Masticare la sconfitta non gli era mai piaciuto, sin da piccolino, eppure in alcuni momenti gli era toccato farlo e l’aveva trovato insopportabile. Poi Alessandro Covi è passato professionista e ha pensato che su di lui si fosse abbattuta una maledizione. Dalle sconfitte si impara, aiutano a crescere, ma alla fine lasciano sempre un segno. Ma ieri nella Vuelta Murcia, nella città di Valverde che ha atteso invano il suo beniamino (la Movistar ha partecipato in formazione rimaneggiata per un caso Covid al suo interno, impedendo ad Alejandro di partecipare per l’ultima volta alla corsa di casa) la maledizione è stata spazzata via.
Covi e Trentin hanno parlato molto in gara e alla fine l’intesa è stata perfettaCovi e Trentin hanno parlato molto in gara e alla fine l’intesa è stata perfetta
La sfiga non esiste
Primo, per un solo secondo sull’amico Trentin. Che alle spalle lo ha protetto vincendo la volata del gruppo. Fu un secondo anche quello che lo divise da Mauro Schmid l’anno scorso a Montalcino, nel giorno che più degli altri gli parve amaro.
«La sfiga non esiste – disse lo scorso inverno, commentandolo – qualche errore l’avrò fatto. Quel giorno a Montalcino mi venne il panico. Era bello essere lì a giocarsi la tappa, ma non ero convinto di me stesso e non conoscevo lui. Occasioni di giocarmi corse importanti con una volata a due non ne avevo avute tante, quindi di sicuro l’abitudine e la freddezza l’avevo persa. Sul momento mi è scocciato, ora se ci penso mi dico che poteva cambiarmi la carriera. Il secondo non se lo fila nessuno…».
Fra i vari movimenti di giornata, anche l’attacco di Brandon McNultyFra i vari movimenti di giornata, anche l’attacco di Brandon McNulty
Primo e secondo
Ieri non ha aspettato la volata, ma eseguito alla grande gli ordini di scuderia. Attaccare nell’ultimo chilometro, dopo aver mandato prima in avanscoperta McNulty. E poi semmai Trentin avrebbe vinto la volata.
«Sono contentissimo della vittoria – ha detto a caldo – e della gara che abbiamo fatto. Abbiamo seguito tutti i piani. Abbiamo attaccato con Brandon, poi in caso di volata c’era Matteo. Io dovevo anticipare lo sprint, così abbiamo fatto e così è arrivata la vittoria. Credo che abbiamo corso benissimo, abbiamo preso la responsabilità della gara sin da subito. Abbiamo tirato noi e alla fine abbiamo colto il miglior risultato possibile. Primo e secondo è un ottimo risultato direi…».
Anche Trentin è entrato in un’azione, poi si è messo a guardia del finaleAnche Trentin è entrato in un’azione, poi si è messo a guardia del finale
La consapevolezza
Se Montalcino poteva cambiargli la carriera, chissà che la corsa di Murcia non possa dare una spallata a quella sorte, rimettendo in pari la bilancia.
«Anche da under 23 – ha già detto più volte – capitava che ne vincessi una e poi le altre arrivassero in fila. Nel 2018 non mi riusciva di sbloccarmi, poi feci centro in Spagna e in Italia ne vinsi tre di fila, fra cui la Coppa Cicogna. Vincere porta più consapevolezza, piazzarsi tanto significava comunque la possibilità di giocarmi le corse. Ci ho messo sempre il massimo impegno, poi con l’esperienza e la maturazione fisica le cose stanno venendo meglio da sé».
Sul podio, oltre a Covi e Trentin, il francese Louvel dell’ArkeaSul podio, oltre a Covi e Trentin, il francese Louvel dell’Arkea
Più leggero
Ora Alessandro dice di sentirsi più leggero e che la vittoria ieri proprio non se la aspettava.
«Non credevo di avere già la condizione per vincere – sorride – ma come mi hanno detto tutti, la vittoria arriva quando meno te la aspetti. Bene così, la condizione verrà con le corse, ma siccome non è detto che sarà garanzia di vittoria, prendiamoci questa è guardiamo avanti. E anche la teoria delle quattro corse di seguito, tutto sommato… Stiamo cauti! Oggi corro ad Almeria, poi Andalucia, l’apertura al Nord e Laigueglia. Ci voleva proprio…».
Alle sue spalle Trentin ha dimostrato ancora una volta di essere un eccellente uomo squadra. Uno che avrebbe avuto bisogno come il pane di una vittoria, ma ha saputo attenersi agli ordini del team, guardando le spalle al più giovane compagno. Se c’è giustizia nel mondo delle corse, presto gesti come questo saranno ripagati e per il grande trentino arriverà l’acuto che merita. Lui la volata l’ha vinta a mani basse…
Attraverso le strade del Gran Premio Liberazione sono passati tre quarti di secolo di grande ciclismo. Sul circuito romano (un particolare nella foto di apertura di Simone Lombi) si sono visti molti dei big che poi hanno scritto pagine storiche delle due ruote, ma non è assolutamente detto che tutti siano usciti vincitori dalla gara capitolina. E’ questo il bello, la sua incertezza che ne ha sempre fatto uno degli eventi più attesi. Ogni anno la gara ha dato vita a una storia, ha messo in mostra personaggi, alcuni magari hanno ballato una sola estate mentre alle loro spalle c’era chi ha fatto del ciclismo la sua vita.
Prendete ad esempio l’edizione del 1988. Forse una delle più ricche di stelle prima della rivoluzione ciclistica che dal 1996 avrebbe portato i pro’ alle Olimpiadi. Il Liberazione è in in quell’anno olimpico che porta a Seoul la prova generale della sfida a cinque cerchi. L’anno precedente la nazionale russa aveva proiettato verso il successo Dimitri Konyshevdavanti al tedesco ovest (il muro non era ancora caduto…) Bernd Groene e il russo, oggi dirigente della Gazprom e vincitore di tante gare da pro ritiene ancora quella una delle vittorie più belle in carriera. Questa volta la sfida si ripete, ma il teutonico (che poi vincerà l’argento a Seoul e avrà una breve carriera da professionista alla Telekom) la spunta e Konyshev finisce terzo, preceduto pure da un certo Mario Cipollini…
Nel 2009 Modolo batte Matthews in volata (foto Primavera Ciclistica) Nel 2009 Modolo batte Matthews in volata (foto Primavera Ciclistica)
La grande avventura di Bugno
Qualche anno prima, nel 1985, un ragazzino monzese di nascita svizzera aveva fatto saltare il banco e sconvolto le tattiche delle squadre più affermate. Si chiamava Gianni Bugno, aveva viaggiato la notte in treno per arrivare in tempo, con la bicicletta vicino per non farsela rubare. La sua squadra aveva deciso di rinunciare alla corsa, non lui.
S’infilò in una fuga ripresa pochi chilometri prima dell’arrivo, ma seppe giocarsi la vittoria in una volata di una trentina di corridori. Quella fu la prima di una serie incredibile di successi, tra cui due titoli mondiali. Tra le squadre che rimasero beffate c’era quella di Luigi Orlandi, battuto allo sprint e per il quale aveva lavorato anche Claudio Terenzi, che 35 anni dopo sarebbe diventato l’organizzatore del GP Liberazione.
La bellissima vittoria di Bugno nell’85, dopo una notte in treno (foto Ansa)La bellissima vittoria di Bugno nell’85, dopo una notte in treno (foto Ansa)
Doppietta britannica
Se torniamo ancora più indietro, alla seconda parte degli anni Settanta, scopriamo che per qualche anno i corridori italiani furono quasi delle comparse. Non bastasse la presenza delle grandi nazionali dilettantistiche del blocco comunista, arrivarono anche Paesi che non avevano tradizione a dominare la scena, come la doppietta britannica realizzata da William Nickson nel 1976 e Bob Downs l’anno successivo. Allora il ciclismo britannico era un lontano parente di quello che abbiamo conosciuto in questo secolo, quello dei Wiggins e dei Froome, dei Thomas e dei Pidcock. Furono due vittorie che sorpresero tutti perché al tempo il ciclismo non era certo lo sport più seguito nel Paese di Sua Maestà.
Qualche anno dopo le cose sarebbero cambiate. Nel 1992 ad esempio il podio fu tutto italiano, popolato da corridori che curiosamente avrebbero trovato però spazi diversi da quelli del professionismo, durato poche stagioni. Terzo fu Simone Biasci, grande speranza del tempo che dopo 7 vittorie da pro’ è diventato dirigente sportivo, secondo fu Mauro Bettin, approdato alla mtb dove ha raccolto grandi successi ed è diventato apprezzato manager, mentre a vincere fu Andrea Solagna, che troverà la sua strada nelle gran fondo.
Nel 2012, la spunta Barbin che batte Fedi (foto Primavera Ciclistica)Nel 2012, la spunta Barbin che batte Fedi (foto Primavera Ciclistica)
Albo d’oro di grandi sconfitti
Se uno guarda l’albo d’oro della corsa romana, scopre che molti campioni sono passati per il Liberazione incamerando sconfitte che poi sono servite per crescere. Francesco Moser fu terzo nel 1972, stesso piazzamento lo aveva ottenuto Pierino Gavazzi due anni prima, Michael Matthews, australiano della BikeExchange ha collezionato addirittura due piazze d’onore, nel 2009 e 2010, anno nel quale avrebbe poi vinto il mondiale U23. L’attuale campione europeo Sonny Colbrelli fu terzo nel 2011, Alberto Bettiol trionfatore al Fiandre fu sempre terzo nel 2013. Due piazze d’onore anche per Simone Consonni (2014 e 2015), uno dei quattro olimpionici di Tokyo 2020 nell’inseguimento a squadre. Si sarebbe quasi portati a pensare che perdere il Liberazione porti bene…
Ilnur Zakarin torna alla Gazprom da cui tutto cominciò. Ritrova Konichev in ammiraglia e insieme sognano il Giro. Poi andrà a Tokyo per vendicarsi di Rio
Trentin ricostruisce il finale con fierezza. Quando si è accorto che Colbrelli aveva la gamba, gli ha detto di correre su Evenepoel. Agli altri pensava lui
La casella delle vittorie nel 2021 segna una sola spunta per Matteo Trentin. Cosa un po’ insolita per questo campione. La gara che ha vinto, il Trofeo Matteotti, quasi era data per scontata. Posto poi che non c’è mai una gara facile. Ma c’è qualcosa da rivedere è Matteo lo sa bene.
Noi stessi, qualche mese fa, lanciamo l’argomento: come mai Matteo Trentin non riesce più a vincere in volata? Cosa è successo al fortissimo corridore della UAE? I nostri dubbi avevano trovato delle risposte anche da parte di esperti e non solo nei numeri (i numerosi piazzamenti nei primi cinque). Adesso tutto ciò lo abbiamo chiesto direttamente all’interessato.
Trentin vince il Matteotti attaccando in salita (foto Instagram)Trentin vince il Matteotti attaccando in salita (foto Instagram)
Obiettivo volate
«Per ora – dice Trentin – l’inverno è andato bene, ho fatto un bello stacco. Sono ripartito con calma, soprattutto sapendo che Australia e Argentina non ci sono. E’ vero, ho perso diverse volate, ho colto molti piazzamenti e voglio tornare ad avere il mio spunto veloce».
«Come ci sto lavorando? Facendole in allenamento. L’anno scorso ho lavorato parecchio in salita, facevo spesso lavori di 10-15 minuti anziché fare le volate. Invece quest’anno almeno due giorni a settimana li dedico appunto agli sprint, senza contare che un paio di volate si fanno ad ogni allenamento.
«E’ importante per mantenere il fisico e la gamba abituati a certi sforzi. Le volate essendo così intense rispetto ad altri allenamenti sono davvero particolari.
«Un’altra cosa che ho ripreso è stata poi la palestra. L’anno scorso con il lockdown ho lavorato a casa, ma non è la stessa cosa».
Con Pogacar poche corse insieme, tra cui lo Slovenia. Eccoli all’europeo, ma da rivaliCon Pogacar poche corse. Eccoli all’europeo da rivali
La convivenza con Pogacar
Ma gli argomenti sul tavolo sono diversi. E una delle cose che più ci incuriosisce del 2022 di Matteo Trentin è la sua condivisione della leadership alGiro delle Fiandre, una condivisione che fino a qualche mese fa era pressoché impensabile. Invece sarà in Belgio a battagliare al fianco di Tadej Pogacar, anche se il fenomeno sloveno ha assicurato che il capitano sarà l’italiano.
D’altra parte, è anche vero che un corridore del calibro di Tadej un minimo di attenzione da parte del suo team ce l’avrà. Possiamo supporre che ci sarà qualcuno a proteggerlo nei punti critici o addetto a portarlo avanti, insomma degli uomini fidati. E se un paio di corridori dovessero andare a Pogacar, Trentin ne avrebbe altrettanti in meno…
«Io – va avanti Trentin – credo che avere in squadra un corridore come Pogacar sia un vantaggio, e non mi stupirei neanche se facesse bene, se arrivasse davanti. Lui, come Valverde, dove va… va forte, magari ha un po’ meno di esperienza però…
«Abbiamo un team di giovani molto forti sia per le classiche che per i grandi Giri. Se poi ha detto che correrà per me, potremmo aiutarci».
Al Giro del Veneto, Matteo è secondo alle spalle di Meurisse. E’ il 16° (e ultimo) piazzamento nei primi cinque del 2021Al Giro del Veneto, secondo dietro Meurisse: 16° piazzamento nei cinque del 2021
Classiche nel mirino
Dal video Matteo sembra già molto tirato, magro in volto. Ragazzo estremamente diretto e leale va subito al sodo. Le classiche come ha detto saranno quindi i suoi grandi obiettivi di inizio stagione. Abbiamo parlato del Fiandre, ma vale anche per le altre classiche del Nord e per la Sanremo.
«Inizierò a gareggiare già a fine gennaio, il 30, alla Marsigliese, quindi farò Valenciana, Ruta del Sol, le prime corse in Belgio e arriverò alla Sanremo dalla Parigi-Nizza. Questo è il mio cammino della prima parte dell’anno.
«L’ultima stagione è stata buona, ma a fine anno se si contano le vittorie e non sono state numerose come avrei voluto. Quindi l’obiettivo per il 2022 è vincere di più. Ho anche avuto sfortuna in diverse occasioni. Spero di essere più fortunato».
E poi non dimentichiamoci che quest’anno il mondiale è molto adatto ad un corridore come lui. In Australia si annuncia un tracciato molto lungo e abbastanza facile, ammesso che 3.000 e passa metri di dislivello possano ancora classificare l’appuntamento di Wollongong come “facile”. Fatto sta che le ruote veloci (e velocissime) scalpitano.
E forse anche per questo Matteo non ha sciolto le riserve sul grande Giro da fare. Con Pogacar che punta al Tour ci sta che possa non andare in Francia. E il Giro forse è troppo vicino alle classiche di primavera. La Vuelta sembra pertanto la candidata migliore.
Dal ritiro UAE Emirates di Benidorm arriva la notizia che Ayuso sarà leader del team al Giro d'Italia. Lo spagnolo vuole crescere, con Pogacar come modello
Nei giorni scorsi Pirelli ha annunciato una nuova importante partnership tecnica per il 2022. A partire dalla prossima stagione le Colnago in dotazione al UAE Team Emirates monteranno gomme Pirelli. L’accordo avrà durata biennale e garantirà a Tadej Pogacar e compagni la possibilità di avere a propria disposizione gomme in grado di garantire prestazioni di alto livello. La nuova partnership interesserà anche il UAE Team ADQ, la neonata formazione femminile che farà il suo debutto ufficiale nel 2022.
La partnership con UAE Team Emirates si affianca alle collaborazioni con Trek-Segafredo e AG2R Citroen. Nel caso della Trek-Segafredo, Pirelli diventerà main partner con la presenza del proprio logo su maglia e pantaloncino.
I copertoni Pirelli saranno a disposizione anche del neonato team femminile: UAE Team ADQ I copertoni Pirelli saranno a disposizione anche del neonato team femminile: UAE Team ADQ
Insieme a Colnago
La partnership con il UAE Team Emirates permetterà a due brand che hanno fatto la storia dello sport italiano di collaborare per la prima volta fra loro. Pirelli e Colnago avranno così l’opportunità di mettere a disposizione del team degli Emirati Arabi il meglio della loro tecnologia. In particolare gli atleti dell’UAE Team Emirates potranno scegliere tra i modelli P Zero Race TLR e P Zero Tube SL.
Una delle scelte per il Team UAE sono i copertoni P Zero Race TLR Una delle scelte per il Team UAE sono i copertoni P Zero Race TLR
Matteo Barbieri, General Manager di Pirelli Cycling, ha così commentato l’accordo appena raggiunto con Colnago. «L’impegno di Pirelli nel mondo del ciclismo professionistico – ha detto – è oggi ancora più ampio e importante. Con questa nuova partnership non celebriamo solo l’arrivo delle nostre gomme su un nuovo team WorldTour, ma sigliamo un accordo tutto italiano, che ci vedrà sulle bici di uno dei nomi più prestigiosi del ciclismo: Colnago. Per noi è un onore ed un orgoglio. Rappresenta anche una nuova collaborazione tecnica, che ci supporterà nel realizzare prodotti sempre più performanti, per il professionista e per l’amatore».
Alle parole Matteo Barbieri hanno fatto eco quelle di Nicola Rosin, Amministratore Delegato Colnago: «E’ una partnership che ci riempie di orgoglio perché stiamo parlando di Pirelli, il brand di riferimento assoluto nel mondo racing motorsport e che, nel ciclismo, ha intrapreso oramai una via di eccellenza e innovazione sul prodotto. Siamo pronti a vincere insieme».
Di nuovo con Trentin
La collaborazione tecnica con il UAE Team Emirates permetterà a Pirelli di poter fare tesoro dei feedback che arriveranno dagli atleti. Fra questi un ruolo di rilievo potrà sicuramente rivestirlo Matteo Trentin che in passato ha già corso con gomme Pirelli e ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei pneumatici P Zero. Questi ultimi hanno fatto la loro prima apparizione nel WorldTour nel 2018. Proprio quell’anno lo stesso Trentin ottenne la medaglia d’argento ai campionati del mondo di Harrogate.
L’altra scelta a disposizione del team di Tadej Pogacar sono i copertoni P Zero Tube SL L’altra scelta a disposizione del team di Tadej Pogacar sono i copertoni P Zero Tube SL
Matteo Trentin non ha mancato di sottolineare la sua soddisfazione nel poter tornare a utilizzare gomme Pirelli. Ecco le sue prime parole: «Sono davvero felice di tornare a correre con Pirelli il prossimo anno. E’ significativo per me, perché sono stato uno dei primi corridori a testare e competere con Pirelli da quando sono rientrati nel ciclismo con le gomme da bici. Da allora, in pochi anni sono diventati uno dei leader di mercato e, per me, probabilmente i migliori pneumatici del circuito. Io e la squadra siamo davvero entusiasti di questo nuovo passo».
Trentin ci sapeva fare. Glielo leggevi anche nello sguardo. Era un misto di tecnica e cattiveria. Poi, come accadeva in quel tempo e ancora adesso se il corridore non si mostra abbastanza convinto, la strada se lo portò via. Malacarne la stessa storia e, guarda caso, fu ugualmente la Quick Step a distoglierlo dai campi del ciclocross, come già successo con Stybar che, se non altro, a differenza dei due azzurri, aveva vinto cinque mondiali e magari ci stava che volesse provarsi a fondo anche su strada.
Davide Malacarne è stato iridato di cross juniores e ha poi continuato a praticarlo con la ZalfDavide Malacarne è stato iridato di cross juniores e ha poi continuato a praticarlo con la Zalf
Il caso Bryan Olivo
Come quando si va al Tour contro Pogacar, sarebbe ingiusto pretendere dai nostri azzurri che a Vermiglio e in genere nelle competizioni internazionali possano competere contro Van Aert, Van der Poel, Pidcock, Iserbyt e quelli che con il cross si guadagnano lautamente il pane.
Tuttavia resta il fatto che da noi e in altre parti d’Europa la strada continui a mangiarsi talenti con una voracità spesso fine a se stessa.
Negli ultimi due anni, senza andare troppo lontano, abbiamo visto sparire uno junior come De Pretto, molto atteso, e quest’anno Bryan Olivo, campione italiano juniores nel 2021. Le motivazioni che lo riguardano le abbiamo raccontate con dovizia di particolari senza che siano risultate troppo convincenti. Al primo anno da under 23, dicono, è necessario che si concentri sulla strada e semmai sulla pista. Ma proprio perché al primo anno da under 23 le attese dovrebbero essere calmierate (il Cycling Team Friuli dovrebbe essere maestra nel gestirle) che male gli avrebbe fatto correre la stagione invernale, entrando in gara su strada in un secondo momento? Oppure, anche non volendolo ammettere, siamo già lì a cercare il giovane fenomeno, pensando che dedicare due mesi al cross ci priverà di un potenziale Evenepoel tricolore, senza che ad ora ce ne siano state le avvisaglie?
Lorenzo Masciarelli e Bryan Olivo ai tricolori di Lecce 2021: il primo è ancora nel cross, il secondo (che li vinse) non piùLorenzo Masciarelli e Bryan Olivo, poi vittorioso ai tricolori di Lecce 2021
Cross e Olimpiadi
E’ difficile capire se il ciclocross diventerà mai una disciplina olimpica (invernale). Van Aert ha ragione: la base dei Paesi in cui si corre è ancora troppo stretta e c’è da lavorare affinché si allarghi. In Italia gli anni scorsi hanno visto il moltiplicarsi delle… vocazioni, ma si tratta di ragazzi molto giovani che hanno bisogno di crescere. Allo stesso modo in cui si convogliano le migliori energie sulla pista, sarebbe perciò intelligente da parte della Federazione sostenere il settore e impedire che gli elementi di maggior qualità spariscano in nome di concetti superati.
Le parole di Van Aert a Vermiglio su ciclocross e Giochi sono state chiarissimeLe parole di Van Aert a Vermiglio su ciclocross e Giochi sono state chiarissime
La scelta di Lorenzo
Masciarelli sta in Belgio, anche lui al primo anno da under 23, con una stagione di anticipo rispetto a Olivo. E lassù, dove sono nati Van Aert e Iserbyt, Van der Poel e Vanthourenhout, gli hanno fatto il discorso opposto e un contratto di due anni.
«Prima ci prendiamo un paio di stagioni – gli ha detto il grande capo Mario De Clercq – per vedere se nel cross potrai arrivare al livello dei migliori. E se così non fosse, potrai cambiare a cuor leggero, sapendo di averci provato».
Nel frattempo però, Lorenzo correrà anche su strada con la continental della Pauwels. Allo stesso modo in cui Olivo, assecondando il suo estro, potrebbe capire il suo livello nel cross, facendo durante l’estate l’attività su strada che lo farà maturare e crescere. Perché in certi casi il volere del ragazzo viene calpestato?
Matteo Trentin, qui a San Fior 2016, sparì dal ciclocross per il quale avrebbe avuto abilità e motoreMatteo Trentin, qui a San Fior 2016, sparì dal ciclocross per il quale avrebbe avuto abilità e motore
Gap di potenza
Perché una cosa si nota guardando gli azzurrini che ogni domenica vanno a scontrarsi contro i mostri: gli mancano i cavalli, quelli che vengono quando durante l’estate metti nelle gambe un paio di corse a tappe. Hanno pure le abilità tecniche, ma non riescono a trovare qualcuno che creda in loro in quanto ciclocrossisti e li faccia correre d’estate. Senza i tanto vituperati watt che derivano dall’attività e dalla necessaria maturazione fisica, non si va avanti. Portate Dorigoni (foto di apertura) al Giro d’Italia e al Val d’Aosta e poi ne riparliamo.
Piuttosto, come accade per Olivo, li mandano su pista. E se quest’ultima ha trovato il suo binario, con l’evidente lacuna del settore velocità, il cross merita di avere una chance. Sarebbe bello che se non ci penserà la Federazione (che tuttavia sostiene la Arvedi perché faccia correre i pistard), siano i tecnici dei club ad aprire gli occhi. Siamo tutti lì a cercare i nuovi Pogacar ed Evenepoel, ci farebbe proprio schifo trovare i nuovi Van Aert e Van der Poel?
Dopo aver sentito Franzoi, questa volta abbiamo chiesto ad Alessandro Guerciotti di raccontarci le evoluzioni tecniche delle bici per questa specialità
Dopo mille problemi, la Coppa del mondo di ciclocross debutta a Tabor, in Repubblica Ceca. Il cittì Scotti punta su Dorigoni. Al rientro Van Aert e Pidcock
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Hanno lo stesso sguardo. Ballerini che si incammina verso il podio di Roubaix nel 1993 (foto di apertura), sconfitto al fotofinish da Duclos Lassalle, dopo aver creduto per mezz’ora di aver vinto. Fignon sul traguardo di Parigi dopo il Tour del 1989 perso per 8 secondi. Trentin sul podio dei mondiali di Harrogate, vinti da Pedersen in quell’indimenticabile volata a due. Che cosa succede nella mente di un atleta davanti a colpi così duri?
Di Trentin e del fatto che da quel giorno abbia problemi nei finali ristretti, abbiamo parlato nei giorni scorsi con il diretto interessato e con Paolo Bettini.
«Una volata brutta, fatta male – ha detto il toscano, campione olimpico ad Atene – ti rimane addosso. La superi facilmente se riesci a ricredere in te stesso e a rivincere. A volte ci vuole poco, a volte invece te la porti dietro. Di sicuro che quella volata lì, per il peso specifico che aveva, secondo me Matteo ce l’ha ancora addosso. Lui era già convinto di avere la maglia e abbiamo visto com’è andata a finire».
Roubaix 1993, Ballerini è convinto di aver vinto. La delusione sarà tremenda (foto di apertura)
Il colpo di reni è stato millimetrico. Il vincitore è Duclos Lassalle. Per la mente del Ballero un duro colpo
Roubaix 1993, Ballerini è convinto di aver vinto. La delusione sarà tremenda (foto di apertura)
Il colpo di reni è stato millimetrico. Il vincitore è Duclos Lassalle. Per la mente del Ballero un duro colpo
Un discorso complesso
Il discorso è profondo, richiede voci più qualificate. Ed è per questo che ci siamo rivolti di nuovo alla dottoressa Erika Giambarresi, Psicologa dello Sport, con la quale approfondimmo in tempi non sospetti l’approccio fra Evenepoel e la paura, dopo il terribile incidente al Lombardia 2020. Remco non era ancora rientrato alle corse e i fatti successivi dimostrarono che l’aspetto psicologico legato a un trauma è ben più profondo di quanto si pensi.
Come in questo caso. Che cosa resta nella mente di un atleta dopo una sconfitta inattesa e brutale? Una cosa è certa, si tratta di un trauma al pari di una caduta. In testa si può rompere qualcosa e capirlo non è sempre così facile.
«Sono casi delicati – spiega Erika – per i quali si lavora ovviamente sulla componente mentale, sulla gestione dell’errore. Bisogna fare in modo di lasciarselo alle spalle, perché non condizioni le prestazioni del giorno (qualora ad esempio si svolga durante una partita di calcio, ndr) e quelle future come nel nostro caso. C’è tanto da dire…».
Torniamo a parlare con Erika Giambarresi, Psicologa dello SportTorniamo a parlare con Erika Giambarresi, Psicologa dello Sport
E allora partiamo. L’errore che condiziona subito e anche nelle gare a venire. Come può reagire l’atleta?
Si lavora preventivamente. Si crea una routine molto specifica di reazione all’errore. E’ una sfera molto personale. Una strategia che l’atleta deve sentire sua, per adattarla al modo di reagire. Si uniscono le azioni alla parte mentale, andando a pescare pensieri funzionali positivi, tramite visualizzazioni molto brevi.
Visualizzazioni?
Una volta un atleta mi raccontò di sé e del fatto che dopo aver commesso un errore o subito una sconfitta, vedeva gli occhi della tigre e questa visualizzazione lo aiutava a ripartire. La visualizzazione è una delle chiavi.
In che modo?
Il cervello lavora al 70 per cento su immagini e parliamo davvero di tantissime immagini. Quello che si fa in caso di errori molto grandi che possono condizionare il futuro è lavorare sulle immagini prima dell’errore, poi non visualizzare l’errore, bensì la soluzione.
Una sorta di analisi del momento negativo?
Si può e si deve lavorare molto. L’errore in una gara molto importante influenza l’autoefficacia, che è diversa dall’autostima. Qui si parla della percezione di essere competenti rispetto a un compito specifico, nel caso di Trentin la volata, che di colpo viene messa in crisi: «Non sono più capace». Per questo dico che l’analisi tecnica dell’errore va fatta subito, approfittando di un occhio esterno. Non qualcuno che ti consoli, ma ti permetta di capire dove hai sbagliato. Se dopo un anno e mezzo le cose ancora non ingranano, allora ricorro certamente alla visualizzazione.
Parigi 1989, Fignon distrutto. Il terzo posto nella crono e il Tour che sfugge sono un colpo durissimo per la mente
Il podio di Parigi 1989 spegne di fatto la carriera di Laurent Fignon. E’ il 24 luglio, il Tour è di Lemond
Parigi 1989, Fignon distrutto. Il terzo posto nella crono è un colpo durissimo per la mente
Il podio di Parigi 1989 spegne di fatto la carriera di Laurent Fignon. E’ il 24 luglio, il Tour è di Lemond
Come si fa?
E’ importante che si lavori in ambiente protetto, quindi una seduta oppure a casa, per cercare e possibilmente trovare i possibili fattori che intervengono durante la prestazione. E’ importante farlo, altrimenti ogni volta l’atleta non saprebbe come gestire la stessa situazione che si ripresentasse.
Viene quasi da pensare che sia un meccanismo mentale da allenare…
E’ esattamente così. Avere una buona routine personale di reazione all’errore è il modo per alzare l’asticella, ma devi essere molto consapevole e lucido su ogni aspetto. Se l’atleta è molto motivato, permettetemi di usare per una volta il termine «cazzuto», ci riesce.
Che cosa significa che deve essere consapevole?
Il lavoro sulla consapevolezza è la base perché l’allenamento mentale di cui abbiamo parlato sia efficace. Se l’atleta non è consapevole di quello che sta accadendo nel suo inconscio, allora corre il rischio di allontanare la causa e di auto-sabotarsi, cercando spiegazioni diverse. Per lui plausibili, ma non veritiere. Come dice benissimo Bettini nel vostro articolo precedente.
Autoconsapevolezza, bel concetto…
E’ alla base. Si deve essere consapevoli che il problema potrebbe essere nella parte emotiva e non in quella tecnica o atletica. Le emozioni si possono mettere da parte e fingere che non ci siano, ma ti condizionano. Vedere i tuoi affetti in lacrime dopo che hai sbagliato un mondiale è difficile da gestire. E’ pesante. Il primo step perciò è concentrarsi e capire che cosa ci diciamo nel dialogo interiore. Noi ci parliamo in continuazione, ma siamo i soli a sapere in che modo.
Dopo l’arrivo di Harrogate, sull’arrivo Trentin incontra la moglie Claudia in lascrime
Sul podio di quel mondiale del 2019, Trentin è solo. Nel suo sguardo si percepisce il colpo ricevuto
Dopo l’arrivo di Harrogate, sull’arrivo Trentin incontra la moglie Claudia in lascrime
Sul podio di quel mondiale del 2019, Trentin è solo. Nel suo sguardo si percepisce il colpo ricevuto
In effetti l’atleta in quei momenti è solo, con un peso bestiale sulle spalle…
Ci sono le aspettative personali, che sono la motivazione principale. Le aspettative degli sponsor. Quelle dei media che poi scriveranno di te. Le attese dei fan. La famiglia. Sono cose che si fa fatica a capire, perché lo sport di vertice è un mondo a parte. Certo, si potrebbero vedere analogie con lo stress di un top manager d’azienda, spesso la psicologia del lavoro è parallela a quella dello sport. Il manager deve rendere conto di altrettante aspettative, ma in quei casi manca la componente ambientale, perché spesso il tutto si svolge in un ufficio, che è un ambiente più protetto. L’atleta è solo in mezzo alla strada, magari anche con pioggia e freddo. Per questo la sua psicologia è un mondo a parte.
Quindi non tutti gli psicologi riescono a fare questi ragionamenti?
Quelli con Master in Psicologia dello Sport studiano tutto questo. Gli altri, quelli che seguono la psicologia clinica, certi meccanismi non li approfondiscono e quindi non saprebbero come affrontarli e gestirli. L’atleta ha dentro un mondo, indagarlo è davvero molto interessante.
E’ possibile che una volata, nello specifico quella di Harrogate del 2019, ti rimanga nella testa e ti condizioni al punto da sbagliare le successive? Ce lo siamo chiesti parlando di Matteo Trentin, che da quel 29 settembre del 2019 non è più riuscito a vincerne una e per alzare le braccia è dovuto arrivare da solo al Matteotti dello scorso 19 settembre.
Quarto a Kuurne. Terzo alla Gand. Secondo nella 13ª tappa della Vuelta dietro Senechal, sprint a due. Secondo all’Agostoni dietro Lutsenko, sprint a due. Secondo al Giro del Veneto dietro Meurisse.
Secondo qualcuno – Paolo Bettini, ad esempio – il collegamento con quello sprint di due anni fa ha fondamento. Secondo altri, più semplicemente, Trentin spende troppo e arriva stanco alle volate. Allora partiamo da lui, dal trentino del UAE Team Emirates e sentiamo cosa dice.
La volata che non ti aspetti: ad Harrogate 2019, Pedersen piega Trentin
Dopo il traguardo il trentino è incredulo, Moscon prova a tirarlo su
La volata che non ti aspetti: ad Harrogate 2019, Pedersen piega Trentin
Dopo il traguardo il trentino è incredulo, Moscon prova a tirarlo su
L’esplosività perduta
Ieri è stato il suo primo giorno di vacanza e l’ha passato… lavorando. Tornato dal ritiro negli emirati, Matteo si è infatti dedicato con sua moglie Claudia all’organizzazione del criterium Be King che si svolgerà a Monaco il 28 novembre, con amatori accanto ai campioni e la raccolta fondi per due associazioni benefiche. Ma il tema è un altro e Matteo risponde.
«Ho perso qualcosa come esplosività – dice – è un po’ che ci ragiono su quelle sconfitte. Sono migliorato sui percorsi più duri, come ad esempio l’Agostoni, ma bisognerà mettersi a tavolino e fare una riflessione approfondita. Con l’età perdi sempre qualcosa, ma credo che una bella fetta di responsabilità ce l’abbiano avuta la pandemia e il fatto che le palestre siano rimaste a lungo chiuse. A casa puoi fare qualcosa, ma è diverso».
Manca la base?
Il discorso regge, anche se altri come ad esempio Colbrelli hanno lavorato in palestra per tutto l’anno e non hanno avuto questi problemi.
«Concentrarsi sulle volate va bene – dice – però mi è mancata la base di partenza. E poi quest’anno sono arrivato a farle solo nella seconda parte di stagione e ho trovato sulla mia strada sempre squadre piene di uomini veloci. La Deceuninck-Quick Step, ad esempio, e la Alpecin. Meurisse che mi ha battuto al Giro del Veneto è un signor corridore, ma di sicuro è al mio livello. Ci dovremo ragionare. Perché arrivo dove devo essere e a fine anno mi ritrovo 25° nella classifica Uci. Non male, considerati tutti i punti che ho buttato. Nella volata con Lutsenko, è stato bravo lui a mettermi al gancio e quando è partito io ero girato dalla parte sbagliata. Mi manca qualcosa, ma non la serenità. Quella è la stessa di sempre.
Sul podio della Agostoni, il pensiero di un’altra volata persa traspare nello sguardoSul podio della Agostoni, il pensiero di un’altra volata persa traspare nello sguardo
«E sul fatto che spendo troppo… Adesso lo dicono anche di Van der Poel perché hanno capito come fregarlo e non vince più. Prima quando vinceva era un fenomeno. E’ tutto relativo, questione di punti di vista…».
Bettini non è d’accordo
E proprio perché si tratta di punti di vista, Paolo Bettini ha una diversa visione del problema, partendo dall’esperienza personale.
«Vedete – dice – che trova già la scusa di non aver lavorato bene in inverno? Calato di potenza… Sì, ci può stare che magari ti manchi qualcosa a febbraio, marzo, aprile. Ma diciamo che poi arriva un certo punto che ti rimetti in pari. Non credo che sia quello. Anche perché vai forte e se poi arrivi lì e sei in due/tre e normalmente sei veloce, ci sta che ne sbagli una. Che ne sbagli due ci sta un po’ meno, ma è possibile. Se però ne sbagli tre su tre, dagli indizi si passa alle prove».
Pochi giorni dopo l’Agostoni, per Trentin battuta d’arresto al Veneto contro MeurissePochi giorni dopo l’Agostoni, per Trentin battuta d’arresto al Veneto contro Meurisse
Quella volta con Riccò
Solita franchezza, ancor più credibile perché appoggiata sull’esperienza personale che, almeno quella, poco si presta a interpretazioni.
«E’ capitato anche a me – dice – personalmente. Una volata brutta, fatta male, ti rimane addosso. La superi facilmente se riesci a ricredere in te stesso e a rivincere. A volte ci vuole poco, a volte invece te la porti dietro. Di sicuro che quella volata lì, per il peso specifico che aveva, secondo me ce l’ha ancora addosso. Lui era già convinto di avere la maglia e abbiamo visto com’è andata a finire.
«Una che mi sta veramente sulle scatole è una volata in una tappa del Coppi e Bartali del 2006 a Sassuolo, pertanto si capisce che perdere una volata in quella situazione non pesa come perderla in un mondiale… Mi girarono abbastanza le scatole perché mi fregò un giovane di nome Riccò, che sottovalutai. Attaccai io, feci selezione. Questo ragazzino sempre a ruota. Feci la volata convinto di averla vinta e invece mi passò».
Dopo quella volata, Paolo arrivò secondo alla Liegi dietro Valverde, fece tre podi in altrettante volate del Giro e si sbloccò a Brescia, nella 14ª tappa, vincendo proprio in volata. E certo conveniamo sul fatto che una tappa alla Coppi e Bartali pesi meno dell’arrivo di un mondiale…
Il primo si sarebbe dovuto correre a Nizza, ma a 40 giorni dall’attentato sul lungomare, il sindaco della città francese ritenne che non fosse opportuno far svolgere il campionato europeo di ciclismo su quella stessa strada. Così il presidente Lappartient, allora a capo dell’Unione Europea di Ciclismo che tanto aveva voluto la nascita della rassegna continentale per professionisti, portò la gara sulle strade di casa. I primi europei si corsero a Plouay e vinse Sagan su Alaphilippe. Primo italiano Diego Ulissi. La storia iniziò così.
Che all’Italia i nuovi europei piacessero si cominciò a capirlo dall’anno successivo, nel 2017 di Alexander Kristoff. Nell’edizione di 241 chilometri, prima che si decidesse per il taglio del chilometraggio, il norvegese ebbe il suo da fare per battere Elia Viviani che aveva appena iniziato la sua scalata ai vertici dopo l’oro di Rio. Era solo l’inizio e nel 2018 a Glasgow si aprì il ciclo azzurro che ieri a Trento con Colbrelli ha scolpito nel porfido trentino un poker senza precedenti.
Nel 2018 Cimolai tira la volata a Trentin che diventa campione europeoNel 2018 Cimolai tira la volata a Trentin che diventa campione europeo
L’urlo di “Cimo”
Era il 12 agosto quando si capì che nella nazionale italiana dei professionisti battesse ancora il cuore azzurro inaugurato da Ballerini e ripreso da Cassani. In quella giornata fredda e fradicia, un commovente Davide Cimolai ancora senza squadra, che con un podio avrebbe dato probabilmente una svolta alla carriera, prese per mano Matteo Trentin e lo lanciò nella volata vincente.
«E’ incredibile, dopo tutto quello che ho passato – spiegò il trentino – come nazionale ci siamo comportati in maniera perfetta. Volevo ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicini, niente era andato dritto in questi ultimi mesi. Non voglio dimenticare nessuno, è una grandissima giornata. Ci eravamo parlati con Cimolai, doveva attaccare per portare i migliori allo scoperto. La caduta nel finale ci ha semplificato le cose. E’ stata una Italia spettacolare».
Cimolai riassunse benissimo su Instagram la sua scelta da uomo, prima che da atleta.
«Non ci sono parole per descrivere certe emozioni – scrisse – vanno solo vissute. Sono un ragazzo cresciuto con dei valori che per me vanno al di sopra di tutto come l’onestà e la generosità e che vive ancora di emozioni. Ieri è stata una delle giornate più belle della mia carriera, ha vinto l’amico Matteo Trentin, ma ad esultare per primo ed a commuovermi sono stato io».
Nel 2019 Viviani, già olimpionico su pista a Rio 2016, vince gli europei su strada ad AlkmaarNel 2019 Viviani, già olimpionico su pista a Rio 2016, vince gli europei su strada ad Alkmaar
Un Viviani inedito
Ancora il 12 agosto, ma l’anno successivo e sui 176 chilometri voluti dalla Uec per provare a rendere più frizzante la corsa, sulle strade di Alkmaar tocca a Elia Viviani. La crescita del veronese è sotto gli occhi di tutti. Ha già vinto il campionato italiano correndo in modo sbarazzino. Tuttavia il suo atteggiamento sulle strade olandesi spiazza tifosi, rivali e addetti ai lavori. Il veronese attacca, dimentica di essere un velocista e vince per distacco. Alle sue spalle per un solo secondo arriva Lampaert, poi Ackermann a nove. Kristoff che lo aveva castigato nel 2017 vince a 33 secondi la volata dei velocisti battuti.
«Credo che oggi abbiate conosciuto un Elia nuovo – dichiara – un Viviani che non ha paura di fare una gara dura e che corre anche qualche rischio. Quando ci sono le gambe, però, è giusto farlo».
Nella squadra della doppietta italiana corrono ancora Trentin e Cimolai, con l’aggiunta di Consonni, il cui legame con Viviani affonda le radici in pista.
Agosto 2020, Giacomo Nizzolo vince gli europei di PlouayAgosto 2020, Giacomo Nizzolo vince gli europei di Plouay
L’anno del Covid
Si corre d’agosto anche nel 2020, nella stagione balorda del Covid in cui il ciclismo riesce a mettere in strada le sue corse più belle. L’europeo si sarebbe dovuto correre a Trento. La città trentina ha avuto l’assegnazione e punta forte sulla rassegna continentale, ma quando ci si rende conto che le restrizioni, i DPCM e i rischi oggettivi renderebbero ingestibile la situazione, si preferisce fare un passo indietro. E’ ancora una volta Lappartient a salvare l’europeo, che nella conferenza stampa tenuta sabato a Trento ha definito «i miei figli». La corsa si svolge a Plouay, ancora Francia, sulle strade del Gp Ouest France e sfruttandone la logistica.
Dall’Italia, gli ultimi azzurri arrivano in auto e in quella di Cassani viaggia Giacomo Nizzolo, fresco, come Viviani l’anno precedente, della vittoria nel campionato italiano.
Per la tripletta azzurra, il corridore dell’allora Ntt Pro Cycling si lascia indietro l’eroe di casa Demare con una grande volata.
A Plouay, Cassani centra con Nizzolo il terzo titolo europeoA Plouay, Cassani centra con Nizzolo il terzo titolo europeo
«Una giornata incredibile – commenta il milanese dopo il traguardo – la squadra mi ha lanciato alla perfezione, al termine di un grande lavoro da parte di tutti i miei compagni. Sinceramente nella volata non pensavo di aver avuto un buon colpo di reni, ma alla fine è bastato e sono molto felice così. Avevamo un piano preciso, che se nell’ultimo giro la corsa era ancora chiusa, avremmo lavorato per lo sprint e così abbiamo fatto».
E adesso i mondiali
Nella squadra del fantastico tris azzurro, corrono ancora Trentin e Cimolai. Il gruppo di Cassani ha un’anima forte che ruota attorno a un manipolo di campioni e veri uomini. Quel che manca ai mondiali, i cui percorsi sono disegnati per scalatori, è l’atleta di punta che possa giocarsela con Alaphilippe, Pogacar e Roglic. Si va per cicli, questo è quello degli uomini da classiche veloci, in passato abbiamo avuto quelli per le corse più dure. Il poker di Trento parla nuovamente di un campione italiano divenuto campione d’Europa. Ai mondiali di Leuven 2021 troveremo strade più adatte ai nostri uomini. E chissà che dopo la vittoria di Fourmies, non torni in ballo anche Viviani…
Trentin ha la faccia scura, la maglia sudata, gli occhi che fiammeggiano di fierezza, il volto scavato e un sorriso che non glielo togli neanche a ceffoni. Per il quarto europeo di fila, Cassani si è affidato a lui come regista e la missione è riuscita perfettamente. Quando nel finale si sono sganciati Evenepoel, Colbrelli e Cosnefroy, il bresciano del Team Bahrain Victorious aveva in tasca la benedizione di Matteo, che lo aveva già battezzato come il più in forma dei nostri.
«Abbiamo corso come sempre alla grande – dice – poi alla fine, all’attacco del penultimo giro chi aveva le gambe era lì e chi non le aveva non c’era. Punto! Peccato per il terzo posto, ma avendo Sonny davanti non potevo rischiare di menare le danze per riprendere Cosnefroy. Ho vinto la volata con un chilometro di vantaggio, potevo portare a casa una medaglietta che non era male».
Trentin è stato il regista di Cassani in corsa: un ruolo svolto con precisione e fierezzaTrentin è stato il regista di Cassani in corsa: un ruolo svolto con precisione e fierezza
In sottofondo si capisce che sul palco stiano per suonare l’Inno di Mameli, ma qui intanto si ragiona ancora. E Trentin è già alla fase dei sassolini nelle scarpe.
Cosa si è visto oggi?
Per l’ennesima volta si è vista l’Italia. Nonostante tutti i sapientoni che ci sono in giro a dire non ci sono i corridori – rivendica con fierezza – oggi i corridori c’erano e abbiamo vinto lo stesso. Domani voglio vedere chi dice che non siamo bravi. Abbiamo vinto il quarto europeo di fila. Mancavano solo Van Aert e Alaphilippe.
Su un percorso comunque duro, no?
Penso che ho fatto poche gare così dure. Bastava vedere l’altimetria, la brevità della corsa e i corridori che erano presenti. La nostra tattica era di riuscire a tenere la corsa insieme e attaccare nella discesa del Bondone, per sgretolare un po’ il gruppo e mettere in difficoltà Evenepoel.
Obiettivo non raggiunto…
Bisogna fargli i complimenti perché è venuto giù proprio bene, non lo abbiamo messo in difficoltà proprio per niente. E da lì però ci sono stati un grande Ulissi e un grande Ganna, ma sono stati grandi tutti. E quando si corre così, si porta a casa un grande risultato.
Sei riuscito a parlare con Sonny prima degli ultimi attacchi?
Avevo visto che aveva una bella gamba. Noi eravamo fuori in cinque. Di quelli che sono rientrati, c’erano Evenepoel, Ben Hermans e lui. Si è visto che le possibilità di andare con il belga le aveva. E così gli ho detto che lui aveva solo Remco da curare e io avrei pensato agli altri. Giro dopo giro si andava sempre più piano. La salita che hanno attaccato è forse quella che si è fatta più lentamente. Eravamo tutti finiti.
Fierezza sul traguardo per la volata vinta facilmente: se avessero ripreso Cosnefroy, c’era il bronzoFierezza sul traguardo per la volata vinta facilmente: se avessero ripreso Cosnefroy, c’era il bronzo
Che vigilia è stata?
Bella. Si sono un po’ rilassati gli animi post Olimpiadi e il gruppo c’è. Quando è così, è un piacere venire a correre.
Poi alza lo sguardo e strilla: «Claudia, guarda che sono qua…». Sua moglie è passata di gran carriera con Jacopo al collo, mentre Giovanni lo porta Quinziato, prima amico e poi procuratore. Gli chiede quanto pesi e il bimbo risponde che sono 22 chili, che però a Monaco sono 20.
«Ci credo – risponde Claudia – qua in Trentino ci sono i salumi e i formaggi, mentre a Monaco quando c’è Matteo, dobbiamo stare tutti attenti…».
Moscon ha fatto la sua parte, rintuzzando gli attacchi sul BondoneMoscon ha fatto la sua parte, rintuzzando gli attacchi sul Bondone
Percorso da mondiale
Intanto è arrivato Moscon, sfinito e sorridente. Magari non sarà stato risolutivo, ma si è mosso anche lui dietro alcuni attacchi importanti e adesso fa rotta verso i mondiali e percorsi che più gli sorridono.
«Agli altri è mancato il gruppo che abbiamo noi – dice – il nostro obiettivo era non trovarci ad inseguire e ci siamo riusciti. Anche i leader delle altre squadre hanno dovuto muoversi in prima persona, perché eravamo in tutti i movimenti. Il circuito si è rivelato molto bello, un percorso durissimo che andrebbe benissimo per un campionato del mondo. E’ stato bello correre in casa. Avevo già vissuto questa esperienza a Innsbruck, che è la mia casa adottiva, però qui è stato qualcosa di speciale. Non avevo la condizione per esaltare i miei tifosi, ma speriamo di trovarla per i mondiali».