Yates fa la storia del Giro e sette anni dopo si riprende la rosa

31.05.2025
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SESTRIERE – «Ho investito molto della mia carriera e della mia vita per il Giro. Ci sono state molte battute d’arresto ed è stato difficile affrontarle. Sono stato costretto a ritirarmi per un problema al ginocchio, un paio di volte anche per il Covid e così via. Quindi sono davvero incredulo di essere riuscito a fare tutto questo. E’ difficile da dire adesso, ma ad essere onesti, penso che sia l’apice della mia carriera. Ci ho provato per anni, fatico a credere di esserci riuscito. Credo che nulla potrà superarlo».

Simon Yates non si vergogna di mostrare le lacrime. E’ passata quasi un’ora dalla vittoria e la nuova maglia rosa è finalmente arrivata davanti alle nostre domande. Ha portato l’attacco decisivo sul Colle delle Finestre a 39 chilometri dall’arrivo, quando sembrava che la partita fosse ristretta fra Carapaz e Del Toro. E’ partito più o meno nel punto in cui sette anni fa andò in crisi per l’attacco di Froome e perse la maglia rosa. Fu un dramma sportivo, al pari di quello che oggi ha investito Del Toro. In qualche modo è stato come se fosse tornato per chiudere il cerchio e la montagna piemontese gli abbia restituito quel che era suo.

Vendetta per due

L’abbraccio fra Simon e Kruijswijk, non appena anche l’olandese ha tagliato il traguardo, ha parlato più di mille parole. Entrambi hanno visto svanire il sogno rosa nelle tappe finali del Giro: a Steven accadde nel 2016 quando cadde sul Colle dell’Agnello. L’impresa di Yates ha vendicato anche la sua sconfitta. Si sono stretti forte, poi Simon è venuto da noi.

«Nei 100 metri finali – dice – è stato il momento in cui mi sono finalmente reso conto di quello che ho fatto. Non ci credevo davvero, anche se il vantaggio era notevole. Cominciavo a sentire le gambe stanche, non ci ho creduto sino alla fine. Quando ho attaccato, avevo l’idea di allontanarmi il più possibile da quei due ragazzi del podio, perché sapevo che una volta che ci fossi riuscito, sarei stato forte abbastanza da tenere un ritmo elevato. Del Toro e Carapaz avevano dimostrato di essere molto più esplosivi nel finale, quindi il mio piano oggi era quello di cercare di ottenere un vantaggio e poi cercare di gestire tutto da solo».

Il Colle delle Finestre e il suo popolo, gli indiani. La Cima Coppi del Giro ha scritto la storia
Il Colle delle Finestre e il suo popolo, gli indiani. La Cima Coppi del Giro ha scritto la storia

Facile a dirsi. Parla per tutto il tempo con lo sguardo basso, chissà cosa gli passa per la testa. Lui, il gemello piegato da tante sconfitte, mentre Adam continuava a vincere diventando il braccio destro di Pogacar e ora di Del Toro. Eppure con quell’attacco la tendenza si è invertita. Simon Yates ha iniziato a scavare il solco, mordendo i tornanti e danzando sullo sterrato del Colle delle Finestre. Si pensava che un’azione simile potesse farla Carapaz, invece l’ecuadoriano si è trovato legato mani e piedi al drammatico destino di Isaac Del Toro.

Ieri hai detto di non avere una gran voglia di affrontare lo sterrato.

Perché amo molto pedalare in piedi e sullo sterrato è molto difficile avere la trazione giusta. Ma oggi mi sono sentito davvero bene. Sono riuscito a spingere fino alla vetta e sapevo di avere ancora delle forze che mi avrebbero sostenuto nel finale. Durante tutta la tappa, la squadra ha creduto davvero in me, per cui una volta arrivato sul Finestre, sapevo di dover fare la mia parte.

In qualche modo aver subito quella sconfitta sette anni fa è stato importante oggi?

Quando ho visto il percorso del Giro, ho sempre avuto in mente di provare a fare qualcosa in questa tappa, su questa salita che aveva segnato così tanto la mia carriera. L’ho sempre avuto in mente. Mi sono sentito bene per tutta la gara, ma avevo bisogno di credere in me stesso.

A 39 chilometri dall’arrivo, l’attacco che ha permesso a Yates di vincere il Giro
A 39 chilometri dall’arrivo, l’attacco che ha permesso a Yates di vincere il Giro
Sei rimasto nascosto fino alla ventesima tappa e poi con un solo attacco hai vinto il Giro d’Italia: era calcolato oppure si è trattato di una coincidenza

Un po’ entrambe le cose. Sapevo che, per come è stata disegnata la gara, si sarebbe deciso tutto in quest’ultima settimana. Quindi si trattava più che altro di stare al sicuro e di non perdere tempo nella prima parte e questo, grazie ai miei compagni di squadra, è stata davvero incredibile. Sono stato sempre al posto giusto nel momento giusto. Ho dovuto fare da me soltanto nelle crono (fa un timido sorriso, ndr). In quest’ultima settimana, già nella 16ª tappa (quella di San Valentino, ndr), ho provato a fare qualcosa, ma non sono stato abbastanza forte. Quindi stamattina avevo qualche dubbio sul fatto di provare davvero a fare qualcosa su questa salita. Ma sembrava che la squadra credesse davvero in me, quindi ci ho provato e ce l’ho fatta.

Quanto sei stato contento di incontrare Van Aert dopo il Finestre? E faceva parte del piano?

Vorrei dire che ogni giorno abbiamo avuto dei corridori in fuga sperando che si creasse questa stessa situazione. Ci siamo davvero impegnati in questo senso, per cui ogni giorno che abbiamo la possibilità di farlo, ci abbiamo provato. Ma oggi è stato il primo giorno in cui l’abbiamo usata davvero a nostro vantaggio. E chi c’era davanti? C’era Wout (stavolta sorride, ndr). Non avevo dubbi, ha fatto tutto per me. Mi ha permesso di respirare e di aumentare il vantaggio. Non è la prima volta che si dimostra uno dei migliori compagni di squadra al mondo, oltre che un grande campione. Ringrazierò sicuramente lui e tutti i compagni.

Se ne va ricordando di quando sul Block Haus nel 2022 stramazzò sconfitto sull’asfalto e sconfortato disse che la sua storia con il Giro d’Italia sarebbe finita quell’anno. Negli ultimi due anni ha corso il Tour, ma c’era una ferita aperta, impossibile da dimenticare. La Visma-Lease a Bike gli ha offerto un biglietto fino al via da Tirana e oggi, a distanza di venti giorni, il suo lungo viaggio ha iniziato ad acquisire un senso compiuto. Se ne va col sollievo di aver tirato fuori il bubbone. I corridori partiranno stasera per Roma, noi ci fermeremo ancora qualche ora per raccontarvi le loro storie.

Elisa punta il Giro Women dal San Pellegrino. Parola a Slongo

31.05.2025
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Non è ancora terminato il Giro d’Italia che già all’orizzonte si profila il Giro d’Italia Women, in programma dal 6 al 13 luglio. L’Italia si presenta con il suo vanto migliore: Elisa Longo Borghini, portacolori della UAE ADQ.

Abbiamo fatto il punto sulla sua condizione con il preparatore Paolo Slongo, che sta organizzando il ritiro in quota al Passo San Pellegrino. Tra l’altro, curiosità, ieri quando la carovana si trovava a Biella, Elisa ha fatto capolino nella corsa rosa che arrivava non troppo distante da casa sua. E’ stata un’occasione per salutare suo marito, Jacopo Mosca.

Paolo Slongo è lo storico preparatore di Elisa Longo Borghini
Paolo Slongo è lo storico preparatore di Elisa Longo Borghini
Paolo, a che punto sono i lavori e come sta Elisa?

Martedì 3 giugno iniziamo il blocco in altura al San Pellegrino e ci resteremo fino al 22, quindi poco più di due settimane. Elisa e parte della squadra arrivano da un periodo di stacco e quest’anno, a differenza degli anni scorsi, hanno partecipato a Durango e Burgos.

Al posto della Vuelta Femenina?

Esatto. Erano due buone gare e a Burgos c’erano comunque una crono e un bell’arrivo in salita, quindi volevamo testarci pur sapendo di non essere al top della condizione. E’ andata bene: Elisa è arrivata seconda nella generale, risultato in parte inaspettato.

Considerando il motore di Elisa, queste corse di preparazione si fanno a tutta o si gestisce l’intensità?

Nessun limite. Elisa correva libera. Veniva da una fase molto aerobica e, anche se non avevamo fatto lavori specifici per la crono o le salite lunghe, il suo livello era comunque competitivo.

Se dovessi fare un paragone con la Longo Borghini di fine maggio 2024, com’è la sua condizione attuale? E quanto margine ha?

In generale la vedo ancora un po’ cresciuta rispetto all’anno scorso. Siamo volutamente all’80 per cento adesso. La prima parte di stagione è stata buona, ma anche sfortunata: è stata male alla Strade Bianche, è stata ripresa a 100 metri dalla Sanremo, è caduta al Fiandre. Di conseguenza anche l’avvicinamento alla Liegi non è stato ideale. Nonostante tutto, ha vinto e fatto tanto, ma c’è un po’ di rammarico per non essere riusciti a essere competitivi in quella gara.

Elisa impegnata nella crono della Vuelta Burgos che ha chiuso al terzo posto a 8″ dalla specialista Reusser (foto Instagram)
Elisa impegnata nella crono della Vuelta Burgos che ha chiuso al terzo posto a 8″ dalla specialista Reusser (foto Instagram)
Lavorando di più su salite lunghe e distanze a ripetizione, il fisico si sfina anche un pochino. Tanto più che Elisa veene dalle classiche dove serviva più massa, più esplosività… E’ lo stesso quesito che abbiamo posto ai tecnici di Pogacar qualche giorno fa.

Sì, sicuro che questo accadrà, ma è una conseguenza. Anche se col peso è messa bene. Parliamo di dettagli. Essendo in altura al San Pellegrino, la “palestra” che ti trovi è quella delle salite, sei nel cuore delle Dolomiti. Dopo una prima fase di adattamento, inizieremo a fare salite più lunghe e a lavorare di più sull’intensità, tranne la prima settimana.

Il classico periodo di adattamento…

Esatto. Dopo lavoreremo anche di più su tutta la parte anaerobica: soglia, fuorisoglia, cosa che fino adesso abbiamo fatto poco.

Se ne avete fatto poco ed Elisa è andata tanto forte nelle classiche, significa che ha margine…

Poco dopo lo stacco post classiche, intendo. Comunque sì, faremo una progressione di lavoro che porterà, nelle ultime due settimane di ritiro, a fare anche lavori a soglia, fuorisoglia e magari allungare la resistenza alla soglia facendo salite lunghe.

Farete anche un po’ di dietro motore? Insomma le “tirerai il collo” magari dopo quattro ore?

Esatto, cercheremo di simulare un po’ la gara come si faceva un tempo (il riferimento implicito è a quel che faceva con Nibali, ndr). La moto la porto e poi lavoreremo parecchio anche sulla crono.

Il momento decisivo del Giro Women 2024: a L’Aquila Longo Borghini stacca Kopecky, la maglia rosa è sua
Il momento decisivo del Giro Women 2024: a L’Aquila Longo Borghini stacca Kopecky, la maglia rosa è sua
Sempre nella zona della Val di Cembra?

Sì, le strade sono quelle. In quella zona c’è la giusta quantità di pianura ideale per lavorare con la bici da crono. Giugno è un mese bello in quella zona perché il grande turismo arriva tra luglio e agosto e trovi ancora le strade poco trafficate, quindi è proprio bello allenarsi da quelle parti.

Paolo, qual è il tuo obiettivo da coach con Elisa? Hai detto che è ancora cresciuta rispetto all’anno scorso. Che percentuali di miglioramento ti aspetti?

Il discorso è più ampio. Il suo peso era già buono a inizio stagione e lì non ci si può lavorare più di tanto. Magari si potranno guadagnare 10 watt alla soglia. Faremo dei richiami in palestra e, tra lavoro di intensità e di resistenza, cercheremo di arrivare al Giro per far bene come l’anno scorso. Consideriamo che dopo il Giro Women Elisa correrà anche il Tour Femmes. Però, attenzione, il focus adesso è sul primo obiettivo.

Da campioni uscenti, quanto è un onere e quanto è un onore questo Giro Women?

Quello che pesa un po’ di più è la pressione che sia l’atleta che tutto il mondo che ci circonda può creare. Tanti danno per scontato che sia facile, ma rivincere non è mai facile. Quando parti con la vittoria dell’anno prima è ancora più difficile proprio per la pressione. Personalmente non la vivo, lavoro facendo il meglio che posso. Penso che anche Elisa e le ragazze in ritiro faranno lo stesso. Faremo al meglio il nostro mestiere, sappiamo di avere delle doti e possiamo far bene, poi si darà sempre il massimo e servirà anche un po’ di fortuna.

A proposito, chi ci sarà sul San Pellegrino con Elisa?

Silvia Persico, Erica Magnaldi, Greta Marturano e Alena Amialiusik.

Longo Borghini all’arrivo della Liegi, quel giorno pagò dazio per forti sensazioni di calore
Longo Borghini all’arrivo della Liegi, quel giorno pagò dazio per forti sensazioni di calore
Invece, spostiamoci sui momenti di difficoltà che ha avuto Elisa: alla Strade Bianche è stata male, alla Liegi il blackout… Come si superano queste “fragilità”?

Analizzando il contesto e la situazione. Si analizzano bene le cose e i motivi che possono aver provocato una debacle. E di solito sono tanti motivi. In molti se lo dimenticano, ma qui lavoriamo con le donne e bisogna considerare che hanno il “loro periodo”. È normale che nessuno ti dirà quando ce l’ha.

Però proprio alla Liegi, Vollering ne ha parlato apertamente alla TV e alla stampa, dicendo che andava a fasi alterne a causa del ciclo mestruale…

Questo comporta qualche variazione, puoi avere un calo, soprattutto con il caldo: è fisiologico. Le ragazze sono brave, corrono lo stesso, danno tutto. Tante volte la gente dall’esterno non sa che ci possono essere questi fattori che possono incidere sulla prestazione. Tra le donne il livello è sempre più alto, tra le top rider la differenza è minima. Non essere al 100 per cento dunque può portare a non essere da podio o altro. Quindi, secondo me, l’analisi di tutti i fattori della prestazione, interni ed esterni, fa sì che uno possa stare tranquillo. Dici: «Okay, è successo questo. Avevo questo». E sai come comportarti di conseguenza o comunque sai dare una spiegazione a quanto accaduto. Poi, come tutti i campioni, tiri una linea, cancelli il passato e guardi al futuro.

Paolo, Longo Borghini è una delle tre o quattro super campionesse del ciclismo femminile: cosa ha di meno e cosa di più rispetto alle solite Vollering, Kopecky…

E’ una domanda difficile. Ognuna ha i suoi pregi e i suoi difetti. Se penso al Giro Women, da parte nostra, essendo italiani, il Giro è una grande motivazione. Questo può essere un fattore importante che abbiamo vantaggio, a differenza di altri che magari non vivono in Italia e quindi lo sentono un po’ meno… forse!

Insediata la Commissione Giovanile. Fontini ha nuovi piani

31.05.2025
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Se in quasi tutti gli ambiti federali il nuovo quadriennio olimpico ha portato a profondi cambiamenti strutturali, così non è stato per la Commissione Giovanile Fci presieduta da Roberto Fontini, il cui nocciolo duro è rimasto pressoché identico. La dimostrazione che si è lavorato bene in un settore oscuro perché non tocca direttamente l’agonismo, o meglio lo fa in maniera lieve, pensando più al discorso promozionale e ad affrontare quell’annoso problema costituito dai difficili rapporti con il mondo scolastico.

Roberto Fontini insieme ai bambini alle loro prime esperienze in bici
Roberto Fontini insieme ai bambini alle loro prime esperienze in bici

Il presidente Fontini riprende in mano il lavoro fatto e lo fa conscio che quello che lo attende è un compito sempre importante: «La commissione ha lavorato in maniera molto approfondita sul piano della promozione e questa si estrinseca in vari aspetti sui quali dovremo continuare a porre l’accento. Il nostro obiettivo è innanzitutto semplificare l’accesso alle nostre attività, valorizzare sempre di più le abilità acquisite e migliorare l’aspetto sicurezza non dimenticando mai che i nostri referenti sono innanzitutto i più piccoli, coloro che hanno il loro primo approccio con la bicicletta».

Voi avete sempre spinto sul discorso della multidisciplinarietà, continuerete su questa strada?

Con molta decisione, perché è un aspetto importante. Questo si può fare in molti modi, sappiamo ad esempio che molti spingono per l’utilizzo delle bmx come bici propedeutiche, ma in Italia ci scontriamo con una storica carenza di impianti che è un problema di non poco conto. Le soluzioni per avvicinare i bambini alla bici ci sono e sono variegate, il nostro lavoro ci ha sottoposto anche una situazione che si presta a qualche perplessità.

La nuova Commissione Giovanile Fci, praticamente rimasta identica rispetto allo scorso quadriennio olimpico
La nuova Commissione Giovanile Fci, praticamente rimasta identica rispetto allo scorso quadriennio olimpico
In che senso?

Dai report che abbiamo tratto dai nostri 4 anni di attività, emerge come l’attività preminente che viene proposta ai bambini concerne la resistenza e questa non è la strada giusta, non è la caratteristica che deve essere evidenziata a quelle età, considerando che stiamo parlando di corpi in completo sviluppo. Il bambino in quel modo si stanca, si disinteressa progressivamente e alla fine ripone la bici da una parte e si dedica ad altro. Noi dobbiamo impedirlo, dobbiamo proporre la bici in una veste nuova, divertente.

Quindi bisogna mettere in evidenza caratteristiche legate all’abilità, all’equilibrio…

Sì, ma sempre sotto forma di gioco. In questo senso sarà importantissima la prossima edizione del Meeting Nazionale Giovanissimi di Viareggio, in programma dal 19 al 22 giugno. Abbiamo infatti deciso d’introdurre in quella sede prove obbligatorie di abilità per tutti, dando così un preciso indirizzo alla nostra attività. Dobbiamo riuscire ad invertire una certa cultura imperante sottolineando che a quell’età è fondamentale spingere sulle doti coordinative dei bambini.

La passione dei più piccoli verso la bici è sempre forte, ma va stimolata attraverso vie nuove
La passione dei più piccoli verso la bici è sempre forte, ma va stimolata attraverso vie nuove
Resta però un nodo atavico per voi come per qualsiasi disciplina: il rapporto con il mondo scolastico…

Noi abbiamo dalla nostra una carta importante: siamo infatti stati indicati dal Ministero dell’Istruzione come uno degli sport privilegiati per il nostro fondamentale apporto all’educazione stradale e dobbiamo saper far fruttare questa prerogativa. Dobbiamo innanzitutto insegnare ai più piccoli “come” andare per strada, perché un domani potranno essere ciclisti, ma quasi sicuramente saranno patentati e guidatori di mezzi a motore, quindi bisogna educarli al rispetto delle norme. Noi dobbiamo saper giocare su questo aspetto.

C’è però un travaso minimo di bambini che imparano ad andare in bici a scuola per poi tesserarsi…

E’ vero, è inferiore ad altri sport e in questo senso sappiamo che dobbiamo fare di più, aumentare soprattutto il nostro rapporto con tutto l’inverso degli insegnanti di Educazione Fisica, coinvolgendoli con iniziative mirate. Siamo noi che dobbiamo saperci proporre, il progetto Sicuri in Bicicletta è una strada ideale per poter lavorare in tal senso.

Con i ragazzi si punta subito a identificare il ciclismo come sport di resistenza, ma non è la strada giusta
Con i ragazzi si punta subito a identificare il ciclismo come sport di resistenza, ma non è la strada giusta
In base alla vostra esperienza e considerando quanto le nuovissime generazioni, figlie della tecnologia, siano cambiate rispetto al passato, la bici ha ancora fascino sui bambini?

E’ indubbio, per questo dobbiamo spingere sul suo aspetto ludico. In particolare vediamo che i bambini sono attratti dalle mountain bike, con il loro manubrio dritto. Ma noi non dobbiamo rivolgerci solo ai più piccoli, ma anche alle famiglie, proponendo un modello di ciclismo sicuro. Se superiamo le diffidenze dei genitori, siamo sicuri che sempre più bambini si avvicineranno alla pratica ciclistica, qualsiasi essa sia e con qualsiasi tipo di mezzo.

Abilità e guida con giochi di equilibrio: così l’attenzione del bambino resta viva (foto www.bimbinmovimento.it)
Abilità e guida con giochi di equilibrio: così l’attenzione del bambino resta viva (foto www.bimbinmovimento.it)
E’ indubbio però, le statistiche lo confermano, che sono sempre meno i bambini che vanno in bici…

Infatti, noi dobbiamo offrire loro un’immagine nuova e legarla all’abilità è la scelta migliore. Non è un caso se ormai le nuove generazioni sono affascinate soprattutto dalle discipline acrobatiche. Qui svesto i panni di presidente di commissione e parlo da appassionato. Una disciplina come il freestyle di bmx, che sposa abilità e gioventù è la disciplina ideale per attrarre. Anche qui il problema sono gli impianti, ma vediamo bene che all’estero è proprio da questa che poi scaturiscono tanti praticanti le prove di resistenza su strada e offroad. Perché lì si costruisce la base tecnica ma anche la passione. Una volta il ciclismo era resistenza, sacrificio. Oggi il bambino non lo attrai con questi concetti, cerca altro, il divertimento puro e noi è a questo che dobbiamo puntare…

Fortunato: «La maglia blu è per la squadra e i tifosi lungo le strade»

31.05.2025
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BORMIO – Sono le 9,45 e Lorenzo Fortunato esce dall’ascensore dell’hotel che ha ospitato la XDS Astana al termine della tappa numero diciassette. Il volto è rilassato e l’abbronzatura lascia intravedere i segni del laccetto del casco. Il Giro d’Italia del Folletto dello Zoncolan si sta tingendo sempre più di blu, simbolo della maglia indossata dal leader della classifica dei GPM. Fortunato è andato spesso all’attacco in quest’ultima settimana di Giro, lo abbiamo visto nei giorni scorsi alzarsi sui pedali prima sul Tonale e poi sul Mortirolo.

Lorenzo Fortunato e Christian Scaroni dopo la doppietta di San Valentino nella 16ª tappa
Lorenzo Fortunato e Christian Scaroni dopo la doppietta di San Valentino nella 16ª tappa

A caccia di punti

Fortunato in questa corsa rosa ha messo da parte le ambizioni di classifica e si è votato alla causa della maglia blu. 

«E’ arrivata man mano – racconta seduto sulla poltrona nella hall dell’hotel – insieme al team avevamo visto che la maglia blu avrebbe portato gli stessi punti di una vittoria di tappa. Ci siamo detti di provare a puntare su questa classifica anche per dare visibilità allo sponsor XDS. Di conseguenza fin da subito ho cercato di prendere qualche punto nei vari GPM ma senza esagerare e senza fughe troppo dispendiose. Sono riuscito a muovermi bene, anzi mi è venuto tutto abbastanza semplice».

Nell’ultima settimana sei stato tanto in fuga, si può dire che questa maglia è ormai tua?

Devo arrivare fino a Roma (dice con una risatina scaramantica, ndr) ma ho un bel vantaggio sul secondo che tra l’altro è il mio compagno Scaroni. Proprio nella tappa nella quale abbiamo fatto primo e secondo (San Valentino, ndr) ho raccolto un buon bottino in fatto di punti.

Gli obiettivi a inizio Giro quali erano?

Vincere la maglia azzurra e una tappa, adesso manca la tappa. Proprio a San Valentino poteva arrivare ma appena capito che Scaroni e io saremmo arrivati insieme in cima, gli ho detto che avrebbe tagliato lui il traguardo per primo. Il lavoro che i miei hanno fatto per me è stato importante ed è stato giusto così.

Scelta che è arrivata anche da una certa consapevolezza nei tuoi mezzi?

Sto bene e proverò a entrare in qualche altra fuga, non tanto per i punti ma per cogliere l’ultimo obiettivo di questo Giro: vincere una tappa.

La magia di passare per primo su una salita del Giro, i tifosi in trepidante attesa si scatenano
La magia di passare per primo su una salita del Giro, i tifosi in trepidante attesa si scatenano
Ti abbiamo visto molto attivo, spesso eri il primo ad alzare il ritmo in salita.

Negli ultimi giorni stanno venendo fuori quelle che sono le “fughe di gambe”. Praticamente davanti ci troviamo in trenta corridori, esattamente come succedeva nella passata edizione della Vuelta. Lo scorso anno sulle strade spagnole ho imparato che si deve provare a fare una piccola selezione fin da subito in modo da rimanere con dieci o dodici corridori e trovare presto l’accordo. 

Hai accantonato la classifica generale, perché?

In squadra quest’anno tutti abbiamo deciso di non fare classifica e di puntare alle tappe. Abbiamo bisogno di punti per salvarci e riuscire ad arrivare nei primi cinque nella generale è difficile e ti espone a tanti rischi. Se malauguratamente succede qualcosa e vai a casa, hai lavorato tanto per nulla. Guardate Tiberi o Ciccone che in un giorno hanno perso tutto. E poi la convinzione di fare un Giro diverso è arrivata anche dagli occhi dei tifosi.

Il blu della maglia legata alla classifica dei GPM è sempre più sulle spalle di Fortunato
Il blu della maglia legata alla classifica dei GPM è sempre più sulle spalle di Fortunato
In che senso?

Chi fa classifica rimane ventuno giorni a soffrire sulla bici e questo basta per arrivare quinto, settimo, decimo. Ma chi è arrivato quinto, settimo o decimo al Giro dello scorso anno? Conta vincere e basta. 

Invece ora sei leader di una classifica e stai correndo con il segno distintivo della maglia blu, che effetto fa lungo le strade?

Questo modo di correre mi fa essere più libero. Mi sto godendo maggiormente le tappe di montagna consapevole che non devo tenere duro sempre. E con il fatto di andare in fuga mi rendo conto che al tifoso sulle strade piace molto più un attacco in salita piuttosto che un corridore costante che poi alla fine arriva decimo ma non lo vedi mai davanti. In termini ciclistici vale meno, ma scollinare per primo sul Mortirolo fa infiammare il tifo. E’ un Giro diverso per certi aspetti ma sempre bellissimo.

Prodhomme a Champoluc. E non dite che è stato per fortuna!

30.05.2025
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CHAMPOLUC – Alla conferenza stampa di Nicolas Prodhomme, vincitore francese della diciannovesima tappa del Giro d’Italia, ci sono quattro giornalisti: tre italiani e un solo francese, Nicholas Perotto de L’Equipe. Sembra un raccontare a orologeria, perché dicono che quando arriverà Del Toro, al corridore della Decathlon-AG2R sarà chiesto di uscire. Ci viene in mente il titolo di un film: figli di un dio minore. Il monitor che inquadra i giornalisti presenti in sala stampa mostra una serie di sedie vuote, possibile che non interessi a nessuno? Lo ricordiamo sulla funivia con cui scendemmo assieme dal Monte Lussari del 2023 e lo ricordiamo dall’ultimo Tour of the Alps: il resto è da scoprire.

Nella prima fuga erano presenti i gregari degli uomini di classifica: qui Steinhauser per Carapaz
Nella prima fuga erano presenti i gregari degli uomini di classifica: qui Steinhauser per Carapaz

Il coraggio di attaccare

Eppure Prodhomme ha vinto con un numero da incorniciare, soprattutto perché l’idea di partenza era fare esattamente quello che abbiamo visto. Stamattina al via, la Decathlon-AG2R era sui rulli che si riscaldava, evidentemente volevano partire subito forte. Nella prima fuga c’è entrato a circa 110 chilometri dall’arrivo. Poi, dopo una serie di allunghi sul Col de Joux, si è tolto di ruota Verona e Tiberi, gli ultimi superstiti del tentativo del mattino. L’ultimo affondo l’ha portato a 28 chilometri dall’arrivo. E complice l’atteggiamento titubante degli sfidanti di Del Toro, il margine saliva e cresceva, ma non è mai andato sotto i 55 secondi.

«Quando ci siamo ritrovati sul Col de Joux – racconta – ho visto che la differenza rispetto al gruppo non era enorme. Ho pensato che ci sarebbero stati degli attacchi e mi sono sentito di attaccare, perché avevo già fatto due quinti posti. So che per vincere bisogna correre dei rischi, ci ho provato e ho vinto, ma ho iniziato a crederci solo nell’ultimo chilometro. Sapevo di avere vantaggio, ma sapevo anche che dietro si sarebbero mossi Carapaz, Yates e Del Toro, i grandi favoriti. Del Toro è fortissimo in discesa, rischia sempre tanto e temevo che il vantaggio non bastasse. Invece nell’ultimo chilometro ho visto che avevo dietro la macchina e quella c’è solo se il vantaggio è più di un minuto. E a quel punto ho capito che avrei vinto».

Prodhomme, Tiberi, Verona: Col de Joux. Ai meno 28, l’attacco decisivo del francese
Prodhomme, Tiberi, Verona: Col de Joux. Ai meno 28, l’attacco decisivo del francese

Professionista a 24 anni

Conferenza stampa in inglese, ma dopo tre risposte in inglese e due in francese, dalla scaletta del van delle interviste spunta Del Toro. C’è giusto il tempo per un’altra domanda. La maglia rosa non ha fretta e si siede in fondo, ma l’ondata di giornalisti che lo seguono suggerisce di continuare giù dal camion. Il buon senso imporrebbe di restare sopra per sentire cosa ha da dire il messicano, ma un senso di rispetto ci spinge a seguire il francese. Ha vinto una tappa al Giro d’Italia. Al Tour of the Alps aveva vinto la prima corsa a 28 anni.

«Esatto, ho 28 anni – spiega – e sono diventato professionista piuttosto tardi (ne aveva 24, ndr). Ho fatto lo stagista in tre squadre, ma sono tornato sempre nei dilettanti. Non era facile ambientarsi nello sport di alto livello, non sono diventato professionista al primo tentativo, per cui vincere una tappa in un Grande Giro è davvero una cosa enorme. Ieri sera ho pensato che le opportunità erano sempre meno e sentivo di avere buone gambe, ma finora mi era sempre mancato il coraggio. Pensavo davvero che le ultime due tappe di montagna fossero riservate ai favoriti e devo ammettere che due anni fa non avrei mai osato attaccare i compagni di fuga. Invece la vittoria al Tour of the Alps e le tante fughe in cui stavo bene fisicamente e in cui non ho avuto rimpianti, mi hanno dato fiducia e audacia. E oggi ho cominciato ad attaccare al chilometro zero, non ho percorso molti chilometri in gruppo (ride, ndr)».

Non solo per fortuna

Professionista da cinque anni, 1,74 per 63 chili, nel 2019 aveva vinto l’Orlen Grand Prix, la gara a tappe per U23 organizzata dallo staff del Tour de Pologne. La qualità c’era già allora. Va bene che sia diventato professionista tardi, va bene aver trovato il coraggio per attacare Verona e Tiberi, ma che cosa c’è di diverso in questo 2025 che gli ha già portato due vittorie?

«Ho avuto buone gambe – dice – questo è certo. Oggi credo che il livello sia così alto che bisogna farsi male. Gli ultimi 20 chilometri sono stati tutti un fatto di testa, che quest’anno mi sta aiutando molto, ma ho anche le gambe. Sono migliorato ancora rispetto all’anno scorso, ma l’unica cosa che posso dire con certezza è che ho fatto i maggiori progressi in termini di fiducia in me stesso. Queste ultime settimane hanno sicuramente fatto una grande differenza per la mia carriera. Vincere la prima gara è una cosa enorme e ti dà molta fiducia, ma sento di essere ancora in miglioramento. L’anno scorso ho fatto un ottimo programma di gare, ma con un ruolo di uomo squadra. Quest’anno ho avuto anche un po’ di buona sorte, anche se non direi mai che ho vinto solo per la fortuna».

Tappa bloccata dalle tattiche. E la UAE gongola

30.05.2025
6 min
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CHAMPOLUC – Le ammiraglie sono parcheggiate dietro alle transenne dell’ultima curva, esattamente laddove è caduto Giulio Pellizzari. I tecnici scendono e si sgranchiscono le gambe. Si scambiano anche i commenti, si parla di tattiche. Garate, direttore sportivo, della EF Education-EasyPost, passa e fa i complimenti a Fabio Baldato. E Baldato replica sincero: «Grazie, abbiamo una squadra forte». E’ proprio Baldato il nostro interlocutore

E sì, perché se da questo tappone alpino ci si aspettava qualcosa in più sia in termini di spettacolo che di movimenti in classifica, forse è per le tattiche messe in atto dai team. Tattiche in qualche caso non proprio chiarissime.

Di certo chi se la gode è proprio il direttore sportivo della UAE Emirates. Manca un solo tappone prima di Roma e il suo Isaac Del Toro è sempre (e di più) in maglia rosa. Oggi si sono difesi alla grande.

Fabio Baldato al termine della frazione di Champoluc
Fabio Baldato al termine della frazione di Champoluc
Fabio, avete controllato la tappa sin dall’inizio. Come è andata?

E’ andata che abbiamo una squadra forte. Se riusciamo a tenere tranquillo Isaac come oggi, va bene. Isaac è alla sua prima corsa come leader, ha speso tanto sin qui, ma ascolta Majka, ascolta Adam Yates. E questa è la cosa più importante. Grazie a loro in corsa è rilassato, si è concentrato sul bere, sul mangiare, sul risparmiare energie. Domani è l’ultima battaglia, vediamo…

Proprio Majka, almeno visto da fuori, sembra aver preso in mano la squadra?

Sì, qualche volta dovrebbe stare anche più tranquillo! Scherzi a parte, dalla macchina li teniamo rilassati, li facciamo ragionare perché la corsa è lunga e alla fine presenta i conti. Si è visto alla fine oggi: tutti sono arrivati a lumicino. Chi ne aveva un pelino più degli altri ha provato a fare qualcosa, ma credo che tutti abbiano fatto una bella corsa. C’è anche chi ha provato a farla dura, la EF Education-EasyPost, come la Visma-Lease a Bike, magari pensando che Del Toro potesse pagare. E sinceramente anche noi non sapevamo fino alla fine come poteva arrivare. Invece…

Invece ha risposto alla grande…

Il ragazzo sta bene e domani ce la giochiamo.

Passo indietro, Fabio. Hai tirato in ballo la Visma e il suo lavoro. E’ vero, hanno tirato, ma non era un ritmo forsennato. Il gruppo era allungato ma non si staccava. Ma soprattutto tirano e poi il capitano, Simon Yates, non parte. E’ un po’ strano, no?

No, invece ha senso. E lo hanno fatto perché cercano di portare tutti all’esaurimento. Magari avevano fiducia nel loro uomo, sapevano che aveva risparmiato, che aveva mangiato e bevuto a dovere e quindi se la sono giocata così. E’ quasi un gioco di bilancino, salvare le energie e giocarsi la propria carta. In più loro sono molto scientifici, avevano visto che l’altro giorno dopo 5.000 metri di dislivello e con quel dispendio energetico Del Toro aveva pagato un po’ e hanno pensato di fare la stessa cosa. Se poi magari fossero riusciti a staccare Del Toro, tutti a dire che bravi, che bel lavoro…

Energie al lumicino per tutti, un po’ meno per Carapaz e Del Toro, che hanno guadagnato 24″ sugli altri uomini di classifica. Ora distacco fra loro due è di 43″
Energie al lumicino per tutti, un po’ meno per Carapaz e Del Toro, che hanno guadagnato 24″ sugli altri uomini di classifica. Ora distacco fra loro due è di 43″
Chiaro…

No, davvero penso che tutti oggi abbiano corso bene. Ognuno fa la sua tattica e oggi penso che tutte le squadre davanti abbiano fatto il meglio per i loro capitani. Di noi sono contento perché veramente abbiamo dei ragazzi d’oro, cominciando da Baroncini, Arrieta che era nella fuga, McNulty.

In effetti aver controllato a lungo la fuga con un solo uomo, Baroncini, è stato importante per risparmiare gli altri…

Vero, “Baro” sta trovando una condizione impressionante. Ci sta stupendo.

A proposito di fuga da controllare, non gli avete mai lasciato troppo spazio. Come mai? E’ stata una scelta pensando di poter contrattaccare come sulle Motte a Bormio, visto il finale di Antagnod, o c’è stato altro?

In realtà non è che non abbiamo lasciato andare lontano la fuga. E’ che tutte le volte che abbiamo provato a calare, c’era subito un rilancio da parte di qualcun altro. EF, ma anche Israel-Premier Tech, Visma… E andavano a strappi, così abbiamo detto: “Okay, ragazzi, facciamo noi”.

Garzelli in diretta ha fatto un’analisi interessante, e diceva che non lasciavate troppo spazio anche per rendere più difficoltosi i rifornimenti della fuga. In poche parole la giuria non faceva passare le ammiraglie per dare le borracce in questa prima vera giornata di caldo…

No, non era per quello. E poi sulle salite c’erano i rifornimenti da terra. E sulla salita più dura e più lunga, la giuria ha dato la possibilità di un ulteriore rifornimento. Quindi no, non è stato per non farli rifornire. Il ciclismo è già al limite, ci manca solo di dover fare le lotte tra le ammiraglie per i rifornimenti.

Andiamo in casa Visma

Qualche auto dietro a quella della UAE Team Emirates, c’è quella inconfondibile gialla e nera della Visma-Lease a Bike. Si affaccia il loro direttore sportivo Marc Reef. L’occasione è ghiotta per parlarci e lui, gentilissimo come sempre, non si tira indietro.

Gli chiediamo della tappa di Simon Yates, arrivato stanco ma non sfinito, anche se le strisce di sudore sul suo pantaloncino erano più marcate di molti rivali.

«Penso che abbiamo fatto un ottimo lavoro. Il nostro piano era di mettere alcuni ragazzi nella fuga, in modo che potessero essere utili in seguito. Stevie (Kruijswijk, ndr) e Wilco (Kelderman, ndr) hanno fatto un ottimo lavoro, tenendo un buon passo nelle ultime due salite e riducendo il gap. Nel finale, con Simon Yates volevamo seguire l’attacco di Carapaz, ma non aveva più le gambe. Abbiamo perso 24 secondi da Del Toro e Carapaz. Penso che sia stato anche abbastanza onesto. E’ stata una fase brutale della corsa».

Nessun muso lungo, ma tanta consapevolezza dunque in casa Visma. Probabilmente questo Giro d’Italia non lo vinceranno, ma non si smette di lottare anche perché in ballo c’è un grande obiettivo.

«Penso che in questo momento Simon sia il terzo miglior corridore della gara ed è ancora in lotta per il podio a Roma.

«Se domani correremo per il podio o per la vittoria? Manca ancora un giorno. Carapaz e Del Toro stanno meglio rispetto a Simon. Tutto è possibile e guardiamo avanti, a chi è sopra di noi. Ma quando non è possibile, quando ci sono due ragazzi forti, dobbiamo essere felici del podio e fare tutto il possibile per consolidarlo».

Falomo, Soudal e i materassi personalizzati ogni sera

30.05.2025
5 min
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CESANO MADERNO – Recupero, prevenzione degli infortuni, lucidità tattica: in una corsa a tappe come il Giro d’Italia o il Tour de France ogni notte di sonno vale watt ed energie che il cronometro restituisce il giorno dopo. Per questo il team Soudal-Quick Step viaggia con otto materassi modello Body Trainer  firmati Manifattura Falomo, ognuno dedicato e personalizzato con il nome del corridore.

La linea sviluppata dall’azienda friulana grazie a delle nanontecnologie, combina schiume evolute e sostanze naturali tessuti traspiranti per favorire micro-circolazione, rilascio muscolare e termoregolazione.

Non è la prima volta che parliamo di sonno e di riposo, stavolta per questo viaggio ci siamo fatti accompagnare da Yankee Germano, uno dei massaggiatori della Soudal-Quick Step presenti al Giro. E’ lui che ci ha parlato della logistica del “furgone del riposo” che ogni giorno garantisce agli atleti l’identico letto, replicando nei vari hotel di tappa in tappa, le sensazioni del proprio letto di casa. Con Germano abbiamo approfondito come un “semplice” materasso diventi strumento di performance.

Yankee, partiamo dalla logistica, uno degli aspetti più curiosi di questa vostra iniziativa, diciamo così. Come funziona dunque il trasferimento dei materassi durante una corsa a tappe?

E’ un’operazione che parte uno-due giorni prima. Due addetti contattano l’hotel in cui dormiremo, chiedono di rimuovere i materassi delle camere così che li possano trovare liberi con la sola rete. All’arrivo del nostro furgone dedicato, installano i materassi Body Trainer di Manifattura Falomo. Ogni materasso e anche ogni cuscino ha il nome dell’atleta cucito sulla fodera. Ogni mattina smontiamo tutto, infiliamo i materassi in speciali cover antimacchia e antibatterici. Li carichiamo e ripartiamo verso la tappa successiva. 

Perché è così importante dormire sempre sullo stesso materasso?

E’ la continuità che fa la differenza. Il corpo riconosce immediatamente la propria “impronta” e si rilassa più in fretta. Quando cambi hotel ogni sera rischi di svegliarti con lombalgia o rigidità cervicale dovute a superfici diverse. Il corpo non prende mai continuità cambiando letto ogni volta. Con il tuo materasso, invece, minimizzi questo stress e massimizzi la fase di recupero profondo.

Mattia Cattaneo in azione. Gli atleti riferiscono di benefici concreti nel dormire su materassi personalizzati
Mattia Cattaneo in azione. Gli atleti riferiscono di benefici concreti nel dormire su materassi personalizzati
Quali caratteristiche hanno i materassi BODY TRAINER della linea Sport Technology?

Hanno una struttura realizzata con schiume evolute dalle elevate performance, uno strato in Feel HD in superficie che accoglie senza compressioni e un rivestimento in tessuto Micro Tencel, che ottimizza la dispersione di umidità. La particolare struttura interna a rulli contrapposti asseconda i movimenti del corpo e accoglie in maniera progressiva e delicata la colonna vertebrale. Il risultato è un supporto progressivo: accogliente sulle zone di carico, sostenuto sulla colonna.

I corridori percepiscono concretamente dei benefici?

Assolutamente sì. Loro stessi riferiscono di addormentarsi più velocemente e di svegliarsi senza quella sensazione di “schiena bloccata” che spesso accompagna le lunghe trasferte. Nei test interni sul sonno abbiamo rilevato un aumento medio del 7 per cento del tempo passato in fase REM e una riduzione dei microrisvegli. Quando sei alla terza settimana del Giro quei numeri valgono posizioni in classifica.

Quanto pesa la componente psicologica del “letto di casa”…

Molto. Il beneficio è reale. Non è solo un qualcosa di psicologico, perché alla fine è come se dormissi nel tuo letto, pertanto il corpo si rilassa di più. Il materasso, insieme al cuscino abbinato, diventa un tutt’uno. Entri in camera magari dopo una tappa di cinque ore e ritrovi qualcosa di familiare. Questo abbassa il cortisolo e predispone a un sonno più profondo. Vale come un massaggio extra o una sessione di recupero attivo.

Come una macchina…

E’ chiaro che da solo il materasso non risolve le fatiche e non risolve tutti i problemi che si possono incontrare nell’arco delle tre settimane. Massaggiatori, corridori, nutrizionisti, psicologi… Per esempio, in molte squadre WorldTour, almeno le più grandi, c’è una stretta collaborazione fra il nutrizionista e il massaggiatore per sincronizzare orari dei pasti e la produzione di melatonina, che favorisce il sonno. Ognuno ha un ruolo specifico, il cui fine ultimo è ovviamente la performance degli atleti. Ma tra questi attori è bene inserire anche il letto e di conseguenza il materasso.

«Durante i trattamenti serali – prosegue Germano – osservo tono muscolare, idratazione e  ascolto i feedback sulle sensazioni mattutine. Se noto rigidità insolite posso intervenire. Ma con i nostri materassi questi irrigidimenti mattutini praticamente non ci sono più».

Quindi stabilità: stesso materasso, stessa routine. Sono un primo passo verso il buon recupero. E poi il resto lo fa il materasso che grazie ai suoi materiali (e alle sue tecnologie) prende la forma del corpo dell’atleta. In più quando è sdraiato ha una traspirazione migliore, merito di materiali come il Micro Tencel che aiutano anche a mantenere costante la temperatura.

Insomma, il materasso è un componente “invisibile” ma strategico quanto un misuratore di potenza. Le squadre che investono sul sonno stanno spostando l’asticella. A livello WorldTour ogni dettaglio che migliora l’efficienza dell’atleta può fare fare la differenza fra piazzamento e vittoria.

Denz risolleva il Giro della Red Bull-BORA: ora tutti per Giulio

30.05.2025
4 min
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CESANO MADERNO – Uno scatto secco in una curva che girava a destra e non l’hanno più visto fino al traguardo. Nico Denz porta a casa la sua terza tappa al Giro d’Italia e la prima per la Red Bull-BORA-hansgrohe in questa edizione. Dopo la linea finale quasi non ci crede, sbatte la bici prendendola dalla parte alta del manubrio e digrigna i denti.

Il team austriaco dopo tanti problemi e qualche colpo sfortunato arriva a conquistare ciò che era considerato l’obiettivo minimo quando il gruppo si trovava in Albania. Con il passare dei giorni si era capito che non sarebbe stato semplice. Roglic nell’arrivo di Tagliacozzo si è fatto battere in astuzia e gambe da Ayuso. Ad Asiago è arrivata la fuga ma lo sloveno ha ceduto rimanendo fuori dal gruppo dei migliori.

Nico Denz, Red Bull-BORA-hansgrohe, Giro d’Italia 2025
Nico Denz, Red Bull-BORA-hansgrohe, Giro d’Italia 2025

I leader a casa

In un certo momento si è pensato che il Giro della Red Bull-BORA-hansgrohe si fosse sgretolato nelle fragilità di Roglic e della sfortuna di Hindley. Quando i due capitani designati si sono ritirati è cambiato tutto nella testa di chi era rimasto. Il primo a dare un segnale di questo tipo è stato il giovane Pellizzari, nella stessa tappa in cui Roglic ha alzato bandiera bianca. L’attacco del marchigiano sulla salita di San Valentino ha acceso gli animi dei tifosi ma per una formazione che vuole vincere e ha investito per farlo non basta un terzo posto anche se ambizioso e sorride al futuro.

«Eravamo partiti in questo Giro – racconta con il volto rosso a causa del caldo esploso ieri sulla corsa – con l’idea di vincere con Roglic o Hindley. Quando poi entrambi sono stati costretti al ritiro le cose sono cambiate. Il nostro diesse Christian Pomer mi ha guardato dicendomi che la tappa 18, quella di ieri, sarebbe stata perfetta per le mie caratteristiche. Prima di allora non eravamo focalizzati su una vittoria di tappa».

Cosa hanno voluto dire per voi i ritiri di Hindley e Roglic?

Non si tratta solo di due corridori che tornano a casa, ma anche di sogni che finiscono e di un sacco di lavoro che abbiamo fatto in prima linea che, alla fine, non è servito a nulla. Se decidi di essere triste per questo, allora ti deprimi e non fai nulla. Al contrario, se decidi di lottare, ed è quello che abbiamo fatto e faremo, può succedere qualcosa di bello.

Quanto è importante il successo di ieri per il team?

Tanto. La vittoria di ieri significa che ogni corridore qui è in grado di fare bene e la forza della Red Bull-BORA non si limita solamente a un uomo solo. E’ una caratteristica che siamo stati in grado di dimostrare anche nei giorni scorsi. Non ci siamo mai arresi.

La tua può essere l’unica vittoria per voi.

Forse, ma è arrivata ed era importante reagire dopo giorni difficili. Lo abbiamo fatto bene.

Nelle ultime due giornate sarà Pellizzari a fare la corsa con l’obiettivo di migliorare la posizione in classifica e magari vincere una tappa
Nelle ultime due giornate sarà Pellizzari a fare la corsa con l’obiettivo di migliorare la posizione in classifica e magari vincere una tappa
Arrivano due tappe importanti e impegnative, sosterrete Pellizzari?

Chiaro (dice senza nemmeno il tempo di metabolizzare la domanda, ndr). Giulio sta facendo un lavoro fantastico e sì, avrà tutto il supporto che possiamo dargli. Ciò che posso fare io per lui si concentra maggiormente nelle parti iniziali della tappa. Ovviamente cercheremo di dargli lo stesso aiuto che avrebbe avuto Roglic, in modo che possa avere la possibilità di ottenere il miglior risultato possibile.

Ora che obiettivi avrete?

Non abbiamo più obblighi d’ora in poi, abbiamo vinto una tappa. Insomma, possiamo solo divertirci e goderci la gara.

Pellizzari, il Catalunya, il Teide, il Giro: coach Artuso racconta

30.05.2025
8 min
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CESANO MADERNO – Tutti i giorni entro le 19, gli allenatori della Red Bull-Bora-Hansgrohe devono inviare al tecnico responsabile del Giro l’analisi dei dati di gara dei loro atleti. Da quest’anno, la squadra di Ralf Denk ha stabilito che i coach non siano presenti alle gare, ma si occupino dei training camp. Per questo motivo, Paolo Artuso in questi giorni si trova a Sierra Nevada con il gruppo del Tour e lì lo raggiungiamo telefonicamente alla vigilia della tappa di Champoluc, quella in cui il suo pupillo Giulio Pellizzari potrebbe replicare l’ottima prestazione di San Valentino di Brentonico.

La curiosità è tanta: quanto vale il marchigiano in questo Giro conquistato in extremis, in cui si trova per giunta senza il capitano che lo aveva voluto al via? Non si parla chiaramente di un neoprofessionista, ma di un atleta giovane che corre tra i grandi già dal 2023, eppure il salto nel WorldTour è una prova impegnativa, per la quale finora Giulio si è fatto trovare pronto.

Artuso è approdato alla Bora-Hansgrohe dal 2023 (la foto è del suo primo anno). In precedenza lavorava alla Bahrain
Artuso è approdato alla Bora-Hansgrohe dal 2023 (la foto è del suo primo anno). In precedenza lavorava alla Bahrain
Dicci, Paolo, come sta davvero Pellizzari?

Fino ad ora, è andato veramente forte. Già nella tappa dello sterrato ha fatto numeri importanti, come pure nella tappa di Asiago e anche in altre occasioni era sempre lì che sgambettava. Sia a livello numerico che soprattutto a livello di feeling, la situazione è ottima. La tappa di San Valentino lo ha fatto vedere. Per quelli che sono i suoi valori, ha fatto un numerone. Più che altro ha espresso ottimi valori dopo 5.000 metri di dislivello. E’ stato quasi vicino al suo best dell’anno: era già andato molto forte anche al Catalunya. Anche nei test ha fatto un bello step in avanti rispetto agli anni scorsi e il trend di questo Giro sta mostrando delle grandi prestazioni in sforzi dai 5 ai 30 minuti.

Il fatto che riesca a fare un best dopo 5.000 metri nella terza settimana vuol dire che abbiamo di fronte un atleta per i Grandi Giri?

Noi l’abbiamo preso, vedendo in lui un talento per i Grandi Giri. Stavamo cercando un corridore per questo tipo di terreno. Non è un atleta per sforzi brevi ed esplosivi, ma ha un grande motore per le salite lunghe. Poi, se necessario, ci si può anche dedicare a corse come le Ardenne oppure una Tirreno-Adriatico qualora il percorso non fosse tanto duro, allenando delle qualità su cui al momento magari è un po’ meno brillante.

Da quanto tempo lavori con lui?

Lo conosco da un po’ di anni, gli ho fatto un test quando era allievo di secondo anno o juniores di primo. Giulio è un po’ anche veneto per parte di suo padre, ha i nonni veneti che abitano abbastanza vicino a casa mia, nell’altra valle. In passato ci siamo visti qualche volta e gli ho fatto dei test. Invece a livello puramente professionale, abbiamo iniziato a ottobre dell’anno scorso, senza toccare nulla di quello che faceva con la Bardiani. Ci siamo visti al Giro del Veneto l’anno scorso, che era l’ultima gara e da lì abbiamo iniziato a lavorare un po’ più a stretto contatto per la transizione da una squadra all’altra.

Giro d’Italia 2024: le azioni di Pellizzari hanno evidenziato la sua attitudine per le salite lunghe
Giro d’Italia 2024: le azioni di Pellizzari hanno evidenziato la sua attitudine per le salite lunghe
Se dovessi dirlo ora, che corridore era il Pellizzari che hai trovato a ottobre?

E’ molto forte. Lo è sul passo, quindi ha delle potenze molto alte a livello di soglia. In più ha anche un buon motore a livello di massimo consumo d’ossigeno. Diciamo che non ha una grande potenza anaerobica: è poco glicolitico, come diciamo noi. Vuol dire che sulle salite brevi soffre perché a livello muscolare ha fibre lente. Di conseguenza, più sono lunghe le salite, più viene fuori la sua qualità maggiore. Quando ci sono 5.000 metri di dislivello, lui fa un po’ meno fatica degli altri. La doppia scalata del Monte Grappa dello scorso anno è la prova di questo, ma noi lo seguivamo già da tempo.

Avete dovuto cambiare di tanto la sua preparazione rispetto a quella precedente?

Devo dire che ha lavorato bene. Quando prendo un nuovo corridore, faccio anche una ricognizione del suo storico. Vado a vedere che cosa ha fatto e in che modo e devo dire che con Reverberi ha lavorato molto bene. Ha fatto una base ottima, quindi l’atleta che abbiamo accolto aveva già un ottimo livello, sia sul piano strutturale che mentale. Quindi nel suo caso il progetto giovani della Bardiani sta funzionando, non possiamo dire il contrario, e lui ne era il faro. Poi però quando è arrivato nella struttura più grande della nostra squadra, abbiamo messo un po’ di ordine nelle cose.

In che modo?

Essendo WorldTour abbiamo un calendario gara più certo e questo fa sicuramente comodo. Abbiamo impostato il lavoro in altura in modo da dargli due stimoli prima del Giro d’Italia, che era quello che volevo. Due periodi di tre settimane, che puoi concederti perché avere un budget superiore ti aiuta anche a lavorare meglio. Magari in passato non riusciva a fare due blocchi prima del Giro e tantomeno blocchi di tre settimane. Quindi fondamentalmente abbiamo lavorato così. Giulio ha passato un inverno tranquillo e con una progressione graduale del carico. Abbiamo aggiunto più palestra, più base aerobica nell’inverno, poi avrebbe dovuto fare il UAE Tour, ma si è ammalato. Per questo lo abbiamo spostato sul Catalunya e gli abbiamo prospettato un’altra altura, perché anche in Spagna sarebbe stato un uomo importante per Roglic.

Nella primavera di Pellizzari spiccano tre ritiri sul Teide: l’ultimo poco più breve per andare alla Liegi (immagine Instagram)
Nella primavera di Pellizzari spiccano tre ritiri sul Teide: l’ultimo poco più breve per andare alla Liegi (immagine Instagram)
Quando si è cominciato a parlare del Giro?

Durante le alture, nei test che facciamo per vedere come stanno, avevamo già iniziato a parlarne nello staff performance. C’erano numeri che facevano propendere per quella scelta e così, proprio durante il Catalunya, abbiamo deciso di impostarlo sul Giro d’Italia che inizialmente non era nel programma. Di solito funziona che prima facciamo un ragionamento tra di noi, poi lo proponiamo al corridore, perché se è motivato nel fare le cose, funziona molto meglio. E lui è stato subito contento, perché già gli avevamo fatto un mezzo… torto a non farlo partecipare alla Tirreno, che arrivava davanti casa sua. Così quando gli abbiamo detto che avrebbe corso in Italia, era super contento.

Cosa ha previsto il cambio di piano?

Dopo il Catalunya abbiamo fatto una settimana di riposo completo, senza toccare la bici. E poi siamo ritornati al Teide. Sono state tre settimane scarse, perché ho preferito mandarlo alla Liegi perché facesse esperienza e perché non l’aveva mai fatta.

Un ragazzo così giovane sul Teide con Roglic: come si è trovato?

Giulio è vivace, di conseguenza è tutto più facile. Inoltre il gruppo del Giro d’Italia è ottimo, vanno tutti d’accordo. Un inserimento super naturale.

I tre angeli custodi italiani di Roglic: Aleotti, Pellizzari, Moscon. Giulio il più gioviale
I tre angeli custodi italiani di Roglic: Aleotti, Pellizzari, Moscon. Giulio il più gioviale
Hai parlato di aumento del carico, ma stiamo parlando di un corridore che era già professionista da tre anni, no?

Chiaramente non si è lavorato come con un neopro’. Abbiamo dosato i carichi, ha fatto un po’ meno volume di quelli più grandi. Poi lo abbiamo mandato a casa per 10 giorni prima del Giro d’Italia, per aiutare l’aspetto mentale. Gli ho tolto un pochettino di alta intensità e ho mantenuto la palestra anche sul Teide e prima del Giro d’Italia. Abbiamo aumentato il minutaggio di soglia, perché alzandola di un po’, vai a migliorare anche il massimo consumo d’ossigeno. Insomma, quando c’è un motore grosso, allenarlo è abbastanza semplice.

Se dovessi individuare ora un miglioramento necessario?

Dobbiamo ancora capire quanto sia forte a cronometro e a livello aerodinamico. Dobbiamo spendere del tempo su questo e lo faremo sicuramente il prossimo inverno. Deve migliorare a livello tattico, deve sprecare un po’ meno. Se sei forte tatticamente, vuol dire che sei forte anche mentalmente e questo avviene con la maturazione naturale. Stare sempre davanti e sempre al posto giusto mentalmente è molto dispendioso. Perciò non deve avere fretta di bruciare le tappe, perché ancora può crescere, non è ancora al massimo.

E’ preciso nel lavoro?

Fa tutto al 100 per cento. Mi sono seduto con lui parecchie volte per spiegargli le cose. Se capisce perché deve fare certi lavori, lui come gli altri, ti seguono al massimo. Io di solito spiego sempre le motivazioni per cui fanno determinate cose piuttosto che altre. Il nostro lavoro è quello di individualizzare il carico di lavoro. Ogni corridore è differente dall’altro e questo si capisce dai file e dai profili fisiologici. Per cui si inizia a fare il test del lattato, poi il massimo consumo oppure si calcola la capacità glicolitica e via dicendo. Facendo tutte queste cose, hai un quadro veramente generale dell’atleta ed è più facile per noi individualizzarne il lavoro.

Bene a Tirana, lontano a Pisa. La crono è il fronte su cui c’è da lavorare maggiormente
Bene a Tirana, lontano a Pisa. La crono è il fronte su cui c’è da lavorare maggiormente
Giulio è parso irresistibile a San Valentino, un po’ meno a Bormio: cosa dicevano i suoi file?

Ha fatto il Mortirolo molto bene e nel finale, con quel tipo di percorso più esplosivo e meno adatto a lui, si è difeso bene. Poi sicuramente aveva speso molto il giorno precedente, ma complessivamente bene anche nella tappa di Bormio.

E come sta recuperando?

Avere tante fibre rosse lo aiuta a recuperare velocemente. Ogni giorno mi scrive: «Incredibile, che gamba che avevo!». Ci sentiamo tutti i giorni, perché guardare solamente i numeri è limitante. Dobbiamo abbinare i numeri al feeling del corridore, come quando fai un test del lattato. Guardi la frequenza cardiaca, guardi la potenza media, riguardi la concentrazione di acido lattico, però l’altra cosa che chiedi è la percezione dello sforzo. Perché se anche la percezione dello sforzo corrisponde alla fatica metabolica, allora tutto quadra e la lettura è corretta.

Il resto è uno spiegare il ruolo del coach di riferimento con cui scambiare feedback giornalmente, che si prende cura persino degli orari dei voli da prenotare in funzione degli allenamenti. E’ una struttura complessa, individuata dal team per avere ogni aspetto sotto controllo. E’ il professionismo 3.0, necessario per correre a certi ritmi. Speriamo solo che al dunque, se si tratterà di scattare, Pellizzari attinga ai numeri dell’anima, getti via la bandana e morda l’aria come ha fatto martedì. Quel tipo di agonismo non passa nel computer, basta guardarlo negli occhi per capirlo.