Pidcock torna alla mtb. Col Tour sempre nel mirino

17.06.2024
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Una cosa è certa: nessuno sta affrontando il percorso di avvicinamento al Tour de France come Tom Pidcock. Il suo è un continuo saltellare dalla bici da strada alla mtb e solamente il futuro dirà se è quello giusto. Il britannico è per certi versi tirato per la giacchetta tra chi guarda alla Grande Boucle sognando un possibile podio e chi invece punta a un clamoroso bis olimpico nelle ruote grasse, non dimenticando il fatto che, fra la conclusione della corsa a tappe e la prova di mtb a cinque cerchi ci saranno solamente 8 giorni.

Il primo a essere conteso è lo stesso britannico della Ineos Grenadiers (in apertura, foto Ramos) che vuole entrambe le cose e non ne fa mistero. Per questo si allena contemporaneamente per le due discipline, seguendo schemi che ha collaudato nel tempo. Il bello è che lo stesso Tom ne parla tranquillamente, molto meno tranquillo è il suo preparatore Kurt Bogaerts, che già di per sé è molto restio a comparire e che sul tema non proferisce parola, pensando a continuare a far lavorare il suo pupillo.

Pidcock ha chiuso 5° nella cronoscalata finale in Svizzera, a 50″ da Almeida
Pidcock ha chiuso 5° nella cronoscalata finale in Svizzera, a 50″ da Almeida

5 utili giorni di montagna

Pidcock è reduce da un Giro della Svizzera che, al di là del sesto posto finale, gli ha lasciato ottime sensazioni, soprattutto la cronoscalata: «Ho fatto la mia miglior prova contro il tempo da quando sono professionista – ha affermato all’arrivo – Quando ho iniziato la corsa elvetica ero appena sceso dall’altura e all’inizio le gambe non giravano, ma col passare delle giornate sono andato sempre meglio. I dati sono molto incoraggianti, soprattutto ritengo utile aver affrontato cinque giorni consecutivi di montagna, mi hanno fatto sentire sempre meglio ed è stato il miglior viatico per il Tour».

Ora però Pidcock resta in Svizzera. Niente campionati nazionali, c’è un altro evento che l’interessa: «Il fine settimana sarò a Crans Montana per affrontare la tappa di Coppa del Mondo di mountain bike, è un test importante per misurarmi con i miei avversari a Parigi. La forma c’è, ora bisogna riabituarsi in pochi giorni a un tipo di sforzo molto diverso».

Sesto posto finale nella corsa a tappe elvetica, dopo un inizio difficile buone sensazioni in salita
Sesto posto finale nella corsa a tappe elvetica, dopo un inizio difficile buone sensazioni in salita

Due allenamenti complementari

Il principale cruccio del britannico è proprio il lavoro specifico per la mountain bike, che viene giocoforza un po’ penalizzato in questo periodo della stagione: «So che non mi alleno in mtb quanto dovrei – ha detto in un’intervista su Cycling Weekly – ma io penso che i due tipi di allenamento siano abbastanza intercambiabili. Ora sto sicuramente facendo più sforzi in superleggera, il che significa fare più volume, ma questo lavoro si rivelerà utile anche per il fuoristrada. Io sono convinto che le due discipline si completino a vicenda».

Il passaggio repentino da una disciplina all’altra è per Pidcock cosa usuale, è anzi diventato una sorta di tradizione. Molti sono rimasti stupiti dalla sua scelta, all’indomani della sua quarta vittoria a Nove Mesto, nella tappa di Coppa, di atterrare a Barcellona e da lì, al lunedì, effettuare più di 230 chilometri verso la sua casa ad Andorra, il che vuol dire oltre 4.000 metri di dislivello: «Ho impiegato più di 8 ore in bici” affermava tramite social per poi spiegare nel dettaglio.

Pidcock prepara il Tour de France dove punta a far classifica, per poi pensare al bis olimpico
Pidcock prepara il Tour de France dove punta a far classifica, per poi pensare al bis olimpico

I lunghi viaggi in mtb

«I lunghi viaggi mi danno la possibilità di decomprimere la mente, di rilassarmi. Oltretutto, in bici ho scoperto posti e visto località che in auto non avrei mai apprezzato. Già due anni fa feci il trasferimento da Albstadt in Germania a Nove Mesto in Repubblica Ceka in bicicletta, oltre 190 chilometri e i risultati non mi pare che ne risentirono… Per me quella è una tradizione di primavera, è come se avesse un valore al di là dell’aspetto prettamente tecnico, è un buon auspicio. E poi sono sempre chilometri messi in cascina…».

Chi pensava che l’amore di Pidcock per la mtb stesse venendo meno (visto che aveva preannunciato come dal 2025 si dedicherà quasi esclusivamente alla strada) è servito. D’altronde i risultati che il britannico ottiene in mountain bike sono strategici nell’evoluzione della sua carriera. Quindi risponde stizzito a chi lo critica: «Sarò io e nessun altro a decidere come voglio che sia il mio Tour de France. Altrimenti non si otterrà nulla da me. Devo credere nella mia idea di come affrontare la Grande Boucle, come avvicinarmi, che cosa fare.

In mtb il britannico ha già dominato a Nove Mesto, per la quarta volta in carriera
In mtb il britannico ha già dominato a Nove Mesto, per la quarta volta in carriera

«Nessuno sarà come Pidcock…»

«Chi mi è accanto sa come lavoro e quanto sono serio, so che cosa serve per ottenere il mio obiettivo. So che molti guardano la mia carriera, paragonandola a quella di Pogacar o Evenepoel che sono della mia generazione e mi criticano. Ci sta, ma credo che al termine della mia carriera, se avrò vinto una classica Monumento o un mondiale su strada, unendoli a quel che ho portato a casa fra ciclocross e mountain bike, si potrà dire che come Pidcock non c’è stato proprio nessuno…».

Scalco cresce, fa esperienza e prenota un’estate al top

17.06.2024
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Il Giro Next Gen di Matteo Scalco finisce all’indomani della tappa regina, con arrivo a Fosse. 172 chilometri, cinque GPM con più di 3.000 metri di dislivello dove il corridore della Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè ha pagato 23 minuti al vincitore Jarno Widar. Scalco è scivolato fuori dalla top 15 ed è tornato a casa, la motivazione è una faringite acuta che non gli ha permesso di continuare la corsa rosa under 23. 

Al primo arrivo in salita a Pian della Mussa un buon 14° posto
Al primo arrivo in salita a Pian della Mussa un buon 14° posto

Crescita

Un ritiro che lascia un po’ di amaro in bocca, ma la crescita di Scalco c’è stata. Nei due anni con il team dei giovani, guidato da Mirko Rossato, ha fatto passi in avanti notevoli.

«Rispetto al 2023 – ci aveva raccontato alla partenza da Borgo Virgilio – sono cambiate tante cose. Per prima cosa la scuola, le ore impiegate erano tante, come giusto che fosse. Da quest’anno, invece, ho potuto dedicare più tempo al ciclismo e alla preparazione. Ho curato tutti i particolari, compreso quello della nutrizione, dove sento di aver fatto dei passi in avanti. Ho visto fin da subito dei buoni risultati già dalla prima corsa in Turchia, il Tour of Antalya. Poi il calendario è proseguito con una primavera a due facce».

Scalco è stato costretto ad abbandonare il Giro Next Gen per una faringite
Scalco è stato costretto ad abbandonare il Giro Next Gen per una faringite
In che senso?

Ho corso tanto tra i professionisti con la presenza alla Coppi e Bartali e poi al Tour of the Alps. Nel mezzo ho preso comunque parte alle gare per under 23 come Recioto e Belvedere. Da un lato sono contento di aver fatto tanta esperienza tra i grandi, chiaro che era difficile ottenere dei risultati.

Il Tour of the Alps è stata la gara più difficile fatta fino ad ora?

Il livello era davvero molto alto, considerando che c’erano i protagonisti del Giro. Sicuramente per me è stata una grande emozione, girarmi e vedere a pochi centimetri Geraint Thomas fa un certo effetto. Soprattutto a 19 anni, è bello e assolutamente non scontato.

Che corsa è stata per te?

Ho visto come si corre veramente tra i grandi. E’ un modo diverso, sia per come si approcciano le salite, sia per come si sta in gruppo. Ogni chilometro che passava cercavo guardarmi intorno e capire, imparare.

Le gare con i professionisti gli hanno permesso di vedere come si corre a certi livelli
Le gare con i professionisti gli hanno permesso di vedere come si corre a certi livelli
Prima di andare al Giro Next Gen hai corso con la nazionale in Polonia…

Quella era una delle tappe di preparazione al Giro Next Gen. In realtà sono rimasto soddisfatto di quanto fatto, le sensazioni erano buone. Ho avuto un po’ di sfortuna che mi ha condizionato nel risultato, ma ero fiducioso. 

Al Giro sei arrivato pronto quindi?

Ero consapevole di aver lavorato bene. Anche in questo caso sapevo che il livello sarebbe stato davvero competitivo. Di per sé nelle prime tappe ero contento di quanto fatto, la squadra contava su me e Pinarello

Il giovane Scalco con alle spalle una leggenda come Thomas
Il giovane Scalco con alle spalle una leggenda come Thomas
In salita hai pagato un po’…

Sapevo che sarebbe potuto accadere, comunque sono un corridore che va forte nei percorsi mossi. Su certe salite devo ancora migliorare, crescere. Tornare a casa anticipatamente dal Giro Next Gen mi è dispiaciuto, ma continuare era impossibile. 

Ora si resetta la testa e si riparte?

Vedremo come recupero, probabilmente salterò il campionato italiano. L’obiettivo di luglio è il Valle d’Aosta, ho ancora un mese per prepararlo e spero di farlo al meglio. La squadra mi sta dando fiducia e voglio ripagarli.

EDITORIALE / Fare finta di nulla significa dargli ragione

17.06.2024
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A forza di abbozzare e non dargli troppa importanza, si finisce col dargli ragione. Il riferimento è alle parole del consigliere comunale di Milano che si è permesso di dire che i ciclisti, ammazzati da automobilisti e camion sulle strade cittadine, se la sono cercata e che a lui non dispiace più di tanto. Dice che c’è bisogno di parcheggi e non di piste ciclabili, dimostrando di non aver capito che le città andrebbero svuotate dalle auto e non riempite (in apertura, una protesta contro il nuovo Codice della strada. Foto FIAB).

Un film già visto

Al di là della considerazione che si possa avere per l’individuo in questione, la cui consapevolezza di quanto avviene nel resto d’Europa è evidentemente nulla, sembra di essere tornati al periodo in cui ci si poteva permettere di dire che i ciclisti sono tutti dopati. E a forza di abbozzare e di non rispondere per non dargli importanza, si è finito col dargli ragione. Ancora oggi, nonostante i programmi antidoping di questo sport siano all’avanguardia e al limite della violazione dei diritti basilari degli atleti, bastano pochi minuti di conversazione con persone comuni per sentire la solita battuta: i ciclisti sono tutti dopati. Il danno è stato fatto, è irrimediabile e ha investito l’immagine e le risorse del ciclismo.

Per cui se una persona, sia pure di vedute limitate, si permette di affermare che dei ciclisti ammazzati non gli importa più di tanto, bisogna trovare il modo di farglielo rimangiare con una denuncia e una condanna così pesanti da disincentivare altri dal pensarlo. Anche se in Italia certe denunce purtroppo non portano a niente. E finisce come alla Granfondo Sportful, dove ieri una signora ha pensato bene di forzare un blocco, immettersi nel percorso di gara e travolgere tre ciclisti, considerando che tutto sommato si trattava solo di una corsa di bici.

Nel 2023 in Italia sono morti 197 ciclisti, ben più ampio il bilancio degli incidenti (depositphotos.com)
Nel 2023 in Italia sono morti 197 ciclisti, ben più ampio il bilancio degli incidenti (depositphotos.com)

Il codice della strage

Nell’Italia, che dall’incentivare l’uso delle bici potrebbe avere solo vantaggi, c’è chi spinge consapevolmente per spostare la bicicletta ai margini della società. Chi invece cerca di farne un mezzo di svolta ecologica o una fonte di guadagno viene liquidato con considerazioni da farti cadere le braccia.

Il Codice della strada, che è stato ormai ribattezzato “Codice della strage”, spinge per l’eliminazione dei controlli di velocità. Siamo tutti automobilisti, sappiamo bene cosa significhi prendere una multa. Ma anziché reclamare una migliore educazione stradale e capire che quel limite potrebbe salvare la vita a un bambino, sotto sotto siamo lieti di poterlo oltrepassare senza rischiare sanzioni. I Comuni ci faranno anche cassa, ma è un fatto che i limiti vengano violati. Il ministro Salvini si oppone alle zone con velocità limitata, allo stesso modo in cui altri capi di governo sostennero che in fondo è giusto non pagare le tasse. Ne consegue che gli utenti deboli della strada continuano a morire e l’evasione fiscale sia una delle piaghe che ci mette sulle ginocchia.

La bicicletta di Rebellin, ucciso il 30 novembre 2022: il simbolo della fragilità del ciclista sulla strada
La bicicletta di Rebellin, ucciso il 30 novembre 2022: il simbolo della fragilità del ciclista sulla strada

Solo De Marchi

Su quell’improvvisa uscita del consigliere ci sarebbe piaciuto leggere una dichiarazione di alti esponenti del Governo, ma non hanno aperto bocca. Ci sarebbe piaciuto leggere la dichiarazione della Federazione ciclistica, ma non hanno aperto bocca. Il ciclismo ha risposto con Alessandro De Marchi, l’unico a metterci la faccia per la sua sensibilità di uomo e poi di ciclista.

E’ sbagliato liquidare le esternazioni del consigliere Paolo Roccatagliata ricordando i suoi svarioni passati, come quando si è presentato nudo a una commissione online dicendo di non essersi accorto di avere la telecamera accesa. E’ sbagliato fare finta di niente. In questo Paese in cui giustamente ci si indigna per i femminicidi, si continua a non notare che muoiono più ciclisti che donne (120 donne nel 2023 e 197 ciclisti) e nessuno dice niente. Anzi, qualcuno ha parlato. E ha detto che non gliene importa più di tanto.

Quanto pesa il ritiro in altura? Risponde coach Mazzoleni

17.06.2024
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Quanto pesa un ritiro, specie se in quota, in termini di fatica e di rendimento nell’insieme di una preparazione? Domanda da un milione di dollari che inevitabilmente non può avere una risposta netta, ma di certo apre un punto di dibattito importante.

Diversi atleti, l’ultimo dei quali Lorenzo Fortunato, hanno parlato di questo aspetto, di quanto oggi si arrivi prontissimi alle corse. «Adesso si fa più lavoro al training camp in altura che al Giro. E quindi quando vai in corsa, vai a raccogliere i frutti di quel lavoro», le testuali parole di Fortunato.

Ebbene noi abbiamo analizzato il tutto con Maurizio Mazzoleni, coach dell’Astana-Qazaqstan.

Mazzoleni (secondo da destra) durante un ritiro, utile anche per fare gruppo: aspetto da non trascurare
Mazzoleni (secondo da destra) durante un ritiro, utile anche per fare gruppo: aspetto da non trascurare
Maurizio, dunque, quanto pesa il training camp nella preparazione e quindi nella prestazione?

Molto, perché specie se il camp è in altura, si mette in atto un metodo di lavoro a 360°. Tu preparatore hai gli atleti direttamente sul campo. Ci sei a contatto. Due sport: il ciclismo e gli atleti della lunghe distanze dell’atletica leggera non hanno un luogo fisso di allenamento, ma ogni volta un campo di lavoro diverso e non è facile seguire gli atleti. 

Certo, nuotatori in piscina, tennisti, calciatori, pallavolisti… al campo.

Esatto. Il preparatore non può essere presente. I lavori che inviamo a casa li vedi giornalmente, ma non abbiamo gli stessi feedback, non vediamo l’atleta dal vivo. Ed eventuali aggiustamenti si fanno il giorno dopo. In altura, in ritiro, certe correzioni le fai sul momento. Poi secondo me quello della preparazione da professionisti è un salto importante.

Cioè?

Finché sono juniores o under 23 bene o male hanno quasi sempre dietro il tecnico che li segue, tra i pro’ non è così. Non può essere così. I ragazzi hanno abitazioni differenti, vengono da più Nazioni. E la presenza del tecnico, del referente va a diminuire drasticamente. 

Cosa significa che in ritiro si lavora a 360°? Oltre agli adattamenti fisiologici come i punti ematici che può dare l’altura c’è dell’altro?

Che oltre alla bici ci sono tutte quelle attività extra: il risveglio muscolare, lo yoga, lo stretching, il massaggio, eventuali trattamenti per recuperare prima da un infortunio… Tutta la giornata è finalizzata alla bici, ed è un tipo di lavoro che a casa ovviamente non si può fare. Quindi oltre agli adattamenti fisiologici l’altura ha un prezzo, ma anche un vantaggio in questo senso.

Oggi in quota si insiste anche sull’intensità elevata. E spesso si lavora anche a crono (foto Instagram)
Oggi in quota si insiste anche sull’intensità elevata. E spesso si lavora anche a crono (foto Instagram)
Spesso vediamo che scendono e vanno forte: il ritiro è centrale dunque?

Oggi siamo abituati a preparare gli atleti affinché arrivino subito pronti alle gare anche dopo l’altura. Calibriamo ogni aspetto tra allenamenti e gare. Se prima in altura si lavorava soprattutto a bassa intensità, oggi si fa anche l’alta intensità. E se prima servivano dieci giorni per avere gli effetti dell’altura, oggi possono bastarne 3-4. Basta mollare un po’ prima quando si è in quota. Sono nuove metodologie che portano appunto l’atleta ad essere subito pronto.

Facciamo un esempio, Maurizio: avvicinamento classico al Giro d’Italia. Il corridore lo sa da dicembre: quanto incide in percentuale il ritiro in quota?

Non è tanto una questione di percentuale, ma di un insieme. Esclusi i velocisti, di solito quasi tutti fanno almeno due cicli di altura, ma in questi cicli e anche nell’allenamento a casa deve andare tutto bene. Deve filare tutto liscio.

Giriamo la domanda: quanto pesa il ritiro in quota in termini di fatica?

Posto che dipende da atleta ad atleta, la fatica è difficilmente misurabile. Questa, in un ritiro, è data dallo stress dell’allenamento, che seppur positivo è sempre uno stress, e dal conseguente adattamento. Questo è l’aspetto fisiologico, poi c’è l’aspetto mentale della fatica. Questo va incluso nel costo e non va sottovalutato.

Dopo il Giro, Lorenzo Fortunato è andato direttamente al Delfinato
Dopo il Giro, Lorenzo Fortunato è andato direttamente al Delfinato
Chiaro…

Anche per questo motivo ci sono tuti quegli extra di cui dicevamo. Il rilassamento con lo yoga al pomeriggio… sono tutti modi per agevolare il periodo in altura. E’ comunque stressante stare lontano da casa, dalla famiglia, magari arrivarci prima o dopo una corsa. Poi è anche vero che l’atleta sa sin dall’inizio della stagione che dovrà fare dei ritiri, che avrà i periodi delle corse, dell’altura, del recupero. Per fortuna solitamente questi camp si svolgono in luoghi molto belli. Penso al Teide che è un immenso Parco Nazionale riconosciuto dall’Unesco, alle Dolomiti, all’Etna… E quando chiedi ai ragazzi dei ricordi di questi ritiri sono tutti belli. Magari sul momento gli pesa di più, ma alla lunga hanno ricordi positivi. E questo è importante.

Se il clima è buono, pesano meno insomma…

E poi non va dimenticato un altro aspetto. I ritiri servono a formare il gruppo di lavoro, non solo per gli atleti ma anche per i tecnici. Ormai le squadre sono formate da 30 corridori e tanto personale e non capita poi spesso che si ritrovano tutti insieme. Avere i 6-8 corridori che dovranno andare al Giro insieme per due, tre settimane aiuta molto. Cementa il gruppo. In corsa poi si aiuteranno di più. Tra i tecnici c’è più confronto.

Il tuo Lorenzo Fortunato parlava giusto dell’incidenza del ritiro, della sua importanza, ma viene da chiedersi se poi questi ragazzi oggi a casa si allenano forte, se fanno intensità o ”solo” mantenimento.

No, no… a casa si allenano ancora molto. Alla fine in un anno i cicli in quota sono 2, massimo 3, e durano due, tre settimane… quindi a casa svolgono il resto del lavoro anche ad alta intensità, fanno il dietro motore. Pertanto ha un peso anche il lavoro a casa.

Salute, fiducia e nuovo allenatore: iniziata la svolta di Aleotti

17.06.2024
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Concluso il lavoro, Giovanni Aleotti ha rimesso le sue cose in macchina e ha preso l’autostrada. Quattro ore e mezza, più o meno, per arrivare da Novo Mesto a casa sua in Emilia. Nel bagagliaio, oltre alla bici, viaggiavano il trofeo del Giro di Slovenia, la sua vittoria più bella, e la maglia gialla di leader. Non è curioso che in questo periodo le maglie di classifica siano tutte gialle come l’oro? Ci eravamo lasciati dopo il Giro d’Italia parlando della ripartenza e indicando la corsa nel Paese di Pogacar e poi i campionati italiani come le prime opportunità raggiungibili e le cose finora sono andate esattamente così. Ora non resta che pedalare verso il campionato italiano, poi si potrà finalmente tirare un po’ il fiato.

La svolta nella giovane carriera dell’emiliano, professionista dal 2021 alla Bora-Hansgrohe, che al Giro ha aiutato Martinez a cogliere il secondo posto finale, c’è stata grazie a un inverno finalmente senza malanni e con l’inizio della collaborazione con Paolo Artuso. Se metti insieme gambe e fiducia, qualcosa di buono arriva di sicuro e così è stato.

«Il Giro al servizio di Dani Martinez – dice mentre l’auto ha da poco superato il confine – il fatto di essere lì presente tutte e tre le settimane in salita mi ha dato sicuramente consapevolezza e fiducia. Venire qua, sapendo di avere libertà e riuscire a dimostrare di saper vincere, mi fa sicuramente molto piacere. Penso di essere uscito bene dal Giro. Con Paolo abbiamo centrato il giusto carico di lavoro. Non distanze da sei ore, che magari mentalmente potevano buttarmi giù, ma quello che serviva per mantenere la freschezza. E alla fine sono arrivato al Giro di Slovenia che stavo bene…».

Sul traguardo di Nova Gorica, Aleotti si è lasciato dietro Narvaez e ha conquistato la maglia gialla
Sul traguardo di Nova Gorica, Aleotti si è lasciato dietro Narvaez e ha conquistato la maglia gialla
Hai passato a casa questo periodo di recupero oppure sei andato da qualche parte al fresco?

Sono stato a casa. Mi sono allenato e poi sono venuto qua in macchina con Paolo.

Quanto è stato importante il cambio di allenatore?

Venivo da un anno complicato, ci si mette un attimo a perdere un po’ la fiducia. Perciò aver trovato una persona che mi abbia sempre spinto a crederci e a migliorarmi è stato certamente molto importante. Lo devo ringraziare perché penso che in questa stagione, dalla Valenciana alla Tirreno, al Giro e poi qua allo Slovenia, mi abbia veramente fatto fare uno step rispetto agli altri anni. Alla fine direi che sia stata soprattutto una questione di consistenza nel lavoro e il fatto che da dicembre io abbia potuto lavorare bene senza nessun intoppo. Rispetto all’anno scorso, sicuramente questo è stato un fattore. Poi è stato fondamentale anche il lavoro fatto con il nuovo nutrizionista della squadra. Queste cose messe insieme, un anno in più di esperienza e poi ovviamente anche la testa hanno fatto la differenza.

E’ davvero la vittoria più importante della tua carriera come hai detto nelle interviste dopo l’arrivo?

Direi di sì, senza nulla togliere al Tour of Sibiu. Lo Slovenia è una bella corsa e c’era anche una bella start list, tra chi veniva dal Gro e chi invece la faceva come ultima corsa prima del Tour. Penso a Pello Bilbao, come pure a Pellizzari e Mohoric. Quindi questo sicuramente mi dà fiducia.

La vittoria diventa un buon viatico sulla strada dei campionati italiani?

Sicuramente la condizione c’è e a questo punto anche la motivazione. Mi attende l’ultima settimana di allenamento prima di staccare. Cercheremo di fare il massimo, il campionato italiano è sempre una corsa difficile, una lotteria, quindi bisogna essere anche intelligenti e fortunati. Però sicuramente ci arrivo motivato. Il fatto di staccare è una necessità fisica prima che mentale, penso di averne bisogno. Non ho mai avuto veramente un momento di recupero da quest’inverno e poi preparando il Giro. Quindi penso che riposare un po’ serva per essere competitivo nella seconda parte della stagione. Starò fermo per una settimana e poi ricomincerò.

Al Giro d’Italia, Aleotti ha lavorato soprattutto nei finali per il compagno Martinez
Al Giro d’Italia, Aleotti ha lavorato soprattutto nei finali per il compagno Martinez
Ti è mai pesato essere indicato ancora come un incompiuto, anche se i motivi dei tuoi ritardi sono spesso stati problemi fisici?

Sicuramente si vuole sempre fare il massimo. Il livello a cui siamo adesso è talmente alto, che anche una sola settimana storta può condizionare l’esito delle corse successive. Io sapevo quello che mi stava succedendo e credo sia stato importante concentrarmi sul tornare a stare bene e lavorare con consistenza. Come ci eravamo detti a Roma, al Giro avevo un compito un po’ diverso rispetto agli altri anni quando dovevo lavorare nella parte centrale della corsa. Quest’anno, essendo migliorato sulle salite, la squadra aveva bisogno di me nel finale e quindi per me è stato sia il modo di essere d’aiuto a Martinez, ma anche di misurarmi. Standogli vicino il più possibile ho capito qualcosa in più sulle mie capacità. E se quello mi ha dato fiducia, tornare a casa, allenarmi e venire qua per vincere sicuramente mi dà molta consapevolezza. Il prossimo passo sarà farmi trovare pronto per gli obiettivi che avrò nella seconda parte di stagione.

Quanto è stata complicata l’ultima tappa?

Diciamo che è esplosa da lontano e ce lo potevamo aspettare. Però ci siamo concentrati sulla gestione, perché è un attimo farsi prendere dal momento e fare cose sbagliate, sprecare energie. Invece sull’ultima salita abbiamo messo tutto a posto. Lo strappo era duro e io stavo bene e la squadra mi ha messo nelle condizioni di tenere la corsa fino a quell’ultimo momento.

Novo, Mesto, ultima tappa: la vittoria è conquistata
Novo, Mesto, ultima tappa: la vittoria è conquistata
Come ti trovi nei panni del leader?

Avendo fatto il Giro con Martinez, ma anche tante corse con Vlasov, ho imparato a riconoscere quando è il momento di fare la chiamata in radio perché la squadra intervenga. E poi abbiamo anche dei direttori sportivi molto preparati. Qui c’era Eisel che sicuramente ha tanta esperienza: è importante avere una persona che dalla macchina trasmette molta calma anche nei momenti in cui è si rischia di farsi prendere dall’agitazione.

Il viaggio continua, destinazione Emilia e poi il campionato italiano. Aleotti conquistò la maglia tricolore nel 2020 fra gli U23 a Zola Predosa, vicino casa. Quest’anno il traguardo è dall’altra parte dell’Appennino, sulle strade di Alfredo Martini. Sarà una lotteria, ma tenere duro con la vittoria negli occhi e grandi sensazioni nelle gambe questa volta non sarà davvero un problema.

Svizzera blindato: ora Yates e Almeida verso il Tour con Pogacar

16.06.2024
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Primo e secondo per quattro giorni di seguito al Tour de Suisse: il dominio del UAE Team Emirates anche in questo caso è stato schiacciante. Pensare che Adam Yates e Joao Almeida ora andranno al Tour da gregari di Pogacar fa capire con quanta determinazione la squadra emiratina abbia voglia di ribaltare i verdetti degli ultimi due anni. L’incidente di Vingegaard rischia di sballare le previsioni e gli equilibri, in ogni caso la consistenza del team è piuttosto impressionante.

L’ultima sfida ha visto i due compagni di squadra scaldarsi uno accanto all’altro sui rulli nella zona di partenza. Neppure uno sguardo in cagnesco, piuttosto l’intima convinzione di tirare fuori il meglio dalla giornata. E il meglio ha significato per Almeida vincere la crono, con una gestione aggressiva della prova. Per Yates una tattica conservativa, sapendo che a meno di un tracollo il margine sarebbe stato sufficiente per portare a casa la maglia gialla. Quando Almeida è sceso dai rulli per andare alla partenza, i due si sono stretti la mano e poi la sfida è cominciata. Erano le 16,19: dopo 33 minuti 23 secondi e 870 millesimi, il portoghese ha conquistato l’ultima prova. Staccato di 8 secondi, il britannico ha sollevato l’ultimo trofeo.

Ottime, a margine, le prove di Skjelmose, Riccitello, Pidcock e Lenny Martinez, ma contro quei due la partita era ingiocabile.

Almeida ha vinto la crono con un finale pazzesco, fra agilità e grande velocità
Almeida ha vinto la crono con un finale pazzesco, fra agilità e grande velocità

Il finale di Almeida

Come tutti gli altri, anche Almeida è partito con la bici da crono e poi è passato alla Colnago da salita. Un cambio necessario, visto che il finale verso Villard sur Ollons era da tappa di montagna. E mentre tanti si sono intestarditi su un rapporto troppo lungo, gli ultimi due chilometri di Almeida lo hanno visto spingere con la corona più piccola, facendo velocità con la cadenza. Curiosità nel trionfo, pur essendo un grande cronoman e avendo fatto ottime prove in precedenza, Almeida non aveva mai vinto una crono WorldTour.

«Sono davvero contento della vittoria – dice – penso che sia stata la mia prima vittoria a cronometro, escludendo i campionati nazionali, quindi è molto buono. Sapevo sin dalla partenza che sarebbe stato praticamente impossibile vincere la classifica generale contro Adam. E’ abbastanza forte ed è un combattente. Per cui sono super felice anche del secondo posto dietro di lui.

«Non sapremo mai come sarebbe andata se non avessi dovuto lavorare per lui. E’ stata una settimana fantastica, di un perfetto lavoro di squadra. Poteva essere un’occasione anche per me, ma ci siamo detti che saremmo stati corretti e alla fine è bello vincere avendo questa consapevolezza».

Yates ammette di non aver avuto le gambe per accelerare nel finale: il margine era buono
Yates ammette di non aver avuto le gambe per accelerare nel finale: il margine era buono

I fantasmi di Yates

Yates e la sua barba sono crollati sull’asfalto, ansimando forte. E proprio mentre era lì che cercava di riconnettersi con la vita, dalle spalle sua moglie ha portato il peloso cane bianco che si è messo ad annusarlo e fargli festa. A volte gli organizzatori ci lasciano interdetti: sono così severi nel tenere lontani i fotografi e poi fanno arrivare un cane (sia pure il suo) addosso al vincitore della classifica.

«E’ sicuramente una delle vittorie più importanti della mia carriera – dice Adam – non ero sicuro di riuscirci. Ovviamente, avevo i distacchi rispetto a Joao, partito davanti a me e sapevo che alla fine avrebbe accelerato. Io invece non riuscivo proprio a farlo. Ero già al limite, quindi ho provato a tenere il ritmo e per fortuna è bastato. Sono ancora senza fiato perché è stato molto impegnativo. Avevo in mente da molto tempo il 2019, quando persi la Tirreno-Adriatico per un solo secondo nell’ultima crono (vinse Roglic, ndr) dopo essere stato in testa per cinque tappe. E questo fantasma era nella mia testa da anni. Per cui finalmente è bello vincere una corsa con un’ultima crono come questa.

«In più a inizio anno ho avuto un brutto incidente e la cosa peggiore è che non capivo quanto tempo mi sarebbe servito per tornare. Per fortuna le cose sono state abbastanza rapide e ne sono grato. Vincere la corsa è già una grande cosa, dividere il podio con Joao è una sensazione davvero speciale».

Sul podio, oltre ai due del UAE Team Emirates, anche Mattias Skjelmose
Sul podio, oltre ai due del UAE Team Emirates, anche Mattias Skjelmose

Chissà se Pogacar ha seguito quest’ultima crono e si è fregato le mani immaginando quale tranquillità potranno dargli questi due angeli custodi al Tour de France. Ormai tutti i tasselli stanno andando al loro posto. Firenze sta per diventare la capitale mondiale del ciclismo. Prima con il weekend dei campionati italiani e poi con la Grand Depart. Noi siamo pronti, la sensazione è che lo siano anche loro!

A Forlimpopoli arriva la firma del giovane “calabrone” Brennan

16.06.2024
4 min
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FORLIMPOPOLI – Da lontano, dopo la linea d’arrivo, non si riescono a leggere facilmente i dettagli e le reazioni dei corridori. La volata è partita quando ancora si faticava a distinguere il gruppetto di testa. Matthew Brennan e Niklas Behrens fanno lo stesso gesto, un pugno nel vuoto. Solo dopo qualche secondo si capisce che il primo è per festeggiare la vittoria, mentre il secondo è di disappunto. L’inglese della Visma Lease a Bike Development, Brennan, ha messo nel sacco l’ultima occasione per portare a casa il bottino minimo per una squadra ambiziosa come quella olandese (foto LaPresse in apertura). 

All’ultimo respiro

Il più felice sembra però Pietro Mattio, compagno di squadra del vincitore, che lo ha portato a giocarsi la vittoria. 

«Dopo tanta sfortuna in questo Giro Next Gen – dice ancora a caldo – finalmente siamo riusciti a vincere. All’ultima tappa, un po’ in extremis ma va bene comunque. Già stamattina avevamo messo questa frazione nel mirino, volevamo provare qualcosa a tutti i costi. Un team come il nostro doveva provare a fare un risultato, anche parziale».

Il clima era rovente oggi in Emilia, Brennan ha pedalato con una borraccia fredda sul petto per rinfrescarsi (foto LaPresse)
Il clima era rovente, Brennan ha pedalato con una borraccia fredda sul petto per rinfrescarsi (foto LaPresse)

Ancora a tutta

L’asfalto scotta e brucia sotto le ruote dei corridori, la temperatura è talmente alta che si ha l’impressione che la gomma dei copertoni sia sciolga mischiandosi all’asfalto. Ultima tappa del Giro Next Gen che si è presentata come le altre, illeggibile e corsa a velocità folli. 

«Siamo partiti fortissimo – continua a raccontare Mattio – come sempre, ma oggi c’erano anche le fatiche dei giorni prima. La nostra tattica era quella di interpretare la corsa come una Classica del Nord, cosa che ci riesce bene. Ci siamo mossi subito e io sono riuscito a entrare nella fuga, per fortuna Brennan è rientrato insieme a un altro compagno di squadra. Alla fine eravamo ancora in due, così all’ultimo chilometro ho provato ad anticipare. Ero sicuro che Brennan sarebbe stato il più forte allo sprint, così una volta capito che non mi avrebbero lasciato spazio ho tirato per lui».

Jarno Widar e la Lotto Dstny Development hanno gestito la tappa e conquistato la maglia rosa (foto LaPresse)
Jarno Widar e la Lotto Dstny Development hanno gestito la tappa e conquistato la maglia rosa (foto LaPresse)

La firma di Brennan

Matthew Brennan ha scritto il suo nome nell’albo d’oro di questa corsa. Tutti i giovani più forti passano da qui, anzi giovanissimi. Lo dimostrano i quattro successi di tappa sugli otto disponibili di corridori classe 2005, ragazzi al primo anno della categoria under 23. 

«Siamo rimasti tranquilli – racconta Brennan – anche quando il gruppo da dietro si è messo a rincorrere. I miei compagni hanno spinto forte e mi hanno guidato benissimo. Ero concentrato per lo sprint e sono felice che sia andato bene. E’ la miglior conclusione del Giro Next Gen che potessimo sperare, soprattutto dopo i tanti problemi avuti. Alla quarta tappa abbiamo perso Nordhagen e Huising, quindi volevamo rifarci, risollevare il morale. Nei primi giorni è stato difficile trovare un nuovo inizio, ma piano piano abbiamo capito come muoverci. Questa vittoria ci dà tanta fiducia per il futuro, la stagione non finisce oggi».

In Catalogna rispunta Arzuffi che ha un piano per il Giro

16.06.2024
4 min
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Tra coloro che attraverso un piazzamento hanno riassaporato il gusto della ribalta dopo un periodo di tempo piuttosto lungo c’è anche Alice Maria Arzuffi. E’ vero, qualche top 10 in stagione l’aveva già conquistata, anche a maggio, ma cogliere il 10° posto alla Volta a Catalunya ha un sapore maggiore perché parliamo di una corsa a tappe, che non è proprio il suo forte ma che testimonia più di tanto altro come la gamba stia diventando quella giusta per puntare in alto.

Al suo secondo anno alla Ceratizit-Wnt, l’ex campionessa italiana di ciclocross, ormai concentrata in pieno sulla sua carriera da stradista, ha accolto il piazzamento quasi come una liberazione: «Soprattutto perché il periodo delle classiche belghe non era andato come volevo, soprattutto quelle sul pavé che sono le mie preferite quest’anno sono state caratterizzate da problemi meccanici proprio nel momento clou, estromettendomi da qualsiasi discorso».

Le classiche sono state il suo periodo più nero, con problemi tecnici nelle gare a cui teneva di più
Le classiche sono state il suo periodo più nero, con problemi tecnici nelle gare a cui teneva di più
In Spagna invece le cose sono andate meglio…

Sì, nelle corse iberiche mi trovo sempre bene, sono gare che mi si adattano. Man mano ho sentito la condizione aumentare, ma non ho avuto occasioni per provare a fare qualcosa d’importante al di là di qualche piazzamento. Il 10° posto al Catalunya però ha un valore in più perché conferma che la gamba è quella giusta, anche perché è una corsa a tappe e quindi significa che pur non essendo una scalatrice ho tenuto bene in salita.

Come ti trovi nel team? L’impressione è che spesso tu sia un po’ “imbrigliata” nelle tue aspirazioni…

Effettivamente non ci sono molte occasioni, a volte vorrei poter giocare le mie carte più liberamente. Non dimentico però che questo è un lavoro e ci sono delle gerarchie, quindi svolgo il compito che mi viene dato, quel che devo fare faccio. Io per prima so che non posso essere io la capitana per fare classifica, ho altre caratteristiche. Cerco di coprire le fughe iniziali, di entrarci dentro anche se è difficile che arrivino. Io sono per natura un’attaccante, mi basterebbe avere qualche occasione in più per provarci e magari cogliere quella vittoria che mi è sempre mancata.

Nel team Ceratizit-Wnt la lombarda si è spesso trovata a correre per le compagne
Nel team Ceratizit-Wnt la lombarda si è spesso trovata a correre per le compagne
Ora che gare farai?

Per ora nulla. Sono a Livigno per preparare i campionati italiani, poi tornerò in altura a La Thuile per il Giro d’Italia. Alla corsa rosa tengo tantissimo e voglio presentarmi nelle migliori condizioni.

Parti per il Giro con quali ambizioni?

Io punterò alle tappe, so che la classifica non è per me e per quella credo che sarà la francese Kerbaol la nostra punta di diamante, pronta a scalare le gerarchie. Io vorrei trovare la fuga buona per mettere il mio marchio sulla corsa. Di frazioni adatte, con qualche asperità ma non durissime, adatte a colpi di mano, ci sono.

La Arzuffi insieme a Cédrine Kerbaol, punta della squadra per il prossimo Giro donne
La Arzuffi insieme a Cédrine Kerbaol, punta della squadra per il prossimo Giro donne
Sentendo in giro però, molte ragazze dicono che una corsa così dura come il prossimo Giro Donne non l’hanno mai vista…

Studiando le altimetrie c’è davvero da pensare, ci sono tappe improbe. Io ho parlato anche con alcune ragazze che sono andate a visionare le tappe più dure e mi hanno confermato come alcuni dislivelli siano tutti nella parte finale della tappa. Il tracciato va studiato con attenzione, voglio trovare le frazioni più adatte a me considerando anche una variabile che viene messa poco in evidenza: il caldo di quei giorni in Italia, che sarà sicuramente molto forte.

Dopo il Giro farete un punto della situazione?

So già che andrò di nuovo in altura per preparare il Tour, ma è chiaro che molto dipende da come andrà la corsa rosa. Se andrà tutto bene, faremo anche la corsa francese con le stesse ambizioni e forse, guardando il percorso, anche con qualche chance in più.

Per Arzuffi arrivano in sequenza tricolori, Giro Donne e Tour Femmes
Per Arzuffi arrivano in sequenza tricolori, Giro Donne e Tour Femmes
Questi sono giorni delicati anche per il tuo fidanzato Luca Braidot, che si sta giocando una delle due maglie azzurre per i Giochi di Parigi nella mountain bike. Come vivete l’attesa?

Sa bene che si gioca tutto, soprattutto nella tappa di Coppa del Mondo in Val di Sole che ha preparato minuziosamente. Deve esprimere il suo potenziale che è altissimo, se guardiamo il quadriennio nel suo complesso nessuno ha avuto il suo rendimento. So come lavora, deve solo raccogliere quanto ha seminato. Cerco di tenerlo tranquillo, ma in questi giorni mi sentivo in gara per lui…

Conforti e il confronto con i migliori al Giro Next Gen

16.06.2024
4 min
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MONTEGROTTO – Lorenzo Conforti nasconde gli occhi dietro grandi lenti che non fanno trasparire emozioni. Peccato che le espressioni siano talmente forti che a momenti le attraversano. E’ il miglior italiano, in quanto a piazzamenti ottenuti, in questo Giro Next Gen. Il corridore della Vf Group-Bardiani CSF-Faizanè ha sfiorato la vittoria in un paio di occasioni: a Saint-Vincent e Cremona.

«Ieri dovevo solo salvare le gambe – racconta – quindi mi sono messo del mio passo per arrivare al traguardo. E’ stata una tappa davvero dura, corsa in maniera veloce ma ben al sicuro dal pericolo di finire fuori tempo massimo».

Tanti piazzamenti

Conforti ha giocato le proprie carte in tutte le occasioni, poche a dir la verità. Nelle sette tappe corse fino ad ora per i velocisti, lo spazio è stato abbastanza ristretto. Tre volate, tutte diverse tra di loro, ma altrettanto impegnative.

«Sicuramente sono sorpreso di essere così competitivo – ci confessa – anche nelle tappe tutte piatte come quella di Cremona, dove ho fatto terzo. Mi sono sempre reputato un corridore da percorsi ondulati, da strappi o salite brevi. La condizione c’è, ma non sono riuscito a far bene nelle volate di Borgomanero e Cremona. Nella prima delle due sono rimasto attardato a causa delle cadute, sono partito parecchio dietro ma sono comunque arrivato sesto. A Cremona, invece, la fortuna mi ha sorriso di più. Anche in quel caso ero rimasto un po’ nella pancia del gruppo, ma il rettilineo era lungo così sono riuscito a rimontare. Il terzo posto è un buon risultato». 

Quel che Conforti cerca è un pizzico di fortuna in più, la troverà oggi a Forlimpopoli?
Quel che Conforti cerca è un pizzico di fortuna in più, la troverà oggi a Forlimpopoli?

Velocista atipico

A ben guardare Lorenzo Conforti non diresti che è un velocista, fisico asciutto e gambe toniche ma non esageratamente muscolose. Gli altri sprinter hanno sicuramente corporature più strutturate

«Loro hanno tutti fisici diversi – ragiona con noi – io sono un metro e 80 per 65 chilogrammi. Non esattamente i numeri di un velocista, però il picco di potenza ce l’ho. Gli altri hanno più watt di me nel breve ma io ho una volata più lunga, costante. Arrivando da dietro posso giocarmi comunque le mie chance».

Il Giro Next Gen è stato un modo per confrontarsi con i migliori velocisti della categoria, il bilancio è soddisfacente
Il Giro Next Gen è stato un modo per confrontarsi con i migliori velocisti della categoria, il bilancio è soddisfacente

Manca il sigillo 

Il giovane italiano è al suo secondo anno tra le fila del team di Reverberi, la sua crescita è stata lineare, a tratti anche sorprendente. 

«Ad essere onesto – racconta Conforti – non mi aspettavo di essere già a questo livello al secondo anno da under 23. L’obiettivo era quello di fare l’exploit l’anno prossimo. Però la squadra ha creduto in me e fin dalla scorsa stagione mi ha dato tante occasioni, anche di correre tra i professionisti. Impari a muoverti in gruppo e a leggere le situazioni di corsa. Manca la vittoria, unico neo di questi due anni. Nel 2024 ho ottenuto tre secondi posti, di cui uno qui al Giro Next Gen. Per noi velocisti ci sono tanti dettagli da curare, attimi da cogliere, direi che forse sta mancando un po’ di fortuna. Domani è una bella occasione, il percorso è adatto alle mie caratteristiche, il cerchio rosso l’ho messo».