Tra l’urlo del vichingo e lo scivolone di Tadej, le parole di Damiani

16.07.2025
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Niente, un po’ di tranquillità in questo Tour de France non c’è… per fortuna! Per averla ci è servito il giorno di riposo. Solo che ha caricato talmente tanto i corridori che anche oggi ci hanno dato sotto e nel finale abbiamo vissuto emozioni a raffica. Lo sprint, l’inseguimento di Van der Poel, il manifestante pro-Palestina e soprattutto la caduta di Tadej Pogacar.

A Tolosa, perla del Sud della Francia, tra il Tarn e la Garonne, terra di ampie colture e paesini collinari, vince Jonas Abrahamsen, il vichingo della Uno-X Mobility. Rispetto a quando era giovane ha scelto la via della potenza: più peso, più muscoli, più forza. E’ partito al chilometro zero e alla fine ha battuto allo sprint uno degli ex compagni di fuga, Mauro Schmid. Il campione elvetico stasera rivedrà tante volte quello sprint nella sua testa. Non è partito lungo, ma lunghissimo. E per come ha tenuto, è facile aspettarsi che possa avere dei rimpianti.

Nella fuga di giornata anche Davide Ballerini, giusto nel mezzo fra fra Schmid e Abrahamsen poi secondo e primo
Nella fuga di giornata anche Davide Ballerini, giusto nel mezzo fra fra Schmid e Abrahamsen poi secondo e primo

Allarme rosso

Il mondo del ciclismo resta col fiato sospeso quando il gruppo transita ai 5,5 chilometri dall’arrivo. All’uscita di una veloce curva a sinistra, su uno stradone largo e pianeggiante, il drappello dei big si apre. Un piccolo rallentamento, ma tanto basta perché Pogacar incroci da dietro la ruota di un altro corridore, Tobias Halland Johannessen, e finisca a terra (qui il video). Forse anche Tadej, in virtù del rallentamento e prima di una nuova accelerazione, si stava guardando intorno.

Fatto sta che per qualche secondo il fiato si è fermato. Il Tour ha smesso di respirare. Scivolone sul fianco sinistro, marciapiede in vista, clavicola a terra e casco vicino al ciglio. Poi è lo stesso Pogacar che come un gatto si rialza e cerca di rimettere la catena che nel frattempo era caduta.

Tadej Pogacar un po’ preoccupato all’arrivo di Tolosa
Tadej Pogacar un po’ preoccupato all’arrivo di Tolosa

Il fair play

Tutti abbiamo pensato che i big accelerassero. In fondo, la caduta era stata innescata da un allungo nel drappello. Un attacco che andava immediatamente richiuso. E invece tutti fermi. Il re è scivolato. Ci tornano in mente le parole di Giovanni Ellena: «Lasciando la maglia gialla a Healy, Pogacar si è fatta amica la EF». Per la serie: ipse dixit.

«Sto abbastanza bene – ha detto Tadej subito dopo l’arrivo – Sono un po’ stupito da questa caduta ma è stato anche un giorno di vera guerra. Ho fatto questa caduta e cosa dire? Ringrazio il gruppo che ci ha aspettato, avrei potuto perdere un po’ di tempo, ma certo avrei dovuto spingere a fondo per cercare di rientrare. Grazie ragazzi per avermi atteso».

Pogacar sembra super tranquillo come sempre. Anche il manager della UAE Emirates, Mauro Gianetti, ha tranquillizzato i tifosi. Ha parlato di escoriazioni alle classiche zone da ciclista, quindi: gomito, braccio e il “rosone” sull’anca.

Ancora Pogacar: «Vingegaard e Jorgenson volevano attaccare e hanno portato tutti al limite. C’è chi attacca e chi segue. Purtroppo un corridore per seguire ha deciso di andare da sinistra a destra. Mi ha tagliato completamente la strada, ho toccato la sua ruota e sono scivolato. Fortunatamente ho ancora un po’ di pelle! Mi sono spaventato quando ho visto che stavo andando a sbattere con la testa».

«Domani sarà un grande giorno – ha concluso – Vediamo come recupererò. Normalmente dopo la botta di una caduta non sei al top, ma domani voglio dare il mio meglio. Come squadra siamo pronti per la prossima tappa».

Roberto Damiani (classe 1959) è sull’ammiraglia della Cofidis dal 2018
Roberto Damiani (classe 1959) è sull’ammiraglia della Cofidis dal 2018

L’analisi di Damiani

Ma se questi sono i fatti, Roberto Damiani, direttore sportivo di lungo corso li commenta con noi. Entrare in certe dinamiche con chi certe cose le vive ogni giorno è davvero un valore aggiunto.

Roberto, un’altra tappa super movimentata. Milan ha detto che sembra ogni giorno una classica. Tu che ne dici?

Che Jonathan ha ragione! E ha detto anche un’altra cosa interessante: vivere il Tour da dentro è tutt’altra cosa rispetto a vederlo da fuori.

Veniamo al fatto del giorno: la caduta di Pogacar. Distrazione sua o taglio netto da parte del corridore della Uno-X?

No, no, che distrazione. E’ l’altro che gli ha tagliato la strada. C’è stato un attacco sulla destra e il gruppo si è spostato in quella direzione. Tadej non ha colpe, è un grave errore, non volontario, del corridore della Uno-X.

Pogacar ha detto di aver rischiato di sbattere la testa. Ma tutto sommato sta bene?

E ne aveva ben ragione. Gli effetti veri delle cadute li vedi 24-48 ore dopo. Però in effetti, a parte il rischio del bordo del marciapiede, si è trattato più di una scivolata che di una vera caduta. L’impatto, almeno da fuori, è sembrato meno “cattivo”.

Ora che protocolli si avviano?

Le sue più che botte vere e proprie saranno bruciature, vista la dinamica della caduta. Però avrà fastidio nel letto, quando si rigirerà nella notte e il lenzuolo si appiccicherà. Ma in UAE Emirates sono attrezzati, come gli altri team del resto. Ecco, una cosa importante sarà la visita dell’osteopata.

La EF e Onley hanno corso da veri leader. Sarà interessante vedere come si comporteranno domani verso Hautacam
La EF e Onley hanno corso da veri leader. Sarà interessante vedere come si comporteranno domani verso Hautacam
Perché?

Perché prima di tutto controlla la postura di Tadej e poi verifica che le sue catene cinetiche non si siano modificate. Gli dà quella che in gergo chiamiamo “raddrizzata”.

Da diesse, raccontaci quei momenti nell’ammiraglia UAE…

Ti giochi il paradiso! Soprattutto quando hai l’uomo di classifica al Tour. Ogni piccola cosa può essere decisiva: una foratura, un cambio del meteo… Ma con altri corridori non è un problema, con il leader di classifica sì. Devi valutare ogni centimetro. Lo dico per esperienza, quando per due volte provai a vincere il Tour con Cadel Evans. Oggi poi non solo senti radio corsa, ma dall’ammiraglia vedi anche quello che succede. E consentitemi di ridire l’importanza delle radioline e dei due direttori in macchina.

Perché?

Con le radioline puoi avvertire subito la squadra, e in UAE sono stati velocissimi a prendere immediatamente la situazione in mano. E poi perché un diesse pensa ad avvicinarsi il più possibile a chi è caduto e l’altro intanto avverte che il leader è a terra e ferma tutti immediatamente o fa rallentare quelli dietro.

Discorso fair play: qual è la tua posizione? Giusto aspettare?

Sì, e mi fa piacere. Mi fa piacere per Pogacar e per il ciclismo. Mi è sembrato un atto più che dovuto.

Un affranto Mauro Schmid seduto sui gradini del bus della sua Jayco-AlUla (foto X – GreenEDGE Cycling)
Un affranto Mauro Schmid seduto sui gradini del bus della sua Jayco-AlUla (foto X – GreenEDGE Cycling)
Ma se fosse caduto Oscar Onley per esempio, lo avrebbero atteso?

Bella domanda. Qui entra in ballo il peso specifico dell’atleta nel gruppo. Io spero e penso di sì. Ma magari non subito. In fin dei conti conta anche l’aspetto visivo. E’ caduto il campione del mondo, o la maglia gialla: lo vedi prima. Nel caso di Onley, almeno all’inizio, per il gruppo era caduto uno della Picnic-PostNL. Se cadeva Hinault, Indurain o Nibali il gruppo reagiva diversamente.

Chiudiamo con la corsa. Schmid stasera ci ripenserà secondo te?

Sì, ha corso per perdere. Era più intento a non far rientrare Van der Poel che a battere Abrahamsen.

E questa preoccupazione era legittima?

Un podio al Tour va sempre bene, okay, però ci devi provare. Piuttosto avrei tirato meno. Anche perché con quella volata lunga ha mostrato che ne aveva. Mi è piaciuta invece la notizia che Van der Poel non sapesse ci fossero due atleti davanti. Se è vero che non aveva la radiolina, quando ha fatto quell’azione sull’ultima salita magari era concentrato e ci sta che non abbia visto i due in fuga. E in ammiraglia Alpecin-Deceuninck non potevano avvertirlo. Lui si è reso conto che ne aveva due davanti solo quando li ha visti a meno.

Agostinacchio vince da grande, ma il gruppo è in ansia per Privitera

16.07.2025
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AOSTA – La notizia della vittoria di Filippo Agostinacchio, primo atleta valdostano a vincere una tappa e indossare la maglia di leader della classifica generale al Giro della Val d’Aosta viene spezzata quando ancora si trova al podio delle premiazioni. Un diesse presente in gara ci dice che Samuele Privitera è stato coinvolto in una brutta caduta, sembra una normale dinamica di gara ma poi la piega diventa tragica. Le voci che rimbalzano tra la sala stampa e l’organizzazione è che l’incidente sia causato da un iniziale malore, ma la notizia non viene confermata. Il corridore della Hagens Berman Jayco è stato trasportato all’ospedale in gravi condizioni e gli aggiornamenti arrivano a spizzichi e bocconi.

«Diciamo che ho finalmente capito che corridore sono – dice Agostinacchio mentre pedala lentamente verso il podio – uno da azioni così e non da classifica. Non voglio nemmeno pensare di snaturarmi perché non credo di essere un atleta per le corse a tappe ma per vincere frazioni del genere sì. Sento di essere ancora un po’ acerbo su strada, ho bisogno di carburare ancora per esplodere definitivamente».

A 200 metri da casa

Filippo Agostinacchio ha alzato le braccia al cielo nella sua città, Aosta. Dopo la vittoria di tappa al Giro Next Gen ci ha preso gusto e conferma di essere arrivato al miglior momento della sua carriera da under 23. Scherzando quando gli chiedono se avesse 19 o 20 anni di essere vecchio (ha 22 anni, ndr), ma che su strada è ancora giovane visto che corre da solamente due stagioni. Oggi prima del via era concentrato, silenzioso come al solito ma con poca voglia di parlare. 

«Oggi era una bella occasione – prosegue mentre pedala lento – ma non l’unica nell’arco dell’intera gara. Comunque correre sulle strade di casa è un bel vantaggio anche per andare in fuga. Sicuramente oggi era la migliore occasione delle cinque, quindi ho cercato di prenderla al volo. Mi sono mosso fin da inizio tappa ma ero consapevole di aver bisogno di tanti compagni di fuga perché nella valle, nel tornare indietro, il vento sarebbe stato a sfavore».

Filippo Agostinacchio insieme al padre Fabio
Filippo Agostinacchio insieme al padre Fabio
Insomma, conoscevi le strade a memoria…

L’ultimo strappo (quello su cui ha costruito la sua vittoria, ndr) lo conosco metro dopo metro, se vado su Strava avrò 150 prestazioni in totale. Abito a cinque minuti a piedi da Corso Battaglione Aosta, dove era collocato lo striscione d’arrivo. Da questa via ci passo tutti i giorni quando esco in bici. 

Sapevi esattamente dove attaccare o hai usato un po’ di fantasia comunque?

Avevo visto che in fuga c’erano tre o quattro corridori più veloci di me, l’unica soluzione era di tentare un anticipo. Volevo vincere e mi sono mosso con in testa solo il miglior risultato. Ho anticipato ed è andata bene come ad Acqui Terme. Quella volta non lo avevo fatto, ma ora voglio dedicare la vittoria a Di Tano. E’ stata una figura importante nella mia crescita come atleta e soprattutto come persona. 

L’atleta di casa si è poi prestato all’intervista dopo la gara raccontando le sue emozioni
L’atleta di casa si è poi prestato all’intervista dopo la gara raccontando le sue emozioni
Quindi a 22 anni sei davvero vecchio?

No, vecchio no. Però forse sono arrivato nell’ultimo anno buono per fare qualcosa a livello internazionale, quindi sto cogliendo le mie occasioni. Dopo la vittoria al Giro Next Gen e qui al Valle d’Aosta spero di aver convinto il cittì Marino Amadori a portarmi all’Avenir e di cercare la tripletta con un’altra vittoria di tappa. 

Lo hai sentito?

Ci sentiamo spesso e con lui ho un ottimo rapporto. Lui l’anno scorso mi ha fatto fare un’esperienza proprio qui al Giro della Valle d’Aosta e gli sarò riconoscente a vita, senza questa esperienza qua non sarei maturato come corridore. 

Agostinacchio, in maglia di leader del Giro della Val d’Aosta insieme a Marco Milesi, diesse della Biesse-Carrera-Premac
Agostinacchio, in maglia di leader del Giro della Val d’Aosta insieme a Marco Milesi, diesse della Biesse-Carrera-Premac
Dopo il Giro è cambiato qualcosa in te?

Mi sono sbloccato a livello mentale e riesco a correre all’attacco. Oggi stavo bene, sentivo la gamba piena e ho eseguito il piano alla perfezione. Le due settimane tra il Giro Next Gen e il Val d’Aosta non sono state perfette perché mi sentivo un po’ stanco. E’ da gennaio che tiro dritto senza fermarmi mai, quindi sto anch’io arrivando un attimo tirato e dovrò riposare un attimo.

Nel momento in cui pubblichiamo l’articolo confermiamo che Samuele Privitera è attualmente in ospedale, dove è giunto dopo l’intervento del 118. L’organizzazione dichiara: «Il corridore è stato preso in carico dall’Ospedale Umberto Parini di Aosta, la prognosi è riservata e le sue condizioni sono gravi. La dinamica dell’incidente è in fase di accertamento».

Selva, diario dagli USA, parte 2ª: il test del velodromo olimpico

16.07.2025
9 min
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Avevamo lasciato Francesca Selva in partenza per il Wisconsin, dopo la serie di circuiti in Texas in cui aveva rotto il ghiaccio con il ciclismo americano. Ricordate il racconto dell’atleta padovana che quest’anno ha deciso di passare l’estate a correre negli USA? Qualche giorno fa ci ha mandato una foto dal velodromo olimpico di Los Angeles ed è stato chiaro che il suo diario americano andasse aggiornato. Per questo ci siamo sentiti nuovamente, tenendo conto del suo essere indietro di 9 ore, e il racconto ancora una volta è stato ricco di dettagli e adrenalina.

Era nei programmi di andare a girare in pista in California oppure è venuto fuori in corso d’opera?

In corso d’opera (sorride, ndr). La squadra per cui corro ha il mio stesso sponsor di bici, per cui ci siamo detti che se ci fosse stata l’opportunità, avrei potuto prendere una loro bici e usarla. Ho portato sella e manubrio per questo, però non era nei programmi. Diciamo che nel mio calendario c’era tutto e niente, avrei visto strada facendo. Ed è venuta fuori l’occasione di fare tre gare in pista.

Di che gare si tratta?

C’è un bel calendario, sono gare UCI classe 2 e io ne ho fatte tre. Mercoledì scorso, sabato e poi oggi. Ho sempre detto che stavo andando in America per correre, ma se posso vedere anche qualcosa di diverso, perché no? Diciamo che venire a Los Angeles è servito anche a questo. Poi visto che si tratta di un velodromo olimpico, ho accettato a maggior ragione.

C’è una bella partecipazione?

In realtà il livello è molto più alto di quanto mi aspettassi. C’è ad esempio anche Anita Stenberg, che è leader del ranking mondiale. E poi ci sono principalmente americane, messicane, colombiane. C’è anche qualche velocista tedesco, quindi il livello è alto e stanno venendo fuori dalle gare tirate. Io con la mia preparazione riesco a stare a galla, però tornare al chiuso dopo così tanti mesi, è stato sicuramente uno shock. L’ultima gara che ho fatto in pista è stata a Capodanno, però l’ultima fatta davvero prima di avere la miocardite è di ottobre. Erano nove mesi che non correvo in pista, sono andata una volta a girare con la nazionale prima di venir via, però in un giorno a fare quartetti non prendi quel che serve per correre.

Quindi?

Il primo giorno è stato abbastanza scioccante, anche perché secondo me la pista è molto veloce. Avevo solo un rapporto troppo agile, poi ne ho messo uno più duro, ma le mie gambe ovviamente non sono pronte per quel tipo di sforzo. Già il secondo giorno sono riuscita a stare un po’ meglio nella mischia. Ho fatto entrambe le volte scratch, corsa a punti e madison.

Si muore di caldo anche lì?

In realtà, secondo me, state peggio in Italia. Difficilmente in California ci sono più di 30 gradi, oggi ce ne sono 25. 

Ti avevamo lasciata in partenza dal Texas per il Wisconsin per andare a fare un criterium del Tour of America Dairyland, come è andata?

Devo farne un altro fra 10 giorni, un altro di questi cinque eventi più importanti. Ho visto tanta gente, tanto pubblico, tanta partecipazione. Anche perché, come vi ho scritto nei messaggi, c’è anche qualche ragazza WorldTour di qui che viene a fare un po’ di show. Non è detto che vincano, perché sono gare completamente diverse rispetto al normale ciclismo su strada, però il livello è superiore rispetto ai circuiti del Texas.

Sempre circuiti cittadini?

Il più corto era un circuito di 600 metri a giro, come fare una gara su pista, all’interno di un centro commerciale. Il più lungo era un chilometro e mezzo, ma purtroppo non piatto. Ogni tanto c’è anche qualche strappetto e quelli diventano veramente letali. Nell’ultima settimana di gare, il primo e l’ultimo giorno sono stati quelli per me più duri, perché gli strappi di solito li mettono dopo una curva a U o dopo una ripartenza. Per cui ci entri piano e poi devi fare lo strappo a blocco quasi da fermo. E quando inizi a farlo 30-40-50 volte, dopo un po’ si inizia a sentirlo.

I social mostrano una grande cornice di pubblico…

Sì, confermo, tantissima gente. Poi più vai verso il finale, diciamo negli ultimi giorni, più gente c’è a guardare. Sono dei veri e propri festival, si svolgono in cittadine belle vivaci. Quindi ci sono i ristoranti nei viali dove fanno le gare, oppure passi nei giardini della gente seduta fuori che ti guarda per tutto il giorno. Le gare iniziano la mattina e finiscono la sera, ci sono tutte le categorie. Sono degli eventi classici, si ripetono ogni anno. E poi ci sono tanti soldi come premi e quindi diventa molto avvincente da guardare perché c’è gente che si fa pezzi per vincere i traguardi volanti.

Quindi il sistema è sempre quello dei traguardi a premi annunciati di volta in volta?

Il traguardo volante è annunciato con la campana e quindi chiaramente se non sei nelle prime 3-4 posizioni, è quasi impossibile partecipare. Specialmente quando il giro è di 600 metri, con 4-5-6 curve, non hai proprio lo spazio fisico per avanzare. E comunque ci sono stati dei giorni in cui c’erano anche 1.600-2.000 dollari a traguardo volante. La cosa che rende le gare molto difficili e molto veloci è che magari hai 3-4 giri senza niente, poi per i 3-4 giri successivi fanno una volata per ogni passaggio, ma ti informano mentre stai già facendo la prima volata.

Sei riuscita a vincerne qualcuno?

Non ci ho neanche provato (sorride, ndr). Correndo da sola, è difficile. Avevo una compagna, ma perdeva le ruote e avevamo contro delle squadre organizzate, in cui c’erano corridori addetti a fare i traguardi volanti, senza preoccuparsi di altro. Spesso attaccano e fanno gioco di squadra. Una attacca, le altre fanno il buco e quindi chiaramente ci sono delle dinamiche per cui loro guadagnano più soldi di chi invece deve concentrarsi sulla volata finale. E se con la condizione che ho adesso, faccio un traguardo volante, cioè una volata massimale, non riesco neanche a vedere la volata finale.

Sul canale YouTube “Ride with Franci” ci sono i video delle gare complete con dati live e i ruzzoloni…
Sul canale YouTube “Ride with Franci” ci sono i video delle gare complete con dati live e i ruzzoloni…
Come ci si scalda per gare così frenetiche?

Alcuni hanno i rulli, ma io per motivi logistici non li ho portati. Nei giorni in cui sono vicino alla zona di gara, diciamo 15 chilometri, vado in bici. Altrimenti, se devo guidare per arrivare, come ora che sono ospite di una famiglia trovata dagli organizzatori, magari esco prima per fare una pedalata e poi prima di partire faccio una ventina di minuti con un paio di accelerazioni. Serve tenere caldo il motore, per questo faccio il riscaldamento tipo pista. Quindi una progressione che va da zona 1 fino a 300 watt e un paio di volate in progressione da seduta, proprio per accendere bene il motore. Perché tante volte questi benedetti traguardi volanti te li mettono anche al primo giro.

Si parte subito forte?

Un giorno sono arrivata tardi per il traffico e non ho fatto in tempo a scaldarmi. Così ho pensato di partire un po’ sfilata, di prendermi qualche giro per scaldarmi e respirare e poi sarei andata davanti. Non l’avessi mai fatto! Il circuito era pieno di curve e c’era gente che saltava dal primo giro, perché intanto mettevano tantissimi soldi a ogni passaggio e non c’era tempo per respirare. Ho fatto un’ora di gara a chiudere buchi cercando di guadagnare posizioni, è stato un incubo. Poi sono riuscito ad andare davanti e fare la volata, ma ci ho messo veramente tutta la gara per risalire.

Com’è vivere in una famiglia americana?

Le famiglie che mi hanno ospitato in tutto questo periodo sono composte da gente di ciclismo, persone appassionate per cui è difficile considerarli solo come americani. Voglio dire che la comunità del ciclismo è abbastanza universale. Quel che posso dire è che tutti tendono a essere disponibili per aiutarti, sia con il cibo sia con darti un passaggio e altre mille cose. Ho sempre trovato disponibilità, ma come dicevo sono persone che vengono dal mio stesso ambiente. Ho provato a fare domande su temi come l’Ucrain, Gaza, il confine con il Messico, perché anche da casa mi fanno spesso domande…

E che cosa hai capito?

Quando ero in Texas, uscivo per strada e non vedevo niente. La gente ne parla poco. Ho guardato i notiziari e sono tutti abbastanza tranquilli. E quando glielo chiedo, non si esprimono più di tanto. Forse è la distanza e vivono tutto di riflesso, non saprei.

Cosa ti pare degli americani?

In California sono tutti un po’ fricchettoni, se posso dire così. In spiaggia vedi l’immagine classica che avevo in mente anche prima di venire, di gente che cerca di sembrare giovane e va con lo skateboard a ritmo di musica. L’altro giorno ho visto una signora con il cane, poverino, tutto tinto di rosa con le macchie di leopardo. In Texas sono più normali, anche se nell’immaginario dovrebbero essere tutti pazzi. A parte che girano davvero con gli stivali e con i cappelli da cowboy e a parte che nei supermercati trovi le armi da fuoco. Per fortuna ho trovato persone cui appoggiarmi, che mi stanno permettendo di vivere l’America anche extra ciclismo. Sto girando posti diversi ed ho avuto il tempo per guardarmi un po’ attorno.

Il programma prevede oggi l’ultima gara in pista e poi?

Domani volo a Chicago e da venerdì fino alla domenica successiva corro per dieci giorni di fila nella Chicago Grit, con la “g” al posto della “c”. Poi torno a Dallas per due giorni e per fare l’ultima gara del mio capo, quella del martedì. Quindi torno in Italia per correre a Fiorenzuola, sperando che tanto girare mi dia anche un po’ di condizione e cercando di capire a quali gare partecipare. Ma a fine agosto probabilmente tornerò qui per partecipare alle ultime gare. Ma appena lo scopre mio padre, stavolta mi butta davvero fuori casa…

Vesco: sottotraccia cresce il futuro della MBH Bank-Ballan

16.07.2025
4 min
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Uno dei volti della MBH Bank-Ballan-Csb del futuro sarà quello di Leonardo Vesco, atleta brianzolo classe 2005. Anche lui arriva dal vivaio del Team Fratelli Giorgi e al suo secondo anno nella categoria under 23 sta cercando di capire quale sia la strada da seguire. La crescita, com’è giusto che sia, sta arrivando con passi giusti e determinati. Vesco ha già assaporato la vittoria, sia nella passata stagione che quest’anno. Due successi che hanno fatto capire a Gianluca Valoti e allo staff del team bergamasco di aver in mano un atleta che, se gestito bene, sarà una pedina importante nel passaggio a professional nel 2026

Leonardo Vesco, classe 2005, è al suo secondo con la MBH bank-Ballan-Csb (foto Jacopo Perani/think bold)
Leonardo Vesco, classe 2005, è al suo secondo con la MBH bank-Ballan-Csb (foto Jacopo Perani/think bold)

In cerca di conferme

Come ci aveva già anticipato Antonio Bevilacqua l’obiettivo della MBH Bank-Ballan-Csb sarà quello di valorizzare i ragazzi cresciuti in questi anni e di fare in modo che abbiano un confronto costante con i professionisti. Mentre i corridori che ancora rientrano nella categoria under 23 potranno crescere e maturare correndo con i pari età. Leonardo Vesco si colloca perfettamente tra i ragazzi con davanti ancora un ampio margine di miglioramento.

«Nel mese di giugno ho corso un bel Giro di Campania – ci racconta – e ho disputato la mia prima gara della stagione tra i professionisti, il Giro dell’Appennino. L’anno scorso avevo chiuso il calendario con la Coppa Agostoni assaggiando già il mondo dei grandi. Ora sono in un periodo di stacco prima di rimettere il numero sulla schiena ad agosto, quando correrò nelle gare internazionali under 23. Ce ne sono parecchie: Capodarco, Poggiana, Giro del Veneto, Giro del Friuli: voglio farmi trovare pronto».

Vesco in queste due stagioni sta crescendo e facendo i passi giusti verso la maturazione fisica e mentale (foto Jacopo Perani/think bold)
Vesco in queste due stagioni sta crescendo e facendo i passi giusti verso la maturazione fisica e mentale (foto Jacopo Perani/think bold)
Nessuna corsa a tappe nella prima parte dell’anno, come mai?

E’ una scelta presa fin dall’inverno con il team, il Giro Next Gen e il Giro della Valle d’Aosta sono gare impegnative che in futuro vorrei inserire nel mio calendario, ma è giusto fare certi passi in maniera graduale. 

Valoti ha speso belle parole nei tuoi confronti, la squadra crede molto in te…

Vero, è una cosa che mi fa molto piacere. A me tocca cercare di ottenere sempre il massimo in ogni gara. Sono contento di aver vinto una tappa al Giro della Campania ed è stata una bella risposta al lavoro fatto. La squadra ha un piano per farmi crescere e questo mi dà tanta fiducia. Poi vedremo, il futuro ci darà le risposte. 

Vesco ha già dimostrato di saper vincere, l’ultima volta è stato al Giro di Campania (foto Jacopo Perani/think bold)
Vesco ha già dimostrato di saper vincere, l’ultima volta è stato al Giro di Campania (foto Jacopo Perani/think bold)
Quali sono gli aspetti sui quali ancora devi scoprirti?

Le salite lunghe, non avendo ancora fatto corse a tappe come il Giro Next Gen o il Valle d’Aosta. Mi piacerebbe fare queste gare per capire se sono un corridore da Classiche o da Grandi Giri. 

Ti è dispiaciuto non fare queste gare?

Con la MBH Bank-Ballan ho sempre avuto modo di fare belle gare. L’anno scorso ho corso in Belgio prima alla Youngster e poi alla Liegi U23. Mentre quest’anno, in Francia, ho preso parte al Tour de Bretagne. Soprattutto quest’ultima è un’esperienza che mi è servita molto, infatti una volta tornato ho raccolto due vittorie. 

Gianluca Valoti e la MBH Bank contano molto sul talento del giovane brianzolo (foto Jacopo Perani/think bold)
Gianluca Valoti e la MBH Bank contano molto sul talento del giovane brianzolo (foto Jacopo Perani/think bold)
Queste esperienze internazionali, Belgio e Francia, cosa ti hanno lasciato?

E’ tutto un altro modo di correre, dove i ritmi sono più alti. Capisci davvero cosa si intende quando ti dicono che è importante rimanere sempre nelle prime posizioni. Su quelle strade la corsa può cambiare da un momento all’altro, bisogna stare sempre attenti.

Sogni di diventare un corridore da Classiche o da lunghe salite? 

Voglio prima di tutto scoprirmi, adesso non sogno. Sogno di diventare professionista, questo sì. Al momento mi sento forte negli arrivi impegnativi e in volate molto ristrette, con quattro o cinque avversari. Poi vedremo con il passare degli anni come mi svilupperò.

Milan e Merlier: il confronto tecnico con Silvio Martinello

16.07.2025
6 min
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Il Tour de France riparte oggi da Tolosa con un probabile arrivo allo sprint ed è lecito pensare che ci sarà di nuovo una sfida fra Tim Merlier e il nostro Jonathan Milan. Una sfida che è anche tecnica. E quando si parla di tecnica e volate, quale miglior interlocutore di Silvio Martinello?

L’ex sprinter (e pistard) veneto fa un’analisi dettagliata dei due: rapporti, caratteristiche fisiche, tecnica. Ma alla base c’è una differenza chiave. Milan ha più margine di crescita rispetto a Merlier e questo, in ottica futura, fa ben sperare.

Classe 1963, Silvio Martinello, è stato un pistard e professionista su strada per 15 stagioni
Classe 1963, Silvio Martinello, è stato un pistard e professionista su strada per 15 stagioni
Silvio, iniziamo questo parallelismo fra Milan e Merlier, che sembra un po’ la bestia nera di Jonathan…

La bestia nera… direi piuttosto che è un velocista con caratteristiche diverse. Tim è il classico velocista che non vorresti mai avere a ruota, perché ha quella capacità di saltarti negli ultimi metri, quel cambio di ritmo micidiale che spesso è letale. Milan è migliorato molto, soprattutto nella capacità di farsi trovare nel posto giusto al momento giusto. Ve lo ricordate al Giro d’Italia 2023 quando vinse una tappa, ma poi ne buttò via tante perché era fuori posizione?

Sì, vero…

Rimontava sempre, ma se sei fuori posizione quando è il momento di lanciare lo sprint, perdi. Per quanto tu possa essere forte, qualcuno ti arriva davanti. Ecco, su questo Milan è cresciuto molto. Anche la tappa che ha vinto, l’ha vinta praticamente senza squadra. E’ stato lui a muoversi bene negli ultimi metri, capendo e leggendo perfettamente la situazione.

Come dici te, ha stupito per le posizioni, ma anche per le tempistiche…

Sì, posizione e tempismo. E’ migliorato tanto ed era il suo tallone d’Achille. Le sue qualità non si discutono: il motore c’è, è potentissimo. E’ il classico velocista che avrebbe bisogno di un treno votato solo a portarlo agli ultimi 200 metri, cosa che oggi si fa meno. Jonathan si sta adattando bene, ma poi ci sono anche gli avversari.

Cioè?

Gli sprint non sono corsie fisse: vince chi è più veloce, ma anche chi ha la miglior posizione e chi sceglie il momento giusto. Da questo punto di vista Merlier, come dicevo, è uno che nessuno vuole a ruota. Con Philipsen tagliato fuori dai giochi, i tre sprinter di riferimento erano loro, e infatti sono gli unici ad aver vinto finora in questo Tour. E credo che saranno ancora loro due a giocarsi le prossime tappe, salvo sorprese che nelle volate ci stanno sempre.

Milan e Merlier: si nota la differenza delle spalle e della testa soprattutto. Jonny rivolge lo sguardo del tutto in avanti (foto Instagram)
Milan e Merlier: si nota la differenza delle spalle e della testa soprattutto. Jonny rivolge lo sguardo del tutto in avanti (foto Instagram)
Da un punto di vista stilistico, cosa ci dici?

Questa continua ad essere una pecca per Milan: ondeggia troppo, muove le spalle, e questo non lo aiuta. Se un giorno riuscisse a correggersi – cosa complicata alla sua età, l’ho già detto in passato difficile che un pro’ cambi troppo – può migliorare. Ma nel ciclismo nessuno è imbattibile. Se dovesse riuscire a correggersi, a quel punto batterlo in volata diventerebbe durissima.

Perché guadagnerebbe aerodinamica abbassandosi con le spalle?

Certo. A quelle velocità, sopra i 70 all’ora, la posizione fa la differenza. Lui è molto alto e non mette mai la testa sotto le spalle: guarda avanti, punta l’arrivo. Ha però un motore eccezionale che non si discute.

E Merlier?

Anche lui, ma di certo è più composto. E’ alto, ma sta più schiacciato. Il sedere è più basso o in linea con le spalle, e questo migliora l’aerodinamica. Forse quella è la piccola differenza decisiva.

A Chateauroux si è notata una differenza anche nei rapporti: Milan aveva il 54×10, Merlier un 56×11…

Di certo Jonathan non ha tirato il 10, altrimenti sarebbe stato più duro, mentre era più agile di Tim. Si vedeva. Merlier è stato abilissimo anche a scegliere il momento giusto: sono partiti quasi insieme, ma lui lo ha leggermente anticipato, spingendo il rapporto più pesante. Attenzione però, siamo sicuri che Milan sia più agile?

Spiegaci meglio…

Milan magari aveva un 54×11 che è più agile del 56×11 di Merlier, ma la differenza è minima: roba di pochi centimetri. Secondo me è quel modo di pedalare che lo fa apparire più agile di quel che è realmente, il che è paradossale visto il fisico. Uno come Jonathan non dovrebbe avere problemi a spingere rapportoni. Credo sia una questione di stile personale, ma anche di esperienza.

Un’esperienza?

Milan è al suo primo Tour. Io ho fatto la mia ultima Grande Boucle nel 1999, sono passati 26 anni e magari le cose sono cambiate, ma ho sempre trovato che le mischie al Tour siano più complesse di quelle del Giro. C’è più tensione, più concorrenza. Milan sta facendo molto bene, ha anche focalizzato la maglia verde che è un obiettivo importante. Tra l’altro secondo me, questo obiettivo gli sta togliendo un po’ di brillantezza.

Perché?

La differenza di punti ai traguardi intermedi è minima, ma solo Milan sprinta con quella determinazione per la maglia verde. Gli altri pensano più all’arrivo finale. Questa è una differenza anche nervosa, non solo di energia. Per questo dico che Jonathan ha bisogno di imparare. E’ giovane, ha margini e queste esperienze lo aiuteranno di sicuro. Poi è anche vero che se punti a quella classifica i traguardi volanti sono determinanti.

Silvio, si è notato che hanno modificato l’ordine del treno. Simone Consonni non è più l’ultimo uomo..

Vero, lo avevo notato subito. Simone forse non è brillantissimo in questo momento e credo che abbiano scelto di cambiare proprio per questo motivo. Al Tour devi raccogliere risultati. Meglio invertire i ruoli con Stuyven, ma ripeto: Milan si muove bene anche da solo. Merlier, invece, sta facendo molto da solo, più del solito.

L’arrivo al photofinish di Dunkerque fra Merlier e Milan al colpo di reni. I due sono davvero vicini e non solo in questa occasione (immagine fornita da Tissot)
L’arrivo al photofinish di Dunkerque fra Merlier e Milan al colpo di reni. I due sono davvero vicini e non solo in questa occasione (immagine fornita da Tissot)
Altre piccole differenze che hai notato?

Sono due velocisti diversi, ma fortissimi. A me Merlier piace molto, da sempre. Ha un atteggiamento umile, e per un velocista non è scontato, spesso hanno personalità più informali, fuori dalle righe. Non lo conosco di persona, ma da come parla e si muove mi sembra uno concreto, educato. Mentre tecnicamente non dimentichiamoci che Merlier viene dal ciclocross: certe abilità di guida se le è portate dietro.

Sono entrambi da volata lunga?

Sì, ma più Milan. Merlier se lo hai a ruota ti salta nove volte su dieci. Al tempo stesso, se serve, prende anche l’iniziativa. Anche per questo, nella mia personale classifica di gradimento degli sprinter oggi, Merlier è davanti a tutti.

Anche a Philipsen?

Sì, anche a Jasper Philipsen. Philipsen ha caratteristiche simili a Milan e Pedersen, un altro grande sprinter.

Ecco, per un treno super Pedersen potrebbe fare da apripista a Milan? E anche viceversa?

Il contrario (Milan che tira per Pedersen) lo vedo difficile. Pedersen potrebbe fare da ultimo uomo, ma mi chiedo se accadrà. Van der Poel fa l’apripista a Philipsen e Groves, ma lui non fa volate di gruppo. Pedersen invece sì e le vince Non è un caso che abbiano programmi separati.

Silvio, con la tua esperienza: a chi paragoneresti Milan e Merlier tra i velocisti del passato?

E’ facile. Per caratteristiche fisiche e tecniche, Milan lo avvicino a Cipollini o Petacchi, magari con un treno tutto per lui. Merlier invece mi ricorda Danny Nelissen: il classico velocista belga o comunque del Nord cresciuto nelle mischie, con abilità innate nel muoversi da solo. E, nel suo caso, sfruttando anche ciò che ha imparato dal cross.

Amici mai, anzi Pogacar inizia a innervosirsi. Cosa fa la Visma?

15.07.2025
5 min
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La tattica della Visma-Lease a Bike ha dell’inspiegabile o forse no? Gli attacchi di Jorgenson visti ieri sono il massimo che sono capaci di fare o c’è dell’altro? Forse per replicare quanto di buono furono capaci di fare nel Tour del 2023 e ancor meglio in quello del 2022, gli uomini della squadra olandese si sono messi in testa di tenere Pogacar sotto pressione. Anche nel 2022 sembrava che lo sloveno, vincitore dei due Tour precedenti, fosse inattaccabile. Invece nel giorno del Granon, complice la tenaglia messa in atto fra Roglic e Vingegaard, la maglia gialla perse colore e lo sloveno andò a fondo.

Il Pogacar 2025 è un altro corridore. Ha preso tutte le contromisure del caso per fronteggiare la disidratazione. Ha un’altra solidità atletica. E quando accelera, il solo che gli resta dietro è proprio Vingegaard e non proprio agevolmente. Fra i due non c’è grande simpatia, forse è il contrario, ma appaiono il prodotto di preparazioni sopraffine e irraggiungibili per il resto del gruppo.

La Visma-Lease a Bike ha fatto il forcing sulla salita finale di ieri con Kuss, isolando Pogacar
La Visma-Lease a Bike ha fatto il forcing sulla salita finale di ieri con Kuss, isolando Pogacar

Dubbio Visma

Ieri la squadra olandese ha preso seriamente in mano la corsa e ha isolato il campione del mondo. Ha fatto di tutto, in apparenza, perché non perdesse la maglia gialla, ma Tadej in questo è stato bravissimo e l’ha lasciata andare. E quando ha accelerato, usando la Colnago Y1Rs, vale a dire la bici aerodinamica, la sensazione è che ne avesse ancora più di tutti. Ma non abbastanza per staccare Vingegaard.

«E’ vero che non abbiamo guadagnato tempo su Pogacar – ha detto Campenaerts, tra i più attivi nel fare il forcing con Kuss e Jorgenson – ma ci abbiamo riprovato. Come facciamo ogni giorno. Questa è la cosa più importante. Se arriveremo a Parigi senza aver vinto il Tour, almeno potremo dire di averci provato in tutti i modi possibili. Non dovremo avere rimpianti. E poi non credo che non serva a niente. Tadej sta diventando incredibilmente nervoso per il nostro approccio fuori dagli schemi nel mettere pressione alla sua squadra. Dobbiamo essere onesti e dire che ad ora è il più forte, ma noi continueremo a spingerlo al limite».

Si spiegano così la tattica e quella domanda che tutti ci siamo posti: a cosa serve tanto accelerare se Vingegaard nemmeno prova ad attaccare? Se hanno ragione loro, serve a tenere Pogacar sulla corda per ogni santo giorno del Tour. Ieri lo hanno isolato. Senza Almeida, con Sivakov malconcio e Adam Yates ancora da capire, i Pirenei potrebbero essere un interessante banco di prova.

Le risposte di Pogacar a Jorgenson fanno capire che lo sloveno vede due rivali nella Visma
Le risposte di Pogacar a Jorgenson fanno capire che lo sloveno vede due rivali nella Visma

La sfrontatezza del re

Lui, il re del Tour che ha ceduto il mantello giallo al furetto Healy, fa di tutto per sviare le tensioni. Si mostra divertito e leggero come uno che ancora nemmeno ha dovuto spremersi più di tanto e la sensazione è che sia vero.

«Stamattina abbiamo fatto una bella pedalata – ha detto commentando il giorno di riposo – e bevuto un buon caffè. Poi abbiamo pranzato con un hamburger e ora è il momento di fare un pisolino e un massaggio, poi andremo cena e sarà quasi ora di ripartire. E’ stato un giorno di riposo abbastanza veloce dopo nove tappe davvero frenetiche. In qualche modo ero contento che ieri ci fosse salita, così i ritmi si sono rallentati. Sono felice che siamo sopravvissuti e che stiano arrivando finalmente le montagne.

«Ci sarà meno stress. E’ stata una settimana davvero buona – ha proseguito – tranne per il fatto che abbiamo perso Almeida e quella è l’unica grande sconfitta. Negli ultimi due giorni in cui ha corso, Joao ha dimostrato un vero spirito da guerriero, non riesco a immaginare di correre con una costola rotta. Però mi dispiace che abbia dovuto andarsene, perché avevamo un gruppo davvero bello e anche lui non vedeva l’ora che arrivassero le prossime due settimane per difendere la maglia gialla. Ci aspettano tre giornate di salita davvero belle, in una settimana che, con il riposo di martedì, sarà più breve di un giorno. Penso che questa settimana possa essere già piuttosto decisiva, vedremo alcuni grandi distacchi, anche nella crono di Peyragudes. Il livello è altissimo, ma credo che le salite metteranno ordine».

Quando Pogacar si è stancato di rispondere a tuti, al suo scatto ha reagito solo Vingegaard
Quando Pogacar si è stancato di rispondere a tuti, al suo scatto ha reagito solo Vingegaard

Un Tour allo sfinimento

Il livello è davvero alto, ma sbalordisce quello del UAE Team Emirates e della Visma-Lease a Bike, che con Jorgenson tiene in apprensione Pogacar, per il suo distacco ancora minimo. Le altre squadre dietro vengono ridicolizzate da una superiorità che non ammette replica. Lo stesso Evenepoel, che probabilmente concluderà ancora una volta al terzo posto, appare lontano dai livelli di quei due che corrono in una lega a parte.

Non si può ancora parlare di Tour concluso, perché nella tattica asfissiante della Visma si riconosce uno schema preciso e non è detto che Pogacar sarà sempre in grado di avere l’ultima parola.  «Il nostro obiettivo – ha ribadito il general manager olandese Richard Plugge – è combattere ogni singolo giorno. Continuare a usare la mazza, rendendo le tappe difficili e continuando ad andare avanti».

Di sicuro si respira la volontà di non subire la corsa, ma di farla. E in questo contesto risulterà ancora una volta decisiva la seconda settimana. Se per decidere il Giro d’Italia c’è stato bisogno dell’ultima tappa di montagna, il Tour si decide da tempo nella settimana centrale. Chi fa prima il vuoto, riesce a difenderlo fino a Parigi. Vingegaard calerà la maschera e andrà all’attacco oppure si rassegnerà a reggere nuovamente lo strascico del re?

Altura e allenamenti al caldo, come è cambiata la preparazione?

15.07.2025
4 min
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Gli allenamenti al caldo e adattare il corpo a sostenere le alte temperature hanno effetti benefici sulla performance. Si parla di heat training. Fare preparazione in altura non è più sufficiente, perché all’allenamento in quota ora si abbina un periodo di training/adattamento al caldo (inteso come caldo esterno e calore prodotto dall’individuo), dove si cerca di interpretare le reazioni del corpo quando è messo sotto stress.

Una nuova frontiera (ormai sdoganata in ambito pro’) è l’heat training e la sua valutazione tramite il sensore Core, i dati forniti durante l’allenamento e la conseguente valutazione soggettiva, atleta per atleta. Cerchiamo di approfondire l’argomento.

Dopo la batosta della salita del Granon, Tour 2023, Pogacar usa costantemente il sensore Core
Dopo la batosta della salita del Granon, Tour 2023, Pogacar usa costantemente il sensore Core

Ottimizzare la preparazione per il lungo periodo

Uno studio recente mostra che buona parte dei benefici ottenuti grazie alla preparazione in altura vanno a scemare nel corso delle 3 o 4 settimane successive. Però, gli stessi benefici dell’allenamento in quota possono essere sfruttati per un periodo dilatato nel tempo a patto che si inserisca un blocco di heat training, con relativo adattamento al caldo. Quali sono i benefici primari? Su tutti, viene mantenuto un elevato tasso di emoglobina ed in alcuni casi c’è un ulteriore aumento di quest’ultimo. Il corpo si adatta ad un lavoro a temperature elevate.

La preparazione in quota aiuta/agevola/favorisce l’aumento della massa emoglobinica, beneficio che scompare rapidamente quando si torna a livello del mare. Lo studio condotto Medicine&Science in Sports&Excercise ha dimostrato che, l’inserimento di tre sessioni settimanali di heat training (nel corso delle tre settimane e mezzo successive al ritiro in quota) ha effetti benefici sulla capacità dell’atleta di mantenere un alto tasso di emoglobina. Per entrare ancora di più nel dettaglio abbiamo chiesto al dottor Tobias Schmid, Product Manager di Core.

Il dottor Tobias Schmid di Core (foto Core)
Il dottor Tobias Schmid di Core (foto Core)
Tobias, esiste un range medio di temperatura utilizzato per l’heat training?

Se parliamo di ambiente non esiste un range ottimale di temperatura, perché il corpo si può adattare anche a temperature estreme. La preparazione eseguita al caldo è parte di un percorso di adattamento. Si stimola il corpo ad eliminare il calore eccessivo che dipende da molteplici fattori ambientali, come ad esempio l’irradiazione solare, la velocità del vento, umidità e la stessa temperatura esterna.

Il sensore rileva due valori: la temperatura interna al corpo e quella cutanea
Il sensore rileva due valori: la temperatura interna al corpo e quella cutanea
Quale è la temperatura interna che un atleta può raggiungere durante lo sforzo fisico?

La temperatura interna del corpo può variare notevolmente, in base all’intensità dello sforzo e alle condizioni ambientali. Le temperature “normali” che possiamo vedere durante una prestazione atletica, durante una preparazione o allenamento, sono comprese tra i 38 e 39,5°C. Un atleta professionista può arrivare anche a 41,5°C, cifra che abbiamo documentato durante i Mondiali di Doha nel 2016.

Esiste una soglia individuale/soggettiva, diversa da atleta ad atleta?

Esiste ed è quel punto in cui la performance inizia a calare. Può cambiare da un atleta all’altro, è fortemente influenzata dai fattori ambientali e dalla temperatura cutanea misurata con il sensore Core. Questa soglia può essere modificata con la preparazione al caldo ed allenamenti mirati. Il miglioramento è quantificabile anche solo dopo 10 giorni.

Pidcock ed il Team Q36.5 sono supportati ufficialmente da Core
Pidcock ed il Team Q36.5 sono supportati ufficialmente da Core
Quindi l’adattamento al caldo è differente tra un corridore ed un altro?

Sì, allenarsi al caldo e sfruttarne i benefici è un processo individuale, perché le risposte fisiologiche sono diverse. Le risposte del fisico sono differenti, così come gli adattamenti, di conseguenza tutto quello che riguarda la preparazione heat training deve essere cucita addosso alle caratteristiche di ogni singolo atleta.

Il velocista manca e Cimolai diventa regista

15.07.2025
5 min
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A Livigno è tornato il sole. Qualche giorno fa la temperatura è crollata di colpo e ha persino nevicato, un abbassamento di temperatura che Cimolai non ricorda di aver mai visto a luglio. Poi per un paio di giorni è tornato il sole, ma l’aria è rimasta fredda. Soltanto da giovedì, giorno in cui sua figlia Nina compiva due anni, l’estate è tornata e gli allenamenti sono ripresi nel modo giusto.

“Cimo” è nel mezzo della seconda stagione con il Movistar Team: un anno che lo ha visto cambiare radicalmente attitudine e ruolo. Dopo i due alla Cofidis, aveva deciso di smettere e soltanto l’offerta spagnola lo aveva rimesso in sella con il sorriso e la voglia. Sarebbe stato l’ultimo uomo di Gaviria, ma il colombiano ha faticato e ancora fatica a ritrovare la via del successo. L’ultima volta fu quasi per scherzo nella prima tappa del Tour Colombia 2024 e questo, assieme a vari contrattempi di salute, ha costretto Davide a rivedere il suo ruolo.

Il tanto lavoro con Fernando non c’è stato, come mai?

Un po’ perché fatica a fidarsi. Io ho fatto la mia parte e al Giro dello scorso anno l’ho fatta anche bene. Quelli che mi erano ruota hanno sempre vinto, peccato che non ci fosse lui. Quest’anno abbiamo fatto insieme il UAE Tour e la prima parte di stagione, poi ci siamo ammalati entrambi a maggio e non siamo riusciti ad avere continuità. E siccome nessuno dei due è mai stato al 100 per cento, ci siamo messi a tirare le volate ai compagni più in forma. Finché lui è caduto, si è rotto la clavicola e non ha recuperato in tempo per il Giro. E alla fine ho dovuto saltarlo anche io per un problema al braccio.

Gaviria sarebbe dovuto tornare per il Tour…

Si aspettavano delle conferme nelle gare prima, che evidentemente non sono arrivate. Almeno penso sia stato per questo che alla fine non lo abbiano convocato. Non ho seguito tanto, perché non avendo lui da aiutare, ho cambiato ruolo

In che senso?

Sto correndo un po’ da regista, tenendo davanti gli scalatori nei momenti giusti. Sono contento di quanto abbiamo fatto al Romandia, con la top 10 di Javier Romo. Al UAE Tour con i ventagli e tutto il resto, ne abbiamo messi due nei primi 10, con Romeo quarto e Castrillo settimo. L’ultima gara che ho fatto è stata la Quattro Giorni di Dunkerque e Carlos Canal ha conquistato il terzo posto finale. Perciò sono soddisfatto. Dopo, sapete, non essendo più un vincente, so bene che per il rinnovo del contratto devo aspettare.

La partecipazione al tricolore ha preceduto la salita a Livigno per completare in altura la preparazione
La partecipazione al tricolore ha preceduto la salita a Livigno per completare in altura la preparazione
Quindi l’idea è di continuare?

Il mio sogno sarebbe di fare l’ultimo anno ad alto livello e poi smettere. Ma vediamo se si trova l’accordo con la squadra.

Però il fatto di non essere vincente va interpretato, perché quando hai avuto spazio, i tuoi piazzamenti in volata li hai sempre fatti e nelle squadre si va sempre più in cerca di punti…

Infatti. L’anno scorso comunque i miei 300 punti li ho portati a casa. Quest’anno mi hanno chiesto un ruolo diverso e l’ho accettato perché so riconoscere i miei limiti. Per cui ora aspetto e cerco di meritarmi la conferma.

Se l’idea è andare avanti, l’umore è senz’altro migliore rispetto a quello di fine 2023?

Sono un’altra persona, ci mancherebbe. Venire in questa squadra è stato importante anche dal punto di vista del morale. Lo staff mi ha accolto in maniera totalmente differente, c’è un altro spirito.

Proprio a Livigno, il 10 luglio, Davide, Alessia e Mia hanno festeggiato il secondo compleanno di Nina (immagine Instagram)
Proprio a Livigno, il 10 luglio, Davide, Alessia e Mia hanno festeggiato il secondo compleanno di Nina (immagine Instagram)
C’è da rimboccarsi le maniche, questo è chiaro. Cosa ti aspetti?

Sono qua mentalizzato per farmi trovare pronto in qualsiasi corsa. Non avendo più l’obiettivo della Vuelta o grandissimi obiettivi sino a fine anno, il principale obiettivo è essere in condizione e mettersi a disposizione della squadra.

Avevamo capito che la Vuelta fosse ancora sul tavolo…

Difficile, è una squadra spagnola. Per andarci bisogna andare fortissimo nelle corse prima. L’obiettivo è quello, però il gruppo della Vuelta c’è già. Sono in altura e seguirà il suo programma. Però c’è sempre quel paio di posti liberi che lasciano a chi in quel periodo andasse fortissimo. Per cui, mai dire mai, però credo sia molto difficile. Ho il mio programma. Farò Vallonia, Polonia e Giro di Germania. Da qui a fine stagione, correrò tanto. Vedremo che cosa saremo in grado di tirare fuori.

Inizio Tour “old style”? Podenzana racconta e spiega

15.07.2025
7 min
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Tutto al Nord, con tappe tendenzialmente veloci. E se in certe occasioni non ci fossero stati fenomeni come Van der Poel e Pogacar, avremmo visto anche più di sprint di gruppo. Parliamo dell’inizio del Tour de France, un inizio “old style”, come quelli che si vedevano negli anni ’90, quando uno dei protagonisti in gruppo era Massimo Podenzana.

Quante volte lo abbiamo visto, assieme al resto della Mercatone Uno, tirare in quei piattoni immensi per riportare dentro Marco Pantani. Il Panta magari era rimasto attardato per una caduta, una foratura o perché non aveva preso un ventaglio. Erano percorsi diversi, ma certe situazioni restano molto simili. In questa edizione del Tour ancora di più. Ormai è vietato stare oltre la quindicesima posizione. Lo abbiamo visto due giorni fa quando sono caduti Almeida e Buitrago e in gruppo erano rimasti in trenta o poco più.

Massimo Podenzana (classe 1961) è direttore sportivo della Novo Nordisk dal 2013
Podenzana (classe 1961) è direttore sportivo della Novo Nordisk dal 2013
Massimo, prime dieci tappe al Nord, qualche strappo ma tutte veloci…

Sì, anche se sono frazioni un po’ diverse rispetto a prima quando erano molto più piatte. Quando si faceva noi il Tour, nei primi dieci giorni si arrivava sempre in volata o al massimo arrivava una fuga. La cosa che invece era ed è simile è che era difficile rimanere in piedi in quelle tappe. O comunque senza incidenti. Se ci riuscivi, avevi già vinto. Almeno per noi era così, visto che con il Panta si cercava di fare classifica. Aggiungo però che a livello televisivo ora è più bello.

Perché?

Perché ci sono frazioni movimentate, intense… anche se molto nervose.

C’è più caos adesso negli sprint di gruppo? Una volta c’erano squadre di sprinter e squadre di uomini di classifica. Oggi si vedono quasi più i treni degli uomini di classifica che quelli dei velocisti, che al massimo hanno un paio di uomini…

Una volta magari c’era un po’ più spazio per le fughe. Adesso, quando ci sono tappe per velocisti, controllano le squadre dei velocisti; nelle tappe miste controllano quelli di classifica, quindi è più difficile fare differenze. La corsa è chiusa (un po’ come diceva De Marchi, ndr). Non solo, ma quando si arriva in volata tutti cercano lo sprint, sono in tanti, e viene fuori un vero caos. Si verificano un sacco di cadute, come abbiamo già visto.

Come se la cavava la Mercatone Uno in questi sprint?

A noi non ci riguardava. Eravamo compatti e concentrati sul nostro obiettivo: arrivare all’ultimo chilometro e poi sfilarci. Adesso il limite è ai tre chilometri. Si cercava di tenere il leader nelle posizioni di testa. Però secondo me le velocità sono alte anche ora. Con la mia squadra abbiamo fatto recentemente il Baloise Belgium Tour e, quando si arrivava in volata, sul tachimetro della macchina vedevi velocità da far paura.

Voi, Massimo, facevate una gran fatica perché ogni volta, come hai detto prima, c’era una caduta, un buco, un ventaglio… e stai tranquillo che c’era dentro Marco. E voi giù dentro a menare..

Vero – sorride Podenzana – il nostro obiettivo era arrivare a metà Tour, quindi a ridosso delle salite, senza cadute. Poi ci pensava lui.

Oggi è tutto diverso e capita spesso che uno sprinter forte come Merlier si metta a disposizione del leader per la generale
Oggi è tutto diverso e capita spesso che uno sprinter forte come Merlier si metta a disposizione del leader per la generale
Quando dovevate tirare e mettervi “pancia a terra” in mezzo a quelle tappe caotiche, c’era un regista? Un road capitain?

Sì, ma dipendeva dalla tappa. Ogni giorno era diverso: chi stava meglio tirava di più, l’altro di meno.

Soudal‑Quick Step: c’è una piccola analogia tra loro e la vostra Mercatone Uno? Hanno l’uomo di classifica e lo sprinter. Merlier e Remco come Manzoni e Pantani.

Loro per Merlier sfruttano molto il lavoro degli altri. Noi eravamo tutti per Marco. Manzoni se la cavava da solo. Merlier oggi è più forte che in passato: al Baloise è arrivato in volata e non c’era storia. Milan è forte, però non mi sembra al top come prima. Inoltre tende a posizionarsi un po’ alto nello sprint: si alza con spalle e testa e prende aria. Però le sue qualità non si mettono in dubbio.

Rispetto al tuo ciclismo cosa è cambiato pensando sempre alle prime tappe di questo Tour, ma dei grandi Giri in generale?

Molte cose sono uguali, ma qui c’è un corridore di un altro pianeta che va a prendersi tappe che un tempo gli uomini di classifica avrebbero lasciato. Pogacar l’ha già dimostrato anche in questo Tour. E a cronometro ha perso pochissimo da uno specialista. Vingegaard, invece, dopo l’incidente, non è tornato quello di prima. Ha lavorato molto, però secondo me non è più il vincitore sicuro di Tour.

Se paragoni Pogacar a un capitano dei tuoi tempi chi ti viene in mente?

Secondo me il Panta in salita aveva qualcosa in più, però Pogacar a cronometro è più forte e in generale è più completo. Marco al massimo nelle cronometro si difendeva, come per esempio, le seconde crono di un grande Giro, che erano più per chi aveva ancora energie piuttosto che di prestazione assoluta.

Sempre secondo Podenzana, un tempo la corsa era più lineare e c’era una squadra (o poche altre) che controllavano
Sempre secondo Podenzana, un tempo la corsa era più lineare e c’era una squadra (o poche altre) che controllavano
Massimo tu sei stato un corridore e sei un direttore sportivo. Come si lavora in queste situazioni quando devi tenere l’uomo davanti?

Secondo me il lavoro è uguale, con l’aggravante che ora c’è più stress. Prima non c’erano tutte queste squadre attrezzate come oggi. Prendiamo la tappa di Rouen: per prendere l’ultima salita, tutti erano davanti. Anche squadre come la Groupama-FDJ. Sì, Gregoire è forte, ma una volta squadre così non avrebbero tirato così costantemente e probabilmente uno come lui non sarebbe stato lì. Adesso, con le rotonde, gli spartitraffico… altro che stress.

Ti piaceva avere indicazioni o preferivi non averne?

No, era diverso senza radio. Si viveva più la giornata. Adesso quando partecipi a una corsa sai già tutto: finale, rotonde, curve… Ma oggi le radioline servono. Al campionato italiano ci dicevano di avvertire i corridori per un problema: ma senza radio come facevi?

Come studiavate la tappa?

Si studiava il libro gara, cercando di capire gli ultimi due–tre chilometri. Non veniva segnalato tutto come adesso.

C’era un road captain?

Sì, ma variava a seconda della tappa, di chi stava meglio. C’ero io, c’erano Conti, Fontanelli, Zaina, Velo… dipendeva dai momenti della gara.

Quali squadre vedi lavorare bene oggi?

La UAE Emirates, anche se al Giro d’Italia non mi è piaciuta tanto, ma qui stanno facendo tutto al meglio. Anche la Visma-Lease a Bike mi piace: porta sempre Vingegaard davanti nei momenti top e lo protegge costantemente. Sono le due squadre migliori e lo sono anche perché hanno i corridori più forti, quelli con più gamba e che di conseguenza sanno ben muoversi in gruppo.

Podenzana apprezza molto il laoro di Visma e UAE
Podenzana apprezza molto il laoro di Visma e UAE
Tappe più ondulate, ma anche più nervose, come quelle di questo inizio Tour sarebbero piaciute di più alla Mercatone Uno rispetto ai piattoni di allora?

Sarebbe stato comunque difficile per noi. Eravamo più a nostro agio con le grosse salite. Magari su questi ondulati Pantani si sarebbe difeso meglio perché aveva classe e non aveva paura di lottare.

Lo avreste portato nelle montagne con meno svantaggio dopo dieci tappe?

Forse sì, perché quei percorsi sarebbero stati più adatti a lui rispetto ai totali piattoni e poi c’erano cronometro più lunghe. Ma la posizione in gruppo è troppo determinante oggi. Lui stava spesso dietro e risalire costa troppe energie. Ai miei tempi anche se era sbagliato qualche volta si poteva, ma oggi, se vuoi fare classifica, devi stare tra i primi venti. Sempre.

Massimo, chiudiamo con un aneddoto. Pensando alle tante sgroppate d’inizio Tour che vi faceva Pantani ce n’è una che ricordi più delle altre?

Ce ne sono tante. Mi viene in mente la tappa di Pau: dovevamo stare davanti, avevo una gran condizione. Ho lavorato tutto il giorno e sono riuscito a tenerlo là. Marco mi ringraziò. Ma ogni giorno dovevi dare il meglio per non fargli perdere terreno o energie. Anche se il ricordo più vivo non è legato al Tour ma al Giro.

Raccontaci!

Tappa dell’Alpe di Pampeago, quando Tonkov staccò Marco nel finale. Lì dovevo essere il penultimo uomo. Tiriamo, prepariamo l’attacco. Io sto per dare il cambio pensando ci sia un altro compagno dietro di me. Invece mi volto e c’è lui, Marco. E mi fa: «Pode, lungo». Insomma, tira ancora. Ho dato l’anima finché non è scattato. Quando lo ha fatto per me è stata una liberazione. Quel “Pode Lungo” me lo ricorderò per sempre.