I picchi del cross (che fanno bene anche allo stradista)

30.01.2021
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In allenamento sia esso per il calcio, il ciclismo o lo sci… si tende a riprodurre e in alcuni casi ed estremizzare il gesto tecnico-atletico a cui si è chiamati. Tra le discipline del ciclismo, il ciclocross è forse quella che più è fedele a questa regola. Chi prepara una Sanremo farà 300 chilometri una volta o due, forse, ma chi punta al cross non solo spesso farà quell’ora a tutta, ma nel mezzo tenderà a riprodurre fedelmente i famosi picchi di potenza che dovrà ad esprimere.

Partendo da un file Strava di Lorenzo Masciarelli, con l’aiuto di Michele Bartoli (ora preparatore) abbiamo cercato di capire non tanto come si allena un crossista, ma cosa succede quando fa dei picchi. E Lorenzo, seppur giovane, 17 anni, ne ha di esperienza con il cross. Figlio di Simone (il maggiore dei tre fratelli) e nipote di Palmiro, un paio di anni fa si è trasferito in Belgio, proprio per dedicarsi corpo ed anima al ciclocross.

L’esploso dell’allenamento di Masciarelli. In azzurro la curva della potenza e i suoi picchi
L’allenamento di Lorenzo Masciarelli. In azzurro i picchi di potenza

I picchi massimali

Dal file si evince come Lorenzo abbia fatto una mezz’oretta iniziale di riscaldamento e più o meno intorno ai 14 chilometri abbia iniziato a fare sul serio. In particolare è molto intensa la prima parte del lavoro. Ci sono 15 picchi, della durata di 10″-15” nei quali Masciarelli arriva anche oltre 1.300 watt. Un tipico lavoro intermittente. La “curva” della potenza tende poi a stabilizzarsi. Infine segue un’altra mezz’ora di scioltezza.

«Ad un primo sguardo – dice Bartoli – sembra più un allenamento per stradisti, quasi di un velocista che deve fare forza dinamica. Nel cross non si riproduce lo sforzo vero e proprio della corsa, ma si lavora sulla qualità che più serve, cioè i massimali. Quindi variazioni e lavori lattacidi, come ha fatto Masciarelli. Devi infatti saper convivere con l’acido lattico.

«Chiaramente a volte si fa anche la distanza, quella serve sempre, tanto più se il crossista è anche uno stradista. E’ la base delle preparazioni. I lavori massimali e specifici vanno bene anche per la strada e quando ne hai fatti due a settimana sono sufficienti».

Dorigoni
Lorenzo Masciarelli vive in Belgio e corre nella Pauwels Sauzen
Lorenzo vive in Belgio e corre nella Pauwels Sauzen

Come in una crono

«Il ciclocross – continua Bartoli – è quasi come fosse una cronometro, oggi più di ieri. Una volta infatti se i percorsi erano veloci si inserivano dei tratti a piedi proprio per rallentarli, oggi invece se sono veloci… tanto meglio. Di conseguenza l’allenamento diventa ancora più simile a quello della strada. Un’ora di sforzo massimale o quasi, che è quello che appunto accade in una crono.

«In quelle accelerazioni Masciarelli è stato al massimo per 15” con dei recuperi “ampi” (oltre il minuto, ndr), stava quindi cercando la “prestazione” e non stava simulando la gara. A mio avviso un allenamento ideale per la simulazione è quello di fare dei periodi di 10′-15′ in cui si spinge forte, si rilancia, si riparte da fermi… ».

L’importanza del recupero

Nell’interval training, che è forse l’allenamento simbolo del cross, è importantissimo il tempo di recupero tra una fase intensa e l’altra. Se bisogna abituarsi all’acido lattico questo deve essere inferiore alla durata della fase intensa, se invece si cerca la prestazione il recupero si allunga.

«Un velocista – spiega il toscano – che cerca di fare un grande sprint in allenamento deve essere il più fresco possibile o farlo con una piccola dose di acido lattico per riprodurre quel che avviene nei finali di corsa. Ma nei famosi 40″-20”, in quei venti, secondi si abitua il fisico a recuperare in breve tempo all’acido lattico. E questo nel cross succede spesso.

«Io lo dico ai miei ragazzi dell’Accademy, bisogna sempre gestirsi, anche in una disciplina da fare “a tutta” come il ciclocross. Nei primi 15′ di gara bisognerebbe stare un po’ sotto i propri valori, che poi non è altro quel che si fa in una crono. Se in una gara contro il tempo si deve viaggiare a 400 watt, nelle fasi iniziali meglio attestarsi sui 380 watt che sui 410. Perché altrimenti si crea quel dispendio elevato che nel finale si paga con gli interessi. Se parti a 380 watt, magari finisci a 420-430, ma se parti a 410 finisci a 360. Nelle fasi iniziali si consuma sempre di più. Lo stesso vale per il cross, certo se c’è da tenere un gruppetto in percorso veloce si tiene duro, ma nel limite delle possibilità bisogna gestirsi».

Mathieu Van der Poel, Soudal Scheldecross 2020
Van der Poel, esprime sempre grandi watt, ma in corsa il valore aumenta ulteriormente
Mathieu Van der Poel, Soudal Scheldecross 2020
La potenza di VdP in corsa, eccolo a “caccia” di un avversario

Strada e cross, stessi watt

Dicevamo: due allenamenti specifici a settimana, molta intensità. Questa formula va bene sia per la strada che per il cross.

«I 1.300 watt di Masciarelli o i 1.500 di Van der Poel sono gli stessi che toccano su strada, solo che nel cross sono costretti a farli 20 volte e su strada una o due. E’ per quello che certe attitudini del cross vanno bene anche su strada, è per quello che Van Aert e Van der Poel spesso fanno molti attacchi su strada ed è per quello che ho deciso di creare l’Accademy. Credo molto a questa cosa: sono utili per formare l’atleta. 

«I 40″-20″ in allenamento li fai e cerchi di eseguirli al meglio, ma non hai coinvolgimento emotivo. Segui i tuoi valori, nel cross li fai in modo naturale, ma con lo stimolo dell’avversario».

Il giorno che a Sydney cambiò la storia del ciclismo

19.01.2021
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Un giorno, la storia del ciclismo ha preso una piega diversa. Un giorno, la cultura dello sport delle due ruote e quella olimpica si sono finalmente sposate, dopo essersi ignorate per decenni. E’ vero, la storia delle Olimpiadi nel ciclismo affonda quasi ai suoi primordi, ma fino al 1992 nella gara su strada gareggiavano solo i dilettanti, con un’evidente sperequazione tra i Paesi del blocco comunista, dove lo sport era di Stato, e gli altri. Quell’anno però il Cio aveva deciso di aprire le porte delle Olimpiadi ai professionisti: tutti ricordano l’edizione di Barcellona 1992 come quella del Dream Team americano di basket, che offrì uno spettacolo indimenticabile. Nel ciclismo si dovettero attendere quattro anni, ma la gara di Atlanta non colpì la fantasia degli appassionati. Per quella di Sydney, il 27 settembre 2000, fu diverso: allora la storia del ciclismo cambiò e fu grazie a due italiani.

Azzurri guidati dal cittì Fusi, dal dottor Daniele e dal segretario generale Standoli
Azzurri guidati dal cittì Fusi e dal segretario generale Standoli

Attacca Ullrich

L’evoluzione di quella gara fu tanto semplice quanto rivoluzionaria: a una trentina di chilometri dalla fine, il tedesco Jan Ullrich, reduce dalla piazza d’onore al Tour de France dietro Armstrong, chiamò a sé due compagni della Telekom, il connazionale Andreas Kloden e il kazako Alexandre Vinokourov e andò in fuga con loro. Tre uomini significava podio monopolizzato ed essendo i tre appartenenti allo stesso team (anche se alle Olimpiadi si corre per nazionali) voleva dire che la loro gara sarebbe diventata da lì una cronometro a squadre. Pressoché impossibile raggiungerli, ma due italiani ci provarono: Michele Bartoli e Paolo Bettini.

Due toscanacci di ferro, compagni nella Mapei. Un tentativo che poteva sembrare velleitario, ma proprio per questa sorta di sfida ai mulini a vento la storia del ciclismo cambiò. Perché? Semplice: fino ad allora, in ogni gara ciclistica, mondiali compresi, si pensava che quel che conta è solo il vincitore, nessuno si ricorda del secondo, men che meno alla rassegna iridata. Alle Olimpiadi vincono in tre e vincono davvero. Loro sapevano che dovevano provarci, anche se era un’impresa disperata.

Fra gli azzurri in Australia, anche Pantani, Di Luca e Casagrande
Fra gli azzurri in Australia, anche Pantani, Di Luca e Casagrande

Due azzurri in caccia

A tanti anni di distanza, quando ci ripensa la voce di Michele Bartoli s’increspa ancora: «Mi è rimasta la delusione tipica del quarto posto, perché potevamo vincere. La gara olimpica è particolare perché unisce un po’ di professionisti che affronti durante l’anno a tanti altri corridori che vengono da Nazioni non di primo piano, che non conosci. Poi si corre in 5 per squadra e non puoi controllare la corsa, quindi serve maggiore attenzione e noi, al momento cruciale, non l’avemmo. Per questo l’Olimpiade è così difficile da vincere».

Quell’inseguimento fu meno velleitario di quanto si pensi, perché i due azzurri ci credevano davvero: «Dovevamo provarci e arrivammo davvero vicini ai tre. Diciamo che ci mancò un terzo corridore della Mapei – dice ancora Bartoli – allora avremmo gareggiato ad armi pari, ma sarebbe bastato avere un altro corridore in grado di darci qualche cambio e li avremmo ripresi».

Jan Ullrich scatena la fuga e si fa aiutare da Kloden e Vinokourov compagni alla Telekom
Jan Ullrich si scatena, lo aiutano Kloden e Vinokourov

Bettini e la curva

Paolo Bettini è ancora più specifico: «Se non li riprendemmo, fu per causa mia. Dal mattino la gara era stata una battaglia e io e Di Luca eravamo quelli deputati a lavorare di più per tenere coperti Bartoli, ma anche Casagrande e Pantani. Nella parte finale di gara ero finito, ma mi ritrovai a inseguire con Michele. Ricordo che nel finale eravamo arrivati a una quarantina di metri, in prossimità di una curva, ma appena girata non riuscii a rilanciare l’azione e il distacco raddoppiò. A quel punto avevamo capito che la gara era finita, ma io non ne avevo più…».

Una cosa diversa

In una gara differente, come una grande classica, magari non ci si provava neanche: «E’ una cosa diversa – riprende Bartoli – perché hai più compagni di squadra e puoi gestire la corsa in molte altre maniere. Lì è una gara individuale. Dovevamo provarci anche se sapevamo che era difficile».

«E’ vero – ribatte Bettini – ma lì capii che l’Olimpiade è qualcosa di particolare, perché vincono in tre: io per esempio ho vinto un argento ai mondiali, ma non se ne ricorda nessuno, quasi neanche io, perché chi arriva secondo è un … Vabbé, avete capito!».

A Bartoli non resta che la volata per il quarto posto, che sa di beffa
A Bartoli non resta che la volata per il quarto posto

Progetto Atene

Eppure quell’epilogo (Bartoli finì per vincere la volata del gruppo dei battuti, Bettini arrivò nelle retrovie e la gara la vinse Ullrich) ebbe un peso enorme per il Grillo livornese, che vinse l’edizione successiva.

«Ero giovane a Sydney – dice – ma capii che potevo vincere, che anzi dovevo lavorare per vincere. Il 2000 fu un anno fondamentale per la mia carriera, avevo vinto la Liegi dimostrando che potevo lottare per ogni classica, poi cominciai a pensare ad Atene e non sbagliai. Tempo fa sono andato in Portogallo a trovare Paulinho, argento dietro di me. Da professionista non ha vinto nulla, ma nel suo Paese è considerato ancora un eroe: l’Olimpiade è questo».

Podio assicurato. Vince Ullrich, poi Vinokourov e terzo uno sfinito Kloden
Podio assicurato. Vince Ullrich, poi Vinokourov e terzo uno sfinito Kloden

Due scuole

Da allora la gara olimpica è diventata un grande obiettivo: «E’ cambiata la cultura ed è cambiata la storia – dice Bettini – ai nostri tempi il patron Lefevere odiava le Olimpiadi perché interferivano con la stagione, soprattutto con il Tour. Oggi non è così, tanto è vero che molti stanno programmando la stagione in funzione della gara di Tokyo e sono pronti a rinunciare al Tour, ma nelle squadre nessuno protesta perché sanno quanto conta la gara olimpica».

«Io però sono legato alla vecchia scuola – riprende Bartoli – non riesco a dare alle Olimpiadi lo stesso valore di un mondiale o di una classica monumento, perché è su quelle che si basa una carriera».

«Capisco l’idea di Michele proprio perché è figlia di un pensiero più tradizionale – ribatte Bettini – più legata alla storia del ciclismo, io però vi dico una cosa: ho vinto due mondiali, ma baratterei volentieri una maglia iridata anche per un bronzo olimpico, perché ho provato sulla mia pelle che cosa significa essere un atleta olimpionico. Quando ci penso mi vengono ancora i brividi…».

Stagione post Covid: ripresa lenta, perché?

08.01.2021
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Inverno 2020-2021 uno dei più strani e cervellotici anche dal punto di vista della preparazione. Molti, o meglio alcuni corridori (comunque non pochi) sembra stiano trovando più difficoltà del solito a tornare a regime, a riprendere il ritmo come si deve, a collegare testa e gambe dopo la stagione del covid.

Michele Bartoli, che adesso è uno dei preparatori più apprezzati, non solo conferma questa tesi, ma ci aiuta anche a capirne qualcosa di più.

Enric Mas, Alto de Angliru, Vuelta 2020
Enric Mas alla Vuelta 2020 che si è conclusa l’8 novembre
Enric Mas, Alto de Angliru, Vuelta 2020
Mas alla Vuelta 2020 che si è conclusa l’8 novembre

Covid e calendari

«Non voglio generalizzare – dice Bartoli – ma io credo che molta della fatica nel riprendere sia soprattutto mentale. La seconda parte della scorsa stagione è stata iper compressa e concentrata. Molto intensa sotto ogni punto di vista. I corridori non hanno mai staccato veramente tra un appuntamento e l’altro e questo ha portato a maggior stress, meno stacco mentale. E di conseguenza la pausa invernale classica per questi atleti non è sufficiente».

In più va considerato che effettivamente la stagione è finita parecchio in ritardo. La Vuelta si è conclusa a novembre inoltrato. Durante il lockdown c’è chi ha staccato e chi invece ha continuato a menare. E alla fine tutti, chi più chi meno, hanno sofferto quel periodo di “limbo” imposto dal Covid. Mentalmente è stata senza dubbio una delle stagioni più toste di sempre. E su questo non ci piove.

Vincenzo Nibali, Stelvio. GIro d'Italia 2020
Nibali è stato tra i più provati dalla stagione del Covid
Vincenzo Nibali, Stelvio. GIro d'Italia 2020
Nibali ha sofferto la stagione del Covid

Difficoltà soggettiva

Ma chi soffre di più: uno scalatore, un velocista? Un giovane, un “vecchio”? Un atleta del WorldTour o uno delle professional?

«No, non credo ci sia una statistica, almeno vedendo i miei atleti. E’ un fatto di carattere, è più un qualcosa di soggettivo. Io credo sia anche “colpa” dei calendari che hanno affrontato e che devono affrontare. Chi deve andare forte presto, già a fine gennaio, in qualche modo è motivato e concentrato ed esula da questo problema. Chi invece è chiamato ad entrare in gioco più avanti ha meno stimoli e fare dei lavori specifici magari gli pesa di più».

E il Michele Bartoli corridore come avrebbe reagito all’inverno del covid: avrebbe avuto difficoltà a ripartire?

«Io credo che sarei ripartito con la voglia. Ero uno che l’inverno se lo godeva. Stavo davvero 30, anche 40 giorni senza toccare la bici e quando la riprendevo avevo grandi stimoli. Poi mi piaceva essere subito competitivo e per questo ci mettevo poco a responsabilizzarmi».

Elia Viviani, Tour de France 2020
Viviani è il corridore italiano con più giorni di gara nel 2020, ben 67 (pista esclusa)
Elia Viviani, Tour de France 2020
Per Viviani 67 giorni di gara (pista esclusa)

Quale cura?

E allora come devono fare questi atleti in difficoltà a rimettersi in riga: devono riposare ancora? Devono insistere? Devono andare dal direttore sportivo, prenderlo per la giacchetta e dirgli di farli correre prima?

«Credo sia importante parlarne – riprende Bartoli – è così che si trova il giusto compromesso. Se i miei obiettivi sono il Giro o le Classiche non è questo il momento di forzare e posso intervenire più facilmente. Ne parli con il preparatore e il ds e trovi un cammino personale. Alla fine la vera difficoltà è quella di tirare fuori la bici dal garage le prime 5-6 volte.

«Con i miei atleti sono bastati leggerissimi ritocchi e sono ripartiti alla grande. Un piccolo scarico ulteriore, un po’ più di libertà dal punto di vista del mangiare… e si risolve. Sì, con quel chilo in più, entreranno in forma più tardi, soffriranno un pelo di più e avranno buone sensazioni dieci giorni dopo, ma ne sono consapevoli, non è un problema. L’importante è non perdere mai di vista l’obiettivo. Questo è fondamentale».

Mathieu Van der Poel, Wout Van Aert 2020

Il cross, un mazzo di foto e l’occhio di Bartoli

05.01.2021
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Metti una sera sul divano, in tivù non c’è niente di interessante e allora sfogli bici.PRO nel cellulare, riguardando le foto di Van Aert e Van der Poel nelle gara di cross già pubblicate. Fai avanti e indietro e mentalmente cominci ad annotare le differenze. E siccome ti hanno insegnato a farlo, scatta l’idea di tirarne fuori un pezzo. Già, ma sono le dieci, è decisamente tardi: chi vuoi che ti dia retta a quest’ora? Però un messaggio si può mandare e probabilmente Michele Bartoli è il più adatto, visto che del posizionamento ha fatto un’arte e nel cross si è ributtato con un entusiasmo speciale. Non è facile sopportare certi giornalisti, viene da sorridere mentre le foto sono in viaggio, ma per fortuna con Michele ci si vuol bene, avendo cominciato praticamente insieme. Infatti lui risponde dopo circa un’ora. Appuntamento fissato: ne parliamo domattina. A volte gli articoli nascono così…

Wout Van Aert, posizione in pianura 2020
Wout Van Aert, in fase di spinta posizione raccolta, come su strada
Wout Van Aert, posizione in pianura 2020
Wout Van Aert, posizione raccolta, come su strada
Mathieu Van der Poel, posizione in pianura 2020
Mathieu Van der Poel, leggermente più lungo rispetto al rivale
Mathieu Van der Poel, posizione in pianura 2020
Per Van der Poel, una posizione più allungata

Il ginocchio in curva

Il mattino ha per lui l’incombenza di tenere acceso il termocamino, che scalda l’accogliente villa a Montecarlo di Lucca, dove prima del Covid ci si trovava spesso, prima per commentare le sue vittorie e poi con gli anni per analizzare quelle degli altri. Il discorso prende subito il largo.

«Sembra che Van der Poel – dice Bartoli – abbia qualcosa di più in termini di sicurezza. Vedete in discesa come porta il corpo indietro? Questo gli permette di fare le curve più veloci, impedendo che la ruota posteriore scivoli. E proprio in curva ha il ginocchio fuori dalla bici, si vede che è lui a gestire la traiettoria (foto in apertura). Van Aert invece sembra che cerchi di non scivolare e un po’ subisce la situazione».

Wout Van Aert, 2020, ostacolo a piedi
Wout Van Aert scende di bici e supera l’ostacolo a piedi
Wout Van Aert, 2020, ostacolo a piedi
Van Aert preferisce saltare l’ostacolo a piedi
Mathieu Van der Poel, 2020, ostacolo in bici
Sullo stesso ostacolo, Mathieu Van der Poel resta in bici
Mathieu Van der Poel, 2020, ostacolo in bici
Van der Poel preferisce saltarlo stando in sella

Come su strada

La foto che li ritrae laterali in pianura fa prima annotare che entrambi usano la doppia corona anteriore, mentre Michele osserva che i ragazzini della sua Academy usano quasi tutti il monocorona.

«Ma questi due qua – dice Bartoli, riferendosi ai due giganti della Jumbo-Visma e della Alpecin-Fenixspingono forte, fanno delle velocità importanti. Il monocorona in questo ti limita.  Comunque Van der Poel sulla bici è più lungo, che però è un discorso soggettivo. Si potrebbe pensare che più sei corto e più sei reattivo, ma lui evidentemente si trova bene così. Ho fatto un confronto fra la loro posizione su strada e questa del cross, e devo dire che per entrambi cambia poco. Questo spiega anche perché possano passare da una bici all’altra senza clamorose fasi di adattamento, grazie anche a gare che sono molto meno spezzettate da ostacoli rispetto a una volta. Oggi il cross di alto livello è molto più pedalato, per cui anche loro, una volta che hanno fatto qualche richiamo di tecnica, possono allenarsi benissimo su strada».

Wout Van Aert, posizione in discesa 2020
Wout Van Aert in discesa sembra piuttosto rigido, di certo moto concentrato
Wout Van Aert, posizione in discesa 2020
Van Aert in discesa sembra un po’ rigido
Mathieu Van der Poel, posizione in discesa 2020
Per Van der Poel, peso più indietro e maggior controllo
Mathieu Van der Poel, posizione in discesa 2020
Van der Poe, con il peso indietro si guida meglio

Percorsi pedalabili

Qui il discorso un po’ si allarga e pesca nella sua esperienza personale di ieri e in quella dei suoi ragazzi al presente.

«A livello tecnico e di ambiente – dice Bartoli – il circuito del ciclocross è un po’ come quello della MotoGp, il solito gruppo di atleti che si sposta sui percorsi in giro per l’Europa. E così ad alto livello i criteri con cui vengono disegnate le gare sono abbastanza omogenei. Prima si puntava su scalinate, ostacoli, un’infinità di tratti a piedi. Oggi soprattutto a livello internazionale ci si è spostati verso uno sport più vicino alla strada. Del resto, se si vogliono avvicinare i ragazzi alla multidisciplina, pur non cambiando faccia al cross, ci sta che lo rendi più pedalabile. In Italia invece si traccia un po’ all’antica, con i rettilinei non oltre i 50 metri e tante curve secche. Lo stesso discorso potrebbe valere per la mountain bike. Perché continuano a fare percorsi artificiali con sassi riportati? Se anche in quel settore si riuscisse a ridurre le cause di pericolo, Van der Poel non sarebbe più il solo a essere così trasversale. Uno come Sagan e tanti corridori che vanno in cerca di nuovi stimoli, penserebbero davvero di farci un salto».

Wout Van Aert, corsa a piedi 2020
Nei tratti a piedi, Van Aert abbraccia il manubrio e la bici non si muove
Wout Van Aert, corsa a piedi 2020
Nei tratti a piedi, Van Aert abbraccia il manubrio
Mathieu Van der Poel, corsa a piedi 2020
Van der Poel, la bici in spalla e la mano sul manubrio
Mathieu Van der Poel, corsa a piedi 2020
Van der Poel, una mano sul manubrio

Diversi sull’ostacolo

A proposito di ostacoli, desta curiosità che nello stesso punto e nello stesso giro, Van der Poel salti mentre Van Aert è sceso di bici e scavalca la tavola correndo a piedi.

«Dipende se l’ostacolo viene dopo una curva – dice Bartoli – per cui devi rilanciare l’andatura da fermo, oppure se ci arrivi lanciato. Se lo salti in bici, sicuramente il consumo energetico è minore. Mentre se viene subito dopo una curva, fai meno fatica a scendere e farlo a piedi. Come un’altra differenza, che però è molto soggettiva, è il modo in cui portano la bici in spalla. Van Aert la abbraccia, Van der Poel si limita a sostenerla. Entrambi tengono ferma la ruota anteriore. Sembra una banalità, ma dovreste vedere cosa succede nelle gare dei bambini, che non ci pensano e corrono con la ruota davanti che gli sbatte sulle gambe e spesso li fa cadere…».

Dal cross al Fiandre

Il tempo di annotare che fra i ragazzini dei campi di gara questi due campioni sono il vero riferimento e ogni cosa o scelta tecnica che li riguarda diventa fonte di emulazione, poi il toscano ci lascia con l’ultima suggestione.

«Speriamo che questo Covid davvero finisca – conclude Bartoli – perché la prossima cosa che vogliamo fare è costruire un percorso permanente di cross, a Montecarlo o Montecatini, dove una volta a settimana alleneremo i ragazzi. Questa attività mi ha preso molto, sto seguendo le trasferte più vicine. Quello che mi permetteva di primeggiare al Nord l’ho preso dal cross. Lo scatto in piedi sul Grammont viene dal cross. Non sono cose che alleni da adulto, ma se le impari da bambino, non le perdi più. La multidisciplina non è soltanto uno slogan politico».

Michele Bartoli

Preparazione: l’importanza di parlare con i ds

16.12.2020
4 min
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Preparazione a distanza, Androni Giocattoli e Michele Bartoli. Cosa hanno in comune queste tre cose? Michele Bartoli è uno dei preparatori che segue alcuni corridori dell’Androni Giocattoli.

Bene, risolto l’arcano cerchiamo di capire con il grande ex corridore toscano come gestisce questo compito che, come lui, svolgono tantissimi altri tecnici, tanto più in tempi di covid.

Scambio d’informazioni

«Ogni team oggi ha il suo responsabile di riferimento che si occupa della preparazione degli atleti – spiega Bartoli – Io parlo molto con Giovanni Ellena, uno dei direttori sportivi dell’Androni. Con Giovanni siamo molto vicini e ci sentiamo tutte le settimane. Vuole tenersi informato su come procede il lavoro.

«E’ chiaro che il preparatore segue anche quelle che sono le direttive della squadra in base al programma che hanno per i singoli corridori e non sempre questo coincide con il miglior cammino ipotetico. Quindi con alcuni corridori devo anticipare e con altri devo ritardare il top della forma, in vista di questo o quell’appuntamento».

Oscar Restrepo
Oscar Restrepo sulle strade del Giro d’Italia
Oscar Restrepo
Oscar Restrepo sulle strade del Giro d’Italia

Tre sudamericani 

Nel gruppetto di atleti dell’Androni che segue Bartoli ci sono anche tre sudamericani: i colombiani Oscar Restrepo e Santiago Umba e l’ecuadoriano Jefferson Cepeda. La preparazione non è sempre facile…

«Restrepo lo seguo dallo scorso anno. E’ un corridore di livello. Come altri colombiani alcuni sono già a pronti e con altri si parte da zero (o quasi). E forse proprio per questo sono tra i più forti al mondo: da giovani non hanno stress. Crescono solo a sensazioni, il che è buono per conoscersi e imparare a gestirsi. Anche perché gli stress da bambini o poco più poi si pagano. Ci sono dei nostri giovani che già hanno un bagaglio d’informazioni talmente ampio che finiscono col perdersi.

«Anche per questo io ho voluto la Michele Bartoli Academy, la mia squadra di ciclocross, perché quello è il modo più naturale per imparare a guidare, ad adattarsi, a stare in soglia… La mia idea è di portare, nel tempo, queste attitudini su strada. Ma con il tempo, ripeto, altrimenti finisco per essere uno di coloro che io stesso critico.

«A parte questa divagazione, Restrepo ha una buona base di partenza. Può essere tra i più forti. Io gli ho detto: ma dove sei stato fino adesso con i valori che hai? Il giorno in cui ha vinto Sagan al Giro, lui non era al top e pure è rimasto con i migliori fino alla fine. Bisogna fargli credere quello che vale. 

«Cepeda anche è bravo, ma rispetto a Restrepo è più acerbo. E Umba è “acerbissimo”! Lui ancora non l’ho conosciuto. Gli ho chiesto se avesse fatto dei test e mi ha detto di no. Mi ha detto però che conosceva i suoi battiti quando era a tutta, così mi ha mandato uno screenshot del computerino e sulla base di questo – quasi sorride Michele – ho stilato per lui una sorta di programma sulle intensità. Ma è un qualcosa di molto empirico. A breve quando riceverà il materiale nuovo ci lavoreremo su».

Alessandro Bisolti
Alessandro Bisolti lavora con Bartoli da due stagioni
Alessandro Bisolti
Alessandro Bisolti lavora con Bartoli da due stagioni

E gli italiani?

«Luca Chirico e Alessandro Bisolti, sono due buoni corridori. Hanno buone capacità, ma con loro il lavoro è più metodologico, più mentale che fisico. Bisolti ha un passato non facile, non è mai riuscito a fare un anno pieno, ha un potenziale che deve tirare fuori al massimo ancora. Chirico deve insistere sui suoi punti certi. Non sono campioni, ma in questo ciclismo ci possono stare.

«Sono io che spesso chiedo ai direttori sportivi. Loro sono i miei occhi sul corridore, tanto più in questi allenamenti a distanza e soprattutto quando sono alle gare. Se poi trovi un ds come Ellena che sa comunicare e conosce la materia, il mio compito diventa più produttivo. Con lui parliamo dei ragazzi, di quello di cui ha bisogno la squadra. E in base a questo correggiamo il tiro. Sono io che spesso faccio domande. Se per esempio analizzo dei dati e vedo che quel corridore in quel momento sta soffrendo più del dovuto chiedo a Giovanni: come lo hai visto? Perché? Com’era il colpo di pedale? Il suo parere va a compensare i numeri».

Jai Hindley, Laghi di Cancano, Giro d'Italia 2020

Jai e i suoi… fratellini terribili

29.10.2020
3 min
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Jai Hindley, 24 anni. Joao Almeida 22 anni. Tao Geoghegan Hart, 25 anni. Tadej Pogacar, 22 anni. Remco Evenepoel, 20 anni. Egan Bernal, 23 anni. Questi i nomi più in vista: sono i ragazzini che a vario titolo hanno monopolizzato il ciclismo mondiale negli ultimi due anni e che al Giro d’Italia e prima al Tour de France hanno scavato un solco rispetto alla vecchia guardia. Intendiamoci, la vecchia guardia non era al top, ma certo vedere la disinvoltura e la maturità con cui i giovani hanno gestito le situazioni più spinose ha sollevato il più banale degli interrogativi: dove sono i nostri?

Le teorie sono molteplici. Le società juniores hanno bisogno di essere ascoltate. E probabilmente il lavoro che oggi dovrebbe impostare la Federazione è proprio quello di raccoglierne le istanze per venire a capo della situazione. Noi un parere lo abbiamo chiesto a Michele Bartoli, che con i giovani spesso lavora.

E’ possibile che i talenti nascano soltanto all’estero?

Non credo che dipenda dalle mamme italiane, no. Invece dipende dal lavoro di base, che forse qui non viene fatto bene. Anche perché non sempre si parla di Paesi con più praticanti. A parte Hindley e l’Australia, intendo. Non so dire come lavorino nel dettaglio, ma dai contatti che ho è evidente che non si cerchi il risultato come da noi. Qua ogni categoria è un punto di arrivo, non c’è una visione d’insieme.

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Spiega meglio.

Un atleta ha il suo patrimonio fisico e psicologico. Se ogni anno lo spremi perché vinca e perché dimostri qualcosa, è come se in un bicchiere di vino cominciassi a mettere acqua. Alla fine, avrai più acqua che vino. Lo annacqui.

Corrono troppo?

Non è l’attività che fa male. Perché la fatica ti rovini, dovresti fare tre Giri d’Italia consecutivi. Il fisico se è stanco va in autoprotezione e recupera. Quella che fa male è l’iperattività mentale, che fa cambiare la percezione della fatica. Se cominci a vivere sotto stress a 16 anni, il cervello perde la percezione della fatica e di conseguenza perdi anche la capacità di fare la prestazione. E questo spiega anche un altro punto.

Quale?

Che questi fenomeni, tutti o quasi, sono arrivati al ciclismo tardi o da altri sport. Senza la trafila giovanile che logora. E’ lo stress che ti consuma. Almeida è arrivato al Giro senza pressione, Jai Hindley ci si è trovato, Geoghegan Hart lo stesso. Sono stati tranquilli e al momento giusto hanno lottato alla morte. La maglia non si regala, al momento giusto si combatte. Ma se fossero arrivati al Giro con l’obiettivo di vincere, non sarebbe andata allo stesso modo. Ha ragione Gilbert.

Su cosa?

Sul fatto che i giovani vanno forte perché imparano meglio e prima. Alcuni strumenti come il misuratore di potenza riducono i tempi, permettono di imparare prima. Da bambini le addizioni le fai con le dita, il misuratore è la penna con cui annotare il risultato.

Non è la calcolatrice con cui disimpari a far di conto?

Quella sarebbe semmai la bici elettrica, che toglie la fatica. Ma se impari a conoscerti a 16-17 anni, quando sei grande il misuratore non ti serve neanche più. Infatti Pogacar nell’ultima crono del Tour non aveva strumenti.

Quindi per te i nostri sono già logori mentalmente quando arrivano tra i pro’?

Io temo di sì, la testa guida tutto. Se ogni categoria è un punto di arrivo, l’eccesso di attività inizia a logorare già da bambini. Nel calcio dei bimbi ormai neanche guardano più il risultato, perché va bene che lo sport prevede il risultato e che per quello si lotti, ma da giovani lo si deve vivere con cautela.

Quindi escludi la teoria, di cui si parlava al Giro, per cui questi giovani dureranno meno?

E perché dovrebbero? Durano meno se perdono la testa, ma se continuano a stare con i piedi per terra e a lavorare nel modo giusto, vanno avanti finché vogliono.

Michele Bartoli, Liegi Bastogne Liegi 1997

Bartoli crea la sua Academy di cross

27.09.2020
2 min
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Fausto Scotti l’ha detta giusta: Michele Bartoli, quello delle due Liegi e del Fiandre, sta per debuttare nel ciclocross con una sua scuola di ciclismo. Si chiamerà Michele Bartoli Academy.

Il pisano avrà accanto suo fratello Mauro e non è per caso che l’idea sia nata pochi mesi dopo la morte di papà Graziano. Fu lui a metterli entrambi in bici e fu lui ad accompagnarli sui campi di gara del cross. Michele centrò un secondo e un terzo ai campionati italiani, Mauro conquistò il tricolore allievi.

Bambino, ciclocross, figlio Mauro Bartoli
La Michele Bartoli Academy partirà da 12 bambini che correranno nel ciclocross
Bambino, ciclocross, figlio Mauro Bartoli
La Michele Bartoli Academy partirà da 12 bambini che correranno nel ciclocross
Non è per caso che accada quest’anno.

Non è affatto per caso. Il babbo è quello che ha dato il via a tutto questo. Pensate che mio fratello tiene da parte la giacca a vento e il cappellino che mio padre indossava quando lui vinse il tricolore allievi. E dice che lo tirerà fuori quando toccherà a suo figlio.

Di cosa si tratta, dunque?

Un progetto che mi piacerebbe portare avanti con tutti i criteri giusti. Ho coinvolto Giovanni Stefania, un laureato in Scienze Motorie, molto bravo, che lavora nel nostro Centro a Lunata. Metteremo insieme un po’ di ragazzini che tengono al cross, ora che i crossisti sono di moda. Poi vorremmo creare una filiera di talenti che corrano anche su strada.

Lo farai da solo?

Come appoggio economico? No, ci sono dei marchi storici del ciclismo giovanile in Toscana. C’è System Data che ci è stata accanto sin dalle prime edizioni della Gran Fondo. E c’è Donati Porte, che sponsorizzava il ciclismo quando io correvo nelle giovanili.

Di questa cosa ci ha parlato Fausto Scotti, il cittì della nazionale…

Ha fatto bene e quando la stagione inizierà, andremo a fargli un sacco di domande. La sua esperienza ci servirà molto.

A cosa ti è servito aver fatto ciclocross?

A vincere il Fiandre, ad esempio. Ho spesso detto che quello scatto sul Grammont, con le mani sotto e il peso centrato, lo devo al cross. Certe cose sul pavé le impari da piccolo. Lo stradista ne ha solo vantaggi, purché non esageri…

Chi esagera?

Van der Poel deve scegliere. Tre specialità sono troppe. La mountain bike è di troppo. Invece Van Aert lo fa nel modo giusto e si vede dai risultati. Il corpo umano non è inesauribile, le forze sono contate.

Di quanti ragazzini parliamo?

Sono 12, ma abbiamo ricevuto richieste per molti di più. I ragazzi bisogna seguirli bene, poi magari l’anno prossimo se ne fanno di più.

Con quali bici correranno?

Saranno marcate Michele Bartoli Academy. Le fa una azienda dalle mie parti che si chiama Atacama.