Milano-Sanremo 2026, Tadej Pogacar, Tom Pidcock

EDITORIALE / La vittoria più sofferta ha cambiato la prospettiva

23.03.2026
5 min
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Quale valore ebbe nella storia del Giro d’Italia la vittoria nel 1930 di Luigi Marchisio, ventun anni, il più giovane vincitore della maglia rosa, almeno fino all’arrivo nel 1940 dell’altro piemontese Fausto Coppi?

Sarebbe certo interessante poterlo chiedere all’allora direttore della Gazzetta dello Sport (Emilio Colombo) e al fondatore della Legnano (Emilio Bozzi), che alla vigilia della 18ª edizione della corsa si sentì chiedere proprio da Colombo di lasciare a casa il suo capitano Alfredo Binda.

Binda vinse 5 Giri, 3 mondiali, 4 Lombardia, 2 Sanremo: come valutare la sua fatica?
Binda vinse 5 Giri, 3 mondiali, 4 Lombardia, 2 Sanremo: nel 1930, dopo la terza vittoria consecutiva, fu escluso dal Giro per manifesta superiorità
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Il cannibale Binda

Il campione di Cittiglio aveva dominato quattro edizioni – nel 1925 e poi consecutivamente dal 1927 al 1929 – e i corridori e le squadre avversarie avevano iniziato a fare pressioni sul giornale organizzatore affinché Binda non venisse invitato. Fra gli argomenti portati da Colombo al commendator Bozzi, c’era che quel modo di correre e di vincere senza lasciare neppure le briciole agli avversari non rendesse una grande pubblicità alla sua marca. Dopo il 1925 in cui vinse soltanto una tappa e la classifica finale dovendo vedersela con Girardengo, Binda vinse 12 tappe su 15 nel 1927, 7 su 12 nel 1928, 8 su 14 nel 1929.

Bozzi prese atto e incredibilmente accettò. E quando Binda andò personalmente a chiedere spiegazioni, Colombo gli disse che sul piano sportivo aveva ragione e per questo gli offrì un indennizzo di 22.500 lire. Tale era infatti la somma in palio per la vittoria del Giro d’Italia. Il campione, che di lì a poco avrebbe conquistato la seconda maglia iridata, fece buon viso a cattivo gioco. Prese quei soldi e nelle tre settimane senza il Giro, se ne andò a cumulare ingaggi all’estero, raddoppiando – dicono – quella cifra. E la vittoria di quel Giro orfano di Binda se la prese, appunto, Marchisio. Quale valore ebbe nella storia del Giro d’Italia quel trionfo ottenuto perché il vincitore annunciato fu pagato per restare a casa?

Per ottenere la vittoria, a Van der Poel è mancato qualcosa in salita, Pidcock era lì, ma ha perso la Sanremo in discesa e in volata
A Van der Poel è mancato qualcosa in salita, Pidcock era lì, ma ha perso la Sanremo in discesa e in volata
Per ottenere la vittoria, a Van der Poel è mancato qualcosa in salita, Pidcock era lì, ma ha perso la Sanremo in discesa e in volata
A Van der Poel è mancato qualcosa in salita, Pidcock era lì, ma ha perso la Sanremo in discesa e in volata

La rivelazione di Sanremo

Fino alla Strade Bianche, sia pure scherzando, avremmo condiviso l’idea che qualcuno proponesse una soluzione del genere a Gianetti. Ovviamente Mauro non avrebbe accettato né si capisce perché avrebbe dovuto farlo. Tuttavia lo strapotere di Pogacar che aveva appena ottenuto la quarta vittoria senza quasi sudare e sorridendo in cima allo strappo di Santa Caterina (dimostrando che il livello del suo impegno fosse in quel momento elevato ma non massimale) ci era parso quasi irriverente nei confronti degli avversari.

Invece sabato, dopo avergli visto ottenere a quel modo la vittoria di Sanremo, la valutazione dei suoi successi ha cambiato faccia. Il troppo stanca, a meno che non sia l’espressione di una superiorità di cui non si possa fare a meno: quasi imbarazzante quando tutto va bene, ma che resta ugualmente schiacciante quando si cade, si insegue, si cerca di staccare un avversario che non vuole perdere e per vincere si deve dare fondo a tutte le energie. Lo sguardo di Tadej quando realizza di aver centrato la vittoria tanto a lungo inseguita ricorda lo stupore del primo Tour: una spontaneità che nelle vittorie successive si è andata affievolendo.

Finalmente la Sanremo: raramente si è visto Pogacar così sorpreso ed emozionato
Finalmente la vittoria di Sanremo: raramente si è visto Pogacar così sorpreso ed emozionato
Finalmente la Sanremo: raramente si è visto Pogacar così sorpreso ed emozionato
Finalmente la vittoria di Sanremo: raramente si è visto Pogacar così sorpreso ed emozionato

I punti deboli di Pogacar

La vittoria di Sanremo ha mostrato il Pogacar delle origini, lo stesso che probabilmente troveremo alla Roubaix. Un conto sono le corse che può vincere per manifesta superiorità, un altro sono quelle che lo costringono a cercare la selezione nei dettagli e che probabilmente in questo momento esercitano su di lui il fascino maggiore.

In questo suo impegnarsi sempre per vincere, acquisiscono valore anche le prestazioni di avversari come Vingegaard, Van der Poel, Van Aert e ora Pidcock. Non perché siano condannati a inchinarsi, ma perché la presenza in gara del campione del mondo sloveno li costringe a esprimersi al livello più alto che solo in rare occasioni può bastare per fare la differenza. Perché anche Pogacar ha dei punti deboli, ma per trovarli, approfittarne e strappargli la vittoria bisogna essere al massimo e azzeccare la mossa giusta.

Van der Poel è riuscito a farlo lo scorso anno a Sanremo e a Roubaix, sabato non è stato capace. Vingegaard lo ha battuto in due Tour de France, con grandi prestazioni, approfittando delle sue difficoltà e con un immenso gioco di squadra. E Pidcock che ha detto di non averlo potuto staccare nella discesa del Poggio, perché Tadej la conosceva troppo bene, è andato a sua volta a studiarla metro dopo metro per metterlo in difficoltà?

Tour de France 1994, Indurain vince il quinto Tour, Pantani è 3°. Fu lui il primo a staccare lo spagnolo, ritenuto imbattibile
Tour de France 1994, Pantani è 3°. Fu lui al Giro dello stesso anno, il primo a staccare Indurain, ritenuto imbattibile
Tour de France 1994, Indurain vince il quinto Tour, Pantani è 3°. Fu lui il primo a staccare lo spagnolo, ritenuto imbattibile
Tour de France 1994, Pantani è 3°. Fu lui al Giro dello stesso anno, il primo a staccare Indurain, ritenuto imbattibile

Un periodo eccezionale

Non serve invocare che Tadej non venga fatto correre, serve invece lavorare come fa lui per essere il migliore. Impossibile dire se sia il più grande della storia e tutto sommato non è una consapevolezza che aggiunga qualcosa alla sua grandezza. I numeri probabilmente gli sono contro, ma il livello del ciclismo attuale, unito a quel che serve per primeggiare davanti ad avversari poco meno che imbattibili, confermano che stiamo vivendo un periodo eccezionale. E si farà meglio a goderne e raccontarlo come merita, magari sperando che nel frattempo maturi coi suoi tempi un giovane rivale (magari italiano) che un giorno sia capace di farlo soffrire.

Perché una cosa è certa: prima o poi anche Pogacar, come a suo tempo Merckx, Hinault e Indurain, inizierà a scoprire il lato più pesante della fatica e troverà qualcuno capace di farlo soffrire. Speriamo che accetti la sfida e non si fermi prima di aver assaporato la sconfitta: in questo modo contribuirà a rendere grande il campione del futuro, come altri in precedenza hanno reso grande lui.

Milano-Sanremo 2026, UAE Team Emirates, Isaac Del Toro, Tadej POgacar

UAE Emirates, perché è stato un travolgente gioco di squadra

22.03.2026
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SANREMO (IM) – Il pullman della UAE Emirates è preso d’assedio da tifosi, tanti bambini e un gruppetto di messicani che inneggiano al nome di “Torito”, chiamando Del Toro affinché scenda per salutarli. Isaac però ancora non si vede. Alla spicciolata arrivano i corridori che, finito il loro compito, hanno raggiunto il traguardo e poi si sono fermati per salutare Pogacar in attesa del podio. Ogni volta che uno sale gli scalini, dall’interno si sente un’esplosione di urla. Finché dopo un po’ il primo a scendere è Matxin.

Lo sports manager del UAE Team Emirates, pur abituato a grandi vittorie (l’ultima in ordine di tempo è stata la Strade Bianche) ha gli occhi lucidi. Vincere la Sanremo è stato il coronamento di un lunghissimo viaggio, il solo che finora fosse sfuggito alla logica del dominio del campione del mondo: un mistero che questa volta si è finalmente svelato.

«In questo momento – dice – provo tanta felicità e voglia di abbracciare i ragazzi, come ho appena fatto. A Del Toro ho detto che gli voglio bene. Ho voglia di gridare dentro al pullman, voglia di festeggiare per questa corsa che da anni stava diventando complicata. E proprio nell’anno più complicato, l’abbiamo vinta. Sono emozionato ovviamente, molto emozionato».

Al sesto tentativo, Pogacar ha preso meglio la mira e ha vinto la Sanremo
Al sesto tentativo, Pogacar ha preso meglio la mira e ha vinto la Sanremo: la prima della UAE Emirates
Al sesto tentativo, Pogacar ha preso meglio la mira e ha vinto la Sanremo
Al sesto tentativo, Pogacar ha preso meglio la mira e ha vinto la Sanremo: la prima della UAE Emirates

Un attaccante anticonformista

E’ magico ripercorrere il lavoro che i ragazzi della UAE Emirates hanno fatto per il loro capitano caduto e per qualche istante spaesato. L’hanno raddrizzato, preso per mano e condotto di nuovo nel cuore della corsa, lasciandogli fare poi quello che meglio gli riesce: vincere.

«Ci abbiamo creduto dall’inizio – prosegue Matxin – perciò nel momento in cui Tadej è arrivato davanti, non gli abbiamo neanche chiesto come stesse. Brandon (McNulty, ndr) si è messo a menare, poi Isaac (Del Toro, ndr) ha fatto il forcing e ha fatto il buco a Van der Poel e Ganna, due dei migliori corridori al mondo. Tutti credono in questo team e credono nella forza del gruppo, Tadej è stato fortissimo, senza dubbio il migliore del mondo, nella UAE Emirates – sottolinea con orgoglio – la squadra migliore del mondo.

«Negli ultimi quattro anni abbiamo cambiato il concetto di questa gara, con un Tadej attaccante e anticonformista, rendendo la corsa sempre più dura. Però la caduta ci ha spiazzato e ha rischiato di vanificare tutto il lavoro. E’ molto più difficile vincere quando tutto sembra perduto…».

Foto di festa in casa UAE. Da sinistra Borselli, Matxin, Agostini e i massaggiatori Marini e Lima (immagine Instagram)
Foto di festa in casa UAE. Da sinistra: Borselli, Matxin, Agostini, l’osteopata Marini e il massaggiatore Lima (immagine Instagram)
Foto di festa in casa UAE. Da sinistra Borselli, Matxin, Agostini e i massaggiatori Marini e Lima (immagine Instagram)
Foto di festa in casa UAE. Da sinistra: Borselli, Matxin, Agostini, l’osteopata Marini e il massaggiatore Lima (immagine Instagram)

Gianetti: Pidcock faceva paura

Gianetti lo ritroviamo che ancora festeggia dopo il traguardo, con l’entusiasmo di chi ha vissuto lo sport e sa che cosa significhi raggiungere la vittoria tanto a lungo sognata. A lui capitò con la Liegi del 1995 (peraltro indossando la maglia che il Team Polti ha riproposto per questa Sanremo) e vedere Tadej riuscire nello scopo in questo giorno che rischiava di essere compromesso dalla caduta ha fatto esplodere una gioia sfrenata.

«Quando c’è stata la caduta – dice il capo della UAE Emirates – non ho pensato che fosse finita, ma era evidente che si sarebbe complicato tutto. McNulty è stato grandissimo e ha fatto il lavoro di tutta la squadra. Poi c’è stata l’accelerazione potente di Isaac. Sulla Cipressa si era visto che Van Der Poel non fosse brillantissimo, che ci fosse un po’ di differenza, mentre si era visto invece che Pidcock stava veramente molto bene. Ogni volta ha chiuso con facilità, ha reagito velocemente agli attacchi e quindi ci faceva paura e alla fine si è giocato la Sanremo».

Il lavoro di McNulty è stato incredibile: ha riportato Pogacar in coda al gruppo e poi in testa sulla Cipressa. Poi è toccato a Del Toro
Il lavoro della UAE dopo la caduta: McNulty ha riportato Pogacar in testa sulla Cipressa. A quel punto, è toccato a Del Toro
Il lavoro di McNulty è stato incredibile: ha riportato Pogacar in coda al gruppo e poi in testa sulla Cipressa. Poi è toccato a Del Toro
Il lavoro della UAE dopo la caduta: McNulty ha riportato Pogacar in testa sulla Cipressa. A quel punto, è toccato a Del Toro

La rabbia dopo la caduta

Gianetti la corsa l’ha vista nello schermo di un cellulare, perché i televisori sul traguardo non funzionavano. Ha raccontato che nonostante tutto, la squadra sia riuscita a mettere in atto il piano che avevano studiato, con la differenza di non aver potuto preparare l’attacco nel modo migliore.

«Tadej ha scalato la Cipressa 20 secondi più velocemente degli altri – dice ancora il team principal della UAE – ma avendoli dovuti recuperare, è stato uno sforzo importante (Tadej ha percorso i 5,7 chilometri in 8’50” alla media di 37,8 orari e abbassando il record di scalata di 10″, ndr). Per questo durante l’attacco, Tadej è parso un po’ imballato, non è stato proprio uno scatto violento. Ma veniva subito dopo una caduta, aveva fatto un recupero impressionante, quindi era anche difficile pensare che in quel momento potesse fare di più.

«E’ chiaro che la caduta gli abbia dato lo scatto mentale di dire: non è possibile, con tutto il lavoro che ho fatto per questa Sanremo, non è possibile buttare così un anno di lavoro. Così ci ha creduto, ha tirato sempre, forse anche più degli altri. Ci ha provato in ogni modo. Andando in progressione sul Poggio, dove però ha trovato un Pidcock in grande giornata, e quindi ha dovuto giocarsela in volata, sempre partendo dal davanti e anche questo non aiutava…».

L'11 marzo, dopo aver vinto la Strade Bianche, Pogacar e Vermeersch sono andati a riprovare il pavé della Roubaix (immagine Instagram)
L’11 marzo, dopo aver vinto la Strade Bianche, Pogacar e Vermeersch sono andati a riprovare il pavé della Roubaix (immagine Instagram)
L'11 marzo, dopo aver vinto la Strade Bianche, Pogacar e Vermeersch sono andati a riprovare il pavé della Roubaix (immagine Instagram)
L’11 marzo, dopo aver vinto la Strade Bianche, Pogacar e Vermeersch sono andati a riprovare il pavé della Roubaix (immagine Instagram)

Stando ai dati diffusi da Velon, lo scatto con cui Pogacar ha staccato Van der Poel è durato 1’10”, durante i quali la media è stata di 40,8 ad una punta massima di 44,2 orari. Potenza media di 620 watt e massima di 890.

Gianetti ci saluta dicendo che la vittoria vale oro per la squadra, non a livello di soldi, ma a livello puro di prestigio. Con questo circoletto attorno alla Sanremo, la sola Monumento che manca a Pogacar è la Roubaix. Ma prima, dice scherzando, vediamo di pensare al Fiandre…

Vangi-Tommasini-Il Pirata juniores 2026 (foto Vangi-Tommasini)

Gianetti, la UAE Emirates e la Vangi: ecco perché

10.03.2026
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SIENA – La notizia che il Team Vangi-Tommasini-Il Pirata sia nell’orbita del UAE Team Emirates come punto di riferimento fra gli juniores è stato accolto da reazioni diverse. Dopo aver salutato l’affiliazione in Austria del Team Tiepolo, diventato vivaio del NSN Cycling Team del WorldTour, si va consolidando la sensazione che gli squadroni vogliano radicarsi nelle categorie giovanili.

Proprio alla vigilia della Strade Bianche è arrivata infatti la notizia che la Ineos Grenadiers, dopo aver lanciato il suo devo team, abbia stretto un accordo di collaborazione con il team juniores italiano Team Nordest Petrucci.

«Il team UAE – si legge nella pagina Facebook della Vangi-Tommasini, da cui proviene la foto di apertura – affiancherà il nostro team con materiali tecnici già consegnati ed altri da consegnare, supervisionando i nostri migliori atleti per proiettarli nel ciclismo che conta».

Mauro Gianetti, general manager della UAE Emirates, è stato un pro' dal 1986 al 2002
Mauro Gianetti, general manager della UAE Emirates, è stato un pro’ dal 1986 al 2002
Mauro Gianetti, general manager della UAE Emirates, è stato un pro' dal 1986 al 2002
Mauro Gianetti, general manager della UAE Emirates, è stato un pro’ dal 1986 al 2002

Gli argomenti di Gianetti

Approfittando della sua presenza a Siena, prima che partisse la Strade Bianche degli uomini, abbiamo chiesto a Mauro Gianetti le ragioni del suo interessamento per la squadra di Matteo Berti, una delle più prestigiose del panorama italiano. L’orizzonte più o meno immediato vedrà i team WorldTour completare la filiera con gli juniores, al pari di quanto la Red Bull-Bora ha fatto sin dall’inizio?

«Noi cerchiamo di guardare un po’ avanti – spiega il general manager della squadra numero uno al mondo – di dare un po’ di sostegno ai giovani, senza impegni particolari. Il Team Vangi-Tommasini è una realtà che ha una lunga storia, hanno dei buoni ragazzi, dei buoni talenti e quindi è anche bello da parte nostra poter dare un’ispirazione soprattutto ai giovani».

La squadra juniores toscana ha aperto il 2026 al GP Giuliano Baronti  (foto Vangi-Tommasini)
La squadra juniores toscana ha aperto il 2026 al GP Giuliano Baronti (foto Vangi-Tommasini)
E’ una cosa che si fa solo in Italia oppure si può fare anche in altri Paesi?

Abbiamo diverse collaborazioni, con squadre come il Pogi Team e anche con singoli atleti in giro per il mondo. Avevamo una collaborazione in Spagna che ci ha permesso di scoprire Ayuso, ma l’Italia è un territorio a noi molto caro. Sono tutti accordi senza alcun impegno, è più una collaborazione. Noi ci siamo, se hanno bisogno di una mano, possiamo farlo.

Alla base c’è un lavoro di scouting per cui un ragazzo interessante potrebbe entrare nella vostra orbita?

Certo, ma questo fa parte del gioco. Se hanno dei ragazzi in gamba, noi li osserviamo più da vicino. Ma dato che la priorità va alla formazione, ci limitiamo a dare un sostegno, senza mettere sotto contratto nessuno.

Può esserci anche l’idea di portare lì dei ragazzi che a voi interessano particolarmente?

La nostra idea è che a quell’età dobbiamo sempre dare la priorità alla scuola. Se parliamo di un atleta bravo che abita lì vicino, può avere un senso. Non avrebbe senso sradicare un ragazzo da casa per portarlo alla Vangi. Va bene che siano consapevoli che qualcuno li sta osservando da vicino, ma basta questo. Oggi la categoria juniores va seguita, è importante perché è la base dell’apprendimento di come fare il corridore.

La squadra con scarpe Nimbl: qui la visita a Porto Sant'Elpidio, accolti da Francesco Sergio (foto Vangi-Tommasini)
La squadra corre con scarpe Nimbl: qui la visita a Porto Sant’Elpidio, accolti da Francesco Sergio (foto Vangi-Tommasini)
La squadra con scarpe Nimbl: qui la visita a Porto Sant'Elpidio, accolti da Francesco Sergio (foto Vangi-Tommasini)
La squadra corre con scarpe Nimbl: qui la visita a Porto Sant’Elpidio, accolti da Francesco Sergio (foto Vangi-Tommasini)
Sta cambiando parecchio…

Una volta certi passaggi di apprendimento li facevi da dilettante, adesso li fai da junior. Impari a mangiare, impari a allenarti, impari a conoscere il tuo corpo e a crescere. Quindi impari a non fare gli errori e questa è la cosa principale. E il primo errore da evitare è dimenticarsi della scuola.

Non hai la sensazione che negli juniores la velocità sia aumentata di parecchio?

Questo ormai fa parte della società. I ragazzi hanno visto alcuni juniores passare o arrivare presto al professionismo e tutti si illudono di poter fare la stessa cosa. Ma non è scontato che funzioni per tutti, sono eccezioni e bruciare le tappe non deve essere un obbligo per nessuno. Voglio insistere su questo aspetto, il ciclismo non deve andare a scapito della scuola, della formazione. Perché proprio avere una formazione completa ti dà la tranquillità di poter fare il corridore.

Hai parlato di eccezioni…

I casi di Remco, e di Seixas sono particolari. La regola è che fino a 20-21 anni non sei pronto per fare il professionista. Prenditi il tempo per fare quello che devi a 17, 18, 19, 20 anni. Fallo bene e poi potrai diventare un corridore.

Esercizi con elastici, UAE Team Emirates, articolo con Michele Del Gallo (foto UAE Emirates/Fizza)

UAE Emirates, si lavora sul cervello per dare forza alle gambe

17.01.2026
6 min
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«Gianetti in qualche modo è come Ballerini – dice Del Gallo – e Io sai che io ero un uomo del Ballero. Con lui ho fatto dieci mondiali e un’Olimpiade e ho cercato di capire quale fosse il suo segreto per riuscire a farci andare tutti così a mille. Alla fine si trattava di far sentire importanti le persone, qualsiasi ruolo svolgessero. In Gianetti rivedo molto questo tipo di comportamento.

«Ci lascia tutti liberi, ciascuno nel suo settore, di apportare qualcosa di nuovo. Se mi chiedi qual è il segreto della UAE, rispondo soprattutto il fatto che stiamo tutti cercando di portare il massimo. Sono sempre le persone che fanno la differenza e la somma del meglio di ciascuno, anche se si tratta di piccole cose, produce alla fine la miglioria più grande».

Michele Del Gallo lavora nel ciclismo dal 1996: è fisioterapista e osteopata al Uae Team Emirates XRG
Michele Del Gallo, Uae Team Emirates, massaggiatore
Michele Del Gallo lavora nel ciclismo dal 1996: è fisioterapista e osteopata al Uae Team Emirates XRG

Le gambe non sono uguali

Michele Del Gallo, fisioterapista veneto del UAE Team Emirates XRG dice tutto d’un fiato, a corollario di un approfondimento sugli esercizi che i corridori fanno da circa un anno con gli elastici. Abbiamo ritenuto di partire dalla sua conclusione per contestualizzare meglio quello che vi stiamo per raccontare, ma ora torniamo alla curiosità di partenza. E’ possibile che uno come Pogacar abbia bisogno degli elastici per scaldarsi prima di una corsa? Ovviamente no…

«Grazie ai test che facciamo in UAE Emirates prima che inizi la stagione – spiega Del Gallo – abbiamo notato che parecchi corridori hanno una differenza di forza tra una gamba e l’altra. Così ci siamo chiesti da dove derivasse questa differenza. Avevamo il cruccio di portare tutti gli atleti alla partenza con le gambe che spingono allo stesso modo. Un tempo si facevano dei lavori monopodalici, cercando di rinforzare la gamba che risultava meno forte, però senza grandissimi risultati…».

Queste le immagini tratte da un video in cui al UAE Tour dello scorso anno Pogacar faceva ricorso agli elastici
Queste le immagini tratte da un video in cui al UAE Tour dello scorso anno Pogacar faceva ricorso agli elastici
E che cosa avete escogitato?

Abbiamo trovato la soluzione attraverso il controllo motorio, cioè provando a mettere il cervello nelle condizioni di reclutare lo stesso numero di fibre da una parte e dall’altra. Alla fine era un problema di reclutamento: da un lato l’atleta riusciva a reclutare il 100 per cento delle fibre muscolari, mentre nell’altra gamba riusciva a reclutarne meno. E questo era il motivo per il quale c’era la differenza di forza.

Come si spiega al cervello che deve lavorare in modo simmetrico, se così si può dire?

Abbiamo messo a punto degli esercizi di controllo motorio, per cercare di migliorare la spinta nel tempo della gara, anche se poi l’effetto rimane per un periodo un po’ più lungo. Comunque c’è bisogno di un continuo stimolo perché il miglioramento diventi definitivo.

Quindi è un lavoro che si fa anche nei giorni precedenti la gara?

Si fa anche fuori dalla corsa, non solo la mattina prima della partenza. Però è chiaro che bisogna dare dei richiami continui e questi vengono dati prima della gara. Avendo la possibilità, è il momento migliore per farlo. Ovviamente c’è chi lavora in questa direzione e c’è chi invece utilizza gli elastici come un mero riscaldamento e quindi la chiama attivazione.

Training camp, UAE Team Emirates, Benidorm, 2026 (foto UAE Emirates/Fizza)
L’osservazione durante i ritiri ha portato a sviluppare i lavori descritti da Del Gallo (foto UAE Emirates/Fizza)
Training camp, UAE Team Emirates, Benidorm, 2026 (foto UAE Emirates/Fizza)
L’osservazione durante i ritiri ha portato a sviluppare i lavori descritti da Del Gallo (foto UAE Emirates/Fizza)
Ma non è la stessa cosa, giusto?

Viene chiamata attivazione per farsi capire da tutti, un riscaldamento muscolare fatto con gli elastici. Ma non è questo, non è un riscaldamento. Che senso ha riscaldarsi cinque minuti prima di un gara che durerà 5-6 ore, in cui la differenza si fa proprio alla fine? Sarebbe una domanda corretta, se davvero fosse quello. Invece il lavoro sul controllo motorio rimane per tutta la gara. Pedaleranno in una maniera diversa, consumeranno meno energie e si ritroveranno nel finale con una situazione migliore. Sono lavori che facciamo nel bus o in albergo. 

Li fanno tutti il mattino della gara?

Ci vuole un quarto d’ora per atleta, perciò non riesci a farli tutti. Il ciclismo ha tempi strettissimi. Quindi con qualcuno lavori il giorno prima. Riguarda gambe e tronco, in realtà il lavoro arriva dalla parte superiore, dal mancato controllo della cintura pelvica. L’obiettivo principale è quello, non sono neanche le gambe, che semmai sono il terminale da cui ti accorgi dell’anomalia. Si parla tanto di core, di muscolatura profonda, di plank… Va benissimo, è giusto farlo. Quanto più rendi stabile il tronco, meno forza ti serve per muovere le leve, che possono essere braccia o gambe…

C’è un però?

Esatto. Puoi avere il core forte finché vuoi ed essere il numero uno in quegli esercizi, ma se quando dai un input, quando dai il comando di spinta sul pedale, il cervello non lo fa nel modo giusto, avere quel core così forte non ti serve a niente.

Esercizi con elestici, UAE Team Emirates, articolo con Michele Del Gallo (foto UAE Emirates/Fizza)
Gli esercizi di controllo motorio fanno parte di una routine stabile (foto UAE Emirates/Fizza)
Esercizi con elestici, UAE Team Emirates, articolo con Michele Del Gallo (foto UAE Emirates/Fizza)
Gli esercizi di controllo motorio fanno parte di una routine stabile (foto UAE Emirates/Fizza)
Proviamo a spiegare meglio, per favore?

Non decidi volontariamente quali muscoli si devono contrarre, lo decide il cervello in base a dei pattern, cioè delle sequenze prestabilite nelle quali viene deciso di contrarre una serie di muscoli. Se all’interno di questo pattern di movimento, tu non hai l’attivazione del core, quando spingi sul pedale, il cervello non lo va a reclutare. Per cui quel core così forte non è inutile, ma rende molto meno di quel che potrebbe.

C’è una soluzione?

Bisognerebbe fare in modo che quando dai il comando di spinta sul pedale, oltre a tutti i muscoli  che si contraggono, ci fosse anche il core. Non avviene semplicemente pensando di doverlo fare, perché quando sei a 90 pedalate al minuto, è impossibile pensare di gestire la contrazione muscolare. Deve rientrare fra i movimenti automatici che il cervello produce nei muscoli. Su questo si può lavorare. Sono tendenze piuttosto nuove che arrivano dall’America. In parte, come quando ci vedeste lavorare con la redcord, anche se quello è più un ricercare un riequilibrio della muscolatura superficiale e profonda. Va tutto nella stessa direzione, con tecniche diverse.

E’ un lavoro personalizzato, oppure è standard?

Quello che viene fatto lontano dalla partenza è abbastanza personalizzato. Invece al mattino della gara si fa una cosa standard, perché altrimenti servirebbe troppo tempo. Abbiamo creato una routine di esercizi e li abbiamo resi standard per tutti. E lo staff UAE che fa parte del Rehab Group ed è presente alle gare, verifica che i ragazzi seguano il protocollo che abbiamo creato.

Davide Formolo, Red Cord
Già nel 2021, Del Gallo ci aveva raccontato l’uso della Red Cord (qui Formolo negli anni UAE)
Già nel 2021, Del Gallo ci aveva raccontato l’uso della Red Cord (qui Formolo negli anni UAE)
Che cos’è il Rehab Group?

Una struttura interna alla squadra, per la quale abbiamo spinto Stefani Conti ed io e per la quale vorrei davvero ringraziare Mauro Gianetti. Lui aveva questo tipo di sensibilità già da atleta: andava dall’osteopata in anni parecchio lontani, era aperto a questo mondo. Nel Rehab Group siamo in quattro, con la direzione dal dottor Rotunno. C’è Daniel Ortega che è uno spagnolo, poi Dario Marini, quindi Jaime Hernandez ed io. Due italiani e due spagnoli.

E che cosa fate?

Abbiamo preso dei macchinari particolari e questo grazie a Mauro, perché sennò non l’avremmo potuto fare. Se c’è bisogno di fare degli investimenti, si fanno, non è un problema. Ovviamente grazie anche alla disponibilità economica. Mauro si fida. Noi lavoriamo non solo per portare a casa lo stipendio a fine mese, ma ricercando qualcosa di nuovo che possa far funzionare meglio le cose.

Si spiega anche perché Pogacar di recente abbia detto che questa squadra è tutt’altro rispetto a quella in cui arrivò nel 2019.

Era un altro pianeta rispetto a quello su cui siamo adesso. Perché è cambiata la testa, è cambiato chi comanda e lo fa con un’altra ottica, con un altro sistema e un altro metodo. Capito perché Gianetti mi ricorda Ballerini?

Benoit Cosnefroy,

Gianetti: vi dico perché abbiamo preso Cosnefroy

15.11.2025
4 min
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Qualche giorno fa abbiamo parlato di Benoit Cosnefroy e del suo passaggio alla UAE Emirates. Ripartendo proprio da questo pezzo e dai suoi contenuti, oggi ritorniamo sul francese e lo facciamo con Mauro Gianetti, CEO della squadra numero uno al mondo.

In particolare ci ha colpito una frase di Cosnefroy: «Quando Mauro Gianetti mi ha presentato il progetto, ho capito che questa squadra era la sfida ideale per me in questa fase della mia carriera». Perché dunque la nuova squadra sarebbe così ideale per l’ex Decathlon-Ag2R?

Mauro Gianetti durante uno dei meeting negli UAE (foto Instagram)
Mauro Gianetti durante uno dei meeting negli UAE (foto Instagram)
Mauro, partiamo dall’arrivo proprio di Cosnefroy da voi: come è andata? L’avete cercato voi?

In realtà è stato il suo agente a contattarci dicendoci che era libero e che avrebbe avuto piacere di correre con noi. A quel punto noi gli abbiamo chiesto cosa venisse a fare da noi, cosa si aspettasse e la sua risposta è stata importante.

Quale è stata?

Correre con voi mi renderebbe motivatissimo. Io sono francese, ma non ho la pretesa o il pallino del Tour de France. Io voglio stare nella squadra numero uno al mondo per crescere come atleta, per cercare di fare tutto al meglio come hanno fatto tutti i corridori che sono approdati in UAE Team Emirates. Tanto più che vengo da un anno difficile e ho voglia di rialzarmi. So che voi potete darmi il supporto tecnico necessario per il mio miglioramento e io sono pronto a dare una mano. E se poi dimostrerò di avere le qualità necessarie e ci saranno percorsi giusti sarei pronto a dire la mia.

Però! Fossero tutti così…

Veramente! Subito si è mostrato con qualità umane non da poco. E questo l’ho apprezzato.

Già lo avete avuto con voi?

Sì, nei giorni che abbiamo passato negli Emirati Arabi Uniti. Era felicissimo, sereno e convinto della scelta fatta e di trovarsi in questo ambiente. Si è subito integrato, ma devo dire che questo è anche facile nel nostro gruppo.

Lo scorso anno Cosnefroy ha vinto la Freccia del Brabante. Il francese ama molto certe classiche
Lo scorso anno Cosnefroy ha vinto la Freccia del Brabante. Il francese ama molto certe classiche
Perché?

Perché come dico spesso siamo davvero amici. Quello della UAE Team Emirates è un gruppo aperto, internazionale e caloroso. Benoit l’ho visto bello brillante, sciolto nel parlare con gli altri. E per me si è anche divertito. Dai, sono fiducioso. Era beato tra i compagni. Mi sembra sia stato un bell’acquisto.

E invece, Mauro, da un punto di vista tecnico di che atleta parliamo? E come s’inserisce nella vostra rosa?

E’ un corridore che in qualche modo va a sostituire Alessandro Covi: un corridore che ogni squadra vorrebbe avere, in quanto sa aiutare ma sa anche vincere. Sa prendersi le sue responsabilità a prescindere dal ruolo che gli si dà. Un atleta così può andare bene sia per le gare di un giorno che per quelle di una settimana. Sa scattare, sa andare in fuga e cosa importantissima sa svolgere lavori ad alta intensità, ovviamente nei percorsi accidentati o su salite fino a 10-15 minuti.

Avete già definito già il suo programma?

No, per adesso c’è stato solo questo incontro. I programmi li faremo poi con Matxin a dicembre.

Cosnefroy vuole crescere, anche tecnicamente: ha già fatto qualcosa sul piano tecnico?

E’ già venuto al nostro service course. Per ora siamo partiti con un approccio soft, nel senso che abbiamo riportato le misure che aveva sulla vecchia bici e le abbiamo adattate sulle Colnago, ma qualche piccola modifica alla posizione l’abbiamo già fatta. Il resto lo faremo col tempo.

Cosnefroy durante un live sui social con il suo fans club
Cosnefroy durante un live sui social con il suo fans club

Un corridore vivo

L’idea che un corridore, come dice Cosnefroy, voglia continuare a crescere, sperimentare, migliorare vuol dire che è ancora attivo. E’ mentalmente sul pezzo. Probabilmente soprattutto all’inizio sarà utilizzato in supporto. La UAE Emirates è infarcita di campioni ed è comprensibile che ci siano un certo inserimento e, perché no, anche delle gerarchie. Ma ciò non toglie il fatto che se Benoit dovesse andare forte, non esiterebbe ad avere più spazio. In questi anni la UAE si è sempre mostrata molto propensa a lasciare spazio a chi andava forte e a rotazione tutti hanno avuto le loro chance.

Tra l’altro si è proposto con umiltà. Ha ribadito persino al suo fans club di non pretendere di essere al Tour e che anzi, quasi certamente, non ci sarà.

«I miei infortuni hanno complicato il mercato – ha detto Cosnefroy al giornale locale di casa sua, La Presse de la Manche – ma era l’ultima spiaggia per rimanere ai massimi livelli». Questa grinta è ciò che lo rende vivo e giovane nonostante la prossima stagione lo vedrà andare per i 31 anni.

Grand Prix du Morbihan 2025, Benoit Cosnefroy

Cosnefroy alla UAE: scommessa o gran colpo di mercato?

29.10.2025
5 min
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«Sono molto felice di unirmi al UAE Team Emirates – ha commentato Benoit Cosnefroy – e sono entusiasta di far parte della squadra migliore al mondo. Quando Mauro Gianetti mi ha presentato il progetto, ho capito che era la sfida ideale per me in questa fase della mia carriera».

Con queste poche parole, il corridore francese, che dal 2016 al 2025 ha sempre corso nello stesso gruppo (prima Ag2R La Mondiale e poi Decathlon AG2R), ha commentato il passaggio nella squadra emiratina. Il suo 2025, iniziato fra mille intoppi, si è riaperto in modo convincente a primavera per poi interrompersi di nuovo bruscamente in estate. Tredici giorni di corsa e una vittoria. Eppure questo gli è valso la chiamata della UAE, con un contratto biennale.

Il trentenne di Cherbourg en Cotentin è la grande scommessa di Gianetti e Matxin per il 2026. Quest’anno infatti Cosnefroy ha corso molto poco a causa di un intervento al ginocchio e ha poi saltato i campionati francesi e il Tour de France per una caduta al Giro di Svizzera. Benoit porterà con sé l’esperienza nelle corse di un giorno, avendo vinto il Grand Prix Cycliste de Québec e la Classica di Plouay battendo Alaphilippe. Sembrava il francese del futuro per le corse di un giorno, soprattutto dopo aver conquistato il secondo posto all’Amstel del 2022, battuto al fotofinish da Kwiatkowski, ma il suo cammino ha subito varie battute di arresto.

Amstel Gold Race 2022, Benoit Cosnefroy, Michal Kwiatkowski
Questo lo sprint tiratissimo fra Cosnefroy e Kwiatkowski all’Amstel del 2022, vinta poi dal polacco
Amstel Gold Race 2022, Benoit Cosnefroy, Michal Kwiatkowski
Questo lo sprint tiratissimo fra Cosnefroy e Kwiatkowski all’Amstel del 2022, vinta poi dal polacco

Il Natale più nero

Gli ultimi mesi sono stati tutti in salita. L’inverno era già stato un continuo patire, a causa del dolore al ginocchio, che a gennaio aveva richiesto un intervento. Ha raccontato suo padre che Cosnefroy non riusciva a pedalare per più di un quarto d’ora. A Natale aveva un dolore fortissimo, fino al momento in cui ha capito cosa avesse e a quel punto si è sentito liberato.

«Non è stato un periodo lineare – ha raccontato Cosnefroy – inizialmente avevo tanti dubbi, finché abbiamo trovato la causa. L’inverno è stato molto complicato, soprattutto a dicembre. Speravo di fare una bella stagione e per questo stavo lavorando. Di colpo invece non sono stato più in grado di gestire la situazione. All’inizio di gennaio sono andato a vedere un chirurgo in Belgio e lui mi ha detto che avrei avuto bisogno di un’operazione. A partire da quel momento è stato tutto più facile. Dopo l’operazione ho fatto 15 giorni di riposo totale, poi sono andato per tre settimane in un centro di rieducazione».

Dopo essere tornato in azione al Giro di Romandia e dopo il secondo posto alle Boucles de l’Aulne, Cosnefroy ha vinto il GP du Morbihan a Plumelec (foto di apertura). «Onestamente – ha commentato – non ho mai dubitato che sarei tornato al meglio. Dopo l’intervento, tutti i parametri erano buoni e la mia riabilitazione è stata buona. E’ stata una lunga strada».

Lo scorso anno, la vittoria al Brabante è stata la conferma della passione di Cosnefroy per le strade fiamminghe
Lo scorso anno, la vittoria al Brabante è stata la conferma della passione di Cosnefroy per le strade fiamminghe
Lo scorso anno, la vittoria al Brabante è stata la conferma della passione di Cosnefroy per le strade fiamminghe
Lo scorso anno, la vittoria al Brabante è stata la conferma della passione di Cosnefroy per le strade fiamminghe

Passione per le Fiandre

Il 2024 era stato probabilmente la sua stagione migliore. La vittoria al Tour de Alpes Maritimes davanti ad Albanese. Il sesto posto alla Strade Bianche. Le vittorie alla Parigi-Camembert e soprattutto alla Freccia del Brabante. Il quarto posto alla Freccia Vallone e la vittoria al GP du Morbihan e al GP du Finistere. Infine la frattura della clavicola al Renewi Tour che lo ha costretto a chiudere anzitempo la stagione.

«Questi luoghi sono le radici del nostro sport – disse dopo aver battuto Teuns e Wellens al Brabante – da anni desideravo scoprire questo mondo, immergermi in questa atmosfera. Da quando ho visto Valentin Madouas arrivare terzo al Giro delle Fiandre del 2022, mi è venuta una gran voglia di provarci. Le gare fiamminghe non sono come le altre: richiedono molta energia fisica, ma l’aspetto mentale gioca un ruolo fondamentale. E’ un aspetto stressante e bisogna sapersi superare. Per questo mi sono preparato a compiere sforzi molto impegnativi, spingendomi oltre i miei limiti».

Alla Strade Bianche del 2024, Cosnefroy ha centrato il sesto posto, a 4'39" da Pogacar
Alla Strade Bianche del 2024, Cosnefroy ha centrato il sesto posto, a 4’39” da Pogacar
Alla Strade Bianche del 2024, Cosnefroy ha centrato il sesto posto, a 4'39" da Pogacar
Alla Strade Bianche del 2024, Cosnefroy ha centrato il sesto posto, a 4’39” da Pogacar

La scommessa di Gianetti

Adesso si riparte nella squadra numero uno al mondo. Nel ciclismo francese ci si chiede se Cosnefroy avrà lo spazio per fare le sue corse, ma probabilmente nella gestione della UAE Emirates potrebbe andare a occupare lo spazio lasciato libero da Alessandro Covi. Un corridore vincente, mandato a fare punti nelle corse in cui non verranno schierati i top rider. Il motivo della scelta sarà da chiedere a Mauro Gianetti, per ora Cosnefroy resta nel suo entusiasmo e sta per riprendere il lavoro interrotto con la caduta allo Svizzera.

«Dopo aver parlato con il team e analizzato le loro ambizioni – ha spiegato – è diventato chiaro che questa collaborazione avrebbe potuto rivelarsi un successo e la decisione giusta da prendere. Non vedo l’ora di iniziare questo nuovo capitolo e di gareggiare con i miei nuovi compagni di squadra».

Nel finale di stagione lo si è visto in Italia per recuperare il nuovo materiale. Il primo appuntamento con la nuova squadra sarà il ritiro spagnolo di dicembre. E a quel punto il nuovo capitolo nella carriera dell’occhialuto francese sarà iniziato. Una scommessa per due: per lui e per i manager che l’hanno ingaggiato.

Campionati del mondo Kigali 2025, Juan Ayuso, massaggiatore Pablo Lluna

Matxin e l’addio di Ayuso: erano davvero tutti convinti?

30.09.2025
6 min
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KIGALI (Rwanda) – Juan Ayuso ha chiesto di andarsene. Il messaggio che deve passare è però che la decisione sia stata presa dalle tre parti coinvolte: la UAE Emirates, l’atleta e la Lidl-Trek. Sta di fatto che lo spagnolo ha chiesto di lasciare i numeri uno al mondo, subito accolto dalla squadra di Guercilena.

Le spie del suo disagio c’erano da tempo. Lo scorso anno i dissapori del Tour passarono in sordina con il suo ritiro. Anche se nelle dichiarazioni dopo il Galibier la squadra gettò acqua sul fuoco, ci risulta che quella sera a Valloire, Pogacar in persona avesse tuonato contro la condotta del compagno. Da allora i due si sono incrociati davvero raramente. Quest’anno il Giro e la Vuelta hanno confermato che il giovane spagnolo diventa insofferente ogni volta che gli viene affiancato un secondo leader. Al Giro, con Adam Yates e soprattutto Del Toro. Alla Vuelta con Almeida. E proprio durante la Vuelta, nonostante si fossero accordati per una comunicazione condivisa a fine corsa, è stata la UAE Emirates a comunicare la partenza di Ayuso.

Vuelta Espana 2025, Jotxean Matxin, Giovanni Lombardi, procuratore di Juan Ayuso
Lombardi, qui con Matxin, è l’agente che ha trattato il passaggio di Ayuso dalla UAE Emirates alla Lidl-Trek
Vuelta Espana 2025, Jotxean Matxin, Giovanni Lombardi, procuratore di Juan Ayuso
Lombardi, qui con Matxin, è l’agente che ha trattato il passaggio di Ayuso dalla UAE Emirates alla Lidl-Trek

Ayuso a Kigali

In questi giorni, lo spagnolo ha parlato e ha rivelato di essere rimasto in buoni rapporti con i compagni e con Matxin, meno con Gianetti. E probabilmente nella decisione di lasciarlo andare, il general manager svizzero ha avuto un ruolo decisivo, dopo che all’inizio dell’anno gli era stato prospettato un rinnovo fino al 2030.

«Queste decisioni non si prendono dall’oggi al domani – ha detto Ayuso in un’intervista a Domestique – credo che fosse una sensazione che si avvertiva gara dopo gara. La cosa importante per me era che internamente non ci fosse un buon coordinamento. Anche se capisco quanto sia difficile in una squadra dove si hanno così tanti impegni con così tanti bravi corridori. E’ andata male quando Gianetti si è reso conto che non c’era modo, per quanto lo desiderasse, di tenermi. Da quel momento in poi, il suo atteggiamento è cambiato».

Nel post che ha pubblicato su Instagram all’indomani dell’annuncio della squadra, lo spagnolo ha inteso ringraziarla e dichiarare la sua volontà di andare in cerca di altri obiettivi e di un ambiente più in linea con i suoi valori e il suo modo di essere. Un ambiente in cui possa crescere con fiducia e tranquillità.

Campionati del mondo Kigali 2025, Juan Ayuso, Tadej Pogacar, Mount Kigali
Kigali 2025, inizia l’attacco di Pogacar a Mount Kigali: Ayuso lo segue: sembra un regolamento di conti, ma la pagherà cara
Campionati del mondo Kigali 2025, Juan Ayuso, Tadej Pogacar, Mount Kigali
Kigali 2025, inizia l’attacco di Pogacar a Mount Kigali: Ayuso lo segue: sembra un regolamento di conti, ma la pagherà cara

Lombardi e il Tour

Nel raduno di partenza del mondiale su strada, Matxin è una sorta di calamita per corridori e addetti ai lavori. Il tecnico spagnolo è quello che più ha spinto per avere Ayuso alla UAE Emirates, avendolo seguito sin da quando era un ragazzino. Ora che il passaggio alla Lidl-Trek è ufficiale, si affacciano alla mente degli spicchi di memoria e la sensazione che se fosse stato per lui, non si sarebbe mai arrivati a questo punto.

Nel secondo riposo del Tour, una scena ci aveva incuriosito. Eravamo in attesa di parlare con Gorka Prieto, nutrizionista del team, per un confronto fra Pogacar e Milan, quando ci accorgemmo che a un tavolo del giardino assieme a Matxin era seduto il general manager Gianetti. E mentre i due confabulavano a bassa voce, Giovanni Lombardi li aveva avvicinati. Aveva chiesto come andassero le cose, poi si era allontanato. Una battuta sarcastica fra gli altri due ci aveva sorpreso, quasi a sottolineare che si trattasse di un interessamento poco sentito. Pochi giorni dopo sapemmo che Ayuso si era affidato al manager pavese, che in questo ruolo ha preso il posto di suo padre.

Che cosa pensa Matxin della fuga del suo corridore? Anche Covi è andato via per trovare più occasioni per sé, ma che effetto fa vedere andar via il primo corridore giovane su cui la squadra ha puntato con convinzione? «Non è una questione di andare via – dice – e non è neanche questione se sia il primo oppure no. E’ una situazione individuale con lui e credo che l’accordo raggiunto sia stato voluto da tutte le parti».

Campionati del mondo Kigali 2025, Juan Ayuso, Giulio Ciccone
Dopo il fuori giri per seguire Pogacar, Ayuso si è ritrovato con Ciccone, futuro compagno, chiudendo alle sue spalle
Campionati del mondo Kigali 2025, Juan Ayuso, Giulio Ciccone
Dopo il fuori giri per seguire Pogacar, Ayuso si è ritrovato con Ciccone, futuro compagno, chiudendo alle sue spalle
Perchè secondo te è voluto andar via?

Il perché magari lo devi chiedere lui. Con Juan ho un rapporto buono, ho volato con lui dalla Spagna, non è cambiato niente. Ovviamente a livello sportivo, lui vuole qualcosa di più che noi, a suo parere, non possiamo dargli. Abbiamo parlato sempre molto chiaro. Quest’anno doveva fare il Giro da capitano. Una volta che non l’ha finito per le circostanze che sapete (la puntura sul volto di una vespa, ndr), ha chiesto subito se poteva fare la Vuelta.

Ma alla Vuelta doveva andare Pogacar…

Infatti gli ho detto di stare in stand by, perché ovviamente se Tadej avesse corso in Spagna, sarebbe stato leader unico. Non si tratta di non volere Juan con lui alla Vuelta, solo avremmo preferito che andasse alle altre corse per cercare di vincere. E’ stata una decisione di squadra.

Ayuso ha fatto sempre un po’ di fatica ad aiutare Pogacar nei Giri…

Alla fine lui è un campione, per cui forse non è una questione di fatica. Juan è sempre convinto delle sue prestazioni e delle sue condizioni e noi crediamo che quando ha il livello per vincere, lo portiamo da capitano. Proprio per questo, se serve lavorare per un altro leader, preferiamo portare un altro. Siamo onesti e anche realisti.

Il dado è tratto, ma intanto alla Vuelta Ayuso vince la settima tappa e Matxin corre ad abbracciarlo
Vuelta Espana 2025, 7a tappa Cerler, Juan Ayuso
Il dado è tratto, ma intanto alla Vuelta Ayuso vince la settima tappa e Matxin corre ad abbracciarlo
Quest’anno ci avevi detto che fosse pronto per vincere il Giro, che però è andato male. Credi che a 23 anni sia pronto per diventare leader di uno squadrone con tutto il peso sulle spalle?

E’ quello che vuole. La domanda in più per lui è se non gli andasse bene essere un co-leader come era con noi, perché di certo ha un’opinione anche su questo. Io ovviamente la rispetto, ma so anche che alla UAE decide la squadra, in questo caso tocca a me, come programma e come tattica. Lo abbiamo portato come leader al Giro d’Italia. Però, come sapete bene, avevamo anche due alternative per fare eventuali movimenti tattici. Uno era Adam Yates e l’altro era Del Toro. E’ ovvio che quando Isaac è davanti, si rispetta il leader. Anche questo l’ha deciso la squadra e lo trovo giusto.

Quale sarebbe stato secondo te lo sviluppo di Ayuso se fosse rimasto con voi?

Secondo me poteva fare come quest’anno. Cioè puntare il Giro o la Vuelta. Qualche anno farne uno, qualcun altro doppiarli come quest’anno, che non era d’accordo a farlo. Salvo che, non avendo finito il Giro, è stato lui a chiedere di fare la Vuelta. E noi abbiamo approntato un piano A e un piano B. Non è stato lui a volerlo né ad imporlo. Se Tadej avesse corso la Vuelta dopo il Tour, Ayuso sarebbe andato a fare San Sebastian, Polonia, Plouay, Canada e le cose di fine stagione, provando a vincerle. Una volta che Pogacar ha rinunciato, cambiare è stato naturale. Il Canada a Tadej al posto di Juan, mentre Ayuso alla Vuelta.

Tour de France 2024, Presentazione squadre Firenze, Tadej POgacar, Juan Ayuso
Il Tour de France 2024 parte da Firenze, Ayuso è con Pogacar, ma lascerà la corsa dopo qualche frizione e per Covid alla 13ª tappa
Il Tour 2024 parte da Firenze, Ayuso è con Pogacar, ma lascerà dopo qualche frizione e per Covid alla 13ª tappa
Ti dispiace che cambi squadra?

Ovviamente sì. Mi dispiace a livello personale perché ho grande considerazione e mi dispiace a livello professionale, perché so che è un corridore eccezionale. Credo che se lui voleva fare questa scelta, era giusto ascoltarlo. Lo abbiamo fatto e alla fine la decisione l’abbiamo presa in tre. Noi, lui e la squadra che ha deciso di prenderlo. Non è che Juan abbia deciso di andare, questo sia chiaro: abbiamo deciso tutti insieme di fare così.

record vittorie 86, UAE Emirates, Tour de France, Tadej Pogacar

La UAE e le 86 vittorie. Con Gianetti nei retroscena del record

24.09.2025
6 min
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Era il 21 settembre, per molti un giorno non troppo felice in quanto segna la fine dell’estate, ma non era così per la UAE Emirates. Al Tour de Luxembourg Brandon McNulty faceva la storia. Vinceva la classifica generale e regalava alla sua squadra l’ottantaseiesima vittoria stagionale: un record assoluto. E lo faceva mentre tutti i componenti della UAE erano davanti al televisore, con il telefono in mano pronti a far partire il messaggio di gioia tanto atteso.

A raccontarci questo record delle 86 vittorie è il patron della UAE Emirates, Mauro Gianetti, team manager e CEO della formazione emiratina. La sua squadra ha superato il limite delle 85 vittorie stagionali che siglò la Team Columbia-HTC nel 2009. In quell’anno il solo Mark Cavendish ne portò 25, altre 20 André Greipel e 14 Edvald Boasson Hagen. Con tre corridori 59 successi. In casa UAE il discorso è ben diverso, come vedremo, e parte da quella “fame” tanto ammirata anche da Moreno Moser pochi giorni fa.

Mauro, prima di tutto complimenti, 86 vittorie! Sono davvero tante. Ve lo aspettavate?

Essendoci andati vicino lo scorso anno, quando ci fermammo a 81 successi, l’acquolina in bocca ci era venuta. Sapevamo che sarebbe stato complicato e che quel numero di vittorie sarebbe stato difficile da raggiungere perché spesso è legato alle squadre dei velocisti, degli sprinter, coloro che raccolgono più successi. Prendiamo la Soudal Quick-Step che con Merlier ne ha raccolte oltre 10 da solo e lo stesso la Visma-Lease a Bike con Kooij e Brennan. Noi di sprinter puro abbiamo solo Molano, e non sempre è schierato.

Avendo ben altro tipo di corridori, si fa più fatica a trovare spazio per lo sprint e tanto più a creare un treno dedicato.

La cosa bella è che, pur sapendo che era un numero gigantesco di vittorie da raggiungere, alla fine è stato un percorso condiviso da tutti. I corridori hanno sentito loro questo obiettivo e man mano che il traguardo si avvicinava erano sempre più partecipi. C’era la voglia. Ci siamo stimolati a vicenda. Il countdown è partito da lontano: «Dai ragazzi, ne mancano 15, 14…».

Insomma c’era consapevolezza…

Sì, il buon inizio di stagione ci ha messo subito sulla buona strada. Penso alle vittorie di Morgado, Del Toro, Ayuso, Narváez… Abbiamo iniziato a crederci davvero già nelle prime fasi dell’estate e devo ammettere poi che le sette tappe vinte alla Vuelta ci hanno fatto fare un bel salto. Vi dico che domenica scorsa, nella tappa finale dello Skoda Tour of Luxembourg, eravamo tutti davanti alla tv in attesa del successo di McNulty. Tutti ad aspettare questa vittoria numero 86, col telefono in mano per scrivere nella chat interna. E quando dico tutti intendo non solo i corridori, ma anche meccanici, allenatori, massaggiatori. Questo per me è stato, ed è, straordinario.

Gianetti con Pogacar. Tadej è il plurivittorioso stagionale con (sin qui) 16 successi. Seguono Del Toro con 13 e Almeida con 10
Gianetti con Pogacar. Tadej è il plurivittorioso stagionale con (sin qui) 16 successi. Seguono Del Toro con 13 e Almeida con 10
Chiaro che il Tour de France di Pogacar è la “ciliegiona” sulla torta, ma c’è una vittoria meno importante che ti ha colpito particolarmente?

Ogni vittoria ha la sua emozione e un suo valore. Come avete detto, il Tour ovviamente è stato importante e qualcosa di intenso. Però mi è piaciuta tantissimo la vittoria di Filippo Baroncini in Belgio, la vittoria di un ragazzo fortissimo che si è sempre messo a disposizione. Per di più è stata anche la sua prima vittoria in una corsa a tappe. Ero sinceramente felice per lui. Oppure mi viene in mente la tappa di Wellens al Tour o quella di Soler conquistata coi denti alla Vuelta. E quasi dimenticavo quelle di Del Toro al Giro d’Italia. Sono tutte vittorie durissime da raggiungere ma che rappresentano realisticamente la nostra squadra: un gruppo in cui tutti lavorano e hanno un obiettivo.

Cosa vuoi dire?

Da noi hanno alzato le braccia 20 corridori. E questo è un aspetto importante. Non solo, ma di questi atleti quasi tutti sono giovani, ragazzi che abbiamo cresciuto in casa o presi da giovanissimi. Togliamo Adam Yates, Politt e Wellens che sono arrivati da noi già ben formati, ma gli altri come Christen, Ayuso, McNulty… sono cresciuti con ambizioni di vittoria e di gruppo. Mi piace che abbiano preso questa identità. Vanno alle gare con serenità, con la voglia di poter vincere e non con l’ansia di dover vincere.

Gianetti ha espresso grande emozione per la vittoria di Baroncini al Baloise Belgium Tour
Gianetti ha espresso grande emozione per la vittoria di Baroncini al Baloise Belgium Tour
Mauro, nella UAE ci sono corridori fortissimi. Pogacar, giustamente, quando è in gara calamita l’attenzione e il lavoro. Ma magari, da parte dei tuoi ragazzi, c’è anche l’ambizione di mettersi in mostra quando hanno quelle poche possibilità personali? Pensiamo a Covi, per esempio, che come ha avuto l’occasione ha vinto o ci è andato vicino…

Covi è un ragazzo d’oro a cui sono affezionato e gli auguro il meglio anche ora che andrà via. Ha fatto altre scelte, ma sarò felice di vederlo vincere comunque. Io però farei il discorso contrario. Nel nostro gruppo la mentalità è che il collettivo è forte e il corridore stesso vuole sentirsi forte, vuole essere rassicurato dal suo gruppo e al tempo stesso essere consapevole che può vincere perché fa parte della UAE Emirates. Da noi chi vince ha un aiuto di altissimo livello, e lui stesso diventa di altissimo livello quando dà il proprio supporto. E credetemi quando dico che i nostri ragazzi sono amici. Ci tengo molto a questo spirito, perché secondo me fa la differenza.

Invece c’è una vittoria sfumata che ti è mancata?

Quando vai vicino a corse importanti ci ripensi un po’, ma è difficile vincere sempre. Penso alla Milano-Sanremo o alla Parigi-Roubaix di Pogacar, però parlare di dispiacere vero e proprio forse è troppo. Serve anche il rispetto verso chi quel giorno è stato più forte. Se poi riavvolgo il nastro della stagione non posso non citare il Giro d’Italia perso alla fine in due minuti. Perché è stato un momento: un blackout generale di 120 secondi. Due minuti in cui Simon Yates ne ha guadagnato uno.

Non solo gioie, in questo percorso c’è stata anche qualche sconfitta che ha bruciato, come quella del Giro, svanito in pochi attimi sul Finestre
Non solo gioie, in questo percorso c’è stata anche qualche sconfitta che ha bruciato, come quella del Giro, svanito in pochi attimi sul Finestre
Chiaro…

Mi è dispiaciuto per il ragazzo che aveva dimostrato di essere il più forte, di aver staccato sempre tutti in salita. Quel blackout ci è costato il Giro. Abbiamo analizzato, capito, fatto valutazioni. Avevamo dato un po’ troppo per scontato Yates che fino a lì si era sempre staccato, pensando solo a Carapaz, e in un attimo è finito tutto. Ma anche in questo caso bisogna dare atto alla Visma-Lease a Bike per come ha giocato le proprie carte. Sono stati bravissimi. Hanno studiato bene la situazione tattica. Noi invece dobbiamo imparare la lezione e andare avanti.

Un’ultima domanda, Mauro: è impossibile arrivare a 100 vittorie? Ci pensate sotto, sotto?

No, non esageriamo! Non è un traguardo che sia mai stato nominato né preso in considerazione. Per di più alla fine della stagione mancano poche gare. Quello però che possiamo fare è aggiungere qualche altra vittoria per rendere la vita più difficile a chi, prima o poi, batterà questo record. Ormai si va verso squadre sempre più specializzate e qualche formazione di sprinter potrà superarci. Noi cercheremo di rendergli la vita più complicata!

Majka sceglie la famiglia, ma non esclude di tornare (da diesse)

17.09.2025
6 min
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Nella sua storia di corridore, Rafal Majka ha corso per tanti capitani, ma tre sopra tutti. Contador, Sagan e Pogacar. Nulla in comune, ride il polacco che a fine anno lascerà il ciclismo, se non la determinazione nel vincere. Per loro a un certo punto ha messo via la voglia d’essere leader ed il suo è diventato il viaggio del più forte gregario del gruppo. Quello che dà la svolta alla corsa e costringe i rivali al fuorigiri. Quello cui un giorno Pogacar ha detto di calare un po’, che bastava anche meno. Tre sono state anche le squadre in cui Majka ha corso a partire dal 2011. La Saxo Bank di Bjarne Riis. La Bora Hansgrohe di Ralf Denk. Il UAE Team Emirates di Mauro Gianetti.

Da oggi, Majka è impegnato nello Skoda Tour de Luxembourg, dopo aver scortato Isaac Del Toro alla raffica di vittorie in Toscana, da Larciano a Peccioli, passando per il Giro della Toscana dedicato ad Alfredo Martini. Lo raggiungiamo prima di cena alla vigilia della corsa, con la curiosità di sapere perché ritirarsi, avendo dimostrato anche quest’anno un livello da assoluto numero uno.

Da oggi Majka è in gara al Tour of Luxembourg, dopo aver aiutato Del Toro in Toscana. Qui a Peccioli
Da oggi Majka è in gara al Tour of Luxembourg, dopo aver aiutato Del Toro in Toscana. Qui a Peccioli
Rafal, come mai?

Ho fatto una bella stagione (sorride, ndr). Anche in Polonia, Austria e le corse successive, sono sempre stato davanti. Però, ti dico la verità, avevo già deciso a gennaio e l’ho comunicato alla squadra. Avevo anche la proposta per l’anno prossimo, perché il grande Mauro (Gianetti, ndr) mi ha detto che il mio posto c’è sempre. La motivazione per andare in bici e allenarmi c’è, però la decisione è arrivata dalla famiglia, dalla voglia stare con i bimbi. Sono 24 anni che sono fuori e non è facile.

Siete stati a lungo separati?

In realtà no. A parte i primi tre anni che ho passato in Italia, poi sono stato in Polonia. Però sempre girando il mondo, più di otto mesi all’anno fuori casa. La routine normale di un corridore. Non sono ancora stanco, però voglio passare un po’ tempo con i bimbi. Vanno a scuola, hanno cinque e nove anni, il tempo passa veloce.

Ti stai abituando all’idea che sono le ultime corse?

Sto veramente bene. Dopo il Giro, abbiamo vinto ancora con Del Toro. Ho fatto il podio al Giro dell’Austria. In Polonia tutti sapevano che avrei smesso e ogni giorno è stato una festa. Poi abbiamo vinto in Toscana e Isaac volava. Adesso sono in Lussemburgo, con una squadra veramente forte. Sono contento di smettere con una squadra che è ancora prima al mondo e che vince tutto.

La UAE Emirates è solo la terza squadra di una carriera molto lunga: come mai hai cambiato così poco?

Sono stato per sei anni alla Saxo Bank che poi è diventata Tinkoff perché stavo bene e avevo sempre la fiducia. Dopo quattro anni sono diventato capitano e potevo anche aiutare Contador. Con la Bora ero un po’ più stressato, perché ero il solo capitano per le corse a tappe e dopo quattro anni ho sentito il bisogno di cambiare. Alla fine è arrivata una squadra, la Uae Emirates, in cui sapevo che c’erano un giovane di nome Pogacar. Pensavo fosse un buon corridore che avrebbe vinto una o due corse, invece mi sono ritrovato a correre con uno che vince tutto e che diventerà una leggenda. Per me è un divertimento correre con il migliore del mondo e migliore della storia. E’ veramente come una famiglia e so che mi mancherà. Perché Gianetti mi ha dato fiducia e come lui anche Matxin. Sono stati davvero cinque anni speciali.

Tre squadre e tre grandi capitani. C’è qualcosa in comune fra Contador, Sagan e Pogacar?

Tutti e tre sono forti con la testa. Impressionante la loro capacità di puntare un obiettivo. Tecnicamente Sagan è diverso dagli altri due, ma quando stava bene, poteva vincere tutto. Tre mondiali di seguito non sono una cosa normale. Anche Alberto è stato un grande campione capace di dichiarare che avrebbe vinto il Giro, il Tour o la Vuelta e poi di vincerli davvero. E poi c’è Tadej, che non dice niente, ma vince tutto. Pogacar parla meno, ma vince tanto.

Era il Giro del 2020, nel giorno di riposo nella cantina di Robert Spinazzè, quando ci dicesti che l’anno dopo saresti andato alla UAE per fare il gregario. Che cosa ti fece scegliere questa strada?

Sapevo che stavano arrivando dei giovani fortissimi. Io avevo ormai trent’anni e capii che sarebbe stato meglio diventare un buon gregario che vincere solo una o due corse all’anno. Perciò decisi di firmare per una squadra come la UAE, pur non sapendo quanto sarebbe diventato forte Pogacar.

Rafal Majka, classe 1989, è passato professionista nel 2011. Ha vinto 3 tappe al Tour (2 volte la maglia a pois), 2 tappe alla Vuelta, il Giro di Polonia
Rafal Majka, classe 1989, è passato professionista nel 2011. Ha vinto 3 tappe al Tour (2 volte la maglia a pois), 2 tappe alla Vuelta, il Giro di Polonia
E’ paragonabile lo stress del leader con quello del gregario?

C’è stress ugualmente, perché per aiutare uno così, devi essere pronto nel momento in cui serve. Però diciamo che lo sopporti meglio, se il capitano può davvero vincere tutto. E’ uno stress diverso, mi viene meglio ed è più facile correre così. Per quello avrei ancora la motivazione di continuare, perché non sono ancora un atleta sfruttato.

Al Giro di quest’anno il meccanismo UAE si è inceppato e Del Toro ha perso la maglia rosa. Che cosa è successo secondo te?

Tutti pensano che possano essere state le gambe o la testa. Io penso a un corridore di 21 anni che ha indosso la maglia rosa fino al penultimo giorno. Ho grande rispetto per Del Toro, come è chiaro che possa essergli mancata un po’ di esperienza. Però è un ragazzo forte, andrà fortissimo ai mondiali e sono certo che nei prossimi anni vincerà anche un Grande Giro.

E a proposito di giovani: che consiglio di senti di dare ad Ayuso che lascerà la squadra?

Di andare forte, andare forte e basta. Allenarsi al 100 per cento e andare forte. Perché anche Ayuso ha un talento che può sfruttare veramente bene, ovunque andrà a correre.

Sestriere, Del Toro ha appena perso la maglia rosa: Majka lo abbraccia, non si può sempre vincere
Sestriere, Del Toro ha appena perso la maglia rosa: Majka lo abbraccia, non si può sempre vincere
Tutto questo ti mancherà?

Mi mancherà tutto. Se fai la stessa cosa da quando sei giovane, è inevitabile che ti manchi quando la interrompi. Però alla fine voglio anche godermi la bici in tranquillità. Non guardare i watt e guardare invece la natura, fare chilometri con uno spirito diverso.

E’ fuori luogo aspettarsi un Majka direttore sportivo?

Volete proprio saperlo? Vi rispondo fra quattro mesi (ride, ndr), perché adesso voglio recuperare bene dopo la stagione. Lasciare tutto per quattro mesi e dopo sicuramente parleremo del futuro in questo sport, perché non voglio abbandonare del tutto un mondo che mi piace così tanto.