Giro di Sardegna 2026, 1a tappa Castelsardo-Bosa, Niccolò Garibbo

Le lacrime di Garibbo e una storia da ascoltare

28.02.2026
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Perché dopo aver vinto la prima tappa del Giro della Sardegna, Garibbo piangeva così tanto? L’emozione della prima vittoria ha radici più profonde e risale a quando il ligure aveva praticamente deciso di appendere la bici al chiodo. Forse non credeva abbastanza in se stesso, forse il passare degli anni lo aveva convinto che non valesse la pena insistere. Per questo si era concentrato sullo studio, senza sapere che il tutor che aveva scelto per il tirocinio di lì a qualche anno gli avrebbe cambiato la vita.

La storia ce la racconta Giovanni Stefanìa, il… colpevole della svolta, che avevamo già incontrato parlando di come avesse risolto i problemi alla schiena di Egan Bernal. Quando andò da lui nel novembre del 2020, Garibbo era un corridore della Maltinti che stava prendendo la laurea triennale di Scienze Motorie. Aveva avuto il contatto tramite Michele Bartoli, così aveva chiesto a Giovanni di diventare il suo tutor e anche di seguirlo come preparatore: un ultimo anno da atleta, poi avrebbe preso la laurea e trovato un lavoro nel mondo del ciclismo.

«Ma io – sorride Stefanìa – gli ho cambiato i piani. Il motivo per cui aveva fatto fatica a ingranare è che dagli juniores era passato subito in una continental, per cui già al primo anno aveva fatto un calendario impegnativo, anche gare con i professionisti, e questo gli aveva dato una bella botta. Poi era tornato in squadre minori, ma nel frattempo c’è stato il Covid che lui ha preso restando fermo per tre mesi, nella stagione in cui gli U23 praticamente non hanno corso. Per cui il primo anno è stato tutto una rincorsa».

Commosso quando viene chiamato sul podio, per Garibbo la prima vittoria tra i pro'
Commosso quando viene chiamato sul podio, per Garibbo la prima vittoria tra i pro’
Commosso quando viene chiamato sul podio, per Garibbo la prima vittoria tra i pro'
Commosso quando viene chiamato sul podio, per Garibbo la prima vittoria tra i pro’

Fra tirocinio e corse

La rincorsa si era conclusa con una leggera progressione. Garibbo aveva preso casa a Pescia perché gli piaceva l’idea di fare tirocinio lavorando in palestra e nel frattempo Stefanìa lo seguiva e continuava a dirgli che avrebbe dovuto provare seriamente a fare l’atleta.

«Senza provare davvero – racconta – non avrebbe saputo dove poteva arrivare. Infatti ha risolto un problema con la tiroide, sono arrivati i primi risultati e ha vinto la prima gara nel 2022 a Montegranaro, ma continuava a dire di aver vinto una garetta, perché ha l’approccio un po’ pessimista dei liguri. Io invece gli dicevo di andare un passo per volta e l’anno dopo è andato nel Gragnano per fare il capitano. Abitava a un chilometro dal centro di Lunata dove lavoro con Michele e così abbiamo avuto l’opportunità di lavorare insieme. Non si può dire che ci sia stato un momento di svolta, anzi forse uno c’è stato…».

La svolta al Memorial Tortoli

Dopo Montegranaro, è venuta infatti la vittoria al Memorial Tortoli del 2023 e dopo quella addirittura una trentina di piazzamenti nei 10. Il successo nella gara aretina ha spinto Garibbo a credere di più in se stesso.

«Col tempo – ricorda Stefanìa – Nicolò ha aumentato sempre di più l’intelligenza tattica. Assimilava qualsiasi cosa gli venisse detta, è sempre stato bravo ad ascoltare e soprattutto a imparare dagli errori. Il Memorial Tortoli a maggio del 2023 è stato la sua svolta, ha iniziato a vedere positivo, ma il pessimismo ligure di cui dicevano sopra è difficile da mandar via.

«Un esempio? Quando l’altro giorno mancavano 50 chilometri dall’arrivo della prima tappa in Sardegna, ho chiamato il babbo e gli ho detto che secondo me avrebbe vinto Nicolò. Lui ha risposto che aveva solo scollinato coi primi e andava bene anche se avesse fatto quarto. Io ero sicuro che avrebbe vinto, perché era il più veloce del gruppetto. Anche Nicolò è ligure nell’anima, per fortuna (ride, ndr) ha trovato casa e fidanzata in Toscana».

La vittoria del Memorial Tortoli 2023 è stata per Garibbo la prima svolta della carriera (immagine Instagram)
La vittoria del Memorial Tortoli 2023 è stata per Garibbo la prima svolta della carriera (immagine Instagram)
La vittoria del Memorial Tortoli 2023 è stata per Garibbo la prima svolta della carriera (immagine Instagram)
La vittoria del Memorial Tortoli 2023 è stata per Garibbo la prima svolta della carriera (immagine Instagram)

Un inverno perfetto

La vittoria di Bosa sarà un altro punto di svolta, su questo Giovanni non ha dubbi. E’ stata la prima vittoria fra i grandi che Garibbo inseguiva ininterrottamente da due anni, per di più davanti a grossi nomi.

«A 26 anni – dice ancora Stefanìa – Nicolò non si sentiva né carne né pesce, serviva che vincesse con i professionisti. E’ una cosa che voleva fortemente e quest’inverno ha fatto ancora di più rispetto agli altri anni. E’ riuscito a limare un chilo di peso, ha ripreso bene la palestra come gli avevo insegnato ai tempi del tirocinio e poi non ha avuto problemi.

«Invece lo scorso inverno l’aveva preso una macchina ed era stato fermo per 15 giorni a causa di una piccola frattura. Per questo dico che secondo me ha molti margini. Non ha mai fatto ritiri in altura, perché la nostra idea è sempre stata quella di arrivare al top e poi fare le altre cose che lo possono far migliorare ancora».

Un’ispirazione per tutti

Dalla sua storia e dalle lacrime sul traguardo di Bosa, spiega il suo allenatore, si può trarre una morale legata certamente a Garibbo, ma anche e soprattutto a questo momento così strano del ciclismo.

«La cosa che più mi piace di lui e che secondo me può essere un’ispirazione – dice Stefanìa – è che Nicolò non è assolutamente viziato. Lui prende le cose che gli dà la squadra, quello che può fare lo fa. Non aveva le ruote da 2.000 euro o tutto nuovo appena schioccava le dita. Questa cosa gli ha dato tanta forza mentale, mentre l’attività più qualificata che sta facendo lo farà crescere ancora. Non ha mai fatto un Grande Giro, è cresciuto tanto perché l’anno scorso per la prima volta non ha fatto un calendario da dilettante.

«Con il Team Ukyo ha fatto le corse a tappe in maniera continua, anche di una settimana come il Tour of the Alps. Lui non sapeva di avere queste qualità, perché ci sono ragazzi che iniziano a maturare a 21 anni e forse le squadre si devono rendere conto che i ragazzi devono imparare ad arrangiarsi. Ci sono diciottenni che hanno già il contratto per i prossimi cinque anni WorldTour. Ma arriveranno mai a fare ciclisti fino a 28 anni?».

Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)

Dati e il Team Ukyo: «Qui per fare un salto a livello internazionale»

24.02.2026
5 min
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La stagione di Tommaso Dati al Team Ukyo si è aperta con l’esordio all’AlUla Tour (in apertura foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo). Mentre da domani, mercoledì 25 febbraio, sarà impegnato al Giro di Sardegna. In un mese due corse a tappe, la prima di categoria 2.Pro, mentre la seconda di categoria 2.1. Tra i paesaggi desertici dell’Arabia Saudita, il corridore di Camaiore ha messo insieme in primi chilometri di una stagione che assume un ruolo importante all’interno della sua carriera. Lasciata la Biesse-Carrera-Premac di Nicoletti e Milesi, è giunto il momento di far vedere il suo valore in ambito internazionale. 

A luglio per Tommaso Dati gli anni saranno 24, in un ciclismo che è alla costante ricerca di giovani da buttare nella centrifuga del professionismo, serviranno risultati più convincenti per vedersi aprire le porte del professionismo. Nel 2025 le sei vittorie e i tre podi ottenuti hanno catturato l’attenzione del team Cofidis, tuttavia il periodo da stagista di Dati non ha convinto la formazione francese a prenderlo tra le sue fila.

Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati ha fatto il suo esordio con il Team Ukyo all’AlUla Tour (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati ha fatto il suo esordio con il Team Ukyo all’AlUla Tour (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)

Dal deserto alla Sardegna 

Poco meno di un mese tra l’AlUla Tour e il Giro di Sardegna, periodo che a Tommaso Dati è servito per allenarsi e mettere nelle gambe chilometri importanti. Da domani sarà di nuovo battaglia, con percorsi che possono accendere la sua fantasia e sorridere di più alle sue caratteristiche. 

«Il periodo tra l’AlUla e il Giro di Sardegna – racconta Dati – è trascorso al meglio, ho recuperato bene e mi sono allenato nel migliore dei modi. C’è stato qualche giorno di pioggia, ma nessun intoppo. Quello all’AlUla Tour è stato un esordio diverso rispetto agli anni scorsi, sono partito subito con una gara di alto livello con velocità e ritmi superiori rispetto alle gare del calendario italiano che ho sempre fatto in passato. Aver messo nelle gambe un giro a tappe aiuta dal punto di vista della condizione e dà continuità al lavoro fatto in inverno».

Manuele Boaro, Team Ukyo, AlUla Tour 2026
Manuele Boaro, diesse del team giapponese e punto di riferimento per i corridori (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Manuele Boaro, Team Ukyo, AlUla Tour 2026
Manuele Boaro, diesse del team giapponese e punto di riferimento per i corridori (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Da una continetal, la Biesse Carrera, a un’altra, il Team Ukyo, il passaggio si sente?

E’ un livello diverso, soprattutto per il panorama di gare che abbiamo la possibilità di fare. Dopo la scorsa stagione sentivo di aver bisogno di cambiare aria per cercare stimoli diversi. Non nascondo che ho sperato fino all’ultimo di entrare alla Cofidis, dove avevo corso da stagista nei mesi di agosto e settembre. 

Hai lavorato in maniera diversa?

La preparazione durante questo inverno è stata differente, per forza di cose. Un po’ perché siamo partiti a correre a fine gennaio, cosa che non avevo mai fatto, ma anche perché ero alla ricerca di un ulteriore step. Ho messo insieme un maggior numero di ore, nel 2025 ho visto che mi mancava una parte di fondo. Così insieme al mio preparatore, Michele Bartoli, ci siamo concentrati sulla parte di durability

Tommaso Dati, Biesse-Carrera-Premac, Firenze-Viareggio 2025 (foto Camilla Santaromita)
Tommaso Dati nel 2025 ha collezionato sei vittorie, qui alla Firenze-Viareggio (foto Camilla Santaromita)
Tommaso Dati, Biesse-Carrera-Premac, Firenze-Viareggio 2025 (foto Camilla Santaromita)
Tommaso Dati nel 2025 ha collezionato sei vittorie, qui alla Firenze-Viareggio (foto Camilla Santaromita)
Da quanto tempo ti segue?

Dal 2025, lo avevo cercato affinché mi seguisse come preparatore esterno quando ero alla Biesse Carrera. 

Come ti trovi con lui?

Bene, si può parlare apertamente delle sensazioni durante gli allenamenti oppure nei diversi periodi di lavoro. Infatti a fine 2025 ci siamo incontrati e abbiamo parlato faccia a faccia di quelli che sarebbero potuti essere i cambiamenti in vista di questa stagione

Il primo approccio al Team Ukyo è andato bene?

Sì, abbiamo un calendario di livello internazionale e questo credo sia un bene. In Italia le corse aperte anche agli elite sono spesso caotiche, mentre nelle gare professionistiche c’è maggior costanza. In generale l’approccio con la squadra è stato facile, anche con la parte giapponese. Tutti sono pronti ad ascoltarti e c’è una grande attenzione al dettaglio

Tommaso Dati, Cofidis, stage 2025, Tour de l'Ain 2025 (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
I risultati ottenuti nella passata stagione gli sono valsi uno stage con il Team Cofidis dove ha potuto fare esperienza tra i pro’ (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Tommaso Dati, Cofidis, stage 2025, Tour de l'Ain 2025 (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
I risultati ottenuti nella passata stagione gli sono valsi uno stage con il Team Cofidis dove ha potuto fare esperienza tra i pro’ (foto Aurélien Regnoult/DirectVelo)
Quando ti hanno cercato?

I primi contatti sono arrivati tra fine aprile e inizio maggio, dopo il Giro d’Abruzzo. Volpi e Boaro mi hanno cercato e quando si è trattato di scegliere ho voluto dare fiducia a questo progetto. La visione mi piace e avrò lo spazio per farmi vedere e provare a emergere. 

Rispetto al periodo di stage in Cofidis come ti senti ora?

Credo di essere già uno step avanti, oltre che sotto l’aspetto fisico anche dal punto di vista mentale. Quella esperienza mi ha permesso di prendere un certo ritmo e di capire come si corre in certe gare. All’inizio con la tensione e il fatto di essere stagista ho fatto fatica a capire quale potesse essere il mio ruolo. Ora mi sento più tranquillo e consapevole

Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati in questa stagione è alla ricerca di un salto importante a livello internazionale (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati, Team Ukyo, AlUla Tour 2026 (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tommaso Dati in questa stagione è alla ricerca di un salto importante a livello internazionale (foto Sjors Beukeboom/Team Ukyo)
Tra una continental di alto livello come il Team Ukyo e una realtà come la Cofidis vedi tanta differenza?

In termini economici probabilmente il divario è grande, ma se guardiamo all’aspetto tecnico direi di no. Il programma che abbiamo qui aiuta, questo è certo. Inoltre l’ambiente è super professionale e non ci manca nulla anche in termini di materiali. 

Che anno deve essere il 2026?

Importante, l’età inizia a farsi sentire. In un ciclismo alla caccia di atleti sempre più giovani devo trovare il modo di emergere e per farlo serve fare uno step in campo internazionale. Sarà difficile ma fisicamente non mi manca nulla, quello che farà la differenza sarà la testa. Devo essere ancora più convinto e farmi trovare pronto.

UAE Tour 2026, Remco Evenepoel, cronometro Hudayriyat Island

Bartoli fuori dal coro: Remco ha più classe di Tadej e Mathieu

18.02.2026
6 min
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Più classe di tutti. Che non vuol dire più forte o che vincerà più di loro, ma che rispetto a Pogacar e Van der Poel ha un tocco di superiore magia naturale. Secondo Michele Bartoli questo è il ritratto di Evenepoel e all’indomani della crono prodigiosa al UAE Tour (foto in apertura: Remco ha percorso i 12,2 chilometri in 13’03” a 56,092 di media) e dopo i risultati spagnoli si ha voglia di approfondire il discorso, venuto fuori a tavola in una domenica d’inverno.

Si parlava delle abilità dei bambini della sua MB Academy e del fatto che se impari a guidare la bici e stare in gruppo quando sei così piccolo, da grande sei avvantaggiato. E proprio a quel punto è saltato fuori il paragone con Remco, che avendo iniziato a correre tardi, ha impiegato un po’ per trovare la stessa naturalezza. C’è riuscito e adesso guida al pari degli altri perché è un atleta fuori del comune. Da lì, siamo finiti a parlare del resto.

«La classe la vedi a parte – spiega Bartoli – quella che dimostri fisicamente e quella mentale. Secondo me, Remco le ha entrambe. Una posizione naturale molto aerodinamica, sempre composto: questo è innegabile per tutti, chiunque lo veda. Poi a me piace anche mentalmente, perché è uno che prende decisioni coraggiose, cattive, senza paura. E questo lo fa chi ha qualcosa in più, non sono cose che insegni. Prendi una decisione da cattivo o comunque forte e lo fai in modo del tutto naturale: se non ce l’hai dentro, non ci pensi nemmeno».

UAE Tour 2026, Remco Evenepoel, Isaac Del Toro
Al UAE Tour, Del Toro ha vinto la prima tappa, Remco la seconda: si annuncia un duello stellare
UAE Tour 2026, Remco Evenepoel, Isaac Del Toro
Al UAE Tour, Del Toro ha vinto la prima tappa, Remco la seconda: si annuncia un duello stellare
Perché dici che ha più classe degli altri due? Non parliamo di due qualsiasi…

Perché in molte risposte che danno e atteggiamenti che hanno, Pogacar e Van der Poel sono un po’ più costruiti. Ci pensano, lui no. Lui è così. Nel bene o nel male, non costruisce mai nulla: Remco va dritto per la sua strada.

Non è che ci vedi un po’ di Bartoli in questa irruenza?

Ci sta, probabilmente mi piace perché lo vedo un po’ simile a me. Remco è così e a me questo piace. La cattiveria agonistica che ha è quella che ti porta ad avere delle scariche di adrenalina bestiali, grazie alla quale dà quei colpi di coda anche quando magari non te l’aspetti. E’ un imprevedibile.

Finora ha vinto le sue corse, però al confronto con Pogacar parecchie volte le ha beccate. Deve unire il carattere al lavoro, al ragionamento su come migliorare?

L’altro è qualcosa di diverso da tutti, non si possono fare paragoni. E’ chiaro che chiunque le prende da Pogacar, però caratterialmente secondo me Remco è il prototipo del campione. Lui fa una cosa, sono convinto di questo, ma fino a mezzo secondo prima non sapeva di farla. Pogacar e Van Der Poel magari finora sono stati più vincenti, ma si preparano di più. Arrivano al dato momento e sanno già cosa devono fare.

Nei tentativi precedenti al Tour, Remco è parso inferiore a Vingegaard e Pogacar: lo sarà anche quest’anno?
Nei tentativi precedenti al Tour, Remco è parso inferiore a Vingegaard e Pogacar: lo sarà anche quest’anno?
Invece Remco?

Lui è tutto istinto e per questo dico che ha classe, perché l’istinto lo guida anche bene. Fa tutto giusto, poi magari lo staccano perché avranno un po’ di energia in più, però raramente Remco sbaglia una decisione.

Non trovi che questa sua testardaggine nell’andare al Tour, visto anche il suo fisico più possente, sia voler alzare troppo l’asticella?

Va bene, è il mio preferito, però con questo non posso dire che va al Tour e lo vince. Secondo me ancora qualcosa gli manca. E’ chiaro che da uno come lui ci si può aspettare di tutto, miglioramenti anno dopo anno. Bisogna vedere, però in questo momento è chiaro che sarà ancora un po’ distante da Vingegaard e Pogacar.

E allora gli conviene incaponirsi su certi obiettivi o non farebbe meglio a puntare sulle classiche?

Ha senso che faccia il Tour e si prepari per quello, tanto le classiche le vince uguale. Nel ciclismo di oggi non devi stravolgere la preparazione per vincere una classica. Oggi comanda la prestazione universale. Basta raggiungere il tuo massimo e poi te ne servi nelle gare di un giorno e nelle gare a tappe. Prima invece si pensava di più a differenziare i due obiettivi, ma soprattutto per una questione mentale e di approccio. Si pensava che chi preparava il Giro oppure il Tour non potesse preparare il Giro delle Fiandre, ma era più una questione filosofica per cui non potevi fare tutto e quindi dovevi scegliere.

Dopo il Tour del 2024 chiuso al 3° posto, per Evenepoel arrivarono gli ori nella crono e su strada alle Olimpiadi di Parigi
Dopo il Tour del 2024 chiuso al 3° posto, per Evenepoel arrivarono gli ori nella crono e su strada alle Olimpiadi di Parigi
Però con quelli delle classiche si è sempre provato a fare la classifica senza grandi risultati. Basti pensare a Rebellin, a Bettini, a un certo Bartoli…

Io ci ho provato una volta sola, alla Vuelta del 1995 quando arrivai nono, e poi decisi di non farlo più. Se ricordate, ero quinto in classifica alla vigilia dell’ultima tappa di montagna, quando sospesero la gara per il maltempo. Io mi congelai e scivolai in undicesima posizione.

Come andò a finire?

Il penultimo giorno ci fu la crono, provai a riguadagnare qualche posizione e risalii al nono posto. E mi dissi: «Per un giorno, in un mese, mi sono giocato il podio». E così dissi basta con le gare a tappe. Però Remco, tanto più in questo momento storico del ciclismo, ci deve provare assolutamente.

A tanti sta sui nervi per gli atteggiamenti da calciatore, che soprattutto quando vinceva da junior colpirono i tifosi…

Credo che Remco sarebbe forte in qualunque sport e avrebbe sempre lo stesso atteggiamento. Di questo sono sempre stato convinto: è uno che atleticamente ha qualcosa in più. Ci sono degli sport in cui magari prevale la resistenza, altri in cui prevale l’esplosività e altri in cui serve la concentrazione come potrebbe essere per il tennis, dove magari perdi perché ti viene il braccino e non vinci. Però, comunque sia, è uno forte atleticamente.

Innsbruck 2018: dopo aver vinto i due titoli europei e 5 corse a tappe, fra cui il Lunigiana, Evenepoel vince così il mondiale juniores
Innsbruck 2018: dopo aver vinto i due titoli europei e 5 corse a tappe, fra cui il Lunigiana, Evenepoel vince così il mondiale juniores
C’è da dire che a parte questi atteggiamenti un po’ sbruffoni, si fa voler bene dai compagni e questo è importante…

A me quelli stronzi piacciono (scusate, ma non abbiamo trovato un sinonimo all’altezza, ndr). Più lo si è nello sport, meglio è. Forse l’unico è Messi che sta al suo posto, però in qualsiasi altro sport uno forte e anche bravo io non l’ho mai visto. Essere fatti così fa produrre più adrenalina e l’adrenalina è quell’ormone che ti permette di fare tutto. Si fa presto ad attaccare l’etichetta, magari è solo determinazione. Voi l’avete mai visto un grande campione che sia anche un bravo ragazzo?

Michele Bartoli Academy, Marina di Pietrasanta, febbraio 2026, ds Mirco Buti, Gabriele Cantini e Virginia Gelichi

Michele Bartoli Academy: si gioca, si sogna, si cresce

11.02.2026
6 min
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MARINA DI PIETRASANTA (Lucca) – I bimbetti vestiti di giallo e di nero, con il casco e gli occhiali Ekoi che fino ad ora i più piccoli non li… aveva mai vestiti, girano nell’anello attorno al campo di atletica. E’ la seconda domenica consecutiva che la Michele Bartoli Academy li raduna nell’impianto intitolato a Falcone e Borsellino vicino all’uscita di Versilia. La settimana scorsa hanno fatto dei test, prendendo il tempo su varie distanze e annotando tutto per ciascun ragazzo. Oggi si gira in gruppo e a tratti uno o due vanno in fuga con il diesse Mirco Buti e gli altri dietro che devono riprenderli, girando rapportini come in un frullatore, scortati da Gabriele e Virginia, ugualmente tecnici in bici.

«Mirco abbiamo dovuto corteggiarlo – sorride Alessandra Bartoli – Gabriele è stato uno dei più giovani direttori sportivi d’Italia, perché l’anno scorso aveva 19 anni e aveva già il patentino. Invece Virginia ha corso fino alle juniores e la vedi tanto dolce, ma quando decide di imporsi, diventa spietata».

Niente di casuale

La pioggia ha concesso una tregua. Una bimba di nome Sofia tiene in mano un cornetto alla Nutella grande quanto la sua faccia. Il babbo spiega ridendo che ha finito le barrette. E lei intanto ci tuffa dentro il volto, con il pollice conficcato al centro, dove la cioccolata sbuffa fuori abbondante. Suo fratello Brando, ci spiega Alessandra, è l’anima della squadra.

Fortuna ha voluto che si siano trovati fra coetanei molto in gamba, che si stimolano a vicenda e intanto diventano più forti. A questa età la bravura sta soprattuto nel sapersi muovere fra ostacoli e difficoltà, sviluppando la capacità di guida, ma dice Michele che alcuni di loro sono dei piccoli fenomeni anche nello stare in gruppo e prendere le posizioni.

Non c’è niente di casuale. Anche le posizioni in sella le hanno fatte sui rulli, consapevoli del fatto che a questa età i bambini crescono così rapidamente che una misura potrebbe non andare più bene da oggi a domani.

Un progetto, non una squadra

Michele ha appena finito di parlare con un bambino e sua madre. Da quest’anno ha smesso di collaborare con la Bahrain Victorious e, quando si avvicina, ha gli occhi che brillano come dopo il primo Fiandre. Qui però la vittoria è vederli tutti insieme, coinvolti in un progetto in cui lui crede da matti.

«Non vuole essere la classica squadra di ciclismo – spiega Bartoli – ma insegniamo tutto quello in cui crediamo. Il valore della nutrizione, che per i bambini significa mangiare in modo sano. Il riposo, il recupero, la conoscenza del ciclismo e poi chiaramente anche le gare e l’abilità. Sono bambini. C’è spazio per il gioco, per andare a giocare a pallone sulla spiaggia e fare una girata sul lungomare di Forte dei Marmi. Avere due direttori sportivi di vent’anni riduce le distanze».

Michele Bartoli si è lanciato nella Academy con un entusiasmo nuovo. Qui è con il nipote Ettore
Michele Bartoli si è lanciato nella Academy con un entusiasmo nuovo. Qui è con il nipote Ettore
Michele Bartoli si è lanciato nella Academy con un entusiasmo nuovo. Qui è con il nipote Ettore
Michele Bartoli si è lanciato nella Academy con un entusiasmo nuovo. Qui è con il nipote Ettore

Si parte dai giovanissimi

La presentazione ufficiale ci sarà domenica 8 marzo a Ponsacco, ma questi kit così belli realizzati da Veloplus hanno cominciato a fare capolino già lo scorso anno.

Quando nell’estate si sparse la voce che dal 2026 Michele avrebbe lanciato la sua Academy, qualcuno in altre società iniziò a fare giochi strani. Qualche bimbo in predicato di cambiare maglia si è ritrovato fuori squadra. Altri hanno subito pressioni perché l’anno successivo non passassero con Bartoli, altrimenti potevano ritenersi liberi da subito. E così Alessandra e Michele si sono rimboccati le maniche, hanno comprato un furgone prima del tempo e hanno mosso i primi passi.

«Siamo partiti con i giovanissimi – prosegue Bartoli – e vogliamo accompagnarli nel cammino fino alle categorie più grandi. Ogni anno vorremmo inserirne una nuova, siamo già pronti per gli esordienti nel 2027. Abbiamo sponsor per i prossimi tre anni e con altri stiamo trattando. E’ una Academy come quelle del calcio, dove si parte da bambini e si arriva alle categorie internazionali. Stiamo costruendo un gruppo di tecnici, accompagnatori e collaboratori che sanno e che vogliono insegnare. Siamo contenti».

Fra gambe e carattere

Quando c’è da fare la gimkana con le prove di abilità in cui debutteranno ai primi di marzo a Siena, in occasione della Strade Bianche, Mirco sale in cattedra. Sistema i coni a terra, spiega come si prende la pallina e poi li osserva uno dopo l’altro mentre si cimentano con il percorso.

«Nelle valutazioni che facciamo con i tecnici – spiega Bartoli – c’è anche tanta componente psicologica. Vogliamo che stiano bene in gruppo, che si sentano accolti e a loro agio. Per le prestazioni ci sarà tempo più avanti. Hanno il diritto di crescere con calma. Abbiamo le nostre riunioni settimanali. Nei mesi scorsi sono stati in palestra, oggi imparano la guidabilità. Ritroveranno queste gimkane anche nei meeting nazionali per migliorare le loro abilità. Quello che impari oggi ti viene buono quando sarai nel grande ciclismo».

Ogni gesto parla di futuro, anche il semplice darsi appuntamento a mercoledì quando andranno in mountain bike. L’idea è appena sbocciata. Il sogno quasi inconfessabile parla di un progetto destinato ad arrivare molto in alto ed è bello che un campione si impegni per restituire al ciclismo quel che ha ricevuto. Lo sta facendo sotto voce, ma in maniera concreta. Se sono rose, vedrete che fioriranno.

Secondo Grande Giro? Per Bartoli conta più la testa che i numeri

18.08.2025
4 min
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Si avvicina la Vuelta e sempre più corridori di conseguenza si apprestano ad affrontare il secondo Grande Giro stagionale. Per la maggior parte si tratta di Giro d’Italia e Vuelta, ma per alcuni anche di Tour de France e Vuelta. C’è chi si è mostrato già in buona condizione, come Giulio Pellizzari, e chi invece sta cercando di recuperare al meglio, come Jonas Vingegaard.

Recuperare, stare al meglio: quali sono i parametri fisici che variano tra il primo e il secondo Grande Giro? Che differenze ci sono tra chi ha corso prima in Italia e poi in Spagna e chi in Francia e poi in Spagna? Ne abbiamo parlato con il coach Michele Bartoli.

Michele Bartoli, pro’ dal 1992 al 2004, oggi è un preparatore di primo ordine e ama tenersi in forma (immagine Instagram)
Michele Bartoli, pro’ dal 1992 al 2004, oggi è un preparatore di primo ordine e ama tenersi in forma (immagine Instagram)
Quali parametri, variano tra i due Grandi Giri, Michele? E cosa guarda il preparatore?

In primis contano le qualità dell’atleta. Puoi essere un bravo allenatore, ma se il corridore non è capace di recuperare e di riallenarsi, nel mese che passa fra un Grande Giro e l’altro, il castello crolla. Se invece hai un atleta reattivo, che in una settimana-dieci giorni recupera fisicamente, allora può ripartire subito con i lavori aerobici, magari un po’ di interval training VO2 Max appena prima del secondo Grande Giro, per riattivare tutti gli aspetti metabolici.

E se invece all’atleta servono più di 10 giorni di recupero?

In quel caso i tempi di ripresa sono più stretti e tutto diventa più difficile. Questo vale soprattutto se parliamo di Tour e Vuelta. Invece se parliamo di Giro e Vuelta, alla fine la preparazione rimane simile a quella del Giro. Dopo il Giro d’Italia c’è più tempo per scaricare e riprendere: la differenza non è fisica, semmai mentale, perché affrontare due Giri nello stesso anno pesa soprattutto sulla testa.

Dal punto di vista fisico, cosa può cambiare nel secondo Grande Giro? Magari si arriva un filo più magri? O al contrario svuotati dal caldo?

No, oggi più che mai i valori sono quelli. Semmai parliamo di differenze minime in più o in meno. Ho atleti che fanno Giro e Vuelta e si presentano allo stesso livello di peso e condizione. Nel secondo Grande Giro subentra soprattutto il fattore mentale, la capacità di sopportare la fatica. Perché è sempre il secondo Grande Giro in un anno, e questo pesa.

Antonio Tiberi e Damiano Caruso: dopo il Giro ecco la Vuelta. Il primo ci arriva dal Polonia, il secondo da Burgos
Antonio Tiberi e Damiano Caruso: dopo il Giro ecco la Vuelta. Il primo ci arriva dal Polonia, il secondo da Burgos
E a livello strettamente fisiologico?

Oggi praticamente nulla. Lavoro molto a stretto contatto con il nutrizionista e da quel punto di vista gli equilibri cambiano poco. Una volta sì, perché non c’erano tutte queste informazioni, metodi di misurazione, software. Oggi invece si gioca a carte scoperte, con tanti strumenti che permettono di monitorare bene l’atleta. Certo, ci vuole la bravura di allenatore e nutrizionista, non è semplice, ma se conosci bene i tuoi corridori, due Grandi Giri a grande distanza non sono un problema.

Quindi il problema principale è tra Tour e Vuelta?

Esatto. In quel caso le tempistiche sono molto ridotte e il margine di errore è minimo: un imprevisto si paga. Per questo chi esce male dal primo, se ha in programma il secondo, spesso conviene che tiri una riga e si concentri direttamente sulla seconda corsa. Finire un Grande Giro non sempre è utile, se il rendimento è compromesso: meglio fermarsi prima, se si può, e ripartire.

C’è differenza tra un atleta giovane e uno esperto nel fare il secondo Grande Giro?

Preferisco l’esperto, perché sa dare feedback migliori e riduce il rischio di errori. Ma oggi, con il supporto dei dati, anche un giovane può gestirsi bene. L’importante è che sia motivato. Se invece manca la voglia di fare sacrifici, la testa diventa un problema serio.

Senza di fatto aver corso il Tour (si è ritirato dopo appena 100 km), Ganna sarà alla Vuelta per correre almeno un Grande Giro
Senza di fatto aver corso il Tour (si è ritirato dopo appena 100 km), Ganna sarà alla Vuelta per correre almeno un Grande Giro
E per chi non fa alcun Grande Giro?

Per un giovane il danno è maggiore, perché un Grande Giro aiuta a raggiungere un equilibrio atletico solido. Non farlo è un’occasione persa di crescita. Diverso per un atleta esperto come Damiano Caruso, che ha già un fisico assodato: un anno senza Grande Giro non gli cambia molto, anzi può guadagnare freschezza. Per il giovane invece pesa di più, anche se comunque si lavora tanto in allenamento e non è un disastro.

Dopo una Vuelta, la preparazione invernale riparte da una base migliore?

Sì, sicuramente la base di partenza è più alta e più solida. Su questo sono d’accordo: è un vantaggio.

E’ più difficile preparare Giro e Tour o Tour e Vuelta?

Credo sia più difficile Giro e Tour, perché il Tour è il più duro e viene come secondo Grande Giro. La Vuelta, pur essendo esigente, ha tappe più regolari, meno stress e strade più ampie.

Nasce la MB Academy: con Bartoli dai giovanissimi agli juniores

11.06.2025
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Dopo essere stato corridore e campione, Michele Bartoli ha intrapreso con identico successo la carriera del preparatore. I suoi corridori ottengono grandi risultati, ma già da qualche tempo il toscano si è accorto che le cose stanno cambiando e non necessariamente in meglio. Il rapporto con gli atleti è filtrato da procedure che rendono tutto complicato e così alla fine, complice il suo amore per il ciclismo, Michele ha deciso di ricominciare da capo. Intendiamoci, il lavoro di preparatore rimane, ma parallelamente dal 2026 nascerà una academy col suo nome: MB Academy. Michele Bartoli Academy. Partiranno dai giovanissimi e li porteranno fino agli juniores, la prima categoria internazionale, e si valuterà poi se salire un altro scalino.

«Avevamo fatto una specie di prova con il ciclocross – spiega – ed era carino, vedevi i bimbi soddisfatti. Abbiamo chiuso perché facendo solo cross, era un problema prendere ragazzini che volessero fare anche strada e insieme le altre squadre facevano fatica a mandarci i loro atleti. Ma voglio provare ancora. Un lavoro ce l’ho ed è quello del preparatore, però bisogna fare anche qualcosa che ti dia soddisfazione, un po’ di trasporto. Mi piace quello che faccio, quando vince un mio corridore è come se vincessi io. Però l’academy è tutta un’altra cosa, è difficile spiegarlo. Come si dice in Toscana: mi garba. E allora se vediamo se riusciamo a far vivere qualche bella esperienza a dei piccoli ciclisti, dato che abbiamo un budget interessante che ci copre già per i primi anni…».

Michele Bartoli
Michele Bartoli, classe 1970, è stato pro’ dal 1993 al 2004, vincendo classiche Monumento e Coppe del mondo
Michele Bartoli
Michele Bartoli, classe 1970, è stato pro’ dal 1993 al 2004, vincendo classiche Monumento e Coppe del mondo
Qual è l’obiettivo?

Mi piace insegnare e lavorare bene. Non fare le cose esasperate, chiaramente. Partire con i giovanissimi e arrivare fino agli juniores nel giro di due o tre anni e poi magari riflettere se sia o meno il caso di andare oltre. Abbiamo coinvolto le aziende giuste per fare eventualmente qualcosa di più grande dopo. Per noi è una partenza, ma anche per queste aziende è lo stesso.

Da cosa nasce quest’idea?

Dalla voglia di fare le cose come si dovrebbero. Dobbiamo insegnare alle famiglie il modo giusto per far diventare i loro figli degli atleti. Ai professionisti insegniamo a vincere, ma è chiaro che ogni età ha il suo insegnamento e da giovanissimi si deve puntare all’aspetto ludico. Quando sei esordiente, inserisci qualcosa di specifico. Quando sei allievo aggiungi altro e ancora di più negli juniores, che è la prima categoria internazionale. I genitori che fanno un passo del genere devono avere fiducia in noi. Perché noi cerchiamo di dargli la garanzia che se il ragazzino per un qualsiasi motivo non va bene, l’anno dopo è comunque con noi e lo portiamo alla categoria successiva. Se non trova la squadra, ce l’abbiamo noi la squadra.

Pensi ci sia già la paura di rimanere a piedi nelle categorie giovanili?

Mio fratello frequenta l’ambiente e mi dice che ci sono tanti ragazzini nei giovanissimi e negli esordienti che hanno paura di non trovare squadra l’anno successivo. E’ quello che noi vorremmo evitare, in modo da lavorare nel modo giusto. Poi ovviamente c’è il ragazzino più interessante e quello meno, però comunque lavori sempre con lo stesso sistema.

La Michele Bartoli Academy del cross è stata per un anno il progetto pilota della realtà che debutterà dal 2026
La Michele Bartoli Academy del cross è stata per un anno il progetto pilota della realtà che debutterà dal 2026
Perché non partire subito con una squadra di juniores?

Una delle aziende che ci sostiene me lo ha chiesto: perché non facciamo subito una categoria internazionale? A loro interesserebbe, lo hanno detto chiaramente, ma vogliamo portare negli juniores i ragazzini che abbiamo cresciuto. Un po’ come nelle giovanili di una squadra di calcio. Lì fanno la prima scrematura a sei anni, noi magari stiamo più alti, però l’idea è di prendere i bambini per farli crescere e inserirli ogni volta nella categoria successiva. Ovviamente non potremo avere 30 ragazzi per fascia di età, ci daremo un numero limite per poterli seguire bene. E non vogliamo necessariamente andare a prendere il più forte, altrimenti si torna alla filosofia di fare le cose esasperate che vorremmo evitare. Non è per nulla difficile far vincere i ragazzini…

Come si fa?

Li alleni tre volte tanto e vedi come vanno, ma poi? Non vogliamo fare dei salti senza che ci siano dietro una filosofia e anche un’etica. Voglio portare agli allievi quelli che abbiamo avuto nei settori giovanili. Potrà capitare l’eccezione di una famiglia che ha già un figlio che corre e vuole sposare la nostra causa. Potremmo anche prenderlo, ma vogliamo anche dare linearità al progetto. Partire dai giovanissimi e insieme gli esordienti, poi gli allievi e da ultimo gli juniores.

Che cosa metterete a disposizione di questi ragazzi?

Più assistenza possibile, anche in termini di sicurezza. Ora siamo anche in contatto con il Comune di Vicopisano che ci sta aiutando in un modo incredibile. Hanno individuato delle strade già un po’ predisposte, dove c’è poco traffico, che chiuderanno per 3-4 volte a settimana, per un’ora e mezza ogni volta, in modo da far allenare i giovanissimi. Siamo già stati a vedere e ci hanno chiesto di mandargli le foto delle eventuali buche perché manderanno ad asfaltare. E’ un aiuto importante, che garantisce alle famiglie la possibilità di allenarsi in un circuito chiuso e ben asfaltato, tutto è una bella cosa.

Mauro Bartoli, a sinistra è il fratello di Michele. Al centro suo figlio Danilo, corridore in erba e di buona sostanza
Mauro Bartoli, a sinistra è il fratello di Michele. Al centro suo figlio Danilo, corridore in erba e di buona sostanza
Parli al plurale, chi c’è dietro la tua academy?

Mia moglie, mio fratello e un amico che era mio tifoso e ha avuto esperienza in Federazione. Per ora siamo quattro persone, però abbiamo già individuato due direttori sportivi stimati dall’ambiente e abbiamo già preso il personale che accompagnerà i bambini. Ogni volta che sono con noi devono avere la miglior assistenza possibile. I due direttori sportivi sono un ragazzo di 18 anni e vi dico che non è facile trovarne uno così giovane e con tanta passione da venire la domenica alle gare anziché andare con gli amici. E poi un altro che ha meno di 40 anni. Correva in bici anche lui e ora corre suo figlio, ma è già più grande. Il progetto è piaciuto a entrambi e hanno accettato, anche perché sarà per entrambi l’occasione per crescere.

Con quali bici correrete?

Trovare chi faccia le bici da bambino è stata la cosa più complicata. I mezzi li abbiamo comprati, ma le bici? Ho sentito con Pinarello. Ho cercato anche da Decathlon, ma alla fine abbiamo scelto di lavorare con Vicini, in Romagna. Ho recuperato il numero, abbiamo parlato e mi hanno detto di sì.

Quale sarà il tuo ruolo?

Ci saranno dei momenti in cui parleremo, altri in cui pedaleremo insieme. Darò anche qualche consiglio per gli allenamenti e all’inizio faremo tante gimkane per abituarli alla guida. A quell’età non c’è solo l’allenamento vero e proprio, che è limitato fra 3 e 10 chilometri. Vogliamo insegnargli ad andare bene in bici, ad avere padronanza del mezzo. Sfrutteranno quelle strade chiuse, facendo tutto in sicurezza. Se poi su quello stesso percorso vorranno venire a girare anche altre squadre, nessun divieto: non ci sono le sbarre. Il ciclismo è di tutti!

Il riposo prima della crono: la ricetta di Bartoli per Tiberi

19.05.2025
4 min
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Ce ne aveva parlato Damiano Caruso qualche settimana fa dell’importanza del giorno di riposo all’alba della crono di Pisa. «Avere una prova contro il tempo dopo una giornata di riposo non è semplice – ci aveva detto il siciliano – gli uomini di classifica dovranno gestire al meglio la pausa per non arrivare con le gambe imballate e perdere tempo».

Il Giro d’Italia è lungo e pieno di insidie e spesso queste si nascondono nei momenti più inaspettati. Avere una giornata di stacco può essere utile per la mente, ma un tranello per le gambe. Incuriositi dalla gestione di questo momento particolare, siamo andati direttamente da Michele Bartoli. Il toscano, che a Lucca è di casa, è il preparatore di Tiberi e Caruso, tra gli altri. I due italiani della Bahrain Victorious al momento sono entrambi in classifica e proprio la crono di domani farà da spartiacque. Dopo la tappa di Siena (foto di apertura), il ciociaro al momento si trova in terza posizione a 17″ da Ayuso e 1’30” da Del Toro.

Nell’unico arrivo in salita Tiberi si è fatto trovare pronto, ma il Giro deve ancora prendere forma
Nell’unico arrivo in salita Tiberi si è fatto trovare pronto, ma il Giro deve ancora prendere forma
Entriamo subito nel dettaglio, come si gestisce la giornata di oggi per Tiberi?

Il riposo completo è sempre sconsigliato. Meglio fare un’uscita in bici e restare attivi. Se ci si ferma dopo dieci tappe il rischio è di fare come quando una macchina sbatte contro un guardrail, ovvero che si distrugga tutto. In questo caso parliamo del lavoro fatto.

Spiegaci meglio…

Il fisico degli atleti durante il Giro è abituato a certi ritmi e determinati sforzi. Fermarsi completamente vorrebbe dire arrestare un processo e cambiare di colpo il metabolismo. Di base non contemplo l’idea di non fare nulla, il mio concetto di “riposo attivo” vuol dire comunque prendere la bici.

Nel giorno degli sterrati Tiberi ha guadagnato 7″ su Ayuso e 1′ e 22″ su Roglic, un bottino importante in vista della cronometro di domani
Nel giorno degli sterrati Tiberi ha guadagnato 7″ su Ayuso e 1′ e 22″ su Roglic, un bottino importante in vista della cronometro di domani
Cosa si deve fare?

A mio avviso c’è da inserire una buona pedalata con qualche lavoro, come la produzione di lattato e altre piccole cose. Con Antonio (Tiberi, ndr) parliamo di pedalare un paio d’ore, anche due ore e mezza, e nell’uscita inseriamo qualche attivazione in salita.

Il rischio è di non avere una prestazione all’altezza?

Se un corridore potenzialmente ha nelle gambe una cronometro da 400 watt medi e la conclude a 380 watt è un problema. Per come la vedo io questa è anche la prima crono vera del Giro, quella di Tirana era atipica ed è emerso chi ha avuto voglia di rischiare un po’ di più.

La crono di Tirana ha lasciato poco spazio al motore degli specialisti
La crono di Tirana ha lasciato poco spazio al motore degli specialisti
Quindi il giorno di riposo diventa un’altra tappa?

In un certo senso sì. Non per gli sforzi in bici ma per la routine: colazione, bici, massaggi e certamente una parte di recupero. Il Giro fino a ora non è stato estremamente impegnativo, quindi oggi Tiberi farà la sua classica uscita di attivazione con un po’ di lavoro in Z3. Starà in bici tra le due ore e le due ore e trenta.

Che idea ti sei fatto per questa cronometro, pensi sia adatta a Tiberi?

E’ un percorso molto dritto, quindi la sua buona aerodinamicità può sicuramente essere sfruttata al meglio. Poi c’è una salita praticamente impercettibile, all’uno o 2 per cento. Lì ci sarà da spingere e Tiberi è molto bravo anche sotto quell’aspetto. La discesa è breve, brevissima, con quattro curve da fare in velocità. Concede un breve respiro e poi ci si rimette sul rettilineo e si spinge ancora. E’ sicuramente una cronometro da specialisti che può scavare dei grandi distacchi, per questo è importante arrivare pronti.

Ritiro al Tour of the Alps. Il piano B di Tiberi e Bartoli

25.04.2025
3 min
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Il secondo giorno al Tour of the Alps, a margine della vittoria di Storer si è registrato il ritiro di Antonio Tiberi per problemi allo stomaco. La squadra sta ancora aspettando l’esito delle analisi, tuttavia il dato da tenere sotto osservazione è che il corridore italiano, che da mesi è in rotta sul Giro, ha perso una settimana di importante lavoro di rifinitura. In che modo questo influirà sulla sua prestazione nella corsa di casa?

Lo abbiamo chiesto al suo preparatore Michele Bartoli, che lo ha seguito per il lavoro in altura delle settimane scorse, apprezzando anche l’ottima condizione di Damiano Caruso, che al Giro ne sarà nuovamente l’angelo custode.

Caruso e Tiberi, coppia forte della Bahrain Victorious verso il Giro. Il siciliano al momento è 6° in classifica
Caruso e Tiberi, coppia forte della Bahrain Victorious verso il Giro. Il siciliano al momento è 6° in classifica
Il 2025 di Tiberi è vissuto su Algarve, Tirreno-Adriatico e la prima tappa al Tour of the Alps. In che modo questo può influire sul rendimento al Giro?

Chiaro che per la prima settimana, un minimo di importanza ce l’ha. Mentre per il Giro in generale, la situazione non mi preoccupa. Certo, Antonio ha corso poco, quindi magari una cosa in meno potrebbe incidere. Eravamo andati a fare il Tour of the Alps perché sapevamo che ci avrebbe fatto bene. Vedremo nei prossimi giorni quello che sarà in grado di fare e come lavorerà.

Fino al momento del ritiro, come stavano andando le cose?

Bene, bene. E’ stato in altura con Damiano, che sta andando forte: era da tempo che non si vedeva un Caruso così.

Al Giro ci si può permettere di crescere con i giorni o servirà essere subito pronti?

La cronometro il secondo giorno rende necessario arrivarci bene, ma è un Giro impegnativo sino alla fine. Per cui potrebbe mancare il lavoro della corsa saltata, ma aspettiamo di vedere se va tutto bene e poi gli faremo fare un mezzo Tour of the Alps a casa. Faremo simulazione di gara, ma prima bisogna che stia bene. Oggi (ieri, ndr) è stato ancora fermo in attesa degli esami. Domani (oggi, ndr) spero possa ripartire a pedalare, magari inizialmente con un girettino. Non puoi chiamarlo allenamento, ma nel giro di un paio di giorni avremo i risultati delle analisi e a quel punto potremo iniziare a fare sul serio.

Prima del Tour of the Alps, Tiberi aveva corso la Tirreno, finendo terzo dietro Ayuso e Ganna
Prima del Tour of the Alps, Tiberi aveva corso la Tirreno, finendo terzo dietro Ayuso e Ganna
Su cosa ha lavorato in altura?

E’ stata una preparazione mirata a un Grande Giro. Quindi tanto dislivello e tanto lavoro aerobico. Poi è chiaro, la percentuale dei lavori cambia un po’. Prima magari per le gare di un giorno, si fa un po’ più di lavoro anaerobico. Per i Grandi Giri è diverso, ma Antonio ha lavorato con i giusti criteri ed è riuscito a farlo.

Trovi differenze fra il Tiberi di oggi e quello dello scorso Giro?

E’ cresciuto fisicamente e anche come consapevolezza. Parte da un livello di sicurezza diverso e già quello ti aiuta tanto anche a migliorare la prestazione. Perciò aspettiamo l’esito delle analisi e poi vedremo il modo migliore per riprendere il terreno perduto.

Cauberg, Muro d’Huy e Redoute, Bartoli spiega (e racconta)

20.04.2025
9 min
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Archiviate le corse di pavé e muri, si passa a quelle delle cotes. La Freccia del Brabante ha fatto da ponte, ma da oggi in poi con l’Amstel Gold Race si entra nel regno delle Ardenne. Salite un po’ più lunghe, ma comunque esplosive, di quelle in cui lo spettacolo viene quasi da sé… e in questa era di fenomeni non ne parliamo! Invece delle cotes e di queste strade ardennesi, ne parliamo eccome. E lo facciamo con un campione che lassù non si è solo fatto valere, ma più di qualche volta è stato dominatore: Michele Bartoli.

Con il toscano si parla delle salite simbolo delle tre classiche che mancano per chiudere la campagna del Nord: il Cauberg dell’Amstel, il Muro d’Huy della Freccia Vallone e la Redoute della Liegi-Bastogne-Liegi.

L’imbocco del Cauberg, siamo a Valkenburg, cittadina nel sud dell’Olanda non lontana da Liegi
L’imbocco del Cauberg, siamo a Valkenburg, cittadina nel sud dell’Olanda non lontana da Liegi

Il Cauberg

Il Cauberg è la rampa di lancio quasi sempre decisiva dell’Amstel Gold Race e simbolo, forse, di un’intera terra: Valkenburg. Qui si sono scritte anche pagine iridate e sempre qui andò in scena il famoso “ammutinamento” di Bartali e Coppi che, al mondiale del 1948, per controllarsi a vicenda arrivarono staccatissimi nelle retrovie. I due rimediarono una sonora squalifica da parte dell’allora UVI, antesignana della FCI. Ma torniamo ai nostri tempi e cediamo la parola a Bartoli.

Michele, partiamo dal Cauberg…

In effetti è un simbolo di una zona e non solo di una corsa, come per noi toscani il Monte Serra!

Puoi descriverci la salita?

E’ una salita con buone pendenze ed esplosiva. In realtà non possiamo neanche chiamarla salita, perché le salite vere sono quelle dove serve essere scalatori. No, qui parliamo di un’altra tipologia: strappi, cotes, chiamateli come volete, dove bisogna essere atleti veloci, esplosivi e anche potenti. E’ una salita particolare, più vicina al Fiandre. Per fare un esempio: è più adatta a Van der Poel che a Vingegaard. Non ho detto Pogacar perché per lui vanno bene tutte!

La strada com’è?

E’ molto ampia e la pendenza è abbastanza regolare: nel tratto duro sta attorno al 12 per cento. In tutto dura poco più di un chilometro e poi inizia un lungo falsopiano dove si troverà l’arrivo dell’Amstel. E’ selettiva, perché fatta nel finale riesce a fare la differenza. Tutti tengono duro nel primo tratto per non rimanere staccati, però poi, se inizia a mancarti la gamba, la velocità nel punto dove spiana può essere molto differente tra chi ne ha e chi no.

E a livello di ambiente?

E’ la salita dove c’è più presenza di tifosi all’Amstel: tantissimi. C’è un gran tifo quando si passa dentro Valkenburg e si inizia a salire.

Quando l’hai fatta tu, con che rapporti si affrontava?

Se programmavi un attacco, potevi farla anche con il 53 da sotto: all’epoca 53×19 o 21. Dietro si iniziava già a usare il 23, anche il 25. Adesso con il 54 e le scale posteriori che arrivano al 34 non hai problemi. In una corsa come l’Amstel, il 54 se vuoi non lo togli mai.

Qual è il tuo ricordo del Cauberg?

Che l’aspettavo… molte volte con ansia! Era l’ultimo trampolino di lancio per fare una selezione definitiva. Quindi lo vivevi con uno stato d’animo di attesa vera.

C’era un punto preciso dove attaccare o si seguiva l’andamento della corsa?

Vedevi un po’ gli avversari, come si muovevano. Magari se notavi qualcuno in difficoltà potevi decidere di anticipare. Altrimenti, se c’erano squadre che tiravano, aspettavi il finale. Sono salite brevi in cui devi decidere al momento, in base al comportamento del gruppo, a meno che non si prepari un attacco con tutta la squadra. Ai miei tempi, invece, se avevi un compagno nel primo gruppetto era già un lusso. Cercavi di usarlo in modo diverso, non per una tirata di 200 metri. Invece oggi, se prepari un attacco, puoi farlo in grande stile anche sul Cauberg.

L’azione di Pogacar sul Muro d’Huy nel 2023. Siamo all’uscita dei tornanti, dove si supera per qualche metro il 25 per cento di pendenza
L’azione di Pogacar sul Muro d’Huy nel 2023. Siamo all’uscita dei tornanti, dove si supera per qualche metro il 25 per cento di pendenza

Il Muro d’Huy

Passiamo al Muro d’Huy. Una vera icona. Nella Freccia Vallone si affronta per tre volte e ognuna è una bolgia, uno stadio a cielo aperto. Introdotto nel 1982 (quando vinse Mario Beccia), è diventato il punto d’arrivo della corsa dal 1985. Da allora, gli italiani hanno vinto 11 volte. Bartoli alzò le mani nel 1999.

Michele, eccoci dunque al Muro d’Huy. Ulissi ci ha detto che quando si sale si vive il pubblico, ne puoi sentire l’odore…

In generale devo dire che la Freccia Vallone mi è sempre piaciuta tantissimo. L’ho sempre cercata, in tutti i modi. Sì, Ulissi ha fatto una descrizione giusta. Il Muro d’Huy ti dà sempre i brividi, dalla prima all’ultima volta. E rispetto ad altre salite simbolo, penso al Grammont o al Poggio, è l’unica con l’arrivo in cima.

Come prima: descrivici la salita. Si pensa sempre alla “S” dura, ma anche prima non regala niente…

Inizia a salire sin dall’abitato di Huy e già dal chilometro finale, quando si svolta a destra e si entra nel muro vero e proprio, capisci come andrà a finire. Se senti che la gamba non risponde, è bene cambiare tattica e giocare in difesa.

Lì è importante avere un compagno di squadra che ti porta su, o essere già in posizione giusta ma coperto, giusto?

E’ importante, perché quando svolti a destra, se sei anche solo un po’ indietro, spendi energie per tornare davanti. E se in quel momento accelerano, ti manca quell’attimo per respirare. Avere un compagno è l’ideale, ma se non ce l’hai devi comunque stare davanti. Anche perché nel chilometro finale la strada diventa molto stretta.

Chiaro…

E’ molto ripida, siamo oltre il 20 per cento. Però si gestisce. Io cercavo sempre il feeling giusto, risparmiando fino alla S, perché l’attacco da lì in poi “viene da solo”. A quel punto, se hai la gamba, dai tutto fino a dove spiana. Lì capivi se i pochi rimasti andavano in difficoltà. A me piaceva guardare in faccia l’avversario: capire se stava accusando.

In quel tratto finale (tra il 9 e il 6 per cento) si riesce a mettere la corona grande?

No, è improponibile. Lavori dietro con i rapporti.

La Redoute. Qui termina (oggi) questa cotes. I corridori svoltano a destra con una curva a gomito
La Redoute. Qui termina (oggi) questa cotes. I corridori svoltano a destra con una curva a gomito

La Redoute

E veniamo infine alla Redoute, perla della Liegi-Bastogne-Liegi. Siamo “a casa” di Philippe Gilbert, nell’immenso spiazzo dei camper che si radunano alla base, e qualcuno anche lungo la salita, sin dal giovedì dopo la Freccia per gustarsi le ricognizioni.
La Redoute si affronta una sola volta. Quest’anno arriva al chilometro 218, cioè a 34 dalla fine.

Michele, chiudiamo con la Redoute. Rispetto ai tuoi tempi è cambiata: ora in cima al tratto duro si svolta a destra e si scende. Una volta c’era un falsopiano…

La Redoute aveva perso un po’ d’interesse con l’inserimento della Cote de la Roche aux Faucons. Ma adesso, con questi campioni, è tornata in auge. Di certo è cambiata tatticamente. Resta un trampolino di lancio dove misuri l’avversario o decidi di scatenare qualcosa. Per me la gara iniziava sulla Redoute. Lì capivi chi stava bene e chi no. Se era il caso di fare un attacco decisivo.

Come si prende? All’imbocco la strada è stretta, c’è quel dedalo di curve nel paesino…

E’ un bel problema prenderla bene, perché si viene da una discesa ampia che ti fa organizzare male la squadra. Ti passano da tutte le parti. Io lì usavo molto i compagni per stare davanti e dettare il ritmo.

Della salita vera e propria cosa ci dici?

E’ dura davvero. Ti toglie energie. Man mano che sali senti che le sensazioni cambiano, forse per la tensione accumulata. Non è il Mortirolo, ma quando arrivi in cima sei esausto: è un continuo aumentare della pendenza.

Tu dove attaccavi?

Ai 500-600 metri dal termine del tratto duro. Ma sono metri lunghissimi, non passano mai. Hai la percezione che il tempo rallenti: «Ora ci arrivo, ora ci arrivo»… ma non ci arrivi mai!

Sulla Redoute c’è sempre tanta gente. Che atmosfera si percepisce?

Durante la ricognizione, almeno per me, era sempre un test. Capire se era l’anno giusto, se avevi la gamba. Era quasi come una gara. Il tifo si percepisce, anche se sei concentrato. E’ un tratto talmente particolare che riesci a renderti conto di quanto ti urlano.

E questo contribuisce a rendere il momento importante?

Se sei tu a dettare il ritmo sì. Altrimenti, se subisci, il caos ti dà fastidio. Almeno, per me era così.

Abbiamo detto che non c’è più il falsopiano dopo il tratto duro: ti piace di più la vecchia versione o la nuova?

Tatticamente, la vecchia era meglio. Anch’io la vera differenza la facevo sul falsopiano. Ora, se non riesci a mettere in difficoltà gli avversari nel segmento duro è finita. La Redoute è passata. Prima, invece, avevi un “secondo round”.