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Il punto di vista di Viel sul gravel (e sul mondiale)

03.10.2023
4 min
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CAMPAGNOLA CREMASCA – Il gravel un’opportunità di ciclismo visto in modo diverso. Abbiamo incontrato Mattia Viel alla Gera60, una pedalata tra amici promossa da Deda e con un lui abbiamo scambiato due battute. La nuova vita lavorativa, il gravel e la bici, ma anche un occhio sul prossimo mondiale gravel.

L’atleta piemontese ci illustra il suo punto di vista sul gravel in genere, con un occhio attento sulla prossima rassegna iridata di categoria. Viel è tutt’ora in attività, anche se il ciclismo praticato è sceso di un gradino nella scala delle priorità, perché ci sono diversi progetti è un ruolo nello staff marketing di DMT.

Viel ha pedalato la Gera60 in compagnia
Viel ha pedalato la Gera60 in compagnia
Ci sarai al prossimo Mondiale Gravel?

Si ci sarò, ma grazie ad una wild card e comunque l’approccio personale è completamente differente rispetto a quello del 2022. L’anno passato invece è stato diverso, perché ho gareggiato con l’obiettivo di indossare la maglia azzurra alla prima edizione dei mondiali di categoria.

Cambia il tuo approccio?

Assolutamente, ma era già cambiato nel 2022, che è stato il primo anno da non professionista. Ero piuttosto libero, lavorativamente parlando. Mi sono allenato, ma è pur vero che ho vissuto di rendita con tutto quello che ho fatto nelle stagioni da pro.

Mattia Viel in veste DMT alla recente Sea Otter (foto Mattia Viel)
Mattia Viel in veste DMT alla recente Sea Otter (foto Mattia Viel)
Invece quest’anno?

Quest’anno invece sono coinvolto al 100% nelle attività di marketing del gruppo Diamant, DMT e MCipollini. L’attività in bici è importante, ma sono concentrato su altro.

Una tua fase di crescita in cui il gravel ha un peso?

Il gravel mi ha aperto un sacco di opportunità ed io continuo a crederci. La porto avanti, non solo come attività personale, ma in parallelo ad altri progetti. Sono nel gruppo marketing Diamant, ho un progetto personale che si chiama Alive Cycling per l’abbigliamento e sono coinvolto nell’organizzazione della Erattico Gravel, nel territorio del canavese.

In maglia azzurra al Mondiale Gravel 2022
In maglia azzurra al Mondiale Gravel 2022
Ti ritrovi ancora nell’ambito race?

Bisogna essere iper specializzati per fare qualsiasi cosa, farla al meglio ed essere credibili in quello che si fa. Per fare le gare gravel è necessario essere preparati, non si può improvvisare e a mio parere è giusto così. Mi ritrovo nel gravel race e mi piace vedere alcuni grandi nomi che arrivano dalla strada, portando lustro e visibilità, fattori che aiutano ad allargare la conoscenza verso questa categoria.

Gli uomini immagine, un biglietto da visita anche per noi italiani?

Direi proprio di si. Abbiamo la fortuna di avere il mondiale in Italia per il secondo anno consecutivo, nonostante i diversi problemi organizzativi, ma è una vetrina che dobbiamo sfruttare al massimo. Pensare che un Van Aert sarà il faro della manifestazione a mio parere è motivo di orgoglio.

Hai pedalato nel nuovo percorso?

Non ho avuto occasione, ma ho ricevuto diversi feedback da fonti diverse. Più gravel rispetto al 2022, duro ed esigente, molto spettacolare. Sono contento di questi aspetti tecnici, visto che ho creduto fin da subito nella disciplina e penso che un percorso gravel deve avere le giuste caratteristiche, non troppo stradistico e neppure esageratamente mtb. Il gravel deve avere un propria identità.

Nel futuro di Viel c’è anche una veste di organizzatore
Nel futuro di Viel c’è anche una veste di organizzatore
Servono delle regole?

Io sono a favore delle regole, servono per mettere ordine anche nel settore dei materiali. In questo momento ognuno di noi ha un pensiero proprio verso il gravel. Chi è più race, chi è rivolto al bikepacking, chi un po’ di più verso l’avventura e forse in questo momento è giusto così. Ma sono necessarie delle regole per il futuro e queste devono essere scritte con cognizione.

Ti manca la vita da pro’?

Sicuramente sì, anche se ho trovato in fretta una nuova identità. Non ho chiuso la mia carriera come avrei voluto, considerando che ho iniziato nel 2018 con la Androni grazie ad uno stage. Mi sarebbe piaciuto giocarmi qualche carta in più. Al tempo stesso sono gratificato nel vedere tutto quello che costruisco in questa fase della mia carriera lavorativa.

Alive Cycling, DMT e MCipollini, la vita da ex pro’ di Viel

08.06.2023
5 min
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Chi non lo conosce potrebbe pensare che fare tutto sia impossibile. Mattia Viel dal primo giorno in cui ha deciso di chiudere la sua carriera professionistica si è rimboccato le maniche e si è messo in gioco. Il suo ultimo progetto è Alive Cycling, un brand fondato insieme ad altri due amici Lorenzo Piotti e Stefano Natta. Prima di questo però c’è il Viel atleta, che ha partecipato in maglia azzurra al primo mondiale gravel della storia nel 2022. Ma c’è anche il Viel che oggi fa parte e collabora con il Gruppo Zecchetto, nello specifico DMT e MCipollini per quanto riguarda il marketing e la creazione di nuovi contenuti social. 

Mattia in tutto questo la bici non l’ha mai mollata e continua a fare eventi gravel, utilizzando questa disciplina come filo conduttore tra la sua vita da atleta e quella lavorativa. Uniamo i puntini e scopriamo il presente, progetti e futuro di un ex pro’ pronto a raccogliere le opportunità di una scuola di vita che sport come il ciclismo sono in grado di regalare. 

Qui Viel accanto a Sagan, alla partenza del mondiale gravel 2022
Qui Viel accanto a Sagan, alla partenza del mondiale gravel 2022

Opportunità

Lo avevamo sentito più di un anno fa, nel suo periodo di riflessione in Sud Africa quando il Mattia Viel al termine dell’ultima stagione in Androni Giocattoli, doveva ancora iniziare il suo percorso da ambassador e imprenditore. Oggi lo troviamo attore primario nel marketing di DMT e MCipollini e co-fondatore di Alive Cycling. 

«Ho cominciato con DMT da professionista – racconta Viel – quando ho smesso, è stata la prima azienda del Gruppo di Zecchetto a credere in me. Stesso discorso per MCipollini, con cui ho iniziato a collaborare in parallelo seguendo da vicino gli sviluppi delle bici gravel, dalla MC All road alla nuova Ago. Sfruttando gli studi di lingue, ho iniziato facendo diverse trasferte all’estero per supportare i distributori locali, con l’obiettivo di raccogliere feedback utili per l’azienda. Ma anche organizzando dei mini eventi come le social ride con i clienti, in cui ho potuto raccontare il prodotto trasmettendo esperienza e passione. Un esempio è stata la The Traka che ho vissuto con il doppio ruolo.

«Da quando mi è stata data l’opportunità, ho fatto questa scelta personale in cui ho posizionato prima il lavoro, poi la bici. E’ dura perché quando vedi i corridori vorresti essere ancora in mezzo a loro, ma so anche che questo nuovo capitolo mi piace molto e riesco ancora a combinare in parte il discorso del gravel con il mondo del lavoro. 

«Mi occupo – spiega – di creare dei contenuti, con una prospettiva più rivolta al dietro le quinte. Dopo aver seguito tutto il Giro d’Italia per DMT. Adesso mi trovo a Livigno con la UAE Team ADQ per portare a casa dei contenuti su una delle nostre ambassador, Alena Amialiusik. Mi piace molto questo modo di raccontare il ciclismo e di lavorare a stretto contatto con gli atleti, perché so come ci si sente a stare dall’altra parte».

Alive Cycling

Tre giovani imprenditori, appassionati e volenterosi di fare qualcosa di nuovo in un modo come quello del ciclismo, che corre e vive in mezzo a colossi internazionali. Parlando con Mattia scopriamo che dietro ad Alive Cycling si nasconde il concetto di performance, abbinato al divertimento e ad una community da costruire sui valori della passione per le due ruote. 

«Ho sempre avuto – racconta Viel – una mente creativa.  Combinare la passione e l’esperienza che ho raccolto da professionista è stata un po’ la chiave. Ci aggiungiamo il mio lato imprenditoriale e la voglia di fare qualcosa di proprio ed ecco Alive Cycling. Ovviamente non l’ho potuto creare da solo, infatti siamo tre ragazzi, tutti coinvolti nel settore. Io appunto ex professionista, Lorenzo Piotti coach e preparatore e Stefano Natta che ha esperienza nel mondo tessile. 

«Alive Cycling ci sta già regalando delle soddisfazioni – prosegue Viel – il nostro concept è molto incentrato sulla performance. Non vogliamo però che la comunicazione ricada solo su questo. L’obiettivo rimane la ricerca del dettaglio tecnico e della qualità. La nostra volontà è però anche quella di creare una community che porti tutti a condividere questa passione, sia in sella che una volta scesi dalla bici. Vogliamo far divertire anche la gente. Ad esempio, la prossima settimana, ci sarà il launch party dell’e-commerce di Alive con il Dj set, open bar e molto altro. Faremo delle social ride a tema, dove saremo preseti e trasmetteremo l’idea e la passione del brand».

La pratica del gravel rimane centrale nella vita di Mattia
La pratica del gravel rimane centrale nella vita di Mattia

Il gravel come collante

Per Viel, il gravel non è un fuoco di paglia. Ci ha sempre creduto fin dal primo giorno. Dalla sua convocazione al mondiale fino allo sviluppo dei prodotti. Oggi continua a far parte del suo percorso. 

«Il gravel – dice Viel – lo mantengo. Per me è un po’ come se fosse una vetrina. Ci ho creduto fin da subito. Andare avanti nella vita sfruttando ciò che mi ha insegnato la bicicletta è il mio motto. La mia vita fino a novembre dell’anno scorso, si basava sull’essere testimonial e atleta. Finito il mondiale gravel mi sono accorto che comunque vado per i 28 anni e il gravel ha avuto un picco di crescita che adesso si attenuerà e proseguirà con una crescita costante.

«Avessi qualche anno in meno potrei dedicarmici al 100% facendo il corridore, ma adesso voglio qualcosa di un po’ più concreto. Però perché mollarlo? Ci ho creduto e ci ho messo la faccia. Mi piace ed è la cosa fondamentale, quindi mi sono detto che è giusto rimanerci, magari anche come vetrina. Tant’è vero che io continuo a partecipare a degli eventi senza quella smania del risultato. Adesso la mia priorità è il lavoro.

«Senza la presunzione – conclude Viel – di essere un esempio da seguire, ma vorrei comunicare che il ciclismo ci ha insegnato tanto e dobbiamo farne tesoro per andare avanti nella vita. Non è un discorso economico, ma solo di grinta, passione ed ambizione».

Viel di nuovo azzurro: «Il gravel non è un fuoco di paglia»

01.09.2022
6 min
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Mattia Viel sarà uno dei primi a indossare la maglia azzurra in una gara gravel. Lo ha convocato Daniele Pontoni per la Monsterrato Strade Bianche del prossimo fine settimana nel Monferrato. I due si erano sentiti perché il piemontese, che si dedica alla disciplina offorad da quest’anno, aveva contattato il tecnico azzurro per una serie di quesiti.

«Sono stato credo il primo italiano – spiega Viel – a qualificarsi per il mondiale, grazie a una delle gare dell’UCI Gravel Series che si è corsa a giugno in Francia. E avevo tutta una serie di domande su come funzioni con gli sponsor. Ad esempio l’abbigliamento. Da quest’anno collaboro con le aziende del Gruppo Zecchetto, per cui volevo sapere come funzionasse con la maglia azzurra e gli sponsor. Da cosa nasce cosa. Gli avevo mandato il mio curriculum e i miei risultati nelle gare di quest’anno e dopo qualche giorno Daniele mi ha chiamato per propormi di debuttare in una nazionale che sarà prima di tutto un esperimento».

Viel ha 27 anni e viene da Torino. E’ stato professionista dal 2018 al 2021
Viel ha 27 anni e viene da Torino. E’ stato professionista dal 2018 al 2021

Carriera da reinventare

Facciamo un passo indietro. Dopo averlo incontrato sull’Etna all’inizio del 2021 mentre assieme a Luca Chirico si preparava per la stagione con la Androni Giocattoli, la carriera su strada di Mattia Viel ha subito uno stop. Savio non lo ha confermato. E lui, che assieme alla sua ragazza Carola aveva già avviato a Torino un centro di fisioterapia e preparazione (Bike Kinetic), smaltita la botta si è rimboccato le maniche, studiando un progetto gravel che fosse una via di mezzo fra l’agonismo, il turismo e il mondo amatoriale.

Nel frattempo ha trovato una maglia con la D’Amico Area Zero, anche se dopo le poche corse fra i professionisti e davanti a un programma che non sarebbe bastato per giustificare la vita di atleta, ha incontrato Ivan De Paolis e gli ha fatto una proposta. Avrebbe corso su strada se ci fosse stata necessità da parte del team, per il resto del tempo avrebbe potuto portarne il nome sulla maglia nel gravel, sdebitandosi per l’investimento. E quando il manager abruzzese ha accettato, il progetto ha preso il largo.

Il gravel è un mondo nuovo sul fronte agonistico: vanno creati tutti i riferimenti tecnici
Il gravel è un mondo nuovo sul fronte agonistico: vanno creati tutti i riferimenti tecnici
Perché il gravel?

Poteva essere il modo di dare ancora qualcosa al ciclismo, cui devo tanto. Ho cominciato a collaborare con le aziende del Gruppo Zecchetto, con Deda Elementi e con Briko e l’idea di partenza era di fare un calendario misto, fra eventi in stile ultra-cyling, altri semi competitivi come Nova Eroica, dove pure è venuto Nicolas Roche, e le gare vere e proprie. Per questo ho fatto la prima prova europea dell’UCI Gravel Series a Millau, in Francia, a metà giugno e mi sono qualificato per i mondiali. C’era Niki Terpstra con la Total Energie in supporto. E in quel momento mi sono reso conto che se l’UCI mette mano a un calendario così ampio (12 prove in tutto il mondo, ndr), forse il fenomeno è destinato a crescere. Così mi sono guardato dentro. A me piace l’agonismo. Lo sforzo di una gara gravel è come per una Strade Bianche, ma con una bici diversa. Non posso sperare che cresca tanto in fretta da poterne vivere, ma l’idea di fare l’atleta part time mi alletta.

Part time fra lavoro e bici?

Esatto. Ho fatto una ventina di trasferte in Europa e durante l’inverno andrò in Sudafrica per portare i marchi con cui collaboro. E l’obiettivo per il prossimo anno potrebbe essere quello di avere un ruolo più centrale nelle aziende di Zecchetto. E per questo il gravel, come pure il cross, lascia molta più libertà della strada.

Con Chirico al Rifugio Sapienza sull’Etna, preparando il 2021 su strada
Con Chirico al Rifugio Sapienza sull’Etna, preparando il 2021 su strada
Facciamo il punto tecnico, per capire meglio?

Al momento c’è tanta inesperienza. Venerdì mi ritroverò con la nazionale, ma è tutto nuovo anche per loro. Ci saranno dettagli tecnici da definire. Quali tubeless, quali rapporti. Come in tutte le discipline si andrà verso la specializzazione, ma per ora siamo ai primi passi. Le gare sono lunghe 120-130 chilometri, solo il mondiale sarà più lungo. Le medie, viste le bici e il tipo di percorso, non sono mai stellari. E poi c’è il fatto della navigazione.

Vale a dire?

Non tutti i tracciati sono segnalati, è un po’ come la Parigi-Dakar. Hai il file gpx caricato nel computer e devi buttarci l’occhio, sennò rischi di sbagliare strada. In Francia era segnalato bene, ma qualcuno ha sbagliato lo stesso. Basta passare a destra o sinistra di un albero, per trovarsi sul sentiero sbagliato (ride, ndr).

E poi manca l’assistenza meccanica…

Non è un percorso di ciclocross in cui ad ogni giro passi dal box. Non so come farà la nazionale per coprirci, ma in ogni caso non c’è l’ammiraglia che ti segue ovunque e devi essere autonomo. Abbiamo le mousse che già si usano nel cross e nella Mtb sperando di arrivare a un punto di assistenza.

Una gara gravel è lunga fra 120 e 130 chilometri in cui essere quasi totalmente autonomi
Una gara gravel è lunga fra 120 e 130 chilometri in cui essere quasi totalmente autonomi
Stessa cosa per i rifornimenti, allora?

Esatto. Devi partire sicuro di aver mangiato bene. La gara di 120 chilometri si fa comunque sui 30 di media, per cui alla fine diventano prove esigenti e non hai il sacchetto, l’ammiraglia che ti passa da mangiare e da bere. Sei in mezzo al nulla. E se la squadra non fa come la Total Energie con Terpstra, che aveva lungo il percorso decine di persone di supporto, devi cavartela da solo. Io ad esempio ho il mio punto critico nell’idratazione. E in Francia sono partito con un Camel Back dietro la schiena, uno zaino idrico da un litro.

Un mondo da scoprire, ma pur sempre una maglia azzurra…

L’ultima credo sia stata nel 2017 su pista. Qualcuno all’inizio dell’anno fece battute, adesso vengono a chiedermi. Ho sempre creduto nei nuovi progetti e la maglia azzurra l’ho sempre onorata. Potrà non essere la gara nella vita, ma la rispetto per tutto quello che c’è dietro e per la fiducia che mi ha dato Pontoni.

Nella Wish One Gravel Race in Francia, Viel ha ottenuto la qualificazione per i mondiali (foto Compass)
Nella Wish One Gravel Race in Francia, Viel ha ottenuto la qualificazione per i mondiali (foto Compass)
Hai detto di voler restituire al ciclismo quello che ti ha dato.

Mi ha risollevato quando persi mia madre ed è stato una scuola di vita impagabile e adesso voglio fare qualcosa io. Per questo prima del mondiale, nel weekend 1-2 ottobre, organizzo la Erratico Gravel, il primo evento nel Canavese. E’ un territorio fra Torino e Biella, ha potenzialità notevoli e poco conosciute. Avrò l’appoggio dei miei sponsor (MCipollini Dmt ed Alé, Deda, Briko e Vittoria) e di Banca Reale. Non so cosa verrà fuori dal gravel, ma lo dissi all’inizio e lo ripeto adesso. Non sarà un fuoco di paglia.

Viel guarda al futuro senza squadra, tra pensieri e proposte

17.12.2021
6 min
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Il telefono squilla, Viel risponde. E’ in Sud Africa, a Johannesburg, città della sua compagna. Mattia si è fermato qui per staccare dal freddo di Torino e per ragionare sul suo futuro. Attualmente è senza squadra per il 2022, ma le idee e i progetti non mancano. Il pensiero di fondo è di rimanere su strada e proseguire l’esperienza tra i professionisti, tuttavia al giorno d’oggi in un mondo pieno di opportunità, il torinese sta guardando anche ad altre possibilità. Il gravel e la pista sono discipline che lo affascinano e che lo interessano a tal punto da intravedere un possibile futuro. «Pronto, Mattia!».

Finita la stagione ha deciso di proseguire gli allenamenti in Sud Africa (foto Instagram)
Finita la stagione ha deciso di proseguire gli allenamenti in Sud Africa (foto Instagram)
Come va, sei in off season?

Sono in Sud Africa dalla mia ragazza che presto si trasferirà a Torino insieme a me. Sono venuto diretto dal Criterium del Giro d’Italia a Dubai e poi sono rimasto perché visto l’inverno rigido di Torino e la temperatura che c’è qua, ho preferito rimanere per allenarmi al meglio e ricaricare le pile. 

Com’è la situazione Covid in Sud Africa, la nuova variante spaventa?

La situazione qua è molto più tranquilla rispetto all’Europa. E’ estate, quindi tutti gli eventi e la vita di tutti i giorni è vissuta all’aperto e quello aiuta. La variante Omicron ha sicuramente aumentato i contagi, ma il pericolo è che venga in Europa, perché qua sia io che la mia ragazza non abbiamo limitazioni nel quotidiano, salvo la mascherina e il coprifuoco da mezzanotte alle quattro del mattino. 

Parliamo di te, sei senza squadra al momento per il 2022…

Non ho avuto proposte che potessero convincermi per il prossimo anno, dopo che ho fatto 3 anni e mezzo in Androni Giocattoli-Sidermec. Sono rimasto qua in attesa che qualcosa si muovesse. Nel frattempo porto avanti insieme alla mia compagna Carla Patrocinio l’attività online BikeKinetic

Hai già ricevuto delle offerte?

Sì, sto valutando un po’ di cose. Perché quelle che ho avuto fino ad ora per una ragione o per l’altra non mi hanno convinto. Ma senza un fatto di pretese, più che altro è un mix di organizzazione e responsabilità. Attualmente c’è si la situazione Covid che ha dato una mazzata ai budget di tante squadre. Ma alcune con la scusa degli Evenepoel e Pogacar, che sono fenomeni, fanno il progetto giovane, ma sanno tutti che di Remco e Tadej ce ne sono pochi. Con i soldi che si darebbero a un corridore esperto si prendono tre o quattro giovani.

In Sud Africa è piena estate, ideale per fare un ritiro pre stagionale e schiarirsi le idee (foto Instagram)
In Sud Africa è piena estate, ideale per schiarirsi le idee (foto Instagram)
Stanno investendo solo sui giovani quindi?

No, c’è sicuramente un discorso di scouting, però c’è da dire che conviene a livello economico. In italia ci sono tre professional: Androni Giocattoli-Sidermec, Bardiani-CSF-Faizané ed Eolo-Kometa. Con l’Androni sono fortunato di avere avuto il contratto, mentre la Bardiani ha fatto un mercato super giovane. Ha preso molti corridori U23. Tant’è vero che ci sono buonissimi corridori appiedati come Andrea Garosio

Per un atleta nella tua situazione non ci sono tante alternative?

In Italia è difficile al momento. O uno vince ed è un talento cristallino e quindi entra nel circuito delle squadre WorldTour. Oppure bisogna saltare da una professional all’altra o scendere in continental

Stai valutando questa possibilità?

Non ho detto che voglio rimanere per forza in professional. Sicuramente ho delle ambizioni, ma sono convinto di poterle raggiungere anche in una squadra continental ben organizzata. Il problema che sorge, è che come le professional soffrono, anche le continental fanno fatica a garantire uno stipendio minimo, visto che sono sollevate dalla regola del salario minimo a differenza delle categorie superiori. E alla fine, un corridore della mia età che va per i 27 anni ed ha investito in casa e attività, certi compromessi non può più permetterseli .

Quindi la continental è più che una possibilità?

Il problema delle continental è che ci possono essere massimo due fuori quota ex professionisti. Io ho avuto dei contatti con squadre che l’appoggio economico me lo avrebbero dato, ma purtroppo gli slot erano pieni. A livello federale sono bloccate. Anche perché ci sono delle continental, come per esempio Work Service, con un calendario che non ha niente da invidiare alle professional, tolto il Giro e un paio di classiche

Al Tour Poitou-Charentes ha vinto la classifica degli sprint intermedi (foto Instagram)
Al Tour Poitou-Charentes ha vinto la classifica degli sprint intermedi (foto Instagram)
Ti sei dato una spiegazione per il fatto di non avere una squadra per il 2022?

Credo che nel ciclismo moderno o vinci e sei un fenomeno o ti devi ritagliare uno spazio. Quando ho visto che un fenomeno non lo ero, ho iniziato a fare l’uomo squadra e ad andare sempre all’attacco. Sono andato in fuga al campionato italiano, alla Milano-Sanremo, al Tour Poitou-Charentes, dove ho vinto la classifica degli sprint intermedi. Pensavo fosse un modo per farsi vedere, ma forse questo contava anni fa. Nel ciclismo di oggi, o vinci o sei un giovane. Questo è lo specchio crudele del ciclismo attuale

La parola “ritiro” ti è passata per la testa?

No qualche contatto in evoluzione ce l’ho. Penso di poter dare ancora qualcosa al ciclismo. 

Hai altri progetti in mente?

Ho studiato lingue, mi piace molto il marketing e la pubblicità dei brand. Infatti ho un progetto per il 2022, proprio per non pensare al ritiro. Di continuare nel mondo della gravel, prendendo spunto in Italia da Mattia De Marchi o all’estero da Ian Boswell che è stato un corridore che ha corso  in Sky e Katusha, o ancora Peter Stetina che viene da esperienze in BMC e Trek-Segafredo. Un altro nome è Nathan Haas che ha corso in Cofidis e adesso si è buttato in questo mondo. Potrei essere un apripista in Italia, visto che qua non è ancora esplosa la cosa. Sto già contattando qualche sponsor per il mio chiamiamolo “Gravel Project” per il 2022 che in caso non arrivasse qualche proposta convincente, potrebbe essere una possibilità concreta altrettanto allettante. 

Faresti una stagione ibrida?

Attualmente se non arriva nulla dalla strada che possa convincermi, farei solo gravel. Il discorso ha tanto potenziale visto che questa disciplina potrebbe diventare UCI. Con la scusa del gravel, una squadra WorldTour, continental o professional, potrebbe in accordo con il produttore della bici, Pinarello, Wilier, Bottecchia e molte altre, essere interessata a lanciare il modello gravel.

Viel è stato in fuga a inizio anno alla Milano-Sanremo
Viel è stato in fuga a inizio anno alla Milano-Sanremo
In Europa si vendono gravel ma di gare ce ne sono poche…

E’ una situazione difficile, in Europa non si è ancora capito il potenziale del mondo gravel. Forse l’unico input è il calendario UCI. Negli Stati Uniti si è passati da zero corse a un calendario di 268 gare. Confermato da gravelcyclist.com. In Europa ci aggiriamo su una trentina di competitive. Un aspetto da non sottovalutare è che ci sono poche corse ma gli eventi in questo ambito stanno crescendo e stanno nascendo moltissime Gran Fondo per questa disciplina.

Potresti diventare oltre che atleta, un ambassador e tester?

Si potrei dare feedback dei materiali e partecipare allo sviluppo delle varie tecnologie. Alla fine stiamo parlando di una nuova specialità dove c’è tanto da testare. Sono tutte cose che con l’esperienza e la sensibilità del professionista, alle aziende potrebbero fare comodo. Una cosa importante è che non è un progetto che farei come ripiego. E’ una cosa che mi appassiona, ci sono messaggi importanti. Avvicinare persone al ciclismo che magari hanno paura della strada. Ho fatto due volte la Strade Bianche, e i paesaggi del fuoristrada sono straordinari. 

L’ultima volta che ti abbiamo incontrato ci hai detto che avresti voluto rilanciarti anche sulla pista…

Se dovessi ritirarmi con la strada e dovessi iniziare con il gravel, di sicuro potrei affiancare la pista. Per esempio Ashton Lambie, il campione del mondo di inseguimento individuale, fa anche corse su gravel. E’ un ambiente che sta performando visto che molti ex professionisti si sono buttati a capofitto. Se mi guardo indietro è iniziato tutto con il campionato italiano dove ho battuto Ganna. Si certo eravamo ancora allievi è vero, ma è nel mio dna. Ho tante idee e non voglio chiudere ancora le porte al futuro e alle possibilità che si possono presentare. Si stanno pian piano concretizzando, vediamo quale sarà quella che mi permetterà di essere soddisfatto e di farlo come lavoro al 100 per cento. 

Lo straordinario viaggio di Mattia Viel

24.01.2021
7 min
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Per raccontare questa storia, bisogna aprire l’hard disk dei pezzi pubblicati e tornare indietro alla fine del 2018, quando nel ritiro freddo e ventoso di Cesenatico, Gianni Savio passando in rassegna i corridori in arrivo, buttò nel mezzo il nome di Mattia Viel.

«Avevamo due stagisti – disse – Lizde e Viel, che passerà professionista con noi. Sarà di supporto per Fedrigo, nel grande mosaico che è una squadra. Non ha velleità clamorose, ma può ritagliarsi il suo spazio».

A 11 anni, nel 2006, con Marco Villa ancora in attività: la pista è già la sua passione
A 11 anni, nel 2006, con Marco Villa: la pista è già la sua passione

Di poche parole

Da allora la vita seguì le sue strade ed è stato singolare, due anni dopo, ritrovarsi con Viel nel Rifugio Sapienza, guardando fuori per comprendere il meteo e guardando avanti per indovinare il futuro. Non ci conoscevamo, ma sentendolo parlare con Luca Chirico, che con lui ha diviso i giorni siciliani, era come se la sua presenza in gruppo avesse una data antecedente a quel 2018. E così in un mattino con pochi chilometri da fare, gli abbiamo chiesto di raccontarci che cosa ci sia dietro quella barba e le poche parole di uno che sembra aver percorso già molte strade.

«Sono piemontese – dice – e per questo ho sempre avuto parecchi contatti con l’Androni Giocattoli. Sono stato per anni nel giro della nazionale della pista, facendo anche mondiali ed europei. Da junior ho sempre vinto parecchio, diciamo che da me si aspettavano tutti molto, compreso il sottoscritto. Poi per una scelta personale, qualcosa si è messo di mezzo. Qualcosa che va bene per la vita di Mattia e forse ai tempi un po’ meno per Viel il corridore».

Nel 2012 a Maleo vince da junior battendo Sartoris
Nel 2012 a Maleo vince da junior battendo Sartoris
Va bene, ci hai incuriosito. Quale scelta?

Ho perso mia mamma che avevo dieci anni. Una cosa che ricordo è che prima di mancare, mi disse: «Mi raccomando, vai sempre bene a scuola». Si chiamava Anna, all’epoca era direttore marketing alla Lavazza. E quindi mi sono sempre portato dentro questa cosa qui, che mi ha sempre influenzato nelle mie scelte. Perciò invece di fare la classica scuola un po’ più semplice che mi lasciasse il tempo per uscire in bici già da junior, mi iscrissi al miglior liceo linguistico di Torino, l’Altiero Spinelli, e questo mi ha portato via davvero tanto tempo. Però finché uno è giovane, se ha un po’ di talento, esce…

Mentre il tipo del bar sbatte il filtro del caffè con la veemenza di un fabbro, ci serve un secondo per deglutire e andare oltre.

Nel 2017 Viel corre con la Unieuro Trevigiani e corre il Beghelli
Nel 2017 Viel corre con la Unieuro Trevigiani e corre il Beghelli
E tu talento ne avevi…

Andavo bene. Nel 2013, a 18 anni, andai ai mondiali su pista di Glasgow e qui incontrai Alessandro Fissore, che mi chiese se mi interessasse conoscere il gruppo di Chambery che faceva da vivaio alla Groupama. Io dissi di sì e forse da quel momento inizia il rammarico più grande della mia carriera, pur davanti a una straordinaria esperienza di vita. Potevo rimanere in qualche squadra italiana, andare alla Colpack e fare il mio percorso tra strada e pista. Invece andai a Chambery a fare quei test e uscii dai radar. Era un altro mondo, ci davano addirittura un contributo per iscriverci all’Università, presi anche la licenza francese. Poi fu chiaro che stavano cercando il nuovo Bardet, perché tutti gli scalatori li fecero passare e io che non ero proprio uno scalatore… A vent’anni iniziai a guardarmi intorno e si creò un contatto con la Unieuro-Trevigiani.

Nel nostro archivio c’è anche una frase di Marco Milesi, diesse di quel team: «In più abbiamo preso Mattia Viel – diceva in un pezzo di febbraio 2016 – un altro del 1995, che non è male e può fare i suoi risultati».

Era la squadra di Finetto, Malucelli, Malaguti, Fedeli, Carboni, Ravanelli, Plebani e anche di Almeida e io ero a loro disposizione. Nel 2017 avevo anche ripreso la pista con il quartetto, facendo qualche piazzamento su strada.

Le cose andavano bene, insomma?

Partecipai alla Vuelta San Juan, facendo anche un settimo posto e conobbi Raimondo Scimone che diventò il mio procuratore. Ma a fine 2017 venne fuori una brutta tegola. Unieuro sarebbe uscita e Trevigiani non aveva i soldi per tenere gli elite. Così mi ritrovai a piedi a 22 anni, nel Piemonte in cui non ci sono squadre né sponsor. Insomma, ero senza contatti. E mentre già pensavo che fosse a 22 anni fosse arrivata la mia ora di metterci una pietra sopra, mi chiama un ex compagno di squadra, Seid Lizde, che come un pazzo mi fa: «Matti, Matti, oggi devi firmare con me, andiamo su in Inghilterra!». Mi dice di prepararmi che dobbiamo andare a Londra, che c’è una bella squadra, il team Holdsworth Pro Racing.

La vittoria alla Sei Giorni di Torino gli riapre la porta dell’Androni
La vittoria alla Sei Giorni di Torino gli riapre la porta dell’Androni
E tu?

Gli dico: «Ma sei matto? Non ci sentiamo da due anni e te ne esci così?». Però avevo sempre questa fissazione delle lingue e mi sono detto: piuttosto che andare in una continental italiana, se anche non diventerò nessuno nel mondo della bici, almeno mi sarò goduto qualche bella esperienza. Il progetto era ben fatto. C’era Downing di ritorno dal Team Sky, c’era il figlio di Thurau, ma era il giocattolino di qualcuno. E quando chi metteva i soldi si stancò, il giocattolino smise esistere.

E un’altra volta a piedi…

A quel punto, era in piena estate, ho chiesto a un mio compagno di squadra australiano (Nicholas Yalluris, nrd) di accompagnarmi alla Sei Giorni di Fiorenzuola. E senza allenamento specifico, ci siamo piazzati vincendo anche qualche prova. Così siamo andati a quella di Torino, con l’idea di vincerla ed effettivamente abbiamo vinto, battendo anche le coppie della nazionale italiana, che per me era anche una bella rivincita. E proprio una sera di quelle, si affacciò Gianni Savio, che cercava uno stagista. Io con loro avevo già fatto qualche chilometro nel 2015 e dal primo agosto il viaggio riprese. Da quel momento è nato tutto e dopo 3 anni sono ancora qui. Dovendo dire qualche grazie…

A chi?

A Massimo Sibona, che lavorava per l’Androni come commercialista, e insieme a Raimondo Scimone riuscì a mettere la parola giusta nel momento giusto, così da convincere la squadra per farmi fare quello stage. Oltre al lavoro del procuratore, Raimondo Scimone è stato fondamentale negli anni, spronandomi davanti ad ogni ostacolo, fino al passaggio al professionismo.

Dopo la vittoria della Sei Giorni di Torino, lo stage con l’Androni in Cina
Dopo la vittoria della Sei Giorni di Torino, lo stage con l’Androni in Cina
E come andò?

Ero stupito della mia condizione. Mi ritrovai al Tour of Hainan con Masnada, Ballerini, Frapporti, Belletti… la squadra del Giro. Mi facevano tirare per ore ogni giorno, ma io a quel punto volevo passare e tiravo. Qualche volta mi buttavo all’attacco e piano piano capii che quello poteva essere il mio ruolo. Savio dice che il ciclismo è spietato e devi darti da fare per capire subito in quale posizione collocarti. Io lo capii in Cina.

E davvero si è riaperta una bella porta…

Voglio andare avanti, avere una carriera. Voglio che non sia una parentesi. Ho ridimensionato i miei obiettivi, ma sono riuscito a rimanere convincendo Savio e Bellini. Fa piacere mettersi a disposizione della squadra, ma quando vado in fuga penso sempre a vincere. Certo, non posso fare quello che facevo da ragazzino, ma ho ancora 25 anni e magari le cose potrebbero cambiare.

E la pista?

Credo che avrei potuto ottenere di più e mi piacerebbe rientrare in quel giro, come ha fatto Simion. Vedo solo problemi logistici, perché il gruppo degli azzurri vive quasi tutto intorno a Montichiari e fare aventi e indietro da Torino sarebbe un problema. Diciamo che ad ora il progetto è accantonato, ma non dimenticato.

Nel 2020, Mattia Viel è partito con il Tour de Langkawi
Nel 2020, Mattia Viel è partito con il Tour de Langkawi
Andare via da Torino?

No, perché nel frattempo con la mia ragazza che si chiama Carla Lee patrocinio e che ho conosciuto in Cina ho aperto un’attività: Bike Kinetic Lei è specialista del movimento umano. Quindi facciamo programmi specifici per il ciclismo, riabilitazione post infortunio, esercizi posturali e programmi fitness, stretching e massaggio sportivo. In futuro ci piacerebbe organizzare tour in bicicletta, coffee ride con i consigli di un professionista e cucina.

Da quanto tempo l’hai aperta?

Nel 2020, un modo per dare qualcosa al ciclismo nella mia provincia, sperando di diventare un punto di riferimento. Inoltre, visto il mio amore per la pista, ho aperto una sede a un chilometro dal Velodromo Francone di San Francesco al Campo, mentre a Torino mi appoggio ad altri studi. A causa del Covid, molti servizi attualmente sono online, ma fortunatamente il feedback dei clienti è comunque ottimo.

Magia del ciclismo e delle persone che mette sulla tua strada. Chi poteva immaginare che dietro quella barba e quello sguardo curioso sulla cima di questo vulcano che oggi è coperto di neve, avremmo scoperto una storia come questa? In bocca al lupo Mattia, ci hai messo addosso davvero una grinta immensa.