Selva, diario dagli USA, parte 2ª: il test del velodromo olimpico

16.07.2025
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Avevamo lasciato Francesca Selva in partenza per il Wisconsin, dopo la serie di circuiti in Texas in cui aveva rotto il ghiaccio con il ciclismo americano. Ricordate il racconto dell’atleta padovana che quest’anno ha deciso di passare l’estate a correre negli USA? Qualche giorno fa ci ha mandato una foto dal velodromo olimpico di Los Angeles ed è stato chiaro che il suo diario americano andasse aggiornato. Per questo ci siamo sentiti nuovamente, tenendo conto del suo essere indietro di 9 ore, e il racconto ancora una volta è stato ricco di dettagli e adrenalina.

Era nei programmi di andare a girare in pista in California oppure è venuto fuori in corso d’opera?

In corso d’opera (sorride, ndr). La squadra per cui corro ha il mio stesso sponsor di bici, per cui ci siamo detti che se ci fosse stata l’opportunità, avrei potuto prendere una loro bici e usarla. Ho portato sella e manubrio per questo, però non era nei programmi. Diciamo che nel mio calendario c’era tutto e niente, avrei visto strada facendo. Ed è venuta fuori l’occasione di fare tre gare in pista.

Di che gare si tratta?

C’è un bel calendario, sono gare UCI classe 2 e io ne ho fatte tre. Mercoledì scorso, sabato e poi oggi. Ho sempre detto che stavo andando in America per correre, ma se posso vedere anche qualcosa di diverso, perché no? Diciamo che venire a Los Angeles è servito anche a questo. Poi visto che si tratta di un velodromo olimpico, ho accettato a maggior ragione.

C’è una bella partecipazione?

In realtà il livello è molto più alto di quanto mi aspettassi. C’è ad esempio anche Anita Stenberg, che è leader del ranking mondiale. E poi ci sono principalmente americane, messicane, colombiane. C’è anche qualche velocista tedesco, quindi il livello è alto e stanno venendo fuori dalle gare tirate. Io con la mia preparazione riesco a stare a galla, però tornare al chiuso dopo così tanti mesi, è stato sicuramente uno shock. L’ultima gara che ho fatto in pista è stata a Capodanno, però l’ultima fatta davvero prima di avere la miocardite è di ottobre. Erano nove mesi che non correvo in pista, sono andata una volta a girare con la nazionale prima di venir via, però in un giorno a fare quartetti non prendi quel che serve per correre.

Quindi?

Il primo giorno è stato abbastanza scioccante, anche perché secondo me la pista è molto veloce. Avevo solo un rapporto troppo agile, poi ne ho messo uno più duro, ma le mie gambe ovviamente non sono pronte per quel tipo di sforzo. Già il secondo giorno sono riuscita a stare un po’ meglio nella mischia. Ho fatto entrambe le volte scratch, corsa a punti e madison.

Si muore di caldo anche lì?

In realtà, secondo me, state peggio in Italia. Difficilmente in California ci sono più di 30 gradi, oggi ce ne sono 25. 

Ti avevamo lasciata in partenza dal Texas per il Wisconsin per andare a fare un criterium del Tour of America Dairyland, come è andata?

Devo farne un altro fra 10 giorni, un altro di questi cinque eventi più importanti. Ho visto tanta gente, tanto pubblico, tanta partecipazione. Anche perché, come vi ho scritto nei messaggi, c’è anche qualche ragazza WorldTour di qui che viene a fare un po’ di show. Non è detto che vincano, perché sono gare completamente diverse rispetto al normale ciclismo su strada, però il livello è superiore rispetto ai circuiti del Texas.

Sempre circuiti cittadini?

Il più corto era un circuito di 600 metri a giro, come fare una gara su pista, all’interno di un centro commerciale. Il più lungo era un chilometro e mezzo, ma purtroppo non piatto. Ogni tanto c’è anche qualche strappetto e quelli diventano veramente letali. Nell’ultima settimana di gare, il primo e l’ultimo giorno sono stati quelli per me più duri, perché gli strappi di solito li mettono dopo una curva a U o dopo una ripartenza. Per cui ci entri piano e poi devi fare lo strappo a blocco quasi da fermo. E quando inizi a farlo 30-40-50 volte, dopo un po’ si inizia a sentirlo.

I social mostrano una grande cornice di pubblico…

Sì, confermo, tantissima gente. Poi più vai verso il finale, diciamo negli ultimi giorni, più gente c’è a guardare. Sono dei veri e propri festival, si svolgono in cittadine belle vivaci. Quindi ci sono i ristoranti nei viali dove fanno le gare, oppure passi nei giardini della gente seduta fuori che ti guarda per tutto il giorno. Le gare iniziano la mattina e finiscono la sera, ci sono tutte le categorie. Sono degli eventi classici, si ripetono ogni anno. E poi ci sono tanti soldi come premi e quindi diventa molto avvincente da guardare perché c’è gente che si fa pezzi per vincere i traguardi volanti.

Quindi il sistema è sempre quello dei traguardi a premi annunciati di volta in volta?

Il traguardo volante è annunciato con la campana e quindi chiaramente se non sei nelle prime 3-4 posizioni, è quasi impossibile partecipare. Specialmente quando il giro è di 600 metri, con 4-5-6 curve, non hai proprio lo spazio fisico per avanzare. E comunque ci sono stati dei giorni in cui c’erano anche 1.600-2.000 dollari a traguardo volante. La cosa che rende le gare molto difficili e molto veloci è che magari hai 3-4 giri senza niente, poi per i 3-4 giri successivi fanno una volata per ogni passaggio, ma ti informano mentre stai già facendo la prima volata.

Sei riuscita a vincerne qualcuno?

Non ci ho neanche provato (sorride, ndr). Correndo da sola, è difficile. Avevo una compagna, ma perdeva le ruote e avevamo contro delle squadre organizzate, in cui c’erano corridori addetti a fare i traguardi volanti, senza preoccuparsi di altro. Spesso attaccano e fanno gioco di squadra. Una attacca, le altre fanno il buco e quindi chiaramente ci sono delle dinamiche per cui loro guadagnano più soldi di chi invece deve concentrarsi sulla volata finale. E se con la condizione che ho adesso, faccio un traguardo volante, cioè una volata massimale, non riesco neanche a vedere la volata finale.

Sul canale YouTube “Ride with Franci” ci sono i video delle gare complete con dati live e i ruzzoloni…
Sul canale YouTube “Ride with Franci” ci sono i video delle gare complete con dati live e i ruzzoloni…
Come ci si scalda per gare così frenetiche?

Alcuni hanno i rulli, ma io per motivi logistici non li ho portati. Nei giorni in cui sono vicino alla zona di gara, diciamo 15 chilometri, vado in bici. Altrimenti, se devo guidare per arrivare, come ora che sono ospite di una famiglia trovata dagli organizzatori, magari esco prima per fare una pedalata e poi prima di partire faccio una ventina di minuti con un paio di accelerazioni. Serve tenere caldo il motore, per questo faccio il riscaldamento tipo pista. Quindi una progressione che va da zona 1 fino a 300 watt e un paio di volate in progressione da seduta, proprio per accendere bene il motore. Perché tante volte questi benedetti traguardi volanti te li mettono anche al primo giro.

Si parte subito forte?

Un giorno sono arrivata tardi per il traffico e non ho fatto in tempo a scaldarmi. Così ho pensato di partire un po’ sfilata, di prendermi qualche giro per scaldarmi e respirare e poi sarei andata davanti. Non l’avessi mai fatto! Il circuito era pieno di curve e c’era gente che saltava dal primo giro, perché intanto mettevano tantissimi soldi a ogni passaggio e non c’era tempo per respirare. Ho fatto un’ora di gara a chiudere buchi cercando di guadagnare posizioni, è stato un incubo. Poi sono riuscito ad andare davanti e fare la volata, ma ci ho messo veramente tutta la gara per risalire.

Com’è vivere in una famiglia americana?

Le famiglie che mi hanno ospitato in tutto questo periodo sono composte da gente di ciclismo, persone appassionate per cui è difficile considerarli solo come americani. Voglio dire che la comunità del ciclismo è abbastanza universale. Quel che posso dire è che tutti tendono a essere disponibili per aiutarti, sia con il cibo sia con darti un passaggio e altre mille cose. Ho sempre trovato disponibilità, ma come dicevo sono persone che vengono dal mio stesso ambiente. Ho provato a fare domande su temi come l’Ucrain, Gaza, il confine con il Messico, perché anche da casa mi fanno spesso domande…

E che cosa hai capito?

Quando ero in Texas, uscivo per strada e non vedevo niente. La gente ne parla poco. Ho guardato i notiziari e sono tutti abbastanza tranquilli. E quando glielo chiedo, non si esprimono più di tanto. Forse è la distanza e vivono tutto di riflesso, non saprei.

Cosa ti pare degli americani?

In California sono tutti un po’ fricchettoni, se posso dire così. In spiaggia vedi l’immagine classica che avevo in mente anche prima di venire, di gente che cerca di sembrare giovane e va con lo skateboard a ritmo di musica. L’altro giorno ho visto una signora con il cane, poverino, tutto tinto di rosa con le macchie di leopardo. In Texas sono più normali, anche se nell’immaginario dovrebbero essere tutti pazzi. A parte che girano davvero con gli stivali e con i cappelli da cowboy e a parte che nei supermercati trovi le armi da fuoco. Per fortuna ho trovato persone cui appoggiarmi, che mi stanno permettendo di vivere l’America anche extra ciclismo. Sto girando posti diversi ed ho avuto il tempo per guardarmi un po’ attorno.

Il programma prevede oggi l’ultima gara in pista e poi?

Domani volo a Chicago e da venerdì fino alla domenica successiva corro per dieci giorni di fila nella Chicago Grit, con la “g” al posto della “c”. Poi torno a Dallas per due giorni e per fare l’ultima gara del mio capo, quella del martedì. Quindi torno in Italia per correre a Fiorenzuola, sperando che tanto girare mi dia anche un po’ di condizione e cercando di capire a quali gare partecipare. Ma a fine agosto probabilmente tornerò qui per partecipare alle ultime gare. Ma appena lo scopre mio padre, stavolta mi butta davvero fuori casa…

Mattia Furlan cittì della BMX. Arriva il tempo del raccolto…

02.05.2025
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Da quest’anno Mattia Furlan è il nuovo responsabile tecnico del settore racing della BMX. Uno dei nuovi volti deciso dal “restyling” federale, che ha coinvolto molte cariche a cominciare da quella di cittì della nazionale su strada, ruolo affidato all’esperienza di Marco Villa. Furlan ha preso il posto di Tommaso Lupi all’indomani delle Olimpiadi di Parigi e della grande prestazione di Pietro Bertagnoli, arrivato alle soglie della finalissima cogliendo un clamoroso 9° posto.

Furlan ha raccolto il testimone sapendo che quello non è stato un punto di arrivo, ma la partenza di un nuovo viaggio che ha obiettivi quanto mai ambiziosi e l’ex biker, alla base delle fortune del BMX Creazzo (uno dei club più blasonati del panorama italiano) ne è consapevole.

Mattia Furlan ha assunto quest’anno il ruolo di guida del settore racing della BMX federale
Mattia Furlan ha assunto quest’anno il ruolo di guida del settore racing della BMX federale

Si parte sempre dalle società

«La prima cosa che ho notato nel mio nuovo incarico – spiega – è stata l’estrema disponibilità delle società a sposare i miei piani. Sono stato subito molto chiaro, diversificando l’attività in due gruppi strettamente concatenati. Da una parte i giovanissimi, fino alla categoria allievi, dall’altra i ragazzi appartenenti alle categorie “championships” che stanno già affrontando la stagione con risultati peraltro lusinghieri. Le società hanno compreso i fini del mio lavoro e mi sono venute incontro come meglio hanno potuto. In particolare per i giovani».

Nei tuoi programmi eri stato particolarmente incisivo sul discorso relativo alle categorie più piccole e alla loro importanza…

Sono alla base di tutta l’attività, ma le difficoltà per praticare la BMX sono molte, anche più di coloro che sono un po’ più cresciuti perché bisogna condividere lo sport con la scuola e gli impegni familiari. Non potrò mai ringraziare abbastanza i genitori che si sacrificano per permettere ai figli di seguire i nostri calendari. Noi d’inverno avevamo stabilito di fare un paio di sessioni a Verona e, per non intralciare il cammino scolastico, abbiamo programma i weekend per l’attività di lavoro. Ogni sabato e domenica vedevamo ragazzi arrivare dalle zone più disparate del nord. Ora con l’attività partita e la scuola che arriva ai suoi snodi, possiamo prevedere un incontro al mese, ma vedo che i ragazzi fanno comunque allenamento e questo va bene. L’importante è avere un momento di verifica.

Francesca Cingolani ha vinto in Coppa Europa fra le Under 23 ed è chiamata a riportare la bmx italiana fra le elite
Francesca Cingolani ha vinto in Coppa Europa fra le Under 23 ed è chiamata a riportare la bmx italiana fra le elite
Secondo te la BMX sta diventando anche culturalmente quello che è in altri Paesi, ossia la base per l’attività, il primo contatto con tutto quel che riguarda le due ruote per i bambini?

Ci si sta arrivando. Non avremo probabilmente mai i numeri di praticanti della Francia, ma è indubbio che si sta smuovendo qualcosa. Ad esempio abbiamo stretto un forte rapporto con il cittì della nazionale di Mtb Mirko Celestino che ha portato i suoi ragazzi a San Giovanni Lupatoto per fare esperienza anche sulla BMX. Ma che spiri un’aria nuova lo avevo capito anche prima di assumere il nuovo incarico, quando agivo a Creazzo e vedevo molte scuole ciclistiche sia su strada che di MTB che portavano i loro giovanissimi a fare sessioni di allenamento in BMX. Si comincia così…

Hai l’impressione che la prestazione di Bertagnoli a Parigi sia stata uno spartiacque per l’intera storia del bmx italiano?

Io a Parigi c’ero, a condividere il lavoro, le emozioni, le gioie di Lupi, Pietro e di tutto il gruppo azzurro. E’ stato qualcosa di emozionante e unico, ha dato un risalto alla disciplina che non c’era mai stato prima e ho avuto netta la sensazione che, al di là del risultato, sia stata percepita la sua portata storica, che chiaramente con un pizzico di fortuna e il suo ingresso in finale sarebbe stata ancora maggiore. Si è creato un clima virtuoso e mi fa piacere che protagonista sia stato proprio Bertagnoli, campione non sempre fortunato e che con la sua storia rappresenta un grande esempio.

Da lì si è vista una nazionale diversa e nelle prime prove del 2025 i risultati sono arrivati, soprattutto con elementi sempre diversi…

Questo è l’aspetto che mi piace sottolineare. Io arrivando ho alzato l’asticella, ho posto chiari obiettivi in termini di risultati perché sono nelle nostre corde e stanno finalmente arrivando. Il livello del nostro gruppo è alto, bisogna tradurlo in qualcosa di tangibile. Il terzo posto di Sciortino a Verona (la partenza in apertura, Photobicicailotto), nella seconda tappa di Coppa Europa è il fiore all’occhiello, ma abbiamo portato a casa piazzamenti importanti anche con l’indomabile Fantoni, con il giovane Groppo, con l’altro U23 Pasa. Radaelli merita poi un discorso a parte.

Che cosa puoi dire del campione dell’ex mondo juniores?

Sta crescendo in maniera esponenziale. E’ un under 23, ma per precisa scelta lo stiamo facendo gareggiare fra gli elite per abituarsi al massimo livello e in più di un’occasione è già arrivato vicino all’ingresso in finale. Io voglio che tutti i ragazzi si sentano fortemente responsabilizzati nell’indossare la maglia azzurra, sappiano che cosa significa. Ma attenzione, perché qualcosa si muove anche a livello femminile, con la Cingolani che si conferma un riferimento fra le U23 con una vittoria e un quarto posto a Verona. Lei a Zolder non ha gareggiato per scelta tecnica, la rivedremo nelle prossime tappe.

Martii Sciortino, a destra, capace di salire sul podio nella seconda prova veronese (Photobicicailotto)
Martii Sciortino, a destra, capace di salire sul podio nella seconda prova veronese (Photobicicailotto)
Il vostro lavoro è chiaramente orientato verso l’appuntamento di Los Angeles 2028. Pensi che in questo lasso di tempo l’Italia possa diventare una delle nazioni di riferimento?

Se non ci credessi non avrei assunto questo incarico. Dobbiamo pensare che risultati come quelli di questo inizio stagione, ma anche le finali a livello mondiale, devono diventare la norma, la base perché allora anche il grande exploit diverrà possibile. Noi abbiamo un livello molto alto, in nazionale come anche nei principali club. Ora è fondamentale averne sempre più la consapevolezza e presentarsi ai grandi eventi senza paura e con una grande fame di successo.

A tu per tu con Celestino, che già pensa a Los Angeles

13.03.2025
5 min
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Mirko Celestino resta alla guida della nazionale di mountain bike. Dopo i tanti cambiamenti nella Federazione, il suo ruolo di commissario tecnico non ha subito variazioni, segno di una fiducia confermata e meritata. La sua nazionale continua a crescere, con un gruppo di atleti che si sta affermando pur non senza difficoltà, e con uno sguardo rivolto a Los Angeles 2028.

Assieme a Mirko (nella foto di apertura con Martina Berta) abbiamo fatto il punto su questa nuova fase del suo lavoro, sulle prospettive degli atleti a sua disposizione e sulle sfide che attendono il movimento azzurro della mountain bike.

Avondetto in azione a Parigi. A Los Angeles avrà 28 anni, sarà al top della carriera
Avondetto in azione a Parigi. A Los Angeles avrà 28 anni, sarà al top della carriera
Mirko, tra i tanti rimescolamenti della Federazione, tu sei rimasto al tuo posto esattamente con le stesse mansioni che avevi prima del “Dagnoni bis”. Che sensazione hai?

Diciamo che alla fine abbiamo lavorato bene, i risultati sono arrivati e sono contento di poter continuare. Ringrazio chi mi ha dato fiducia, sia in passato che adesso. Vado avanti con orgoglio in questo nuovo quadriennio olimpico, sperando di arrivare a Los Angeles con un pizzico di fortuna in più. A Tokyo e Parigi soprattutto abbiamo visto cosa è successo con Luca Braidot: se fosse arrivata quella medaglia, sarebbe stata un’altra storia.

Ecco Los Angeles 2028, hai già messo l’argomento sul tavolo. Con che gruppo speri di arrivarci? Abbiamo giovani su cui lavorare?

Qualche nome verrà fuori, questo è sicuro. A parte Luca Braidot, che ha fatto un gran salto, abbiamo almeno un paio di giovani interessanti dietro di lui. Uno è Simone Avondetto, davvero un atleta che è già importante, e l’altro è Yuri Zanotti. Entrambi stanno crescendo bene e sono già nella mia testa per Los Angeles. Questo non vuol dire che Luca non possa esserci, anzi. Lui è una garanzia, ha dimostrato tanto, ma tra quattro anni avrà una certa età e dobbiamo anche guardare avanti. Mi auguro che Yuri continui la sua crescita.

E in campo femminile?

Tra le ragazze, Valentina Corvi ha dimostrato tanto. E’ al secondo anno da under 23 e ha già fatto vedere belle cose anche sul fronte internazionale. Io credo che lei e Martina Berta siano le più promettenti. Martina arriverà a Los Angeles davvero all’apice della carriera. Il tutto senza dimenticare lo zoccolo duro: Chiara Teocchi. Mentre sempre parlando di atlete giovani c’è anche Giada Specia. In generale il movimento giovanile femminile mi sembra vivace, mentre in campo maschile, specie tra gli under 23 si fatica un po’ di più a produrre nuovi talenti.

Valentina Corvi è una vera esperta di off road, lei viene anche dal cross (foto Instagram)
Valentina Corvi è una vera esperta di off road, lei viene anche dal cross (foto Instagram)
A proposito di Valentina Corvi, lei è anche un’abile ciclocrossista ed è già stata tentata dalla strada. Hai paura che talenti simili possano essere richiamati dalle sirene della strada? Che insomma te li portino via?

Sì, è una possibilità concreta. Non abbiamo tante atlete in questa categoria e se va via una biker come Valentina si crea un bel buco. Allora penso a Giada Martinoli, che è un altro talento, ma parliamo davvero di atlete giovanissime, per il resto il gruppo è ristretto. Con la Federazione bisognerà lavorare per trattenerla almeno fino a Los Angeles. Le sirene della strada sono forti, ma la mountain bike ha ancora tanto da offrirle.

Spesso quando parliamo con Bragato, capo della performance della FCI, ci dice dei test a Montichiari, test per valutare i ragazzi e i ragazzini di più discipline. Il tuo settore partecipa?

Sì, facciamo diversi test con i nostri biker. La settimana scorsa, per esempio, abbiamo fatto uno stage con dieci junior dopo la gara di Verona. Abbiamo provato percorsi tecnici – sulla tecnica insisto molto specie tra i giovani – abbiamo girato su una pista di BMX e poi abbiamo svolto i test in pista a Montichiari con il team performance. Tutto questo è utile per raccogliere dati e aiutare i gli atleti a crescere tecnicamente. E a noi è utile per scovare i ragazzi più promettenti su cui lavorare.

Si è parlato della possibile uscita della mountain bike dal programma olimpico. Cosa ci dici in merito?

Le voci in effetti ci sono state, soprattutto l’anno scorso a Parigi si diceva che poteva essere l’ultima volta che avremmo visto una prova di mtb alle Olimpiadi. O che al massimo si arrivasse a Los Angeles 2028. Ora tutto tace, ma non sappiamo quanto sia vero. Sarebbe un peccato, perché a Parigi c’era tantissima gente a seguire le gare e i numeri del seguito in generale mi dicono siano stati ottimi.

Piuttosto che togliere discipline come il cross country e magari immettere la break dance nel programma olimpico, bisognerebbe aggiungerle: pensiamo alla downhill. Questo aiuterebbe anche le aziende e il mercato della bici.

Esatto, però questi discorsi non dipendono da noi, ma dal CIO. Per ora sappiamo che arriveremo ai Giochi 2028 e su questi ci basiamo e siamo contenti. Spero che si faccia marcia indietro.

Celestino (in alto a sinistra) crede molto nel gruppo e nel rispetto reciproco
Celestino (in alto a sinistra) crede molto nel gruppo e nel rispetto reciproco
Dopo tanti anni da commissario tecnico della mtb, come senti di essere cresciuto nel tuo ruolo?

Nel tempo è cambiato molto. Il cittì oggi è più un selezionatore che un allenatore. Gli atleti hanno i loro preparatori e in una settimana di ritiro non puoi cambiare il loro lavoro. Il mio compito è organizzare al meglio le trasferte, farli stare bene, garantire serenità e concentrazione. E ammetto che quando si va alle gare mi diverto di più, anche perché ho più responsabilità.

E quando c’è da richiamare i ragazzi?

In questi anni passati con loro, probabilmente hanno capito che per me la prima cosa non è il risultato ma l’educazione, il rispetto. Il rispetto delle regole, per i rapporti umani… E questa mentalità ha pagato perché vedo ragazzi educati. All’inizio erano un po’ più montati, un po’ più pretenziosi, invece adesso hanno capito cosa voglio io. Okay vincere, però ti devi comportare bene. Alla lunga questo modo di fare mi ha dato grosse soddisfazioni perché i ragazzi mi ascoltano, c’è dialogo e quando siamo in gruppo si vive bene.

Il Celestino uomo invece quanto è cambiato in questi quasi 10 anni da tecnico?

All’inizio accusavo di più le critiche, ora ho imparato a fare filtro. A distinguere quelle costruttive da quelle inutili. Ho capito con chi ho a che fare e cerco di prendermela meno, rispettando sempre tutti.

Caro Lamon: cosa hai visto nei giovani talenti del quartetto?

25.02.2025
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Francesco Lamon è il filo conduttore dell’inseguimento a squadre azzurro su pista, la sua presenza al campionato europeo di Zolder è la conferma della sua importanza nel progetto. Il veneto è uscito dall’impegno continentale su pista con una buona gamba, tanto da sfruttarla per vincere lo Spinners Dubai. Un appuntamento su strada negli Emirati da quale è rientrato proprio ieri. 

«Avevo già corso a Dubai a gennaio – racconta mentre si dirige in palestra per allenarsi – ma l’impegno dell’altro giorno era più semplice. Ho corso con la maglia della Dubai Police. Ho deciso di fare questa gara dopo l’europeo su pista per sfruttare la condizione, visto che sul parquet la stagione non sarà così impegnativa».

Francesco Lamon ha sfruttato la condizione dell’europeo per correre e vincere lo Spinneys Dubai 92 Cycle Challenge
Francesco Lamon ha sfruttato la condizione dell’europeo per correre e vincere lo Spinneys Dubai 92 Cycle Challenge

Il nuovo ciclo

Il campionato europeo di Zolder ha acceso i riflettori sul quadriennio olimpico di Los Angeles 2028. I lavori sono ufficialmente iniziati. Francesco Lamon lo ha iniziato accanto a un’ondata di giovani talenti azzurri, ragazzi di vent’anni che si sono subito messi in mostra. 

«Iniziare questo 2025 insieme ai giovani – prosegue – è stato bello, mi sarebbe piaciuto riuscire a conquistare una medaglia. Ci è mancato davvero poco, ma penso che abbiano dato il massimo. Avendo girato poco insieme, visti gli impegni su strada e i vari ritiri, credo che il tempo fatto sia da considerarsi molto buono (il giovane quartetto ha fatto registrare 3’54″169, ndr). E’ un gruppo con dell’ottimo materiale sul quale lavorare e investire. Esserci giocati la medaglia di bronzo fino all’ultimo è stato un bel segnale e un ottimo punto di partenza».

Il quartetto che ha conquistato il quarto posto agli europei di Zolder era formato da: Lamon, Favero, Grimod e Boscaro
Il quartetto che ha conquistato il quarto posto agli europei di Zolder era formato da: Lamon, Favero, Grimod e Boscaro
Pensi possano seguire le orme di Ganna, Consonni e Milan?

Quando ho visto arrivare Ganna e Milan si vedeva che avessero qualcosa di fuori dal comune, un talento incredibile. Paragonarli ai giovani di ora è un azzardo, ma a livello di caratteristiche li vedo simili. Di “Jonny” e “Pippo” ce ne sono solo due al mondo. E’ difficile sovrapporli, ma questi giovani hanno talento, lo si è visto.

Da cosa?

I tempi fatti registrare da Favero e Grimod nell’inseguimento individuale non sono banali. Favero, che ha già corso il mondiale su pista dello scorso anno con noi, ha conquistato il quarto posto e ha girato in 4’08”. Un tempo di tutto rispetto considerando che è all’inizio della sua avventura, e l’inseguimento individuale è uno sforzo che più lo si fa più si capisce come affrontarlo. 

Francesco Lamon, a destra, è stato il punto di riferimento per i giovani in questa rassegna continentale
Francesco Lamon, a destra, è stato il punto di riferimento per i giovani in questa rassegna continentale
Su che aspetti hai lavorato maggiormente con loro?

Più che sulle prestazioni, quelle ci sono, c’era da essere bravi nel tenerli tranquilli. A loro giustamente manca l’esperienza e gestire la tensione non è facile. Hanno vent’anni, anche io alla loro età vivevo così le gare. Ho cercato di non far pesare questo aspetto e penso di esserci riuscito, rispetto al mondiale è andata molto meglio. Soprattutto con Favero. 

Come mai?

Dopo la caduta al mondiale dello scorso anno partiva più titubante ma sono riuscito a tenerlo sereno, anche con qualche battuta. Alla fine con un sorriso gli ho detto: «Peggio del mondiale non può andare». Credo che la forza del gruppo sia importante e anche sdrammatizzare aiuta i giovani. Cadere e sbagliare è normale e fa parte della maturazione. Favero a questo europeo ha fatto vedere ottime cose. 

I valori in campo sono ottimi, Favero (20 anni domani) ha conquistato il quarto posto nell’inseguimento individuale
I valori in campo sono ottimi, Favero (20 anni domani) ha conquistato il quarto posto nell’inseguimento individuale
Rispetto a quando arrivarono Ganna e Milan il quartetto è il riferimento della pista azzurra, per i giovani c’è più apprensione?

Quando loro due entrarono nell’orbita della pista, non eravamo una delle nazionali di riferimento. Ora la pressione è più alta, i giovani come Grimod e Favero arrivano in un contesto maggiormente incanalato. 

A livello di caratteristiche fare dei paragoni è difficile, ma come atteggiamento?

In questi ragazzi vedo la stessa determinazione che c’era negli occhi di Milan e Ganna. Questa cosa serve per aiutarli a sconfiggere l’ansia, abituarsi a far parte di un progetto grande e ambizioso. Bisogna prendere dimestichezza con il rappresentare una nazionale importante. 

Favero aveva già corso tra gli elite al mondiale del 2024, esordio sfortunato vista la caduta (in foto è consolato da Milan)
Favero aveva già corso tra gli elite al mondiale del 2024, esordio sfortunato vista la caduta (in foto è consolato da Milan)
Come lo si fa?

Rimanere presenti nell’ambiente. Quest’anno gli appuntamenti sono pochi, ci sarà una sola Coppa del mondo. Creare un gruppo non sarà facile visto che si correrà di meno, però questi ragazzi devono mantenere l’abitudine di venire in pista a girare. Se spariscono per sei mesi non va bene, serve continuità. 

Il fatto che sia arrivato Salvodi che li ha avuti da juniores è un vantaggio…

Sicuramente lui li conosce e loro conoscono il suo metodo di lavoro e sanno cosa vuole dagli atleti. 

Fabio Aru nuovo ambassador dell’abbigliamento Ekoi

04.02.2025
3 min
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Fabio Aru, ex corridore professionista sardo e vincitore della Vuelta España 2015, ha intrapreso una nuova avventura nel mondo del ciclismo, questa volta nel ruolo di ambassador per quanto riguarda la linea di abbigliamento prodotta marchio francese Ekoi. L’azienda, specializzata nella produzione e vendita online di occhiali, caschi, scarpe, abbigliamento e accessori per il ciclismo, ha difatti scelto Aru come volto della propria linea di abbigliamento tecnico, consolidando così un rapporto iniziato già molti anni fa.

«Il primo viaggio di lavoro del 2025 – ha dichiarato Aru – ha segnato l’inizio della collaborazione con Ekoi come ambassador dell’abbigliamento. Sono legato a questa azienda dal 2015: con i loro occhiali ho colto i miei successi più importanti. Inoltre, cosa non da poco, ho personalmente visto da vicino l’impegno e la professionalità che hanno portato a una crescita costante senza mai trascurare l’aspetto umano di ogni singolo dipendente».

L’ex professionista ha fatto il suo esordio ufficiale come ambassador durante un evento speciale organizzato negli Stati Uniti, la prima Ekoi VIP Experience a Los Angeles. Qui ha avuto l’opportunità di incontrare alcuni clienti statunitensi del brand e condividere con loro la passione per il ciclismo.

«È stato un piacere – ha aggiunto Aru – poter incontrare alcuni dei clienti statunitensi durante la prima Ekoi VIP Experience a Los Angeles, pedalando tra l’altro sulla pista che ospiterà i Giochi Olimpici del 2028, e vedere il loro apprezzamento verso l’azienda e la passione per il nostro sport».

Fabio Aru insieme ai clienti della VIP Experience a Los Angeles
Fabio Aru insieme ai clienti della VIP Experience a Los Angeles

Un testimonial credibile

La scelta di Ekoi di puntare su un ex atleta di alto livello come Fabio Aru conferma la volontà del marchio di consolidare la propria immagine nel panorama internazionale del ciclismo. Con la sua esperienza e il suo carisma, Aru rappresenta un punto di riferimento per molti appassionati e un testimone importante della qualità e dell’innovazione dei prodotti Ekoi.

L’azienda francese, fondata nel 2001, è ormai una realtà consolidata nel mercato degli accessori per il ciclismo, distinguendosi per la sua strategia di vendita da sempre esclusivamente online, che le permette di offrire prodotti di alta qualità a prezzi competitivi. Con questa nuova collaborazione, Ekoi rafforza ulteriormente la propria presenza nel settore, avvalendosi dell’esperienza e della notorietà di un campione come Fabio Aru per promuovere la sua linea di abbigliamento tecnico.

Dopo una carriera agonistica di altissimo livello, che lo ha visto protagonista nei grandi giri e nelle corse più prestigiose, Aru continua quindi a essere una figura riconosciuta nel mondo del ciclismo, seppur con un ruolo diverso. La sua passione per la disciplina e il legame con marchi di eccellenza come Ekoi dimostrano come il suo contributo al settore sia tutt’altro che terminato.

Ekoi

Ciclismo e innovazione: Alé vestirà la Federazione danese

24.01.2025
3 min
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Alé e la Federazione Ciclistica Danese hanno ufficializzato la definizione di una prestigiosa collaborazione tecnica della durata di ben quattro stagioni. Il celebre marchio veronese è difatti il nuovo fornitore ufficiale di abbigliamento tecnico per le squadre nazionali danesi (tutte le discipline). Alé contribuirà anche allo sviluppo di una collezione replica dedicata ai fan del ciclismo danese.

L’azienda veronese fornirà agli atleti di tutte le squadre nazionali capi della linea PR-S 2.0, progettati specificamente per i professionisti. Questa linea rappresenta un vero e proprio punto di eccellenza per quanto riguarda l’abbigliamento tecnico per il ciclismo, grazie all’utilizzo di tecnologie tessili avanzate che garantiscono alta traspirabilità, comfort e resistenza, anche nelle condizioni più impegnative.

Tra i volti della nazionale danese ci sono Alberte Greve e Rebecca Koerner, entrambe corrono per la formazione femminile WT Uno X-Mobility
Tra i volti della nazionale danese ci sono Alberte Greve e Rebecca Koerner, entrambe corrono per la formazione femminile WT Uno X-Mobility

Entro la fine del mese, la Federazione Ciclistica Danese svelerà ufficialmente il nuovo design del kit di abbigliamento che verrà indossato dagli atleti delle squadre nazionali nei prossimi anni. Questo design esclusivo sarà anche disponibile per tutti gli appassionati come parte della collezione replica, offrendo così l’opportunità di sentirsi più… vicini ai propri campioni!

Questa nuova collaborazione tra Alé e la Federazione Ciclistica Danese non solo celebra l’unione di due eccellenze nei rispettivi campi, ma rappresenta anche un passo significativo nel mondo del ciclismo professionistico, dove innovazione e prestazioni continuano a essere il fulcro di ogni successo. Grazie a questa partnership, gli atleti danesi avranno dunque accesso a capi di altissima qualità: un valido supporto per il raggiungimento di nuove vette sportive.

Uno dei protagonisti della prossima Olimpiade sarà Sebastian Carstensen Fini, impegnato nella mtb
Uno dei protagonisti della prossima Olimpiade sarà Sebastian Carstensen Fini, impegnato nella mtb

Obiettivo Los Angeles

«Per noi – ha dichiarato Alessia Piccolo, CEO di APG, azienda proprietaria del brand Alé – è un vero onore essere stati scelti da una federazione che si è affermata come riferimento per quanto riguarda il ciclismo su pista e che punta a ottenere risultati straordinari nei prossimi campionati mondiali su strada. Alé metterà a disposizione tutte le sue tecnologie e il suo know-how per supportare gli atleti nel raggiungimento dei loro obiettivi».

«Siamo entusiasti di lavorare con Alé – ha ribattuto Ulrich Gorm Albrechtsen, il responsabile Comunicazione e Partnership Commerciali della Federazione Ciclistica Danese – un partner solido con una vasta esperienza nel settore. Alé è in grado di sviluppare e produrre abbigliamento di altissima qualità per le nostre squadre nazionali, e la collezione replica rappresenta un’opportunità unica per i fan del ciclismo danese. Siamo certi che questa partnership ci permetterà di fare un ulteriore passo avanti nello sviluppo del miglior abbigliamento ciclistico a livello mondiale».

Alé Cycling

Moro: «Il 2024 come anno zero, ora voglio specializzarmi»

30.11.2024
6 min
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La prima stagione nel mondo del WorldTour, in maglia Movistar Team, per Manlio Moro non è stata facile. Il ventiduenne di Pordenone si è scontrato con il ciclismo dei grandi dopo le tre stagioni corse in maglia Zalf Euromobil. Un fisico imponente per il friulano, alto 190 centimetri e con peso di 81 chilogrammi. Numeri che lo inseriscono di diritto tra gli uomini dotati di grande potenza, ma che devono trovare il loro modo di correre. La giusta dimensione per poter performare al meglio. 

Moro dopo tre anni corsi in maglia Zalf è passato professionista con la Movistar
Moro dopo tre anni corsi in maglia Zalf è passato professionista con la Movistar

Subito nel mezzo

Il team spagnolo in Moro ha creduto fin da subito, nonostante fosse al suo primo anno nella massima categoria non gli è stata preclusa alcuna esperienza. Era partito dall’Australia, con Tour Down Under e Coppa del mondo su pista, per poi volare in Belgio e affrontare le pietre per la prima volta. Manlio Moro infatti ha anche le gambe e il fisico di uno che può fare bene su pista, lo ha dimostrato e Marco Villa punta molto su di lui. Nonostante i pochi giorni di gara messi insieme, appena 31, parlando con il friulano emerge che il 2024 non è stato un anno semplice. 

«Per ora mi sto godendo gli ultimi giorni a casa – racconta Moro – in compagnia della mia ragazza. E’ un periodo un po’ più tranquillo, nel quale ci alleniamo ma riusciamo anche a fare altro e stare insieme prima dell’inizio della stagione. Sono ormai due settimane che ho ripreso ad allenarmi, e pian piano ho iniziato ad aumentare i carichi di lavoro. Ripartire non è mai facile, anche fare due ore di uscita risulta faticoso (dice con una risata, ndr)».

Con il team spagnolo ha siglato un contratto triennale con scadenza nel 2026 (foto Instagram/GettyImages)
Con il team spagnolo ha siglato un contratto triennale con scadenza nel 2026 (foto Instagram/GettyImages)
Hai già avuto modo di parlare con il team?

Sì. Partirò dall’Australia, come fatto lo scorso anno, poi andrò a correre al UAE Tour e infine in Belgio, ma non so ancora bene quali corse farò lassù. Rispetto al 2024 mi è stata aggiunta la corsa a tappe emiratina, la squadra ha deciso così e va benissimo. Sarà un modo per aiutare i compagni e fare esperienza. 

Facciamo un salto indietro al 2024, che anno è stato?

Il salto nel WorldTour si è fatto sentire, è stato impegnativo. Direi che se devo fare un riassunto di questa stagione la etichetterei come un’annata in cui ho fatto esperienza. Mi è servita a capire come funziona il mondo del ciclismo professionistico. E’ stato comunque un anno ricco di appuntamenti, perché oltre alla strada c’erano le Olimpiadi di Parigi su pista. Uno dei miei obiettivi era partecipare e ci sono riuscito.

Al primo anno nel WT Moro ha messo insieme esperienze di alto livello, qui alla Omloop Het Nieuwsblad
Al primo anno nel WT Moro ha messo insieme esperienze di alto livello, qui alla Omloop Het Nieuwsblad
Com’è stato cercare l’equilibrio tra strada e pista al primo anno nel WorldTour?

Non facile. Parigi era un obiettivo molto grande, per raggiungerlo ho fatto diversi cambi di programma e in questo la squadra mi è stata di grande supporto. Ho saltato alcune gare per andare ad allenarmi su pista o fare qualche ritiro con la nazionale e loro non mi hanno mai detto nulla. 

Nelle esperienze che hai fatto su strada hai capito che corridore puoi diventare?

Non ancora in realtà. Il 2025 sarà il primo vero anno da professionista, nel quale riuscirò a concentrarmi al massimo sulla strada. Voglio andare alle corse e scoprire in quale parte del gruppo posso collocarmi. Questa stagione è servita per fare gare e fare esperienza. Dal prossimo anno vorrei specializzarmi. 

Non sono mancate nemmeno le Classiche Monumento, eccolo nella Foresta di Arenberg (foto Instragam/Team Movistar)
Non sono mancate nemmeno le Classiche Monumento, eccolo nella Foresta di Arenberg (foto Instragam/Team Movistar)
Hai però un’idea di cosa ti piace?

Le Classiche sicuramente. Poi per il mio fisico e le mie caratteristiche penso mi serva una stagione solida per costruire e fare un gradino in più. 

Passiamo alla pista, che effetto ha fatto andare a Parigi?

Bellissimo. Era il mio obiettivo e sono felice di averlo raggiunto. Ho dato tutto per arrivare al 100 per cento ed ero consapevole di essere al massimo del mio potenziale. Sono stato selezionato come riserva e non ho corso, ma posso dire con certezza che se fossi stato chiamato in causa sarei stato pronto. 

Moro al suo primo anno da professionista ha messo insieme 31 giorni di corsa, per il resto si è dedicato alla pista
Moro al suo primo anno da professionista ha messo insieme 31 giorni di corsa, per il resto si è dedicato alla pista
Come vedi il rapporto con la pista per il 2025?

Ci sono un po’ di cose da capire. Molta gente la lascerà da parte e anche io farò qualche gara in meno. Sicuramente non sarò agli europei, visto che cadono nello stesso periodo del UAE Tour. Nel prossimo anno voglio concentrarmi sulla strada, anche perché dal 2026 ci sarà da costruire l’appuntamento di Los Angeles 2028

Sembra lontano, ma non lo è affatto.

Non è un appuntamento che si prepara in un mese, ma come minimo in due anni, se non qualcosa in più. Devi abituare il fisico a un determinato sforzo. Quello che ho detto prima non significa che lascerò la pista, anzi. Continuerò comunque a curarla e ad allenarmi. Anche perché determinati lavori in strada non li può fare. Ci sarà da organizzare bene il tutto. 

Il friulano, classe 2002, è uno dei papabili uomini per il quartetto in vista di Los Angeles 2028
Il friulano, classe 2002, è uno dei papabili uomini per il quartetto in vista di Los Angeles 2028
Anche perché sei uno dei più papabili per il quartetto in vista di Los Angeles…

Da qui a quattro anni possono succedere tante cose, non è un periodo di tempo breve, ma passa in fretta. E’ presto per parlare della composizione del prossimo quartetto, è certo che io voglio provare a esserci. 

Intanto tra poco si parte per il primo ritiro, e la macchina ripartirà a girare.

L’8 dicembre andremo in Spagna, fino al 18. Poi si ritorna a casa, si passa il Natale in famiglia e sarà già tempo di volare in Australia. Penso di partire poco dopo il 25, ho degli zii che vivono lì e approfitterò dell’appoggio per andare e allenarmi. Servirà un po’ di tempo per abituarsi alle temperature australiane. 

La velocità alle porte del paradiso. Quaranta prepara le chiavi…

27.11.2024
5 min
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Vacanze brevi per Ivan Quaranta e i ragazzi della velocità. Non solo perché a breve arriveranno gli europei, in programma a febbraio 2025, ma anche perché il settore è chiamato a lavorare duramente in questi anni che porteranno verso Los Angeles 2028. Se per gli altri specialisti della pista queste sono settimane di riflessioni e ripartenze con volti nuovi, nella velocità Parigi (dov’eravamo presenti con Miriam Vece e Sara Fiorin) è stata il punto di partenza e Quaranta ne è consapevole.

Il team sprint azzurro continua a progredire ed è entrato fra i primi 8 agli ultimi mondiali
Il team sprint azzurro continua a progredire ed è entrato fra i primi 8 agli ultimi mondiali

Nelle varie analisi di passaggio fra un quadriennio olimpico e l’altro, il settore della velocità maschile è considerato fra quelli, analizzando tutti gli sport, a più alto indice di crescita. Significa che le aspettative sono tante e quasi non basterà considerare un obiettivo esserci, dalla California ci si attendono anche buone notizie: «I progressi ci sono stati in questo quadriennio appena concluso – ammette Quaranta – si vede dai piazzamenti nelle prove internazionali, ma soprattutto dai tempi. L’ottavo posto ai mondiali nel team sprint è un traguardo importante e al contempo un punto di ripartenza».

Di fronte a te e ai ragazzi ci sono quattro anni di lavoro sotto i riflettori, perché le aspettative sono tante…

Anche da parte nostra, lo posso assicurare, ma i segnali che abbiamo sono più che incoraggianti. Il fatto è che in questo mondo serve pazienza: da tre anni dominiamo la scena a livello internazionale fra gli U23, questo vuol dire molto, ma il passaggio alla categoria superiore non è automatico, serve tempo. Il dato più incoraggiante è che funziona il metodo e lo vediamo non solo dai risultati dei vari Predomo e Bianchi, ma anche da quelli juniores con l’oro iridato nel keirin di Del Medico e dalla crescita delle ragazzine, dove finalmente riusciamo a fare proselitismo.

Marco Villa e Ivan Quaranta insieme a Fabio Del Medico, laureatosi iridato nel keirin fra gli juniores
Ivan Quaranta insieme a Fabio Del Medico, laureatosi iridato nel keirin fra gli juniores
E’ un metodo che riguarda solo l’allenamento?

No, è a più ampio raggio e in tal senso fondamentale è l’apporto dei gruppi sportivi militari che offrono un futuro ai nostri ragazzi e questo sta facendo la differenza. Oggi un allievo può davvero fare il velocista come professione ciclistica, cosa che fino a poco tempo fa era un’utopia. Con una carriera al di fuori dello sport e un tecnico a tempo pieno, il settore ha tutte le possibilità di crescere.

Quel che manca però è un nome di riferimento, il Sinner della situazione intorno al quale i più giovani possono crescere, cosa che nell’endurance c’è stato, con Viviani…

E’ vero, proprio per questo dico sempre ai ragazzi che saranno i pionieri di una nuova storia. Lo stiamo già vedendo, il ricasco delle loro vittorie nelle categorie giovanili, che hanno portato nuove ragazze come Cenci e Trevisan a impegnarsi in questo settore. E’ un ciclo che si sta aprendo. Ci manca il corridore esperto, eppure siamo riusciti a ridurre il gap dalle nazioni guida. Per far questo serve correre tanto, essere sempre in pista. Un altro passo avanti è la struttura logistica ora a disposizione nei pressi di Montichiari, un cascinale a 2 chilometri che consente di fare lunghi stage.

Da sinistra Erja Giulia Bianchi, Siria Trevisan e Matilde Cenci, bronzo agli europei juniores di Cottbus
Da sinistra Erja Giulia Bianchi, Siria Trevisan e Matilde Cenci, bronzo agli europei juniores di Cottbus
Quanto serve fare attività agonistica su pista?

Nel nostro settore tantissimo. Devo dire grazie alla Fci che pur con un budget contenuto ci consente di affrontare molte gare di categoria 1 e 2, soprattutto in Svizzera, dove i nostri fanno esperienza e magari vincono e sappiamo bene quanto vincere faccia bene anche a livello psicologico. I buoni risultati danno morale alto.

Il fatto che quando si arriva a europei e mondiali ci sono i grandi campioni che vanno più forte non pesa sui ragazzi?

Io dico loro che serve tempo, le distanze si accorciano poco a poco, proporzionalmente con la loro crescita a livello fisico. La differenza è tutta nei carichi in palestra, ma a quelli dei vari Lavreysen e Hoogland non ci arrivi dall’oggi al domani. Devi lavorarci giorno dopo giorno senza avere fretta anche per non incorrere in gravi infortuni. Per questo dico che la dote primaria deve essere la pazienza e apprezzare anche quei piccoli numeri che mano a mano riducono la distanza. Loro se ne accorgono, ne sono consapevoli.

Mattia Predomo è il leader della squadra. Quaranta punta su di lui per portare il team a Los Angeles 2028
Mattia Predomo è il leader della squadra. Quaranta punta su di lui per portare il team a Los Angeles 2028
Il lavoro di questi giorni in che cosa consiste?

Abbiniamo pista a palestra, per riportare i ragazzi a sollevare certi pesi e a riprendere la mano tecnica. Sono due cose che devono andare di pari passo. A dicembre faremo anche allenamenti su strada, seguendo uno schema di 3 settimane di carico e una di scarico fino agli europei. C’è tanto da fare, un aspetto sul quale dobbiamo concentrarci è anche la tecnica di cambio nel team sprint che può darci ulteriori vantaggi. Come anche lavorare nella corsa di gruppo per il keirin. Intanto stiamo studiando con Pinarello una bici specifica, monoscocca in carbonio. Finora i ragazzi hanno sviluppato una bici per la corsa a punti, ma abbiamo visto che serve un modello specifico per le prove di velocità. L’importante è che sia pronto per gli europei del 2027, quando inizierà il cammino di qualificazione olimpica.

Stefano Minuta, protagonista a Ballerup nel chilometro, altro elemento in crescita
Stefano Minuta, protagonista a Ballerup nel chilometro, altro elemento in crescita
A Los Angeles sai che non ci si attende solo la mera partecipazione. Questo rappresenta un peso per te e i ragazzi?

Per me no, so che le aspettative sono tante, ma io sono sempre stato abituato a gestire la pressione, sin da quando correvo. Il mio ruolo si misura sui risultati, è normale che sia così. Devo essere io bravo a trasmettere i giusti impulsi perché un ventenne possa gestire la pressione, perché si appassioni all’allenamento, visto che la nostra attività vive soprattutto di quello. Motivarli è il mio mestiere, sapendo che ora i nodi stanno arrivando al pettine e vincere a livello giovanile presto non basterà più.

Alé e la Federazione Ciclistica Francese: insieme fino al 2028

22.11.2024
3 min
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Il marchio d’abbigliamento Alé, un brand di proprietà di A.P.G, ha annunciato il rinnovo della  propria collaborazione con la Federazione Ciclistica Francese (FFC) fino al 2028, in qualità di partner ufficiale e fornitore esclusivo di abbigliamento tecnico per le squadre nazionali transalpine. Questa estensione del contratto garantirà agli atleti francesi il supporto di Alé fino ai Giochi Olimpici di Los Angeles, consolidando una partnership avviata nel 2014.

L’accordo consente ai ciclisti francesi di indossare i capi tecnici Alé durante le principali competizioni internazionali, dai campionati europei e mondiali fino alle Olimpiadi. Anche i vincitori dei campionati nazionali, in tutte le discipline e categorie, continueranno a vestire con orgoglio sul podio la maglia tricolore firmata Alé, un simbolo di eccellenza per gli atleti francesi. 

Dal 2014, la collaborazione tra Alé e FFC ha portato grandi risultati: la squadra francese ha conquistato quasi 700 medaglie nelle competizioni ciclistiche internazionali, a testimonianza dell’ottimale supporto offerto dai capi Alé. Un esempio recente è stato il successo ai Campionati del Mondo Mtb di Andorra, dove la Francia ha ottenuto ben venti medaglie, mettendo in risalto le elevate prestazioni dei materiali forniti dal brand italiano (in apertura foto Facebook FFC).

Alessia Piccolo, Amministratore Delegato APG, con Michel Callot il Presidente della FFC
Alessia Piccolo, Amministratore Delegato APG, con Michel Callot il Presidente della FFC

Obiettivo… Los Angeles!

Vale la pena porre in evidenza che questa partnership va oltre la semplice fornitura di abbigliamento sportivo, poiché coinvolge anche la divisione Performance della FFC e il reparto Ricerca e Sviluppo (R&S) di Alé. Il costante feedback da parte degli atleti permette difatti al brand di testare e implementare innovazioni tecnologiche, garantendo una continua evoluzione dei prodotti e una risposta precisa alle esigenze specifiche dei singoli corridori. La recente maglia 2024, ad esempio, è proprio un frutto diretto di queste collaborazioni e rappresenta un nuovo standard per l’abbigliamento sportivo.

La partnership tra Alé e la FFC continuerà fino al 2028, anno delle prossime Olimpiadi
La partnership tra Alé e la FFC continuerà fino al 2028, anno delle prossime Olimpiadi

«Siamo orgogliosi – ha dichiarato Alessia Piccolo, Amministratore Delegato di A.P.G – di aver sostenuto ed equipaggiato le squadre di ciclismo francesi per oltre un decennio. Questa collaborazione ci consente di innovare costantemente il nostro prodotto lavorando a stretto contatto con la Federazione Francese di Ciclismo. Come tutti gli appassionati, siamo entusiasti dei successi del ciclismo francese colti nel 2024 e non vediamo l’ora di accompagnare la squadra verso nuovi traguardi con lo sguardo alle prossime Olimpiadi di Los Angeles 2028».

Alé Cycling