Enrico Franzoi in nazionale 2007

Franzoi spiegaci l’evoluzione delle bici da ciclocross

24.11.2020
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Per spiegarci come sono cambiate le biciclette da ciclocross abbiamo sentito Enrico Franzoi, uno degli migliori atleti che il nostro Paese abbia mai avuto in questa disciplina. Ricordiamo che è stato campione del mondo under 23 nel 2003 e medaglia di bronzo ai campionati del mondo elite nel 2007, più numerose altre vittorie fra cui quattro titoli di campione italiano.

Si parte dall’acciaio

Franzoi oggi ha 38 anni e lavora per Selle San Marco.
«Negli anni 90 c’erano ancora i telai in acciaio con le tubazioni sottili, i cavi erano tutti esterni – esordisce così Franzoi – le biciclette erano semplici. Qualcuno iniziava ad avere i cavi integrati, ma solo del freno posteriore. Le ruote erano a profilo basso con raggiature importanti. Le biciclette avevano un peso di 8-9 chilogrammi, quelle più leggere».

Enrico Franzoi con bici in alluminio, ruote in carbonio e freni countervail
Enrico Franzoi con bici in alluminio, ruote in carbonio e freni countervail

Tra la fine degli anni 90 e l’inizio dei 2000 arrivano alcune novità importanti «Anche nel ciclocross nei primi anni 2000 sono arrivate le ruote in carbonio con profilo da 40 millimetri e telai in alluminio con alcune parti in carbonio. Un bel passo avanti ci fu nei gruppi perché si passò dal 9 al 10 velocità».

Le gomme sono più strette

Franzoi si sofferma molto su un componente che è fondamentale nel ciclocross, vale a dire i pneumatici.

«Un bel cambiamento fu quello delle misure dei tubolari. Negli anni 90 montavamo gomme con larghezza fino a 38 millimetri, poi intervenne l’Uci che mise il limite massimo a 34 millimetri per arrivare ad oggi con il limite a 33 millimetri».

Certo che in un’epoca in cui si tende ad allargare le misure dei pneumatici il ciclocross è andato stringendoli. «Questa scelta dell’Uci fu fatta per contenere i costi – ci spiega Franzoi – nel senso che non potendo montare gomme troppo larghe non servivano più molti set di ruote diversi con diverse misure di gomme. In questo modo si è cercato di mettere un po’ tutti alla pari. Un altro motivo è che con pneumatici più stretti, è più difficile condurre la bici su certi terreni e quindi esce fuori chi è più bravo a guidare».

Il campione europeo Iserbyt: carbonio, dischi e cavi interni
Il campione europeo Eli Iserbyt con bici in carbonio, freni a disco e cavi interni

A questo punto a Franzoi viene in mente un particolare curioso «Pensa che negli anni 90 non c’era tanta scelta di tubolari, in pratica avevamo un tubolare che aveva un disegno del battistrada con tasselli bassi e un po’ larghi e lo usavamo quando era asciutto». E quando era bagnato? «Con il bagnato o con il fango usavamo un copertoncino che aveva un disegno del battistrada che teneva meglio».

Cerchi più larghi e i pedali…

Per capire come si è evoluta la parte inerente le gomme e i cerchi Franzoi ci ha raccontato che «I cerchi non erano larghi come quelli di oggi, il canale era largo 19 millimetri, con i tubolari da 38 millimetri faceva un effetto galleggiamento che sulla sabbia aiutava molto»

Anche a livello di pedali c’è stata una bella evoluzione «Erano già a sgancio rapido solo che oggi sono più leggeri e soprattutto scaricano bene il fango, mentre ai miei tempi ogni tanto non si riusciva più ad agganciarli»

I percorsi moderni sono più tecnici
A detta di Franzoi i percorsi moderni sono più tecnici

Due grandi innovazioni

Ma per Franzoi le due grosse innovazioni sono arrivate negli ultimi anni «Una grossa innovazione è stato il freno a disco. Tieni presente che il mondo del ciclocross non è stato veloce come la mountain bike ad aggiornarsi in questo senso, infatti fino al 2013 usavo i countervail e solo dal 2014 i dischi, e ti dico non tornerei più indietro. L’altra grossa innovazione per il ciclocross è l’introduzione dei gruppi elettronici, che permette di fare meno manutenzione rispetto a prima quando bisognava pulire tutti i cavi dal fango».

Monocorona non per tutti

Legandosi all’evoluzione dei gruppi Franzoi sottolinea un aspetto interessante «Ai miei tempi c’era chi usava la doppia corona anteriore con il 39-46, poi negli ultimi 10 anni si è passati al monocorona con una corona anteriore che cambia in base al percorso, ma tendenzialmente vedo che usano il 44 e il 46 e poi hanno diverse opzioni con il pacco pignoni. Quando c’era il 10 velocità io usavo un pacco pignoni 11-25, poi con 11 velocità sono passato ad un 11-28, oggi chi ha Sram può usare il pacco pignoni 10-32. Però sai che ci sono alcuni corridori di alto livello che usano ancora la doppia corona davanti? Ti faccio due nomi a caso: Van der Poel e Van Aert»

Van der Poel in azione con la doppia corona anteriore
Van der Poel in azione con la doppia corona anteriore

Percorsi più tecnici

Ma oltre alle biciclette sono cambiati anche i percorsi? Franzoi ci risponde così «A livello internazionale una volta erano più filanti si facevano velocità più alte, adesso sono più tecnici o meglio ci sono più curve e più rilanci. In Italia i percorsi sono sempre stati più tecnici e più tortuosi»

E il gravel?

Infine, un accenno al gravel per capire quali legami ci sono con il ciclocross «Dipende da che tipo di bici parliamo. Se parliamo di una gravel tradizionale allora ti dico che il legame c’è, ovviamente una gravel è più comoda, mentre una bici da ciclocross moderna in carbonio è più orientata alle corse. Mentre se parliamo di gravel dove ci sono anche degli ammortizzatori allora ci avviciniamo di più al mondo della mountain bike»

Chiara Teocchi

Teocchi, il cross e… Specialized

21.11.2020
3 min
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Parliamo con Chiara Teocchi quando sta per partire in direzione di Aprilia, per la 6ª tappa del Lazio Cross. La lombarda, uscita da un “annus horribilis”, finalmente ha un tono squillante. L’ex atleta del Team Santa Cruz, nonché ex campionessa europea di ciclocross ha subito due interventi al cuore. Questo problema cardiaco l’aveva anche allontanata dal sogno olimpico. Poi l’okay dopo la seconda operazione arrivato in piena estate. Qualche settimana di allenamento e il podio ai campionati italiani in Mtb. Ce n’è di che sorridere!

Teocchi Chiara
La 24 enne bergamasca in partenza ieri
Chiara Teocchi
La 24 enne bergamasca in partenza ieri

Ripartire dal cross

Dopo l’uscita dal tunnel è nata la “querelle” con la sua squadra.

«Terminata la stagione di cross country le strade tra me e il Team Santa Cruz si sono separate consensualmente in quanto avevamo progetti differenti. Io ci tenevo molto a fare il cross. Mi serviva anche per riprendere il ritmo e così mi sono rivolta a Specialized che ha sposato questo mio progetto. Il ponte per la casa americana? E’ stata Mara Fumagalli, mia amica (e biker), ma io già conoscevo Ermanno Leonardi (il grande capo di Specialized Italia, ndr). Adesso mi ritrovo un supporto tecnico totale: bici, scarpe, casco, gomme, ruote… davvero tutto. Finalmente potrò correre».

Il top da Specialized 

Per adesso la bici, Teocchi l’ha provata solo in allenamento, ma le sensazioni sono già più che positive.

«In Santa correvo con una Cervelo Aspero, che però non nasce propriamente per il cross, la nuova Specialized Crux Carbon invece sì. L’ho trovata super rigida, scattante e leggerissima. Ma davvero leggera, mi ha fatto impressione! Però attutisce bene le vibrazioni. Un’altra cosa che mi è piaciuta sono state le ruote, le Roval, che hanno un canale piuttosto largo, ideale per il fango. L’unica cosa del pacchetto che ancora non ho provato sono i tubolari. Con la questione del covid ci hanno messo un po’, ma presto arriveranno».

Chiara mostra i muscoli, è tornata a sorridere
Chiara mostra i muscoli, è tornata a sorridere

Fiducia ritrovata

«Siamo molto contenti di aver portato Chiara Teocchi nella sfera degli atleti Specialized – ha dichiarato Leonardi – lei contribuirà ad accrescere la nostra presenza sui campi di gara, ma non escludiamo in futuro eventuali altri possibili scenari».

Eh sì, perché Chiara sarà supportata dal brand californiano, ma correrà con i colori dell’Esercito, mentre è in fase di sviluppo la questione legata alla stagione in Mtb, dove ancora non ha un team. 

«Il mio sogno è quello di partecipare alle Olimpiadi e tutto è ancora aperto. Intanto riparto dal cross e riparto da qui, in Italia. Non sono voluta andare all’estero perché sarebbe stato un impegno troppo grande. Se vai in Belgio o da quelle parti, di questi tempi corri anche tre volte a settimana, ti alleni lì, finisce che sei fuori tre mesi. Io vengo comunque da due operazioni. E davanti c’è appunto la stagione della Mtb, non volevo esagerare. Qui ho sentito la fiducia e questa cosa mi mancava da un po’».

Francesca Baroni, campionato italiano open 2020, Schio

Francesca: poche parole, tanta sostanza

17.11.2020
5 min
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Francesca Baroni vive in Toscana ed è la campionessa italiana di ciclocross. Ha vinto tre tappe nel Giro d’Italia Ciclocross e ai campionati europei di s’Hertogenbosch corso fra le under 23 ha centrato il settimo posto. Migliore della azzurre. La sua storia in bicicletta ha un… colpevole, che si chiama Ivan Basso. Era il 2006, infatti, quando il varesino in maglia Csc conquistò quella rosa. E Francesca che lo aveva seguito come tanti in televisione, corse dai suoi genitori disegnando di slancio il suo futuro: voglio correre anche io in bicicletta. Come sia stato che da voler essere come Ivan Basso, Francesca sia una delle promesse più forti del ciclocross italiano è quello che cercheremo di scoprire assieme a lei. Dopo aver raccontato di Gaia Realini e Sara Casasola.

Francesca Baroni, campionato italiano juniores 2016, Monte Prat
Nel 2016 a Monte Prat, vince il primo dei due tricolori juniores
Francesca Baroni, campionato italiano juniores 2016, Monte Prat
Nel 2016 a Monte Prat, primo tricolore juniores
Il risultato degli europei ti ha sorpreso oppure sapevi di avere una grande condizione?

Va preso per quello che è stato. Non conoscevo la mia condizione rispetto alle straniere, visto che purtroppo quest’anno non ho ancora partecipato a competizioni internazionali. Sicuramente il livello delle olandesi è molto alto, superiore al nostro.

Come hai vissuto la stagione del Covid? Brutto restare tanto in casa?

Tranquillamente, d’altra parte in questo momento dobbiamo adeguarci, non ci sono alternative. Non ho problemi a restare in casa, mi trovo sempre qualcosa da fare.

Ricordi il giorno della prima uscita dopo il lockdown? Quali sensazioni ti ha dato?

Certo che lo ricordo, ho fatto una lunga uscita in bici, era la cosa che più mi mancava. Sono andata intorno al lago di Massaciuccoli, poi ho fatto il Balbano e la salita di Bargecchia-Corsanico. Un giro tutto nel mio comune di Massarosa. Ero da sola e l’emozione più grande è stata risentire di nuovo il vento in faccia.

Perché a un certo punto Francesca Baroni si dedica al ciclocross?

L’ho conosciuto a Lucca molti anni fa. Si correva una tappa del Giro d’Italia, ho provato e me ne sono subito “innamorata”.

Ci racconti perché Ivan Basso è stato per te un’ispirazione?

Grazie a lui ho conosciuto il mondo del ciclismo. E’ sempre stato disponibile con me e per questo lo ringrazierò a vita, anche se adesso purtroppo è un po’ che non ci vediamo o sentiamo.

Quanto tempo è passato dal vederlo correre ad avere la prima bici?

Il Giro d’Italia era di maggio e ho detto ai miei che volevo fare ciclismo anche io come lui. Inizialmente mi hanno detto che non era proprio uno sport tanto femminile. Ma alla fine, dopo due mesi, quindi a luglio, ero già in bici. E combinazione, il primo giorno di allenamento ho conosciuto di persona Ivan. Proprio la stessa sera i miei mi hanno portato all’hotel dove alloggiava per qualche giorno di vacanza, che emozione!!!

Che cosa rende la bicicletta un… luogo speciale?

La bici è diventata una parte di me, in questo momento non riesco ad immaginarmi senza di “lei”.

Che cosa rende il ciclismo uno sport speciale?

Credo che ogni sport sia speciale per chi lo pratica, a me ha insegnato disciplina e lealtà. Ma la cosa più importante penso sia restare sempre umili…

La strada è un ripiego per i mesi in cui non c’è il cross, oppure è ugualmente una passione?

Anche la strada è una grande passione. Per il momento non sono ancora riuscita ad ottenere le soddisfazioni che mi ha dato il cross, ma io ce la metterò sempre tutta. C’è tempo… almeno spero!

Nel 2021 sarai ancora con la Servetto?

No! Correrò per un altro Team Uci italiano, devono ancora uscire le presentazioni… Hanno creduto in me e cercherò di ripagarli con il massimo impegno come sempre faccio!

Quale allenamento proprio non ti va giù?

Tutti gli allenamenti vanno bene, cerco sempre di affrontarli al massimo delle mie capacità. Sicuramente alcuni sono più faticosi, ma penso al fatto che possono servire per farmi migliorare e così… avanti. Mai mollare fino alla fine!

C’è una strada da fare in bici che ti piace più di altre?

Per mia fortuna dove vivo, a Massarosa in provincia di Lucca, per uscire in bici ci sono molte strade belle, più o meno vicine. Il paesaggio è molto vario, ma alla fine mi trovo sempre sulle stesse, ormai ne conosco ogni buca…

Francesca Baroni, campionato europeo U23 2020, s'Hertogenbosch
Ai campionati europei 2020, per lei settimo posto e migliore delle nostre
Francesca Baroni, campionato europeo U23 2020, s'Hertogenbosch
Europei 2020, Francesca settima e miglior azzurra
Chi è per te Vito Di Tano? Conoscevi la sua storia sportiva?

Vito Di Tano è il mio diesse! Lo considero una persona molto importante, un riferimento, una certezza. Ho conosciuto la sua storia dal momento che ho iniziato a praticare il ciclocross e poi… per combinazione” sono riuscita a conoscerlo anche di persona. Che fortuna…

Qual è il consiglio più bello che ti ha dato?

Mi dice sempre di stare tranquilla, anche nei momenti più difficili. E io cerco sempre di seguire il suo consiglio anche se a volte non è proprio facile.

Abbiamo letto che parli senza problemi del non udire ed è un segno di grande maturità. A livello tecnico questo ti ha mai creato problemi, anche nello scegliere le traiettorie o nel percepire l’arrivo di un’avversaria alle spalle?

Corro in bici dall’età di 6 anni, per me ormai è tutto “normale”. Nel ciclocross ho bisogno del via manuale alla partenza e a volte questo mi crea qualche problemino, perché spesso non è simultaneo con il fischio del giudice. Ma è così e mi devo arrangiare in qualche modo… mi ci sono abituata! Piuttosto…

Cosa?

Purtoppo in questo momento Covid ho difficoltà con l’uso delle mascherine protettive, visto che uso la lettura labiale e a volte non proprio tutti lo comprendono.

Ti sei mai sentita discriminata in gruppo?

Fino ad adesso non ho mai avuto problemi, ho trovato quasi sempre colleghe disponibili.

I genitori Baroni vivono con apprensione il ciclismo oppure sono al tuo fianco?

I miei sono al mio fianco da sempre, dalle prime pedalate. Mi seguono sia alle gare che negli allenamenti, è molto importante per me averli sempre accanto. Vedo però che la cosa vale anche per molti miei colleghi. Anche i più importanti professionisti spesso hanno i genitori vicini, un motivo ci sarà…

Quale messaggio darebbe Francesca Baroni a una ragazzina di 13 anni che volesse avvicinarsi al ciclismo?

Le uniche cose che mi sento di poter consigliare sono di affrontare la bici con la massima serietà e dedizione. Le cose quando si fanno vanno fatte bene, altrimenti meglio lasciar perdere. Poi di cercare di restare sempre umili, c’è sempre da crescere e migliorare. Non si arriva mai… e come sempre io ripeto “mai mollare fino alla fine”. Questo è il mio motto!

Alessandro Guerciotti, Francesca Baroni, Paolo Guerciotti, Vito Di Tano

«Jacob è forte, ma deve essere più furbo»

17.11.2020
3 min
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Un gruppo di ragazzi con una maglia tricolore a fare da guida e un campione del mondo come insegnante: la Selle Italia Guerciotti Elite ha costruito intorno al suo leader Jakob Dorigoni e al suo prestigioso tecnico Vito Di Tano un gruppo vincente, ancorché ristretto.

«Preferiamo lavorare con 6, massimo 8 corridori, ognuno con il suo preparatore – spiega Di Tano – questo significa che alle gare si muove una carovana di almeno 20 persone. E’ un impegno oneroso, ma significa anche che ogni atleta è seguito al meglio, per questo non vogliamo allargare i numeri».

Vito Di Tano, Fabio Ursi, Scorzé 2005
Scorzé 2005, Vito Di Tano passa la bici di scorta a Fabio Ursi
Vito Di Tano, Fabio Ursi, Scorzé 2005
Scorzé 2005, passa la bici a Ursi
Rispetto ai suoi tempi, ci si allena di più?

Molto di più. Io dedicavo all’allenamento quel paio d’ore che il lavoro mi concedeva. Ora ogni ragazzo dedica gran parte della giornata alla preparazione, seguendo le tabelle previste, alternando bici a corsa a piedi e palestra. Perché il ciclocross è uno sport completo, che allena tutto il fisico. Nel gruppo Dorigoni è un po’ il riferimento di tutti. Con i suoi 23 anni è il più grande, ma in verità è ancora un ragazzino, che in gara deve tirare fuori un po’ di furbizia in più.

Tecnicamente Jakob che ciclocrossista è?

Un corridore completo, senza grandi picchi ma che non ha neanche talloni d’Achille, quindi può emergere su qualsiasi terreno e con qualsiasi condizione di tempo. Si difende sempre bene.

Jakob Dorigoni, Giro d'Italia Ciclocross 2020
Jakob Dorigoni in maglia di leader durante il Giro d’Italia Ciclocross
Jakob Dorigoni, Giro d'Italia Ciclocross 2020
Jakob Dorigoni al Giro d’Italia Ciclocross
Nel suo gruppo ci sono anche due ragazze, Baroni e Realini: è diverso allenare uomini e donne?

Sì, ma è anche una grande esperienza. Io posso dire che da Francesca Baroni ho imparato tantissimo (i due sono assieme a Paolo e Alessandro Guerciotti nella foto di apertura, ndr). La sua sordità l’ha portata ad avere una caparbietà e una capacità di reagire che per me sono un esempio, anche se ho oltre 30 anni più di lei. Con lei c’è Gaia Realini, che abbiamo preso quest’anno. E’ alla seconda stagione fra le under 23 e può crescere ancora tanto, ma senza fretta. Non amo quei tecnici che urlano continuamente ai propri ragazzi quando sono in gara. Non serve spronarli sempre, bastano le parole giuste, spesso anche uno sguardo per far loro capire.

E tornando alle differenze?

Il ciclocross è lo stesso, cambia però la potenza che le ragazze hanno a disposizione. E’ chiaro che su percorsi più mossi, con molti strappi hanno qualche difficoltà in più. Quel che unisce i ragazzi è la passione con cui vivono questo sport e lo si vede nelle giornate peggiori, con freddo e pioggia. Io stesso mi chiedo a volte chi glielo fa fare… Se devo dire, le ragazze hanno una maggiore determinazione, ma sono anche un po’… birichine. Bisogna sempre stare attenti a come prenderle.

Ai suoi tempi, pugliese trapiantato al Nord, era una mosca bianca: aumenteranno i ciclocrossisti provenienti dal Sud Italia?

Stanno già aumentando, anche nella mia Puglia dove siamo sempre stati all’avanguardia nell’organizzazione e nell’attività. Carrer è solo l’ultimo esempio. Il ciclocross ora è uno sport veramente nazionale e questo contribuirà al suo ulteriore rilancio.

Vito Di Tano 1979 (foto Carlo Carugo)

Vito Di Tano, maestro di cross

17.11.2020
2 min
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Il rilancio del ciclocross italiano sta passando attraverso l’insegnamento dei campioni italiani del passato, uno dei quali è Vito Di Tano (in apertura nella foto del 1979 di Carlo Carugo).

Il pugliese sta trasmettendo il suo grande sapere a un gruppo di giovani della Guerciotti Selle Italia. Non è un caso se tra questi ci siano il campione tricolore Jacob Dorigoni e le due prime donne della categoria under 23, Francesca Baroni e Gaia Realini. Di Tano d’altronde è un’istituzione del ciclocross italiano: nato a Monopoli nel settembre del 1954, da giovane si trasferì al Nord per motivi di lavoro, portando naturalmente con sé le sue bici.

«Avevo vinto un concorso alle Ferrovie – dice – ma il posto era in Lombardia. Al tempo correvo soprattutto su strada, ma con il lavoro non avevo più molto tempo per allenarmi. Così decisi di passare al ciclocross, d’altro canto in Puglia avevo vinto tutte le gare in questa disciplina e mai decisione fu più indovinata».

Due mondiali

Nel 1979 esordì ai mondiali di Saccolongo, vincendo fra i dilettanti. L’anno successivo vinse il primo dei suoi 6 titoli nazionali, mentre ai mondiali finiva quasi sempre fra i primi 10. Fino al 1986, quando a Lembeek (Belgio) centrò il bis iridato ancora fra i dilettanti.

Davide Martinelli, Vito Di Tano, Gioele Bertolini, Daniele Pontoni, Paolo Guerciotti, Jakob Dorigoni, Alessandro Guerciotti, GP Guerciotti 2019
Martinelli, Di Tano, Bertolini, Pontoni, Paolo Guerciotti, Dorigoni, Alessandro Guerciotti
Davide Martinelli, Vito Di Tano, Gioele Bertolini, Daniele Pontoni, Paolo Guerciotti, Jakob Dorigoni, Alessandro Guerciotti, GP Guerciotti 2019
Foto di gruppo, da Martinelli a Pontoni, Dorigoni e i Guerciotti nel 2019

«Ai miei tempi – dice – la Nazione di riferimento era la Svizzera, perché lì le gare richiamavano oltre 20 mila persone. Poi pian piano l’attenzione della gente si è spostata verso Belgio e Olanda, dove hanno capito quanto spettacolo possa regalare il ciclocross. Così ora le migliaia di spettatori le richiamano lì, mentre in Svizzera si dedicano più alla Mtb. Da noi il problema è sempre stato il fatto che gli sponsor non capiscono la visibilità che il ciclocross sa dare, se sufficientemente seguito dalla Tv. Le grandi manifestazioni dimostrano quanto sia visibile e divertente da vedere. Non è paragonabile alla visibilità su strada, dove la gran massa di corridori, squadre, eventi rende ogni immagine meno d’impatto».

Altri tempi

Da corridore ad organizzatore ed insegnante, Di Tano ormai è da 51 anni nell’ambiente.

«Il ciclocross ai miei tempi era un po’ diverso – sorride – le gare duravano anche un’ora e mezza. Si correva di più sulla resistenza. Ora lo sforzo dura una cinquantina di minuti, i corridori sono più esplosivi. Quel che non è cambiata è la grande utilità del ciclocross, che servirebbe tanto anche agli stradisti. Allora lo facevano tutti, ma proprio tutti. Ora non è possibile, perché la stagione su strada inizia troppo presto. Il fatto però che i 4 grandi (Alaphilippe, Sagan, Van Aert, Van Der Poel) vengano tutti dal fuoristrada non è un caso…».

Gaia Realini, Europei ciclocross, s'Hertogenbosch, 2020

Realini, una spina nel fianco delle grandi

10.11.2020
3 min
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Racconta Fausto Scotti che quando nella gara delle under 23 agli europei Gaia Realini è arrivata a ruota della campionessa del mondo, si è dovuto sbracciare per dirle di tirare il fiato. Poi a un certo punto, il cittì azzurro ha anche temuto di averla perduta, perché tanto era grande la francese Norbert Riberbolle, per quanto bene si nascondeva nella sua ombra la piccola abruzzese, col ghigno sul volto e nessuna voglia di mollare.

«Forse la maglia iridata l’ha un po’ intimidita – racconta il tecnico azzurro – anche se quando alla fine Gaia ha mollato gli ormeggi, le è pure finita davanti. Ed è arrivato un bel 10° posto».

Gaia viene da Colli di Pescara, vede davanti l’Adriatico e alle spalle le grandi montagne d’Abruzzo. In bici c’è salita per la prima volta a sette anni, incuriosita dallo sport di papà Giacinto, che usciva per passione. E siccome la grinta gliela leggi in faccia, tra provare e diventare un’atleta il passo è stato davvero breve.

«Ho cominciato nella squadra di Domenico Cerasi – racconta – facendo strada e mountain bike. Poi da esordiente ho provato il ciclocross e ho scoperto che mi piaceva più della Mtb, che ho mollato all’istante. Così ora mi divido fra strada d’estate e cross d’inverno».

Giro d'Italia Ciclocross, Gallipoli 2020, donne elite, Gaia Realini
Vincendo a Gallipoli ha fatto capire di avere un’ottima condizione
Giro d'Italia Ciclocross, Gallipoli 2020, donne elite, Gaia Realini
La vittoria di Gallipoli prima degli europei

Classe 2001 e la voce sicura, Gaia ha preso il diploma al liceo sportivo e ora pensa alla bicicletta, cercando di capire se potrà farne il suo futuro. Che agli europei fosse arrivata in buona forma si era visto a Gallipoli, quando ha piegato Baroni e Casasola che fino a quel momento le erano sempre arrivate davanti.

Pensavi a una stagione così?

Dopo il Covid, davvero no. La stagione è rallentata, ma io sto andando bene. C’è da capire come si proseguirà. Domenica prossima ci sarebbero state due gare, una in Veneto e l’altra a Bologna. La prima è saltata, la seconda forse no…

Come sei arrivata nel team Selle Italia-Guerciotti?

L’anno scorso cercavo squadra, perché andare avanti pagando tutte le spese non era proprio il massimo. E loro si sono mostrati interessati. Mi forniscono il materiale e mi permettono di stare e allenarmi a casa. Mi sento tutti i giorni con Vito Di Tano e così mi sono scavata la mia dimensione.

Pensi che il ciclismo possa essere l’obiettivo della vita?

Per ora sì, anche se vediamo bene tutti il grande divario fra uomini e donne. Mi piacerebbe entrare in un gruppo sportivo militare. Questo potrebbe essere un bel traguardo.

A proposito, quali sono i traguardi dei sogni?

Da crossista, mi piacerebbe vincere su al Nord, in Belgio o in Olanda. Quello è il tempio della specialità, ma devo dire che correre senza pubblico è stato davvero brutto. Altrimenti il campionato italiano.

Nella sabbia olandese quasi sparivi, quali percorsi preferisci?

Veloci, asciutti e duri. Nella corsa a piedi mi difendo, mi piace lavorarci.

Invece su strada?

Ugualmente duri, le salite. Quest’anno ho corso con la Vallerbike. Trovare una squadra per il 2021 è il prossimo obiettivo, perché con Guerciotti si corre solo nel cross.

Hai un atleta, uomo o donna, di riferimento?

Sicuramente la Alvarado. Perché è giovane, ma ha sempre lottato contro le grandi come la Vos. E poi aggiungerei anche Van der Poel, che ha carisma e diverte. Quando c’è lui in gara, ti accomodi e pensi: oggi sarà divertimento puro.

Come passi il tempo quando non ti alleni?

Sto con gli amici, guardo un film. Tutto sommato, mi piacciono le giornate tranquille a casa mia.

Giacomo Nizzolo, Davide Cassani, europei Plouay 2020

Cassani, il cross e un cambio di mentalità

10.11.2020
4 min
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Il ranking Uci aggiornato al 3 novembre, facciamo notare a Cassani, dietro gli sloveni Pogacar e Roglic, vede 4 corridori (Van Aert, Fuglsang, Van Der Poel, Alaphilippe) uniti da un comune denominatore. Hanno tutti un passato, che per alcuni è anche un presente, di campioni anche in altre specialità ciclistiche. Sono i leader di una nuova tipologia di ciclista, che non vede più la bici da strada come unico strumento per la propria attività e che ha nella multidisciplinarietà un caposaldo della propria evoluzione. Secondo Fausto Scotti qui da noi si tratta più di una chimera che di una prospettiva concreta. Ma è un concetto che nel ciclismo attuale è diventato fondamentale per capire la crescita di Paesi che non hanno una tradizione radicata come la nostra.

Il rilancio del ciclismo italiano deve passare obbligatoriamente attraverso questa nuova cultura e Davide Cassani, coordinatore delle attività nazionali oltre che cittì azzurro su strada (che nella foto di apertura è con Nizzolo fresco campione europeo), lo sa bene. Sin dall’inizio del suo mandato sta lavorando sulla base del movimento per rimodellarla su nuovi parametri.

«Il principio di base è che la bici è una – dice Cassani – ma può variare nel modello e nell’utilizzo. Per i bambini pedalare a lungo può essere noioso. L’attenzione ha un tempo limitato, hanno bisogno di cambiare spesso. Le caratteristiche specifiche emergeranno poi e chi continuerà potrà indirizzarsi verso la disciplina che più gli si adatta. E’ chiaro che poi bisogna scegliere, perché casi come Van der Poel o Van Aert sono più unici che rari. Ma sono molti i professionisti che d’estate fanno uscite in Mtb per cambiare e affinare la capacità di guida. Gli stessi Ganna e Viviani, attraverso la pista, sono cresciuti anche su strada.

Matteo Trentin, San Fior 2016
Trentin si è dedicato al cross, ma sempre meno con il passare degli anni (foto Billiani)
San Fior 2016, Trentin e il cross (foto Billiani)
Nazioni come la Francia hanno sempre basato lo sviluppo partendo dai bambini con le Bmx: sarebbe un primo passo attuabile anche in Italia?

Sarebbe sicuramente un grande passo avanti e si sta lavorando in tal senso. La Bmx si basa principalmente sul divertimento in spazi sicuri e ristretti. Il problema italiano è che mancano gli impianti, ma dall’inizio del mio incarico la situazione è migliorata, ora ne stanno costruendo due a Imola e Sant’Ermete, ultimamente ne ho visitato uno di 5.000 metri quadri, utilizzato anche per Mtb ed enduro, che ha richiamato oltre 80 bambini. E’ attraverso iniziative simili che si allarga la base di praticanti. Ne servirebbero sicuramente di più, ma è importante anche il lavoro dei volontari, tutto l’ambiente deve contribuire. E’ necessario però che siano i tecnici sul campo a mettere in pratica questo concetto, non indirizzando troppo presto i ragazzi verso la strada.

Elia Viviani 2019
La pista ha dato a Viviani armi infallibili su strada
Elia Viviani 2019
La pista ha dato tanto su strada a Viviani
Dall’ambiente del ciclocross arrivano spesso lamentele in questo senso e si citano esempi come Trentin e Aru…

Nel ciclocross, dopo l’uscita di scena di Pontoni e Bramati, abbiamo perso molti anni. Ora i numeri stanno crescendo, ma ci vorrà tempo per tornare a quei livelli. Intanto però ci sono molti giovani interessanti e alcuni di loro potrebbero trovare spazio anche su strada. Abbinare le due discipline ad alto livello è pressoché impossibile, la strada ormai va avanti da febbraio a ottobre, però il ciclocross può essere utile come forma di allenamento, permette di fare lavori diversi e molto utili. Lo stesso Alaphilippe non gareggia più sui prati da anni, ma non ha mai smesso di usare quella bici.

Quanto si dovrà attendere secondo Cassani per trovare un italiano capace di emergere su strada e in altre specialità?

Ci vorrà un intero quadriennio olimpico, poi qualcosa comincerà ad emergere. Ogni cosa ha i suoi tempi, molti giovani ad esempio passano al professionismo troppo presto, non avendo le basi per poi restare a quei livelli. Noi abbiamo perso un’intera generazione di scalatori perché per anni il calendario U23 prevedeva una sola corsa a tappe, il Giro della Val d’Aosta. Ora che da qualche anno è tornato il Giro d’Italia di categoria, cominciamo a vedere qualche nuovo talento, ma bisogna avere pazienza.

Lampi d’Italia nel dominio belga

08.11.2020
4 min
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Un europeo nato tra mille difficoltà, nell’olandese s’Hertogenbosch, senza pubblico, dopo l’ottimo avvio, ha offerto molti motivi d’interesse per l’Italia anche nella seconda giornata. Nella gara under 23 femminile le padrone di casa hanno rischiato la clamorosa beffa da parte dell’ungherese Kata Blanka Vas, battuta per soli 8” da Puck Pieterse replicando così l’argento di categoria già vinto ai mondiali di Mtb, bronzo all’altra olandese Manon Bakker a 10”.

Jakob Dorigoni, Campionati europei 2020
Jakob Dorigoni ottimo 13° posto alla prima gara di questo livello
Jakob Dorigoni, Campionati europei 2020
Jakob Dorigoni ottimo 13° posto

Ma qui va sottolineata la splendida prova di squadra delle azzurre, presenti in tre e tutte nella top 10, con Francesca Baroni settima a 52” allo sprint su Sara Casasola, decima Gaia Realini a 1’31”.

Legge fiamminga

Tra gli uomini elite dominio belga, come si prevedeva: gara vissuta sulla fuga a due di Eli Iserbyt e Michael Vanthourenhout che non erano i più accreditati in casa fiamminga. Alla fine l’ha spuntata il primo, appena 23 anni, con 16” di vantaggio sul compagno di team che ha contenuto il ritorno dell’olandese Lars Van Der Haar a 22”. In una prova con ben 7 belgi fra i primi 10, ottima la prestazione di Jakob Dorigoni, 13° a 2’05”, più giovane di tutti coloro che l’hanno preceduto.

Azzurre crescono

Una trasferta, quella dell’Italia, nel complesso positiva con 6 piazzamenti nei primi 10, ma è soprattutto sui più giovani che il cittì Fausto Scotti pone l’attenzione.

«Si sono difesi anche oltre le aspettative – dice – guardate la gara della Realini, partita per quart’ultima, oppure la Casasola, che per due giri è stata a livello delle migliori, poi chiaramente è emersa la maggior abitudine ai grandi eventi delle olandesi. Nel complesso però il bilancio è molto positivo».

Puck Pieterse, Campionati europei, s'Hertogenbosch, 2020
Puck Pieterse prima fra le donne U23
Puck Pieterse, Campionati europei, s'Hertogenbosch, 2020
Puck Pieterse prima fra le donne U23

Dorigoni c’è

Chi è stato particolarmente convincente è stato Dorigoni, alla sua prima uscita fra gli elite.

«Era partito pure troppo forte – sorride Scotti – intorno al settimo posto, in mezzo a quei marpioni belgi si è preso qualche botta. Poi ha continuato a spingere, è rimasto in gruppo con gente molto accreditata, alla fine il 13° posto vale moltissimo perché in Italia non ha l’abitudine a gareggiare a quei livelli. Davanti andavano davvero fortissimo, ma nel complesso tutte le gare di questo europeo sono state molto valide ed è stato un bene esserci. Agli organizzatori e alla Uec va fatto un plauso speciale, perché allestire un evento internazionale di questi tempi non è semplice, i rischi ci sono e sono molti».

Non solo strada 

Una due giorni dominata nel medagliere dall’Olanda, ma che fra gli elite vede ancora il predominio belga. Si potrà interrompere un giorno questo dominio di due sole Nazioni?

«Lì il ciclocross è sport nazionale – prosegue Scotti – per un ragazzo vale una carriera e tanti soldi, ci sono interessi che non possiamo solo sognare. Casi come Van Aert non sono la regola, non si cerca su strada il successo, il ciclocross è già ricco abbastanza».

Italia al palo

L’europeo di s’Hertogenosch ha però anche confermato come a emergere siano corridori che hanno dimestichezza con varie discipline, vedi i casi della Alvarado e della Vas, titolate anche nella Mtb, riportando così d’attualità il tema della multidisciplinarietà.

«Qui tocchiamo un tasto dolente – commenta Scotti – perché in Italia ci si riempie spesso la bocca di questa parola, ma la realtà è che appena un corridore va forte viene subito portato alla strada e lì resta. Gente come Trentin e Aru andava molto forte anche nel ciclocross, abbinare le due discipline avrebbe fatto loro bene, ma quando approdi alla strada esiste solo quella. Siamo in Italia…».

Ryan Kamp, Olanda, europei cross 2020

Kamp-Alvarado, olandesi piglia tutto

07.11.2020
3 min
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Olandesi padroni dopo la prima giornata degli europei di ciclocross, allestiti a s’Hertogenbosch con totale assenza di pubblico. Il sostegno mancato da parte dei connazionali non ha comunque inficiato la prestazione degli arancioni, che hanno dato spettacolo dominando le gare previste nella prima delle due giornate non senza offrire spunti di riflessione. 

Filippo Fontana, Olanda, europei cross 2020
Filippo Fontana nono al traguardo a 1’42”
Filippo Fontana, Olanda, europei cross 2020
Filippo Fontana nono a 1’42”

Kamp padrone

Nella gara maschile under 23 la superiorità degli olandesi è stata sbalorditiva. Già nella prima fuga di 6 corridori, i padroni di casa erano in 4 e fra loro viaggiava l’iridato di categoria Ryan Kamp. Il campione del mondo nei primi giri sembrava quasi un “pastore”, arrivando anche a spingere i compagni di squadra, richiamandoli a una maggiore attività per fare selezione. Dopo due giri però, visto che i suoi richiami erano disattesi, ha salutato rabbiosamente la compagnia per andare a conquistare un altro titolo. Ha resistito infatti al ritorno dei britannici, con Thomas Mein secondo a 12” davanti a Cameron Mason, autore di una grande rimonta dopo essere rimasto attardato in partenza per una caduta di gruppo.

Ceylin Del Carmen Alvarado, europei cross 2020
Ceylin Del Carmen Alvarado regina fra le donne
Ceylin Del Carmen Alvarado, europei cross 2020
Ceylin Del Carmen Alvarado 1ª donna

Azzurri così e così

Gli azzurri, anche loro bloccati dallo stop iniziale, hanno comunque offerto una buona prestazione corale, con Filippo Fontana 9° a 1’42” davanti a Federico Ceolin (a 1’56”) e a Davide Toneatti (a 2’01”). In un’ipotetica classifica a squadre, agli azzurri del cittì Scotti non sarebbe sfuggito il bronzo…

Alice Maria Arzuffi, europei cross 2020
Alice Maria Arzuffi alla fine 11ª
Alice Maria Arzuffi, europei cross 2020
Arzuffi 11ª al traguardo

Alvarado scatenata

Il dominio degli olandesi si è materializzato ancora di più nella prova elite femminile, con una lotta per il podio completamente appannaggio delle padrone di casa che si è giocata soprattutto nei tratti su sabbia, dove la scelta di tubolari mille punte ha permesso all’iridata Alvarado e alla Worst di fare la differenza, mentre la stradista Brand recuperava nei tratti pedalabili. La dimestichezza della Alvarado con i tratti più tecnici (è bronzo mondiale U23 nella Mtb) e nei passaggi podistici le ha permesso di fare la differenza nell’ultimo giro, beffando la Worst considerata più veloce in volata. Qui buona prova di Eva Lechner, per lei un confortante 6° posto a 1’18”, 11ª la Arzuffi a 2’03”. Domani toccherà alle donne U23 e agli Elite, dov’è attesa la riscossa belga.