei che approfondirà nei prossimi mesi, non prima di aver festeggiato s’intende. Mentre si dirige verso la sala stampa, con la mano fa il segno di una croce e ci fa capire quanto è stanca: «Credo sia stata una delle gare più dure della mia vita. Gli ultimi 10 chilometri sono stati terribili, sembravano non finire mai!».

Per Niewiadoma un oro che aggiusta una stagione con ben 26 Top 10 ma senza altri squilli
Per Niewiadoma un oro che aggiusta una stagione con ben 26 Top 10 ma senza altri squilli

Persico: «Esperienza da ripetere»

Che non si tratti di una gara semplice lo si intuisce guardando il percorso: quando il gruppo ha affrontato l’iconico muro di Ca’ del Poggio, all’arrivo mancavano ancora 62 chilometri, praticamente quasi metà gara e la parte più tosta è proprio il finale, sulle Colline patrimonio Unesco, con quattro strappi impegnativi (San Viglio, Le Serre, Le Tende, Collagù).

Silvia arriva stanca e accaldata, è richiesta da amici, parenti e giornalisti e attorniata dai fotografi, ma non perde mai il sorriso. Ci racconta che il debutto nel mondo del gravel le è piaciuto, si è divertita (e si vede!) e ha raggiunto l’obiettivo.

«Vincere sarebbe stato un sogno – ammette – ma nei miei piani c’era il podio e ce l’ho fatta. Mi sono divertita davvero molto, per migliorarmi dovrei creare un calendario più incentrato sulla disciplina. Non so ancora bene quali saranno i programmi per la prossima stagione, ma so che coltiverò sicuramente la gravel. Ora penso di meritarmi una pausa, al resto ci penserò dopo».

Per Realini un’ottima gara. Protagonista fin quasi alla fine ha chiuso nona a 6’03”
Per Realini un’ottima gara. Protagonista fin quasi alla fine ha chiuso nona a 6’03”

Azzurri, fatevi spingere dal tifo…

Prima di salutarci chiacchieriamo un po’, in vista anche della prova maschile: «Devono crederci fino alla fine – aggiunge Silvia – senza farsi intimorire dal percorso davvero duro. Correre sulle strade di casa con un tifo così speciale ti dà tanta carica, bisogna farsi forza così».

Il podio è un tripudio di colori e di emozioni e in prima fila, da tifoso più grande, c’è il CT Daniele Pontoni che sorride a Silvia con uno sguardo a dir poco orgoglioso: «Ha vinto la più forte, non c’è nient’altro da dire. Sulle salite finali la Niewiadoma ha iniziato ad allungare creando un buco dietro di sé che le è valso la vittoria: Silvia Persico intanto, forte della collaborazione di Demi Vollering, ha continuato la corsa con un passo regolare, preferendo giocarsela in volata».

Le olandesi hanno provato a fare gara dura, ma ai -25 Niewiadoma ha chiuso i conti
Le olandesi hanno provato a fare gara dura, ma ai -25 Niewiadoma ha chiuso i conti

All’arrivo lo speaker parlava di un rallentamento di Silvia, come se si stesse rialzando, versione smentita da Silvia stessa: «Dire che ho rischiato di staccarmi non è corretto, le ho lasciato al massimo cinque metri, ma sono sempre stata lì». E noi, davanti a tutta questa bellezza e a quella medaglia d’argento che ha grande valore, non possiamo che emozionarci sinceramente.