L’ultima corsa di Barbieri, dal primo Sagan al podio di Ciccone

15.10.2024
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COMO – Erano tutti presi a salutare Dario Cataldo all’ultima corsa e nessuno si è soffermato a pensare che il Lombardia è stato l’ultima corsa anche per Paolo Barbieri. Gli addetti stampa arrivano dopo e stanno sempre un passo indietro. Infatti al bus della Lidl-Trek il bergamasco è arrivato per ultimo, proprio mentre stavamo salutando Ciccone fresco del podio dietro Pogacar e Remco.

Il ritiro di un addetto stampa, che oggi si dice press officer, riguarda le persone con cui ha lavorato: quindi la squadra e i giornalisti. Per il mondo fuori sono figure che si vedono raramente. Di fatto vivono accanto al corridore e hanno il compito, quando lavorano bene, di avvicinarlo alle richieste dei media. Un filtro e un interprete, capace di far capire al giornalista che l’atleta ha tempi ed esigenze e all’atleta che il giornalista ha ugualmente tempi ed esigenze. E Barbieri, nei 16 anni di collaborazione, ha sempre fatto la sua parte.

Perché dedicare un articolo a un addetto stampa che cambia lavoro? Perché il suo sguardo ha visto i nostri stessi corridori, ma dall’interno. Un punto di vista privilegiato attraverso cui rileggere alcuni momenti del ciclismo recente. Paolo, classe 1982, aveva 26 anni quando mise per la prima volta il naso in gruppo, al Giro delle Fiandre del 2008. Lo portò Gabriele Sola, che con la sua agenzia gestiva la comunicazione della Liquigas. Un primo assaggio prima di essere catapultato nel Giro d’Italia dello stesso anno. Quello delle tre tappe e la ciclamino di Bennati, di qualche giorno in rosa di Pellizotti e quello con Cataldo, Noé e anche Nibali. Cominciò tutto così, con un passaggio intermedio alla Bardiani quando la Liquigas divenne Cannondale, poi l’approdo nel gruppo Trek. E ora che ha deciso di cambiare lavoro, siamo curiosi di farci raccontare quello che lui ha visto e che a noi è per forza sfuggito.

Barbieri è arrivato alla corte di Luca Guercilena alla Trek-Segafredo e ha vissuto l’avvento di Lidl
Barbieri è arrivato alla corte di Luca Guercilena alla Trek-Segafredo e ha vissuto l’avvento di Lidl

I corridori

«I corridori sono persone altamente sotto pressione, dall’esterno e dall’interno. Non tanto le squadre, quanto le pressioni che si mettono da soli. I giovani passano con delle aspettative incredibili, è un carico che può schiacciarti. Sono ragazzi diversi rispetto a quelli che incontrai nel 2008, perché la tecnologia ha creato dei rapporti personali molto diversi. Sono ragazzi più preparati sotto tutti i punti di vista, forse troppo per l’età che hanno. In più sono globalizzati e questo secondo me è positivo. La cosa che secondo me non è mai cambiata è che i ciclisti sono consapevoli, forse per la fatica che fanno, della loro umanità. E non è mai cambiato il rapporto col pubblico. Sono un po’ meno accessibili, si sono creati un po’ di barriere, ma non ho mai visto un corridore negare un autografo.

«Se lavori con un campione, hai tanto lavoro in più, però è la parte più eccitante. Ti trasmette adrenalina, anche se non sono tutti uguali. Ci sono campioni che hanno dietro anche un background culturale e personale, con cui lavorare diventa molto più bello. Ciccone ad esempio è quello con cui ho speso più anni, sin dalla Bardiani. Con lui sono riuscito a creare un vero rapporto di amicizia, che è una cosa bella. Quello con il campione è un lavoro di grande mediazione. Non di rado capita di scontrarsi e ingoiare dei bocconi amari. Certe volte con qualcuno devi essere quasi il fratello maggiore…».

Lombardia 2020, si corre d’estate alla ripresa dal Covid. Barbieri è con Nibali
Lombardia 2020, si corre d’estate alla ripresa dal Covid. Barbieri è con Nibali

L’addetto stampa

«Anche questa è una figura che è cambiata tanto, più che altro per le tecnologie. Quando ho cominciato, il press officer era veramente al servizio della stampa, che era il principale veicolo delle immagini del team e del suo messaggio. Con l’avvento dei social network, tutto è cambiato. Adesso anche noi possiamo e vogliamo comunicare direttamente con i tifosi. Detto questo, io ho sempre ribadito ai miei colleghi più giovani e anche ai manager che le cose devono andare di pari passo.

«Sei tra l’incudine e il martello. Talvolta è un lavoro ingrato nei confronti della stampa. Dall’altra parte sei quello che va “rompere le scatole” al corridore per fare interviste, quando magari non ne hanno voglia. Una parte del nostro mestiere è far capire l’importanza e la bellezza di collaborare con i media. Poi sta alla sensibilità del giornalista tirar fuori qualcosa di più e, in quel caso, anche gli atleti più recalcitranti sono in grado di apprezzare».

Il primo Sagan, nel 2010, fu un’apparizione travolgente nel mondo del ciclismo
Il primo Sagan, nel 2010, fu un’apparizione travolgente nel mondo del ciclismo

Peter Sagan

«Sapete cosa faceva scattare Peter? Perdere! Ricordo ancora una Tirreno-Adriatico, cronosquadre. Passano il traguardo col primo tempo. Io sono sulla linea d’arrivo e vedo che la Greenedge ci batte di due secondi. Arrivo lì e i ragazzi chiedono se dobbiamo andare al podio per la vittoria. Non ho neanche il tempo di dire che gli australiani hanno appena fatto meglio, che Peter sbotta. “Ma no! Vieni sempre a darci brutte notizie, ma com’è possibile?”. Lui quando perdeva era così. Tant’è che poi la sera venne a bussarmi in camera e si scusò per aver esagerato. La sua grandezza era anche questa.

«Peter è stato l’esperienza più bella della mia carriera (foto @brakethroughmedia in apertura, ndr). Ero giovane, andavo alle corse un po’ più leggero. Ricordo le esultanze del Tour, vederlo diventare una calamita. Era una rockstar e non aveva bisogno di essere filtrato o che tenessimo a bada i media. Direi che non ho ricordi di grandi problemi, a parte purtroppo l’incidente diplomatico sul podio del Fiandre che adesso sarebbe vissuto in maniera totalmente diversa. Peter è sempre stato una persona abbastanza aperta, in più si era creato un rapporto di fiducia tale che a volte ero anche il suo portavoce. Sapevo di non sbagliare, ma questa è una cosa che puoi fare passandoci molto tempo insieme. Quei primi anni furono il periodo più bello, poi credo che sia diventato un altro Peter».

E’ il 2012, a Parigi Nibali conquista il podio del Tour dietro Wiggins e Froome
E’ il 2012, a Parigi Nibali conquista il podio del Tour dietro Wiggins e Froome

Vincenzo Nibali

«Vincenzo è il corridore con cui ho lavorato alla Liquigas e che poi ho ritrovato dopo alla Trek-Segafredo. Non dico che non sia cambiato, però Vincenzo è così. Vincenzo non ha maschere, non recita. Da giovane era un ragazzo timido e introverso. Adesso è un uomo non più timido, ma comunque introverso. Con lui ci vuole tempo per costruire un rapporto, ma ovviamente averci lavorato prima mi ha facilitato. E’ stato come riannodare un filo dopo gli anni che aveva fatto con Geoffrey Pizzorni all’Astana. E’ un ragazzo cui devi spiegare bene le cose fino a convincerlo. Perché Nibali era focalizzato al 100 per cento sulla performance.

«L’unico rammarico che ho è che non abbia chiuso qua, cosa di cui avevamo anche parlato. Uno dei ricordi più belli che ho di lui è quando fece il podio al Tour de France, con Peter che vinse la maglia verde. Era il 2012 e fu un momento bellissimo, molto toccante. Vederlo sul podio emozionato, anche da italiano fu un momento da pelle d’oca!».

E’ il 2022 quando Elisa Longo Borghini in maglia tricolore conquista la Roubaix Femmes (@jojoharper)
E’ il 2022 quando Elisa Longo Borghini in maglia tricolore conquista la Roubaix Femmes (@jojoharper)

Il ciclismo femminile

«E’ stato una bellissima scoperta. All’inizio le ragazze sono più diffidenti, ma credo sia normale. L’uomo è più compagnone, ma hanno lo stesso modo di intendere il ciclismo. Sono due mondi diversi. Pensate solo l’accesso al pullman: con gli uomini è libero, con le donne bisogna avere necessariamente più attenzioni. I livelli di stress sono differenti, a volte gli uomini sono più stressati. Le nostre campionesse, Lizzie Deignan e le due Elise, sono sempre molto sicure di loro stesse. E’ stata una bellissima scoperta dal punto di vista umano. Sono diverse, sono più profonde e la confidenza te la devi conquistare.

«Quando ci sono momenti delicati, devi fare un lavoro di protezione dall’ambiente esterno. Non si tratta di sostenerle, ma fargli capire che sono al sicuro. Sono molto più attente degli uomini rispetto a quello che viene scritto. Leggono di più, si informano, sono sensibili. Per cui è un lavoro molto più di mediazione, sapendo che sono molto attente anche a quello che dici. E alla fine si sono creati dei rapporti intensi».

Al Nord, Barbieri con Balsamo nel 2024: la vittoria di De Panne e il secondo posto della Gand (@twilcha)
Al Nord, Barbieri con Balsamo nel 2024: la vittoria di De Panne e il secondo posto della Gand (@twilcha)

I giornalisti

«Negli ultimi due anni ho chiesto espressamente di essere riferimento dell’ufficio stampa. Avere a che fare con i giornalisti è la parte del lavoro che mi piace di più. I social li gestisco, ma preferisco coltivare i rapporti personali. Questo a volte contempla anche lo scontro, ma credo di lasciarmi bene col 90 per cento di voi. Sarà una liberazione, per tanti motivi, non sentirne più una piccola percentuale. Non certo per il lavoro, ma perché alcuni sono arroganti e pensano che il giornalismo sia intoccabile o quasi inappellabile.

«A me piace quando c’è un confronto, accetto anche che mi si dica il contrario. A volte arriviamo a un compromesso. Posso accontentarti su tutto, mentre a volte sono costretto a dire di no perché non si può».

Aver lasciato Milan alla vigilia della sua consacrazione è forse il solo rimpianto di Barbieri (@gettyimages)
Aver lasciato Milan alla vigilia della sua consacrazione è forse il solo rimpianto di Barbieri (@gettyimages)

Il ritiro

«Smetto perché mi è arrivata una proposta che non è stata cercata. Ho un contratto, mi trovo bene, mi sento valorizzato. Sono nella squadra dove volevo essere, in una situazione perfetta. A casa ho una bambina che cresce bene, una moglie che mi vuole bene e che sopporta le assenze. Ho la serenità per riflettere e capire che a 42 anni, è meglio fermarsi così che arrivare più avanti e fermarsi perché non ne puoi più. Lo vedo che non tutte le corse sono ancora esaltanti come il primo giorno.

«Mi dispiace solo dover lasciare Johnny Milan nel pieno della sua esplosione. Ma arrivo a questo giorno dopo averlo comunicato alla squadra a luglio. Ho veramente avuto modo di decidere con la massima serenità. Ieri abbiamo fatto un brindisi con lo staff. Non vado via a cuore leggero, so cosa lascio. Ma si sa che per fare le scelte più belle, devi passare anche attraverso un po’ di dolore».

Autunno sulle montagne russe per Balsamo, ma ora vacanze…

15.10.2024
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Correre il mondiale tre giorni prima di sposarsi. Correre il Simac Ladies Tour pochi giorni dopo averlo fatto. Nell’autunno di Elisa Balsamo e Davide Plebani c’è stato anche questo, con la coloratissima festa nel mezzo in cui gli sposi hanno proposto agli invitati un dress code non comune. Abbiamo sempre pensato che per fare i corridori serva uno spirito libero. Oppure semplicemente lo stesso tocco di originalità che ha fatto del loro matrimonio una festa variopinta e allegra.

«Abbiamo deciso per il primo ottobre perché sognavamo di fare una cosa all’aperto – dice Elisa con allegria contagiosa – e se avessimo aspettato la fine di ottobre, non sarebbe stato possibile. Alla fine il tempo è stato dalla nostra parte. Siamo riusciti a fare quello che volevamo e sapevo che dopo avrei ancora dovuto correre. Il mondiale invece è stato una chiamata dell’ultimo momento. Sono stata più che contenta di aiutare la squadra, soprattutto perché Sangalli mi aveva detto subito il mio compito sarebbe stato aiutare nei primi 70 chilometri, affinché Elisa Longo Borghini potesse prendere il circuito davanti. E alla fine c’è una grande differenza fra andare a una gara e avere le pressioni di essere il capitano o farlo come è stato a Zurigo. Sapevo di dover dare comunque il massimo, ma senza la pressione del risultato».

Il matrimonio fra Elisa Balsamo e Davide Plebani si è celebrato il 1° ottobre sul Lago d’Iseo (Instagram/@hardyccphotos)
Il matrimonio fra Elisa Balsamo e Davide Plebani si è celebrato il 1° ottobre sul Lago d’Iseo (Instagram/@hardyccphotos)
Come è stato ritrovarsi in gruppo con alcune compagne che erano state al tuo matrimonio?

Abbiamo riso parecchio. Ad esempio con Yaya (Sanguineti, ndr), nelle prime tappe scherzavamo dicendo che stessimo ancora sudando gin tonic. Però alla fine io sono stata contenta di correre perché purtroppo a causa della caduta sono andata in forma alla fine della stagione e il Simac mi ha dato la possibilità di portare a casa qualche risultato. Mi sentivo ancora in crescita e quindi alla fine è valsa la pena di andare a correre.

Se sei ancora in condizione, allora potevi andare ai mondiali su pista, no?

Diciamo che lì è un discorso un po’ diverso e alla fine rimango ferma sulla decisione che ho preso alle Olimpiadi. E’ una ferita ancora aperta, ne ho parlato anche con Marco. Ho bisogno di prendermi un po’ di pausa dalla pista. Questo non vuol dire che non ci andrò più, assolutamente. Comunque mi piace e penso che sia importante anche per la strada. Però ho deciso che questo mondiale lo guarderò da spettatrice.

Cancellate le Olimpiadi, si può dire che dal Romandia in avanti la stagione si è raddrizzata?

Sì. Sono molto contenta della mia primavera, però la caduta ha distrutto tutto. Anche a Burgos mi sentivo bene e poteva essere un buon avvicinamento per le Olimpiadi. Però purtroppo con i se e con i ma ormai non si va da nessuna parte. Tenevo tantissimo ad andare a Parigi e ho fatto l’impossibile esserci, ma purtroppo la condizione era quella che era. Al Romandia sono tornata a vincere ed è stata una grande soddisfazione. All’europeo ho riconosciuto delle belle sensazioni. Forse è la prima volta che finisco una stagione non esausta e potrebbe essere una buona cosa riprendere il prossimo anno da dove mi sono fermata.

Il 6 settembre a Losanna, oltre 5 mesi dall’ultima vittoria, Balsamo torna al successo nel Tour de Romandie. Battuta Kopecky
Il 6 settembre a Losanna, Balsamo torna al successo nel Tour de Romandie. Battuta Kopecky
Dopo la medaglia di bronzo di Davide a Parigi, scrivesti in un messaggio che si era trattata della più grande emozione di sempre legata al ciclismo. Ti va di mettere in fila le emozioni di questa stagione?

Sicuramente il matrimonio sopra ogni cosa di sempre, però non c’entra con la bici. Parlando di sport, vedere Davide vincere il bronzo è stata davvero una delle cose più belle. E’ stato davvero emozionante e in qualche modo mi ha fatto fare pace anche con quel velodromo. La vittoria al Romandia è stata la più bella di quest’anno, per tutto quello che c’è stato dietro. La vittoria al Binda è stata un’altra grande emozione. Il secondo posto alla Roubaix all’inizio è stata una grande delusione. Però poi quando sono tornata a casa, mi sono resa conto che se me l’avessero detto prima, avrei messo la firma. Davvero non immaginavo di poter arrivare lì a giocarmi una gara del genere. E forse questo mi ha aiutato ad aprire gli occhi e capire che ce la posso fare, che può essere nelle mie corde. Quindi quel secondo posto si è trasformato in una sensazione molto positiva.

Quante volte nella tua testa hai rifatto quella volata contro Lotte Kopecky?

All’inizio ci ho pensato un po’ di volte, adesso però basta. Penso che uno dei miei punti di forza sia quello di riuscire abbastanza facilmente a lasciare le cose alle spalle e andare avanti. Ovviamente la riguardi per imparare dagli errori. Però una volta che ho capito che magari avrei potuto aspettare un attimo di più a lanciare la volata, basta. L’ho capito e ci riproveremo l’anno prossimo. Ormai questo è andato.

Secondo te il matrimonio cambierà di tanto la vita, oppure eravate già sposati e non lo sapevate ancora?

Secondo me sarà così. Era già qualche anno che vivevamo insieme, quindi in realtà a livello pratico non cambia nulla. Però penso che sia stata veramente una giornata splendida per noi. Abbiamo fatto una bella festa insieme alle persone a cui vogliamo più bene. Penso che sia stato bello coronare la nostra storia col matrimonio che per noi è una cosa importante, un percorso di vita.

A Zurigo, per dare man forte a Longo Borghini: i mondiali di Balsamo a 3 giorni dalle nozze
A Zurigo, per dare man forte a Longo Borghini: i mondiali di Balsamo a 3 giorni dalle nozze
Le foto e tutti quei colori davano un grande senso di allegria…

Diciamo che abbiamo alimentato la fantasia dei nostri ospiti. Il nostro dress code era “un tocco di pazzia”. Volevamo che ciascuno potesse esprimersi come meglio credesse, non volevamo imporre nulla e lasciare la libertà. In realtà è venuta una cosa bellissima, perché a noi piacciono le cose colorate e sembravamo quasi tutti abbinati. Eravamo talmente colorati, che sembrava quasi fatto apposta.

A proposito di colori, la tua maglia Santini con gli unicorni diventerà la maglia di una nuova squadra giovanile. Come è andata?

Diciamo che quando purtroppo la Valcar ha chiuso, Davide ed io ci siamo guardati e abbiamo detto che sarebbe stato bello fare qualcosa per aiutare le ragazze. Alla fine se io sono arrivata dove sono, è perché ho sempre trovato qualcuno che mi ha aiutato. E soprattutto la Valcar è stata un punto di riferimento importante. Così ne ho parlato con Davide Arzeni e abbiamo cercato di unire le forze. Io ho deciso di sponsorizzare questa squadra appena nata e dare il mio supporto. Quanto alle divise, visto che piacevano, abbiamo deciso di usare quell’idea per la squadra.

L’ultima domanda, restando collegati alla Valcar. Quando sei ripartita al campionato italiano, dicesti di aver pensato anche di mollare. Una tua ex compagna, Marta Cavalli, non è ancora tornata in gruppo, pagando il conto delle troppe cadute. Esiste una ricetta per venirne fuori oppure ognuno la vive a modo suo?

Questa è una domanda molto interessante. Io credo che sia diverso per ciascuno, per cui posso parlare per me. Una cosa è molto importante: le persone che ti circondano. Per me il supporto di Davide, della mia famiglia, delle persone di cui mi fido, anche della squadra, dello staff che lavora sempre con me, è stato fondamentale. Da soli per me non si riesce ad andare oltre dei momenti così difficili. Farsi male è veramente una cosa brutta, avere dolore fisico è proprio brutto. Quindi secondo me da soli non è possibile ed è per questo che io ho sempre creduto nell’importanza del sapermi circondare magari di poche persone, però di grande fiducia. E alla fine in questi due anni si è rivelata la scelta vincente.

Il secondo posto agli europei dietro Wiebes è stato la conferma delle buone sensazioni di Balsamo al Romandia
Il secondo posto agli europei dietro Wiebes è stato la conferma delle buone sensazioni di Balsamo al Romandia
Quando sei lì, diciamo nel buco nero, fa più male più il ricordo del dolore provato o la paura che possa succedere di nuovo?

Devo dire che, tra virgolette, sono stata fortunata. La prima caduta è successa in una dinamica di gara che per fortuna non succede spesso, forse se fosse stata una caduta di gruppo sarebbe stato diverso. Invece quest’anno la mia fortuna più grande è stata che io della caduta a Burgos non mi ricordo nulla.  Quando chiudo gli occhi, mi succede spesso di rivivere la mia caduta alla Ride London. Chiudo gli occhi e, senza che io lo decida, mi trovo quell’immagine e questo può spaventare e bloccarti. Invece della Spagna non mi ricordo niente, non so neanche bene cosa sia successo. Ho riguardato le immagini, però in realtà per me è un buco nero. E questo mi è stato di grandissimo aiuto.

Vuoi dire che la botta in testa a qualcosa è servita?

Esatto (ride, ndr).

E’ tempo di vacanze ora?

Sì, partiamo lunedì prossimo e ci facciamo una bella luna di miele. Stati Uniti Occidentali e Hawaii. Ci rivediamo in Spagna al primo ritiro. Adesso per un po’ si pensa ad altro, come quando ti sposi e hai solo voglia di sparire.

Un podio che vale, adesso Ciccone finalmente sorride

12.10.2024
6 min
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COMO – Uno dei momenti da ricordare di questo Lombardia, seconda Monumento 2024 con un italiano sul podio dopo il Fiandre di Mozzato, è quello in cui Dario Cataldo taglia l’ultimo traguardo della carriera e si accorge che sul podio c’è il suo amico Ciccone. La storia è antica. Giulio è una sorta di fratello minore, cresciuto ciclisticamente alla scuola di suo padre. E quando la Lidl-Trek ha avuto bisogno di una guida per il suo leader, ha puntato sul corregionale più esperto, facendone un road captain. Dario ci teneva a chiudere al Lombardia e pur con il groppo in gola, è passato con un sorriso prima di riprendere la via del pullman.

«E’ stato bello – ammette Ciccone – è stato emozionante. Lui ci teneva a finirla qui ed è stato un bel momento, quando lui è arrivato ed io ero sul podio. Direi che è stato bello per tutti e due».

La mattinata del resto era partita all’insegna del saluto per l’abruzzese, con i compagni che si sono presentati al foglio firma mascherati con la sua faccia. Il Lombardia deve essere stato un lungo viaggio nella memoria, fino alle strade di Como in cui vinse la tappa al Giro d’Italia del 2014. dieci anni fa. Quando Cataldo è arrivato al pullman e ha tolto gli occhiali, aveva gli occhi rossi. Ha firmato autografi. Ha posato per foto. Quindi ha abbracciato i compagni di squadra e lo staff. Ha stretto forte Luca Guercilena. E poi come gli altri è salito sopra aspettando l’eroe di giornata.

Con gambe e testa

Ciccone arriva dopo mezz’ora che lo aspettiamo. Sembra frastornato, come chiunque abbia dovuto attraversare una baraonda di tifosi e ammiraglie incastrate fra loro. Quando incontra lo sguardo di Josu Larrazabal, il capo dei preparatori, il basco lo guarda e gli chiede perché sia così accigliato. Allora Giulio sorride, anche lui dispensa qualche abbraccio e poi sale sul pullman. Li sentiamo gridare e far festa. Qualcuno fa saltare il tappo di birre gelate, che sembrano un miraggio per chi aspetta in strada. Poi lo vediamo passare e gli lanciamo una voce: “Cicco”, hai due minuti? Lui guarda in basso. Sorride. Dice di sì. Ma sedendosi sui gradini del pullman, ci invita a salirne uno. Sotto c’è ancora una ressa da giorno di mercato, se scendesse non riusciremmo neppure a dirci ciao.

Gli raccontiamo che la televisione ha mostrato tante immagini di Pogacar ed Evenepoel, ma ben poco del suo rientro sui primi. Lo abbiamo visto scattare, come se fosse rinvenuto da un luogo imprecisato alle spalle del gruppetto inseguitore. Lui sorride, ha recuperato lo spirito e racconta.

«Per fortuna che almeno lo scatto l’hanno inquadrato – ride – per una volta che faccio uno scatto! Come è andata? Sul Sormano c’è stata la selezione, quella vera. Poi Sivakov è andato via da solo e io sono rimasto nel gruppetto. Ho visto anche che stava rientrando Mollema con altri corridori e a quel punto abbiamo iniziato la valle. Era lunga e farla da solo oppure in due avrebbe significato morire. Abbiamo trovato una buona collaborazione, anche se io sentivo che oggi in salita andavo bene. Ai compagni l’ho detto dopo le prime salite nella zona di Bergamo: stavo bene».

Difesa sulla Colma di Sormano e poi una sparata sul San Fermo: il Lombardia di Ciccone si è giocato anche con la testa
Difesa sulla Colma di Sormano e poi una sparata sul San Fermo: il Lombardia di Ciccone si è giocato anche con la testa

«Quindi – prosegue Ciccone – mi sono messo ad aspettare il San Fermo. Mollema l’ha presa forte da sotto e si è fatto seguire da Storer. Io poi ho dato l’accelerata e quando ho visto che erano vicini, ho preso morale. Mi sono avvicinato a quelli davanti, però non ho chiuso subito. Sapevo che se lo avessi fatto, magari scattavano ancora e mi ristaccavano arrivando da dietro. Per questo li ho lasciati un attimo lì. Ho gestito bene. E quando poi ho deciso di rientrare, mi sono detto che dovevo tirare dritto. E così ho fatto e francamente è andata anche meglio di quanto mi aspettassi».

La delusione di Zurigo

C’è orgoglio e si capisce quanto sia difficile essere un corridore di vertice, nel dover spingere fino ai limiti dell’apnea e riuscire contemporaneamente ad essere lucidi. Sapeva di giocarsi il finale di stagione. Sapeva che le ciambelle fino a quel punto non erano riuscite col buco. Aveva lavorato tanto e sodo con Bartoli in Toscana, eppure era tornato a casa dal mondiale con un pessimo gusto in bocca.

«Il mondiale per me è stato una grande delusione – sospira Ciccone – perché comunque avevo lavorato bene. Sapevo che la condizione c’era, ma sicuramente il percorso non era adatto a me. E’ stato una delusione perché è sempre brutto quando si lavora tanto e non si raccoglie nulla. Specialmente con la maglia nazionale, con cui attiri le attenzioni belle e le attenzioni brutte. Per questo oggi ci tenevo a fare bene. Ed è stato importante perché ci voleva di chiudere l’anno così. Il 2024 è stato difficile e chiuderlo nel migliore dei modi mi dà la serenità per staccare, girare pagina e iniziare nel modo migliore».

Il Lombardia è stato il primo podio di Ciccone in una Monumento e un bel modo di riscattare la stagione
Il Lombardia è stato il primo podio di Ciccone in una Monumento e un bel modo di riscattare la stagione

Il ritmo infernale

E’ salito sul podio con Pogacar ed Evenepoel: una fotografia che dà ancora più valore alla prestazione di oggi, anche se al momento il loro livello è irraggiungibile e occorre farsene una ragione, senza per questo sembrare rinunciatari.

«A volte bisogna accettare la realtà – dice – e la realtà è quella che stiamo vivendo in un’epoca di campioni. Non si tratta di accontentarsi, però di essere realisti e fare il massimo per ottenere quello che si può. E quando c’è Pogacar, si capisce presto se è in giornata super. Il ritmo a un certo punto diventa insostenibile e l’unico che riesce ad andare è lui. E oggi è stata una giornata veramente dura, perché siamo partiti fortissimo. Abbiamo fatto le prime salite a un ritmo già bello tosto e intanto la gara non si era messa proprio benissimo con quei corridori importanti nella fuga. Per riprenderli, il ritmo a un certo punto è diventato altissimo, perché credo che tanti fossero preoccupati. Io sono rimasto lì.

Un podio decisamente interessante per Ciccone, con un bicampione olimpico e iridato della crono e il campione del mondo strada
Un podio decisamente interessante per Ciccone, con un bicampione olimpico e iridato della crono e il campione del mondo strada

«Ho lavorato tanto, sono rimasto concentrato. L’ultimo mese è stato un po’ strano, però io sapevo di aver lavorato bene. E adesso stacco la spina sereno. Questa giornata significa tanto, per la sfortuna che ho avuto e per la squadra che mi è rimasta sempre vicina».

Il tempo di una foto e ci accorgiamo che alle spalle è arrivato Paolo Barbieri, un altro uomo della Lidl-Trek che chiude in questi giorni la sua carriera da press officer. Ci sono tante storie che si intrecciano in questa serata con vista sul lago gonfio d’acqua. Storie di uomini, chilometri e vite. Non resta che scrivere tutto, sperando di ricordare davvero tutto.

Il peso della pressione, l’addio anticipato. Parola alla psicologa

11.10.2024
5 min
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Lisa Klein (nella foto di apertura), una delle storiche componenti del quartetto tedesco arrivato a dominare il mondo, lascerà a fine stagione, in anticipo sui tempi. La campionessa teutonica ha deciso di rescindere il contratto con la Lidl Trek a soli 28 anni: «Non posso continuare a “galleggiare”. Questa stagione ho avuto tanti problemi di salute nei periodi importanti della stagione, e durante le corse sentivo di non riuscire a recuperare come volevo. Inoltre i giorni lontani da casa cominciano a diventare sempre più pesanti. La soluzione per me è di fare un passo indietro, avere meno pressione e rilassarmi».

La troppa pressione per restare nel WorldTour ricorda un tema che alle ultime Olimpiadi è emerso spesso, trasversalmente tanto fra i vari sport come fra le varie nazioni: la gestione della pressione, talmente forte da portare, come nel caso della Klein, a fare un passo indietro. Quello della tedesca è un esempio sul quale vogliamo ragionare con Elisabetta Borgia, psicologa sportiva attualmente alla Lidl Trek senza toccare l’aspetto specifico della ciclista tedesca per non invadere il segreto professionale, ma sfruttandone il pretesto.

La psicologa dello sport, Elisabetta Borgia, in forza alla Lidl-Trek (foto @SimoneArmanni)
La psicologa dello sport, Elisabetta Borgia. La gestione della pressione è un aspetto fondamentale nell’approccio agli eventi (foto @SimoneArmanni)

«Il lavoro sulla pressione si è sempre fatto – esordisce la professionista, in forza anche alla nazionale italiana – è la gestione della performance, fondamentale nell’approccio a un evento. E’ difficile regolare la propria emotività, spesso fa la differenza nella prestazione.  Bisogna lavorare sulla consapevolezza personale sapendo che ci sono atleti che facendo leva proprio sull’emotività riescono a esaltarsi nel momento che conta, altri invece soffrono».

Perché si arriva a fare un passo indietro?

Nel corso degli anni le richieste vanno sempre aumentando, da parte dell’ambiente che ci circonda ma anche dal punto di vista personale e vanno a invadere quella che è la quotidianità e tutto ciò si amplifica con l’avvicinarsi del grande evento per il quale si è lavorato tanto, si sono fatti sacrifici. Se definiamo un obiettivo molto alto la pressione arriva e va sempre aumentando, è importante saperla gestire. Se la percepiamo in maniera troppo forte, questa va a inficiare l’exploit, influisce sulla stessa qualità non solo della propria prestazione ma della vita stessa.

L’aumento dell’attenzione dei media è un fattore che influisce sulla pressione per le atlete
L’aumento dell’attenzione dei media è un fattore che influisce sulla pressione per le atlete
Influisce l’evoluzione della disciplina? Il ciclismo femminile si sta evolvendo a passi da gigante…

Sicuramente. Pensiamo ad esempio che solo 15 anni fa quando ci si allenava, si aveva il cardiofrequenzimetro al polso e si andava avanti, oggi ci sono mille device da tenere sotto controllo e questo diventa un fattore di stress mentale. Abbiamo la testa riempita di mille pensieri. Poi mettiamoci l’aspetto mediatico: siamo a continuo contatto con il mondo, i social sono una rete molto forte e non è sempre facile utilizzarli nella maniera più giusta. Si vuole apparire, ma spesso ci sono anche aspetti negativi con cui fare i conti, ad esempio la commistione fra tifosi e hater.

Il WorldTour è davvero un aggravio da questo punto di vista?

E’ normale che sia così, considerando che intorno al ciclismo è lievitato tutto, sono aumentati i budget e conseguentemente gli stipendi, ma anche la pressione, la richiesta di risultati. Tutto ciò viene vissuto in maniera particolare considerando che non siamo più nella sfera maschile.

La sindrome del burn-out colpisce principalmente le donne ì, con conseguenze fisiche e psicologiche (foto peoplechange360.it)
La sindrome del burn-out colpisce principalmente le donne ì, con conseguenze fisiche e psicologiche (foto peoplechange360.it)
Perché, c’è differenza da questo punto di vista fra i sessi?

E’ un discorso che travalica il puro aspetto ciclistico o sportivo. Parliamo di cultura, di socialità. La donna per sua natura è più legata all’aspetto relazionale, più aperta a parlare, più consapevole della propria emotività. L’universo maschile è più puntato verso la performance pura, ho un obiettivo e cerco la strada più semplice per raggiungerlo. Diciamo che ha una maggiore compartimentazione. Fra le ragazze questo è più sfumato, influenzato dai rapporti personali con compagne, avversarie, staff, ambiente che le circonda… La cooperazione ha un peso maggiore, il contesto diventa un fattore molto più importante. Le ricerche hanno evidenziato come nello sport femminile spesso intervenga la “sindrome del burn out” che porta all’esaurimento delle proprie risorse psicofisiche, influendo in maniera decisiva sul dispendio energetico fino a diventare cronica e a portare a scelte estreme come il fare un passo indietro e rinunciare.

La vicenda della Klein ha destato scalpore perché estremamente rara…

Meno di quel che si pensi. Tornando indietro con la memoria, ricordo che ci sono state molte atlete di altissimo livello a soffrirne. La stessa olimpionica di mtb Pauline Ferrand-Prevot ha vissuto periodi bui, come anche Marianne Vos, oppure la svedese Rissveds che per anni si è persa dopo la vittoria olimpica di Rio 2016. Riuscire a risollevarsi è un aspetto importante e queste atlete non sono solo la dimostrazione che si può fare, ma che le vittorie successive acquistano un maggior sapore e valore. E’ importante per questo essere capaci con il lavoro introspettivo a resettarsi.

Pauline Ferrand Prevot in lacrime dopo l’oro olimpico. Più volte è arrivata sull’orlo del ritiro
Pauline Ferrand Prevot in lacrime dopo l’oro olimpico. Più volte è arrivata sull’orlo del ritiro
Qual è allora la differenza con il passato?

Semplicemente che se ne parla di più. All’aumento della pressione corrisponde un aumento della cultura legata a questa, gli studi che si moltiplicano sul tema, un lavoro che si compie insieme a professionisti del settore. E’ un problema importante e comune che porta molti a non riuscire ad arrivare a fine stagione. Il primo passo è sempre avere la forza di condividerlo, di esternare il problema in modo da poterlo affrontare.

Dietro l’arcobaleno di Pogacar, dalla nebbia sbuca Piganzoli

05.10.2024
7 min
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BOLOGNA – Ventiquattro come le vittorie stagionali. Ventiquattro come le ore che noi comuni mortali impieghiamo a realizzare le imprese che compie ad ogni gara. Ottantasette come le vittorie in carriera. Ottantasette come i chilometri di fuga solitaria totalizzati nelle ultime due corse disputate (a Zurigo sono stati 100 quelli dell’attacco, circa 50 quelli da solo). In mezzo alla nebbia e alla pioggia del Colle di San Luca si staglia l’arcobaleno di Tadej Pogacar che trionfa al Giro dell’Emilia col suo marchio di fabbrica.

La classica bolognese era di fatto la rivincita del mondiale di Zurigo, ad eccezione di qualche assenza, ma per il leader della UAE Team Emirates non è cambiato nulla a parte la sua fiammante maglia iridata. Tutti gli avversari più accreditati sulla carta – su tutti Evenepoel e Roglic, che sul San Luca ci aveva già vinto quattro volte compresa la crono del Giro del 2019 – sono letteralmente spariti in mezzo alle nuvole basse. O schiacciati dal caterpillar sloveno, se preferite. A tenere alta con onore la bandiera italiana ci ha pensato Davide Piganzoli, terzo al traguardo a ruota di Tom Pidcock. Una soddisfazione enorme per il valtellinese della Polti-Kometa essere sul podio assieme al campione del mondo e al campione olimpico della Mtb.

Super Piganzoli

Nella prima sfida dopo la gara iridata, Piganzoli ha risollevato con una grande prestazione sulle strade emiliane le sorti di un’Italia invisibile a Zurigo. Un risultato che col passare delle ore riuscirà a metabolizzare. Lo intercettiamo due volte a cavallo delle premiazioni e sebbene sia loquace il giusto, si vede che dentro ha un uragano di emozioni.

«Sicuramente in Svizzera abbiamo fatto fatica – attacca Davide – però oggi tanti giovani italiani erano davanti. Oltre a me, c’erano Pellizzari, Calzoni, Fortunato. Oggi il livello era molto alto e noi italiani abbiamo fatto molto bene. Certo, essere sul podio con Pogacar e Pidcock mi fa uno strano effetto e so che stasera me ne renderò conto meglio guardando le foto della corsa. Questo podio è un sogno che sta coronando tutto il lavoro che abbiamo fatto. Anzi ieri Ivan Basso mi aveva detto che avrebbe firmato subito per una top 10 tenendo conto del livello altissimo di partecipazione. Oggi lui era in ammiraglia e credo che sia rimasto contento. Spero che mi dica qualcosa di bello (ride, ndr)».

Uno show in maglia iridata. Pogacar attacca al primo dei 5 passaggi sul San Luca e non lo vedono più
Uno show in maglia iridata. Pogacar attacca al primo dei 5 passaggi sul San Luca e non lo vedono più

Salto di qualità

«Pogacar credo che sia il corridore più forte degli ultimi tempi – racconta Piganzoli riferendosi alla gara – e quando è partito non l’ho neanche visto, ve lo dico sinceramente. Personalmente sapevo di avere una buona condizione e mi sono gestito al meglio. Già al secondo passaggio sentivo di stare bene. Ho provato ad attaccare, ma ho capito che non si riusciva a fare la differenza, perché ci si ricompattava subito. Ho deciso di tenere le energie per il finale, volevo fare un bel risultato. Infatti sull’ultimo San Luca ho capito che mi stavo giocando qualcosa di importante. Quando sono partito mi sono detto che era l’occasione perfetta per far vedere quello che valgo e sono riuscito a dimostrarlo».

Rispetto all’anno scorso Piganzoli ha fatto un salto in avanti che forse nemmeno lui pensava di fare. Ci congeda dicendoci che nel suo finale di stagione ci sono ancora Tre Valli Varesine e Lombardia. Ha voglia di togliersi qualche altra soddisfazione. D’altronde, come ci conferma lui stesso, finire con una buona condizione è una bella iniezione di fiducia perché significa aver lavorato bene, sapendo staccare la spina nel momento giusto.

Gianetti non riesce più a trattenere lo stupore: con questo Pogacar è quasi impossibile restare delusi
Gianetti non riesce più a trattenere lo stupore: con questo Pogacar è quasi impossibile restare delusi

Pogacar show

Mancano poco più di cinque chilometri alla fine e Pogacar si è già involato tutto solo da un po’ verso l’ennesima impresa. Di fronte al megaschermo dopo il traguardo, c’è il general manager Mauro Gianetti che guarda il suo ragazzo sotto una fastidiosa pioggerella fine. Sfruttiamo quei minuti prima di poter essere travolti dal pubblico incontenibile.

«Qualsiasi maglia indossi – spiega Gianetti – Tadej va forte. Per lui è un momento magico. E’ andato in progressione da inizio stagione. E’ partito bene, poi al Giro ha alzato il livello e al Tour ha fatto un ulteriore passo in avanti. Dopo di che ha recuperato, si è messo sotto a lavorare con l’idea del campionato del mondo. Ed è riuscito a migliorare ancora qualcosina. Oggi non era in programma un attacco, ma le condizioni meteorologiche hanno fatto la loro parte. Ha seguito Evenepoel nel suo allungo, poi ha visto che erano tutti in difficoltà e che non riuscivano a mantenere il suo ritmo. Finirà con Tre Valli e Lombardia. Lui vuole sempre vincere, però è normale che non può fare il numero ogni volta. Le prossime sono gare diverse dall’Emilia, quindi vedremo come saranno. Oggi all’Emilia ci teneva molto perché negli ultimi due anni era arrivato secondo. E vincere con la maglia iridata è bellissimo anche per noi».

Dopo averlo atteso sotto la pioggia del San Luca, il pubblico si assiepa sotto al podio per Pogacar
Dopo averlo atteso sotto la pioggia del San Luca, il pubblico si assiepa sotto al podio per Pogacar

Il bagno di folla

Statisticamente Pogacar è il primo campione del mondo a trionfare in vetta al santuario bolognese perché nel 1992 quando vinse Bugno si arrivava ai Giardini Margherita ed anche questo fa parte del suo show. Tadej in conferenza stampa è rilassato, come sempre. Non tanto per le sue dichiarazioni che hanno riguardato la corsa di oggi – il difficile confronto tra il San Luca dell’Emilia e quello affrontato all’ultimo Tour – quanto più per saper gestire il seguito di gente che riesce ad attirare ogni volta che vince. Perché si sapeva che avrebbe vinto e come, ma i tifosi, principalmente ragazzini, impazziscono per lui. Siamo certi che le stesse scene si ripeteranno in Lombardia la settimana prossima.

Poker Longo

Se tra gli uomini il pronostico era scontato, anche nella gara femminile si può dire altrettanto. Elisa Longo Borghini sbaraglia la concorrenza centrando l’ottavo successo stagionale e il quarto in cima a San Luca.

«Oggi è stata una corsa bella – ci dice in mixed zone – rovinata purtroppo da un po’ di pioggia. Dopo Zurigo avrei voluto il sole, però è sempre bello correre in Italia con la maglia tricolore. Ci tenevo a vincere perché sapevo che Luca (Guercilena, il general manager, ndr) era qui e ha chiesto esplicitamente a tutta la squadra non di divertirci, ma di vincere. E ho eseguito l’ordine (sorride, ndr).

«Mi sono sentita bene in corsa, anche se ammetto di avvertire la stanchezza di tutta una stagione molto lunga iniziata a febbraio che terminerà fra circa una settimana. Il conto alla rovescia verso le vacanze è iniziato, però sono pronta a dare il mio supporto alla squadra anche nelle prossime corse, cercando di fare buoni risultati. Ho annunciato il mio cambio di formazione, ma fino al 13 ottobre correrò con la maglia della Lidl-Trek e sono molto felice di farlo. E fino al 31 dicembre sono sotto contratto con loro.

«Sicuramente – conclude – la prima vittoria qua al Giro dell’Emilia è stata bella perché era una della poche corse che vincevo all’anno e arrivavo dal quarto posto ai mondiali di Richmond. Questa è stata la più diversa perché di solito si risolveva sempre sull’ultimo muro verso San Luca, mentre stavolta sono riuscita ad allungare in discesa, cogliendo un’occasione. Come dicevo prima, ci tenevo a fare bene anche perché era l’ultima corsa con Ina Yoko Teutenberg. Spero di aver accontentato tutti».

Trentin, Ballerini e Consonni: nasce il treno di Milan

13.09.2024
7 min
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Domenica si corre tutti per Jonathan Milan e la sua volata sul traguardo di Hasselt. Come si fa nelle nazionali che saggiamente pescano dai team anche i meccanismi vincenti, il cittì Bennati ha individuato in Simone Consonni il miglior leadout del friulano. Quello che lo ha lanciato verso la maggior parte delle vittorie 2024 e che meglio ne conosce i movimenti. Perciò ieri, nel giorno del suo trentesimo compleanno, anche il bergamasco è volato nel Limburgo, pronto a fare la sua parte.

Quel che più incuriosisce nei tempi recenti di Consonni è il tempo di mezzo fra Parigi e la ripresa dell’attività su strada. Lui che alle Olimpiadi ha preso il bronzo nel quartetto e poi l’argento nella madison, che più lo rileggiamo e più brilla come un oro sfuggito di mano. Per la caduta, soprattutto, e quei giri senza un filo che hanno portato la coppia azzurra a giocarsi l’ultimo sprint in affanno senza avere comprensibilmente un quadro chiaro della situazione

La caduta di Consonni nella madison è stata più fastidiosa di quanto si pensasse e ha richiesto cinque giorni di stop
La caduta di Consonni nella madison è stata più fastidiosa di quanto si pensasse e ha richiesto cinque giorni di stop
Simone, quanto è durata la… decompressione olimpica?

Non tantissimo, dai! La verità è che grazie alla caduta, mettiamola così, ho dovuto riposare un po’ più del previsto e quindi ho fatto praticamente cinque giorni senza bici. Devo dire che mi sono bastati e sono ripartito con voglia e grinta. Ho ripreso al Renewi Tour e già fisicamente e mentalmente ero messo bene, meglio di quanto pensassi. Perciò ho ritrovato subito il piglio giusto.

Quindi quella caduta, da cui sei ripartito subito con una faccia da assassino, è stata una bella botta?

Decisamente sì. Praticamente ho fatto subito per rialzarmi, solo che avevo un crampo nel braccio destro, praticamente lungo tutto l’avambraccio e fino alle dita. La cosa che mi ricordo sono tutte le dita che avevano degli spasmi e si muovevano da sole. Quindi il braccio destro e anche il polpaccio sinistro con un crampo bello importante. Ho esitato un po’ a rialzarmi e poi sono ripartito. Sentivo che non riuscivo a spingere al 100 per cento, anche se ero completamente nel mio mondo. E dopo le interviste e il podio, all’antidoping ha iniziato a girarmi la testa, avevo un po’ di nausea. Sicuramente qualcosa anche a livello mentale, nervoso e tutto, però magari ho picchiato la testa e avevo un po’ di rintontimento. Quello che poi, quando passa l’adrenalina, viene fuori tutto insieme.

Se fosse stata una corsa normale saresti rimasto seduto per terra?

Se non era la madison e non ci fosse stato Elia da solo, mi prendevo tutti i cinque giri di neutralizzazione che mi spettavano. Invece appena il fisico mi ha dato la possibilità, mi sono ributtato subito dentro.

Consonni è tornato in gara al Renewi Tour, subito con buone sensazioni
Consonni è tornato in gara al Renewi Tour, subito con buone sensazioni
Come si fa a ritrovare la grinta adesso per andare a un europeo e poi magari ci saranno anche i mondiali su pista?

Alla fine, se fai questo sport e cerchi di farlo al 100 per cento, vivi di obiettivi. Cerchi sempre di trovare le sensazioni e le emozioni che quando ti metti il numero ti fanno andare avanti. Sicuramente non è sempre facile, certe volte il fisico ti dice di no, anche se la testa o la voglia sarebbero di andare avanti. Per cui devi anche dargli il tempo che richiede. Però la verità è che per tanti motivi questa Olimpiade è stata diversa da quella di Tokyo.

In cosa?

Là venivi da un periodo comunque molto delicato e particolare come quello del Covid. Il volo fino a Tokyo è lungo. C’è il fuso orario. Alla fine invece, la trasferta di Parigi è stata semplice proprio a livello logistico. Eravamo a un’oretta e mezza da casa. Hai la famiglia vicino, nel mio caso c’erano mia mamma e mio papà. E’ salito anche mio fratello, c’era mia moglie. Il fatto di sentire e vedere tutti i giorni Alice mi ha dato serenità e tranquillità per vivere le Olimpiadi quasi come una corsa normale. A Tokyo eravamo da soli e senza pubblico e così emotivamente, anche senza volerlo, già prima di partire sentivamo il peso di quelle piccole difficoltà. Qua tutto sommato è stata una trasferta facile, che ci ha permesso di tornare e riprendere subito a lavorare con appena un paio di giorni di stacco.

Si lavora per obiettivi e nei giorni scorsi Milan ci ha detto che con Bennati parlava già da un po’ degli europei. E’ stato così anche per te?

E’ importante sapere che durante l’anno, dopo le Olimpiadi, ci saranno gli europei e quindi c’è già un’organizzazione. Non ti arriva nulla addosso all’improvviso, senza sapere quello che c’è. Va pianificato un po’ tutto ed è sicuramente importante, perché comunque riesci a programmare bene. In questo caso devo sottolineare nuovamente il fatto che la squadra ci ha lasciato tranquilli per tutti questi mesi dopo il Giro d’Italia e non è da tutti.

E’ il prezzo per tutti i team che hanno specialisti della pista, anche Ineos per Ganna…

Togliendo il campionato italiano, era dal Giro che non correvo con la maglia della Lidl-Trek. Per una squadra WorldTour, che comunque vuole sempre essere sul pezzo, è una defezione importante. Non tanto la mia magari (ride, ndr), ma quella di Johnny, quindi dobbiamo ringraziare tanto la squadra. Col “Benna” questa cosa era già nell’aria e la verità è che Johnny ci è arrivato e ci sta arrivando con testa, grinta e gamba al top. Ed è la dimostrazione ancora una volta che la pista, se fatta in un certo modo, non fa solo bene, ma ti può dare qualcosa in più.

Il progetto europeo era nell’aria da parecchio. Già alla Tirreno-Adriatico primi contatti con Bennati
Il progetto europeo era nell’aria da parecchio. Già alla Tirreno-Adriatico primi contatti con Bennati
Al Deutschland Tour è parso insaziabile…

Johnny sto iniziando a conoscerlo sempre meglio ed è veramente forte, ma soprattutto di testa. Ha una voglia di vincere, di alzare le mani e far vedere di essere il più forte che è qualcosa di incredibile. E il bello è che la passa a tutti noi. Penso che noi gli abbiamo dato una bella mano, ma anche lui da leader ha dato una grande grinta e un grande senso di appartenenza al nostro treno e al nostro gruppo. E questo ci ha portato tutti, sia lui sia noi, a fare una stagione spettacolare come quella che stiamo facendo.

Parlavamo con Bennati di quanto sia facile fare bene il treno in allenamento, ma che il vero test si fa in corsa…

E’ verissimo quello che dice, perché penso che Daniele abbia più esperienza forse di tutta la nazionale messa insieme, togliendo però “Trento” (Matteo Trentin, ndr). E’ verissimo, puoi provare il treno quanto vuoi, ma alla fine la verità è che guardando il gruppo che siamo, c’è gente abituata a lavorare con grandi capitani. Il “Ballero” è sempre stato in grandi treni, come di recente quello di Cavendish e prima alla Quick Step. Ha lavorato con Morkov, quindi ha un’esperienza che ci fa stare tranquilli. Trentin non va neanche nominato, solo a livello di esperienza può insegnare a tutti qualcosa. E quindi anche lì siamo tranquilli. Sappiamo cosa vogliamo e agli europei abbiamo una storia importante.

Per te è la terza volta, giusto?

Esatto. Ho corso poco su strada con la nazionale, però questo sarà il mio terzo europeo. Nel primo, era il 2017, venne il secondo posto con Elia in Danimarca. Due anni dopo abbiamo vinto proprio con Elia ad Alkmaar. Perciò mi fa super piacere tornare a far parte di questo gruppo. La cosa che mi fa un po’ sorridere è che dopo la gara di Amburgo parlavo con i miei compagni e ho realizzato che domenica ce li troveremo contro. Quelli che sono sempre stati insostituibili al nostro fianco saranno i nostri rivali. E anche rivali importanti. Dan Hoole sarà nel treno di Koij. Theuns sarà nel treno di Philipsen e Merlier.

La collaborazione fra Consonni e Milan al Giro ha portato 3 vittorie e 4 secondi posti
La collaborazione fra Consonni e Milan al Giro ha portato 3 vittorie e 4 secondi posti
Secondo te faranno due treni separati?

Non lo so e sinceramente avranno una bella gatta da pelare. Perché è vero che non c’è neanche più Van Aert, però hanno anche Jordie Meeus, che magari non ha la costanza degli altri due, ma è stato l’ultimo vincitore sui Campi di Elisi.

Belgio e Olanda saranno le squadre da marcare?

Da marcare neanche tanto. Io sono convinto che se inizi a marcare troppo, sei sulla difensiva. Invece devi partire per farti marcare, ma questo è un altro discorso. Dobbiamo essere bravi a gestirla emotivamente, ma abbiamo gli uomini per fare quel che serve. Per chi è abituato a gestire tutto in pista, in cui un errore anche minimo può costarti la medaglia, la gara su strada è uno stress, ma molto più gestibile.

Il punto al Renewi Tour con il super Milan post olimpico

02.09.2024
5 min
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Cinque vittorie in dieci giorni di gara dopo Parigi in cui, a detta di tutti, ha trascinato il quartetto al bronzo. Dopo le Olimpiadi, Jonathan Milan è tornato a casa per due settimane cercando di trasformare quel colpo di pedale in un’arma anche su strada. Eppure, quando si è presentato al via del prologo al Giro di Germania, sulla distanza di 2,9 chilometri, deve essergli sembrato di non essere mai sceso di pista. Infatti lo ha vinto e poi ha messo in fila altre quattro vittorie, passando nel frattempo al Renewi Tour. Le prossime tappe di questo suo viaggio saranno Amburgo e poi i campionati europei, di cui parla già da un pezzo con il cittì Bennati.

Ieri Milan si è ritirato nel corso dell’ultima tappa della corsa belga, quella di Geraardsbergen, dopo avar attaccato con il vincitore De Lie. Era palpabile che nelle ultime due volate stesse affiorando la stanchezza e che su quei muri da Fiandre la sua preparazione non fosse adeguata. Come peraltro inizia a dirci proprio lui.

Il prologo del Deutschland Tour, 2,9 chilometri, è stato perfetto per riprendere a vincere
Il prologo del Deutschland Tour, 2,9 chilometri, è stato perfetto per riprendere a vincere
Come stai?

Un po’ stanchino, ma va bene. Sono state due belle settimane, diciamo, intense e piene di risultati per tutta la squadra (al Giro di Germania, sponsorizzato da Lidl, il team ha vinto tre tappe con Milan, due più la classifica con Pedersen, ndr).

La condizione di oggi è quella che è servita per far bene alle Olimpiadi?

Sarebbe bello prevedere tutto e allora sarebbe tutto più facile, forse. Però col senno di poi si può dire che sono uscito da Parigi con una buona condizione. E avendo lavorato comunque a una buona intensità in pista, avendo fatto dei bei lavori di forza, di agilizzazione e partenze da fermi, ne abbiamo usufruito su strada. Dalla fine delle Olimpiadi alla Germania è passata una decina di giorni, quindi ho avuto il tempo di recuperare e di fare un po’ di chilometri. Niente di che, però la condizione è rimasta quella e ne stiamo raccogliendo i frutti.

A Parigi, l’apporto di Milan nel quartetto è stato decisivo
A Parigi, l’apporto di Milan nel quartetto è stato decisivo
Come è stato il passaggio tra la pista e il ritorno su strada?

Alla fine in questo mese e mezzo di preparazione all’Olimpiade, quello che ho perso sono state le ore su strada. Per cui ho dovuto recuperare quelle, ma niente di è esagerato. Un massimo di cinque ore per uscita, magari delle triplette, cose del genere, ma niente di particolare.

Come è stato a livello personale dover passare dall’enormità delle Olimpiadi alla routine della strada?

Sinceramente non è stato molto impegnativo, anche a livello di testa. Alla fine si era progettato anche questo, quindi quando ce l’hai già inserito in un piano, è tutto un po’ più facile da seguire. Sai già a cosa andrai incontro, quindi non è stato molto difficile.

Che clima avete trovato nel Deutschland Tour sponsorizzato peraltro dalla stessa Lidl?

C’ero già stato un paio di anni fa e vi dirò, magari è una mia impressione, ma ho visto molta più gente sulle strade. Ovviamente avevamo tanta attenzione, perché è quasi la nostra corsa di casa. Ci tenevamo a far bene dato che il nostro main sponsor era anche organizzatore. Per cui eravamo tutti belli motivati e anche io, a livello personale, al rientro dalle Olimpiadi mi ero prefissato di raggiungere qualche bel risultato. E alla fine abbiamo vissuto un grandissimo Giro di Germania.

Dopo il prologo, per Milan in Germania altre due tappe vinte
Dopo il prologo, per Milan in Germania altre due tappe vinte
Ti aspettavi effettivamente di essere già vincente alla prima corsa?

Non del tutto, a dire la verità. Se parliamo del prologo, dico di sì. Per le tappe invece no. Era chiaro che sarebbe stata una corsa di rodaggio per arrivare al Renewi Tour. Il prologo sembrava disegnato per me. Non erano neanche tre chilometri, erano 2,9. E io venivo da un mese e mezzo in cui facevo sessioni e prove sui 4 chilometri a tempi record: ci stava che andasse bene. Invece poi anche su strada, la squadra fin da subito mi ha dato un grandissimo supporto, come ha sempre fatto. E quel punto sono venute anche le vittorie nelle tappe, a volte anche con l’aiuto di Mads (Pedersen, ndr). Non è stato facile, neppure posso dire che me lo aspettassi, ma è andata bene. E’ stato molto bello e divertente.

Cosa è cambiato nel mondo di Jonathan con questo crescere e il diventare tanto popolare?

Oh Dio (sorride, ndr)! Negli anni sono cambiate un po’ di cose. Come la squadra, come la preparazione, come la mia stessa mentalità. Il fatto di voler sempre migliorare, sia su strada che su pista. Insomma, mettendo tutto insieme, si è fatto un bel salto. Quanto alla popolarità, non è difficile stare dietro alle richieste. Non è faticoso fare le interviste e tutto quello che ci chiedono. E’ una cosa normalissima, anche grazie al lavoro del nostro addetto stampa (Paolo Barbieri, ndr), che è qua vicino a me…

Due vittorie anche al Renewi Tour. Qui all’attacco ieri con De Lie che poi vincerà
Due vittorie anche al Renewi Tour. Qui all’attacco ieri con De Lie che poi vincerà
Bennati ha detto che già da un po’ state ragionando sull’europeo…

Sì, esatto. Finito il Renewi Tour, ci sarà Amburgo e poi il piano è di arrivare bene all’europeo, che in teoria è adatto alle mie caratteristiche. Però qua in Belgio non si sa mai… A metà settembre il meteo può fare la sua parte, per cui è una corsa cui puntiamo, ma con un punto di domanda. Andremo su preparati a tutto con voglia di fare bene e divertirsi e poi vedremo cosa uscirà. Avrò accanto Simone Consonni, quindi mi sentirò ben protetto. Vedremo cosa saremo in grado di tirar fuori.

Realini non ha paura: al Tour de France, la prova decisiva

28.08.2024
4 min
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Settima al Giro, ma soprattutto quinta al Tour de France Femmes, Gaia Realini si è trovata sparata da zero a cento in quella mischia immensa con un ruolo del tutto inaspettato. Stando a quanto le era stato detto, della classifica si sarebbero occupate Elisa Longo Borghini e Shirin Van Anrooy. Quando però la defezione della piemontese dopo le Olimpiadi è diventata ufficiale, la squadra l’ha chiamata e le ha passato il testimone: la classifica sarebbe toccata a lei.

In questi giorni l’abruzzese della Lidl-Trek si sta allenando, cercando da un lato di recuperare del tutto e dall’altro di arrivare pronta al Tour de Romandie (6-8 settembre), che sarà l’anticamera dei mondiali di Zurigo cui le piacerebbe prendere parte.

«Come è stato il Tour?», sorride con quella punta di ironia che basta più di mille risposte. «E’ stato duro, devo dire la verità, ma anche bellissimo. Non avevo mai vissuto un’atmosfera del genere. Soprattutto le prime tappe, fra l’Olanda e il Belgio che sono la patria della bici. E poi sull’Alpe d’Huez. Era la prima partecipazione, non sono in grado di fare confronti. Ma se guardo al Giro e alla Vuelta, il Tour de France è stato molto più grande e molto più duro».

Eppure quando nell’ultima tappa, Gaia si è ritrovata a darsi cambi con Kasia Niewiadoma ed Evita Muzic sull’Alpe d’Huez (foto di apertura) non sembrava la ragazzina che davanti a una simile sfida avrebbe potuto bloccarsi.

Senza Longo Borghini e con Van Anrooij non brillantissima, Realini si è ritrovata leader della Lidl-Trek
Senza Longo Borghini e con Van Anrooij non brillantissima, Realini si è ritrovata leader della Lidl-Trek
Le tue colleghe hanno parlato di nervosismo e tappe lunghe.

Ogni giorno erano più di 160 chilometri e confermo che il gruppo era nervoso, forse perché il Tour è la corsa più attesa e tutti vogliono farlo bene. Anche il livello delle atlete era molto alto. Basti pensare che Kasia Niewiadoma e Demi Vollering hanno saltato il Giro d’Italia per arrivare pronte in Francia e andavano davvero fortissimo. Per me all’inizio non erano un problema, non avrei dovuto fare io la classifica. L’avevo presa come una prima partecipazione, in cui avrei potuto guardarmi intorno e prendere le misure.

Invece?

Invece la squadra mi ha dato il ruolo che sarebbe stato di Elisa Longo Borghini e a quel punto non mi sono tirata indietro. All’inizio magari un po’ la cosa mi ha colpito, però poi sono stata contenta che mi abbiano dato il ruolo e la fiducia. Dato che Elisa il prossimo anno ci abbandonerà, ho iniziato a prendermi le mie responsabilità e a fare da me. La squadra mi è stata molto vicina, è bastato che i direttori dicessero che sarei stata una delle leader e il meccanismo è stato perfetto.

Che leader hai scoperto di essere?

Sono una leader silenziosa, non sono una che pretende e detta regole. Ho visto che le compagne non hanno avuto problemi ad aiutarmi. Ho avuto vicina per tutto il tempo Lizzie Deignan e mi è sembrato che mi abbia avvolto in una coperta. Pure essendo una campionissima, è stata la mia matrioska: dov’era lei, c’ero anche io. In certi casi non serviva neanche parlare. Per fare un esempio, un giorno ho pensato che potesse avere sete e le ho preso una borraccia, scoprendo che lei aveva appena fatto la stessa cosa per me.

Non stai parlando di una gregaria qualsiasi, il suo palmares è notevole…

Infatti accanto a lei mi sentivo come una ragazzina e pensavo a come si sentisse a dover accudire una bambina di 23 anni. A volte mi parla da mamma, si capisce che lo sia davvero. Abbiamo condiviso la stanza al Giro e poi al Tour. Mi piace il suo modo di fare perché non mi fa sentire la mancanza della mia vera mamma.

Sfinita sull’Alpe d’Huez, Realini alla fine ha pagato 30″ rispetto a Niewiadoma
Sfinita sull’Alpe d’Huez, Realini alla fine ha pagato 30″ rispetto a Niewiadoma
Che cosa ti ha lasciato questo Tour de France?

Sicuramente non nego di dover crescere e imparare tanto. Chi è arrivato davanti ha più anni e più esperienza di me. Ma guardando e correndo, ho imparato tanto. E magari facendo degli altri passi di avvicinamento, potrei pensare che un giorno anche io potrò salire sul gradino più alto di quel podio.

Quindi fra una settimana si va al Romandia, poi il sogno è andare ai mondiali?

Esatto. Mi piacerebbe davvero molto ricevere la chiamata di Sangalli.

Balsamo riparte dalla primavera e dalla voglia di divertirsi

25.08.2024
5 min
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«Una cosa buona che ho portato via da Parigi – dice Elisa Balsamo – la cosa per me più bella è stato il pubblico sul percorso della gara su strada. La gente sulla salita di Montmartre è stata una cosa veramente impressionante. Potrò dire per sempre che io c’ero. Secondo me ci saranno poche gare spettacolari come quella».

Il capitolo delle Olimpiadi di Parigi lo chiudiamo volutamente così. Nulla di tutto quello che potremmo raccontare cambierebbe il succo di un’esperienza falsata dalla cattiva sorte, che nelle dichiarazioni successive è diventata la sola causa di risultati al di sotto delle attese. Quello che interessa, parlando con Elisa alla vigilia della corsa di Plouay (la piemontese ha chiuso al quarto posto) è la nuova pagina su cui proprio dalla corsa francese si inizierà a scrivere la seconda parte di stagione.

Le fatiche del Tour dopo le Olimpiadi hanno creato la base da cui ripartire
Le fatiche del Tour dopo le Olimpiadi hanno creato la base da cui ripartire
Si può dire che da oggi comincia una seconda parte di stagione che sarà folgorante e bellissima?

Speriamo! Sto bene (sorride, ndr), devo dire che il Tour de France è stato decisamente duro, però mi sono sentita meglio ogni giorno. Speriamo che questo finale di stagione sia positivo.

E’ un Tour che ci voleva per rimetterti completamente in carreggiata dopo il ritiro dal Giro?

Ho fatto delle belle volate nei primi giorni, sono contenta. Ma diciamo, come avete ben capito, che era un Tour per cercare di rimettersi in sesto. Nel senso che arrivando da un periodo un po’ travagliato, l’obiettivo era più che altro quello di riuscire a creare una buona condizione e aiutare le compagne. Quindi direi che è andata bene.

Adesso si guarda giorno per giorno o si fissano grandi obiettivi?

Credo che l’europeo possa essere una bella occasione per me. Ma non voglio pensare a un solo obiettivo, parteciperò ancora a delle grandi gare interessanti. L’obiettivo è quello di raccogliere il più possibile e divertirsi. Ci sono ancora delle belle occasioni.

La vittoria nel Trofeo Binda su un’atleta in forma come Kopecky e Puck Pieterse ha ribadito che Balsamo non è solo una velocista
La vittoria nel Trofeo Binda su un’atleta in forma come Kopecky e Puck Pieterse ha ribadito che Balsamo non è solo una velocista
Divertirsi è un bel verbo: c’è stato spazio per il divertimento in questi primi mesi?

Sono molto contenta della mia primavera. Mi sono divertita e sono arrivati degli ottimi risultati. Sicuramente gli ultimi due mesi e mezzo dalla caduta non sono stati facili, però ormai si guarda avanti. Penso di essere uscita dal tunnel, quindi questa è la cosa più importante. Devo dire che gli ultimi due anni non sono stati particolarmente fortunati, soprattutto a causa delle cadute. Farsi male non è mai bello…

Fatte le debite proporzioni, sei forte in pista e hai una grande punta di velocità: si potrebbe pensare a te come a un Jonathan Milan. Forse tu tieni meglio in salita, come dimostra la vittoria al Trofeo Binda. Quale pensi che potrebbe essere un tuo sviluppo?

Devo dire che volendo immaginare un’Elisa a lungo termine, a me piacerebbe cercare di diventare sempre più completa. Da questo punto di vista, quello che ho fatto in primavera è stato un passo avanti rispetto all’anno scorso. Ovviamente non voglio perdere lo spunto veloce, perché alla fine credo che sia il mio punto di forza. Però vorrei cercare di migliorare un pochino sulle salite, sugli strappi. E’ quello il mio obiettivo.

Di solito si dice che dopo le Olimpiadi quelli che hanno fatto pista tornano tra le mani delle proprie squadre e si dedicano solo alla strada. Sarà così anche per te?

In realtà per adesso non mi sono fatta grandi idee. Quindi prima di dichiarare cose ai giornali, vorrei parlare con tutti. Sentire quello che pensa Villa, confrontarmi con lui e poi prenderò la mia decisione. La pista fa parte del mio bagaglio e mi ha dato molto. In questi ultimi anni mi sono tolta davvero delle belle soddisfazioni. E penso che con l’equilibrio giusto, la pista possa dare qualcosa anche per la strada. Però non è facile. Soprattutto nel ciclismo del giorno d’oggi in cui se non arrivi alle gare al 110 per cento, fai solo una grande fatica e nient’altro.

Divertirsi significa anche essere in pace dopo un secondo posto: Balsamo-Consonni alla Gand, entrambe battute da Wiebes
Divertirsi significa anche essere in pace dopo un secondo posto: Balsamo-Consonni alla Gand, entrambe battute da Wiebes
Come si vive in casa la partenza di Davide per le Paralimpiadi?

Credo che se lo sia veramente meritato. E’ stato vicino ad andare a Tokyo, quindi penso che per lui sia veramente il coronamento di un sogno. Per di più lo sta facendo aiutando un’altra persona e forse è una cosa ancora più nobile (Davide Plebani, compagno di Elisa, correrà le Olimpiadi sul tandem con Lorenzo Bernard, ndr). Ho sempre saputo che Davide è una persona molto buona, nato per aiutare le altre persone, quindi questo secondo me gli permette davvero di coronare un sogno. Nei primi tempi dopo la caduta, mi è stato vicino e senza di lui non sarei sicuramente riuscita a venirne fuori. Adesso diciamo che sto cercando di ricambiare, dandogli il massimo supporto per questo grande obiettivo.

Dopo non essere andato a Tokyo era amareggiato…

E anche quello l’ha portato a decidere di smettere di correre in bici, prima che gli venisse fatta questa proposta del paraciclismo. Sono state dette delle cose non tanto belle e a quel punto ha scoperto di essere un po’ stufo dell’ambiente. Penso che questa sia la rivincita più grande che si potesse prendere. Sono già molto felice per lui e secondo me hanno possibilità di portare a casa un buon risultato e alla fine il valore di una medaglia è sempre il valore di una medaglia.

Plebani, qui con Balsamo, è tornato in bici dopo la delusione di Tokyo per puntare alle Paralimpiadi e prendersi una rivincita
Plebani, qui con Balsamo, è tornato in bici dopo la delusione di Tokyo per puntare alle Paralimpiadiadi
Tornando a te, hai ritrovato le sensazioni dei bei tempi?

Sì, insomma, sento di essere in ripresa. Sicuramente il mio corpo ultimamente è stato sottoposto a tanti stress che, sovrapposti uno all’altro, hanno reso le cose abbastanza complicate. Però devo dire che adesso mi sento in salute e questa penso sia la cosa più importante. Prima sentivo davvero molto instabile da quel punto di vista. Nel momento in cui invece una persona si sente in salute, può cercare di lavorare sulla prestazione, fare allenamenti più specifici e tutto quello che serve. Adesso sono in questa fase, con l’incognita di come reagirò nell’immediato alle fatiche del Tour. Perché il Tour è stato impegnativo, oltre che per le distanze, anche per i dislivelli. Ma è quello di cui avevo bisogno. Speriamo davvero da adesso di iniziare a scrivere una storia un po’ diversa.