Un terzo incomodo per il Tour? «Servirebbe un miracolo»

12.07.2023
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Quando c’era solo Pogacar e gli altri inseguivano, si parlava di Tour noioso. Poi è arrivato Vingegaard, ma l’entusiasmo è durato solo per poche settimane. Qualcuno infatti parla nuovamente di Tour noioso, perché ci sono soltanto loro due e dietro il vuoto. Il tifoso è incontentabile, ma è un fatto che a metà della seconda settimana, fra il tandem di testa e il terzo in classifica – Jai Hindley, in apertura – ci siano due minuti e mezzo. Pogacar e Vingegaard finora se le sono date senza risparmiarsi, c’è il rischio che di questo passo possano pagare il conto nella terza settimana, consentendo a qualcun altro di rifarsi sotto?

Se c’è qualcuno in grado di rispondere e immaginare l’eventuale scenario, quello è Giuseppe Martinelli: il direttore sportivo con il più alto numero di successi nei grandi Giri, che all’Astana ricopre ormai ruoli che non gli appartengono. L’ultima volta che è salito in ammiraglia, al campionato italiano, l’ha portato a casa con Velasco.

Martinelli è l’ultimo diesse italiano ad aver vinto il Tour con un italiano: Nibali nel 2014
Martinelli è l’ultimo diesse italiano ad aver vinto il Tour con un italiano: Nibali nel 2014
Martino, il Tour resterà un affare a due?

C’è veramente troppa differenza sugli altri. Uno dei due sicuramente riuscirà a vincere la battaglia. Pensavo che Vingegaard avesse più margine nei confronti di Pogacar, considerato che Tadej ha corso poco e tutto il resto. Invece a distanza di tre tappe, dove veramente se le sono date, vedo lo sloveno veramente in ripresa. Le due volte in cui l’ha preso in castagna secondo me calmeranno un po’ la maglia gialla, lo faranno rientrare nei ranghi. Però credo sia impossibile che alla fine facciano avvicinare qualcun altro.

Non si rischia che a spendere così tanto tutti i giorni alla fine paghino il conto?

No, perché sono veramente troppo forti, sono superiori. E gli altri hanno già in testa il piazzamento. Hindley e Rodriguez lottano per il terzo posto.

Vuol dire che se tu fossi al Tour con un uomo di classifica, dopo una sola settimana saresti comunque a ragionare sul terzo posto o qualcosa proveresti a inventare?

Si può provare a inventare qualcosa in una tappa un po’… stupida, di quelle che non se l’aspettano. Magari provare sulla penultima salita, hai capito? Ci sono due o tre giornate dove non c’è l’arrivo in salita e quelle sarebbero buone. Ma l’unica condizione è che i due si ritrovino senza squadra.

Difficile isolarli a tal punto…

Perché sono forti e hanno squadre forti, è difficile prenderli in castagna, a meno che si ritrovino soli e fra loro ci sia battaglia psicologica. Devono fare tutto loro, insomma. A quel punto potrebbe succedere di tutto. Altrimenti uno o l’altro mette la squadra a tirare e hanno sempre quel paio di corridori accanto che possono tenere nel mirino l’eventuale attacco.

E’ stato chiesto a Pogacar come mai corra in modo più cauto e lui, ridendo, ha risposto di essere diventato più vecchio e più saggio.

Secondo me ha preso le misure dopo l’anno scorso, quando ha proprio peccato. Non dico di ingenuità, però ha avuto la sensazione di essere più forte e di potere spendere energie in volata, per gli abbuoni, su tutti i traguardi. Quest’anno sembra più prudente, anche se nelle prime due tappe poteva stare un pochino più sereno. A Bilbao poteva spendere un po’ meno, visto quello che ha ottenuto. Però una cosa…

Cosa?

Ma quanto è bello in questo momento il ciclismo? Non dico che tifo per questo o quell’altro e neanche che mi siano simpatici, però quando vedo Van Aert fare un’azione da lontano, mi dico: «Porca vacca, ragazzi, che corridore!». Oppure Van der Poel che tira la volata a Philipsen. E’ un bel ciclismo, si gode a vedere queste cose. Prima mi piaceva lo stesso, però non era stimolante come in questo momento.

Sul Puy de Dome, secondo Martinelli, Pogacar ha voluto staccare Vingegaard in una prova di forza
Sul Puy de Dome, secondo Martinelli, Pogacar ha voluto staccare Vingegaard in una prova di forza
Secondo te Vingegaard ha accusato il colpo delle due tappe in cui è stato staccato?

Ha preso una bella botta, nella testa e nelle gambe. La prima volta, secondo me, c’era di mezzo la vittoria di tappa e allora ci sta che Pogacar abbia potuto avere qualcosa di più. Ma la seconda per me gli è rimasta addosso. L’altro l’ha voluto proprio staccare e non c’era di mezzo neanche la vittoria. C’era il ballo il 13° posto, però è come se gli avesse detto: «Adesso ti metto lì e ti stacco!».

La sensazione è che Vingegaard sia arrivato convinto di avere vita facile…

Sì, secondo me sì. E anche la squadra. Hanno guardato quanto è andato forte al Delfinato, senza neanche fare tanta fatica, e sono arrivati convinti di avere già un pezzo di Tour in tasca, con la convinzione che Pogacar non fosse super e non potesse crescere. Alla prima occasione Vingegaard gli ha dato subito una botta proprio per questo.

Quanto sono diversi quei due?

Pogacar corre in bici e si diverte, è diverso dal classico ciclista, basta guardarlo in faccia. L’altro è più corridore, più costruito, frutto del lavoro. Pogacar, anche se lo staccano, il giorno dopo riparte da zero ed è come se nulla sia successo. Vingegaard è il classico corridore che corre per vincere, ha una squadra importante costruita per questo. Anche l’altro è forte, ma va al campionato nazionale e non aspetta il finale, sapendo che vincerà di certo. Se ne va in fuga a 100 chilometri dall’arrivo e secondo me si diverte anche un mondo e fa divertire la gente. Non sono cose facili, ma che riescono ai corridori che ci sono adesso.

Fra Pogacar e Vingegaard le stesse differenze che c’erano fra Pantani e Tonkov: l’estro contro la rigida disciplina
Fra Pogacar e Vingegaard le stesse differenze che c’erano fra Pantani e Tonkov: l’estro contro la rigida disciplina
Peccato che non siano italiani, verrebbe da dire…

Purtroppo quello ve l’ho detto più di una volta. Finché qualcuno non costruisce qualcosa di buono, la situazione non si smuove. Ne parlavo che stamattina coi miei, visto che anche noi abbiamo una squadra continental. Vedere che i migliori giovani vanno in Belgio, oppure in Francia e in Olanda, mi fa imbestialire. D’accordo, noi abbiamo Garofoli, ma uno non basta. E quando vedo Busatto e i migliori dilettanti che se ne vanno, io proprio mi infurio. Sono stato al campionato italiano allievi per andare a vedere un ragazzino, adesso la situazione è questa…   

Il riposo di Vingegaard e l’analisi di Gilbert

11.07.2023
5 min
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Philippe Gilbert ha lasciato il Tour, cedendo a Jens Voigt la moto di Eurosport da cui ha raccontato la prima settimana di corsa. Tuttavia, prima che partisse, L’Equipe lo ha intervistato e le sue parole sono diventate lo spunto per un interessante approfondimento.

Quel che colpisce dalle sue parole è innanzitutto lo stupore. Vivere il Tour da atleta è sicuramente qualcosa di inimmaginabile anche per chi ha vissuto per così tanti anni la carovana francese. Gilbert ha partecipato a 12 edizioni della Grande Boucle, ma non ne avrebbe mai immaginato la grandezza, per come viene percepita guardando ciò che c’è fuori dalle transenne. Sono gli atleti a fare la corsa, ma rendersi conto di quello che gli è stato costruito attorno e dell’attesa della gente lungo le strade è stato per il belga uno shock positivo.

Gilbert ha seguito la prima settimana del Tour per Eurosport. Al suo posto c’è ora Voigt (foto Instagram)
Gilbert ha seguito la prima settimana del Tour per Eurosport. Al suo posto c’è ora Voigt (foto Instagram)

La spontaneità e gli schemi

Ciò che ha colpito Gilbert, che dalla moto ha seguito i due di testa osservandoli in ogni dettaglio, sono state le profonde differenze fra loro. Fra la naturalezza spigliata di Pogacar e l’essere quasi schematico di Vingegaard, che a ben vedere sono le differenze che negli anni hanno animato i duelli fra Pantani e Ullrich e ancor prima fra Indurain e Chiappucci.

«Ho potuto vedere da vicino i due fantastici Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar – dice Gilbert – è stata la prima volta che ho seguito i migliori scalatori su passi mitici come il Tourmalet… però in moto! La facilità e l’efficienza dei loro colpi di pedale sono stati sconcertanti, ma quello che ho potuto vedere è stata la netta differenza nel loro atteggiamento. Vingegaard ha un approccio più strutturato, basato su un forte lavoro della squadra e su tattiche decise in anticipo ed eseguite alla lettera. Con Pogacar, c’è uno stile completamente opposto, con una spontaneità impressionante. Che sia di fronte ai microfoni in zona mista o in bici, è sorprendente. Con lui non sai mai quando attaccherà, il che dà molto stress ai Jumbo-Visma, che hanno difficoltà a leggere le carte di Tadej».

Vingegaard ha provato a dare il colpo del KO a Pogacar sul Tourmalet, ma Tadej si è ben difeso
Vingegaard ha provato a dare il colpo del KO a Pogacar sul Tourmalet, ma Tadej si è ben difeso

Sul filo dei nervi

A ben vedere, la resurrezione di Pogacar sull’arrivo di Cauterets e poi la stilettata del Puy de Dome hanno prodotto proprio questa destabilizzazione, alimentata con le dichiarazioni del giorno di riposo. E se in un primo momento Vingegaard può aver pensato che avrebbe avuto vita facile, ritrovarsi davanti un Tadej nuovamente cattivo e forte, lo ha convinto a tenersi buono Van Aert, nei confronti del quale aveva già mostrato qualche segno di insofferenza.

«Con 17 secondi di ritardo e un vantaggio psicologico su Vingegaard – dice ancora Gilbert – Pogacar è in una posizione ideale, attento al minimo segno di debolezza del suo diretto avversario. Lo spingerà al limite e, come ha dimostrato lo scorso anno nella tappa di Cahors, è capace di attaccare anche nelle cosiddette tappe di trasferimento. Ogni secondo conterà e Tadej avrà comunque il vantaggio degli abbuoni».

Due modi di andare in salita molto diversi: col rapporto il danese, più scalatore. Più agile lo sloveno
Due modi di andare in salita molto diversi: col rapporto il danese, più scalatore. Più agile lo sloveno

Condizioni a confronto

Non certo un messaggio tranquillizzante per Vingegaard. Il danese ha vinto il Tour del 2022 grazie alla superiore condizione fisica e per la crisi indotta nel rivale sul Granon, ma non ha mai dovuto combattere con lui la guerra dei nervi. La Jumbo-Visma avrà la compattezza che serve per fronteggiare… l’anarchia di Pogacar?

«Secondo me – chiude Gilbert – la forma di Pogacar non era ottimale all’inizio del Tour a causa della sua frattura alla Liegi Bastogne-Liegi. Ora salirà di livello. Quell’incidente potrebbe diventare la chiave del suo successo? Non si sa. Dopo un inizio di stagione alla grande, forse al Tour gli sarebbe mancata la freschezza. Mentre così ci è arrivato motivato e fresco».

Per contro, come ha fatto rimarcare Stefano Garzelli durante la diretta della tappa di domenica, Vingegaard è al top dal Delfinato: è possibile che possa crescere ancora?

Negli ultimi giorni con Vingegaard ci sono anche la moglie Trine e la figlia Frida
Negli ultimi giorni con Vingegaard ci sono anche la moglie Trine e la figlia Frida

A porte chiuse

Il danese frattanto ha trascorso il giorno di riposo nel modo più tranquillo possibile, con una sola intervista rilasciata alla televisione danese e la famiglia intorno. Si è allenato, ha firmato autografi, poi ha passato il resto della giornata con la moglie Trine e la figlia Frida. 

«Mi sento di nuovo pieno di energia – ha detto a TV2 Danimarca – e pronto per la prossima settimana. E’ andata bene, perché mi aspettavo di essere dietro. Le tappe che arrivano mi si addicono molto di più, con intere giornate di salite e discese piuttosto che un’unica salita finale. Finora l’unica giornata in cui abbiamo accumulato fatica è stata la tappa del Marie Blanque. Crediamo molto in quello che stiamo facendo e siamo certi di poter vincere il Tour anche quest’anno».

Il riposo a porte chiuse conferma che la pressione di dover difendere la maglia gialla è un peso aggiuntivo al Tour de France, come ha ben spiegato Pogacar durante la sua intervista. Aver ribadito di essere il vincitore uscente è il modo per Vingegaard di demarcare il territorio? Può darsi, di sicuro i due non si faranno sconti.

Pogacar a Vingegaard: «Adesso la vediamo»

11.07.2023
6 min
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Vingegaard ha detto che non è preoccupato di aver perso quei pochi secondi e che le tappe alpine che arrivano sono più adatte a lui. «Bene – dice Pogacar con un sorrisetto sottile – vedremo sulle Alpi a chi si adattano meglio quelle salite. Piacciono anche a me, ho fatto le ricognizioni, alcune montagne le ho già fatte in corsa. Ogni anno miglioro anche nelle lunghe esposizioni al caldo. Dobbiamo aspettare e vedere cosa succederà nell’ultima settimana».

Giorno di riposo, il primo. Il Tour sembra iniziato da un mese, tante sono state finora le emozioni smosse da quei due e dai poveretti che cercano di stargli dietro. Quei pochi metri guadagnati sul Puy de Dome hanno lasciato nella mente dello sloveno il senso di potercela fare. Vingegaard e la sua squadra sembrano una barriera inscalfibile, ma da un paio di giorni Pogacar ha intravisto una breccia e tanto basta per infilarsi dentro, cercando di spaccare il muro.

Pogacar ha 24 anni ed è professionista dal 2018. Ha vinto due Tour
Pogacar ha 24 anni ed è professionista dal 2018. Ha vinto due Tour
E’ cambiata la tua motivazione?

Sento qualcosa di speciale, ma non so se sia legato a Jonas. Mi sento meglio ogni giorno. Oggi (ieri, ndr) è stato un buon giorno di riposo e sono pronto per tornare a correre. Sono davvero contento finora di questo Tour, posso solo migliorare.

Si dice che non avendo corso prima, potresti soffrire nella terza settimana. Sei preoccupato?

No, per niente. Anzi, penso che l’ultima settimana dovrebbe essere anche migliore della prima. Ho una buona base, in primavera stavo davvero bene, quindi la resistenza c’è. Mi sarebbe piaciuto fare qualche corsa prima del Tour, ma sono due cose diverse. Confido di stare bene nella terza settimana. Intendiamoci, potrebbe anche succedere che peggiorerò, ma non credo.

Sei sorpreso per le tue prestazioni visto che vieni da una lunga inattività?

No, non sono sorpreso. Mi sono stupito semmai quando ho perso terreno sul Marie Blanque. Sapevo che stavo bene, invece qualcosa non è andata. Mi conosco, andrò sempre meglio.

Sul Marie Banque, il cedimento inatteso di Pogacar, arrivato a Laruns 1’04” dopo Vingegaard
Sul Marie Banque, il cedimento inatteso di Pogacar, arrivato a Laruns 1’04” dopo Vingegaard
Come definiresti la tua rivalità con Vingegaard?

Bella. Già l’anno scorso, è stato uno dei migliori Tour di sempre e penso che quest’anno sia successo molto già nella prima settimana. E’ un buon momento. Sganciamo bombe quotidianamente l’uno sull’altro. Abbiamo vinto una tappa ciascuno, mi sto proprio divertendo.

Sembra che tu corra con molta più avvedutezza degli anni scorsi. Perché questo cambiamento?

Finora ho fatto tre Tour de France e ogni edizione ti dà esperienza in più. E’ bello vincere una corsa con 50 chilometri di fuga solitaria, ma siamo al Tour de France e bisogna essere consapevoli. Ci sono tre settimane e ogni giorno puoi pagare il prezzo per lo sforzo fatto il giorno prima. Devi correre davvero con la testa, non puoi semplicemente impazzire e pensare di ottenere tutto in un solo giorno.

Stai invecchiando? Nel 2021 hai vinto con una fuga di 48 chilometri a Le Grand Bornand…

Sì, probabilmente sto diventando vecchio. Infatti (sorride, ndr), è il mio ultimo anno con la maglia bianca.

Le discese sono veloci e insidiose, giusto rischiare tanto? Lui è Adam Yates, gregario extra lusso
Le discese sono veloci e insidiose, giusto rischiare tanto? Lui è Adam Yates, gregario extra lusso
Adam Yates sarà a tua disposizione o farà la sua corsa?

Averlo accanto può essere un vantaggio. E’ in super in forma e penso che stia migliorando sempre di più. Quindi penso che nelle prossime tappe possiamo correre d’intesa. Adam è un grande compagno di squadra e averlo così vicino in classifica generale mi toglie pressione di dosso.

Sei entrato in questo Tour dicendo che non hai niente da perdere, la pensi ancora così?

E’ più divertente correre senza niente da perdere rispetto a dover difendere una maglia gialla. Ora che siamo nel cuore del Tour, non sembra così diverso. Ti concentri solo sulle corse, ma di sicuro ho avuto meno pressione arrivando al Tour. E’ stata una sensazione un po’ diversa rispetto a quando avevo il titolo da difendere.

In casa Jumbo Visma hanno detto che sul Puy de Dome hai fatto i tuoi migliori 35 minuti. Sei d’accordo?

Non lo so. Non conoscono tutti i miei allenamenti o tutti i miei dati di gara, quindi non sanno tutto su di me. Quindi non possono presumere certi numeri con esattezza. Però posso dire che è stata un’ottima prestazione, forse davvero la migliore.

La Jumbo-Visma sembra una barriera inscalfibile, ma Pogacar pensa di aver aperto una crepa
La Jumbo-Visma sembra una barriera inscalfibile, ma Pogacar pensa di aver aperto una crepa
Come sta Urska?

Sta molto meglio, oggi è andata di nuovo in bici. Non è in condizioni perfette, avrà bisogno ancora di qualche giorno per riprendersi. Quando perdi il manubrio ad altissima velocità è uno degli incidenti peggiori. A volte penso alle discese, come domenica, quando andavamo a 90 all’ora in gruppo sull’ultima grande discesa prima del Puy de Dome. Meglio non pensare a ciò che può succedere e che tutto possa andare in malora. E’ il nostro lavoro. Abbiamo cercato di essere rispettosi in gruppo e affrontarla con più calma, ma a volte è tutto così caotico. E allora ti chiedi se ne vale la pena.

E’ tutto così caotico, al punto da chiedersi se ci sia ancora tempo per fare i propri bisogni…

Normalmente nel ciclismo tradizionale succede che quando la maglia gialla si ferma, tutti si fermano con la maglia gialla e poi rientrano (sorride, ndr). Poi ci sono quelli che la fanno dalla bici. Personalmente, provo a fermarmi al massimo due volte per tappa, sempre quando c’è un momento in cui sai che puoi rientrare abbastanza velocemente. Oppure quando c’è più gente che si ferma, mai da solo. E se hai bisogno di fare qualcosa di grosso, sei fottuto. E’ difficile rientrare.

Cosa ti aspetti dalla Jumbo Visma?

Proveranno di tutto per preparare un grande attacco. Proveranno a farmi crollare di nuovo, ma staremo a vedere. Preferisco andare avanti giorno per giorno, sono motivato e pronto a tutto. Anche per le loro tattiche, cercherò di essere pronto qualsiasi cosa facciano.

Gran morale sul Puy de Dome e anche grande caldo: forse il solo punto debole di Pogacar
Gran morale sul Puy de Dome e anche grande caldo: forse il solo punto debole di Pogacar
E’ vero che per il prossimo anno stai ragionando di fare il Giro, lasciando che Almeida venga in Francia, dato che il Tour finisce solo tre giorni prima delle Olimpiadi?

Lo vedremo. Almeida è un ottimo corridore e quest’anno l’ha dimostrato al Giro. E’ pronto per andare al Tour e magari l’anno prossimo sarà possibile. Penso che lo voglia da molto tempo. Potremmo farlo insieme, come quest’anno sono con Adam Yates. Con Almeida ho fatto poche gare, ma abbiamo buoni rapporti. Sarà l’argomento di cui discutere fra otto mesi o giù di lì. Adesso no, per favore. Domani (oggi, ndr) ricomincia il Tour de France.

Woods nel vuoto del Puy de Dome. Colpi di stiletto fra “i due”

09.07.2023
5 min
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Due corse in una sul Puy de Dome, incredibilmente vuoto e silenzioso senza pubblico. Stavolta al Tour de France si è corso in modo simile al Giro d’Italia con due corse in una. E le due corse di oggi se le sono aggiudicate Michael Woods e Tadej Pogacar.

Due sfide dai contenuti tecnici più profondi di quanto non si sia visto da fuori e per questo Domenico Pozzovivo ci aiuta ad analizzarli. Il lucano ha una doppia valenza, è compagno di Woods alla Israel-Premier Tech ed è uno scalatore e visto che si parla di salita…

Per la tappa

La corsa si potrebbe riassumere in un “tanto tuonò che non piovve”, o quanto meno fece una “pioggerellina”. C’era un’attesa enorme attorno a questa tappa e a questa montagna, che mancava da 35 anni. L’Equipe aveva proposto una copertina dal sapore storico, giocando sul duello del 1964 fra Poulidor e Anquetil.

Invece il gruppo degli uomini di classifica lascia andare. La fuga va via al primo tentativo e prende un margine enorme, il cui vantaggio massimo supererà i 16′. 

All’imbocco della salita Matteo Jorgenson scappa e sembra averla fatta franca. Tutti gli occhi sono puntati su Woods, il favorito, che invece non reagisce. 

Woods mette Jorgenson nel mirino. Recupera qualche istante, poi scatta. Per il canadese (classe 1986) un successo che corona una lunga carriera di sport
Woods mette Jorgenson nel mirino. Recupera qualche istante, poi scatta. Per il canadese (classe 1986) un successo che corona una lunga carriera di sport
Domenico, ha vinto un tuo compagno. Complimenti!

Missione compiuta! Quando una squadra come la nostra, allestita per le tappe, ne vince una può ritenersi soddisfatta. Adesso i ragazzi correranno in modo più rilassato e magari potranno correre anche rischiando di più e, perché no, vincere ancora. 

Vincere porta a vincere, insomma?

Sì, sei più rilassato, non hai paura di perdere e rischi. E tutto sommato già oggi Woods è come se avesse giocato a poker. Si è un po’ rilassato ad inizio salita e poi è stato costretto a recuperare. Ma è riuscito a sfruttare le sue qualità.

E quali sono le sue qualità?

Quelle di un corridore molto bravo su salite di questo tipo: dure ma non troppo lunghe. Lui è molto esplosivo e venendo dall’atletica, dal mezzofondo, ha una capacità lattacida invidiabile.

Tu già lo conoscevi?

Sì, sono anni che lo conosco, che siamo avversari e poi da quest’anno corriamo insieme. Una persona di qualità, forte…

E anche lui non è proprio un bimbo! Woods conosceva questa frazione? Era venuto in avanscoperta in quella giornata organizzata da ASO?

No, perché non era al Delfinato. Michael era con me al Tour d’Occitanie, dove ha anche vinto. E’ riuscito a sfruttare questa tappa. La fuga è stata favorita dall’andamento tattico. Ci si aspettava un controllo fra Vingegaard e Pogacar, una partita a scacchi che appunto ha favorito la fuga. Se uno dei due doveva recuperare avrebbero chiuso, ci sarebbe stato un altro ritmo e la fuga non sarebbe arrivata.

L’altra corsa…

E poi appunto c’è stata la partita a scacchi fra la Jumbo-Visma e la UAE Emirates. Solo poco prima della salita la squadra di Vingegaard ha preso in mano la corsa. Poi sono subentrati i ragazzi di Pogacar e di nuovo i gialloneri. Fino allo scatto dei due a 1.500 metri dal traguardo.

Domenico, passiamo dunque alla sfida fra i due grandi di questa Grande Boucle… Tanto tuonò che non piovve: anche tu la vedi così?

Come detto prima si sono controllati. Quando poi di mezzo non c’è la vittoria di tappa le polveri inevitabilmente si bagnano un po’, non c’è mai la stessa carica agonistica. Per di più oggi la tappa è filata via tranquilla e ci hanno messo un po’ per passare alla modalità aggressiva.

Si conoscono molto bene. Pogacar ha portato un attacco di “X” secondi e l’altro sapeva che il suo affondo sarebbe durato così. Poi ha tenuto duro, ma l’altro ha insistito un pelo di più. Erano sul filo. Tutto molto tecnico-tattico. Tu come la vedi?

La verità è che io ho visto più preoccupato Pogacar che Vingegaard. Per me Tadej era molto attento al caldo. Se ci avete fatto caso si bagnava spesso su tutto il corpo. Sappiamo che quando fa caldo lui ha spesso una piccola contro-prestazione. Vingegaard dal canto suo contava su questa cosa e forse si aspettava che calasse un filo. Mentre Pogacar si è sentito meglio di quel che credeva e ha attaccato.

E riguardo ai watt?

Credo che entrambi ne abbiano espressi un filo meno che sui Pirenei, e credo dipenda proprio dal caldo.

Pogacar e Vingegaard sono davvero al limite e alla pari. Ormai si parla di metri, neanche di secondi. Sarà una lotta anche di nervi?

Senza ombra di dubbio. Questa è una componente fondamentale nella sfida uno contro uno. E in questo Tadej forse ha qualche chance in più, anche se l’altro ha una grande squadra.

Il risveglio di Pogacar ricompatta la Jumbo-Visma

07.07.2023
4 min
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Tappa facile oggi verso Bordeaux al limite del surplace e Van Aert sorridendo alla partenza ha ammesso che finalmente potrà riposarsi. Quel che ha fatto ieri il belga ha prosciugato la scorta degli aggettivi. Neppure il fatto che alla fine Pogacar da solo abbia messo in croce la corazzata Jumbo-Visma riesce a ridimensionare l’enormità del suo lavoro. La sola spia della grandezza del gesto sta nel barcollare nel momento in cui ha smesso di pedalare, avendo raschiato veramente il fondo.

Jumbo-Visma compatta: ultime tirate fino a 5 chilometri dall’arrivo, la tappa di Van Aert ieri è stata monumentale
Jumbo-Visma compatta: ultime tirate fino a 5 chilometri dall’arrivo, la tappa di Van Aert ieri è stata monumentale

Da zero a 140

Van Aert se ne è andato al chilometro zero ed è rimasto davanti fino a 5 chilometri dall’arrivo di una tappa che ne misurava 144,9. Vicino a lui c’era Nathan Van Hooydonck, che ha subito intuito la portata di quell’accelerazione.

«Avevamo progettato di avere qualcuno in fuga – racconta – e sapevo che Wout sarebbe partito nella scia delle prime auto. Nel primo chilometro lo abbiamo visto accelerare e se non riesci a prendergli la ruota, non lo vedi più. La fuga è stata istantanea. Qualcuno dice che Wout non sarebbe forte come lo scorso anno, ma non è vero. E’ partito perché già da due giorni aveva vinto il premio della combattività. Wout è un ragazzo di classe e un corridore super bravo, dobbiamo fregarci le mani per il fatto di avere un corridore del genere».

Che sia stato per accumulo di fatica o per un calo di zucchero, Vingegaard al traguardo era davvero sfinito
Che sia stato per accumulo di fatica o per un calo di zucchero, Vingegaard al traguardo era davvero sfinito

Piano sfumato

Difficile dire se le tensioni dei giorni scorsi siano state tutte dimenticate o se si sia trovata una soluzione diplomatica. Sta di fatto che dopo il gran lavoro di ieri, anche Vingegaard ha faticato a restare del tutto indifferente: la sensazione è che il crescere del “nemico” Pogacar abbia compattato il fronte della Jumbo-Visma.

«Wout è stato ancora una volta super forte – ha detto la maglia gialla – ma non lo è stato solo lui. L’intera squadra è stata fantastica. Tutti hanno corso alla grande, ma Wout è stato davvero eccezionale».

Difficile dire meno a un campione che lo ha scortato fino a meno di 5 chilometri dal traguardo, nel giorno in cui lo stesso Vingegaard è stato meno fantastico del giorno precedente.

«L’intenzione – ha spiegato – era quella di staccare Pogacar sul Tourmalet e poi approfittare dell’aiuto di Wout dopo lo scollinamento per guadagnare ancora, ma non ha funzionato. Tadej è riuscito a passare bene il Tourmalet e sulla salita finale verso Cauterets è stato il più forte. Meritava di vincere».

L’analisi serale dei dati ha evidenziato che proprio sul Tourmalet, Vingegaard ha battuto il record di scalata, salendo in 45’11, quasi due minuti meglio del record fissato da David Gaudu nel 2021. Lui è andato forte, Pogacar non è stato da meno.

Dopo aver scortato Roglic alla vittoria del Giro, Sepp Kuss si è preso la Jumbo-Visma sulle spalle
Dopo aver scortato Roglic alla vittoria del Giro, Sepp Kuss si è preso la Jumbo-Visma sulle spalle

Ancora super Kuss

La restituzione dei complimenti a 24 ore da quelli ricevuti da Pogacar potrebbe suonare anche come un atto formale, ma è un fatto che dopo l’arrivo quei due si siano abbracciati, in un gesto di riconoscimento reciproco che non è sfuggito neppure ai compagni.

«Volevamo provare a scoprire Pogacar – ha detto un immenso Sepp Kuss – ma forse Jonas aveva ancora nelle gambe la dura tappa di mercoledì, quando ha dovuto pedalare molto a lungo a un ritmo altissimo».

«Sono felice di essere di nuovo in giallo – ha chiuso Vingegaard – sarebbe stato meglio avere un vantaggio di due minuti, ma anche 25 secondi non è male. Non sono stato affatto sorpreso che Tadej abbia risposto. Questo Tour è stato già molto duro e siamo ancora nella prima settimana. Penso che possa rimanere emozionante fino a Parigi».

Tra Pogacar e Vingegaard è uno pari. Non svegliateci!

06.07.2023
6 min
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Dateci un pizzico. Ma è tutto vero? Una tappa sensazionale quella di oggi, che lo diventa ancora di più se sommata a quella di ieri. L’attacco e la rivincita. In una parola: duello. Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard ci hanno regalato uno spettacolo sensazionale.

Qualcuno già aveva parlato di Tour de France “chiuso”, o quantomeno ben indirizzato, vista la superiorità quasi violenta di ieri da parte del danese della Jumbo-Visma. E invece oggi è già tutto diverso.

Il duello dei duelli annunciato sin dall’arrivo di Parigi dell’estate scorsa non sta tradendo le attese. Ogni volta che i due hanno potuto si sono sfidati faccia a faccia.

Nella prima parte di tappa Bora-Hansgrohe sin troppo attiva. Hindley non lascia troppo spazio alla fuga
Nella prima parte di tappa Bora-Hansgrohe sin troppo attiva. Hindley non lascia troppo spazio alla fuga

Reazione da campione

Il valore aggiunto di questa giornata è stata la reazione di Pogacar. Una reazione da campione, da uomo tosto, non solo da atleta potente. 

Questo ragazzo non era mai stato battuto. Aveva vinto facile e già doversi scontrare per vincere era una cosa nuova. In più ieri le aveva prese di nuovo. E anche bene. Lo sloveno non solo è riuscito a tenere botta verso Cauterets-Cambasque, ma ha fatto molto di più. Una reazione alla Pantani.

Qualche giorno fa avevamo scritto del campione che fiuta la preda. Che qualcosa cambia quando capisce di stare bene. E oggi la chiave – chissà se di tutto il Tour – è nel Tourmalet. Jumbo che distrugge ogni velleità. Spacca il gruppo come poche volte si è visto nella storia del ciclismo e Tadej che resta lì. Il corridore della UAE Emirates è concentrato, agile, stabile… alla ruota di Vingegaard.

Il danese spinge, ma lui capisce che lo tiene bene. Nella testa del campione che deve riprendersi in quel momento scatta qualcosa. Sicuro. Matematico.

Ma quali valigie

Ed è quel che è successo. Dopo ieri qualche pensiero poco positivo c’era nella testa di Pogacar. «Chi non sarebbe stato turbato? – ha detto Pogacar stesso – Quello che Jonas ha fatto ieri è stato incredibile.

«Oggi, quando ha iniziato ad accelerare nel Tourmalet, ho pensato tra me e me che sarebbe stato come ieri. Avremmo potuto fare le valigie e tornare a casa».

Oggi la gamba era diversa e, come detto Tadej, ha fiutato qualcosa… «Per fortuna oggi avevo una buona gamba. Sono riuscito a seguirlo nel Tourmalet e quando ho sentito che era il momento giusto, ho attaccato nel finale – breve pausa e poi aggiunge – E’ stato un grande sollievo».

Quest’ultima è una frase da non sottovalutare da parte di Pogacar. E’ la prima volta che gliela sentiamo dire. Ma tutto ciò non fa che avvalorare l’impresa della rivincita. Della reazione.

A 2,8 km dall’arrivo Pogacar attacca. Vingegaard non risponde. Ora nella generale tra i due ci sono appena 25″
A 2,8 km dall’arrivo Pogacar attacca. Vingegaard non risponde. Ora nella generale tra i due ci sono appena 25″

Quella musica sul bus

Reazione che parte da ieri in qualche modo. Anche se in casa UAE non c’erano poi questi musi lunghi. E ancora una volta il merito era soprattutto del diretto interessato, ma anche dell’ambiente che lo circonda.

«Ieri abbiamo parlato tranquillamente quando è arrivato al bus – racconta Joxean Fernandez Matxinsi è messo nel macchinario per il down cooling e con lucidità abbiamo analizzato a tappa. Ma serenamente. Tadej ha detto che aveva trovato un avversario più forte, ma anche che mancavano tanti giorni e che si sentiva un po’ meglio. Era ottimista come sempre.

«Pensate che quando siamo ripartiti da Laruns avevamo la musica a tutto volume nel bus!».

In UAE si aspettavano un andamento della corsa di oggi come quello che si è visto. E loro sarebbero stati pronti a difendersi compatti.

«Dovevamo stare attenti sul Tourmalet. E Tadej ci è riuscito… Poi è successo quello che avete visto. In ammiraglia Andrej (Hauptman, ndr) che gli parlava gli diceva della strada: quanto mancava, le curve, le pendenze e dopo che è partito oltre ai distacchi reali – ci tiene a sottolineare il tecnico spagnolo – anche qualche altro incitamento… Per esempio gli ha detto che Urska (Zigart, la sua fidanzata, ndr) stava meglio, che c’erano i genitori all’arrivo, che stava facendo un’impresa dell’altro mondo. Tutte cose per non fargli sentire il mal di gambe».

Dopo l’incidente alla Liegi, Pogacar è più fresco e il Tour dura tre settimane. «Questo è vero. E’ un aspetto che abbiamo valutato, però ci sono anche gli avversari, a partire da Vingegaard. Non è una gara di Tadej… contro di Tadej».

«Come lo vedo io? Ieri aveva la rabbia di chi vuole riscattarsi e oggi quella di chi vuol vincere. Che poi non si tratta di rabbia. Tutti noi siamo compatti, uniti. In squadra c’è un bell’ambiente. Oggi quando è tornato al bus ci siamo abbracciati tutti. E tutti abbiamo iniziato a saltare».

Vingegaard è comunque in maglia gialla. Lo premia Macron, presidente della Francia
Vingegaard è comunque in maglia gialla. Lo premia Macron, presidente della Francia

Conti senza l’oste

E poi c’è il lato della Jumbo-Visma. Fortissima. Anche loro belli da vedere. Arrivano con i passisti fino a 5-6 chilometri dal Tourmalet. Usano gli scalatori in modo diverso: non stile “gregari diesel”, ma come degli attaccanti da salita. Le azioni di Kelderman (soprattutto) e Kuss sono state brevi e intense. 

In cima poi c’è l’altro protagonista di giornata che li attende, Wout Van Aert. Superbo. Ha tirato da solo per oltre metà tappa. E come Tarzan sulle liane, Vingegaard è passato da un gregario all’altro. Tattica perfetta e anche giusta, se vogliamo.

«Sarebbe stato perfetto – ha detto Vingegaard – staccare Tadej sul Tourmalet e trovare Van Aert nel fondovalle. Ci abbiamo provato ma non ci siamo riusciti. Lotteremo fino a Parigi».

In fin dei conti i gialloneri hanno ragionato sui numeri di ieri. Con Jonas che era il più forte. Ed è stata più che legittima la loro tattica. Ma oltre la tattica ci sono gli avversari. E quando uno di questi è Pogacar non si può mai stare tranquilli.

In tutto ciò un’altra bella notizia è che ancora non è finita. Il sogno continua. Non svegliateci… ma teniamo gli occhi aperti!

Hindley e la Bora, un altro piano ben riuscito

05.07.2023
6 min
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Ciccone ha un diavolo per capello. Poco oltre, l’altro abruzzese (adottivo) di giornata non sta nella pelle, per la tappa e la maglia. Jai Hindley ha dato uno scossone al Tour e dietro di lui un altro colpo durissimo l’ha mollato Vingegaard a Pogacar. Rispetto ai vecchi Tour delle prime sette tappe piatte come la noia, questa quinta tappa si è portata decisamente avanti.

Mai niente per caso

In casa Bora-Hansgrohe si fa festa, sia pure con garbo, perché la storia promette di essere ancora lunga. In attesa che Hindley si racconti o trovi quantomeno le parole per farlo, dall’ammiraglia della squadra tedesca scende Enrico Gasparotto. Vero che al Tour c’è venuto per stare sulla seconda e per giunta da debuttante, ma quando c’è di mezzo “il Giallo”, qualcosa succede sempre. Anche che vada via una fuga di 35 piena di uomini forti…

«Nella vita – sorride – non succede mai niente per caso. Bisogna sfruttare l’opportunità, farsi trovare al posto giusto nel momento giusto. A un certo punto dopo 10 chilometri Pogacar ha fatto chiudere su una fuga di corridori che non erano pericolosi ai fini della classifica. Ci siamo stupiti noi in macchina e anche i ragazzi in corsa, abbiamo pensato di non capire più nulla di ciclismo. E a quel punto infatti è nata una fuga di 35 corridori. Jai e Buchmann erano già davanti, perché a Jai piacere correre in testa, mentre la Jumbo-Visma ha lasciato il lavoro in mano alla UAE Emirates.

La presenza di Hindleyt nella fuga è stata frutto della sua concentrazione, l’attacco era per vincere

«Detto questo – prosegue Gasparotto – ho trovato strano anche io che abbiano lasciato andare Hindley, che ha vinto un Giro e in un altro ha fatto secondo, boh! Ci siamo chiesti, in ammiraglia con Rolf Aldag, se fermando Jai la fuga sarebbe andata, però c’era anche Ciccone che era in classifica e voleva vincere la tappa. Noi eravamo in tre, come pure la Lidl e alla fine, sacrificando Konrad e con il lavoro della Ag2R, la fuga è andata. Poi, quando Hindley è partito, aveva in testa la tappa e la maglia. Sta bene, ha fatto la ricognizione, conosce le strade e questo aiuta come sempre…».

Ciccone mastica amaro

Secondo all’arrivo, Ciccone mastica amaro. Le telecamere hanno captato il suo disappunto: di quelle parole che si dicono dopo il traguardo, prima che qualcuno ti faccia il riassunto e tu capisca come stanno le cose.

« C’è stato un errore di comunicazione – dice a denti stretti – perché nella tabella dell’organizzazione ho letto 25 secondi, invece quello era il distacco da Felix Gall. Pensando che il distacco da Hindley fosse così basso, ho creduto di poter collaborare con Vingegaard, invece la squadra sapeva che Hindley era più lontano e non aveva senso inseguire. Jonas chiedeva collaborazione perché sapeva che tirando potevamo giocarci la tappa, ma il nostro leader era nel gruppo con Pogacar. Non potevo aiutarlo».

Ciccone chiude al secondo posto e ora è terzo in classifica: non ha capito il divieto di aiutare Vingegaard
Ciccone chiude al secondo posto e ora è terzo in classifica: non ha capito il divieto di aiutare Vingegaard

«Onestamente – riprende Giulio – mi aspettavo di stare un po’ meglio sull’ultima salita, invece ho pagato tutti gli sforzi fatti prima. Però abbiamo fatto una bella tappa e pensiamo a recuperare, perché domani ce n’è un’altra, ancora più dura. Si sapeva che oggi sarebbe stata una giornata strana, perché con una partenza così veloce poteva succedere di tutto. Non mi aspettavo una fuga così numerosa e soprattutto così di qualità. Alla fine è stata una giornata corsa a tutto gas e le sensazioni non sono state male. Le gambe ci sono, la testa è bella dura, quindi ogni giorno proverò a fare qualcosa».

Pogacar si nasconde

La delusione ha facce diverse. Perciò, quando Pogacar passa il traguardo e va a fermarsi vicino agli uomini del UAE Team Emirates, il suo proverbiale sorriso cede il posto a perplessità. I tanti ragionamenti sul fatto di avere in Adam Yates un capitano alternativo poggiavano su una consapevolezza fondata? Oppure l’incapacità dello sloveno di rispondere potrebbe far pensare davvero a una giornata storta? Altrimenti come si spiegherebbe il tanto tirare dei giorni scorsi?

L’inatteso crollo di Pogacar colpisce la UAE Emirates. Yates scivola in 5ª posizione, Tadej subito dietro
L’inatteso crollo di Pogacar colpisce la UAE Emirates. Yates scivola in 5ª posizione, Tadej subito dietro

«Delusione è la parola giusta – dice Pogacar – ma sono più triste nel sentire che la mia ragazza è caduta al Giro e forse ha una commozione cerebrale. Intendiamoci, è triste anche aver perso un minuto contro Jonas. Quindi bisgnerà andare avanti giorno per giorno. Penso si sia accorto che non stessi andando troppo bene in salita e così ha cercato di attaccare. Non ho potuto seguirlo perché oggi era più forte. Io invece ero al limite, sicuramente negli ultimi due chilometri di salita. Spero in gambe migliori per domani e penso che si raddrizzerà. C’è ancora molta strada e mi sento bene e questa è la cosa più importante della giornata».

Il morso di Vingegaard

Vingegaard e il suo sguardo lampeggiante si sono spenti una volta sceso dalla bici. La grinta e quei denti a punta che scopre nel momento di massimo sforzo, cedono ora il posto al ragazzo che ragiona e poi parla.

«Il piano per questa tappa – dice il danese – era avere un paio di compagni nella fuga, ma poi sono diventati tre: Laporte, Van Aert, Benoot. Non era tanto per piazzarne uno all’arrivo, quanto per riuscire a salvarci: pensavamo che non fosse la tappa ideale per me. Invece quando abbiamo iniziato l’ultima salita ho sentito di avere buone gambe così ho detto a Kuss di passare davanti. Lui l’ha fatto e ho deciso di attaccare. Prima del via ne avevamo parlato e non pensavamo che fosse uno scenario possibile, piuttosto era più facile prevedere che uno dei ragazzi in fuga vincesse la tappa e per noi sarebbe stato davvero lo scenario dei sogni.

«Invece è successo tutto l’opposto. Io ho attaccato e Tadej non ha risposto. Mi sono meravigliato. Ho voluto metterlo alla prova, perché sentivo buone gambe e sono molto contento di quello che ho ottenuto. Un minuto guadagnato è un buon margine, ma so che lui non si arrende mai. Sarà una battaglia tutti i giorni fino a Parigi. E bisognerà tenere d’occhio Jai Hindley».

L’ultima vittoria di Hindley? La classifica del Giro 2022 e prima la tappa del Blockhaus
L’ultima vittoria di Hindley? La classifica del Giro 2022 e prima la tappa del Blockhaus

Il presente e il futuro

Intanto Hindley scende dal palco vestito di giallo, poco più di un anno dopo aver conquistato la maglia rosa. Il Tour è iniziato da appena cinque giorni: pensare sin da adesso di difendersi sarebbe da incoscienti.

«Oggi prima di partire – sorride ancora Gasparotto – ho fatto una battuta. Ho detto: “Viviamo il presente con un occhio futuro”. Nei grandi Giri è bene vivere giorno dopo giorno, può succedere qualsiasi cosa. Il nostro Tour non sarà negativo, quindi siamo già contenti di questo. Poi se staremo bene, è fuori dubbio che battaglieremo sino alla fine. Jai sta bene. Abbiamo scelto di puntare sul Tour e lui ha fatto i compiti a casa. Ma il viaggio è appena cominciato».

Nimbl, primi sette mesi ai piedi dei giganti

04.07.2023
6 min
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Ai piedi dei giganti. Il primo anno di Nimbl come fornitore di scarpe al Team Jumbo-Visma ha portato una serie di bei risultati, fra cui la doppia vittoria al Giro d’Italia: prima con Roglic fra i grandi e poi con Staune-Mittet fra gi under 23. Le scarpe marchigiane, rese più accattivanti dall’investimento e dalle conoscenze di Francesco Sergio, non le conoscevano in tanti, ma adesso sono diventate l’oggetto del desiderio (in apertura Vingegaard in giallo al Delfinato). E qui scatta la curiosità: che cosa significa uscire dalla nicchia e salire sul grande palco ai piedi dei campioni?

«Facciamo un passo indietro – sorride Francesco Sergio – torniamo a quando mi hanno chiamato e mi hanno praticamente chiesto di sponsorizzarli. Avevamo già 75 corridori da fornire, sapevo che i miei partner mi avrebbero mandato a quel paese e così è stato. Ma la Jumbo-Visma è arrivata e abbiamo scoperto un gruppo di tecnici molto precisi. Ci aiutano molto nello sviluppo del prodotto. Sono una delle squadre più organizzate che abbia visto in 20 anni di sport e marketing, seguendo il Cervélo Test Team, la Garmin e la Dimension Data».

Il logo del Tour de France e il doppio Boa: primo Tour ai piedi della Jumbo Visma (foto Nimbl)
Il logo del Tour de France e il doppio Boa: primo Tour ai piedi della Jumbo Visma (foto Nimbl)
In cosa sono così bravi?

Poco prima che partisse il Tour, sono venuti in azienda due ingegneri da Eindhoven. Avevano trovato delle migliorie da implementare nella larghezza dei fori per le tacchette. Una cosa che nessuno avrebbe notato, ma di cui si erano accorti. Hanno voluto sapere come forassimo la suola in carbonio e sono stati per 3-4 giorni in officina, seguendo il procedimento. In pratica abbiamo una macchina a controllo numerico che fa i fori. Una volta venivano fatti a mano, ora ci pensa il macchinario. Mettiamo la suola in carbonio nella forma che poggia su un supporto di legno multistrato e la macchina fora secondo le misure che gli diamo.

Vuoi dire che il multistrato cedeva e produceva una differenza?

Esatto. Hanno visto per mille volte il processo, finché un mattino è venuto uno di loro, dicendo di aver studiato il video per tutta la notte e di essersi accorto che il legno assorbiva troppo la pressione del trapano. Quello scostamento minimo provocava una piccola usura laterale dei fori. Messa una base rigida di metallo, il problema è sparito.

Un bel supporto, niente da dire.

Hanno tante attenzioni, ma chiaramente non possiamo usare le loro specifiche per gli altri corridori.

Durante il Giro d’Italia è filato tutto liscio?

Di base sì, anche se per esempio abbiamo avuto un problema con la consegna delle scarpe da crono di Roglic. Ci hanno chiesto di non mandarle a Tenerife, ma di spedirle a Monaco. Solo che il portiere ha dimenticato di avvertirlo e così Primoz ha fatto la prima crono senza le scarpe speciali.

Parliamo di quelle totalmente in carbonio?

Esatto, proprio quelle. Farle è complicato, bisogna trovare il giusto compromesso fra leggerezza della scarpa, peso e potenza del corridore. Per arrivare a metterle a punto sono serviti molti tentativi, durante i quali è capitato anche che alcune si rompessero. Provate a immaginare la differenza di spinta fra un corridore come Vingegaard, che pesa 50 chili e spingerà al massimo 1.200 watt, e uno come Van Aert, che pesa 78 chili e spinge 2.000 watt. Ognuno ha le sue specifiche.

Le scarpe da cronometro sono leggere e aerodinamiche, tutte in carbonio. La chiusura è sotto (foto Nimbl)
Le scarpe da cronometro sono leggere e aerodinamiche, tutte in carbonio. La chiusura è sotto (foto Nimbl)
Un lavoro di grande precisione, quindi?

Tutto questo a noi serve. Siamo un’azienda nuova che ha una tecnologia diversa dagli altri, noi non facciamo una “suolona” grande perché non si rompa. Facciamo una suola fatta a mano, con il layup fatto a mano e il posizionamento del carbonio fatto in base alle varie sollecitazioni. Quindi di base può succedere di sbagliare qualcosa, non siamo ancora alla perfezione. La scarpa da crono non deve essere leggera, ma aerodinamica. La scarpa superleggera però esiste e l’abbiamo fatta per Vingegaard…

Quanto superleggera?

Pesa meno di 180 grammi, ce l’ha adesso al Tour. Però va usata poche volte, solo quando è veramente necessario, perché è troppo delicata per usarla tutti i giorni.

Quante scarpe fornite per ciascun corridore?

Di base e per loro stessa richiesta, dovremmo fornire tre paia. Il primo anno che con Cervélo sponsorizzammo la CSC, eravamo d’accordo con Riis che avremmo fornito 60 bici. Alla fine dell’anno gliene avevamo date 300. Quante scarpe abbiamo dato finora a Vingegaard? Non meno di 8-9, ma per noi non è un problema. Se anche ne chiedono 10, possiamo dargliele. Anche perché…

Van Aert e le sue scarpe: per la realizzazione di quelle da crono si è tenuto conto di peso e potenza
Van Aert e le sue scarpe: per la realizzazione di quelle da crono si è tenuto conto di peso e potenza
Che cosa?

Quando un corridore cade, si graffiano le scarpe e io le cambio. Non voglio vedere i corridori con le scarpe rotte. Facciamo così con tutti, non solo quelli della Jumbo, anche quelli della Ineos per esempio.

State avendo un ritorno di immagine da questa sponsorizzazione?

E’ impressionante, neanche con Cervélo ho mai avuto questo ritorno sull’investimento. Si sta rivelando una leva incredibile, è come passare da 100 a 250 all’ora in un secondo. Facciamo fatica a stare dietro alla produzione. Cerchiamo di vendere molto online, anche se i punti vendita ci sono. In Spagna si chiamano “negozi pilota”, così ne abbiamo 2-3 per ogni Nazione dove le scarpe si possono vedere e toccare. Nella vendita siamo molto flessibili. Se non ti trovi con la misura, le mandi indietro e te ne mandiamo un altro paio, visto che sono scarpe che costano. E se anche tornano indietro, sappiamo esattamente dove mandarle.

C’è qualcuno che segue gli atleti Nimbl alle corse, oppure li equipaggiate prima con quel che serve?

Io sono andato a Bilbao, ma non per fare assistenza. Diamo tacchette e cricchetti prima che partano, le uniche cose della scarpa che puoi dover cambiare. Si smontano e si avvitano e si incollano senza alcun problema. Hanno anche 2-3 scarpini di scorta e se poi hanno qualche urgenza, come è già successo, gli facciamo la scarpa nuova in tre ore. Diverso se serve rifare le scarpe su misura di Vingegaard, perché servono due giorni. Come lui ce ne sono solo 6-7 nella Jumbo-Visma. E se proprio devo dire, va bene così. Non sono troppo favorevole al personalizzato per tutti, ma loro sono attentissimi ai minimi dettagli. Perciò se lo chiedono, siamo qui per accontentarli…

EDITORIALE / Perché hanno lasciato Van Aert da solo?

03.07.2023
5 min
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Qualcosa che scricchiola c’è. Magari si tratta del necessario assestamento delle prime tappe, magari la condizione non è quella sperata, ma di certo la Jumbo-Visma che ieri ha lasciato solo Van Aert nella rincorsa al possibile successo di tappa è parsa differente dalla corazzata coesa e infallibile del 2022. Wout (in apertura nella foto Jumbo-Visma) avrebbe meritato altro aiuto.

Sin da quando Pello Bilbao ha attaccato nella discesa dell’Alto de Jaizkibel, il belga si è trovato a condurre l’inseguimento in prima persona. Stessa cosa quando l’attacco è venuto da Pidcock e poi da Skjelmose. Vingegaard era lì, ma (giustamente) non si è mosso. E così Wout ha dovuto chiudere da sé sprecando le forze che non ha avuto in volata. Aveva al suo fianco Benoot e Keldermann, che però si sono fatti trovare impreparati o in coda al gruppo. Visto che anche Kuss ha perso le ruote in salita (Sepp ha corso il Giro ed è credibile che abbia iniziato il Tour dovendo ancora crescere), sarebbe preoccupante trovarsi con gregari a corto di gambe già il secondo giorno. Problema inedito e incredibile, data la precisione millimetrica del team olandese in ogni cosa che faccia.

All’inseguimento di Pidcock, dopo aver tirato dietro Bilbao. Benoot e Kelderman sono dietro a bocca aperta
All’inseguimento di Pidcock, dopo aver tirato dietro Bilbao. Benoot e Kelderman sono dietro a bocca aperta

Le parole di Jonas

Ancora più strane suonano le dichiarazioni di Vingegaard dopo la tappa, quando gli è stato fatto notare l’apparente scollamento nella squadra. Non spettava a lui lavorare per Wout, anche se forse una mezza tirata nel finale non gli avrebbe portato via le energie per vincere il Tour e sarebbe stata un buon investimento in vista delle fatiche che certamente saranno richieste al belga nel prosieguo della gara.

«Sono contento della mia condizione – ha raccontato ieri sul traguardo di San Sebastian – sono dove volevo essere, ma oggi eravamo venuti per vincere. Credo di aver fatto il possibile per Wout. Avrei potuto essere egoista e andare via con Pogacar in discesa, ma non gli ho dato cambi. Ho fatto quello che dovevo per aiutare Wout. Non è molto corretto dire che non ho fatto quel che dovevo. Abbiamo obiettivi diversi, ma siamo tutti molto delusi, anche io. Volevamo davvero che vincesse oggi. Ma Lafay è stato davvero impressionante, con un buon attacco, non siamo riusciti a riprenderlo e si è meritato la vittoria».

Vingegaard sui rulli dopo la tappa: il danese respinge le critiche e dice di aver fatto il possibile per il compagno
Vingegaard sui rulli dopo la tappa: il danese respinge le critiche e dice di aver fatto il possibile per il compagno

Lo sfogo di Wout

Dopo l’arrivo, Van Aert ha picchiato il pugno sul manubrio, ha gettato la borraccia a terra e si è rifugiato sul pullman, dopo avervi poggiato contro la bici con veemenza. Poi, fatta la doccia, ne è sceso con il cappellino girato e un sorriso forzato. Non ha rilasciato dichiarazioni e ha chiesto di essere portato in hotel con l’ammiraglia. Anche in questo caso, potrebbe non esserci sotto nulla: capita che i leader vogliano guadagnare tempo rispetto al protocollo. Sarà così?

Si può perdere una corsa e finora il belga ha sempre dimostrato di saper stare al gioco, commentando ogni sconfitta. Una reazione così plateale fa pensare che qualcosa non abbia funzionato. La stessa dinamica della volata è stata paradossale. Mentre Lafay addentava gli ultimi metri, Keldermann e Benoot non hanno avuto gambe per provare a chiudere e lo stesso Van Aert, certamente stanco, ha esitato troppo prima di partire. Probabilmente è presto per parlare di tradimento, ma se picchiare il pugno sul tavolo serve a pretendere che gli venga restituito quel che ha sempre fatto per la squadra, allora Wout ha scelto di essere subito chiaro.

«Sciocchezze totali – dice il diesse Grischa Niermann – se qualcuno ha sbagliato, sono io. Il mio obiettivo era che Vingegaard fosse a ruota di Pogacar per stare con lui negli sprint e perdere meno possibile con gli abbuoni. Quando Lafay ha attaccato, non era compito di Jonas passare in testa. E’ stata una mia scelta dire a Tiesj e Wilco che cercassero di colmare il divario».

Alla vigilia della partenza, Vingegaard e Van Aert provano il percorso di Bilbao. Regna l’accordo
Alla vigilia della partenza, Vingegaard e Van Aert provano il percorso di Bilbao. Regna l’accordo

Il 2023 (finora) opaco

A margine di tutto ciò, va annotato che non tutti gli anni sono uguali e il Van Aert del 2023 è lontano parente del portento dello scorso anno. Ce ne siamo accorti sin dalle prime corse e nelle grandi classiche. Dopo una stagione da cannibale nel cross, in cui si è divertito a vincere una mole notevole di gare (9 vittorie su 14 gare disputate), Wout si è presentato al via della stagione su strada convinto di aver recuperato come al solito, invece così non è stato. E Van der Poel, che quest’anno ha adottato una tattica più cauta, lo ha battuto nei mondiali di cross poi alla Sanremo e alla Roubaix (vinte entrambe) e al Fiandre, in cui meglio di entrambi ha fatto Pogacar. Forse il continuo crescere del livello richiede scelte nei programmi o magari nell’avvicinamento al Tour, Van Aert ha seguito strade diverse: ad esempio qualcuno continua a dire di vederlo molto più magro che in passato: scelta ponderata in vista delle montagne?

Solo i corridori e lo staff della Jumbo-Visma sanno quali siano effettivamente i rapporti dietro alle porte chiuse, ma di certo quel che abbiamo visto ieri stride rispetto alla infallibile macchina da guerra del 2022. Per ora, in un teorico scontro fra squadre, la UAE Emirates sta conducendo il gioco con maggior convinzione. Ma il Tour è appena iniziato, ci sarà il tempo per ribaltamenti e riscritture. Intanto sarà bene applicare qualche goccia d’olio, che metta a posto gli scricchiolii di troppo.