Movimento centrale UAE Emirates, Bikeone,

Casa UAE Emirates, il segreto dei movimenti dorati

24.06.2026
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MANTELLO (SO) – Ritrovarsi alla vigilia di una corsa nell’hotel della UAE Emirates-XRG, mentre i meccanici fanno le ultime verifiche, è un’esperienza emozionante se ti piacciono le bici e quel che contengono. Le Colnago e le loro linee veloci hanno regolazioni da fare e non c’è dettaglio che Bostjan Kavcnik, Maurizio Da Rin e Flavio Valsecchi non passino in rassegna con infinito scrupolo.

Il dettaglio su cui meno hanno da lavorare è il movimento centrale Bikone. Anzi, dice Bostjan che sono davvero tanto contenti perché gli basta montarlo e poi possono andare avanti per tutta la stagione. Il componente, distribuito in Italia da Maclart, è l’oggetto più semplice e forse per questo è così affidabile. Ce ne accorgiamo quando il meccanico di fiducia di Pogacar ne smonta uno davanti ai nostri occhi. Ci sono le due calotte che contengono il cuscinetto e al centro un distanziale in carbonio. Tenere in mano il pacchetto completo trasmette un rigenerante senso di leggerezza.

«Quest’anno a dicembre – spiega Bostjan – Bikone ci ha presentato questo nuovo movimento centrale più leggero e più aerodinamico. Sta andando benissimo, sembra semplice, ma ha dentro una grande tecnologia sui cuscinetti che è di loro proprietà. I corridori sono contenti – sorride – noi meccanici più contenti di loro».

Bostjan Kavcnik è uno dei meccanici di riferimento della UAE Emirates: quello di fiducia di Pogacar
Bostjan Kavcnik è uno dei meccanici di riferimento della UAE Emirates: quello di fiducia di Pogacar
Bostjan Kavcnik è uno dei meccanici di riferimento della UAE Emirates: quello di fiducia di Pogacar
Bostjan Kavcnik è uno dei meccanici di riferimento della UAE Emirates: quello di fiducia di Pogacar

Due colori diversi

Sulle bici montate davanti al camion della UAE Emirates, il dettaglio che salta agli occhi nella scatola del movimento è la differenza di colore fra le calotte sulla bici da crono di Pogacar e quelle degli altri. Sono tutte viola, ad eccezione di quelle dello sloveno che sono dorate. Se poi si aguzza lo sguardo, ci si rende conto che quelle dorate hanno la miniatura di Hulk in onore di Tadej e la superficie esterna completamente liscia (sul lato sinistro) per migliorarne l’aerodinamica.

«Normalmente usiamo i movimenti aerodinamici per le bici da crono – prosegue Bostjan – con il colore speciale per Tadej e Del Toro. E poi li hanno anche decorati, anche Isaac ha il suo logo sulla calotta. Davvero, noi dobbiamo solo montarlo e di solito funziona tutto l’anno senza problemi. Gira bene ed è anche leggero. Bikone fa solo prodotti speciali, sono i maghi dei cuscinetti».

La calotta con la superficie esterna completamente liscia si chiama Aero Cup e non ha intagli esterni, avendoli però posizionati al suo interno. Il profilo così liscio riduce la turbolenza del flusso d’aria nella zona e garantisce la migliore integrazione aerodinamica con il telaio. Per realizzarla, viene utilizzata una lega di alluminio 7075-T6 di provenienza aerospaziale.

Partnership con UAE Emirates

Facendo parte dello spagnolo Fersa Group (che realizza cuscinetti nel settore auto, dei treni, delle pale eoliche, per l’agricoltura, l’industria e anche il ciclismo) Bikone può contare su oltre 50 anni di esperienza. La partnership con la UAE Emirates ha portato alla creazione di due modelli esclusivi, sviluppati in stretta collaborazione con i meccanici del team. 

La BSA Aero è la versione più leggera e raffinata: 77 grammi (15 meno della versione precedente), è realizzata con la calotta Aero Cup e cuscinetti ibridi in ceramica. Essi hanno sfere progettate specificamente per il ciclismo. Sono i più duri, leggeri e resistenti e pertanto offrono una resistenza alla corrosione superiore e una rotazione più fluida.

L’altra versione sviluppata ugualmente con la UAE Emirates è il PowerSet T47. Entrambi i movimenti sono ottimizzati per funzionare con le guarniture Shimano.

«Di solito il nostro capo Alberto Chiesa parla con i tecnici di Bikone – spiega Bostjan – ma prima domanda anche a noi se qualcuno ha delle idee per qualche novità. E’ bene che con le aziende parli uno soltanto, altrimenti si fa solo confusione. E dopo lo scambio di opinioni e di idee andato avanti per tutto l’anno, all’inizio della nuova stagione abbiamo ricevuto questi movimenti». 

Contro sporco e attriti

Il design dei movimenti, che sono di facile montaggio, garantisce il perfetto allineamento tra le calotte e di conseguenza dei cuscinetti. Allo stesso tempo, il disegno prevede cinque punti di tenuta che garantiscono il massimo isolamento da polvere e acqua in tutte le condizioni atmosferiche.

I cuscinetti sono dotati di una guarnizione senza contatto sul lato interno per ridurre l’attrito e consentire una rotazione più fluida. Sul lato esterno, quello più esposto ad acqua e fango, il cuscinetto è protetto da una guarnizione di contatto per garantirne la durata.

«Sono movimenti centrali – prosegue Bostjan – che nascono per trasformare ogni watt in velocità. Sono leggeri, veloci e silenziosi. Ne abbiamo ricevuti proprio tanti – ride Bostjan – parliamo di 300 bici più quelle di scorta. Sono davvero tanti. Più c’è la scorta che abbiamo sul camion…».

Quando saliamo a bordo dell’officina viaggiante della UAE Emirates, Bostjan si mette in cerca degli sportelli in cui sono contenuti i movimenti centrali Bikone e, fra una risata e l’altra, non li trova se non dopo il terzo tentativo. La spiegazione è semplice e obiettivamente credibile: dopo averli montati a inizio stagione, non hanno ancora dovuto fare una sola sostituzione. E anche questo, affiancato alle prestazioni stellari di Pogacar (che al Giro di Svizzera ha poi vinto la crono del penultimo giorno), è un bel vanto da appuntarsi sul petto.

Fermo, Giro Italia, Narvaez

Dalla caduta, a Fermo. Il Narvaez ritrovato che non si ferma più

16.05.2026
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FERMO – All’improvviso i nuvoloni neri che scaricavano pioggia si sono fermati proprio mentre stava per arrivare il Giro d’Italia, quasi come se le colline marchigiane volessero accogliere al meglio la corsa rosa e mostrarsi nel massimo della loro bellezza.

I prati sono diventati di un verde quasi fluorescente. I campi arati di un ocra intenso e caldo. I tetti di Fermo brillanti con l’acqua ancora sulle tegole. E in tutto questo scenario idilliaco ecco spuntare, di nuovo, la maglia di campione dell’Ecuador di Jhonatan Narvaez. Per il corridore della UAE Emirates-XRG si tratta della seconda vittoria di tappa in questo Giro e della quarta in carriera nella corsa rosa.

Fermo, Giro Italia, Narvaez
Narvaez era uno dei favoriti verso Fermo. Siamo andati a cercarlo al via di Chieti
Narvaez era uno dei favoriti verso Fermo. Siamo andati a cercarlo al via di Chieti
Narvaez era uno dei favoriti verso Fermo. Siamo andati a cercarlo al via di Chieti

Determinazione UAE

Questa mattina al via lo avevamo visto concentrato. Scendere dal bus, mettere il computerino sul manubrio e andare al foglio firma. Silenzioso. Un cenno con Fabio Baldato e via alla partenza.

E proprio Baldato, parlando, faceva trasparire un grande interesse per questa tappa. Ci aveva spiegato, per esempio, del vento contrario che avrebbero incontrato dopo Capodarco e di come quel tratto, senza fuga, avrebbe potuto diventare determinante ai fini delle posizioni. Ci aveva detto che questa tappa, come tutte le altre venti del Giro, se l’era studiata per bene, passando ore a creare i vari PowerPoint. Dei video che aveva fatto vedere ai ragazzi. Non quelli dei più recenti arrivi qui a Fermo, ma quello della Tirreno 2011. Insomma, anche se i big mancano, motivazioni e professionalità non difettano. E si capisce perché siano la squadra numero uno al mondo.

La Chieti-Fermo scorre veloce. Anzi, velocissima. La fuga non parte e la media, come succede in questi casi, schizza in alto. Quasi 50 all’ora. Servono gambe, gambe e ancora gambe per andare in fuga. Anche un pizzico di coraggio e quel tanto di fortuna necessario per attaccare nel momento in cui il gruppo intero tentenna un po’. E su 100 scatti non è cosa banale. Eppure, guarda caso, la UAE quel momento lo azzecca eccome. E su cinque atleti rimasti in gara ne piazza quattro davanti.

Due di loro, poi, scappano via ancora una volta: Jhonatan Narvaez e Mikkel Bjerg. Il primo lavora, il secondo ancora di più, assieme al terzo uomo della fuga, Mathias Leknessund. Il resto poi è storia, con Narvaez che scappa verso Capodarco e va a prendersi il trionfo.

L’analisi di Matxin

Intanto arrivano le ammiraglie. Non solo i prati e i campi di Fermo si accendono, anche il turchese dell’Adriatico in lontananza si vivacizza. La Mercedes della UAE parcheggia. Joxean Fernández Matxin alla guida, Baldato al posto del direttore sportivo. Scattano gli abbracci e partono i racconti. Inevitabilmente si parla della mentalità ridisegnata. Erano qui per fare classifica con Adam Yates e Jay Vine. Si ritrovano invece con altri obiettivi.

«Abbiamo ridisegnato una squadra, una mentalità – inizia Matxin – ma per forza doveva essere così. Quando c’è un problema c’è sempre una soluzione. Abbiamo perso la rincorsa alla classifica, ma si è aperta la possibilità di andare a caccia di tappe. E con i corridori che abbiamo è anche più facile. Oggi Mikkel e Jonathan hanno fatto un capolavoro e dietro Jan Christen e Igor Arrieta hanno coperto alla grande. Posso solo dirgli chapeau. Bjerg soprattutto è stato il miglior corridore di giornata.

«Quando abbiamo capito che era il momento buono? Quando abbiamo visto il profilo di questa tappa. Sapevamo che ieri avevamo poche possibilità, oggi invece erano tante. E’ la terza vittoria e questa è dedicata a ogni corridore che si è fermato. La prima per Yates, la seconda per Soler e la terza per Vine».

A Matxin chiediamo della concentrazione di Narvaez al mattino. Lui spiega come più che pressione o tensione si trattasse di consapevolezza.

«Sapevamo bene – spiega lo spagnolo – che era una tappa perfetta sia per Narvaez sia per Christen. E lui dietro ha deciso di rinunciare alle sue carte quando, per chiudere su tre corridori che potevano rientrare, ha deciso di non collaborare. Mi piacciono l’atteggiamento, l’attitudine, l’aggressività e soprattutto la convinzione dei miei ragazzi.

«Cosa vorrei aggiungere? Che dobbiamo continuare così. Abbiamo vinto tre tappe e dobbiamo allungare la lista». E queste parole dette da Matxin, se non suonano come dichiarazione di guerra, poco ci manca.

Fermo, Giro Italia, Narvaez
Narvaez (classe 1997) tra la folla del muro di Fermo. Per l’ecuadoriano è la 17ª vittoria in carriera, la quarta al Giro
Narvaez (classe 1997) tra la folla dei muri fermani. Per l'ecuadoriano è la 17ª vittoria in carriera
Narvaez (classe 1997) tra la folla del muro di Fermo. Per l’ecuadoriano è la 17ª vittoria in carriera, la quarta al Giro

Dalla caduta alla gloria

Ma se Bjerg è l’uomo del giorno, come ha detto il tecnico spagnolo, il vincitore è Jhonatan Narvaez. E’ lui che ha tagliato per primo il traguardo di Fermo e portato un altro successo di peso alla squadra e alla sua personale bacheca.

Ventinove anni appena compiuti, 17 vittorie in carriera, due team giganteschi come Ineos e UAE: Narvaez sembra aver concluso oggi l’operazione più facile del mondo. Eppure la storia della sua stagione racconta altro. Era il 24 gennaio quando, in Australia, fu costretto al ritiro per una caduta nella quale riportò diverse fratture e la compressione di alcune vertebre toraciche. In quel momento anche il Giro d’Italia sembrava a rischio.

«Dopo il Down Under – racconta Narvaez – è stato un momento terribile per me. Sono tornato in Ecuador e stavo molto male, anche mentalmente. Non è stato bello vedere i miei compagni di squadra che correvano e io ero bloccato. Sono stato fermo un mese. Poi, sempre a casa, ho iniziato a lavorare e piano piano sono tornato. Adesso però finalmente posso dire che mi sto divertendo. Questo periodo è stao un insegnamento a non mollare mai. Sono sicuro che continueremo a vincere».

Un premio al soldato Bjerg

Narvaez magari avrebbe potuto recitare anche un altro ruolo in questo Giro se ci fossero stati Yates e Vine. Lo abbiamo visto lanciare violentemente Tadej Pogacar nei suoi attacchi. Ora quelle sparate le usa per sé.

«Oggi sapevo – riprende Narvaez – di essere forse il più forte in salita, però non bisogna mai sottostimare gli avversari anche perché il finale era molto pericoloso. L’ultima curva era bagnata e ci sono sempre dei rischi. Devo fare i complimenti anche a Leknessund. Bjerg ha fatto davvero un enorme lavoro. Molti di noi si allenano per vincere, lui si allena per far vincere. E’ un corridore esemplare. Mi ha dato la possibilità di allungare nel punto in cui avevamo programmato, ma non è stato facile come poteva sembrare.

«Nella mia carriera ho sempre corso con corridori molto forti e molto furbi come Kwiatkowski o Rowe, per dirne due, e da loro ho imparato tanto. So quando devo attaccare e posso dire di essere stato furbo anche io. Però, ripeto, anche nel punto in cui siamo andati via in tre non è stato facile. C’era vento in faccia e per andare via così devi avere grandi gambe e lo stesso scappare dagli altri con gli uomini della NSN Cycling che chiudevano in continuazione».

Quarta vittoria al Giro, campione nazionale. Con quello di Fermo Narvaez inanella il tredicesimo giorno di corsa consecutivo ad altissimo livello. Davvero poi ci si chiede perché la UAE Emirates sia la squadra più forte: classe, campioni e gregari giganti. Il mix perfetto del ciclismo moderno.

Filippo Baroncini

Emozioni e numeri. Il gruppo ha dato il bentornato a Baroncini

31.03.2026
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E’ tornato in gara e già questo è una grande notizia. Non solo, ma in qualche frangente è anche andato forte: parliamo di Filippo Baroncini che alla Volta a Catalunya ha rimesso il numero sulla schiena dopo il terribile incidente al Giro di Polonia dell’anno scorso.

La UAE Emirates lo ha buttato nella mischia in una corsa non certo facile. Il livello del Catalunya era a dir poco stellare, in pratica c’era quanto di meglio potessero offrire le corse a tappe disputate sin qui. Tadej Pogacar a parte… Per Baroncini era il debutto stagionale e già questo è difficile, ma lo è ancora di più se pensi che i tuoi rivali hanno come minimo un mese di corse nelle gambe.

Filippo Baroncini
Filippo Baroncini (classe 2000) è tornato alle gare 229 giorni dopo l’incidente del Giro di Polonia (foto Instagram – UAE Emirates)
Filippo Baroncini
Filippo Baroncini (classe 2000) è tornato alle gare 229 giorni dopo l’incidente del Giro di Polonia (foto Instagram – UAE Emirates)
Filippo, innanzitutto, bentornato. Sei più stanco o più felice?

Sono stanco, ma è più la contentezza che la stanchezza. Sono contento di essere tornato, contento di aver finito anche questo Catalunya in crescendo, cosa che non era scontata. E poi sono contento anche per le sensazioni avute. Certo, onestamente ero un po’ preoccupato di quel che sarebbe potuto accadere. E soprattutto ero preoccupato perché c’erano salite importanti e il livello era super alto.

Quando hai saputo che avresti disputato questo Catalunya? Come è andato l’iter di questo avvicinamento?

L’ho scoperto più o meno a inizio mese. Inizialmente dovevo fare la Settimana Internazionale Coppi e Bartali. Poi per vari motivi e infortuni in seno alla squadra ho dovuto rinunciare alla corsa italiana. Non c’erano abbastanza corridori e quindi ci siamo buttati sul Catalunya. L’ideale era iniziare con una gara a tappe.

E tu?

Io mi sentivo pronto a iniziare e va bene così, altrimenti avrei allungato questo ritorno di quasi un mese.

Filippo Baroncini
Lo stile e la forza di Baroncini non si sono scalfiti
Filippo Baroncini
Lo stile e la forza di Baroncini non si sono scalfiti
Immaginiamo ci sia stato un confronto con staff medico e preparatori. O è andata del tipo: “Ci servono corridori e devi correre al Catalunya”?

No, no… chiaramente c’è stato un colloquio con tutto lo staff. Tra l’altro un’idea di massima era prestabilita da dicembre. Come prima data di rientro avevamo ipotizzato fine marzo, ma senza troppe pressioni. Il fatto è che nel mezzo c’è stato un po’ di up and down. Però alla fine si è visto che ero in grado di correre, anche se nessuno sapeva come sarei andato. Era un po’ quello il dubbio, però alla fine è andato tutto bene.

Parliamo delle sensazioni più tecniche, dello stare in gruppo, del limare: hai avuto un po’ di timore?

No, è andata bene, benissimo. C’era un po’ di paura nei primi cinque-sei chilometri della prima tappa, poi… tutto a posto. A inizio stagione c’è sempre un po’ di timore, soprattutto se non sei un limatore nato. Sono contento di come mi sono gestito in tal senso. Ovviamente quando hai gamba, lucidità e freschezza è più facile limare e stare davanti. Avendo “specorato”, per me non è stato semplicissimo.

Precisiamo: quando Baroncini dice “specorare” intende essere un po’ indietro, essere a tutta. Gusto Filippo!

Esatto, infatti anche questo tenere duro mi ha reso veramente contento. E nella tappa più dura ho mollato soltanto sulla salita più impegnativa. Vedevo che prima di me si staccavano corridori di altissimo livello e io invece ero ancora lì. Quel giorno per me è stata un po’ la vera prova del nove, dove ho detto: «Ok, tornerò al mio livello». I numeri c’erano.

Filippo Baroncini
Baroncini ha vissuto con serenità il Catalunya (foto Instagram – UAE Emirates)
Filippo Baroncini
Baroncini ha vissuto con serenità il Catalunya (foto Instagram – UAE Emirates)
Hai detto la cosa più bella, Filippo: sai che puoi tornare. E hai anticipato la domanda successiva: i numeri cosa dicono?

Che c’è tanto margine. Non avendo fatto tutta questa gran intensità fino adesso, mi sono sorpreso un po’ anche io in certi frangenti. Ma in generale per come mi sono gestito nella settimana, dopo tanto tempo lontano dal gruppo. Avevo il timore di dovermi staccare sulla prima salita e poi sarebbe stato un “si salvi chi può”. Invece non è andata così. Ho faticato, ma ero lì.

La squadra ti aveva assegnato dei ruoli specifici?

Mi hanno fatto correre veramente senza stress, libero da ruoli. Libero di riprendere soprattutto il feeling con il gruppo e la gamba. Dovevo gestire le mie forze, poi ovviamente se avevo le gambe davo una mano più che volentieri. Non mi tiro mai indietro su questo aspetto.

Invece, Filippo, a livello di empatia, di emozioni, i compagni e gli altri corridori come ti hanno accolto?

Bellissimo. Emozionante. Tutti ragazzi d’oro. Tantissimi corridori mi hanno salutato. Sono venuti tutti da me alla prima tappa, tutti a dirmi che erano contentissimi di rivedermi. Non solo, tanti erano sorpresi di come andassi, nonostante quello che avevo avuto. Una sera persino Jonas Vingegaard, in ascensore, visto che eravamo nello stesso hotel, mi ha chiesto come stessi.

E dentro di te cosa pensavi man mano che sentivi crescere questa fiducia?

Che alla fine ho fatto bene a non mollare. E sicuramente anche loro hanno visto solo una piccola parte di quello che sarò.

Filippo Baroncini
Non aveva ruoli, ma appena ha potuto Baroncini si è messo a disposizione dei compagni
Filippo Baroncini
Non aveva ruoli, ma appena ha potuto Baroncini si è messo a disposizione dei compagni
Ma perché, tu hai avuto dei dubbi durante quest’inverno?

Un po’ di complicanze ci sono sempre state. Poi c’è sempre il dubbio di quando sei pronto per tornare a correre. Quando sei un professionista non si scherza e si vede come va.

Anche durante la corsa hai continuato a fare qualche esercizio particolare con la ginnastica? L’ultima volta ci avevi detto che facevi degli esercizi…

Sì, sono sempre stato seguito da un fisioterapista in corsa. Prima di partire facevo sempre degli esercizi di attivazione, anche perché un po’ il dubbio di questo periodo era legato a un fastidio addominale, probabilmente dovuto a una debolezza della muscolatura. Bisognava sempre fare un’attivazione importante per evitare problemi. Alla fine è quello che mi ha frenato nell’ultimo mese.

Guardiamo avanti, Filippo: cosa prevede ora il menu?

Il programma prevede adesso la Freccia del Brabante il 17 aprile, dopodiché la Vuelta a Asturias e molto probabilmente Eschborn-Frankfurt.

E adesso per Filippo Baroncini, si parla del Giro d’Italia?

Non ne abbiamo parlato onestamente, ma secondo me per quest’anno al 99 per cento non ci sarò. Magari una Vuelta è più probabile, vediamo. L’importante è ritrovare le sensazioni di prima, poi qualsiasi gara sarà, sarà. Perché sono consapevole che se sto bene vado forte.

squadre

Falsa partenza, squadre in crisi. L’analisi di Martinelli

22.02.2026
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Possiamo parlare senza ombra di dubbio di falsa partenza per alcune squadre. Visma-Lease a Bike, in parte Alpecin-Premier Tech (totalmente legata a Philipsen e Van der Poel), Soudal-Quick Step… squadroni che si aspettavano ben altro dalle prime corse di stagione. O molto meno di quanto ci si potesse attendere. Così come quando si parte con il piede giusto si innesca un circolo virtuoso, è facile che accada anche il contrario. E cioè che le cose vadano progressivamente peggio.

Aspetti del genere portano tensioni in squadra e di certo non facilitano le cose. Viene dunque da chiedersi come si gestiscano certe situazioni. Il quesito lo abbiamo posto a un direttore sportivo che ne sa come pochi e che oggi ricopre un ruolo super partes: Giuseppe Martinelli. In carriera ne ha viste di tutti i colori.

Astana Proteam 2016 - Training Camp Calpe, Giuseppe Martinelli
Giuseppe Martinelli (classe 1955) è stato sulle ammiraglie delle squadre dei pro’ per oltre 30 anni
Astana Proteam 2016 - Training Camp Calpe, Giuseppe Martinelli
Giuseppe Martinelli (classe 1955) è stato sulle ammiraglie delle squadre dei pro’ per oltre 30 anni
Dunque Giuseppe, quando tutto gira un po’ male come si fa a tenere la calma e il morale alto? C’è il rischio che saltino i nervi?

Ci sono squadre come quelle che avete menzionato voi, ma io metterei dentro anche la EF Pro Cycling, tanto per dire, anche se non è uno squadrone e credo non abbia ancora vinto. Visma, Lidl e compagnia bella secondo il mio punto di vista hanno anche altri progetti.

Ti riferisci a grandi classiche e Grandi Giri?

Esatto. Perciò il fatto che partano un po’ sotto tono potrebbe anche starci e magari fra quindici giorni parificano tutto. Così sotto tono invece crea un po’ di apprensione. Quando vedi che altre squadre vincono e tu non ci riesci ti chiedi se hai sbagliato qualcosa. Un po’ di soggezione nei confronti degli altri viene, ti sembra di essere inferiore. Oggi tutte le squadre cercano prestazione continua e competitività perché hanno tanti corridori vincenti. Una volta in una squadra quanti erano quelli che vincevano davvero? Cinque o sei… forse. Adesso i corridori buoni sono tanti, dieci, se non 15 per alcune squadre. In tanti possono vincere, ma non ci riescono. E’ inevitabile che un po’ di nervosismo si crea.

In questi casi chi viene messo per primo sotto accusa? Preparatore, atleta, diesse…

Un po’ tutti. Però oggi la figura predominante è sicuramente quella del preparatore, quello che paga di più a livello morale. Manager e direttori sportivi chiedono spiegazioni sul perché un corridore non abbia ancora trovato la condizione. Sotto accusa quindi finisce soprattutto il preparatore.

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Il manager della EF Jonathan Vaughters. Secondo Martinelli la sua squadra non ha raccolto quanto ci si aspettava (foto Instagram)
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Il manager della EF Jonathan Vaughters. Secondo Martinelli la sua squadra non ha raccolto quanto ci si aspettava (foto Instagram)
Tu sei stato in squadre gigantesche, ma l’Astana anche nei tempi d’oro, manteneva una certa familiarità. In corazzate come Visma o Ineos, dove si va avanti a mail e call, è più difficile uscire dalle tensioni?

Dipende sempre da che anima c’è nella squadra. Nell’Astana c’era un’anima italiana e molte cose venivano discusse tra di noi. Oggi ci sono tante email, conference call, messaggi… ma spesso rimane tutto lì dentro. Dopo chi prende in mano la situazione parla direttamente con il corridore. E sono sempre i soliti due o tre che lui ascolta davvero.

Un altro modo di comunicare e condividere…

Una volta si parlava tra di noi e poi ognuno parlava un po’ con tutti. Adesso nelle squadre ci sono tante stanze stagne: dieci corridori con un preparatore, altri con il nutrizionista, altri con altre figure. Chi parla davvero con tutti è difficile da individuare. E posso assicurarvi che non è il manager perché non ha tempo. Serve un’anima, ma è difficile trovarla: troppe teste viaggiano per conto loro.

Un po’ quello che è successo anche in Red Bull l’anno scorso. Alla fine alcune di queste teste pensanti sono state accompagnate, neanche troppo gentilmente, all’uscita…

Facciamo un conto: trenta corridori e quasi cento persone che lavorano per loro. Credo ci siano persone che non vedono alcuni membri del team per tutto l’anno. E’ facile che si crei una situazione così. Specie se le cose non vanno bene.

Visma Lease a Bike 2026, Nimbl, Jonas Vingegaard, Wout Van Aert
Al netto del sorriso della foto, i due leader della Visma Lease non sono partiti col piede giusto
Visma Lease a Bike 2026, Nimbl, Jonas Vingegaard, Wout Van Aert
Al netto del sorriso della foto, i due leader della Visma Lease non sono partiti col piede giusto
False partenze: partiamo dalla Visma-Lease a Bike. Tra addii, Simon Yates, fratture, Van Aert, e cadute, Vingegaard qualcosa non va. Cosa ne pensi?

In questo momento in quella squadra regna qualcosa di simile alla confusione. Quando mancano tre o quattro campioni si fa dura e il resto è subordinato alle loro vittorie. I successi di Laporte o Brenner sono flash isolati. Alla Visma manca la compattezza di qualche anno fa.

Eppure l’anno scorso ha vinto Giro e Vuelta…

Vero, ma non vedo più la Visma di una volta. Contro team come la UAE Emirates o anche la Lidl-Trek, che in certe giornate si dimostra un vero squadrone, la Visma sembra avere più problemi delle altre. E le sfortune spesso arrivano in successione. Tra le altre cose ho letto anche che stanno cercando un primo nome, un nuovo sponsor. Non credo abbiano problemi a trovarlo: dietro c’è una nazione come l’Olanda dove il ciclismo è uno status. Ma ai piani alti sicuramente non aiuta.

Un pensiero in più che offusca la serenità?

E’ così. Ripenso a quando in Astana due anni fa non trovavamo il bandolo della matassa con i punti e stavamo sempre a lottare in fondo. L’anno dopo siamo partiti bene ed è arrivata subito serenità.

squadre
Tarling e Oxenberg in fuga ieri verso Jebel Hafeet. Sin qui la Ineos si è fatta sentire con Ganna e Bernal
squadre
Tarling e Oxenberg in fuga ieri verso Jebel Hafeet. Sin qui la Ineos si è fatta sentire con Ganna e Bernal
Parliamo della Soudal-Quick Step invece. Giusto ieri è arrivata la seconda vittoria con Magnier. Ma loro hanno sempre vinto tantissime corse e sono in una fase post terremoto Remco. E’ momento di rifondazione per loro?

Più che dopo Remco direi dopo Lefevere, che nel bene o nel male indirizzava tutto. A volte sembrava spararla grossa, ma le sue parole non erano mai a vuoto. Patrick faceva uscire quello che voleva, anche se sul momento sembravano cavolate. E’ un passaggio di rifondazione. Hanno due velocisti forti, Magnier e Merlier, gente che da sola può fare 10-12 vittorie a stagione. Se già questi due sprinter fanno il loro, numericamente vincono tanto e sono okay. Ma non hanno un campione vero per le classiche, da Sanremo a Liegi. Serve un corridore pronto o aspettare che un giovane sbocci. Mentre finché c’è stato Lefevere lui riusciva a tamponare la situazione, anche tenendo Remco.

Infine la Ineos Grenadiers: come li vedi?

Secondo me gli inglesi hanno fatto buoni acquisti ed è tornato il loro vecchio manager, Dave Brailsford: piano piano risorgeranno. Hanno giovani e hanno già vinto qualcosina. Ma il punto è sempre quello: i migliori corridori sono concentrati in poche squadre ed è difficile vincere contro di loro o portarglieli via. Con Evenepoel, Pogacar, Van der Poel e altri due o tre è facile fare un ordine d’arrivo, ma difficilissimo batterli.

Pogacar, Van der Poel

Quando Pogacar non vince. L’analisi di Nicolas Roche

15.01.2026
6 min
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Parliamo spesso dei trionfi e dei numeri da capogiro di Tadej Pogacar, ma stavolta facciamo una fotografia, un’analisi, di quando il campionissimo della UAE Emirates non vince. Cosa gli manca quando succede? Perché? Commette degli errori? Un discorso che svisceriamo con Nicolas Roche.

L’irlandese, ex corridore, è oggi uno dei commentatori di Eurosport. Pochi come lui hanno una capacità di analisi e di sintesi. E soprattutto molte delle imprese del campione del mondo le ha viste di persona.

Roche, Pogacar
Nicolas Roche (classe 1984) è stato pro’ per 17 stagioni. Oggi è un commentatore di Eurosport e brand ambassador di Bianchi, con cui gareggia nel gravel
Roche, Pogacar
Nicolas Roche (classe 1984) è stato pro’ per 17 stagioni. Oggi è un commentatore di Eurosport e brand ambassador di Bianchi, con cui gareggia nel gravel
Dicevamo, Nicolas, le poche volte che Tadej Pogacar non vince. Andiamo gara per gara. E iniziamo dalla Milano-Sanremo, uno dei suoi muri in questo momento. Cosa non funziona secondo te?

Secondo me non è che c’è qualcosa che non funziona. Se guardi i tempi delle salite sono più veloci che mai, quindi non mi piace dire che se non ha vinto allora qualcosa non va. Devi avere rispetto per la concorrenza. Penso che la Milano-Sanremo sia una gara dove i velocisti vanno forte come i candidati alla vittoria e storicamente vediamo protagonisti Ganna, Van der Poel, Van Aert, Kwiatkowski, o prima Sagan. Sono corridori veloci, uomini da classiche che riescono a produrre potenze molto molto elevate sui meno di cinque minuti del Poggio, che alla fine è una salita che si affronta quasi a 40 orari di media. Sul Poggio c’è realmente un solo punto dove si può andare forte e provare a fare la differenza: una rampa a 1,5 chilometri dalla cima. Non solo, ma…

Ma, vai avanti…

Il vento gioca sempre un ruolo cruciale. Se è contro è più facile seguire perché si è a ruota. Se è a favore potrebbe aiutare chi attacca, ma in questo caso favorisce anche i corridori potenti che devono seguirlo. Per Pogacar è molto difficile. Anche partire forte sulla Cipressa non garantisce vantaggio: anche staccando qualcuno, sarebbe difficile per lui andare via con quel tratto di pianura nel mezzo. Quindi alla Sanremo lui non sbaglia, non fa errori. E’ che il livello dei velocisti attuali è talmente alto che a ruota su quelle salite riescono a resistere. Sì, Nibali ci è riuscito, ma oggi Van der Poel è più forte in salita rispetto a un Cavendish o a un Hushovd.

Secondo te non sbaglia neanche la volata? Quando si trova con Van der Poel: partire secco o partire lungo?

E’ difficile da dire perché Van der Poel in un’Amstel ha fatto una volata infinita, altre volte più corta sfruttando l’esplosività del cross. Se parliamo di Sanremo, a Pogacar per vincerla serve un colpo di fortuna o, meglio, un “colpo di gara”: l’attimo in cui gli altri si guardano. Ma per lui non è facile perché tutti lo marcano stretto. Oppure serve il maltempo: qualche occasione in più potrebbe averla.

Milano-Sanremo 2025, Poggio, Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Filippo Ganna
Pendenze troppo blande e salite troppo corte: per Pogacar è difficile staccare mostri di potenza come VdP, Ganna e in qualche caso anche Philipsen
Milano-Sanremo 2025, Poggio, Tadej Pogacar, Mathieu Van der Poel, Filippo Ganna
Pendenze troppo blande e salite troppo corte: per Pogacar è difficile staccare mostri di potenza come VdP, Ganna e in qualche caso anche Philipsen
Capitolo Roubaix: se l’è cavata bene, ma non ha vinto…

Si sapeva che sarebbe andato forte, tutti abbiamo visto i suoi tempi su Strava. Il problema è che la Parigi-Roubaix non è la Sanremo e non è il Tour de France: è una gara molto particolare, possono capitare mille cose, dalle forature alle cadute. Il posizionamento è determinante e si vede che le squadre con corridori abituati alla Roubaix stanno sempre davanti. Poi ci sono le performance, le qualità fisiche e quelle tecniche. Pogacar è molto bravo a guidare la bici, è agile. E per me ha fatto un numero l’anno scorso… forse uno di troppo, con quell’ingresso in curva così veloce. E’ anche stato un po’ sfortunato perché si era quasi ripreso. Non direi che gli è mancato qualcosa se non un po’ di esperienza rispetto a Van der Poel. Ma ciò che mi ha stupito è che un corridore che pesa 15 chili in meno rispetto agli specialisti riesca ad andare così forte sul pavé.

Dopo quella caduta Pogacar riparte con 20” di ritardo da Van der Poel, ma non chiude. Perché?

Forse perché per essere davanti, in quella posizione, aveva accumulato più stanchezza rispetto a Van der Poel, che era un po’ più “comodo”. Alla lunga ha speso più energie nervose e di posizionamento. Per me in questo caso la sconfitta è più un fatto di esperienza. Averla fatta quest’anno è stata una ricognizione importantissima per lui.

La curva sbagliata di Pogacar alla Roubaix: per Roche un’esperienza importantissima
La curva sbagliata di Pogacar alla Roubaix: per Roche un’esperienza importantissima
Altro terreno meno brillante per Pogacar: lo scontro a cronometro contro Remco Evenepoel

Lì è sorprendente Remco. Quando c’è una cronometro diventa un altro uomo. Lo vedo al Tour e ha una marcia in più contro il tempo. Ma è difficile dire perché Pogacar non vince o se sbaglia. Non è che Tadej abbia una brutta crono, anzi. Il suo setup è molto studiato, non si muove in posizione. Alla fine è il bello del ciclismo: viviamo un’epoca in cui abbiamo un corridore capace di fare tutto, ma in alcune gare trova uno specialista che lo sfida, come Van der Poel nelle classiche, Vingegaard in salita, Evenepoel a cronometro.

Andiamo avanti. L’ultima tappa del Tour, il Giro di Montmartre: cosa è successo?

Quel giorno Van Aert era mentalizzato “all in” sulla tappa finale del Tour de France. Ha messo tutte le energie e si è preso anche il rischio di cadere e perdere tutto. Con la pioggia sapeva che poteva essere la sua occasione. Forse senza pioggia avremmo visto un’altra gara. Pogacar aveva più da perdere.

Certo, anche se la tappa era stata neutralizzata bisognava comunque portare la bici al traguardo…

Se ricordate, dopo il primo passaggio erano rimasti davanti 30-40 corridori: quelli della generale e qualche coraggioso. Pogacar ci ha provato ma ha capito che non poteva rischiare di perdere tutto. Non aveva bisogno di vincere quel giorno, mentre Van Aert si giocava la stagione. In tv si vedeva chiaramente che faceva curve che l’altro non poteva permettersi.

Pogacar
Tour 2023, verso Laruns, sul Marie Blanque, Vingegaard ha staccato Pogacar, marcato da Kuss. Nonostante abbia migliorato sé stesso lo sloveno deve chinare la testa
Pogacar
Tour 2023, verso Laruns, sul Marie Blanque, Vingegaard ha staccato Pogacar, marcato da Kuss. Nonostante abbia migliorato sé stesso lo sloveno deve chinare la testa
Cosa manca a Pogacar quando non vince? Tu qualche errore lo hai notato?

Errori veri non ne vedo. Ci sono situazioni meno favorevoli: minor peso ed esperienza alla Roubaix, un percorso troppo veloce alla Sanremo. E poi c’è il valore degli avversari. Il livello del gruppo oggi è elevatissimo e, nonostante tutto, solo pochi corridori possono batterlo e solo in determinate condizioni. Quando Vingegaard gli diede un minuto al Marie Blanque tutti dissero che Pogacar non andava forte. Ma rivedendo i tempi Tadej impiegò addirittura 1’20” in meno rispetto a due anni prima. Non è Pogacar che ha avuto una giornata no, è Vingegaard che è andato più forte. A volte si fatica ad accettare quando il super campione perde.

E dell’Amstel Gold Race dell’anno scorso vinta da Skjelmose cosa dici?

Forse Pogacar era un po’ troppo sicuro, forse… Ma attenzione. Skjelmose è meno appariscente, ma è un ottimo corridore, e l’altro, Evenepoel, è un ex campione del mondo anche lui vincitore di molte classiche e corse di un giorno. Magari entrambi hanno sottovalutato Skjelmose. Come vedete, il valore dell’avversario conta.

Isaac Del Toro

L’investitura di Tadej, l’eredità che scotta: a tutto Del Toro

23.12.2025
6 min
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BENIDORM (Spagna) – Anche prima di partire sono vicini, parlottano, si scambiano due battute. Si percepisce un certo feeling fra Isaac Del Toro e Tadej Pogacar. Lo sloveno è il faro del ciclismo mondiale, come lo ha definito anche Matxin, il messicano è l’astro nascente. «Il secondo corridore più forte al mondo», a sentir parlare i meccanici della UAE Emirates.

Quella mattina, di ormai qualche giorno fa, tutti si aspettavano l’annuncio della presenza di Del Toro al Giro d’Italia. A uno così bisognava concedere la rivincita. Il Giro lo può vincere. Era pronto l’anno scorso, senza il pasticcio tattico del Colle delle Finestre, figuriamoci con un anno in più di esperienza e consapevolezza. E invece la conferenza stampa di metà dicembre ha spiazzato un po’ tutti. «Andrò al Tour de France, al fianco di Tadej Pogacar».

In realtà a rivelare indirettamente i piani del messicano era stato poco prima Joao Almeida, quando aveva spiegato che in Italia sarebbe stato lui il leader. A quel punto era chiaro che Isaac avrebbe preso la strada della Francia.

Isaac Del Toro
Isaac Del Toro (classe 2003) durante il media day indetto dalla UAE Emirates
Isaac Del Toro
Isaac Del Toro (classe 2003) durante il media day indetto dalla UAE Emirates

Leader (quasi) sempre

E’ un calendario costruito con attenzione chirurgica quello annunciato da Isaac Del Toro per la prossima stagione. Fino al Tour de France i giorni di corsa solo quattro brevi corse a tappe e due in linea. Nessuna gara è “buttata lì” per fare numero, ma neanche nessun carico eccessivo di responsabilità premature. La UAE Emirates ha deciso di accompagnare la crescita del messicano senza accelerazioni forzate, scegliendo tappe funzionali allo sviluppo fisico e mentale del corridore. Ma sempre trattandolo da leader… salvo quando c’è Tadej ovviamente. Cosa che ci ha detto anche Matxin.

Quali sono dunque queste sei gare? Inizierà all’UAE Tour poi Strade Bianche, Tirreno, Sanremo e Paesi Baschi. Niente Liegi e niente Giro dunque. Da lì in poi testa al Tour de France, passando dal Delfinato… anzi dal ribattezzato Tour Auvergne-Rhone-Alpes. In pratica sarà sempre leader tranne nelle due gare in linea quando ci sarà Pogacar appunto. E al Tour.

ll messicano sarà chiamato a essere protagonista al Tour de France: «Sono molto contento di andare al Tour – ha detto Isaac – per me sarà una grande opportunità. Correndo insieme a Tadej avrò modo d’imparare tanto e di vedere come si gestisce la squadra. So che ci saranno tante pressioni, ma questo non mi preoccupa.. almeno adesso. La cosa bella è la fiducia che la squadra ha riposto in me».

Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, attacco Isaac Del Toro, Tadej Pogacar, Juan Ajuso
Al mondiale in Rwanda sono emersi i valori di questi atleti e Del Toro è stato l’ultimo a mollare la ruota di Pogacar
Campionati del mondo Kigali 2025 strada professionisti, attacco Isaac Del Toro, Tadej Pogacar, Juan Ajuso
Al mondiale in Rwanda sono emersi i valori di questi atleti e Del Toro è stato l’ultimo a mollare la ruota di Pogacar

Il feeling con Pogacar

E’ impossibile non notarlo: fra Del Toro e Tadej Pogacar c’è sintonia. Non solo in corsa, ma anche fuori. Allenamenti condivisi, battute prima del via, confronti continui. Lo sloveno lo ha preso sotto la sua ala senza bisogno di proclami, con la naturalezza di chi riconosce il talento vero. Per Isaac, correre il Tour de France al fianco del campione del mondo rappresenta non solo un’opportunità, ma anche un sogno.

Il suo ruolo sarà chiaro: supporto nelle tappe chiave, presenza costante nelle giornate di montagna, capacità di stare davanti quando la corsa si fa dura. Del Toro ha dimostrato di avere motore, personalità e una sorprendente maturità. Pogacar lo stima e lo ascolta, e questo per un giovane corridore vale quanto una vittoria.

«Io dovrò stare vicino a Tadej – va avanti Del Toro – e basta. Stare lì, osservare, imparare e aiutarlo quando servirà. Per me correre il Tour è sempre stato un sogno sin da bambino, farlo con la maglia di campione nazionale messicano sarà speciale. Lì ci sono i corridori migliori del mondo e io voglio arrivare al loro livello».

E qui scatta la domanda se ancora non ci si senta visto quanto ha vinto e come vada forte, ma Isaac con umiltà (forse anche troppa) ribatte che ancora non è e non si sente un top rider. La Grande Boucle dunque è un passaggio fondamentale nel percorso di crescita per Isaac. Soprattutto nella sue mente.

Isaac Del Toro conquista il Giro dell'Emilia. 14a vittoria stagionale, 88a della UAE nel 2025
Del Toro in questa stagione ha conquistato 16 vittorie (qui l’Emilia) chiuso il Giro al 2° posto e il ranking UCI al 3°
Isaac Del Toro conquista il Giro dell'Emilia. 14a vittoria stagionale, 88a della UAE nel 2025
Del Toro in questa stagione ha conquistato 16 vittorie (qui l’Emilia) chiuso il Giro al 2° posto e il ranking UCI al 3°

La rinuncia al Giro

E’ proprio questa scelta a fare più rumore: Isaac Del Toro non sarà al Giro d’Italia. Una decisione che pesa, soprattutto dopo quanto accaduto l’anno scorso. Il messicano aveva dimostrato di poter lottare per la vittoria finale, di reggere tre settimane ad altissima intensità e di avere già allora la stoffa del campione. Il Colle delle Finestre resta una ferita aperta, anche se lui ha ribadito che non è così. Ma che si è trattato di un errore di gioventù.

«Nella seconda metà della stagione – ha detto Del Toro – ho cercato di risolvere molti dei problemi incontrati durante il Giro e di credere di più in me stesso. Alla fine, ha funzionato, quindi vediamo se riesco a farlo di nuovo».

Molti si aspettavano la rivincita immediata, il ritorno in Italia con il dente avvelenato. Invece la UAE ha scelto un’altra strada, più prudente ma forse più lungimirante. Niente Giro significa meno pressione, meno aspettative, e in tal senso l’idea di portarlo in Francia non è poi sbagliata. Del Toro avrà tempo per tornare in Italia, da leader designato e con una struttura costruita interamente attorno a lui. Oggi la priorità è crescere senza bruciarsi, accumulare esperienza e diventare un corridore ancora più completo.

«E’ stata una scelta presa in accordo con la squadra quella di andare al Tour e credo anche di Tadej. E va benissimo così. Prima comunque avrò altre opportunità. Il mio primo obiettivo è farmi trovare pronto. Sanremo? Tadej vuole che ci sia. Cercherò di aiutarlo a vincerla in tutti i modi. Lui ci tiene moltissimo, ma non è un’ossessione».

Isaac Del Toro
L’immagine non sarà di qualità, ma guardate la gente che ha riportato il ragazzo di Ensenada (cittadina sulla costa del Pacifico) sulle strade messicane (foto Instagram)

La fama, il Messico, le Olimpiadi

Uscendo dal seminato delle conferenza stampa vera e propria, nella quale Del Toro ha rimarcato più volte il concetto di stare vicino alla squadra e a Pogacar, di crescere, di voler continuare a migliorare, è bene secondo noi parlare del “fenomeno mediatico Del Toro”. Dell’appeal che riscuote questo atleta.

Sono incredibili la curiosità e il movimento che gli si sono creati intorno. Il modo con cui in squadra è considerato da staff e altri corridori. Quando Pogacar dice: «Spero e penso che Del Toro possa essere più bravo di me», è più di un semplice augurio nei confronti di un compagno con cui ti trovi bene, è un’investitura ufficiale. E allora ecco che tornano in mente le parole dei meccanici: «E’ il secondo corridore più forte al mondo». E Isaac: «Chi non vorrebbe essere l’erede di Tadej!».

Giusto qualche giorno fa, appena rientrato in Messico, un tifoso lo ha ha fermato per strada. Snocciolando in un video sul momento il suo palmares, l’incredulità nel trovarselo di fronte. Come accade per i grandissimi, un fenomeno che va oltre il ciclismo. Lo fermano per strada, come detto, gli chiedono foto, autografi, parole di incoraggiamento, i social che salgono di follower giorno dopo giorno. La sua crescita ha acceso l’interesse di un Paese intero, che da anni aspettava un campione capace di competere ai massimi livelli del ciclismo mondiale.

Per adesso Del Toro vive con naturalezza tutto questo, ma anche con grande senso di responsabilità. Sa di rappresentare molto più di se stesso, di essere un simbolo per una nuova generazione di corridori latinoamericani. E’ anche per questo che nel suo orizzonte compare l’obiettivo olimpico di Los Angeles 2028, cosa di cui in Messico hanno già parlato.

Pogacar

Più Roubaix e Sanremo che Tour: Pogacar ha puntato il dito

14.12.2025
6 min
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BENIDORM (Spagna) – L’hotel “invaso” dalla UAE Emirates sembra più una cittadella del ciclismo che un semplice quartier generale. Il dispiegamento di forze e mezzi colpisce prima ancora delle parole: motorhome, ammiraglie, personale, struttura e presenza mediatica raccontano una squadra diventata un colosso, come forse mai si era vista nel ciclismo. La presentazione della stagione 2026 di Tadej Pogacar è un richiamo enorme (in apertura foto Fizza).

Al mattino l’attesa è tutta per la conferenza stampa del campione sloveno, anche se nei corridoi serpeggia una curiosità quasi parallela per il programma futuro di Isaac Del Toro. Ci si attende l’annuncio della presenza del messicano al Giro d’Italia. Cosa che non arriverà… Pogacar, invece, è il solito Pogacar: sereno, misurato, apparentemente impermeabile al clamore. Sale in bici, parte, rientra, chiede cosa c’è in programma e riparte ancora con Adam Yates.

Qualche ora dopo, al pomeriggio in conferenza stampa, risponde con controllo e lucidità. Il calendario è in gran parte atteso, ma colpisce l’insistenza su due gare: Sanremo e, ancora di più, Roubaix.

Pogacar
Tadej Pogacar (classe 1998) a Benidorm inizia la sua ottava stagione da pro’
Pogacar
Tadej Pogacar (classe 1998) a Benidorm inizia la sua ottava stagione da pro’

Obiettivo classiche

E’ un calendario denso ma razionale quello che Pogacar dovrà affrontare nel 2026. Le Classiche del Nord tornano a occupare un ruolo centrale, anzi centralissimo. Strade Bianche in apertura, poi Sanremo, quindi Fiandre, Parigi-Roubaix, Freccia e Liegi-Bastogne-Liegi. Prima del grande appuntamento estivo, ovviamente il Tour, il passaggio in Svizzera sarà affidato a due corse a tappe, due novità tra l’altro per lo sloveno: il Tour de Romandie e il Tour de Suisse.

Il grande obiettivo per Pogacar quindi resta il Tour de France, ma Pogacar non nasconde un’ambizione più ampia: vincere tutto, Monumenti e Grandi Giri. «Perché – dice con il pragmatismo che gli appartiene – il tempo passa veloce e ogni stagione porta nuove occasioni. Non sono ossessionato dalle vittorie. Né se non dovessi riuscire la Sanremo o la Roubaix o anche il Tour de France. Ovvio però che se mi chiedete se preferisco vincere il Tour o la Roubaix, dico la Roubaix. Un conto è passare da quattro a cinque (le vittorie del Tour), un conto da zero a uno.

«Tornare su terreni ancora non conquistati mi stimola. Sono gare che sento di poter vincere. L’idea è scegliere con attenzione, correre meno giorni rispetto ad altri e arrivare sempre nelle condizioni migliori». Quest’ultima parte delle sue parole è la risposta ad una domanda che in conferenza stampa è emersa più volte: «Come fai ad essere competitivo da febbraio a ottobre?». Tadej ha risposto che è possibile con una programmazione oculata ed è vero. Le fasi di riposo non sono mai mancate e, a conti fatti, nel 2025 ha inanellato 50 giorni di corsa: ben al di sotto della media dei suoi colleghi.

Pogacar
Qui solo le bici da crono. In un’altro stanzone ce n’erano almeno il doppio da strada. Il tutto senza contare le donne della UAE Adq
Pogacar
Qui solo le bici da crono. In un’altro stanzone ce n’erano almeno il doppio da strada. Il tutto senza contare le donne della UAE Adq

Pogacar e i 5 Monumenti

Ma è quando si parla di classiche che Pogacar si accende davvero. Alla fine questa sfida dei cinque Monumenti lo stuzzica, eccome. Il suo volto è un libro aperto. La Sanremo resta una “ferita” aperta e allo stesso tempo una calamita. Ma è la Roubaix a occupare il centro del discorso. «Il raid al Nord per la ricognizione sul pavé è stato estremamente positivo. Mi sono trovato a mio agio con i materiali testati, con la guida sul pavé. Sono sensazioni incoraggianti. Sappiamo cosa serve per affrontare l’Inferno del Nord».

Pogacar distingue nettamente la preparazione per Fiandre e Roubaix. «La prima richiede il cento per cento su strappi brevi, ripetuti, sul pavé e sulla gestione dello stress in gruppo per oltre sei ore di gara. La seconda arriva solo una settimana dopo e pretende soprattutto recupero e gambe. Gambe capaci di esprimere sforzi lunghi e devastanti quando il contachilometri è già avanzato».

Rispetto ai Grandi Giri, le Classiche gli sembrano quasi meno stressanti. «Al Tour – dice mentre sorseggia un bicchiere d’acqua – ogni giorno è una prova di concentrazione assoluta, con una pressione continua che lascia poco spazio al divertimento». Forse anche per questo comprende anche le scelte di chi, come Remco Evenepoel, decide di evitare questo tipo di corse. Tuttavia Pogacar non vede la doppia sfida, classiche e Grandi Giri, come un compromesso: «Nel ciclismo gli imprevisti esistono sempre e programmare con coraggio fa parte del gioco».

Pogacar
Un sorso d’acqua: lo sloveno è parso particolarmente attento al discorso classiche
Pogacar
Un sorso d’acqua: lo sloveno è parso particolarmente attento al discorso classiche

Tenere alta l’asticella

E’ restare in cima la vera sfida di Tadej. Non una pressione, non un’ossessione, ma uno stimolo quotidiano. Ogni stagione richiede di alzare ancora l’asticella, di trovare nuovi margini di miglioramento senza snaturarsi. Lui è al vertice e gli altri cercano in ogni modo di raggiungerlo. Gli altri insomma hanno un punto di riferimento, lui no. E in questo percorso il rapporto con il preparatore Javier Sola è centrale.

«Con Sola e gli altri tecnici – dice Pogacar – c’è un dialogo continuo, fatto di messaggi dopo gli allenamenti, di attenzione non solo ai numeri ma anche alle sensazioni. Javier non è solo il tecnico che analizza i dati, ma una figura che si interessa al mio stato mentale e al benessere complessivo. Questa fiducia reciproca crea un ambiente in cui è naturale comunicare apertamente, segnalare un problema o proporre un aggiustamento.

«Si parla del mio futuro, ma io oggi voglio godermi il percorso… Consapevole che mantenere questo livello richiede lavoro costante e lucidità. Anche nella mia vita privata l’impatto mediatico ormai è forte. Sono consapevole che non può più essere una vita “normale” (anche lui mima il gesto delle virgolette, ndr) come un tempo. Ma provo comunque a ritagliarmi spazi di vita semplice».

Pogacar incontra i media e basta una domanda per definire il suo stato d'animo. Vuole vincere. Forse non ha neppure il dubbio. Domenica si combatte
Pogacar e Del Toro hanno corso insieme solo 4 giorni lo scorso anno (da compagni di squadra). Tra i due però c’è un buon feeling
Pogacar incontra i media e basta una domanda per definire il suo stato d'animo. Vuole vincere. Forse non ha neppure il dubbio. Domenica si combatte
Pogacar e Del Toro hanno corso insieme solo 4 giorni lo scorso anno (da compagni di squadra). Tra i due però c’è un buon feeling

Con Del Toro al Tour

E’ quasi difficile ormai fare domande allo sloveno. Delle vittorie si è già parlato. Di crono o salita idem. Degli stimoli ha appena detto. Resta il tema della squadra. La prima al mondo.

«Abbiamo un team fortissimo – spiega Pogacar – una rosa di trenta corridori di questo valore ti consente di formare sempre una squadra da Tour. La qualità è alta e, soprattutto, ognuno conosce perfettamente il proprio ruolo. Chi ha condiviso la vittoria in un Grande Giro diventa qualcosa di speciale, quasi una famiglia: sacrifici comuni e un obiettivo condiviso».

In questo contesto si inserisce anche Isaac Del Toro, destinato ad affiancare Pogacar al Tour. La sua crescita è vista come una risorsa, non come una minaccia. Neanche ci si prova a metterli in rivalità, come magari era successo con Remco e Lipowitz due giorni fa a Palma de Maiorca.

«Del Toro mi piace come corridore e come uomo – spiega – sono contento di averlo vicino al Tour de France. Tra l’altro potrà fare bene ed è giusto che i giovani lottino nelle grandi corse. Bisogna dargli spazio e costruire il futuro loro e al tempo stesso della squadra».

Fenomeno Pogacar, (anche) grazie a eccellenze made in Italy

30.07.2025
4 min
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Pogacar, come si fa a non parlare di lui nel ciclismo attuale? Atleta fenomenale, questo è certo, ma cosa c’è alle sue spalle e cosa muove questo ragazzo di soli 26 anni? Nel mondo dello sport i fenomeni esistono e lo sono anche grazie ad una serie di persone, di staff e di aziende che si muovono nei dietro le quinte.

E alle spalle di Pogacar c’è anche tanto Made in Italy e non è un segreto. Colnago e DMT, Fizik e Pissei, ma anche un artigiano delle ruote che da molti anni è partner ufficiale di Enve per il Service Course, per lo sviluppo dei prodotti dedicati ai pro’. Enve affida l’assemblaggio proprio a Filippo Rinaldi e al suo staff di Pippowheels, dove tutti sono appassionati e pedalatori.

Filippo, come nasce la collaborazione con il team?

Attraverso la conoscenza ed i rapporti che abbiamo da anni con Colnago e dove è stato presentato tutto il progetto Enve dedicato al team. Per tutto quello che riguarda questa e altre collaborazioni non sono solo io, ma dietro le quinte ci sono una serie di competenze ed eccellenze, di fatto c’è lo staff dell’azienda Pippowheels.

Quale è il tuo ruolo e quello del tuo staff?

Soddisfare le esigenze del team. Ogni esigenza e richiesta tecnica, nel più breve tempo possibile. Da Enve abbiamo carta bianca.

Riesci a quantificare l’impegno che viene richiesto?

Siamo costantemente in contatto con il team, con periodi più blandi e tranquilli che si alternano a momenti di grande pressione. Se dovessi quantificare l’impegno dell’azienda potrei dire che il 30 per cento del tempo è dedicato al team, ma abbiamo un vantaggio. E’ quello legato agli elevati standard qualitativi che adottiamo, approvati da Enve e dalla squadra. Significa apportare modifiche minime tra le ruote standard e quelle specifiche per la squadra. Tutte le ruote Enve che escono da Pippowheels rientrano nei parametri richiesti dalla UAE Emirates.

Puoi raccontare qualcosa in merito alle richieste del team?

Prendo ad esempio l’ultima versione delle ruote Pro usata al Tour. È un progetto partito al training camp invernale del 2024. Ha richiesto più di un anno di sviluppo ed un blend di soluzioni mai usate in precedenza, per ogni singolo componente, mozzi, raggi e tensioni, cerchio. Ha vinto il Tour e per noi è una soddisfazione immensa.

Ti confronti anche con i corridori, oppure fai riferimento esclusivamente al performance staff UAE Emirates-XRG?

Entrambi, ma il rapporto è diretto con lo staff dei meccanici, soprattutto con Alberto Chiesa e con il performance staff. Con gli atleti c’è un confronto durante i training camp.

E’ la prima volta che sei coinvolto in questo modo in un progetto tecnico?

Non è la prima volta. Pippowheels collabora con i team pro’ e con importanti aziende da sempre, ma è la prima volta che è stato instaurato un progetto così profondo e duraturo.

Verso il Tour, Garzelli: «UAE fortissima, Visma più squadra»

19.06.2025
6 min
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In questo Critérium du Dauphiné abbiamo avuto un gustoso antipasto in vista del Tour de France sul fronte delle squadre, con i due squadroni che si daranno battaglia anche a luglio: UAE Emirates e Visma-Lease a Bike. Chiaramente ci riferiamo al grande duello tra Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard.

L’analisi è lunga e articolata, e a farla con noi è Stefano Garzelli. L’ex maglia rosa e oggi commentatore tecnico della Rai ci aiuta a capire che squadre vedremo, i punti di forza e le (poche) debolezze in vista del Tour de France. Chiaramente per le formazioni definitive bisognerà attendere ancora qualche giorno, e ci sarà qualche innesto dal Tour de Suisse, che Garzelli sta seguendo con attenzione.

Al Delfinato si è vista un’ottima Visma, compattissima attorno al suo leader Vingegaard
Al Delfinato si è vista un’ottima Visma, compattissima attorno al suo leader Vingegaard
Stefano, dacci una prima impressione sulle due formazioni. Partiamo dalla Visma?

Partiamo dalla Visma! E’ andata molto bene nel complesso. Sono mancati alcuni momenti, alcuni corridori nei frangenti finali, ed è normalissimo: Jorgenson ha avuto una giornata di crisi e ci sta. Ricordiamoci che eravamo al Delfinato, non già al Tour. Però la corsa l’hanno fatta loro fin dal primo giorno. Su quello strappetto di 800 metri è partito Tullet, poi Jorgenson e infine Vingegaard. Corrono bene, sono uniti e compatti. Immagino che ci sarà l’innesto di Simon Yates e Wout Van Aert. E anche Edoardo Affini. Corridori che alzano il livello di tutta la squadra.

Li vedi equilibrati?

E’ una squadra molto forte, ben organizzata anche in pianura con Van Aert, Affini, Benoot, e forse Campenaerts. In pratica sono tutti capitani! In salita, oltre a Vingegaard, ci saranno Jorgenson, Simon Yates e Sepp Kuss.

Chiaro…

E tutti questi possono ancora migliorare. Jorgenson è una sicurezza, ha avuto solo un giorno difficile. A volte è meglio avere una crisi ora: vuol dire che sei ancora in fase di crescita. Simon Yates? Era stato preso per aiutare Vingegaard al Tour, ma hanno fatto un’imboscata al Giro, convincendo tutti che lo stessero preparando per quello. Invece adesso, sulle ali dell’entusiasmo, andrà fortissimo al Tour… quando dovrà esserci.

E quando dovrà esserci?

Nei momenti chiave in salita. Non tutti i giorni. Questo vuol dire molto anche in termini di energie, specie nervose, per un corridore del suo livello.

Kuss potrà crescere ancora e con le frazioni più lunghe del Tour uscirà alla distanza
Kuss potrà crescere ancora e con le frazioni più lunghe del Tour uscirà alla distanza
E gli altri?

Immagino che cercheranno di tenere Jorgenson in classifica. Van Aert sta bene, al Giro si è ritrovato. Gente come Affini, Campenaerts e Benoot sono una garanzia anche in pianura. La Visma è una squadra fortissima. E sembra che negli ultimi anni abbiano corretto anche alcune situazioni critiche.

A cosa ti riferisci in particolare?

Penso a quel famoso cambio di bicicletta caotico: un corridore a destra, uno a sinistra, uno lungo la strada, l’altro che attraversava… bici che non arrivava. Ora mi sembrano più precisi.

Quale potrà essere secondo te il ruolo di Van Aert? Quello a cui siamo abituati o tornerà a cercare le volate?

Non so se deciderà di buttarsi nelle volate, lo capiremo presto. Anche se il suo obiettivo potrebbe essere la maglia verde. Ma io lo vedo diversamente. Quest’anno la Visma-Lease a Bike vuole vincere il Tour come squadra. L’obiettivo di Vingegaard è un obiettivo collettivo. Penso a Van Aert, ma anche a Simon Yates. Poi Wout, come ha fatto al Giro, potrà togliersi qualche soddisfazione. Avrà segnato 4 o 5 tappe adatte a lui. E la sua presenza tattica è importantissima. L’abbiamo visto sul Colle delle Finestre, ma anche al Tour in passato: i suoi movimenti sono stati decisivi per vincere.

Kuss sarà ancora l’ultimo uomo o avrà un ruolo diverso?

Quando lavorava per Roglic o per Vingegaard e tirava, dietro restavano solo Pogacar e Jonas. Ha vinto una Vuelta… ma anche per lui gli anni passano. Sarà importante, ma forse non più decisivo come tre anni fa. Poi magari mi smentisce! Ma come ultimo uomo vedo più Jorgenson e, in alcune giornate, Simon Yates. O anche Van Aert, a seconda di come andrà la corsa.

UAE Emirates fortissima con alcuni elementi, ma meno dominante del solito nel complesso. Mancano però gli innesti (pesanti) del Tour de Suisse
UAE Emirates fortissima con alcuni elementi, ma meno dominante del solito nel complesso. Mancano però gli innesti (pesanti) del Tour de Suisse
Passiamo alla UAE Emirates. Al Delfinato avevano Pogacar, Novak, Politt, Wellens, Narvaez, Sivakov e Soler.

Fortissimi anche loro. Ma qui c’è il gregario, mentre alla Visma fai fatica a trovarlo. Sono tutti capitani. Analizziamo Marc Soler: al Delfinato era uno dei primi a staccarsi. Secondo me in UAE hanno ancora qualche dubbio sulla formazione finale. E ci sta: puoi fare la squadra, ma poi il corridore per vari motivi non rende. Anche Sivakov non è stato eccezionale. Poi è vero che anche loro devono ancora crescere. Io credo che guarderanno molto il Tour de Suisse.

Lì c’è Almeida che sarà sicuro al Tour. Devono arrivare a otto: al Delfinato erano in sette. Manca Adam Yates…

Provo a fare la formazione: Pogacar, Wellens, Politt, Almeida e Adam Yates sicuri. Anche Narvaez. Siamo a sei. Novak, Soler e Sivakov mi convincono meno. Io inserirei Michael Bjerg: quando va forte, tiene anche in salita. E poi porterei il ragazzo svizzero Jan Christen.

Difficile che lo facciano esordire nei grandi Giri al Tour…

Ma è molto forte e sa tirare bene. Terzo al GP Aargau, lo scorso anno ha controllato oltre mezzo Giro di Lombardia da solo. Comunque dallo Svizzera, oltre ad Almeida, penso arriverà Bjerg. Poi vedremo uno tra Soler e Novak. Bisogna capire perché Soler ha reso meno: magari ha avuto un virus intestinale. Io mi baso su quello che ho visto in corsa. In alternativa porterei Del Toro o Ayuso!

Non dimentichiamo che in rosa e in corsa al Tour de Suisse c’è anche Grossschartner…

Però a quel punto meglio Bjerg. Altrimenti in pianura sarebbero leggeri. E’ vero che Narvaez si muove bene, ma muoversi è una cosa, tirare per chiudere un ventaglio è un’altra. Quindi dico: Pogacar, Almeida, Adam Yates, Narvaez, Sivakov, Wellens, Politt e Bjerg.

Wellens e Narvaez hanno dimostrato di saper fare accellerazioni devastanti
Wellens e Narvaez hanno dimostrato di saper fare accellerazioni devastanti
Come hai visto muoversi la UAE al Delfinato?

Bene, ma gli altri mi hanno dato più compattezza di squadra. Per carità, hanno grandi corridori. Oltre a Pogacar, basta nominare Jonathan Narvaez o Tim Wellens. Il giorno di Combloux, quando Tim tirato in salita, erano rimasti in otto. L’accelerata l’ha data Narvaez su ordine di Pogacar. Tadej avrà detto: “Fai male a me. Perché se fai male a me, fai male a tutti”. Ora Pogacar ha capito che quelle accelerazioni violente all’inizio salita chiedono il conto alle gambe di Vingegaard. Per quello attacca subito.

Interessante. Li manda in acido e poi se la giocano sul passo…

I rivali hanno visto questa tattica e cercheranno di migliorare su quel tipo di sforzo. Poi è chiaro: se migliora anche Tadej, cosa puoi fare? Se uno ti fa 480 watt per 20 minuti, come lo batti? Tuttavia Vingegaard non è lontano. Per me ha lavorato per avere ancora margini, altrimenti non avrebbe fatto quella crono.

Spiegati meglio…

Voglio dire che sta già bene, ma gli mancano dei lavori specifici per resistere all’accelerazione violenta di Pogacar in salita. E quelli li fai adesso. Ora Vingegaard torna in quota: lui e la squadra hanno ancora due settimane di lavoro. Ripenso anche all’accelerazione in pianura nella prima tappa: per me è in “work in progress”. La parte finale del Tour è fra più di un mese. E’ presto per essere già al top. Parlo in base alla mia esperienza.

Se Narvaez può garantire quelle strappate, chi può farle in casa Visma?

Dipende dalla tappa. Quel giorno al Delfinato è arrivato un gruppetto e le tappe erano corte. In molti le soffrono. In tappe più lunghe cambia tutto. Quelle strappate potrebbe farle Simon Yates. Ma per queste accelerazioni e tattiche bisogna vedere come stanno le gambe dopo 13, 14, 18 tappe e 200 chilometri: è tutta un’altra storia.