Antonio Tiberi

L’ultimo a staccarsi. Tiberi e quelle ruote impossibili da tenere

13.02.2026
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Antonio Tiberi si sta rendendo autore di uno dei suoi migliori inizi di stagione. Il corridore della Bahrain-Victorious esce con un ottimo quarto posto dalla Volta a la Comunitat Valenciana, dove ha lottato a lungo spalla a spalla persino con un gigante come Remco Evenepoel.

Non solo: proprio relazionandolo a Evenepoel, ecco che Tiberi allunga la sua lista di “ultimi a staccarsi” dalle ruote di prestigio. Qualcosa di molto simile gli accadde al Giro d’Italia 2024 quando, verso Prati di Tivo, fu l’ultimo a cedere alla ruota di Tadej Pogacar.

E’ proprio lui che, con grande passione, ci racconta questi due eventi e le differenze nello stare a ruota dell’uno o dell’altro. Prima però partiamo brevemente dalla Valenciana e da cosa questa corsa ha lasciato a Tiberi in vista dell’imminente UAE Tour.

Tiberi
Fra i giganti. Antonio Tiberi (classe 2001) ha lottato alla pari con i grandi leader nell’ultima Valenciana
Tiberi
Fra i giganti. Antonio Tiberi (classe 2001) ha lottato alla pari con i grandi leader nell’ultima Valenciana
Antonio, cosa ti lascia questa Valenciana?

Sicuramente bei ricordi e belle sensazioni. Non ho mai avuto un inizio di stagione con sensazioni migliori di queste. Sono davvero contento di come mi sto sentendo.

Hai cambiato qualcosina nella preparazione?

La preparazione è un po’ cambiata perché ho cambiato preparatore. Anche sull’alimentazione sono stato più attento e puntiglioso. Ho fatto qualche esercizio in più a corpo libero, in palestra. In bici bene o male le cose sono sempre quelle, ma magari sono stato un po’ più continuo.

Cosa ti è sembrato di tutti quei campioni che c’erano in Spagna?

Ho avuto un buon confronto anche con Remco, che era veramente molto forte. Rispetto all’anno scorso sono riuscito a tenerlo un pochino di più. Tra tutti, sono quello che si è staccato più tardi dalla sua ruota. Tutto ciò mi ha dato buone risposte riguardo alla mia condizione e soprattutto un bel po’ di fiducia. Il lavoro fatto fino adesso è stato fatto bene. Sono dove volevo essere, esattamente in linea con il programma.

Antonio Tiberi
A Prati di Tivo, Giro 2024, Tiberi addirittura provò ad anticipare Pogacar
Antonio Tiberi
A Prati di Tivo, Giro 2024, Tiberi addirittura provò ad anticipare Pogacar
E veniamo al nocciolo della questione: tu stesso hai detto che sei stato l’ultimo a staccarti da Remco pochi giorni fa e fosti l’ultimo a mollare Pogacar a Prati di Tivo. Ripartiamo da qui: cosa significa stare alla sua ruota?

La prima cosa che si nota stando dietro Tadej è che quel ritmo che per noi altri è sostenibile per pochi minuti, lui lo tiene a lungo. Pogacar ha una facilità di pedalata e una resistenza impressionanti. Nel caso di Prati di Tivo era ancora più evidente perché era il finale e si andava fortissimo.

Si butta un occhio sul computerino in quei momenti?

No, non io almeno. Ma ricordo che guardavo spesso in basso e fui criticato perché dissero che stavo guardando il computerino. In realtà stavo guardando in basso, alla sua ruota. Stavo solo cercando di spingere, di non pensare ad altro, di raccogliermi sulla bici. Mi è tornato in mente quando ero piccolo e si diceva che Froome guardasse sempre il computerino. Quando spingi forte la testa va verso il basso. In quei frangenti non guardi i rapporti o i watt.

Ci sta, si resta concentrati a richiamare ogni stilla di energia…

L’unica cosa nella schermata automatica in salita è la distanza che manca alla fine. Forse quel giorno un mezzo sguardo l’ho dato a quel dato, per cercare un piccolo stimolo in più. In quei momenti spegni il cervello, ti rannicchi sulla bici, ti sposti sulla punta della sella e dai tutto.

Antonio Tiberi
Ecco il momento in cui pochi giorni fa Tiberi sta per staccarsi da Remco. Da qui inizia un’altra gestione dello sforzo
Antonio Tiberi
Ecco il momento in cui pochi giorni fa Tiberi sta per staccarsi da Remco. Da qui inizia un’altra gestione dello sforzo
Con Remco è stata un po’ diversa, non eravate all’arrivo: com’è andata con lui?

Sì, mancava ancora un po’ all’arrivo. Quel finale però lo conoscevo perché l’avevo provato in allenamento. Tornando al discorso della distanza allo scollinamento sul computerino, quel giorno l’ho guardata per cercare di regolarmi.

Quando si abbassa è davvero così piccolo come dicono?

Sì, soprattutto in pianura. Quando si abbassa quasi sparisce e anche tu dietro devi essere molto schiacciato, altrimenti prendi troppa aria.

A livello di pedalata c’è qualcosa che ti è rimasto impresso?

La cosa che più mi è rimasta impressa è che, dopo un po’ che eravamo rimasti soli, ogni 50-100 metri si voltava per vedere se fossi ancora a ruota e allora faceva una progressione di 5-6 secondi. Fino a quando non mi ha staccato ha fatto così.

Parliamo di rapporti: rispetto a Remco com’eri?

Più o meno eravamo sulla stessa cadenza. Avevamo un 38×30, era piuttosto ripida. C’erano tratti al 17 per cento ed entrambi cercavamo l’agilità.

Antonio Tiberi
Non solo a Prati di Tivo, anche nella tappa del Passo Brocon Tiberi fu tra gli ultimi a mollare Pogacar. La concentrazione è massima
Antonio Tiberi
Non solo a Prati di Tivo, anche nella tappa del Passo Brocon Tiberi fu tra gli ultimi a mollare Pogacar. La concentrazione è massima
Dopo che ti ha staccato come hai proseguito?

In quel caso ho cercato di tenere duro il più possibile, ma ho visto che c’era un buco su Almeida e gli altri. Dopo lo scollinamento si scendeva un po’ e poi c’era un altro strappo: a quel punto Remco aveva preso il largo, era 200-300 metri davanti. Almeida aveva recuperato parecchio, così siamo andati insieme e dopo lo strappo abbiamo collaborato.

Pogacar era al traguardo, ma con Remco mancava ancora un po’: come ti sei gestito con il fuorigiri?

Il fuori giri si fa e anche parecchio, però non vai a cercare l’ultima goccia nel serbatoio come se fosse l’arrivo, tanto da restare senza forze. Nel caso vissuto con Remco qualcosa lo lasci per i chilometri finali.

Hai riguardato i watt?

No, e sapete perché? Proprio quel giorno ho scelto di utilizzare un altro dispositivo Garmin per risparmiare qualcosa sul peso, ma devo aver avuto un problema di configurazione e alla fine non ha registrato nulla.

Alec Segaert approda alla Bahrain-Victorious e ritrova suo fratello Loic, uno dei diesse e coach della squadra (foto Charly Lopez)

Segaert ritrova il fratello alla Bahrain e punta su classiche e Giro

14.01.2026
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E’ diventato grande in fretta Alec Segaert, senza andare di fretta. Il fiammingo di Roeselare – che compirà 23 anni fra due giorni – è approdato alla Bahrain-Victorious proseguendo nel suo processo di crescita graduale.

In ogni stagione ha saputo aggiungere una tessera al suo mosaico di esperienza e capacità, creando una base solida per diventare un corridore affidabile fino a guadagnarsi una sfida stimolante fuori dal suo Paese. Dopo quattro anni nella Lotto, nella nuova squadra Alec si (ri)unirà col fratello Loic, diventato nel 2024 uno dei coach e diesse della Bahrain (i due sono insieme nella foto di apertura) arrivando anch’egli dalla formazione belga.

Abbiamo conosciuto quel ragazzetto a maggio 2021 quando vinse in solitaria la gara juniores a Stradella sul percorso del Giro dello stesso anno. E quest’anno ce lo ritroveremo da pro’ dopo averlo visto in maglia rosa al Giro NextGen. Ne abbiamo approfittato quindi, dopo i ritiri in Spagna, per sapere come Segaert ha impostato il suo avvicinamento alla stagione.

Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028
Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028
Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028
Alec Segaert è nato il 16 gennaio 2003 a Roeselare. Con la Bahrain ha firmato un contratto fino a fine 2028
In Bahrain ritroverai tuo fratello Loic, che è stato il tuo primo allenatore, e immaginiamo che tu sia felice di lavorare di nuovo con lui. Come pensi che sarà il vostro rapporto ora in una squadra WT rispetto al passato?

Di sicuro è molto bello essere ancora insieme a Loic nella mia nuova squadra. Anche prima siamo sempre stati in contatto, ma adesso sarà ancora meglio poter parlare di tutto con lui. Il nostro legame è molto solido, non cambierà nemmeno ora dove c’è un rapporto lavorativo più profondo. Anzi, credo che possiamo crescere insieme e crearci una carriera, io come corridore e lui come allenatore. In ogni caso vedremo come andrà.

Nel 2025 hai corso molto e ti è mancato solo il podio. Com’è stata la stagione nel complesso?

La scorsa annata non è stata male in generale. Ho sentito di aver fatto un grande salto in avanti. In effetti non sono riuscito a vincere e sarebbe stato bello farlo. Ci sono andato vicino più volte, come l’ultima gara disputata al Tour of Holland (terzo posto nella quinta ed ultima tappa, ndr).

Bilancio positivo quindi?

Assolutamente sì. Posso ritenermi soddisfatto di ciò che ho fatto nel 2025. Ho disputato tutte le grandi classiche del Nord e ho corso un Grande Giro (la Vuelta, ndr) che mi è servito per fare più esperienza. Spero che la vittoria arrivi presto quest’anno.

A crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in linea
A crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in linea
A crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in linea
A crono Segaert ha sempre mostrato grandi doti e punta a sfruttarle anche nelle altre gare in linea
Raccogliamo il tuo spunto. Nel 2025 hai corso la Vuelta, che è stato il tuo primo Grande Giro. Come valuteresti quell’esperienza?

Certamente mi tornerà utile quest’anno. E’ stata molto buona. Alla Vuelta sono andato proprio come volevo. In diverse tappe sono riuscito ad entrare nelle fughe, come mi ero prefissato all’inizio. Sono contento di aver fatto una buona cronometro individuale alla diciottesima tappa (ottavo posto a 15” dal vincitore Ganna, ndr). Significa che stavo bene.

Cosa ti ha insegnato?

Con la squadra siamo andati bene. Ho scoperto un po’ più di me stesso. Ad esempio, insieme a De Buyst ho cercato di fare un buon lead-out per Viviani alle sue ultime corse. E’ stato molto bello correre con compagni così esperti e vincenti come loro.

Sei forte a cronometro, ma hai dimostrato di avere le carte in regola per le classiche e le tappe collinari. Che tipo di corridore pensi di essere diventato e quanto ritieni di essere cresciuto?

Sicuramente le cronometro sono un buon termometro per vedere se sei in forma o meno. Quella di andare bene nelle prove contro il tempo credo che sia una qualità che posso sfruttare anche in altri tipi di gare.

Segaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo grande giro, andando in fuga e lavorando nel treno di Viviani
Segaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo Grande Giro, andando in fuga e lavorando nel treno di Viviani
Segaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo grande giro, andando in fuga e lavorando nel treno di Viviani
Segaert con la Lotto nel 2025 ha disputato la Vuelta, il suo primo Grande Giro, andando in fuga e lavorando nel treno di Viviani
Sai già come sarà distribuita la tua stagione?

Penso che sarà suddivisa in due o tre parti. La prima si concentrerà sulle classiche, mentre nella seconda ci saranno le gare a tappe dove troverò le crono. Alla Bahrain voglio crescere come supporto per i compagni che puntano alle generali. Questo è un aspetto in cui spero di poter fare la differenza per la squadra.

In quali ambiti pensi di essere migliorato finora, sia in sella alla bici che fuori?

Come dicevo prima, ho lavorato nei finali di tappa nel treno dei velocisti. Non posso considerarmi una “ultima ruota”, però sto imparando molto in questo frangente e vorrei continuare a farlo anche qua. Per il resto nelle classiche mi sono migliorato molto sia nella posizione in gruppo che nelle tecnica di guida

In quali ambiti vorresti migliorare?

Grazie alla crescita di cui parlavo prima, potrei fare dei finali di alcune gare in modo più intelligente. Penso che questa sia una delle mie qualità più importanti. Quindi questo aspetto lo voglio migliorare ancora di più, sperando magari di usarlo per vincere.

Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d'Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)
Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d’Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)
Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d'Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)
Nella prima parte del 2026 di Segaert ci sono le classiche e il Giro d’Italia dove vuole essere un supporto per i capitani (foto Charly Lopez)
Hai vinto diverse gare in Italia, un posto che ti ha sempre portato bene. Sarebbe bello vedere Alec Segaert al via del Giro…

Mi è sempre piaciuto correre in Italia e posso già dirvi che ci vedremo da voi a maggio. Non vedo l’ora di correrlo. Prima però ci saranno ancora tutte le classiche. Esordirò presto con corse in Spagna e Francia, ma per me la vera stagione inizierà con la Omloop Het Nieuwsblad, poi Fiandre e Roubaix. Ed infine mi preparerò a dovere per il Giro.

Quali sono gli obiettivi di Segaert per il 2026 con il Bahrain e con la nazionale?

La maggior parte dei miei obiettivi sono concentrati per la squadra. Fare bene alle classiche è il mio obiettivo più importante dell’anno. Poi ripeto: voglio aiutare i nostri leader delle generali al Giro o nelle gare a tappe di una settimana. Se tutto andrà bene, spero di essere convocato per europeo e mondiale col Belgio, ma c’è ancora tanto tempo per pensarci. Intanto cerchiamo di iniziare la stagione poi vedremo tutto.

Jakob Omrzel 2025

Quattro anni con Northwave: Longo Borghini e l’operazione Omrzel

30.11.2025
5 min
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Il giovanissimo Jakob Omrzel, classe 2006, quest’anno si è fatto notare da tutto il mondo, vincendo il Giro Next Gen e, forse cosa ancora più sorprendente, il campionato nazionale sloveno elite. Prestazioni che per la prossima stagione gli sono valse il grande salto, dalla development alla prima squadra della Bahrain Victorious.

In attesa di vederlo in azione nel WorldTour nel 2026, per scoprire qualcosa di più del nuovo campioncino sloveno, abbiamo contattato Paolo Longo Borghini, che lo segue da vicino in qualità di uomo Northwave. L’azienda veneta si è infatti legata ad Omrzel con un nuovo contratto che li legherà per i prossimi quattro anni.

Dopo dieci anni da professionista Paolo Longo Borghini si divide tra il ruolo di regolatore di corsa per Rcs e uomo marketing di Northwave
Dopo dieci anni da professionista Longo Borghini si divide tra il ruolo di regolatore di corsa per Rcs e uomo marketing di Northwave
Paolo, perché avete scelto di mettere sotto contratto Omrzel?

In realtà era già con noi da due anni. Lui è sotto contratto con i Carera e noi abbiamo un ottimo rapporto con loro, ce l’hanno proposto quando correva alla continental del Bahrain. Sappiamo che quella è un’età difficile per i ragazzi, per questo abbiamo sempre cercato di aiutare i giovani, già dai tempi di Ganna. Questa scommessa fatta tempo fa ci ha portato ad avere tra noi il vincitore del Giro Next Gen e dei campionati nazionali sloveni, quindi in questo caso è stata una scommessa ottima.

Quindi rinnovare il contratto è stato quasi automatico?

Sì, abbiamo deciso di rinnovare il contratto a lungo termine, diciamo per l’intera durata di quello che ha con il team. Un segnale del fatto che non vogliamo mettere assolutamente pressione ad un ragazzo così giovane, dargli fiducia nel futuro. Siamo sicuri che i numeri li ha, ma non vogliamo creare altra pressione in un mondo che ne ha già abbastanza. E’ anche la stessa l’idea che la squadra ha per lui.

Jakob Omrzel quest’anno ha trionfato al Giro Next Gen (foto La Presse)
Jakob Omrzel quest’anno ha trionfato al Giro Next Gen (foto La Presse)
Che tipo di corridore può diventare secondo te?

Quando sei giovane e sei così forte, vai bene un po’ dappertutto. Poi tra i professionisti dovrà trovare la sua dimensione, com’è normale. lo lo vedo molto bene per le corse a tappe, non a caso ha vinto il Giro Next Gen che è già una corsa di altissimo livello

Parliamo del materiale. Che scarpe utilizza Omrzel?

E’ un ragazzo che sa cosa vuole, fino dagli anni passati non ha mai avuto problemi né chiesto personalizzazioni particolari. Usa le scarpe standard, quelle che chiunque può trovare in negozio, anche se le sue come tutte quelle dei professionisti, le assembliamo noi in azienda. Il modello che usa è la Veloce Extreme, il nostro top di gamma da strada. La stessa che usano Ganna e i suoi compagni di squadra Caruso e Mohoric.

Il giovane sloveno ha nel palmares anche la Paris-Roubaix Juniores del 2024, segno della sua completezza (foto Christophe Dague/DirectVelo)
Il giovane sloveno ha nel palmares anche la Paris-Roubaix Juniores del 2024, segno della sua completezza (foto Christophe Dague/DirectVelo)
Invece umanamente com’è, tu che l’hai conosciuto?

Ti dà l’idea di essere un ragazzo molto riservato, quasi in soggezione di fronte ad uno staff tecnico come il nostro. Poi parlandoci invece è molto interessato e molto maturo. Come dicevo: si vede che sa quello che vuole. E’ molto pacato ma sotto ha una gran voglia di sapere, si interessa dei dettagli tecnici, vuole capire, non è che ogni cosa gli vada bene. Questo è utile anche a noi, sappiamo che ora dobbiamo essere al 110 per cento, dobbiamo sempre arrivare al top dal punto di vista tecnico.

Esservi legati ad uno dei più importanti prospetti del futuro sembra indicare che ci riuscite…

La nostra è un’azienda abbastanza piccola, non siamo dei giganti come altri nostri competitor, ma siamo molto contenti dei risultati che riusciamo a raggiungere. E’ frutto anche del rapporto familiare che instauriamo con gli atleti. Riusciamo a mettere a loro agio i ragazzi e questo è un aspetto molto importante.

C’è molta curiosità su cosa potrà fare Omrzel al suo primo anno tra i professionisti, ma l’importante è non eccedere con la pressione (foto abastianelph)
C’è molta curiosità su cosa potrà fare Omrzel al suo primo anno tra i professionisti, ma l’importante è non eccedere con la pressione (foto abastianelph)
Oltre alla Veloce Extreme Omrzel avrà in dotazione altri modelli? 

Il modello è quello, ma ci saranno delle grandi novità per il prossimo anno. Ci stiamo già lavorando con i ragazzi, per ora non posso dire di più. Se non che ci impegniamo per essere sempre all’avanguardia in un mondo che va velocissimo e che è sempre più spinto in ogni dettaglio.

Come azienda puntate a qualche risultato particolare per il 2026? Magari iniziando dalla Sanremo con Ganna…

Abbiamo con noi campioni che ci permettono di pensare in grande sia nelle classiche che nelle tappe dei grandi giri. Per esempio crediamo molto in De Lie che ha fatto un bel finale di stagione. E certamente anche in Filippo, non solo per la Sanremo, ricordiamoci che l’anno scorso per poco non vinceva la Tirreno-Adriatico. Ma anche Mohoric, che ha avuto un’annata non facile ma sappiamo di cosa è capace, certamente non vedrà l’ora di mettersi di nuovo in mostra. Come anche lo stesso Omrzel. Sempre senza mettergli nessuna pressione, naturalmente. Ma perché no, in una corsa minore potrebbe già iniziare a farsi vedere tra i grandi.

Lenny Martinez: fughe e progetto maglia a pois restano in piedi

09.07.2025
4 min
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«Lenny, ti abbiamo visto un po’ in difficoltà in questa prima parte di Tour, cosa è successo?». «Vero, non è stato un buon inizio, ma ieri sono tornato ad avere le sensazioni corrette». Queste parole Lenny Martinez ce le aveva dette esattamente 24 ore prima della sua fuga di ieri, quando si era prossimi alla partenza da Valenciennes.

E ieri quelle sensazioni buone le ha subito messe in mostra il corridore della Bahrain-Victorious. E’ stato lui il combattivo di giornata. E’ stato lui a ritrovarsi in fuga con passisti del calibro di Kasper Asgreen, ed è stato sempre lui l’ultimo a mollare, specie quando c’erano in ballo i punti di un Gpm di terza categoria.

Lenny Martinez arriva in mix zone accompagnato da Jeff Quenet, il responsabile delle conferenze stampa del Tour
Lenny Martinez arriva in mix zone accompagnato da Jeff Quenet, il responsabile delle conferenze stampa del Tour

In lotta col vento

Nella frazione di apertura, Martinez era sfilato sotto l’arrivo di Lille per ultimo. Il suo ritardo sfiorava i 10 minuti. Velocità folli, tanta pianura, ventagli, ma anche il nervosismo della prima tappa… troppo per uno scalatore puro e minuto come lui. E ci si era subito chiesti se l’operazione maglia a pois fosse ancora in piedi.

«Quella prima tappa – racconta Martinez – è stata davvero complicata per me. Non riuscivo a trovare la posizione in gruppo, non mi sono mai sentito a mio agio. In ogni punto ero bloccato, non c’erano spazi e si andava sempre a 60 all’ora. Non sono mai, mai stato davanti al gruppo e sappiamo che se sei dietro è peggio. Le giornate così, con il vento laterale e due volte a favore, sono le peggiori. Ma posso assicurarvi che il progetto maglia a pois va avanti».

«Se ho mangiato o integrato in qualche modo per recuperare? Nulla di particolare, assolutamente tutto nella norma. Ho solo cercato di dormire bene e di avere un buon risveglio. Il corpo è un po’ così: non sempre va tutto come si vuole».

E in effetti, mentre raccontava, Lenny era sereno, sorridente. Non dava l’aria di un corridore preoccupato, teso per la condizione che non c’è e un lungo Tour davanti a lui. Evidentemente sapeva cosa fosse successo e conosceva la sua condizione.

Quanta fatica all’arrivo della prima tappa per Lenny
Quanta fatica all’arrivo della prima tappa per Lenny

Crono a tutta: sì o no?

La maglia a pois come suo nonno Mariano, storia che tante volte abbiamo raccontato e che tanto affascina: sarà il fascino delle salite, sarà il romanticismo di questa “staffetta” quasi cinquantennale, tiene banco. I francesi ci tengono moltissimo e non c’è giorno che non gli chiedano qualcosa in merito. Ma Martinez ci ha tenuto a dire una cosa.

«Okay la maglia a pois – riprende Lenny – ma prima preferisco puntare a una tappa. Quello è il primo obiettivo. La gamba, dopo la prima frazione, ha iniziato a girare bene e spero continui così. In questo Tour ci sono diverse salite che mi piacciono particolarmente. Sicuramente il Mont Ventoux, penso. Mi piace anche La Plagne e poi il Mont-Dore (sul Massiccio Centrale, ndr): quell’arrivo è davvero bello».

Oggi c’è la cronometro e Lenny potrebbe anche decidere di recuperare un po’, tanto più dopo gli sforzi di oggi, ma non ci è sembrato molto convinto in merito.

«In questo Tour de France ci sono due crono. Una, quella di Peyragudes, è una cronoscalata e la farò a tutta. Mentre quella di Caen, vedrò. Se mi sentirò affaticato non credo la farò al massimo, però a prescindere credo che potrebbe essere giusto invece farla a blocco in ottica futura, pensando alla classifica generale. Fra qualche anno».

Grinta e concentrazione: da ieri per Martinez è iniziato un nuovo Tour (foto Instagram)
Grinta e concentrazione: da ieri per Martinez è iniziato un nuovo Tour (foto Instagram)

Generazione francese

Martinez dunque non molla. Ha già in mente le sue tappe e la maglia a pois. Ieri ha dato una risposta importante. Certo, fa e probabilmente farà sempre, una gran fatica contro i “bestioni” per la classifica generale, almeno con questa generazione. Ma in salita c’è.

Tenere su quelle cotes dopo essere stato in una fuga a quattro per tutto il giorno, con la UAE Emirates dietro che tira, non è stata cosa da poco. Ci farà divertire e tanto.

Per ora fa divertire i francesi, che senza più neanche Bardet si godono questa “nouvelle vague”, questa nuova ondata di ragazzi: Gregoire, Seixas, Vauquelin, Valentin Paret-Peintre e appunto Martinez.

«E’ stimolante fare parte di questa generazione – ha detto Lenny – spero che piaccia anche al pubblico».
E a proposito di Valentin Paret-Peintre, il Tour de France, fatte le visite di rito prima del via, ha dichiarato il portacolori della Soudal-Quick Step come il più leggero della Grande Boucle.
A questa dichiarazione Lenny ha un po’ storto la bocca.

«Non ne sono mica sicuro – quasi a voler rivendicare il primato, ovviamente scherzando – in gruppo quando lo incontro glielo chiedo. Io so che peso 54 chili».

In viaggio da Parigi a Roubaix: due debuttanti sul pavé

19.04.2025
6 min
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La prima Parigi-Roubaix è come il primo amore, non si scorda mai. L’emozione dell’esordio, la presentazione delle squadre il giorno prima, la ricognizione del percorso, i momenti concitati in gara e, ovviamente, i tratti di pavé. L’inferno del Nord è una corsa unica, come ognuna delle cinque Classiche Monumento, ed esordire non è affatto banale. Sia per i meriti sportivi che per il significato che questa corsa riesce ad avere nei cuori degli spettatori e dei ciclisti stessi. 

Tra i giovani italiani che hanno solcato per la prima volta le pietre della Parigi-Roubaix ci sono Daniel Skerl e Andrea Raccagni Noviero. I due sono arrivati nel velodromo tra gli ultimi, rispettivamente 114­° e 115° ma non per questo la loro cavalcata assume un valore differente. A qualche giorno di distanza andiamo da loro per farci raccontare questo incontro ravvicinato con l’Inferno

SKERL: «Tutto a posto. Poco alla volta io e la mia schiena abbiamo recuperato. Il giorno dopo mi faceva davvero male, anche le gambe ma a quello sono abituato (ride, ndr). Lunedì ho riposato, mentre martedì ho fatto un’uscita di un’oretta».

RACCAGNI: «Ho avuto per qualche giorno dolore al soprasella e alle gambe. Per il resto tutto bene. Mi sono preso un paio di giorni per recuperare, anche se ieri (mercoledì, ndr) sono salito in bici e avevo ancora un po’ di dolore».

Andrea Raccagni Noviero è arrivato sfinito a Roubaix, l’ultima ora e mezza è stata una sofferenza (foto Instagram)
Andrea Raccagni Noviero è arrivato sfinito a Roubaix, l’ultima ora e mezza è stata una sofferenza (foto Instagram)
Com’è andato l’esordio?

SKERL: «La mattina della gara avevo un po’ di ansia perché c’era l’incognita del meteo. Andando alla partenza avevo visto che alcuni tratti erano pieni di fango, non proprio il massimo. Con l’andare delle ore e delle gare che ci hanno preceduto (juniores e U23, ndr) la situazione è migliorata. 

RACCAGNI: «E’ la gara più dura a cui ho preso parte. Si tratta di uno sforzo diverso, non intenso ma a sfinimento. Poi è lunghissima, l’ultima ora e mezza ero devastato. Non so come ho fatto ad arrivare a Roubaix».

Che ruolo avevi in corsa?

SKERL: «Dovevo stare accanto a Fred Wright. All’inizio ho preso i tratti di pavé anche in posizioni decenti, poi mi sono staccato poco prima della Foresta di Arenberg. All’uscita di quel settore mi sono trovato da solo con Declercq, in quel momento ho capito che raggiungere il traguardo sarebbe stato difficile. Per fortuna da dietro è rientrata gente e insieme siamo andati all’arrivo

RACCAGNI: «Fino alla Foresta di Arenberg ero a supporto di Tim Merlier. Siamo entrati un po’ dietro e mi sono dovuto spostare sulla sinistra perché era pieno di corridori fermi a bordo strada. Nello spostarmi ho bucato e lì ho perso una marea di tempo. Sono uscito insieme ad altri quattro corridori, mancavano novanta chilometri all’arrivo e c’era sempre vento contro o laterale. A un certo punto ci ha raggiunto un gruppo grande, ma prendeva i settori a tutta e mi sono staccato. Ho fatto gli ultimi venticinque chilometri da solo. 

Uno dei pochi accorgimenti tecnici della Bahrain Victorious è stato montare copertoni da 35 millimetri
Uno dei pochi accorgimenti tecnici della Bahrain Victorious è stato montare copertoni da 35 millimetri
Emozioni particolari?

SKERL: «Quando ho saputo della convocazione, mi sono detto che sarebbe stata una gara come un’altra. Poi nella settimana prima mi è salita un po’ di tensione, inizi a pensare che sono 270 chilometri, che si corre a 47 di media, nella ricognizione vedi cosa vuol dire pedalare sul pavé. Poi il primo tratto di pietre lo prendi a 160 chilometri dall’arrivo, tra l’altro quei quattro settori all’inizio li ho fatti a ruota di Van Aert. Ammetto che mi ha dato un po’ di energia in più. La cosa impressionante è che mi staccava sui tratti d’asfalto, lima in maniera incredibile. In due pedalate risaliva cinque o sei posizioni. 

RACCAGNI: «In squadra si parlava da un po’ di farmi fare questa corsa. Le carte si erano un attimo rimescolate, poi il mercoledì prima del Fiandre mi hanno detto che sarei andato alla Roubaix. Così quella domenica mi sono fatto un bel lungo di 230 chilometri per prepararmi. L’emozione più grande, oltre ai settori di pavé, l’ho vissuta durante la presentazione delle squadre il giorno prima. Non avevo mai visto così tanta gente». 

Qual è il settore che più ti ha impressionato?

SKERL: «Il Carrefour de l’Arbre. Lì il pubblico è qualcosa di incredibile. A bordo strada era colmo di gente, tutti che urlano e ti incitano, anche a me che sono passato un quarto d’ora dopo i primi. Ero sfinito ma il calore del pubblico ti spinge avanti».

RACCAGNI: «La Foresta di Arenberg. Un po’ perché è la cosa che guardi in tv da bambino e poi perché quando esci realizzi che ti mancano ancora diciotto settori di pavé e sei disperso nelle retrovie che pedali a tutta. Quando ho bucato per fortuna non è andata giù subito la pressione ma è rimasta a un bar, un bar e mezzo. Nel momento in cui entri la corsa esplode, trovi corridori con le ruote distrutte e poi il pubblico batte le mani contro le barriere di plastica e fa un frastuono infernale».

Il sostegno del pubblico è per tutti…

SKERL: «Ti vedono un po’ come un eroe. Nonostante fossi tra gli ultimi il tifo era ugualmente caloroso. C’è una passione così grande per il ciclismo che ti senti parte di qualcosa di grande. Quando ero a ruota di Van Aert sentivi proprio l’amore del pubblico per un campione del suo calibro». 

RACCAGNI: «Tutti quelli che erano lungo la strada urlavano e ti sostenevano. Comunque tra Van der Poel e me saranno passati più di quindici minuti, avrebbero potuto guardare la corsa sul telefono o andare via. Invece erano lì, a bordo strada, ad aspettare gli ultimi e dare loro supporto».

Quando hai capito di aver compiuto la tua impresa personale?

SKERL: «Nel viale alberato di Roubaix. Mancava l’ultimo settore (200 metri proprio in quel viale, ndr) poi sono arrivato nel velodromo. Pensavo che quel giro e mezzo fosse più corto, devo ammetterlo. Con il suono della campana ho capito di aver terminato la mia prima Classica Monumento. Un giorno da non dimenticare, anche perché sono partito alle 11 del mattino da Compiègne e sono arrivato alle 17 a Roubaix». 

RACCAGNI: «Nel velodromo, lì ho pensato a tutta la fatica che ho fatto per finire la gara. Non so con quali forze sono andavo avanti. Ho anche pianto, più per la fatica fatta in bici, non sentivo più nulla. Un’altra cosa che mi ha impressionato è la dimensione del velodromo. E’ piccolo, sembra una pista che abbiamo anche noi vicino a Genova. Dalla tv sembra grande il doppio».

Il sostegno del pubblico è uguale dall’inizio alla fine, anche per l’ultimo del gruppo (foto Instagram)
Il sostegno del pubblico è uguale dall’inizio alla fine, anche per l’ultimo del gruppo (foto Instagram)
Scelte tecniche particolari?

SKERL: «L’unica novità sono stati i copertoni, abbiamo usato quelli da 35 millimetri. Quando sono salito in bici durante la ricognizione mi sembravano quasi ridicoli, invece mi hanno salvato perché sul pavé mi hanno dato una grandissima mano». 

RACCAGNI: «Nessuna. Avevamo gli stessi materiali che utilizziamo nelle altre corse. I copertoni erano da 32 millimetri gonfiati a 3,5 e 3,6 bar».

Ti sei concesso un premio per la tua prima Monumento? 

SKERL: «Nulla di particolare. La cosa che mi ha sorpreso sono stati i messaggi ricevuti a fine gara da amici e conoscenti. Questo è stato il mio regalo più grande, aver dato a tutti quelli che mi vogliono bene un motivo per essere orgogliosi di me mi ha reso felice». 

RACCAGNI: «Festeggiare nel nord delle Francia non è semplice. C’era la mia famiglia, è venuta anche la mia ragazza dalla Repubblica Ceca. La sera ci siamo presi una pizza e l’abbiamo mangiata in hotel. Comunque una cena premio me la sono meritata».

Primo soccorso e defibrillatore: la Bahrain apre la strada

06.01.2024
4 min
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Durante il training camp ad Altea la Bahrain-Victorious. non solo si è allenata, ma ne ha approfittato anche per fare una lezione particolarissima ai suoi atleti e non solo. Lo staff medico, guidato dal dottor Daniele Zaccaria ha organizzato un corso di primo soccorso per defibrillatore (BLS-D).

«Durante il corso – si legge nel comunicato della Bahrain-Victorious – i medici dell’équipe hanno fornito una lezione anche pratica sull’esecuzione della rianimazione cardiopolmonare (RCP) utilizzando il defibrillatore semiautomatico. L’obiettivo di questo corso era quello di fornire a tutti i membri del team le competenze necessarie per rispondere in caso di emergenza e assistere una vittima che subisce un arresto cardiaco improvviso o che affronta lesioni mortali».

Antonio Tiberi (classe 2001) è stato piacevolmente colpito dal corso BLS-D (foto @charlylopez)
Antonio Tiberi (classe 2001) è stato piacevolmente colpito dal corso BLS-D (foto @charlylopez)

Ragazzi catturati

Visto quanto accaduto in queste ultime stagioni al team di Milan Erzen, prima l’arresto cardiaco di Sonny Colbrelli e poi la caduta mortale di Gino Mader, la sensibilità verso certi aspetti è notevolmente aumentata all’interno della squadra. Anche se, ricordiamo, il caso di Mader non è direttamente collegato al tema dell’arresto cardiaco. Più generale però i problemi cardiaci dopo il Covid sono aumentati nel ciclismo.

«Direi che è stato molto interessante – confida Antonio Tiberi – è stato particolare il momento in cui è intervenuto anche il paramedico (Borja Saenz de Cos, ndr) che ha salvato Sonny Colbrelli dopo il suo incidente al Catalunya di due anni fa. Ci ha davvero catturato. Anche Sonny non è rimasto insensibile. E non solo lui…

«Ammetto che tante volte nei grandi meeting di squadra dopo 20′ iniziamo a dare uno sguardo ai telefonini, a parlottare, a svagarci un po’. Mentre questa volta nessuno ha estratto lo smartphone dalla tasca. Il tempo è volato».

Il terribile giorno dell’arresto cardiaco di Sonny Colbrelli (immagine da web)
Il terribile giorno dell’arresto cardiaco di Sonny Colbrelli (immagine da web)

Salvare una vita

La Bahrain-Victorious dunque sembra aver fatto centro. Ha arricchito i suoi ragazzi e ha dato loro una possibilità in più. In qualche modo il concetto di sicurezza è stato esteso.

«Noi – riprende Tiberi – stiamo spesso in giro, sia per il mondo che in bici, e certe situazioni come quella di Colbrelli possono capitare più frequentemente. In allenamento vediamo spesso certi simboli, quelli del defibrillatore e sin qui spesso mi ero chiesto: “Okay ma se dovesse succedere qualcosa, come si usa? Cosa ci devo fare?”. Appunto stando tanto in giro puoi dare una mano, puoi salvare una vita umana».

Il corso è stato strutturato in questo modo. Nei circa 60′ della sua durata, c’è stata prima una parte teorica e poi una pratica. Chiaramente quella che più ha catturato l’attenzione degli atleti è stata la parte pratica, anche perché sembra essere stata divertente.

«Dopo averci spiegato cos’è un defibrillatore – spiega Tiberi – è iniziata la parte più interessante, vale a dire il suo utilizzo e ancora di più la parte relativa al massaggio cardiaco. In pratica ci hanno dato dei manichini specifici, con dei sensori. Noi dovevamo arrivare ad una quota di efficienza del massaggio cardiaco pari al 100 per cento. Ognuno di noi ha eseguito questa simulazione di pronto intervento».

I ragazzi impegnati nella prova pratica di massaggio cardiaco (foto @charlylopez)
I ragazzi impegnati nella prova pratica di massaggio cardiaco. Qui, Mohoric (foto @charlylopez)

Gara a colpi di torace

I ragazzi dovevano attestarsi sui 120 colpi al minuto sul torace e una “profondità” di schiacciamento pari ad un terzo dello spessore del torace stesso. Serviva dunque una certa forza.

«Effettivamente serviva una certa forza. Questa azione durava un minuto e chi riusciva ad attestarsi al meglio sul ritmo dei 120 colpi al minuto e applicava la giusta pressione appunto si avvicinava di più al 100 per cento.

«Personalmente, oltre che utile – conclude Tiberi – l’ho trovato anche divertente. Io tra l’altro ho eseguito questo test per ultimo e tra di noi abbiamo fatto una gara a chi si avvicinava di più a questo 100 per cento. Ci sono riuscito! Ma devo dire che anche tutti gli altri sono rimasti su valori molto alti. Scherzi a parte l’idea di poter salvare un vita, non solo in un contesto ciclistico, mi è davvero piaciuta. Spero che questa iniziativa della Bahrain-Victorious possa essere ripresa anche da altri team».