Kask Elemento, è quello indossato (quasi) sempre dal Team Ineos

17.05.2025
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Elemento è l’ultimo nato in casa Kask e l’impatto estetico (marchio di fabbrica Kask), pur facilmente accostabile al Protone, dice molto di questo prodotto che non conosce limiti di utilizzo. Insieme al modello Nirvana è il riferimento per i corridori del Team Ineos (al netto del casco specifico per le crono).

E’ aerodinamico perché è efficiente, ma più di ogni altro Elemento rende funzionale l’aerodinamica al concetto di ventilazione e comfort termico. Sotto il profilo del fitting e dell’aerazione interna raggiunge livelli top. Ecco le nostre considerazioni.

Bernal al Giro con il “suo” Elemento personalizzato
Bernal al Giro con il “suo” Elemento personalizzato

Come è fatto Kask Elemento

La prima cosa da raccontare, uno dei punti chiave di Kask Elemento, sono gli inserti Fluid Carbon 12, inseriti in punti diversi. Fluid Carbon 12 è un tecno-polimero composito che assorbe e distribuisce energia in modo maggiore, rispetto ai materiali tradizionali. Grazie a questo, Elemento risulta molto scaricato in tutta la sezione interna, leggero e con canali interni di ventilazione davvero grandi, profondi e senza ostacoli. L’aria passa internamente in modo abbondante (e si sente) anche quando la velocità non è elevata. I punti di appoggio sulla testa sono solo quelli necessari alla stabilità e alla sicurezza. A nostro parere una bella espressione di tecnica, di studio e di connessione tra materiali diversi tra loro.

Poi ci sono le imbottiture, diverse dal solito. Quelle frontali, poste al di sotto delle due bocche, sono rifinite in lana Merino, mentre quelle superiori sono chiamate Multipod. Oltre ad assolvere alla funzione di imbottitura vera e propria, il materiale isotropo (flette e si comprime in modo uguale in tutte le direzioni) aumenta e implementa in concetto WG11 di Kask ed è importantissimo nella fase (eventuale) di distribuzione delle forze generate in caso di impatto. Il disegno a celle non trattiene il calore e lascia passare l’aria, azzera l’accumulo di umidità e vapore. Il sistema di chiusura, ben fatto, permette di regolare anche la taglia.

Il sistema di ritenzione

E’ composto dalla gabbia posteriore, regolabile (abbondantemente) in altezza, mentre i due pentagoni laterali sono fissi. Il rotore micrometrico è Kask e agisce sul filler perimetrale ancorato a destra e alla sinistra nelle zone delle ossa sfenoidi. Il modo in cui si innesta nel casco offre dei vantaggi non da poco. Il punto di ancoraggio è situato in una svasatura, in modo da ottimizzare la distribuzione delle forze ed è protetto dall’imbottitura frontale.

Il materiale plastico non è a contatto con la pelle. Lo stesso disegno del filler, quasi irregolare e scaricato è un altro punto a favore del comfort. Le fibbie laterali, in particolare nel punto di snodo, non sono completamente piatte, ma mostrano un comfort di buon livello e si adattano bene alla forma del viso.

Sembra il Protone, ma non lo è

A nostro parere è più comodo, anche se il concetto di fitting Kask (superlativo sotto molti punti di vista) non è stato stravolto. Elemento è più fresco e ventilato, più leggero ed impercettibile anche quando la temperatura esterna sale in maniera importante. Non comprime nessuna delle zone più delicate della testa, soprattutto quella sfenoide e occipitale. Il design è gratificante, perché è rotondo, ma non è una palla, è compatto, ma completa l’immagine del ciclista (oggi non è un fattore secondario), con o senza occhiali. Inoltre, soprattutto nella sezione anteriore, sulla linea orizzontale non sporge e non crea fastidi.

Non abbiamo riscontrato particolari difficoltà nel posizionare gli occhiali, davanti e nelle feritoie posteriori, anche se il Kask Elemento non prevede degli inserti grippanti. Le aste, una volta inserite beneficiano di canali profondi che, da un lato bloccano, dall’altro fanno sì che non interferiscano con la testa.

In conclusione

Un gran bel prodotto, un casco al quale non manca nulla e tecnicamente è un passo avanti agli altri. Kask Elemento è pienamente gratificante sotto il profilo dell’estetica, sostanzioso per quello che concerne tecnica e tecnologie integrate, super comodo. Con tutta probabilità un utente “normale” (non un ciclista professionista) non riesce a quantificare i reali benefici dell’aerodinamica, mentre è più semplice per tutti tramutare la stessa aerodinamica in efficienza relativa al comfort termico. In questo caso si è fatto bingo.

Si tratta di un casco che ha un prezzo di listino elevato, 375 euro sono tanti soldi. E’ vero, Elemento è 100% Made in Italy. Utilizza delle soluzioni tecniche e materiali che fanno scuola e verranno mutuati da altri in futuro, è un casco della fascia premium, un accessorio d’elite e la sicurezza non ha prezzo. Una cifra del genere fa entrare un casco da bici in una categoria lusso, accessibile a pochi, o per lo meno un aspetto che diventa un freno per molti ciclisti italiani.

Kask

VdP in mtb, riparte da Nove Mesto. Sentiamo Fontana

17.05.2025
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Mathieu Van der Poel è pronto a tornare nella MTB. Sebbene con una settimana di ritardo rispetto a quanto dichiarato, il formidabile atleta della Alpecin-Deceuninck di fatto dà il via all’operazione “terzo mondiale”. Dopo quelli su strada e nel ciclocross, l’olandese vuole coronare questo sogno, questa sfida.

Van der Poel si sta allenando al sole della Spagna per questo rientro in mountain bike, che appunto doveva avvenire in Germania ma poi è stato spostato a Nove Mesto (nella foto di apertura di Andreas Dobslaff-Vojo), classicissima della Coppa del mondo prevista per il 25 maggio.

Ora un assaggio per rompere il ghiaccio, magari per fare il punto sulla situazione tecnica, e poi dopo il Tour de France, dare il vero e proprio assalto all’impresa iridata.

Del suo ritorno e del suo percorso di avvicinamento, a dire il vero piuttosto riservato (VdP non pubblica più neanche su Strava), ne parliamo con colui che resta il faro della mountain bike italiana, Marco Aurelio Fontana.

Per oltre dieci anni Marco Aurelio Fontana (classe 1984) è stato il miglior biker italiano. Vanta un bronzo olimpico e uno iridato
Per oltre dieci anni Marco Aurelio Fontana (classe 1984) è stato il miglior biker italiano. Vanta un bronzo olimpico e uno iridato
Allora Marco, VdP è pronto a tornare. Sono due anni che non prende parte a una gara di mountain bike. E sappiamo che c’è un’evoluzione tecnica continua. Cosa troverà di diverso? Quanto troverà di diverso?

Troverà un mix diverso di personaggi e di percorsi. Ho visto che stanno lavorando e quindi anche sul percorso ci saranno novità. Troverà diverso il modo in cui corrono i biker oggi, che magari è un modo che a lui piacerà di più o di meno. Però, secondo me, e l’abbiamo visto dalle prime due prove di Coppa: c’è un modo di correre nuovo, più “astratto”, più altalenante. Si lima tanto, c’è un po’ di gioco di squadra, dinamiche che lui ha già visto e vissuto nel ciclocross e su strada.

In teoria è un micro vantaggio questo per lui?

Sì, però qualche cambiamento lo troverà rispetto alle sue ultime apparizioni e quindi sarà bello vedere come si adatterà subito oppure se ci metterà un po’ di tempo.

Marco, Van der Poel appartiene alla categoria “Dei in bici”, però quale potrà essere per lui un vantaggio e uno svantaggio? Pensando anche alla sua attitudine al cross e alla strada…

Il vantaggio è quel grande motore che ha e quelle ore e quella forza che ti dà la strada. Lo svantaggio sicuramente lo avrà se non userà abbastanza la mountain bike perché, come ha già dimostrato, è sicuramente una delle divinità del ciclismo, ma la MTB è un po’ il suo “tallone d’Achille”. Nella guida non è scioltissimo. In qualche occasione ha mostrato piccole incertezze. Quindi deve acquisire quella fluidità che solo l’uso della mtb gli può dare.

Il ruzzolone di VdP ai Giochi di Tokyo. Secondo Fontana l’olandese deve usare molto di più questa bici
Il ruzzolone di VdP ai Giochi di Tokyo. Secondo Fontana l’olandese deve usare molto di più questa bici
Perché?

Perché il tallone ce l’ha lì: è caduto poco dopo il via ai mondiali di Glasgow e anche a Tokyo, alle Olimpiadi, è andato giù su un ponte che al netto di tutto non era impossibile. Quindi penso che si preparerà a dovere con la mtb per essere pronto quest’anno, soprattutto per il mondiale. Mentre ci ha fatto vedere ancora una volta di essere incredibile sul pavé, di avere una guida con la bici da strada che è allucinante. Veramente incredibile. Però sulla mountain bike l’avevamo visto in leggera difficoltà già due anni fa, almeno rispetto ad alcuni piloti. Oggi si ritroverà dei biker ancora più stilosi, ancora più veloci, ancora più determinati.

Chiaro…

Poi è anche vero che se dal ciclocross si porta il ritmo e dalla strada una forza e un chilometraggio che nessuno di quelli che corrono in MTB ha, resta un grande atleta anche in questa disciplina. Però ecco, io l’unico punto di domanda lo vedo legato al fatto che deve usare di più la MTB.

Ed è oggettivamente difficile sapere quanto la usa… Però sappiamo che Canyon ha stretto una forte collaborazione con lui.

Sì, vedremo. Ma è chiaro che anche un gigante come lui deve affinare una guida che richiede sempre di più abilità tecniche.

Doveva correre in un cross country in Germania ma poi ha cambiato idea…

In Germania avrebbe trovato una salita molto lunga, dove si poteva distendere. La discesa, specie se asciutta, non è niente di che. Se fosse stata bagnata sarebbe stata un po’ più complicata, però in realtà il problema di Van der Poel non è sul bagnato. Il problema è il tipo di tecnicità del percorso e la sua modernità. Diciamo che il percorso del “Bike the Rock” di Heubach gli sarebbe stato ideale per prendere un po’ di feeling.

Sulla bici da strada invece, sempre secondo l’occhio esperto di Fontana, Van der Poel è un fuoriclasse assoluto
Sulla bici da strada invece, sempre secondo l’occhio esperto di Fontana, Van der Poel è un fuoriclasse assoluto
E Nove Mesto invece che percorso troverà?

Nove Mesto la conosce bene anche lui, anche se ci sono stati dei cambiamenti. Di buono c’è che su quel tracciato, anche se parti dietro e hai gamba, chiaramente puoi recuperare. Ci sono tratti molto larghi per risalire. Nove Mesto da sempre è una gara in cui, se hai un tempo sul giro basso, puoi essere al quarantesimo il primo giro, ma arrivare nei primi cinque.

E sul mitico rock garden nel bosco, con le radici?

E’ sempre bellissimo, moderno, ma è sempre lo stesso, quindi diventa un po’ mono-traiettoria. Mi aspetto qualche cambiamento del percorso, ci saranno novità per tutti, ma Mathieu dovrà essere pronto a vedere gente che gli volerà ai lati! In generale però fatemi dire che fa comunque piacere vedere un campione del suo calibro tornare nella MTB.

Magagnotti e Capello tornano rigenerati dalla Boemia

17.05.2025
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Grazie alle prestazioni ottenute alla Course de la Paix, soprattutto da Agostinacchio, Capello e Magagnotti, l’Italia è al comando della Nations Cup juniores maschile. E’ un risultato che per molti versi sorprende, considerando che lo stesso cittì Salvoldi, nel commentare le ottime prestazioni italiane in terra boema non ha mancato di ricordare come la tradizione italiana nel ciclismo giovanile voglia che in primavera ci sia un normale gap con le altre nazioni, dettato soprattutto dagli impegni scolastici. Eravamo abituati a vedere un’altra Italia da luglio in poi, ma anche le tradizioni più radicate sono destinate ad aggiornarsi, a quanto pare.

Il podio della prima tappa dove l’olandese Schonvelde ha vanificato il lavoro degli azzurri
Il podio della prima tappa dove l’olandese Schonvelde ha vanificato il lavoro degli azzurri

Due azzurri, due obiettivi

Alla Corsa della Pace tutti gli azzurri sono stati protagonisti, ma, dopo aver sottolineato i risultati e soprattutto la presenza come uomo-squadra dell’iridato di ciclocross Mattia Agostinacchio, l’accento va posto su due corridori, Alessio Magagnotti e Roberto Capello. Perché hanno avuto un rendimento elevatissimo dedicandosi a due obiettivi ben diversi: il primo ha puntato ai successi di tappa e alla conseguente classifica a punti, Capello da parte sua si è ritrovato a battagliare per la classifica generale, portando a casa un podio che vale oro e che ha inorgoglito anche il suo team, la Grenke Auto Eder che aveva creduto in lui sorprendendo con il suo ingaggio molti addetti ai lavori.

Partiamo da Magagnotti, che con i risultati portati a casa mette pace in una prima parte di stagione iniziata con qualche patema: «La prima parte di stagione era andata maluccio, troppa sfortuna e appuntamenti mancati con la vittoria. Avevo perso un po’ di autostima, non capivo perché non riuscissi a tradurre in risultati la mia condizione, le mie aspettative. Poi è arrivata la prima vittoria al Memorial Vangi, ma il cambio di rotta l’ho vissuto al Trofeo Emozione, dove sono riuscito a vincere pur avendo bei problemi con l’allergia. Lì è cambiato un po’ tutto».

La vittoria di Magagnotti nella semitappa del secondo giorno, favorita da Agostinacchio (3°)
La vittoria di Magagnotti nella semitappa del secondo giorno, favorita da Agostinacchio (3°)
Quella in terra boema era la tua prima uscita all’estero in questa stagione, ti aspettavi un bottino così ricco?

Diciamo che non sapevo quale poteva essere il mio reale valore, ma in ogni tappa sono partito con l’obiettivo della vittoria. Il podio nella prima tappa è servito molto, nella semitappa del secondo giorno mi sono accorto che qualcosa era cambiato dal punto di vista mentale, mi sentivo abbastanza sicuro, ma al di là dei risultati, quel che mi porto dietro dalla Boemia è il fatto che sono riuscito a rimanere sempre con i migliori, anche nella tappa più dura.

Un aspetto dei risultati che merita un approfondimento è il fatto che in tutte le volate sei arrivato tra i primi come anche Agostinacchio: facevate sprint diversi?

Il primo giorno sì, avevamo avuto disposizione di fare io la volata con la squadra a farmi da treno e Mattia a fare lo sprint isolato. Purtroppo ci è sfuggito l’olandese Schoonvelde così abbiamo chiuso secondo lui e terzo io. Ma si vedeva che andavamo forte. Il secondo giorno invece Mattia mi ha tirato lo sprint fino ai 600 metri ed è stato importante per poter poi lanciare la volata, la vittoria è anche merito suo. Nella tappa più dura siamo rimasti insieme, l’ultimo giorno lui ha vinto la volata del gruppo, io ero con quelli in fuga, ma ero davvero in debito di energie, ho fatto lo sprint ma non ne avevo per vincere e ho chiuso secondo.

Il trentino in maglia bianca. Magagnotti ha già trovato un accordo con un devo team per il 2026
Il trentino in maglia bianca. Magagnotti ha già trovato un accordo con un devo team per il 2026
In attesa di poter ufficializzare la squadra per il prossimo anno si sa già che è un devo team del WorldTour. Avere la strada già spianata in questo periodo della stagione è un aiuto dal punto di vista psicologico?

Fino a un certo punto. So che avrò un futuro in un grande team, ma ci penserò al momento opportuno, per ora conta il fatto che corro per l’Autozai Contri e voglio onorare questa maglia fino all’ultimo giorno ottenendo quante più vittorie possibile. La mia fame di vittorie non si è minimamente placata dopo l’accordo per il 2026, vado avanti giorno per giorno.

Un po’ ti penalizza il fatto che i percorsi delle gare titolate sono per scalatori puri, ti senti tagliato fuori?

L’europeo so che non si adatta a me, per il mondiale però un pensierino lo faccio ancora, voglio vedere bene com’è il percorso per capire se e cosa posso fare. Poi c’è sempre la pista, sulla quale ora voglio concentrarmi anche perché mi piacerebbe essere chiamato ancora a far parte del quartetto. Insomma, di carne al fuoco ce n’è tanta…

Il podio finale della Course de la Paix, vinta da Jackowiak (POL) con 2″ su Herzog (ER) e 10″ su Capello
Il podio finale della Course de la Paix, vinta da Jackowiak (POL) con 2″ su Herzog (ER) e 10″ su Capello

Un podio arrivato a sorpresa

Mentre Magagnotti e Agostinacchio lottavano per le tappe, c’era però Roberto Capello che guardava alla classifica e il suo podio è forse l’esito più sorprendente della corsa a tappe in terra ceka: «Sinceramente il podio non me l’aspettavo, anche se precedentemente, al GP West Bohemia avevo chiuso al 6° posto, ma era una corsa diversa e soprattutto con una partecipazione di livello molto differente. La cosa che mi ha stupito è stato il mio rendimento a cronometro: non ne avevo mai fatte eppure ho chiuso in Top 10. Nella tappa regina mi sono difeso attaccando, ho provato un paio di volte ad andar via e alla fine ho chiuso 6°. Alla fine il terzo posto è un grande traguardo».

Scaturito anche senza cercarlo troppo…

La squadra era giustamente più improntata sulla caccia alle tappe, ma io ho visto che tenevo e la classifica si metteva sempre meglio. Così man mano il team mi ha aiutato, soprattutto nella penultima tappa e in quella finale avevamo anche pensato a cercare il colpo a sensazione, ma non ci siamo riusciti.

Capello con il team Grenke Auto Eder. L’esperienza internazionale sta già portando i suoi frutti
Capello con il team Grenke Auto Eder. L’esperienza internazionale sta già portando i suoi frutti
Con i compagni di squadra ti conoscevi?

Sì, tranne Agostinacchio. Con gli altri ci troviamo spesso alle gare, succedeva così sin da quand’eravamo allievi quindi anche militando in squadre diverse ci si ritrovava spesso a parlare. Si è formato un bel gruppo, io credo che sia stato il primo ingrediente per i risultati che abbiamo portato a casa perché eravamo molto amalgamati.

Quanto influisce il militare nel team inserito nella filiera Red Bull, quanto ti ha cambiato finora?

E’ un aspetto fondamentale perché si lavora tantissimo sulla fiducia reciproca. Sai che se un giorno lavori per far vincere un compagno, poi verrà il momento che ricambierà e correrà per farti vincere. Questo clima si è ricreato in nazionale, con corridori con i quali normalmente si è in competizione e questo credo sia molto importante. Nel team internazionale sono già cresciuto molto, sia a livello tecnico che tattico, ma i bilanci si fanno a fine stagione. Io ora aspetto la prima vittoria, sto lavorando per quello.

Per Capello (numero 60) ora sono in programma prove italiane da affrontare senza il supporto del team
Per Capello (numero 60) ora sono in programma prove italiane da affrontare senza il supporto del team
Che cosa stai imparando in particolare?

C’è una mentalità diversa, per la quale si corre sempre per vincere, non importa come sia il percorso e chi ci sia come avversario. Questo mi fa capire come sia stata la scelta giusta. Ora mi aspettano un po’ di gare in Italia dove sarò solo, ma questo non mi pesa, perché è qualcosa che ho già fatto in passato e so come muovermi, come sfruttare il lavoro degli altri team. E’ chiaro però che quando ci sono i miei compagni di squadra, è molto meglio…

Tiberi cresce e Roglic è pericoloso. Parola di Caruso

17.05.2025
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TAGLIACOZZO – Ad eccezione di Ayuso e Del Toro, abbastanza giovani e sfrontati da minacciare le certezze dei più grandi, fra i primi otto della tappa di ieri ci sono i corridori più titolati di questo Giro d’Italia. Gli altri sono appena più indietro, ma la classifica ora ha finalmente una forma. Damiano Caruso e i suoi 37 anni sono la voce più autorevole del primo gruppo. Ancora una volta il siciliano ha tagliato il traguardo accanto ad Antonio Tiberi. Franco Pellizotti dice che non lo vedeva da un pezzo così in forma e Damiano e le sue prestazioni gli danno ogni giorno ragione.

Con Tiberi quarto a 27 secondi da Roglic, Caruso viaggia in undicesima posizione e mantiene lo sguardo fisso su ciò che gli accade intorno, a metà tra il fratello maggiore e l’angelo custode. «E’ andata anche bene – dice – per essere un arrivo così esplosivo. Per quanto mi riguarda sono super soddisfatto sia della prestazione della squadra, della mia e anche per quella di Antonio. Non è una sorpresa, sta facendo quello che ha promesso. Ma di Roglic non mi fido, lui la sa lunga, nell’arco delle tre settimane può ancora dire molto…».

Tiberi che cresce

La Bahrain Victorious ha preso in mano la corsa poco prima dell’ultimo bivio verso Marsia, la località sciistica ormai dismessa che ha ospitato il traguardo della settima tappa del Giro d’Italia.

«Siamo atleti che lavorano insieme da tanto – spiega Caruso – quindi è un gruppo affiatato. La squadra ci dà fiducia, quindi è giusto ricambiarla. Si vede anche da come corriamo, in gara non c’è bisogno nemmeno di parlare. Ci guardiamo e ognuno sa quello che deve fare e questo è gratificante. In questo quadro, Antonio sta crescendo nella personalità e in tutti gli aspetti, quindi il progetto va avanti. E alla fine è andata bene anche per me. Era un finale molto impegnativo, perché gli ultimi due chilometri erano abbastanza tosti. Tutta la tappa, specialmente la partenza, è stata corsa a ritmi veramente importanti. E’ venuta fuori una giornata impegnativa, ma anche soddisfacente per me, per la squadra e per il nostro leader, quindi oggi (ieri, ndr) andiamo a riposarci contenti».

Un livello altissimo

E’ mancato Roglic, dice Caruso. Ieri tutti lo aspettavano, invece Primoz non ha risposto all’attacco di Ayuso e neppure ai precedenti di Ciccone e Bernal. Ha preferito o è stato costretto a starsene alla finestra e alla fine ha perso un’occasione.

«Siamo andati forte tutto il giorno – racconta – regolari e a tutta. L’accelerazione è una delle caratteristiche di Ayuso, lo scatto secco, più di quanto lo abbia Antonio. L’importante però è che ci sia stata una reazione da parte di entrambi. Sono felice di questo, perché ho risposto anch’io bene, nonostante i miei 37 anni. Se tutto va bene e uno ha voglia di correre e continuare a fare sacrifici, può ancora correre ad alti livelli. Però devono esserci questi presupposti, altrimenti non si va più avanti. C’è da dire che si va davvero forte. Si potrebbe pensare che non sia stato un grande arrivo, dato che non ha fatto differenze notevoli. L’arrivo invece era giusto, il fatto però è che tutti i corridori sono preparatissimi e il livello è così alto che certi giorni i percorsi non bastano più…».

Roglic dorme, Ayuso lo pizzica. Ma Tagliacozzo non fa male

16.05.2025
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TAGLIACOZZO – Se Roglic avesse avuto la stessa prontezza quando è scattato Ayuso, probabilmente oltre ad aver conquistato la maglia rosa, avrebbe vinto anche la tappa. Invece lo sloveno ha esitato, mentre è stato rapidissimo a lasciare la conferenza stampa quando l’interruzione di corrente ha fatto spegnere le luci. In montagna può capitare, lui si è alzato subito di scatto, ha lasciato la risposta a metà e si è precipitato giù dalla scaletta verso l’antidoping. Per certi versi c’è da capirlo. Dopo la discesa al piazzale dei pullman, li attendono due ore di viaggio fino alla costa adriatica, ma i modi lasciano a desiderare. Chiamiamola originalità.

Dopo l’arrivo di Ayuso, l’abbraccio col massaggiatore Paco: è la prima vittoria in un Grande Giro
Dopo l’arrivo di Ayuso, l’abbraccio col massaggiatore Paco: è la prima vittoria in un Grande Giro

La prima di Ayuso

Il primo arrivo in salita del Giro non ha fatto male come tradizione vorrebbe. Gli ultimi due chilometri della scalata finale che da Tagliacozzo conduce a Marsia erano i più ripidi, ma la sensazione è che non siano bastati per fare azioni di classifica. Fra quelli più attesi, soltanto Pidcock e Piganzoli hanno pagato più di quanto fosse lecito aspettarsi (rispettivamente 34″ e 38″). Fra i primi invece si è risolto tutto in una serie di provocazioni. Prima il forcing della Bahrain Victorious. Quindi i due attacchi violenti di Ciccone, poi rimasti nelle gambe. Quindi il forcing di Bernal e solo alla fine, con lo sforzo di 35-40 secondi che sapeva di avere nelle gambe, la rasoiata di Ayuso che ha lasciato tutti sul posto.

«Non è una semplice vittoria – dice lo spagnolo della UAE Emirates – è la mia prima vittoria in un Grande Giro, quindi è una di quelle che ricorderò per sempre. Ricordo la prima da professionista a Getxo e questa è la prima tappa in un Grande Giro, siate certi che la porterò sempre con me. Nel finale ho sempre seguito Roglic perché in questi arrivi lui è il più forte e vince praticamente sempre. Quando è iniziato l’attacco, non sapevo se stesse aspettando che partissi o stesse giocando. Ma quando la mia distanza è arrivata, ho attaccato e non mi sono fermato finché non è finita. Prima di muovermi ho lasciato che gli altri sprecassero un po’ di energia. Più o meno sono azioni che hai in mente, ma dipende sempre da come arrivi e dalle gambe. Mi sentivo bene. Sapevo di poter fare un attacco di circa 30-45 secondi, che più o meno è quello che ho fatto, forse un po’ di più. Era importante fare un attacco solo, anziché provare e poi voltarsi e poi rifarlo ancora. Un attacco solo e possibilmente vincente».

La fuga di Roglic

Pizzicato al riguardo, Roglic ha giocato, ma probabilmente dietro il tanto sorridere e mostrarsi gioviale c’è stato qualche minuto di buco, che gli ha impedito di rispondere agli attacchi finali. Il leader della Red Bull-Bora ha perso ieri l’appoggio di Hindley, ma si ritrova accanto un Pellizzari solido e pimpante e starà a lui essere all’altezza del compito che lo attende. La maglia rosa è tornata dopo quella di Tirana, ma la sensazione è che neppure questa volta, Roglic si svenerà per difenderla.

«Non sono più così giovane – dice – i giovani invece si accendono subito. Io ho bisogno di un po’ di tempo per iniziare a carburare, ma me ne vado da questa salita con la maglia rosa. Ancora una volta lo ripeto: è un privilegio. Gli avversari sono sempre più vicini e non so quando me la porteranno via. So però che oggi la nostra squadra ha corso bene per tutto il giorno. Mi sto godendo la giornata, non si sa mai quanto durerà. Essere qui a lottare con i migliori è meraviglioso, anche se quando è partito l’attacco non ero nella posizione in cui dovevo essere. Forse ho dormito un po’».

A questo punto, approfittando dell’interruzione di corrente, la maglia rosa se ne è andata, covando forse il sottile fastidio per non essere riuscito a vincere sull’arrivo che lo chiamava da giorni e su cui non è andato oltre un pur lodevolissimo quarto posto, alle spalle di Ayuso, Del Toro e Bernal.

«Del Toro è un compagno di squadra e un amico – ha detto Ayuso dopo la vittoria – mi fido totalmente di lui»
«Del Toro è un compagno di squadra e un amico – ha detto Ayuso dopo la vittoria – mi fido totalmente di lui»

L’attesa degli sterrati

Ayuso invece ha la calma serafica di chi vuole stringersi forte il momento e farne parte finché ci sarà luce. Risponde alle domande e non evita quelle scomode. Anche quando gli chiedono chi secondo lui vincerà il Giro. E poi lo spagnolo butta lo sguardo sulla tappa di Siena, la meno prevedibile.

«Siamo venuti con l’ambizione di vincere – dice – io per primo ho l’ambizione di vincere. Ma penso che la responsabilità e il peso della gara si vedranno sulla strada. Oggi è solo un primo passo, già domenica sugli sterrati ci sarà una tappa forse più temibile. Sarà sicuramente una delle più impegnative di questo Giro. Non avremo bisogno soltanto di buone gambe, di una buona posizione o di una squadra forte. Servirà anche la fortuna perché le forature possono rovinare l’intero Giro. Bastano una foratura o un brutto momento e mesi di lavoro andranno in fumo».

Le auto hanno iniziato la discesa. Prima le ammiraglie, poi quelle del Giro-E. La Polizia e lentamente tutti quelli che non vedono l’ora di tornare a valle e riprendere l’autostrada. Il livello del gruppo è così alto che nessuno degli uomini di classifica ha perso terreno. Sono saliti in gruppo, col paradosso che anche in salita ormai si sta bene a ruota. Non era un arrivo risolutivo, ma ha confermato che i migliori sono tutti lì. Ha ceduto Pidcock, inaspettatamente. Anche Piganzoli ha ceduto, ma non stava bene. Invece Fortunato, che ieri è caduto, oggi ha sofferto ma ha tenuto duro. Fra una schermaglia e l’altra, il vero Giro deve ancora cominciare.

In ammiraglia Decathlon: adrenalina, tattiche e un sogno svanito

16.05.2025
6 min
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TAGLIACOZZO – Ed eccoci qui, un anno dopo: prima tappa appenninica e di nuovo sull’ammiraglia della Decathlon AG2R. Ed è sempre una bellissima esperienza, perché essere dentro al Giro d’Italia è una cosa grandissima. A farci da Cicerone stavolta c’era il direttore sportivo, uno dei più esperti del team francese Didier Jannel.

Con il tecnico francese si è parlato molto di tattiche. E tutto sommato, vivendo la corsa da dentro, qualche domanda ce la siamo posta. Perché, ad esempio, la BORA-hansgrohe ha tirato così tanto? Con collegamenti via telefono da e con altre televisioni, il diesse francese aveva saputo che la squadra di Roglic non era interessata alla tappa. «Ma allora perché tira?», obiettava Jannel.

Tattiche in primis

Jens Voigt, ex corridore oggi inviato di Eurosport, è venuto ad intervistare il diesse chiedendogli un parere sulla corsa. E anche al tedesco, Jannel esprimeva i suoi dubbi sull’andamento tattico della corsa. Ovviamente con il suo Nicolas Prodhomme nella fuga sperava in un vantaggio più corposo.

E ancora tattiche e domande: perché Pedersen e compagni hanno aumentato il ritmo al punto da generare anche qualche caduta in discesa?

Forse dalla TV non si è visto, ma nella planata finale il gruppo si era allungato e frastagliato notevolmente. Tra l’altro è al termine della planata stessa che c’è stato un momento spettacolare, che solo stando nella corsa si può vivere.

In quel frangente è stato adrenalinico assistere al rientro in massa dei ragazzi della Groupama-FDJ, tutti in fila per capitan Gaudu. Otto corridori, un treno. Volavano via a 65 all’ora tra ammiraglie, curve, rotatorie, moto… La giuria era piombata su di loro come un falco. L’ultimo vacone ad attendere il treno è stato Lorenzo Germani. Il laziale spianato sulla bici filava che era un bellezza.

Nicolas Prodhomme in fuga con altri 6 atleti. E’ stato tra gli ultimi ad arrendersi a 5 chilometri dal traguardo
Nicolas Prodhomme in fuga con altri 6 atleti. E’ stato tra gli ultimi ad arrendersi a 5 chilometri dal traguardo

Prodhomme in fuga

Appena arrivati questa mattina nel clan della Decathlon-AG2R a Castel di Sangro abbiamo notato subito 14 bici. Loro sono rimasti in sette: perché portarne così tante? Perché sette erano per la corsa e altre sette pronte sui rulli. La partenza infatti era in salita e l’intento della squadra francese era duplice: non far staccare Sam Bennett, il velocista e capitano, e mettere nella fuga Prodhomme. Il ragazzo è stato bravissimo centrando l’obiettivo.

Così, eccoci sul percorso. Siamo partiti una ventina di minuti prima della tappa. Dopo qualche chilometro abbiamo mangiato un gustoso panino preparato da uno chef locale e quando finalmente è partita la fuga siamo entrati anche noi ufficialmente in gara. In questo modo ci siamo ritrovati subito dietro alla fuga, senza dover effettuare manovre pericolose per sorpassare il gruppo. Una pratica ormai consueta.

A quel punto il direttore sportivo ha preso in mano la situazione… e la radio. Indicava con attenzione i punti salienti del percorso: tratti duri, tecnici, insidiosi.

Radio alla mano

Dopo la salita più impegnativa di giornata, cioè Monte Urano (era cattivissima), Jannel ha detto al ragazzo: «Adesso c’è una salita facile, cerca di mangiare, pensa ad alimentarti». Poco dopo, ecco radiocorsa chiamare la nostra ammiraglia. Prodhomme ha chiesto dei gel e una borraccia con 80 grammi di carboidrati.

Il direttore sportivo però restava un po’ sulle spine. Il distacco massimo era arrivato a quattro minuti, ma dietro c’era sempre la BORA a tenere un ritmo sostenuto. Jannel aggiornava costantemente Prodhomme sui distacchi, ma restava incerto sull’andamento tattico.

Tuttavia per un momento, mancavano circa 65 chilometri, è sembrato persino che la fuga potesse riuscire nel suo intento. Il vantaggio tutto sommato era buono, la corsa dietro si era leggermente “addormentata” e il percorso e il vento erano favorevoli.

Jannel voleva tenere alto il morale del suo ragazzo e gli diceva: «Stai attento a Scaroni. Perché Scaroni, lo conosciamo, quest’anno ha vinto il Tour des Alpes-Maritimes, è in forma. Però è anche vero che ieri è caduto». Come a dire, “curalo” ma non spaventarti.

Altro uomo da tenere sott’occhio era Paul Double: «Lui è uno scalatore molto importante. Sai come va e quest’anno ha vinto una tappa alla Coppi e Bartali». E poi ha aggiunto qualcosa che tirava in ballo anche Buitrago ma che non siamo riusciti a capire nel bailamme della corsa.

Il direttore sportivo Didier Jannel, un veterano del gruppo Decathlon-Ag2R
Il direttore sportivo Didier Jannel, un veterano del gruppo Decathlon-Ag2R

La dura realtà…

Lungo l’ultima discesa di giornata, il distacco inizia a crollare. La Lidl-Trek di Ciccione ci mette lo zampino. Tira persino con Pedersen in persona, la maglia rosa. E così, a circa 25 chilometri dall’arrivo, ecco che la giuria, quando il vantaggio era appena superiore al minuto, ferma le ammiraglie che seguivano la fuga. E quindi anche la nostra.

Dobbiamo ammetterlo: un po’ di tristezza è calata in ammiraglia in quel momento. E’ vero, si sapeva che a quel punto i sette ragazzi davanti non sarebbero più arrivati, però la speranza, come si dice, è l’ultima a morire. «Nicò sta bene – aveva detto Jannel – la vittoria al Tour of the Alps gli ha dato convinzione che poteva fare bene qui al Giro e che poteva vincere una tappa. Perché vincere una tappa era e resta il nostro obiettivo».

Una volta finiti dietro al gruppo, i discorsi alla radio sono cambiati radicalmente. Si è tornati a parlare di logistica: come riprendere gli atleti, dove parcheggiare, come radunarsi ai bus che erano a 15 chilometri dall’arrivo. Insomma, come organizzare il rientro in vista della prossima tappa. Che sarà di nuovo molto, molto dura.

La seconda vita di Stacchiotti, sognando l’Olimpiade

16.05.2025
5 min
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Una seconda opportunità, per certi versi anche più grande della prima. Riccardo Stacchiotti aveva chiuso la sua lunga carriera professionistica nel 2021, con un buon numero di vittorie, pronto a vivere la sua vita lontano dal ciclismo. Ma il destino voleva altrimenti. Tutto è nato da uno sfortunato giorno del 2023, un incidente in moto, una lussazione al ginocchio particolarmente sfortunata.

Stacchiotti nella volata di Ostenda davanti all’ucraino Yegor Dementiev, iridato che corre fra i pro’
Stacchiotti nella volata di Ostenda davanti all’ucraino Yegor Dementiev, iridato che corre fra i pro’

Riccardo e la caviglia bloccata

«L’osso, uscendo dalla sua sede, ha lesionato alcuni nervi – ricorda il marchigiano – col risultato che non posso più muovere la caviglia. Nella vita di tutti i giorni è un danno serio ma relativo, ma in bici non posso più dare spinta con la gamba, questo ha cambiato un po’ le cose. Le misure della bici non sono mutate ma nella spinta disperdo molta energia. Non è la stessa cosa di prima».

Sapendo del problema, il cittì della nazionale paralimpica Pierpaolo Addesi ha così preso contatto con l’ex professionista: «Mi ha spiegato la sua idea, mi ha illustrato l’ambiente della nazionale e il mondo paralimpico, ma soprattutto mi ha fatto capire che quell’incidente e la successiva menomazione mi davano l’opportunità di tornare a gareggiare in una particolare categoria. Ci ho pensato un po’ e poi ho accettato».

L’ultima corsa di Stacchiotti da pro’ è stato il Giro del Veneto nell’ottobre 2021. 10 vittorie in carriera
Stacchiotti da pro’ è stato il Giro del Veneto nell’ottobre 2021. 10 vittorie in carriera

Una scoperta sorprendente

Che impressione ha avuto nel suo primo approccio con le gare, con l’ambiente? «Fino ad allora ne avevo sentito parlare ma le mie uniche testimonianze erano state attraverso la televisione. Ho amici che hanno disabilità, alcuni lavorano anche come guide cicloturistiche e ammetto che la loro perseveranza, la loro forza interiore mi hanno sempre affascinato. Quando però sono entrato dentro quest’ambiente mi sono accorto di un livello generale, organizzativo davvero altissimo. Ho trovato un’attenzione profonda per ogni dettaglio. Poi è arrivata la trasferta in Belgio, per la Coppa del Mondo e in alcuni momenti mi sembrava davvero di essere tornato professionista».

Com’è stato il primo approccio con la prova internazionale? «Mi avevano detto prima di partire che mi sarei trovato di fronte atleti davvero forti, ma non credevo che il livello fosse così elevato. So che ci sono alcuni atleti che fanno anche attività continental, che avrei potuto tranquillamente affrontare quando correvo. Io sono nella categoria MC5, dove ci sono disabilità abbastanza lievi, infatti si sviluppano gare che hanno ben poco da invidiare a quelle che affrontavo prima. In generale devo dire che è un mondo incredibile, dove ti confronti con una forza d’animo enorme, con persone che vanno al di là di problemi fisici enormi con una carica contagiosa».

Una delle vittorie del recanatese nelle prove amatoriali, vissute come preparazione per l’attività paralimpica
Una delle vittorie del recanatese nelle prove amatoriali, vissute come preparazione per l’attività paralimpica

Un 5° posto per cominciare

Come hai affrontato la tua prima avventura internazionale? «Diciamo che ci sono andato un po’ con i piedi di piombo, non sapevo quale poteva essere la mia condizione, a che livello ero in confronto agli altri. Alla fine posso dire che è stata una bella esperienza, molto incoraggiante. Il 5° posto finale lo reputo un inizio, una buona base, perché ho visto che ho già una buona condizione fisica e che non posso che migliorare».

Un’attività interpretata in maniera diversa rispetto a prima? «Certo, non potrebbe essere altrimenti. Allora ero un corridore al 100 per cento, pensavo solamente a quello. Oggi sono un uomo che lavora 8-9 ore al giorno e posso dire che se riesco ad allenarmi 8 ore a settimana è già tanto. Per questo mi sono tesserato per una squadra amatoriale, il Team Crainox e sfrutto le Granfondo e le prove amatoriali per allenarmi, affrontandole senza grandi velleità agonistiche. Ma quell’impegno domenicale mi consente di tenermi in forma. Diciamo che le sfrutto per mettere nelle gambe chilometri e ritmo».

Stacchiotti gareggia anche nelle Granfondo, sfruttando le domeniche per fare ritmo
Stacchiotti gareggia anche nelle Granfondo, sfruttando le domeniche per fare ritmo

La molla del sogno olimpico

Questa è la stagione del primo approccio, il progetto di Addesi però ha mire lontane, al 2028…: «Effettivamente è stata un po’ la molla che mi ha spinto ad accettare. Non avrei mai pensato che, dopo aver chiuso la mia carriera, potessi ancora ambire a un traguardo così alto. Ma io sono abituato ad andare per gradi, quel pensiero l’ho messo lì, nel cassetto, da studiarci sopra per preparami al meglio. Ho tempo, ora devo procedere con calma imparando tante cose e migliorando progressivamente, gara per gara».

E a questo proposito è alle porte già la seconda tappa di Coppa del Mondo a Maniago. Stacchiotti, in gara oggi nella cronometro, guarda però con ambizioni a domenica, alla sfida in linea: «Contro il tempo non sono mai stato un asso, mi servirà però per prendere confidenza con l’evento e studiare gli avversari. Sarà un antipasto alla prova di domenica dove non nascondo che vorrei fare meglio di Ostenda, ora che so meglio come muovermi in gara».

Il marchigiano in gara anche nelle cronometro, ma solo per migliorare la condizione
Il marchigiano in gara anche nelle cronometro, ma solo per migliorare la condizione

Un ambiente altamente professionale

Che cosa ti ha stupito maggiormente della tua prima esperienza internazionale? «Il fatto che, alla fin fine, non c’è così grande differenza con molte delle gare professionistiche alle quali ho partecipato, soprattutto nel livello organizzativo, nella cura per ogni singolo aspetto, nell’attenzione che tutto lo staff della federazione mette in ogni cosa. E’ un grande gruppo, che voglio ripagare con i risultati, ma visto quanto gli altri vanno forte non sarà per nulla facile…».

Andrea Garosio ancora in gruppo. Da corridore a regolatore…

16.05.2025
5 min
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E’ successo tutto molto in fretta, quasi senza volerlo. Quando lo scorso novembre Andrea Garosio ha deciso di smettere con il ciclismo, la stagione era appena finita. L’idea di lasciare c’era da tempo, ma la conferma è arrivata dopo pochi giorni: «Avevo ancora una proposta da una squadra, ma poi non è andata. E ho deciso che era finita».

Dopo un inverno passato con il padre nell’impresa di famiglia e un po’ di indecisione su cosa fare da grande, Garosio è stato chiamato dalla RCS Sport: lo volevano al Giro d’Italia come regolatore. Era un pomeriggio di gennaio e il telefono ha squillato.

Una figura ibrida, a metà fra la direzione e la giuria, che si muove con la moto per garantire sicurezza e fluidità alla corsa. Lo abbiamo intercettato per capire meglio cosa significhi questo nuovo ruolo e cosa si nasconde dietro le quinte della corsa rosa.

Andrea Garosio è stato pro’ per 9 stagioni. Ha chiuso la carriera nel 2024 alla Polti-Kometa
Andrea Garosio è stato pro’ per 9 stagioni. Ha chiuso la carriera nel 2024 alla Polti-Kometa
Andrea, come sei arrivato a fare il regolatore?

Mi hanno chiamato da RCS Sport. Ero a lavoro con mio papà. In quel periodo andavo un po’ con lui perché volevo tenermi la possibilità di restare legato al ciclismo, quindi non mi ero ancora impegnato con nessuno. A casa abbiamo una piccola azienda edilizia. Avevo ricevuto alcune proposte, anche per lavori d’ufficio, ma non avevo deciso. Mi ha chiamato Barbin e mi ha detto che avrebbero voluto parlarmi. Quasi non ci credevo all’inizio. Poi mi hanno convocato, ho parlato direttamente con Mauro Vegni e Luca Papini. Mi hanno spiegato tutto e ho colto al volo l’occasione. In più avevo anche il corso da direttore sportivo di terzo livello. Insomma avevo i requisiti anche per l’UCI.

Quanto il to passato da corridore, fresco ex corridore, ti ha aiutato per fare il regolatore?

Molto. Aver corso tanti anni aiuta: conosci le dinamiche, capisci la corsa. Quando vedi il profilo della tappa sai già che tipo di giornata sarà. Poi durante la corsa, essendo vicino al gruppo, sai se stanno accelerando, se c’è vento, se è un momento di stress. In discesa, per esempio, sai se conviene allungare un attimo per dare spazio, oppure se puoi stare più vicino. Insomma, sei in mezzo alla corsa. Ti muovi come un corridore, anche se sei in moto. Capisci le intenzioni del gruppo e ti adatti.

Ma concretamente, cosa fa un regolatore?

Regola tutto quello che riguarda i mezzi in corsa. Dalla gestione dei fotografi, che devono sapere quando possono avvicinarsi ai corridori, alla sicurezza degli atleti che si staccano, posizionando le staffette o la polizia per ogni gruppetto. Poi se c’è un ostacolo a terra che non è stato segnalato, puoi metterti davanti al gruppo e indicare la direzione. Quando c’è una caduta, devi far defluire il traffico, assicurarti che arrivino i medici e l’ambulanza. Se c’è un rientro dopo una foratura o un incidente meccanico, devi gestirlo. Sono tante piccole cose che non si vedono, ma fanno parte del lavoro quotidiano.

Ieri un bel da fare per Garosio e colleghi nelle fasi della neutralizzazione…
Ieri un bel da fare per Garosio e colleghi nelle fasi della neutralizzazione…
A livello tecnico, con quante radio sei collegato?

Due. Una è quella nostra, interna alla direzione. L’altra è il radiocorsa, quella di tutti: ammiraglie, direzione, giuria. Noi della direzione abbiamo un canale nostro in cui ci coordiniamo su tutto: eventuali pericoli, decisioni da prendere, posizionamenti.

C’è stato un momento difficile, oltre alla maxi caduta di ieri che però con la neutralizzazione tutto sommato è stata poi “facile”?

Il circuito di Lecce per esempio. C’erano due strettoie e l’ho segnalato subito, ero davanti e ho sentito anche le lamentele. Se fossi stato ancora un corridore, avrei pensato che fosse un punto pericoloso, invece da regolatore lo valuti diversamente. Per me il circuito era bello. Le strettoie c’erano, ma non erano impossibili da affrontare.

E’ più complicato stare davanti o dietro al gruppo?

Davanti è più complicato per l’attenzione. Devi essere preciso, non intralciare, leggere bene la discesa. C’è un lavoro più attivo. Chi scatta e chi chiude. Dietro invece c’è più da fare in generale, perché se qualcuno si stacca lo devi seguire, mettere in sicurezza. Ma se non ci sono corridori staccati, dietro è più tranquillo. Davanti hai più responsabilità, soprattutto nei momenti chiave.

Quando sei dietro però, i corridori non ci sono più…

Solo se non si staccano. Se invece ci sono corridori in difficoltà, devi seguirli, assicurarti che ci siano le staffette, vedere se rientrano. Però è più semplice da gestire: sono pochi, li conosci, sanno come muoversi. Davanti invece hai la responsabilità di non intralciare nessuno, di vedere tutto prima che accada.

Dalla tv non si vede ma in corsa c’è sempre un bel caos di mezzi al seguito. Il regolatore come Garosio ha il compito di gestire questo traffico
Dalla tv non si vede ma in corsa c’è sempre un bel caos di mezzi al seguito. Il regolatore come Garosio ha il compito di gestire questo traffico
Andrea da ex corridore: chi ti ha impressionato sin qui?

Sicuramente Pedersen. E’ fortissimo e mi ha stupito soprattutto nella crono di Tirana. Incredibile davvero. Poi vedo molto bene Roglic: mi sembra in forma. Ayuso invece si sta nascondendo tanto. Entrambi però hanno squadre fortissime. Sarà una bella sfida fino alla fine.

Il tuo ex compagno Piganzoli?

Ci ho parlato in questi giorni con “Piga”, lo vedo tranquillo. Secondo me ha preso tanta fiducia lo scorso anno dopo il Giro dell’Emilia dell’anno scorso. Ha valori buoni, va forte, gli auguro davvero di fare un bel Giro. Siamo amici, siamo stati compagni di camera tante volte, lo conosco bene. Anche Pellizzari mi ha sorpreso, soprattutto nella crono. Non era una prova semplice: strade larghe, ritmi alti, eppure è andato forte. Lui però ha un capitano importante (Roglic, ndr)… vedremo. Ma se va forte a crono, vuol dire che sta bene.

Speriamo bene per entrambi: due italiani davanti fanno bene a tutto il movimento…

Assolutamente. E io tifo per loro. Li conosco entrambi, anche se con Piga ho più confidenza visto che spesso è stato anche mio compagno di stanza. Sono ragazzi giovani, motivati, stanno bene. Spero vivamente che riescano a lasciare il segno.

Il Giro sul Mortirolo senza Recta Contador, ma la salita ci aspetta

16.05.2025
5 min
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Alla fine si è deciso di non farla. Il Giro d’Italia avrebbe dovuto scalare un Mortirolo inedito, quello che in Valtellina e fra gli organizzatori è stato ribattezzato come la “Recta Contador”. Era tutto pronto. Le autorità hanno lavorato nei tempi prestabiliti, sistemando il fondo stradale. Quando abbiamo parlato alla vigilia del Giro, Garzelli lo aveva appena provato, stupito per la sede stradale molto stretta, che avrebbe previsto il divieto al pubblico. Invece c’è stato appena il tempo di rientrare in Italia e Mauro Vegni ha deciso di non correre rischi. Nessuna squadra conosce quel tratto e il Giro d’Italia scalerà il Mortirolo senza deviazioni.

Gigi Negri è il motore del turismo in Valtellina: il cicloturismo è il cuore dell’estate
Gigi Negri è il motore del turismo in Valtellina: il cicloturismo è il cuore dell’estate

Un altro Mortirolo

Lo racconta Gigi Negri, riferimento del ciclismo in Valtellina, che ha aspettato il Giro nei giorni pugliesi ed ha avuto modo di confrontarsi sul tema con il patron della corsa. Nella sua voce c’è un po’ di rammarico, ma anche la soddisfazione perché nella prossima estate i cicloturisti potranno scalare il Mortirolo da un versante inedito. Soprattutto nei giorni di Enjoy Stelvio Valtellina in cui a rotazione i grandi passi di lassù saranno riservati alle bici. E questo stimola la curiosità e la competizione che anima i conquistatori delle grandi salite.

«Ho parlato con Mauro – spiega – e la conferma è che per quest’anno non si fa la Recta Contador. Bisogna dirlo chiaramente. I lavori sono stati ultimati a fine aprile, perché lì in alto c’era la neve. Il fatto che le squadre non abbiano potuto provare una salita molto impegnativa che cambierebbe la storia della tappa lo ha spinto a decidere per il no. Ha pensato che se poi ci fosse un problema, verrebbe fuori un putiferio. Avrebbe dovuto fare una riunione, oltre che con le squadre, anche con l’UCI e alla fine ha preferito non rischiare. In ogni caso, in quel tornante a destra, metteremo una gigantografia di Contador con tanto di indicazione per la variante».

Al bivio del Mortirolo, una gigantografia indicherà la Recta Contador
Al bivio del Mortirolo, una gigantografia indicherà la Recta Contador

Lo sbaglio di Alberto

Il Giro volterà a destra, Contador andò dritto. La storia è ghiotta da conoscere ed è proprio Negri a ricordarla. Il suo racconto ci aveva incuriosito già qualche tempo fa, ma lo avevamo tenuto in caldo aspettando il Giro.

«Era l’anno 2014 – racconta – e facevamo il Contador Day. Si scalavano Gavia e Mortirolo, che l’anno prima si era affrontato da Mazzo. Quell’anno, per dargli la giusta visibilità, si era deciso di salire dal lato della Valcamonica, quindi da Monno. Io sono un valtellinese convinto che i nostri passi uniscono e non dividono, per cui ogni anno si cercava di fare un versante diverso. Nel 2014 partimmo da Aprica e Alberto si mise in movimento con il gruppo alle spalle. Si scendeva verso Edolo, fino al bivio per Monno. Cominciò la salita. Solo che a un certo punto, appena usciti dall’abitato di Monno, dove c’è il mega tornante, lui cosa fa? Mette giù la testa e parte, ma non fa il tornante e va dritto in una stradina stretta».

Alberto Contador nel 2014 tracciò la linea della Recta Contador: quell’anno vinse la Vuelta
Alberto Contador nel 2014 tracciò la linea della Recta Contador: quell’anno vinse la Vuelta

La Recta Contador

Negri è alle spalle nell’auto con Angelo Zomegnan, che in quegli anni era il direttore del Giro d’Italia, dopo essere stato il vicedirettore della Gazzetta dello Sport. I due si accorgono dello sbaglio di percorso, ma non c’è modo di fermare lo spagnolo.

«Chiaramente in quel periodo Contador era ancora professionista – prosegue Negri – e faceva quel giro anche per allenamento. Quindi non fece il tornante e si infilò in questa strada che tagliava dritta. Saliva a testa bassa sull’asfalto che non era perfetto. E così, non potendo fare altro, decidemmo di andare in cima, salendo dal versante… ufficiale. Lo trovammo in cima al Mortirolo. Si era fermato al rifugio per cambiarsi e io gli dissi: “Ma Alberto, hai sbagliato!”. Invece lui era molto soddisfatto e disse: “Nessuno sbaglio, d’ora in poi questa sarà la Recta Contador”. Era soddisfatto di aver fatto una cosa inedita. E da lì quel tratto ha preso il suo nome».

Una sfida per l’estate

La Recta Contador probabilmente verrà inquadrata dalle telecamere nella 17ª tappa che il 28 maggio porterà il gruppo da San Michele all’Adige a Bormio. E in attesa che un domani anche i professionisti ne accettino la sfida, rimarrà terreno di conquista per i cicloturisti che dall’estate inizieranno a sfidare i giganti della Valtellina.

«E io – sottolinea Luigi Negri – devo ringraziare il sindaco di Monno e tutte le Istituzioni perché hanno speso veramente tanti soldi per metterla a posto. Sicuramente è un percorso nuovo per raggiungere il Mortirolo. Sono 2,9 chilometri che arricchiscono la nostra offerta turistica. Poi abbiamo saputo che Contador non sarebbe potuto venire per altri impegni con Eurosport, per cui ce ne siamo fatti una ragione. Soprattutto perché non sarebbe giusto giocare con la sicurezza dei corridori».

Il ragionamento è giustissimo. Gli stringiamo la mano chiedendoci come facessero negli anni in cui non esisteva VeloViewer e la pratica delle ricognizioni sui percorsi era sconosciuta o poco frequentata. E quando ai direttori sportivi, quelli più bravi, bastava una buona altimetria per guidare i corridori. Ma i tempi cambiano, giusto così. La Recta Contador noi l’abbiamo fatta casualmente in auto una volta che scalando il Mortirolo ci rendemmo conto che così avremmo guadagnato qualche chilometro. Ma in bicicletta state attenti: la pendenza è davvero degna del miglior Alberto Contador.