Gianetti e la UAE: un mosaico costruito minuziosamente

13.06.2024
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La Svizzera è una cartolina, la bellezza ti viene in faccia quando meno te lo aspetti allo stesso modo in cui, non appena la pendenza delle salite si fa cattiva, i corridori si trovano senza gambe. Carì si trova sulle montagne del Ticino a 1.655 metri di quota, luogo incantato per escursioni e sport invernali. Ed è proprio in un punto più verde di altri che Adam Yates, dopo l’assaggio di ieri, decide di attaccare. E’ la quinta tappa del Tour de Suisse e ancora una volta il UAE Team Emirates ha preso in mano la corsa, risucchiando i fuggitivi.

«Oggi all’arrivo le primissime parole che mi ha detto Adam Yates – fa Gianetti al settimo cielo – sono state: “Mamma mia, che lavoro di squadra”. Lo ha detto un metro dopo l’arrivo e neanche ringraziando loro, ma dicendolo a me. La squadra ha fatto il lavoro e lui l’ha solo finalizzato. Questo è uno spirito bellissimo, che mi piace. Adam e Joao Almeida sono dei ragazzi straordinari. Non sono solo dei corridori veramente fenomenali, ma delle persone molto intelligenti con le quali è veramente bello lavorare».

Il Giro di Svizzera si corre in uno scenario da cartolina, ma a volte la fatica è meno poetica
Il Giro di Svizzera si corre in uno scenario da cartolina, ma a volte la fatica è meno poetica

Yates e dietro Almeida

Yates attacca come gli scalatori di una volta: lui l’alta frequenza di pedalata non sa cosa sia. Quando dà la prima bordata, il primo a tenerlo è Bernal. Poi il colombiano cede e si fa sotto Mas, finché entrambi vengono ripresi da Almeida. Procedono così, staccati di una manciata di secondi fino al traguardo. Primo Yates, secondo Almeida a 5″, terzo Bernal a 16″, quarto Riccitello a 18″, quinto Mas a 22″. Lo scenario dei due compagni di squadra quasi appaiati ricorda l’identico scenario alla Vuelta dello scorso anno.

«Sapevamo di voler fare un ritmo serrato – racconta il leader – l’intera squadra ha lavorato davvero duramente per tutto il giorno. All’inizio la Ineos ha provato a spronarci un po’ nelle prime due salite, quindi abbiamo dovuto riorganizzarci. Poi però i ragazzi sono stati super forti. Hanno controllato la fuga e poi abbiamo fatto un gran ritmo nel finale. Soprattutto con Joao (Almeida, ndr) salivamo davvero forte. E quando dalla macchina mi hanno detto che stava risalendo, mi sono voltato e quasi pensavo di vederlo passare. So che anche lui è in ottima forma, siamo venuti qui come leader alla pari. Quindi per la squadra è stata una giornata fantastica».

Un mosaico chiamato UAE Emirates

Domani intanto si vivrà uno scenario che ricorda quello del Giro nel giorno di Livigno, ma con il dovuto anticipo. La tappa regina non si potrà fare a causa della neve e in alternativa verrà proposta una… tappetta di 42,5 chilometri. Nonostante gli sforzi, si è deciso che anche il percorso alternativo previsto per la tappa regina attraverso i passi del San Gottardo e del Furka non è fattibile. Si partirà da Ulrichen con la salita finale di Blatten-Belalp che potrebbe riservare comunque degli attacchi. Gianetti da queste parti gioca in casa e ancora una volta, dopo le meraviglie del Giro, si trova ad abbracciare i corridori dopo una gigantesca prova di squadra.

«E’ una soddisfazione – dice – dopo anni di costruzione minuziosa. Pezzo dopo pezzo, come un mosaico, ogni piccola pietrina fa parte del disegno globale. Il personale, i direttori sportivi, i massaggiatori, i meccanici, i manager, il nutrizionista, i cuochi, i fisioterapisti, gli ingegneri, i nostri partner… tutti! Ciascuno mette veramente qualcosa per far sì che questo mosaico sia un bel disegno. E’ bello perché è frutto di tanta passione».

Dopo la vittoria al Giro, al Tour si andrà tutti per Pogacar: Gianetti, grande capo della UAE, non ha dubbi sulla lealtà del team
Dopo la vittoria al Giro, al Tour si andrà tutti per Pogacar: Gianetti, grande capo della UAE, non ha dubbi sulla lealtà del team

Il segreto dell’amicizia

Yates disposto a mettersi a disposizione di Almeida, poi tutti a disposizione di Pogacar al Tour. Come si costruisce una simile intesa? Bastano gli ingaggi alti per spegnere le velleità di corridori nati per essere campioni? Gianetti ascolta. E’ stato corridore. Sa com’è quando dentro hai il fuoco della vittoria.

«Questa è la cosa della quale sono più orgoglioso – dice il Team Principal e CEO del UAE Team Emirates – perché abbiamo creato la squadra partendo dai giovani. Forse uno dei pochi innesti per cui siamo andati sul mercato è proprio Adam Yates. Però Almeida, Ayuso, Hirschi, McNulty, Bjerg, Del Toro e lo stesso Pogacar sono corridori che abbiamo forgiato noi, anche nel senso dell’amicizia. Vogliamo da subito che ogni corridore abbia lo spazio per vincere, tutti i nostri giovani quest’anno ci sono già riusciti. Sei giovane, ma non devi solo lavorare e questo dà loro una carica incredibile. Avete visto con quale personalità hanno lavorato oggi Christen, Del Toro e lo stesso Mark Hirschi? Insistiamo quotidianamente su questo aspetto, per far sì che i ragazzi abbiano rispetto uno dell’altro. Affinché ciascuno in questa squadra abbia rispetto per gli altri. Dobbiamo stare assieme tutti i giorni dalla mattina alla sera, anche in camere doppie: bisogna andare d’accordo.

«Vogliamo che abbiano una mentalità molto aperta, propositiva. Non critica, ma propositiva perché vogliamo migliorare. Voglio che ognuno possa portare qualcosa di suo. Siamo la squadra migliore al mondo perché ci sono 140 persone, tra corridori e personale, che fanno il meglio per far crescere la squadra: se stessi e il gruppo. I corridori questa cosa la sentono, la percepiscono. E’ un circolo che abbiamo costruito in maniera veramente ricercata e dettagliata e io ne vado veramente molto orgoglioso».

Bernal è stato il primo a rispondere all’attacco di Yates, poi ha pagato con 16″ di ritardo
Bernal è stato il primo a rispondere all’attacco di Yates, poi ha pagato con 16″ di ritardo

Al Tour per Pogacar

Per questo stesso motivo andranno al Tour a lavorare per Pogacar: sette capitani al servizio del più capitano di tutti. Come si fa a essere certi che uno non parta con il pugnale nascosto sotto la maglia? Mauro sorride, la situazione è sotto controllo.

«Siamo chiari dall’inizio della stagione – sorride – anzi da prima che il corridore firmi il contratto. “Vuoi venire da noi? Bene, perché vuoi venire da noi? Cosa vuoi da noi come squadra? Noi da te vogliamo questo, ma tu perché vuoi venire da noi? Vogliamo capire se siamo la squadra giusta per quello che tu vuoi”. Quindi è importante chiarire questo aspetto prima di tutto. Poi inizia la stagione e a novembre Matxin fa un lavoro straordinario, corridore per corridore, su quali siano le loro ambizioni e cosa vogliano fare.

«Okay, è chiaro, al Tour c’è Tadej e si lavora per lui: questo è scontato, quindi tutti lo sanno. E sanno che se vogliono trovare un’occasione per vincere, dovranno concentrarsi e identificare il momento in cui loro stessi avranno la squadra a disposizione. E’ frutto di una programmazione molto oculata e discussa in maniera esaustiva. Da domani Yates e Almeida faranno corsa parallela perché ovviamente non corriamo da soli. Ci sono molti avversari che proveranno ad attaccare, che proveranno a fare la corsa dura, difficile, complicata. Quindi ovviamente bisognerà correre bene, sfruttare questa situazione che ci vede al comando della classifica. E se alla fine uno dei due starà meglio dell’altro, la situazione sarà accettata in modo molto sereno».

Primi passi di SafeR: cartellini gialli e radio nel mirino

13.06.2024
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Dopo un meeting che si è tenuto ad Aigle dal 10 al 12 giugno, in Svizzera, il Comitato Direttivo dell’UCI ha preso diverse decisioni per rafforzare la sicurezza dei corridori nelle corse su strada (in apertura la foto UCI del gruppo riunito, con il presidente Lappartient al centro). Esse si fondano sulle raccomandazioni elaborate all’interno di SafeR, la nuova struttura dedicata alla sicurezza, composta da rappresentanti di tutte le componenti del ciclismo professionistico.

Le principali misure adottate sono: l’introduzione del sistema del cartellino giallo, la possibile restrizione dell’uso degli auricolari nelle gare, la modifica della cosiddetta regola dei “3 chilometri”, la semplificazione del metodo di calcolo dei distacchi nelle tappe con arrivo in volata di gruppo.

    L’aumento delle cadute in tratti senza protezioni ha dettato la necessità di intervenire
    L’aumento delle cadute in tratti senza protezioni ha dettato la necessità di intervenire

    Tour 2023: nasce SafeR

    Facciamo un passo indietro, alla partenza del Tour 2023 a Bilbao, quando vede la luce SafeR (SafeRoadcycling). Creata con il contributo di UCI, organizzatori, associazione dei gruppi sportivi maschili e femminili e associazioni dei corridori di ambo i sessi, SafeR serve per migliorare la sicurezza delle competizioni maschili e femminili del calendario internazionale dell’UCI.

    Visto l’aumento degli incidenti, si è convenuto sulla necessità di un approccio più strutturato e sistematico per garantire la sicurezza. La collaborazione è stata ritenuta essenziale per raggiungere questo obiettivo e consentire a tutte le parti di contribuire al miglioramento della situazione. Poco importa che esistessero già una Commissione strada in ogni Federazione nazionale e che ogni percorso debba essere verificato dall’UCI prima di ricevere l’approvazione. Dato che (evidentemente) chi già c’era lavorava male o non lavorava affatto, anziché sostituirlo, si è deciso di sovrapporgli un’altra struttura che chiaramente ha dei costi.

    Delfinato, tappa neutralizzata per una caduta di gruppo su strada bagnata
    Delfinato, tappa neutralizzata per una caduta di gruppo su strada bagnata

    Nasce il SafeR Analyst

    Parallelamente alle misure sopra citate, nasce la figura dei SafeR Safety Analyst. Saranno nominati da ciascuna delle parti interessate e dovranno rivedere le misure di sicurezza messe in atto dagli organizzatori, in particolare per quanto riguarda le sezioni problematiche dei percorsi di gara. Questo comprenderà raccomandazioni sui tracciati e gli interventi necessari, nonché la formazione sulle migliori pratiche da adottare. Inoltre gli analisti esamineranno le abitudini e le politiche all’interno dei team, per garantire che gli stessi si assumano la responsabilità della sicurezza dei propri atleti, sia in gara che in allenamento.

    Gli analisti inoltre accederanno al database degli incidenti di gara dell’UCI, per garantire una raccolta dei fattori che contribuiscono agli incidenti e agli incidenti di gara. Questo li porterà a proporre misure correttive basate su fatti e dati oggettivi.

    Questo il casco Giro della Visma, approvato dall’UCI e poi messo sotto osservazione: SafeR si occuperà anche di materiali
    Questo il casco Giro della Visma, approvato dall’UCI e poi messo sotto osservazione: SafeR si occuperà anche di materiali

    Valutazione dei materiali

    Altro caso di apparente sovrapposizione: SafeR lavorerà con partner riconosciuti per la loro competenza scientifica per effettuare studi su vari pezzi di attrezzatura. Questo ruolo, come già spiegato in un precedente articolo, viene già svolto dalla WFSGI, l’organizzazione mondiale che si occupa dei rapporti tra UCI e aziende in tema di nuovi materiali, ma evidentemente l’interazione è ritenuta insufficiente. SafeR lavorerà per definire quali misure potrebbero essere utili sul fronte dei materiali per ridurre il rischio di incidenti e cadute.

    I risultati di questi studi potrebbero portare a nuove normative e alla revisione delle specifiche delle attrezzature usate in competizione o all’introduzione di specifiche per altre attualmente non regolamentate. E al rafforzamento delle procedure di autorizzazione (a pagamento) prima dell’approvazione dell’utilizzo in competizione.

    La caduta provocata da Maciejuk al Fiandre del 2023 fece invocare l’adozione dei cartellini gialli
    La caduta provocata da Maciejuk al Fiandre del 2023 fece invocare l’adozione dei cartellini gialli

    Il sistema dei cartellini gialli

    Dal primo agosto e fino al 31 dicembre sarà introdotto un sistema di “cartellini gialli” nelle gare professionistiche maschili e femminili. Essi rappresenteranno una sanzione, ma non esisteranno fisicamente: saranno elencati nel comunicato ufficiale pubblicato dopo l’arrivo.

    L’idea è che generino un effetto dissuasivo nei confronti di chiunque faccia parte del convoglio di gara (corridori, direttori sportivi, medici, altri conduttori e motociclisti) e che tenga comportamenti che mettono a repentaglio la sicurezza della manifestazione. Inoltre, il sistema mirerà a responsabilizzare le persone del seguito. Verrà infatti introdotto il monitoraggio dei comportamenti scorretti nel tempo, incoraggiando di conseguenza comportamenti rispettosi.

    La casistica dei comportamenti pericolosi è già compresa nell’articolo 2.12.007 del Regolamento UCI (da pagina 104). In futuro sarà possibile imporre il cartellino giallo sia in aggiunta alle altre sanzioni sia come sanzione autonoma. E’ già prevista anche la possibilità di squalificare un corridore: essa rimarrà anche quando entrerà in vigore la nuova normativa.

    Hansen, presidente del CPA (qui nella neve di Livigno con Salvato), ha espresso soddisfazione
    Hansen, presidente del CPA (qui nella neve di Livigno con Salvato), ha espresso soddisfazione

    In vigore dal 1° gennaio

    Durante il periodo riservato al test, i cartellini gialli non determineranno alcuna sanzione, anche se la loro… distribuzione evidenzierà ugualmente le abitudini dei soggetti che li avranno ricevuti. Per tutto il 2024 continueranno ad essere applicate le sanzioni già esistenti, fra cui multe, sottrazioni di punti UCI, retrocessioni e squalifiche. Alla fine della stagione 2024, SafeR effettuerà una valutazione completa del sistema del cartellino giallo prima di presentarlo al Consiglio del ciclismo professionistico e poi al Comitato di gestione dell’UCI.

    Dal primo gennaio, il sistema sarà esteso agli eventi UCI ProSeries, alle Olimpiadi, ai campionati del mondo UCI e ai campionati continentali. L’UCI manterrà una banca dati dei cartellini gialli emessi: il loro accumulo in un periodo definito comporterà le sanzioni indicate nella tabella che segue.

    Ecco la tabella delle infrazioni e delle pene che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2025
    Ecco la tabella delle infrazioni e delle pene che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2025

    Auricolari in gara

    Si parla di sicurezza anche nella decisione presa riguardo l’uso degli auricolari in gara, dato che a detta di molti alcune cadute sono causate dall’impossibilità di concentrarsi a causa delle continue comunicazioni.

    L’UCI ha deciso di testare gli effetti di una restrizione del loro uso in alcune gare di un giorno e a tappe ancora da definire. Oltre a essere causa di distrazione, SafeR si è soffermata sul rischio costituito dall’oggetto collocato sulla schiena in caso di caduta e sulle conseguenze delle continue chiamate di tutte le squadre affinché i loro uomini si spingano in testa alla corsa. 

    I report delle parti coinvolte verranno raccolti e analizzati per studiare gli effetti di questa limitazione, valutando anche misure intermedie, come ad esempio la limitazione nel loro uso a due corridori per squadra o la collocazione della radio stessa al di sotto della sella (dove già viene collocato il transponder).

    Nelle volate stesso tempo per tutti se il distacco dal corridore che precede è inferiore ai 3 secondi
    Nelle volate stesso tempo per tutti se il distacco dal corridore che precede è inferiore ai 3 secondi

    Volate e distacchi

    Tra le nuove misure di sicurezza ci sono infine quella legata alla cosiddetta regola dei “3 chilometri” in caso di arrivo di gruppo e al calcolo dei distacchi negli arrivi di gruppo compatto.

    La regola dei tre chilometri fu introdotta nel 2005 e sembrò una salvezza rispetto a quando la neutralizzazione dei finali avveniva solo nell’ultimo chilometro. Essa prevede che in caso di caduta, problema meccanico o foratura negli ultimi tre chilometri, il corridore venga classificato con il tempo del gruppo nel quale si trovava al momento dell’incidente. La novità prevede che in caso di necessità dovuta a particolari condizioni ambientali, concordando la variazione prima dell’inizio della gara, si possa portare questa distanza fino a 5 chilometri. In teoria questo ridurrà la pressione sui corridori nelle fasi che precedono lo sprint.

    Per lo stesso motivo potrebbe cambiare il metodo di calcolo dei distacchi negli arrivi di gruppo. La regola attuale, varata nel 2018, prevede che i corridori vengano tutti classificati con lo stesso tempo, a meno che fra due atleti non ci sia un distacco superiore a un secondo. In tal caso, i corridori alle spalle del secondo corridore saranno classificati con quel ritardo. Per casi eccezionali e su richiesta dell’organizzatore, era tuttavia possibile aumentare quel gap a 3 secondi. SafeR ha chiesto di aumentare tale distacco (3 secondi) per tutti gli arrivi di gruppo. In questo modo durante la stessa volata, i corridori ad essa estranei non saranno costretti a restare incollati alla ruota che li precede, riducendo i fattori di rischio.

    Kajamini lancia la sfida a Widar: domani si sale di nuovo

    13.06.2024
    5 min
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    Il giorno dopo la scivolata che ha coinvolto i ragazzi della MBH Bank-Colpack-Ballan e due dopo il primo arrivo in salita di Pian della Mussa, domani la strada tornerà a salire. La continental bergamasca si trova con entrambi i suoi capitani ancora in classifica, Kajamini settimo a 1’07” (foto NB Srl in apertura) e Novak due secondi più indietro. Dopo la scalata in terra piemontese il gruppo è arrivato in Lombardia, da dove partirà la tappa regina di questo Giro Next Gen: la Borgo Virgilio-Fosse. 

    Il primo arrivo in salita del Giro Next Gen è andato a Jarno Widar (foto LaPresse)
    Il primo arrivo in salita del Giro Next Gen è andato a Jarno Widar (foto LaPresse)

    Contenere i danni

    Florian Kajamini è anche il miglior italiano in classifica, gli azzurri più vicini sono Pinarello e Scalco, il duo della Vf Group Bardiani è lontano più di un minuto. Il corridore della MBH Bank-Colpack fa il punto a metà Giro, prima di tornare a dare battaglia sulle rampe di Fosse. 

    «Nella tappa di Pian della Mussa – racconta lucidamente Kajamini – il belga della Lotto Dstny Devo, Jarno Widar, aveva un diavolo per capello. Ha piazzato diversi scatti prima di portare via un terzetto e poi vincere in solitaria. Novak ed io siamo stati bravi a resistere e limitare i danni, accumulando solamente 27 secondi. Personalmente non mi sentivo molto bene, avevo un po’ le gambe ingolfate, colpa della quota probabilmente. Appena si superano i 1.500 metri soffro un po’ e a Pian della Mussa la parte più dura della salita era dai 1.600 metri in su».

    Kajamini e Novak hanno contenuto i danni, perdendo solo 27″ da Widar (foto NB Srl)
    Kajamini e Novak hanno contenuto i danni, perdendo solo 27″ da Widar (foto NB Srl)

    Non rispondere

    Jarno Widar ha conquistato la maglia rosa proprio sulle rampe di Pian della Mussa. Ha rifilato 21 secondi a Toussaint e Rondel, rispettivamente dei devo team della Intermarché e della Tudor. Il vantaggio in classifica è figlio anche della crono di Aosta, dove Widar è stato il migliore degli uomini di classifica. 

    «Widar stava davvero molto bene – continua Kajamini – era in giornata di grazia. Come si dice in questi casi “non sentiva la catena” quindi era importante non perdere troppo tempo. La salita non era delle più dure, lunga sì ma non impossibile. Nei 19 chilometri di ascesa c’erano tanti “risciacqui” che permettevano di respirare. La parte più impegnativa erano gli ultimi tre chilometri, tutti aspettavamo quel punto. Il ritmo è stato parecchio elevato fin da subito, tanto che la scalata finale l’abbiamo iniziata con un gruppo di una ventina di corridori. Come detto non stavo nemmeno troppo bene, forse anche per l’altura. Poi io sono uno che esce con il passare dei giorni, quindi guardo con fiducia a domani».

    La squadra è pronta

    I ragazzi della MBH Bank-Colpack stanno lavorando in maniera ottimale e sono in linea con il programma dettato dal diesse Gianluca Valoti

    «Per la squadra è importante che Novak ed io siamo riusciti a rimanere in classifica – spiega – stiamo andando bene. Tutti stanno andando forte: Nespoli, Ambrosini, Bagatin e Valent sono sempre accanto a noi. Il lavoro in altura sembra aver pagato, ora tocca a noi farci valere e vedere».

    «In classifica siamo tutti vicini, tra il secondo che è Rondel e Novak, ottavo, ballano solamente 30 secondi. Tutto è ancora da decidere e la tappa di domani prevede cinque salite vere con la scalata finale di Fosse che misura 9 chilometri con pendenza media dell’8,5 per cento. Li si potranno fare i primi danni e noi siamo in due, questo gioca a nostro favore».

    La maglia rosa rimane saldamente sulle spalle del giovane belga (foto LaPresse)
    La maglia rosa rimane saldamente sulle spalle del giovane belga (foto LaPresse)

    Tanto spavento per nulla

    Intanto nella tappa di ieri con arrivo a Borgomanero Kajamini e Novak sono rimasti coinvolti in una caduta ai meno 40 chilometri dal traguardo. In tanti sono finiti a terra ma per fortuna non ci sono stati danni. 

    «Ho giusto qualche escoriazione al ginocchio – dice Kajamini – ma sto bene. Nei chilometri finali c’è stata questa caduta di gruppo causata da due ragazzi che si sono toccati le ruote. Eravamo anche abbastanza davanti, intorno alla trentesima posizione. Alla fine non esistono tappe tranquille, quella di ieri era facile dal punto di vista altimetrico ma poi si è rivelata tanto nervosa. C’è stata anche una caduta nella volata finale. In giornate come queste è importante portare a casa la pelle, noi ci siamo presi un bello spavento. Anche oggi (frazione totalmente pianeggiante, ndr) toccherà tenere gli occhi aperti».

    «Le gambe – conclude – girano bene, queste tappe possono aiutarci a sbloccare un po’ il motore, ma la risposta vera arriverà domani. Intanto ci godiamo il passaggio da casa, visto che si parte da Bergamo (inizio previsto per le 13, ndr) vedremo di ben figurare».

    Sastre incorona Carlos Rodriguez. Al Tour per il podio?

    13.06.2024
    4 min
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    Alla fine, zitto zitto com’è nel suo stile, Carlos Rodriguez è arrivato quarto al Criterium du Dauphiné. Lo spagnolo è un regolarista, ma di una sostanza potremmo dire alla Indurain, tanto per restare nella penisola iberica e scomodare un gigante. Una sostanza e un rendimento che non hanno lasciato indifferente neanche Carlos Sastre, che un Tour lo ha vinto: quello del 2008.

    «Non ci sono molti corridori spagnoli di altissimo livello oggi – ha detto Sastre ad Europa Press – ma quelli che ci sono, sono davvero molto bravi. Penso a Carlos Rodriguez e a Juan Ayuso. Sono corridori combattivi, che entrano bene in gara e, nonostante siano giovani, hanno già esperienza. Non ho dubbi che lotteranno per darci di nuovo grandi gioie».

    Carlos Sastre (classe 1975) ha vinto il Tour 2008, oggi ha un grande negozio di bici ad Avila
    Carlos Sastre (classe 1975) ha vinto il Tour 2008, oggi ha un grande negozio di bici ad Avila

    Avanti così

    Dopo il suo ormai classico avvicinamento al Tour de France, il corridore della Ineos Grenadiers era andato al Delfinato con lo scopo di rifinire la preparazione. E forse ha reso anche meglio di quel che lui stesso si aspettava. Tanto che dopo la vittoria ottenuta nella tappa finale a Plateau des Glières (nella foto di apertura) è stato più loquace del solito.

    «E’ una vittoria che aiuta molto a rafforzare la mia fiducia – ha detto Rodriguez – nell’ultima tappa abbiamo fatto un buon lavoro di squadra, stavo molto bene. In generale concludo questa gara in buona forma e con grande ottimismo per il futuro. Il buon lavoro fatto nella salita finale ha detto di una Ineos che funziona alla perfezione, tutto è andato secondo i programmi. La preparazione è stata buona».

    Tra l’altro si parla non poco del grande feeling tra lui e Laurence De Plus, mentre Pidcock, altro capitano designato della Ineos Grenadiers al Tour, dal Giro di Svizzera non ha lanciato grandi segnali di amicizia. «Sono io quello che deciderà come voglio che sia il mio Tour», le sue parole.

    Per Carlos Rodriguez ancora qualcosa da mettere a punto a crono
    Per Carlos Rodriguez ancora qualcosa da mettere a punto a crono

    L’erede di Sastre

    Ma torniamo a Carlos Rodriguez. «Nel caso di Carlos – ha ripreso Sastre – l’anno scorso è stata un’esperienza unica per lui. Quest’anno arriva al Tour appunto con quell’esperienza che è stata estremamente importante, gli ha mostrato molte cose. Carlos è stato colui che è rimasto più vicino a Vingegaard e Pogacar e magari si è avvicinato ancora un po’».

    In qualche modo i due Carlos si somigliano: entrambi amano andare di passo, non sono esplosivi, vanno molto forte a crono. Forse Rodriguez è un po’ più scalatore di Sastre, ma oggi poi queste etichette – cronoman, scalatore – contano poco quando si parla di classifica nei grandi Giri. Bisogna andare forte su tutti i terreni.

    «Rodriguez è completo e come detto si è avvicinato a Vingegaard e Pogacar e per questo credo che in un modo o nell’altro potrà esserci», riferendosi presumiamo al podio. E ancora: «E’ emozionante vederlo in azione».

    Podio possibile?

    Davvero quindi Carlos Rodriguez può puntare al podio del Tour? Facciamo “due conti”. Da inizio anno ha mostrato grande solidità. La sua preparazione non ha avuto intoppi e tutto è filato secondo programma. E’ stato un crescendo rossiniano: trentunesimo al Gran Camino, ventottesimo alla Parigi-Nizza, secondo ai Paesi Baschi, primo al Romandia. E quarto al Delfinato.

    Di certo Carlos Rodriguez fa parte della schiera di atleti subito alle spalle dei due ultimi dominatori del Tour. Come si è visto anche al Delfinato la lotta con Roglic è stata quasi alla pari. Molto simili in salita: più esplosivo Roglic quando stava bene, ma più solido Carlos alla distanza.

    Lo spagnolo ha pagato qualcosa contro il tempo: ì deve crescere ancora un po’. Al Delfinato ha ceduto un minuto allo sloveno, ma solo nella crono aveva già perso 1’02”(abbuoni esclusi entrambe le parti).

    E a proposito di Roglic, chi era sul posto ha notato che la defaillance dello sloveno indirettamente abbia dato un grande impulso a Rodriguez, rimasto del tutto stupito dalla controprestazione della Bora-Hansgrohe. «Sono stati fortissimi per tutta la settimana non immaginavamo di batterli», ha detto Carlos ai suoi. Un tarlo di ottimismo che chi lo conosce, assicura, ha messo in cascina pensando al Tour.

    Corse, pericoli e motostaffette: la parola a Paolo Rosola

    13.06.2024
    5 min
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    In questi giorni Paolo Rosola, per certi versi un vero Fregoli del ciclismo per i tanti ruoli che ricopre e le tante capacità che ha, è impegnato al Giro Next Gen. E’ uno dei tanti che in sella alla motocicletta ha un compito fondamentale, dovendo garantire la sicurezza dei corridori e dell’evento nel suo insieme. Lo ha già fatto al Giro dei grandi, è presente in tutte le manifestazioni della Rcs e svolge questo ruolo da un paio d’anni, ma nelle ultime settimane sono emersi nella sua mente molti pensieri (in apertura foto GMM-Gruppo Motostaffette Martesana ASD).

    Rosola, un passato da campione degli sprint, ha anche suo figlio Kevin Pezzo Rosola in gara al Giro e questo non può non accendere una spia continua nella sua mente: «E’ cambiato tanto rispetto a quando correvo, soprattutto è cambiata la mia percezione. E’ come se fossi passato dall’altra parte della barricata e capisca che cosa significa davvero organizzare una corsa ciclistica, quanti rischi ci sono. Lo dico apertamente: senza il nostro servizio sarebbe un disastro. Le strade di una volta erano diverse, oggi con le rotonde messe per la circolazione dei motoveicoli e gli spartitraffico è tutto molto più pericoloso per un gruppo che arriva a tutta velocità».

    Il gruppo Delta Bikes al lavoro al Giro d’Italia con Rosola in primo piano
    Il gruppo Delta Bikes al lavoro al Giro d’Italia con Rosola in primo piano
    Come funziona il vostro lavoro?

    Noi iniziamo al mattino prestissimo, basti pensare che almeno tre ore prima siamo già alla partenza. Dobbiamo regolare il traffico, l’approdo dei camion, dei pullman, di tutti i mezzi al seguito nei parcheggi a loro riservati e dobbiamo farlo molto presto, per controllare che non ci siano mezzi d’intralcio che rallenterebbero tutta la macchina organizzativa. Svolto quel compito inizia il lavoro vero e proprio. Si va sul percorso per valutare la situazione e in questo ognuno ha compiti diversi. La staffetta iniziale che arriva con buon anticipo, ma poi ci sono le moto immediatamente precedenti la corsa e lì stai sempre con il cuore in gola. Basta un cane che attraversa la strada, una macchina che si butta incurante sul percorso. I rischi sono infiniti.

    Quanti siete a svolgere questo lavoro?

    Prendiamo proprio la corsa che si sta disputando: ci sono 35 persone, con 25 moto sparse sul tracciato. Un caso comune, ad esempio, è quando troviamo uno spartitraffico proprio in mezzo alla strada. Bisogna fermarsi e con le bandiere segnalare l’ostacolo. Appena tutti sono passati (e per tutti intendo anche le macchine al seguito, la carovana per intero) allora si risale in moto e bisogna risalire tutta la fila il più velocemente possibile ma chiaramente senza mettere in pericolo nessuno. Poi torni davanti e magari si ripete il tutto…

    Il lavoro della staffetta in moto non è solo precedere la corsa: inizia al mattino e si conclude di sera tardi
    Il lavoro della staffetta in moto non è solo precedere la corsa: inizia al mattino e si conclude di sera tardi
    Un compito faticoso…

    Altroché, ma fondamentale. E svolto, ci tengo a sottolinearlo, da gente esperta perché se non lo sei, non puoi farlo. Troppe le responsabilità. Qui tutti hanno almeno 10-15 anni d’esperienza, sono persone navigate che da anni svolgono questo mestiere. Prima si lavorava tutti per Rcs, ora ci siamo costituiti in una società indipendente, la Delta Bikes. Possiamo quindi seguire anche altre corse e noi speriamo che questo possa cambiare un po’ di cose.

    In che senso?

    Io come è noto sono anche diesse di una società ciclistica, quindi posso valutare le corse con occhio diverso. Qui siamo al Giro Next Gen, ma quante gare ci sono a livello inferiore, dove ci si affida a persone inesperte, solo perché in possesso di una moto? Qui si rischia, non si può improvvisare. Noi facciamo anche corsi di aggiornamento, bisogna accumulare esperienza, non si inventa nulla.

    Gli spartitraffico sono spesso causa di cadute anche con gravi conseguenze (foto Eurosport)
    Gli spartitraffico sono spesso causa di cadute anche con gravi conseguenze (foto Eurosport)
    C’è differenza fra le gare giovanili e quelle dei professionisti?

    Paradossalmente i giovani sono più attenti, seguono le indicazioni e rischiano un po’ meno. Guardate quel che succede con gli spartitraffico nelle corse professionistiche, come vediamo anche in televisione: il gruppo si divide all’ultimo momento, chi passa a destra e chi a sinistra, ma qualche volta uno non decide o trova la strada sbarrata da un altro corridore. Lì inizia la caduta anche con conseguenze gravi. Io quando correvo, a tutte queste cose non facevo caso, ora so quant’è importante il compito del regolatore, che è poi il mio.

    E poi?

    Poi, finita la corsa, si riparte verso la prossima tappa, ma noi spesso abbiamo l’hotel già alla partenza, quindi dobbiamo sobbarcarci anche altri 100 chilometri e sempre in moto… E prima di andare in hotel è d’obbligo andare a visionare tutto quel che c’è nella zona di partenza, le posizioni dei vari servizi. Vi posso assicurare che in albergo ci stiamo poco…

    In Italia, come pure in Germania, il lavoro delle staffette si integra con quello della Polizia (foto LSV Saarland Trofeo)
    In Italia, come pure in Germania, il lavoro delle staffette si integra con quello della Polizia (foto LSV Saarland Trofeo)
    Che cosa chiedete allora?

    Che la Federazione ci ascolti, che si renda conto di quanto questo servizio sia fondamentale per la sicurezza e imponga quindi la presenza di gente affidabile. Non è detto che dobbiamo essere noi, ma servono persone che sappiano che cosa questo servizio comporta. Non è un caso ad esempio se fra tante motostaffette, alla guida ci siano ex poliziotti, carabinieri, finanzieri. Deve essere gente che ha manico nella guida, ma che sa anche che cos’è una corsa ciclistica e che cosa comporta. Io ai miei colleghi dico sempre: «La nostra vittoria è quando non ci sono cadute né incidenti, significa che abbiamo fatto un buon lavoro».

    Il Gottardo accende lo Svizzera, Yates affonda il colpo

    12.06.2024
    5 min
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    La strada verso il Tour è una sorta di grande mosaico, le cui tessere si vanno evidenziando in tutte le corse di giugno. E se il Delfinato ha segnalato i nomi di Roglic e Jorgenson, Carlos Rodriguez, Evenepoel e Buitrago, il Giro di Svizzera va ancora in cerca dei suoi tasselli. Oggi il primo arrivo in salita sul San Gottardo ha dato un bello scossone alla classifica. La tappa se l’è portata a casa Torstein Træen, norvegese di 28 anni, che dopo sette stagioni alla Uno X (quattro nel devo team e tre nella professional), ha fatto il grande salto nel WorldTour. Una bella intuizione dei manager del Team Bahrain Victorious, visto che il ragazzo non aveva ancora vinto una sola corsa, né si era distinto per clamorose azioni da gregario. Chapeau! Alle sue spalle intanto oggi si è accesa la lotta fra Yates e Skjelmose.

    «Non credevo fosse possibile – ha raccontato il norvegese – perché stamattina non pensavo di avere le gambe. Poi, durante la fuga, ho iniziato a pensare a tutto quello che mi è successo negli ultimi anni e, ovviamente, a Gino (Mader, scomparso lo scorso anno prorio al Tour de Suisse, ndr). Ho sperato solo di poter resistere, e fortunatamente l’ho fatto. L’ultimo chilometro sembrava non finire mai. Yates arrivava velocemente. Non era asfalto, ma ciottolato e c’era vento contrario.

    «Vincere la tappa dedicata a Gino è stato incredibile. Manca a tutti. Personalmente non lo conoscevo perché l’anno scorso non ero in questa squadra, ma sento quanto manca. Sono onorato di aver vinto questa tappa per lui, soprattutto con la sua famiglia presente. Significa così tanto…».

    Prima vittoria da pro’ per Torstein Træen, norvegese classe 1995
    Prima vittoria da pro’ per Torstein Træen, norvegese classe 1995

    Gli scatti di Yates

    Alle sue spalle, è mancato poco che Adam Yates riuscisse nella grande rimonta. L’inglese ha attaccato quando forse mancava troppo poco all’arrivo e alla fine non è riuscito a recuperare gli ultimi 23 secondi: quando è partito il fuggitivo viaggiava oltre quota 3 minuti. In più con i suoi 58 chili, quando ha messo le ruote alte in carbonio sul selciato che sale al Gottardo, che ha il simpatico nomignolo “Tremola”, la sua azione si è un po’ disunita. Ugualmente il britannico ha conquistato la maglia gialla.

    «E’ stata una bella tappa – ha detto – anche se il piano oggi non era di attaccare. Dopo aver dato un’occhiata agli arrivi, volevamo cercare di risparmiare un po’ di energia. Ma durante la salita mi sentivo bene e così ho deciso di mettere i ragazzi davanti e fare un bel ritmo. Ho attaccato solo per vedere se qualcuno mi avrebbe seguito, non ero molto sicuro di me nel tratto con i ciottoli. Non mi piacciono le strade così, perché quando pesi meno di 60 chili, vieni sballottato qua e là ed è piuttosto difficile trovare la giusta trazione. Quindi prima ho attaccato solo per vedere. E visto che nessuno mi ha seguito, ho deciso di continuare.

    «Penso che la salita di domani mi si addica un po’ meglio. E’ un po’ più ripida, ma d’ora in avanti ogni giorno si arriva in cima ad una montagna, anche la crono ha l’arrivo in alto. Quindi il difficile sta per arrivare. Sarà una settimana molto dura, ma la squadra sembra forte e motivata. Quindi spero che alla fine diremo che sarà stata una bella settimana».

    Skjelmose nella scomoda posizione di avere Almeida (compagno di Yates) così vicino
    Skjelmose nella scomoda posizione di avere Almeida (compagno di Yates) così vicino

    Le risposte di Skjelmose

    La tappa di domani di cui parla Yates prevede l’arrivo a Carì, a quota 1.636, a capo di una salita di 10,2 chilometri all’8 per cento di pendenza media. La classifica è ancora corta, ma oggi alle spalle di Yates si è mosso bene il vincitore uscente Mattias Skjelmose.

    «Credo che oggi abbiamo corso bene – ha detto  Skjelmose – come squadra abbiamo fatto quello che dovevamo. I ragazzi hanno creduto in me e hanno fatto un ottimo lavoro per tenere sotto controllo la situazione per molto tempo, Jacopo (Mosca, ndr) in particolare. L’attacco di Yates è stato violento. Se fossi stato alla sua ruota, forse avrei potuto provare a seguirlo. Comunque è andato forte, ma io ho avuto sempre la sensazione di buone gambe, quindi ho deciso di aspettare il momento giusto per forzare il ritmo e minimizzare le perdite. Sono contento della mia prestazione.

    «Per me era il primo test in montagna dopo aver staccato e aver fatto il training camp in altura. Si arriva a giorni come questo sempre con un po’ di dubbio, invece alla fine mi sono sentito davvero bene e questa è la cosa più importante. Anche se Yates oggi ha mostrato un’ottima forma, sento che la gara per la classifica generale è ancora aperta. Sono in una buona posizione. Avremo tre tappe di montagna e una cronometro per giocarci le nostre possibilità. Ci proveremo».

    Bettiol ha difeso la maglia, ma le pendenze e una caduta hanno reso il compito impossibile
    Bettiol ha difeso la maglia, ma le pendenze e una caduta hanno reso il compito impossibile

    I dubbi di Bernal

    Skjelmose ha lo stesso distacco di Almeida e questo potrebbe rendergli la vita molto difficile. Il portoghese e il britannico, entrambi di maglia UAE Emirates potrebbero metterlo facilmente in mezzo e questo aggiunge un tocco di pepe al Giro di Svizzera. Per dare l’idea della forza della UAE Emirates, consideriamo che i due andranno al Tour per fare da gregari a Pogacar!

    Oggi nella scia di Skjelmose e Almeida si è visto anche Bernal, che ha ceduto 12 secondi soltanto nell’ultimo chilometro. Il colombiano viaggia a 49 secondi nella generale e c’è da capire a che punto sia il suo recupero della miglior condizione. Nei giorni scorsi ha detto che qualora non si sentisse all’altezza dei migliori, potrebbe rinunciare al Tour. Difficile da credere, ma merita di essere seguito. La sensazione è che i giochi siano appena agli inizi.

    L’esplosione di Magagnotti. Ora lo vedremo anche su pista

    12.06.2024
    5 min
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    Dall’inizio stagione della sua prima stagione da junior, Alessio Magagnotti ha già conquistato 8 vittorie e non consideriamo neanche i suoi piazzamenti. Ha vinto in Italia e all’estero, trionfa nelle corse in linea ma anche a cronometro. Si ha un bel dire che uno junior al primo anno va lasciato tranquillo, lontano dai riflettori, ma quando hai un simile ruolino di marcia è fatale che l’attenzione si posi su di te…

    Per Magagnotti finora 8 vittorie condite da ben 12 presenze nei primi 10 (foto LSV Saarland Trofeo)
    Per Magagnotti finora 8 vittorie condite da ben 12 presenze nei primi 10 (foto LSV Saarland Trofeo)

    Che fossimo di fronte a un talento era chiaro sin dallo scorso anno, dai suoi tanti successi fra gli allievi (seppur soppesati considerando la categoria) e dallo squillo internazionale agli Eyof con la medaglia d’argento. In tanti avevano bussato alla sua porta per passare di categoria con il loro team e alla fine Magagnotti aveva scelto l’Autozai Contri.

    Questo suo folgorante inizio ha sorpreso i vertici del team? A rispondere è il suo General Manager Enrico Mantovanelli: «Noi siamo sempre stati convinti del suo valore, ma si sa che il passaggio di categoria è sempre un’incognita. Certamente però non ci aspettavamo un’esplosione simile. Noi eravamo pronti a fargli vivere una prima stagione di approccio per poi esplodere nella seconda, ma lui ha preso tutti in contropiede. Le prime 4 corse sono state quelle dell’apprendistato, anche con un po’ di sfortuna, poi è uscito tutto il suo potenziale».

    Enrico Mantovanelli, general manager del team veneto crede molto nel giovane talento
    Enrico Mantovanelli, general manager del team veneto crede molto nel giovane talento
    Come pensate di gestirlo ora?

    E’ nostro primario interesse proteggerlo, per certi versi anche limitarlo perché deve ancora crescere, soprattutto nell’aspetto mentale, non deve consumarsi, parliamo sempre di un ragazzo di 17 anni. In questo periodo sta lavorando su pista insieme al gruppo della nazionale.

    Questa è una novità: siete in contatto con Salvoldi?

    Sì, Alessio fa parte del gruppo azzurro tanto per la strada quanto per la pista. Il cittì ci tiene che lui come gli altri lavori molto sull’anello per migliorare potenza e resistenza, ma so che è anche in cantiere il suo utilizzo per europei e mondiali su pista, è nel gruppo dell’inseguimento, poi naturalmente starà a Salvoldi decidere le modalità del suo impiego.

    Magagnotti ha trovato nel team Autozai Contri l’ambiente giusto per crescere
    Magagnotti ha trovato nel team Autozai Contri l’ambiente giusto per crescere
    Guardando le sue gare e parlando anche delle sue ultime vittorie con il suo compagno di nazionale Montagner, Magagnotti viene evidenziato come un velocista puro. E’ davvero tale?

    Io penso che sia una visione riduttiva del suo talento. Alessio è sicuramente molto veloce, ma è anche uno che tiene molto bene sulle salite non troppo lunghe. Faccio un esempio: il 25 aprile ha corso la Coppa Montes che è una delle classiche più dure del calendario italiano di categoria. Eppure lui ha chiuso 3°, è stato tra i più attivi in salita. Io credo, ma questo è un mio pensiero personale, che passando tra i pro’ continuando a crescere così, diventerà uno di quegli sprinter che faranno sì le volate di gruppo, ma potrà anche competere per le classiche impegnative, quelle belghe. Io vedo per lui un futuro davvero roseo. Ma deve crescere con calma, senza fretta.

    Questi risultati non cambiano però le prospettive, rendono più vicino, anche troppo, un passaggio di categoria anticipato?

    Io so che Alessio è un ragazzo con la testa sulle spalle. Come detto le incognite al passaggio di categoria, in un mondo nuovo, avendo libertà nell’utilizzo dei rapporti, erano tante. Noi vogliamo che continui a crescere con calma, facendo le sue esperienze e valutando con attenzione ogni mossa.

    Per Alessio due vittorie all’LSV Saarland Trofeo che lo hanno messo in luce anche all’estero (foto organizzatori)
    Per Alessio due vittorie all’LSV Saarland Trofeo che lo hanno messo in luce anche all’estero (foto organizzatori)
    E’ chiaro però che ii suoi successi gli avranno attirato l’attenzione di tanti team…

    Era così anche lo scorso anno, ora ci sono alla porta tanti team appartenenti alla filiera del WorldTour e chiaramente vorrebbero portarlo da loro, magari fargli anche saltare il secondo anno ma Alessio si è affidato come procuratore all’esperienza di Manuel Quinziato, che è stato a lungo corridore prima che manager e sa quel che è meglio per lui. Noi ci sentiamo con Manuel molto spesso, apprezza come stiamo lavorando con il ragazzo, soprattutto quel che stanno facendo nello staff, dal diesse Emiliano Donadello al preparatore Davide Bastianello. Inoltre Alessio viene da una famiglia equilibrata, che lo supporta nella maniera giusta. Le condizioni per far sempre meglio ci sono tutte, andando però con calma.

    Magagnotti ha destato molta curiosità in Germania, anche da parte del pubblico locale (foto LSV Saarland Trofeo)
    Magagnotti ha destato molta curiosità in Germania, anche da parte del pubblico locale (foto LSV Saarland Trofeo)
    Alessio è ancora in una fase di sviluppo fisiologico molto importante e anche questo è un fattore da considerare.

    Magagnotti ha già un fisico molto sviluppato, ma chiaramente è in crescita. Quel che mi impressiona è il suo grandissimo motore, unito a una testa, una concentrazione che fai fatica a trovare anche in corridori molto più grandi. Alessio sa cosa deve fare e la vicinanza di Manuel è una garanzia.

    L’anno prossimo quindi dove lo vedremo?

    Ancora con noi, per affrontare la seconda annata da junior con tanta esperienza in più e un fisico ancora più definito. Se tanto mi dà tanto…

    Guido Bontempi: bici o moto, basta che abbiano due ruote

    12.06.2024
    7 min
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    Guido Bontempi ha avuto una carriera di altissimo livello tra gli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90, in cui ha vinto molto, anzi moltissimo. Sedici tappe al Giro d’Italia, sei al Tour, quattro alla Vuelta, due Gand-Wevelgem, una Parigi-Bruxelles e una E3 Harelbeke, oltre a due podi alla Milano-Sanremo.

    Dopo una seconda parte di carriera come direttore sportivo terminata nel 2012, ha riunito le sue due passioni, la moto e il ciclismo. Ha lavorato prima come pilota regolatore e poi come motociclista al servizio dei fotografi in alcune delle più importanti corse del mondo. L’ultima delle quali è stata il Giro d’Italia appena concluso. Ci siamo fatti raccontare la sua esperienza.

    Il Giro 2024 è stato per Bontempi, classe 1960, il primo con un fotografo sulla moto
    Il Giro 2024 è stato per Bontempi, classe 1960, il primo con un fotografo sulla moto
    Guido, com’è nata questa passione per il motociclismo?

    Sempre stato appassionato di moto, fin da ragazzo. La prima l’ho avuta già a 16 anni, una bellissima Vespa primavera ET3, poi sono passato ad una Cagiva 350 e poi una Yamaha. Durante gli anni da direttore sportivo ho messo tutto un po’ in stand-by, ma appena andato in pensione, nel 2012, quella passione è ripartita.

    E ha fatto il grande passo: da stare in gruppo in bici a starci in moto…

    Sì, mio fratello era già nel giro, mi ha un po’ motivato e quindi mi sono detto: perchè no? Nei due anni successivi ho fatto il corso di motostaffetta tramite la Federazione, poi quello di scorta tecnica ufficiale con la Polizia Stradale, che mi hanno abilitato a partecipare a tutti i tipi di corse. Poi Vito Mulazzani, che all’epoca era il responsabile delle moto di tutte le corse Rcs, mi ha introdotto in Rcs dove ho iniziato a lavorare come pilota regolatore con Longo Borghini. Da lì le mie conoscenze mi hanno permesso un po’ alla volta di spostarmi anche con i fotografi e gli operatori della televisione, un mondo che mi hanno aperte tutto un altro ventaglio di possibilità.  Per esempio ora collaboro anche con le corse di Unipublic – del gruppo ASO – come la Vuelta, l’Itzulia e la Volta Catalunya, oltre che con l’agenzia Sprint Cycling di Roberto Bettini. Diciamo che poi, essendo in pensione, posso decidere liberamente come e dove spostarmi, il che mi dà grande libertà.

    Adesso quindi può decidere lei a quali gare partecipare?

    Diciamo di sì, poi naturalmente dipende anche molto dalle richieste che ho. Cerco di andare sempre alla Parigi-Nizza, al Delfinato e al Giro. Anche la Strade Bianche è molto bella, anche se l’ho fatta solo da regolatore perché coincide con la Parigi-Nizza e in genere, appunto, in quel periodo sono in Francia. Comunque sia le gare mi piacciono tutte, perchè mi permettono di stare in gruppo, vedere i corridori da vicino, le loro espressioni, le loro emozioni anche. Quello che si vede in televisione io ho la fortuna di vederlo dal vivo. L’anno scorso ho fatto circa 100 giorni di corsa, che non è poco, ora dopo il Giro ho un po’ di riposo, poi a metà agosto si riparte per la Vuelta.

    Bontempi e Giovanni Lombardi alla Vuelta 2022: entrambi velocisti, entrambi ancora nell’ambiente
    Bontempi e Giovanni Lombardi alla Vuelta 2022: entrambi velocisti, entrambi ancora nell’ambiente
    Per uno che fa il suo mestiere è davvero così importante aver fatto il corridore?

    Sì, assolutamente. E’ fondamentale perché occorre conoscere bene il modo in cui si muove il gruppo, le dinamiche che si creano. Saper capire quali sono i momenti di nervosismo ed è meglio stare distanti e quando invece c’è più tranquillità e ci si possono permettere certe manovre. Secondo me si vede eccome la differenza tra un pilota che è stato corridore e uno che invece non ha mai gareggiato in bici. Lo vedi non solo dal modo di guidare, ma anche dall’attenzione per i punti migliori in cui piazzarsi per scattare la foto giusta.

    A proposito di scatti, com’è andata quest’esperienza al Giro d’Italia con Bettini?

    Direi che è andato molto bene, un Giro fatto sempre in prima linea assieme a Luca (Bettini, ndr). Intanto non siamo mai stati richiamati dalla giuria, neanche una volta, che è già un’ottima cosa. Per il resto è stato un Giro tranquillo, abbiamo avuto solo due-tre giornate di brutto tempo. Il bello di stare in gruppo con un fotografo è che puoi stare in mezzo alla corsa fino all’ultimo, che vuol dire fino a circa a 1 km dall’arrivo nelle tappe in salita e fino a 5-6 km dalla fine in quelle in pianura. Dipende un po’ dalla tortuosità del percorso. Poi la Giuria ti fa spostare per questioni di sicurezza, ma fino a quel momento te la godi tutta.

    E allora cosa ti è parso della gara?

    Da una parte è vero che Pogacar l’ha uccisa già dall’inizio, dall’altra però ha dato spettacolo comunque attaccando a ripetizione. Ha fatto il campione, ecco. L’ho visto sempre tranquillo, sempre nella posizione giusta, poi aveva una squadra che l’ha scortato benissimo in ogni tappa. Per cui quando è così – squadra forte e grandi gambe – viene tutto molto più facile. Quello che è certo è che non mi è mai sembrato in affanno. Adesso aspettiamo di vederlo al Tour con gli altri avversari.

    Le moto precedono e seguono il corridore (qui Pogacar sul Grappa). Secondo Bontempi i corridori non ne colgono l’utilità
    Le moto precedono e seguono il corridore (qui Pogacar sul Grappa). Secondo Bontempi i corridori non ne colgono l’utilità
    Come ha visto gli altri corridori da classifica?

    Hanno fatto quello che potevano, che non era granché contro uno così. Thomas ha fatto il suo, ma è a fine carriera. Martinez ha pedalato abbastanza bene, ma non mi ricordo grandi azioni tranne quelle dello sloveno. Mi ha impressionato sul Grappa, la prima salita l’hanno fatta tranquilla, la seconda invece è stato un trionfo personale della Maglia Rosa. Una passerella spettacolare resa ancora più bella da tutta la gente che c’era.”

    Molto pubblico?

    Sul Grappa davvero tantissimo, una folla ovunque. Ma anche nelle altre tappe c’era moltissimo pubblico. Mi ricordo sul Mortirolo per esempio o anche su altre montagne, molto più che negli anni scorsi.  Stessa cosa per le città, nella tappa di Napoli o anche a Roma, dove i turisti hanno approfittato per vedere da vicino i corridori. Credo sia merito dell’effetto Pogacar che ha attirato moltissima attenzione, dando una bella mano di freschezza al Giro.

    Ha notato differenze tra il modo di correre attuale e quello che c’era ai suoi tempi?

    Credo che adesso ci sia molto meno affiatamento tra le moto e gli atleti. Ai miei tempi, per esempio, capitava abbastanza spesso che si dessero dieci mila lire ai motociclisti per andare a prendere un ghiacciolo, ora queste cose non capitano più. Forse perché c’è la tv e il gruppo è sempre in diretta in ogni momento, oppure perché c’è un agonismo spinto all’eccesso, non lo so, però certo è cambiato molto. I corridori devono capire che le moto sono al loro servizio, invece a volte il gruppo non le lascia passare e posso assicurare che quando i corridori decidono che non si passa, non si passa e basta. Ma le moto sono lì per la loro sicurezza, senza quel lavoro i pericoli non possono essere segnalati e questo è un guaio. A volte basterebbe che si spostassero per 100 metri e passarebbero 10 moto. E poi c’è anche un’altra cosa diversa rispetto al passato.

    Bontempi nella scia di Ghebreigzabhier: i fotografi percorrono la tappa in parallelo con gli atleti
    Bontempi nella scia di Ghebreigzabhier: i fotografi percorrono la tappa in parallelo con gli atleti
    Sarebbe?

    Ora con i freni a disco i corridori vanno fortissimo, specialmente in discesa e non è semplice avvicinarsi il giusto per permettere al fotografo di fare lo scatto giusto. Occorre avvicinarsi e poi scappare via subito per non intralciare, e comunque molti corridori si lamentano. Invece quando correvo io, mi era molto utile avere una moto davanti. In base alle frenate del pilota infatti, mi regolavo sul tipo di curva che stavo per affrontare. Se vedevo una frenata leggera, sapevo che potevo buttarmi più deciso. Se invece lo vedevo pinzare due o tre volte, capivo che c’era una svolta secca e rallentavo di più. Quando sei capace di leggere la guida della moto che hai davanti, puoi andare molto più forte. Adesso invece la maggior parte dei corridori non lo fa più, anche se secondo me li aiuterebbe molto. Adesso la moto più che altro dà solo fastidio.

    Ultima domanda Guido. Ha mai avuto giornate difficili in questi anni da pilota in gruppo?

    Diciamo che quando piove bisogna sempre stare molto attenti, certo. Mi ricordo di una Strade Bianche in cui pioveva a dirotto e la moto in discesa sullo sterrato andava un po’ dove voleva lei, ma alla fine bastava farla scorrere, riprenderla alla fine e non abbiamo avuto problemi. Perché la verità è che se ti piace la moto e ti piace il ciclismo, di veri momenti difficili ne trovi gran pochi.

    Per Abus il Made in Italy è un vanto e motivo di orgoglio

    12.06.2024
    7 min
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    VANZO NUOVO – I caschi Abus della categoria performance sono disegnati, sviluppati e prodotti in Italia. In più di un’occasione abbiamo eseguito test, approfondimenti tecnici sui caschi Abus, sottolineando l’elevata qualità complessiva dei prodotti, ma è la prima volta che entriamo nel cuore del sistema.

    Siamo stati a Vanzo Nuovo, in provincia di Vicenza, dove ha sede Maxi Studio, ovvero la sezione operativa (la sede di Abus Italia è ad Imola) di Abus per la produzione dei caschi performance, di alta e media gamma. Vediamo cosa c’è dietro un “semplice” casco.

    Abus compie 100 anni
    Abus compie 100 anni

    I primi 100 anni di Abus

    L’azienda nasce nel 1924 e ancora oggi è a conduzione famigliare, nonostante sia diventata un colosso nell’ambito della sicurezza (il mondo Abus si divide in tre categorie principali, sicurezza domestica, commerciale e mobile). Abus nasce come un’azienda di produzione per i lucchetti. Viene fondata dalla famiglia Bremiker e ad oggi conta 5 diverse sedi in territorio europeo (il quartier generale è a Wetter, in Germania).

    Oggi il 90% della produzione di ciclindri e blocchetti di chiusura delle e-bike è di produzione Abus. Ogni fabbrica di Abus è autonoma in fatto di produzione, significa che tutti i macchinari e stampi sono disegnati e creati internamente. In totale conta 4000 dipendenti nel mondo, con 25 filiali in 102 nazioni.

    Mercato italiano da sviluppare

    Per meglio contestualizzare alcune categorie commerciali di Abus, abbiamo chiesto a Charles Hancock, Category Manager – Mobile Security per Abus Italia.

    «Abus non produce solo caschi, anche se, soprattutto in Italia l’azienda è famosa soprattutto per questa categoria di prodotti. In realtà – ci dice Hancock – se analizziamo globalmente i numeri, la parte del leone è dei lucchetti e più in genere dei sistemi di antifurto. Questo significa che c’è un potenziale enorme legato anche ad una categoria commuting e urban in crescita soprattutto nelle grandi città, ingolfate dal traffico motorizzato».

    La collaborazione italiana

    Tra Abus e Maxi Studio nasce un vero e proprio rapporto di collaborazione nel 2016 e che va ben oltre il lavoro. Maxi Studio nasce nel 1993 per mano della famiglia Simonaggio. Nel 2017 arriva il primo casco Abus con design e produzione completamente italiana ed è il modello aero concept GameChanger.

    L’azienda vicentina mette a disposizione le sue competenze anche per quanto concerne l’industrializzazione dei caschi, con i diversi processi necessari (per nulla banali e tutt’altro che scontati), anche per quello che concerne le certificazioni (che vengono eseguite anche grazie al Laboratorio Newton di Rho, molto utilizzato anche in ambito motorsport). Nel 2021 Abus acquisisce definitivamente MaxiStudio.

    Corrado Salvatore di Abus Italia
    Corrado Salvatore di Abus Italia

    Il dietro le quinte di un casco

    Un casco è di fatto un sistema di protezione attivo, uno strumento di sicurezza che a prescindere da come è fatto non ha prezzo, soprattutto per quello che rappresenta. Ma ci piace essere anche campanilisti e una volta di più sottolineare la qualità delle maestranze italiane. Un casco è solo un pezzo di plastica e polistirolo? Decisamente no. Per mettere in produzione un casco nel periodo attuale ci vogliono anni di ricerca e sviluppo, test e analisi dei materiali, simulazioni e industrializzazione dei diversi processi.

    C’è polistirolo e polistirolo. Sentiamo cosa ci ha detto Corrado Salvatore del reparto sales e marketing di Abus in forze nella sede di Maxi Studio, a diretto contatto con la produzione.

    «Il polistirolo – spiega – è uno dei tanti derivati del petrolio. Si ottiene grazie a due lavorazioni, per evaporazione del polimerino, oppure per estrusione. Quello che utilizziamo per i caschi Abus è di origine austriaca e dal punto di vista qualitativo è il top, considerando anche le varie certificazioni. Inoltre, lo stesso polistirolo ha delle densità specifiche, adatte per differenti categorie commerciali. Significa che quello utilizzato per i caschi ha una densità diversa rispetto a quello utilizzato in ambito alimentare. Ed è solo un esempio».

    L’evoluzione dei caschi Abus

    «Il concetto di evoluzione non si riferisce solo al design, anzi, proprio le forme e l’utilizzo della galleria del vento – prosegue Salvatore – sono una sorta di conseguenza e stimolo ulteriore per fasi produttive e di sviluppo che riguardano anche il plasmare le materie prime.

    «Nel corso degli anni abbiamo ottenuto caschi sempre più leggeri, performanti e funzionali, ma anche belli da vedere una volta indossati, il tutto con un potere di protezione che è aumentato in modo esponenziale. Inoltre – prosegue Salvatore – sono anche più longevi».

    Anche fatto a mano

    «Ogni casco Abus è il risultato di una combinazione di fattori – argomenta Salvatore – perché oltre una serie di procedimenti automatizzati, c’è il valore aggiunto del fatto a mano. Tutti i caschi che prendiamo tra le mani ed indossiamo obbligano l’utilizzo di maestranze di altissima caratura. Il lavoro che c’è dietro ad ogni singolo pezzo è difficile da immaginare. Si parte con i designer, per passare alla fase successiva dove quello che è stato abbozzato deve essere traslato al mondo reale.

    «Da qui – prosegue Salvatore – si attiva un processo di industrializzazione e adeguamento delle macchine. Certificazioni e controlli che riguardano anche le materie prime. Ogni cambio, ogni singola variazione obbliga ad una certificazione dedicata, sicurezza e qualità non sono dettagli. Ad esempio il polistirolo bianco – conclude Salvatore – che troviamo all’interno del casco, obbliga ad una certificazione diversa dal comune polistirolo nero. Tanti step non banali, ma il risultato finale ci ripaga del lavoro fatto».

    Abus